sabato 21 gennaio 2023

Le mie città - 1









Credo di aver detto in diverse occasioni quanto sento di appartenere ai luoghi: case, quartieri, stazioni, paesi o città in cui vive qualcosa di me che ritrovo ogni volta che vi ritorno. Ambienti che mi hanno colpito per il loro fascino, ma anche perchè spesso hanno segnato episodi della mia vita o stati d'animo che custodisco nel cuore e che li hanno resi indissolubilmente miei.
È così per tanti luoghi visti dal vivo, per altri ammirati solo in qualche dipinto, o
talora anche inesistenti e nati dalla fantasia di un artista. Tuttavia, anche in questo caso riescono ugualmente a suscitarmi un sussulto di emozioni come se davvero fossi vissuta lì in un tempo lontano, o in un'altra vita.

Così, oggi inauguro una serie di città che sento mie con le immagini che, nel tempo, mi hanno più toccato. Lo faccio prima di tutto andando in Toscana, una regione alla quale - pur non avendo radici familiari - mi sento legata come se nel profilo delle sue colline, nei colori caldi della sua terra o nell'impianto medioevale di tanti suoi centri, abitasse da sempre una parte di me.
E torno a Siena che ho visitato diverse volte ma che, prima ancora che ci andassi, mi ha
suggestionato con il fascino di due celebri dipinti di Ambrogio Lorenzetti (1290 - 1348). Si tratta degli "Effetti del Buon Governo in città e in campagna", sezioni diverse del ciclo di affreschi conservato nella Sala della Pace del Palazzo Pubblico di Siena e intitolato appunto "Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo".

L'opera è molto ampia e dettagliata, animata da un intento didascalico col quale l'artista ha illustrato le conseguenze di un governo illuminato, o al contrario tirannico, con descrizioni minuziose fatte di figure simboliche e di immagini ora di felicità operosa, ora di rovina.
Tuttavia, qui non intendo parlare dell'intero
ciclo nei suoi svariati riferimenti. M' interessa invece fermarmi sulla rappresentazione di Siena e della campagna circostante negli "Effetti del Buon Governo", perchè ha sempre avuto su di me un forte impatto.

Questa che l'artista ha raffigurato non è una città nata dalla sua fantasia, e anche se può aver lavorato d'immaginazione, Ambrogio Lorenzetti ha descritto comunque la Siena della sua epoca con i suoi tratti architettonici e il suo impianto urbanistico.
Avrete certo riconosciuto nella foto qui a lato uno scorcio del Duomo con la cupola e il campanile a fasce marmoree chiare e scure.
Poi le tante case alte e addossate l'una all'altra,
la severa eleganza delle bifore alte e sottili, così come delle cornici sopra i tetti, delle altane e della cinta muraria.
E poi i colori tra i quali spicca il cotto di tanti palazzi, le torri, le vie interne che
non vediamo ma possiamo intuire strette e tortuose per seguire l'andamento delle colline, rompere l'urto del vento e al tempo stesso rendere difficoltosa un'invasione nemica. Ma tipici dell'architettura senese sono anche i tanti archi a tutto sesto sormontati da altri a ogiva che potete osservare nella foto poco più in alto, ancora oggi visibili in molti edifici del centro storico della città.

Un colpo d'occhio dal quale cogliamo una Siena ricca e operosa come quella del periodo comunale: un fervore di attività e insieme di piacevolezza del vivere testimoniati da un lato dai muratori che lavorano in cima a un tetto e dall'altro da quelle splendide fanciulle che danzano mollemente in cerchio. Ma anche da particolari come i vasi alle finestre, una gabbia per gli uccellini, fino al movimento di scambi commerciali tra campagna e città.
Indimenticabile, a questo riguardo, proprio
l'immagine della campagna che si stende a perdita d'occhio. Qui infatti l'artista non solo ci ha regalato un magnifico esempio di paesaggio agrario della Toscana medioevale, ma vi ha anche riprodotto in una splendida visione d'insieme i terreni coltivati, la dolcezza delle ondulazioni collinari e i casali sparsi qua e là.

Ma al di sopra di tutto, ad affascinarmi è sempre stato lo stile: la fusione di romanico e gotico, di solidità e raffinatezza, di sapienti incastri di muratura e insieme di linee morbide e sottili, ricche dell'eleganza tipica di tanta arte senese del Trecento. Basta osservare la complessità architettonica con cui Lorenzetti ha realizzato la città, ma anche la sinuosa leggerezza dei panneggi delle fanciulle danzanti. Immagini che per me hanno sempre avuto un che di fiabesco, a somiglianza delle illustrazioni di certe enciclopedie per bambini che mi erano rimaste dentro dall' infanzia come ricordi di un mondo di sogno a cui riandare.

Ho visitato Siena per la prima volta a diciassette anni in gita scolastica.
Ma se da una parte è stato
ritrovare i tratti di un luogo conosciuto almeno nelle immagini, dall'altra di quel viaggio ricordo i ritmi più che mai serrati, la stanchezza e le scale...oddio quante scale! Per andare alla Pinacoteca Nazionale, al Palazzo Pubblico, per salire sulla Torre del Mangia...il Facciatone no, forse ci era stato risparmiato! Ma insomma, scale ovunque.
E poi il freddo. Era un aprile gelido: un
pomeriggio da Siena eravamo andati a Pienza e mentre la nostra insegnante di Storia dell'Arte davanti a Palazzo Piccolomini ancora spiegava - ed era ormai sera - si era messo a nevicare...

Gite bellissime, intendiamoci, professori per i quali ho sempre nutrito stima e profonda gratitudine, ma nei periodo dell'adolescenza non sempre sapevo apprezzare tutta la bellezza che avevo intorno e che la scuola ci insegnava a cogliere con un addestramento a dir poco rigoroso.
Sono tornata poi, negli anni successivi, a ripercorrere più volte - prima per conto
mio, poi facendo da guida ad altri - gli stessi itinerari delle gite scolastiche con una passione che mai avrei immaginato. Ho capito allora l'importanza della semina: quel lavoro paziente che non vede subito i risultati, ma che i nostri insegnanti avevano perseguito ostinatamente, senza lasciarsi scoraggiare dalla stupidera della nostra età, fiduciosi che - un giorno - quel seme sarebbe fiorito.

Siena per me è anche questo: una città fiabesca e severa, bellissima e aspra, legata indissolubilmente a ricordi di splendore e di fatica. Per quale motivo poi le sue pietre romaniche e gotiche abbiano trovato in me una consonanza così viva da risvegliare qualcosa di profondamente mio, resta un po' un mistero. Lo stesso mistero che ci porta ad apprezzare uno stile, un dipinto, un testo poetico, un brano di musica al di sopra di un altro e che - pur non escludendo affatto il valore di espressioni differenti - ci fa abitare in esso quasi vi ritrovassimo i pilastri segreti della nostra casa interiore.

Allora torno a Bach che non è italiano, tantomeno senese e neppure contemporaneo del Lorenzetti. Ma chi mi legge ormai mi conosce un pochino e sa quanto una musica debba suscitarmi uno scatto emotivo perchè la scelga, al di là della sua bellezza o della rispondenza a un contesto. Così sono stata molto indecisa ascoltando varie carole e ballate. Alla fine, avevo quasi optato per una delle "Antiche danze e arie per liuto" di Respighi dove il compositore rielabora dolci melodie medioevali. Tuttavia, si sarebbero accordate bene al cerchio delle fanciulle danzanti, ma non all'impronta di energia e vitalità che il dipinto mi aveva lasciato.
Non solo, ma al tempo in cui - appena diciassettenne - avevo visitato Siena,
ero già innamorata di Bach, studiavo ascoltando Toccate e Invenzioni, mangiavo pane e Brandeburghesi e la sua musica andava a legarsi con le mie giornate divenendo una sorta di filtro attraverso cui vivevo esperienze ed eventi, un po' come capita a tutti con i brani che amiamo.

Per questo, davanti a Siena torno ancora a Bach con una delle sue più celebri composizioni: il primo tempo, "Ouverture", della "Suite n.4 in Re maggiore BWV 1069". All'inizio solenne, grandioso ed energico, poi vivace e ritmato in terzine come una danza, nel suo concretissimo Re Maggiore il brano mi regala una suggestione simile a quella che mi offrono gli affreschi del Lorenzetti. Anche questa musica, infatti, ha un'architettura articolata e complessa, solida e raffinata, leggera e insieme profonda, e uno splendore che supera i secoli, capace di condurci per scale ripide o cammini scoscesi.
Da ultimo, mi piace ricordare che la Suite è stata scritta in tre versioni, una delle
quali Bach ha inserito nella "Cantata BWV 110" intitolata "Unser Mund sei voll Lachens" che significa "la nostra bocca sia colma di sorriso".
E anche questa mi pare una bella cosa.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

sabato 14 gennaio 2023

Movenze d'anima

Devo proprio dire GRAZIE allo spettacolo di Roberto Bolle intitolato "Danza con me", andato in onda la sera del primo gennaio se - oltre a performances fatte di abilità e leggiadria insieme a splendide musiche - ho ritrovato un brano di Chopin che non risentivo da una vita ma che mi porto dentro dall'infanzia.

È stato infatti sulle note del compositore polacco che Bolle - affiancato da due stelle della danza contemporanea come Casia Vengoechea e Toon Lobach, e accompagnato al pianoforte da Mzia Bachtouridze - si è esibito nel "Passo a tre" intitolato "SENTieri", creato dal coreografo, già solista dell'Aterballetto, Philippe Kratz.
Uno spettacolo affascinante centrato sulla suggestione delle
sensazioni che ci riportano all'infanzia e che su di me ha sortito proprio questo effetto.

È stato l'incedere piano e ritmato della "Berceuse in Re bemolle maggiore op. 57", a metà strada tra una barcarola e una ninna nanna, a riportarmi di colpo indietro nel tempo, suscitandomi il ricordo di quelle note e delle lezioni di pianoforte che avevo cominciato a prendere da un'amica di famiglia quando facevo le elementari.
Non so a voi, ma a me certe melodie imparate negli anni dell'infanzia si sono
stampate dentro. Non ero una bambina molto studiosa, devo ammetterlo, l'amore viscerale per la musica sarebbe esploso più avanti, dai sedici anni in poi. Ma avevo orecchio, memoria e non mi era difficile ritrovare sui tasti del pianoforte un'aria sentita anche solo per poco.

Così Chopin mi ha riportato subito là, a quella melodia che riaffiorava dal passato e che, nonostante sia in tonalità maggiore, al mio animo infantile era sempre parsa malinconica e un po' monotona. Ora invece, ne stavo riscoprendo tutto l'incanto non solo perchè - a suo tempo - avevo ovviamente suonato una versione molto più breve e facilitata rispetto all'originale, ma anche perchè ne riuscivo a cogliere l'afflato di modernità che la sostiene conducendoci ben oltre il periodo romantico in cui è stata creata.
Roberto Bolle mi perdonerà quindi se, a un certo punto, pur seguendo la bellissima
danza, la mia testa si è letteralmente persa dietro quelle note segnate da quattordici incantevoli varianti.

Varianti sì, e non variazioni che sono invece piccoli pezzi a sè stanti, ciascuno dei quali presenta di solito alcune modifiche del tema, spesso rielaborato nell'impianto armonico, nel ritmo, o tradotto in altre forme musicali tanto da divenire talora quasi irriconoscibile.
Qui invece Chopin, con estrema libertà compositiva, scrive una musica
assolutamente fluida nella quale tema e ornamenti si fondono in una serie di sognanti arabeschi che si susseguono senza pause, cesure o interruzioni. Resta sempre uguale per tutto il corso del brano l'accompagnamento della mano sinistra - una sorta di ostinato dal ritmo di 6/8 - mentre la destra si produce in un susseguirsi di varianti che ci offrono suggestioni sempre diverse.
Un "Andante" incantevole nel quale, superata la tecnica, la musica si fa sogno e
poesia, anticipando la tessitura timbrica dei compositori impressionisti fatta di dissonanze ma soprattutto di colori. Tra l'altro Varianti era proprio il titolo originario del brano, cambiato poi con Berceuse.

Facciamoci cullare allora da questa ninna nanna dolce e malinconica insieme, lasciando fluire i pensieri in libere divagazioni, e seguendo le suggestive movenze d'anima che Chopin ha espresso con fantasiose e leggiadre fioriture di note.

Qui trovate anche il video della danza.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

sabato 7 gennaio 2023

Potenza di un titolo

Sono giorni che il titolo di questo libro m'insegue di sito in sito ogni volta che mi collego al web.
Dico proprio il titolo perchè - francamente -
non ho ancora avuto modo di leggere il testo, se si eccettua qualche stralcio e la trama riportata nelle varie recensioni. Ma mi è bastata una breve sintesi perchè subito in me si sguinzagliasse - vedrete che il verbo è azzeccato - la fantasia. 

Si tratta de "La gioia di correre in salita" di Mark T. James, londinese classe 1981, qui alla sua prima pubblicazione.
La vicenda è autobiografica ed è la
storia di una rinascita, anticipata dal bel sottotitolo: "Come un cane nero ha illuminato ogni cosa".

Un cane??? Certo!!! Del resto, non sono mancati in questi ultimi anni testi che elogiano l'arte di correre - Murakami docet - o quella di possedere un cane, e se uniamo le due cose, troviamo davvero il segreto della felicità.

In sintesi, Mark T. James, ad un certo punto della propria vita per certi aspetti soddisfacente, priva di difficoltà ma in realtà molto piatta, entra in crisi e decide di prendersi un periodo di pausa da tutto, lavoro, relazioni ecc. per ritrovare se stesso. Da Londra si trasferisce in Italia, nelle Langhe dove, insieme a ritmi quotidiani più lenti e a misura d'uomo, a restituire senso al suo vivere sarà inaspettatamente lo splendido labrador nero che gli verrà affidato. Sarà appunto il cane che lo costringerà a muoversi tra i saliscendi delle colline piemontesi dove, prima con evidente fatica, poi con la percezione di una gioia sempre più sorprendente, Mark riacquisterà consapevolezza del proprio corpo e dello splendore della natura, oltre che energia e spirito di iniziativa.

Ma anche senza entrare nei particolari del libro, è bastato il titolo a stimolare la mia riflessione. Da un lato, perchè contraddice le sacre istruzioni che ti danno in montagna: a correre sono solo i runner che vantano una preparazione atletica, ma i comuni mortali, se vogliono arrivare alla meta senza scoppiare, in salita devono andare piano! Dall'altro, per la leggerezza che un titolo simile mi comunica, ricordandomi un'abitudine e un'abilità che ho perso da tempo.
Correre? Sì, ricordo di aver corso all'impazzata neanche molto tempo fa nella
stazione Centrale di Milano per non perdere una coincidenza, e di essermi poi ingenuamente complimentata con me stessa per avere tanta agilità, senza immaginare il mal di gambe del giorno dopo...
In salita? Un tempo forse, sulle mie amate montagne. Oggi, pur camminando
volentieri anche per chilometri, preferisco sentieri piani o comunque non troppo ripidi. Per gli altri non ho l'età.

Ciò non mi impedisce tuttavia di trovare quel titolo stimolante per vari motivi.
Il primo è un ricordo che risale a quando avevo dodici anni. La mia famiglia
quell'estate era andata in villeggiatura nel bergamasco: era la prima volta che facevo una vera vacanza in montagna e sul sentiero che percorrevamo di solito - in verità una passeggiata da pensionati! - c'era una collinetta sulla quale mi arrampicavo ogni giorno con incredibile velocità. Il sentiero in piano curvava, ma io tagliavo di corsa su per quella montagnola e poi scendevo dalla parte opposta arrivando alla meta ancor prima degli altri: un percorso che mi dava un senso di libertà e di respiro impagabile quasi non avvertissi il peso del corpo, ma solo leggerezza, esattamente la gioia di correre in salita.

Il secondo motivo è che di questa gioia ho bisogno oggi che i sentieri esistenziali si sono fatti più ripidi per tutti e non tanto per motivi anagrafici.
Serve infatti un respiro, una riserva di fiato e di agilità interiore che consenta di non
cedere al pessimismo, alla pigrizia, all'abitudine, e di fronteggiare le difficoltà con destrezza, meglio ancora se stimolati da chi ci costringe a uscire dalla nostra comfort zone. In ogni caso non è facile, perchè la gioia di correre in salita è anche allargare lo sguardo cercando ostinatamente la bellezza in un mondo che talora non la ama. Ma può essere un modo gagliardo di affrontare la ripida quotidianità, risvegliando risorse talora dimenticate o solo addormentate.

E certamente, oltre a un amico a quattro zampe, ci può aiutare la musica: così, ad accompagnarci nella salita materiale o metaforica del nostro vivere, oggi è Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) col terzo tempo, "Aria con variazioni", dalla "Suite n.1 in Si bemolle maggiore HWV 434".
Mentre l'esposizione del tema ha un andamento tranquillo, fiorito da
vari abbellimenti, con le successive cinque variazioni inizia la vera e propria corsa. Qui, insieme alla vivacità, sentiamo il ritmo scandito dalle quartine ora della destra, ora della sinistra, così come avvertiamo i cambiamenti di tempo.
Le prime due variazioni e la quinta sono infatti in 4/4, mentre la terza e la quarta
in 12/8, come se a un tratto il passo musicale si facesse più giocoso, danzante come una giga e, superata la fatica, a prevalere fosse solo una sensazione di gioiosa leggerezza.

 Buon ascolto e Buon Anno!

(La foto è presa dal web)

 

venerdì 30 dicembre 2022

"Insieme, senza saperlo"

Non so se il vago chiarore del cielo, nella foto qui accanto, sia quello di un tramonto oppure il primo baluginare di luce dell'alba.
So che questa immagine presa dal web mi è piaciuta subito per la grande intimità che ci regala, l'incanto della neve e la suggestione del silenzio che avvertiamo come se per quel sentiero bianco ci potessimo incamminare piano, in totale solitudine. Solo il suono ovattato dei nostri passi, forse un lieve refolo di vento o forse neppure quello a turbare la magica immobilità del paesaggio, la piena immersione nel respiro rigenerante della natura. E in fondo al sentiero, l'albero illuminato a segnare la direzione, a ricordare il Natale, sottolineando la bellezza circostante e aprendo intorno squarci di ombre e di sogno.

La foto mi richiama alla mente l'incipit di un meraviglioso e celebre racconto di Dino Buzzati intitolato "Inviti superflui". Lo scrittore vi descrive le stagioni di una storia d'amore forse finita, i tratti di un ricordo che, se pure in lui vive ancora intenso, non trova però il medesimo riscontro nella donna amata. Ma al di là della vicenda venata di una vaga amarezza che nel racconto possiamo poi intuire, qui mi basta riportare solo il brano d'inizio per la sua suggestione onirica, i suoi accenti di toccante poesia e la sua atmosfera da fiaba: 

"Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento." 

Al di là della solitudine delle strade buie e gelate, le parole di Buzzati sono ricche di grande calore mentre disegnano i tratti di una tana protettiva in cui trovare rifugio sull'onda dei ricordi. Ci riportano infatti a un mondo lontano nel tempo e forse anche nello spazio, un mondo misterioso e fatato come quello dei bambini che tutti siamo stati: una suggestione nella quale ritrovare la parte più segreta di noi stessi lasciando che affiori con antico stupore.
Ma l'espressione più magica del brano mi pare quell' insieme senza saperlo che lo
scrittore torna a ripetere quasi esistesse una bellezza, un paradiso terrestre, una favola che tutti abbiamo vissuto e poi dimenticato, una sorta di archetipo che ci portiamo dentro e che ricompare ogni tanto qua e là, per improvvisi sprazzi di luce. Segno di una vita che tesse trame segrete spesso al di là della nostra fantasia e che solo chi ha l'animo di poeta - come in questo caso Buzzati - sa cogliere e rivelare.

Mi fermo qui. Mi piace arrivare a fine anno così, senza clamore, ma con questa immagine ricca di intimità e di un calore ancora natalizio. Del resto, quante cose può evocare una semplice foto invernale con gli abeti carichi di neve, il cielo che si tinge di rosa, il buio e il silenzio...
Allora, insieme agli auguri per il tempo che verrà, vi regalo un brano di Arcangelo Corelli (1653 - 1713)
: il mirabile "Adagio - Allegro - Adagio" del Concerto grosso op.6 n.8 "Per la notte di Natale". Si tratta di un pezzo che - a dire il vero - ho già pubblicato nientemeno che undici anni fa...ma trovo che il suo splendore si armonizzi bene sia con la foto del paesaggio innevato che con le magiche parole del racconto di Buzzati.
Come si vede dall'indicazione, tre sono le sezioni in cui si articola questo
movimento del Concerto: la prima e la terza simili nella loro lenta e struggente dolcezza, mentre quella centrale è più vivace e animata sul piano ritmico, quasi preannunziasse una trepida gioia da gustare poi in soavissima quiete.

Buon ascolto e Buon Anno! 

 

domenica 25 dicembre 2022

Buon Natale!!!

 

 

 















 

 

 

Hans Memling (1430 - 1494) : "La Natività" - Colonia, Wallraf Richartz Museum.

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750) : "Oratorio di Natale BWV 248" - "Sinfonia".

martedì 20 dicembre 2022

Piccole storie di fiori

Vi ricordate la mia azalea, inclito dono del consorte per il mio compleanno?
Ne avevo scritto qui mesi fa, parlando
del mio impegno per farla sopravvivere una volta sfiorita, spostandola di stanza in stanza o di balcone in balcone per darle temperatura e luce giusta ad ogni ora.

Insomma, grata per la mia costante attenzione, la pianta è sopravvissuta, superando per di più un'estate non facile. Ammetto che a questo avrà contribuito anche la musica di Rossini -  il "Passo a sei" dal Guglielmo Tell - che a suo tempo le avevo dedicato. Ma le mie cure, insieme a quelle della vicina di casa alla quale l'avevo affidata durante le vacanze, sono state fondamentali.

Bene. Iniziato settembre e ricollocata in mansarda, la pianta, per quanto rigogliosa, non ha dato luogo ad altre fioriture, ma neppure ha iniziato a perdere le foglie o ad appassire. È rimasta per mesi sotto la finestra più luminosa della stanza in una situazione di apparente stand by, impassibile.
Di solito, è mio marito a bagnare i fiori sistemati lì; a volte però, se
le sue innaffiature mi sembrano scarse, intervengo io con una razione in più, col risultato che - dopo un po' - abbiamo dovuto accordarci per evitare che la pianta rischiasse di annegare per eccesso di cure.
A dire il vero però, l'azalea non ne ha risentito. È rimasta sempre uguale a se
stessa, oserei dire ingessata in una sorta di letargo, se non temessi di offenderla. Ogni tanto mi chiedevo quando si sarebbe risvegliata, ma pensavo che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato a primavera.

Invece, a dicembre inoltrato, è accaduto il prodigio.
Un giorno, nel mio consueto andirivieni, passandole accanto ho notato piccoli
getti, minuscoli germogli chiari un po' ovunque due dei quali, già semiaperti, andavano colorandosi di rosa...Potete immaginare la mia sorpresa: l'azalea mi sta rifiorendo in pieno inverno! Proprio per Natale! Evviva!
Subito una vocetta interiore mi ha ricordato che Natale non cade in pieno inverno
non siamo neanche al solstizio, ma non ho lasciato che il mio entusiasmo sfumasse per così poco perchè Natale e l'inverno non sono semplici date sul calendario, ma tempi del cuore, e se la mia piantina si è risvegliata ora è stato proprio per farmi un regalo.

Naturalmente ho dato il lieto annunzio ai quattro venti sentendomi un po' come mia mamma quando comunicava festante alle amiche che le era fiorita la clivia. Poi, per capirci qualcosa, sono andata a consultare i sacri testi di giardinaggio e la scoperta eclatante è stata che, nel nostro modo di curarla, avevamo sbagliato tutto: temperatura, innaffiature, posizione ed esposizione, tutto! Doveva stare lontana da fonti di calore e invece era accanto a un termosifone, non doveva prendere sole diretto e dalla finestra più vicina al mattino entrava proprio il sole: insomma, peggio di così...
Ma è rifiorita ugualmente!!! Eccola nella foto, è proprio lei! E oltre ai due già
aperti, ci sono tanti altri fiorellini in boccio: li vedete, vero???

Bene. Da questa piccola storia potrei forse trarre una morale natalizia secondo la quale non dovremmo mai abbandonare la speranza anche quando una situazione sembra difficile e magari ci capita pure di sbagliare.
Gli antichi Greci, per concludere, avrebbero scritto "o μύθος δελοι οτι..." : la favola
insegna che...Solo che questa non è una favola, ma una storia vera, piccola come le tante storie quotidiane che ci accadono o ci passano accanto. Allora lascio che a ricavarne un senso sia chi legge, ognuno a suo modo come meglio crede.

Io mi limito ad aggiungere la musica con un brano che, alla fine di un anno così travagliato, possa suonare rasserenante a somiglianza di una fioritura inattesa e al tempo stesso ci introduca alle festività natalizie.
Si tratta del "Preludio" che apre il celebre "Oratorio di Natale op.12" di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921)
, pezzo che, nelle intenzioni del compositore, ha il suo riferimento ideale in Bach e nel suo stile. È infatti una pastorale col tempo di 12/8 che, per certi aspetti, può ricordare la "Sinfonia" dell'Oratorio di Natale bachiano che mi riservo di pubblicare qui tra non molto.
Tuttavia, la morbidezza e il timbro orchestrale ravvisabili in questo Preludio e soprattutto nei
movimenti successivi, hanno già quell'afflato romantico tipico del periodo in cui Saint-Saëns scrive. Ce lo suggerisce l'introduzione iniziale dell'organo che ci fa immaginare anche l'eco di una zampogna, seguita  dall'attacco degli archi con la sua mirabile apertura.
Un brano ricco di serenità e una punta di malinconia, dove il disegno ritmico del tema, con le sue ripetizioni, è simile a una soave ninna nanna.

Buon ascolto!

 

martedì 13 dicembre 2022

Stanze - 12

E. Hopper (1882 - 1967) "Stanze sul mare" Yale University Art Gallery, New Heaven.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Giunta alla fine della carrellata di stanze che ha caratterizzato alcune mie scelte di quest'anno, per la dodicesima lascio la parola a un grande. 
Si tratta del Maestro Ezio Bosso (1971 - 2020), del quale riporto alcune considerazioni di vita vissuta, talora anche crude nella loro verità, che offro a chi legge insieme alle note di un brano tratto dal primo album di pianoforte solo del compositore, intitolato "The 12th Room".
 
“Si dice che la vita sia composta da 12 stanze. 12 stanze in cui lasceremo qualcosa di noi, che ci ricorderanno. 12 le stanze che ricorderemo quando saremo arrivati all’ultima. Nessuno può ricordare la prima stanza dove è stato, ma pare che questo accada nell’ultima che raggiungeremo. 
Stanza significa fermarsi, ma significa anche affermarsi. La "libertà che riprende stanza" è un modo dire. Quando abbiamo trovato finalmente un posto dove fermarci abbiamo inventato le stanze. E gli abbiamo dato nomi, numeri e significati. La stanza dei giochi. La stanza della musica. Le stanze della memoria. Sono infinite le stanze. Ma non ci pensiamo mai. Sono così comuni nella nostra vita che le releghiamo ad essere vane chiamandole vani. Poi ci sono le stanze con un carattere. Le stanze della gioia o del dolore. E stanze in cui rifugiarsi e quelle in cui recludersi. Per ogni stanza che percorriamo apriremo una porta che ci porterà dentro e fuori da esse. Le stanze sono vuote o piene e siamo noi a deciderlo. Come se le nutrissimo.

Ho dovuto percorre stanze immaginarie, per necessità. Perché nella mia vita ho dei momenti in cui entro in una stanza che non mi è molto simpatica detto sinceramente. E’ una stanza in cui mi ritrovo bloccato per lunghi periodi, una stanza che diventa buia, piccolissima eppure immensa e impossibile da percorrere. Nei periodi in cui sono lì ho dei momenti dove mi sembra che non ne uscirò mai. A volte si trova in un ospedale a volte a casa ma diventa sempre la stessa stanza. E’ una stanza talmente buia che anche gli affetti fanno fatica ad entrarci. Lo avverto, me lo hanno detto.
Ma anche lei mi ha regalato qualcosa, mi ha incuriosito, mi ha ricordato la mia
fortuna. Mi
ha fatto giocare con lei, mi ha fatto cercare il significato di stanza, mi ha fatto incontrare storie di stanze. E delle stanze dentro al lavoro degli uomini. Che ne condizionano le scelte o ispirano loro malgrado. Quasi tutte le creazioni dell’uomo avvengono in una stanza. Che la vita quindi non è un tempo ma uno spazio. Infinito. E mi ha fatto ridisegnare il concetto di stanza. 

La mia stanza antipatica mi ha insegnato che Chopin scrisse i suoi Preludi dopo che avevano bruciato la sua stanza a Mallorca, che Cage compose stanze, che Bach fu il primo compositore ufficiale di stanze. Lo sapevate che le canzoni prima si chiamavano stanze? Si, perché la stanza è anche una poesia. E poi che Orfeo entrò nelle stanze infernali per fare il patto, che Rachmaninov si chiuse in una stanza e ne uscì suonando un brano di Sgambati su Orfeo e altro ancora. E così ho imparato a inventare stanze da percorrere e mi ha dato la possibilità di scrivere queste 12 stanze nascoste, di costruirle. Mi ha fatto diventare oltre che compositore meteorologo, compositore pneumologo o compositore oceanografo anche un compositore carpentiere”.

Spazi concreti dunque quelli di Bosso, legati ai vari momenti della sua vita, ma al tempo stesso fonti di ispirazione, sogni che salvano, luoghi dell'anima che qui mi piace associare al celebre dipinto di Edward Hopper (1882 - 1967) intitolato "Stanze sul mare".
L'immagine rappresentata è interno ed esterno insieme, ma non vediamo
compiutamente nè l'uno, nè l'altro, presi da quella parete chiara dall'ombra obliqua che funge da elemento di passaggio: una geometria di linee e piani aperti verso uno spazio più ampio, che tuttavia per certi aspetti mi pare inverosimile. I biografi dell'artista dicono che si tratti del panorama che il pittore aveva dal suo studio...Ma l'apertura che sovrasta le onde un po' increspate di quel blu tipico del mare aperto, fa quasi immaginare che non ci si trovi in una casa ma in viaggio su di una nave.
Per questo, più che uno spazio concreto, il dipinto mi sembra rappresenti un luogo dell'anima dove - se pure le stanze sono soleggiate - il vuoto e la solitudine,
accentuati da linee di cui non vediamo la fine, comunicano una sensazione straniante. E il fatto che non vi siano figure umane m'induce a pensare che protagonista sia proprio chi guarda, condividendo la condizione esistenziale che l'immagine suggerisce: l'attesa di un passaggio da un interno a un esterno, e la presenza di un varco che oltrepassi il limite tra realtà e sogno, finito e infinito.

Proprio sulla suggestione che il dipinto mi offre, per passare alla musica ho scelto il brano di Ezio Bosso che apre l'album "The 12th Room" e che mi sembra significativo perchè ci conduce fuori dalla stanza. S'intitola infatti "Following a Bird" (Out the Room).
Qui il compositore si fa anima libera seguendo il volo di un uccello,
dal primo timido battito d'ali fino a quando si dispiega in alto con sicurezza.
A tradurre questo movimento in note è un suono prima sommesso,
luminoso, straordinariamente puro, che ora si carica di energia e ora sfuma in alcuni splendidi pianissimo, poi sempre più martellante e concitato fino a quando sembra di nuovo dissolversi.
Sono pause, dissonanze e ripetizioni che disegnano un percorso, una sorta di parabola
musicale di un'anima che prende il volo. È la sensazione di libertà sconfinata di chi dal chiuso di una stanza esce all'aperto, simile alla suggestione del mare dipinto da Hopper. Ma insieme a questa, è la straniante percezione di ignoto che qui ci comunica la tonalità di re minore e che Bosso fa risuonare ancora più intensa nella Sinfonia n.1 "Oceans".

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)


mercoledì 7 dicembre 2022

Johannes è un bravo ragazzo...

Era in paziente lista di attesa da parecchi giorni il brano di oggi, perchè cercavo il momento più propizio per riascoltarlo con calma, lasciandomi pervadere da tutta la sua suggestione.
A dire il vero dovrei parlare al plurale
perchè, benchè presi dalla stessa composizione, in realtà i brani sono due: il primo e l'ultimo movimento delle "Variazioni su di un tema di Haydn op.56a" di Johannes Brahms (1833 - 1897).

Mi hanno sempre affascinato i temi con variazioni e ne ho già parlato parecchi anni fa proprio qui, ragion per cui non mi dilungo. Mi limito però a ricordare che i vari autori sono partiti talora da spunti musicali anche molto semplici, riuscendo a sviscerarne ogni possibilità melodica, ritmica o timbrica, facendone affiorare dimensioni nascoste o esasperandone altre alla luce di una sensibilità nuova o di un contesto culturale differente.

Numerosi sono i musicisti che hanno scritto variazioni su opere di altri autori e lo stesso Brahms ne ha composte diverse anche su temi di Haendel, Schumann e Paganini. Del pezzo di oggi ho scelto di non riportare l'intera successione dei movimenti - che potete invece trovare in questo link - ma come scrivevo sopra, solo il primo e l'ultimo, la partenza e l'arrivo, semplice l'una, grandioso e complesso l'altro com' è tipico di tanta musica di Brahms.

Il primo è la riproposizione di un antico tema conosciuto come "Corale di Sant'Antonio", secondo tempo di un "Divertimento in Si bemolle maggiore" attribuito ad Haydn ma forse dell'allievo ignaz Pleyel o di autore proprio ignoto. In effetti all'epoca il nome di Haydn, già celebre, veniva talora riportato dagli editori anche su partiture non sue, perchè le vendite fossero assicurate.
La melodia originaria per strumenti a fiato, semplice ma cadenzata e solenne, può
ricordare un canto di pellegrini in processione e ci c'introduce in un'atmosfera di sacralità. Brahms la rielabora facendone in un primo momento un pezzo per due pianoforti e successivamente un brano per orchestra, ampliando l'organico del Corale e aggiungendo gli archi. Nelle otto variazioni, il compositore dà inoltre prova della propria abilità nell'usare forme del passato come il contrappunto o il siciliano che troviamo - solo per fare qualche esempio - in Bach e in Mozart.

Il Finale che poi vi propongo è un Andante che, nonostante si apra su toni lenti e intensi, sale subito verso un culmine di straordinaria grandiosità, preludio all'ampio respiro delle Sinfonie che Brahms comporrà di lì a poco.
Il tema vi affiora prima con i fiati e poi esplode gioioso e potente con l'intera
orchestra, aprendo l'originario Corale ad una maestosità nuova: dall'antica semplicità ad una costruzione davvero imponente, dove dolcezza ed energia si fondono in una sorta di oceano sconfinato. Bellissimo.

Ma il motivo per cui questa composizione mi ha colpito è anche un altro. Ascoltando e riascoltando il primo brano, la melodia mi suggerisce alcuni riferimenti che probabilmente molti di voi avranno già colto. A parte qualche passaggio intermedio che qua e là riecheggia la Marcia nuziale di Mendelssohn, il tema principale mi rimanda al celebre  "Sanctus"  della "Deutsche Messe D872" di Schubert, e poi alla parte conclusiva del poema sinfonico "Les préludes" di Liszt (il tema d'amore, qui a partire da 12.10 dall'inizio del video). Ma non manca Beethoven con il brano orchestrale intitolato "La vittoria di Wellington"  (in particolare la Marcia Marlborough a 1.53 dall'inizio).

Certo, modi differenti di coniugare un tema dettati dal contesto più romantico o più marziale, dal genere di composizione sacra o profana e dalla sensibilità del musicista. Somiglianze che a volte ritroviamo nella vera e propria melodia, altre volte nell'impianto accordale. Ma non è finita qui.
Tutti questi pezzi me ne ricordano un altro, una sorta di ritornello divenuto celebre in
varie lingue. Se vi dico che l'avrete sentito in alcuni filmetti americani canticchiato alle feste di compleanno - "Perchè è un bravo ragazzo, perchè è un bravo ragazzo..." - lo ricorderete subito, ma penserete anche che in questo momento Johannes Brahms si stia rivoltando nella tomba.

E invece io dico di no perchè la canzoncina - che non riporto, tanto la sapete - è tutt'altro che americana. Nasce in Europa nientemeno che agli inizi del Settecento o forse ancor prima da un antico ritornello. In origine ne esistevano due versioni, una francese e una inglese che, sia pure in modi differenti, facevano riferimento al duca di Malborough - il bravo ragazzo, appunto - e alle sue imprese militari. Ma ben presto è diventata un motivetto molto popolare che ha poi girato il mondo e al quale talora sono state adattate parole diverse.
Ebbene, che non sia questo ritornello - coniugato ora in ambito sacro, ora profano - il vero
tema all'origine delle musiche che vi ho proposto oggi???

Lascio l'interrogativo in sospeso, con buona pace di Johannes Brahms. Intanto godetevi i due pezzi riportati e, se aprite il link con il brano completo, non lasciatevi sfuggire la Variazione n.7 ("Grazioso"), dal dolcissimo ritmo di siciliano. Il nostro amico Johannes - bravo ragazzo anche lui - sarà contento.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

 

mercoledì 30 novembre 2022

Modernità di un ritratto

Leggo sul web la notizia che a Milano, all'ultimo piano della Torre PwC nel quartiere CityLife, è stato esposto al pubblico - e lo sarà ancora nei prossimi giorni - un celebre dipinto di Sandro Botticelli (1445 - 1510) : il "Ritratto di Giuliano de' Medici", proveniente dall'Accademia Carrara di Bergamo.
La mostra, intitolata appunto "Sguardi dalla Torre - Botticelli", consente di ammirare il capolavoro rinascimentale inserito qui in una cornice di arte contemporanea com' è appunto il grattacielo progettato da Daniel Libeskind.
Non so se potrò
visitarla, ma colgo l'occasione per soffermarmi su di un ritratto che ha spesso attirato la mia attenzione per la sua straordinaria modernità. 

Il dipinto è stato realizzato tra il 1478 e il 1480, probabilmente dopo la morte di Giuliano de' Medici ucciso nel corso della Congiura dei Pazzi e, oltre a questa, ne esistono altre due versioni in parte differenti e di incerta attribuzione, conservate l'una a Berlino e l'altra a Washington.
A colpirmi è la grande semplicità dell'opera che vedete, nitida e già moderna per
la sua epoca nel tratto disadorno e sottile, nelle ordinate campiture di colore e nella sua essenzialità spoglia ma elegantissima, capace di cogliere l'interiorità del protagonista rendendola viva.
Botticelli vi ha raffigurato Giuliano leggermente di tre quarti, gli occhi bassi
dall'espressione un po' altera o forse triste e pensosa, come di persona compresa in se stessa. Il suo capo è stagliato sul fondo azzurrino di un'apertura squadrata totalmente priva di ornamenti, dalla quale non si scorge alcun segno di paesaggio; altrettanto spoglio e severo è l'abbigliamento dell'uomo, una sorta di guarnacca rosso scuro fitta di pieghe che ritroviamo anche nelle opere del Mantegna e di Antonello da Messina.

Il dipinto, infatti, per alcuni caratteri iconografici, può ricordare certa ritrattistica coeva, ma qui mi pare che il Botticelli, rispetto ai suoi contemporanei, esalti maggiormente i valori di superficie, tanto che la testa di Giuliano sembra quasi intarsiata sullo sfondo. Inoltre, la linea che individua il profilo e i capelli ha un che di nervoso, una sorta di sinuosità angolosa, se mi si passa quest'espressione un po' contraddittoria. Ma ciò non turba l'aura dignitosa e solenne del ritratto.

Una rappresentazione di rara efficacia che non sarei lontana dal pensare possa aver ispirato anche artisti del Novecento.
Mi rendo conto che il mio è un riferimento azzardato, ma
ogni volta che vedo la bellissima "Maternità" realizzata da Gino Severini nel 1916 riportata qui a lato, non riesco a non pensare che, per qualche aspetto, l'artista possa essersi ispirato proprio al ritratto del Botticelli.
Il riferimento potrebbe non essere frutto di una chiara
consapevolezza da parte di Severini, ma solo un ricordo emerso dal passato, cultura che un giorno si è sedimentata in lui per tornar poi a rifiorire liberamente.
Qui, infatti, il tratto è più morbido, ricco di
plasticismo e di luce, così come differente è l'espressione nel viso della donna. Tuttavia, la linea nitida e pulita, lo sfondo spoglio e la scura chioma di capelli mi suggeriscono tale richiamo testimoniando - tra l'altro - il ritorno dell'artista alla tradizione figurativa del passato dopo l'adesione al Futurismo.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che alla severa compostezza del dipinto del Botticelli unisse l'aura morbida del quadro di Severini, rispecchiando l' eleganza di entrambe le opere, la prima giocata sul prevalere del linearismo, l'altra su forme più plastiche.
Così ho scelto la "Romanza n.1 in Sol Maggiore op.40 per violino e orchestra" di
Ludwig van Beethoven, scritta ai primi dell'Ottocento e spesso eseguita in coppia con quella in Fa Maggiore op.50, forse un po' più famosa per i numerosi arrangiamenti.
Questa in sol - tra le due la mia preferita - è un Andante dal ritmo
lento e solenne dove protagonista è subito il violino con una melodia semplice di grande cantabilità cui l'orchestra conferisce poi maggiore ampiezza e intenso spessore. Ma nel corso delle successive riprese, il tema si anima attraverso una sempre più ricca fioritura di note da parte dello strumento solista.
Una fioritura delicatamente sinuosa, ora più serena, ora più acuta e struggente, che nel finale si stempera in un largo respiro di pace.

Buon ascolto! 

(Le foto sono prese dal web)

martedì 22 novembre 2022

Un "Benedictus" per Santa Cecilia

Arrivo puntuale, quest'anno, a celebrare Santa Cecilia nel giorno preciso in cui ricorre la sua festa, e lo faccio prima di tutto con un dipinto di Bernardo Daddi (1290 - 1348).
Si tratta di un pittore fiorentino seguace di Giotto, ma non lontano dalla raffinatezza degli artisti di scuola senese, per l'uso del colore e una cura più dettagliata dei tratti.

L'immagine della Santa che vedete qui in un particolare, faceva parte del "Polittico del Carmine" realizzato dall'artista nella prima metà del Quattrocento, poi nel corso dei secoli smembrato, e ricomposto solo nel 2009 ad opera del Museo Diocesano di Milano dove è conservato. 

Daddi vi raffigura Cecilia con la palma del martirio, ma non ancora con gli strumenti musicali ai quali è stata poi tradizionalmente associata a partire dal tardo Medioevo. È d'allora infatti che la Santa è considerata protettrice della musica e di coloro che vi si dedicano, forse per il significato del testo latino dell'antifona d'ingresso nella Messa a lei dedicata ("Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat ..."), testo peraltro di controversa interpretazione e sul quale non sto a dilungarmi.
Ma se anche in questo dipinto non compaiono strumenti musicali o cori angelici,
l'immagine mi colpisce ugualmente per la sua soavità. Un lieve sorriso aleggia sul viso della Santa e raffinato è il ricamo sulla scollatura dell'abito, così come il serto di fiori che ferma i capelli. A questo si aggiunge la ricca aureola che spicca sul fondo oro della tavola a impreziosirla ulteriormente.

A Cecilia dedico allora un brano di altrettanta soavità, che è stato per me un vero e proprio amore al primo ascolto.
Si tratta del "Benedictus" dalla "Messe solennelle de Sainte Cécile CG 56" di
Charles Gounod (1818 - 1893), compositore famoso per la ricchissima produzione di carattere religioso, ma non solo. Spazia infatti dalla musica sacra - nell'ambito della quale spiccano la celeberrima "Ave Maria" e la "Marcia pontificale" divenuta Inno nazionale della Città del Vaticano - fino all'opera lirica: e chi non ricorda le meravigliose melodie del suo "Faust" ?
A questo si aggiungono svariate composizioni per voce e pianoforte o per
orchestra: arie ora delicate, ora solenni, ma anche intensamente romantiche a somiglianza di tanta musica francese dell'Ottocento.
Ma non manca neppure un brano di tono un po' grottesco e caricaturale come la
"Marcia funebre per una marionetta" divenuta poi sigla dei telefilm di Hitchcock di tanti anni fa. I meno giovani la ricorderanno senz'altro. Ebbene sì, è proprio Gounod e la potete risentire qui.

Col pezzo di oggi torniamo invece in un'atmosfera soffusa di delicatezza e di solennità. Incantevole la voce solista e suggestivo il coro che interviene poi in modo dolcemente sommesso: l'indicazione di dinamica della partitura è infatti un pianissimo molto morbido che - a mio avviso - conferisce al canto una bellezza da brividi soprattutto a poche battute dall'inizio, quando dalla tonalità di Si bemolle maggiore si passa sulla dominante.
Ma il brano mi ha preso subito anche per una sensazione che vi avverto qua e là sia pure in modo impercettibile. È 
un'aura che ritrovo nel particolare timbro di certi passaggi polifonici della seconda parte, tesi più a suggerire che a dire esplicitamente e che - nonostante Gounod operi in un contesto diverso - mi riportano alla suggestione di alcuni canti ortodossi.
Ad essi mi riconduce anche l'Osanna finale del brano: una fortissima esplosione di
voci che, se da un lato contrasta col tono del coro prima così pacato, dall'altro mi rimanda al finale dell'Inno dei Cherubini di Bortniansky strutturato allo stesso modo.

Non so se Santa Cecilia concorderà... ma spero che - dall'alto del Paradiso dei musicisti dove è certo in lieta conversazione anche con Gounod - accetti questo piccolo omaggio.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

lunedì 14 novembre 2022

Stanze - 11


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è la prima volta che mi lascio affascinare dai dipinti del danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935). Ne ho già parlato infatti qualche tempo fa, in due post nei quali riportavo alcune opere dove l'artista ha raffigurato le stanze della propria casa, per anni oggetto privilegiato della sua attenzione, e che - se volete - potere ritrovare qui e ancora qui.  

Si tratta di ambienti tranquilli, dall'atmosfera sempre pacata sia che si trovino in piena luce che in penombra; arredi che possiamo riconoscere di volta in volta: dal lucido legno dei mobili ai vasi di fiori o alle porcellane; dai quadri alle pareti fino al candore di un tovaglia o alla tastiera di una spinetta.
Ambienti in cui è riposante entrare anche
solo con la fantasia, per sostarvi immersi nella lettura di un libro o intenti ad un lavoro di cucito, magari nella luce dorata del primo pomeriggio, nell'ora in cui i pensieri si dipanano senza affanno e il silenzio intorno è un'aura di pace.
Sono proprio "Visioni di
assorta tranquillità" quelle di Holsoe, come recita il titolo di uno dei miei vecchi articoli, e per questo non ho resistito al desiderio di parlarne ancora, anche se - naturalmente - ho scelto dipinti diversi rispetto al passato. 

Certo, lo stile e l'atmosfera complessiva delle stanze nelle quali ci muoviamo non cambiano, e così pure i mobili e le tante nature morte raffigurate qua e là sulle quali mi sono già soffermata a suo tempo; tuttavia ci sono altri caratteri ricorrenti che mi piace sottolineare.
Quali?
La luce prim
a di tutto, poi le finestre, i colori nelle loro sfumature e il modo in cui gli ambienti sono inquadrati.

Dolcissima quella luce che inonda le varie stanze scendendo a fiotti, riflettendosi sul pavimento e illuminando senza ferire lo sguardo ogni angolo della casa. Forse luce del mattino nei dipinti in cui è più nitida e trasparente; o del pomeriggio dove ci appare lievemente più calda.
Ma probabilmente anche luce del tramonto, nella suggestiva immagine che vedete qui a lato, dove i raggi del sole disegnano riquadri sul muro creando un'atmosfera di profonda intimità.

Bellissime, poi, le finestre chiare, presenti in
parecchi quadri e tutte molto simili nel loro garbato stile inglese. Oltre al tocco di grazia dei vasetti sui davanzali, vi traspare la vegetazione esterna con tratti talora appena accennati e sfumati da luminose pennellate a olio. Proprio la luce, infatti, dà rilievo e corpo alle sfumature di colore e anche se, in alcune opere, ci sono contrasti tra il chiaro e lo scuro dei mobili e dell'abito della donna, la tonalità di fondo è spesso quella di un beige luminoso, ora più caldo, ora più rosato.
In certe immagini poi, sembra quasi che Holsøe abbia giocato ad accostare varie gradazioni di bianco e di beige per farne risaltare tutte le somiglianze, ma anche le differenze dovute ai diversi materiali, quasi dovesse realizzare una sorta di pezzo di bravura sull'uso del colore.
Osserviamo, per esempio, il particolare del
dipinto qui a lato: "Interno con donna al tavolo".
Vi troviamo, l'uno accanto all'altro, il chiaro della tovaglia
e quello della porcellana, delle tende, dei fiori, delle cornici di porte e finestre: materiali diversi che - oserei dire - prendono rilievo e leggiadrìa proprio da tali accostamenti. Basta osservare come la maestria del pittore - pur nella patina un po' sfumata con cui rappresenta gli oggetti - riesce a rendere con efficace realismo la differente consistenza dei tessuti della tovaglia e delle tende: più compatto il primo, più impalpabile e leggero il secondo.

Ma trovo affascinante e singolare anche il modo in cui Holsøe ha inquadrato alcune stanze, cogliendo talora solo piccoli scorci e insieme aprendo prospettive verso altri spazi della casa.
Come osservavo in passato, si tratta di uno
schema iconografico ricorrente che potete vedere in questo particolare così luminoso qui a lato, nel quale semplicità e raffinatezza si coniugano meravigliosamente.

Ne è un chiaro esempio anche il dipinto nella foto grande in alto, intitolato semplicemente "Interno".
È la rappresentazione di un'intera stanza?
No, il punto in cui la muratura e le direttrici prospettiche
convergono è solo un angolo, sia pure anch'esso arredato con un tavolino, quadri e soprammobili. Tuttavia non  si tratta di uno spazio in sè completo, ma di un luogo di passaggio in cui la nostra attenzione è attirata dalle finestre e dalla porta aperta.
E sempre di passaggio è la stanzetta che si apre a sinistra, col soffitto più basso e la finestra più piccola: forse un pianerottolo o un disimpegno, ma ricco di una grazia che il pittore non manca di sottolineare: basta guardare come ha rappresentato le tendine raccolte in lieve trina di festoni.

Incantevole anche lo spazio che si dilata in nuove prospettive all'interno della casa, nel dipinto riportato qui accanto e intitolato "Lettura. La moglie del pittore". Dopo quella in primo piano, Holsøe vi individua infatti almeno altre due stanze, mostrando con tale iconografia non solo un'attenzione al mondo reale, ma anche la conoscenza della pittura olandese del Seicento, a cominciare dalle opere di Pieter De Hooch.

Mi fermo qui, anche se gli esempi - in apparenza simili, ma in realtà sempre diversi - si potrebbero moltiplicare attingendo alla ricca produzione di questo splendido artista. Ma lascio a chi legge, se vorrà, la gioia di approfondirne la conoscenza.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che potesse rispecchiare l'atmosfera pacata di tali stanze, insieme alla dolcezza dei riflessi del sole sulle tende o al tocco della luce sui vari arredi: così, sono tornata al mio amato Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Quello che vi propongo è il terzo tempo - "Adagio" - dal "Quartetto per archi in fa minore op.20, n.5".
Siamo nel 1772, il compositore ha 40 anni e i
suoi Quartetti op.20, se da un lato riprendono forme care alla musica barocca come - per esempio - la fuga, dall'altro si staccano dal tono talora troppo salottiero e galante che caratterizzava certa musica d'intrattenimento per dar luogo invece a melodie di più intenso spessore.
Lo dimostra questo pezzo: un siciliano che
ci accompagna con dolcezza nel suo ritmo ternario di 6/8. Qui, i due violini si sovrappongono e s'intrecciano in un delicatissimo dialogo, l'uno enunciando il tema e l'altro impreziosendolo di virtuosistiche variazioni.
Ne deriva una melodia riposante, pensosa e ricca di
suggestione a somiglianza delle luci ed ombre delle stanze di Holsøe.

Buon ascolto!

(I dipinti qui riportati, conservati in collezioni private, nell'ordine s'intitolano: "Interno" - "Alla finestra del soggiorno" - "Sole in salotto" - "Interno con giovane donna che legge in una stanza illuminata dal sole" - "Interno con donna al tavolo" - "Lettura.La moglie del pittore" - "Aspettando alla finestra" - "Ragazza che legge accanto a una finestra aperta")

(Le foto sono prese dal web) 

domenica 6 novembre 2022

Per gentile concessione

C'è talora, nella vita di tanti se non di tutti, un' alternanza tra periodi fecondi di idee, progetti o iniziative, e altri nei quali, invece, nessuno spunto sembra adatto all'umore, alle circostanze e niente ci tocca tanto per cui valga la pena dedicarvi attenzione.

Ma capitano anche momenti in cui idee e iniziative sono così numerose e ricche di attrattiva che, proprio per questo, ogni decisione si fa difficile e l'imbarazzo della scelta ci può bloccare.

È quello che, a volte, accade a me con questo blog.
Certo, il campo della musica è vastissimo e anche andassi avanti cent'anni, non mancherebbe mai un brano da condividere. Tuttavia, non basta che un pezzo di per sè sia bello: essenziale infatti nella mia scelta è che arrivi a toccarmi, a suscitarmi uno scatto di entusiasmo, di gioia, di commozione, che mi parli, altrimenti scrivere qui sarebbe semplice e asettica informazione, e non è questo che m'interessa.
Se infatti la bellezza della melodia o dell'impianto armonico di certe musiche è un dato
oggettivamente incontestabile, perchè esse diventino davvero comunicative e prendano a vivere occorre un fruitore che, con la sua ricettività, ne completi la ricchezza attraverso una corrispondenza del cuore. E del resto, ogni autentica operazione culturale nasce sempre da un incontro.

Tutto questo discorsino per dire che sto attraversando un periodo in cui - grazie al cielo - le musiche che mi parlano, che sto scoprendo o riscoprendo, sono tante. Ma talora sono forse anche troppe e si affollano nella mia testa in turbolenta lista di attesa. Eh sì! Vi immaginate avere tutte le mattine dietro la porta del blog Haendel, Haydn, Bach, Mozart, poi Pietro Antonio Locatelli - violinista barocco tornato a sorridermi dalla mia giovinezza - poi Brahms che in questo periodo sto adorando e altri ancora? Tutti si affannano a bussare col desiderio inquieto di essere pubblicati, adducendo ragioni che ascolto e approvo, ma poi non so decidermi e rimango nell'incertezza.

Così ieri, dopo aver ascoltato per l'ennesima volta quartetti e suites, intermezzi e variazioni su questo e su quello, ho deciso di prendermi una pausa di distrazione e ho acceso la TV. C'erano i cartoni ed è stato lì che, rivedendo per l'ennesima volta e con immensa goduria le avventure di Tom & Jerry, mi ha folgorato un'idea: e se invece dedicassi il prossimo post alle colonne sonore dei cartoni???...Eh???
Dite che i miei amici musicisti si offenderebbero e mi toglierebbero quel saluto mattutino per cui, appena sveglia, mi parte dentro
uno dei loro brani?
Il fatto è che, di pensiero in pensiero e di cartone in cartone, mi sono persa
per mezza giornata ad ascoltare sigle varie, rimembrando i bei tempi passati e incantandomi - tra l'altro - sul tema della Pantera rosa, col suo ritmo un po' dinoccolato e l'accattivante assolo di sassofono tenore che certo ricordate.

E allora, direte voi, alla fine cosa hai deciso? Alla fine ho dovuto chiedere l'autorizzazione ai miei musicisti che, dopo lungo e acceso dibattito dietro la porta del blog, sono pervenuti a una soluzione di compromesso: niente sigle dei cartoni, ma - per gentile concessione - un brano classico che, volendo, vi si possa anche adattare. Del resto la cosa non sarebbe nuova: basti pensare alla colonna sonora della celebre "Fantasia" di Walt Disney, ma anche alla rapsodia di Liszt nel famoso concerto di Tom & Jerry.

Già! Francamente, di primo acchito ci sono rimasta male, ma non mi sono tirata indietro e ho deciso che se la loro era una sfida, dovevo accettarla. Così, ecco la musica di oggi.
Si tratta di un pezzo di Carl Czerny (1791 - 1857), pianista e
compositore austriaco, ma ricordato soprattutto come didatta della musica. I suoi testi, ricchi di esercizi per sciogliere le mani ed acquisire velocità e destrezza, sono stati croce e delizia di generazioni di pianisti. Non si tratta però di studi noiosi come si potrebbe pensare: non dico tutti, ma parecchi, unendo le esigenze della tecnica pianistica a melodie e ritmi ricchi di inventiva, diventano piacevoli composizioni.

Quello che ho scelto è il penultimo esercizio, "Vivace in Sol maggiore n.49", tratto da "L'arte di rendere agili le dita. 50 studi brillanti per pianoforte op.740". Il brano si compone di tre sezioni: la prima e la terza molto simili, secche e vivaci, mentre quella centrale ha un andamento più morbido e ammiccante. Ma al di là di queste differenze, tutto il pezzo è costruito su di un susseguirsi di ottave, fulcro della difficoltà da superare, mentre il tema si dipana alternativamente prima sulla mano sinistra e poi sulla destra. 

Perchè l'ho scelto? Perchè la velocità e la vivacità inarrestabile di queste note mi sembrano adatte alla contagiosa allegria dei miei cartoni e spero che, in alto loco, i miei musicisti possano approvarne la pubblicazione.
Insomma, ve li vedete Tom e Jerry che, al ritmo di questa musica, corrono,
s'inseguono, si fanno mille dispetti e si tendono agguati per tornare ogni volta più uniti di prima e ricominciare allegramente il gioco? Io sì!
Eccoli nella foto, e guardate come si divertono!

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)