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giovedì 29 maggio 2025

Se lo sguardo è femminile - 5












 

 

 

 

 

 

 

 

Lo sguardo femminile di questo mese ci conduce in un teatro d'opera. 
Siamo a Parigi e autrice del dipinto che vedete è Mary Cassatt (1844 - 1926),
 artista statunitense trasferitasi a soli 29 anni in Francia. Qui è venuta a contatto col gruppo degli Impressionisti - in particolare con Degas - aderendo alle novità di cui essi erano portatori, tanto da meritare un posto di rilievo tra le pittrici che li attorniavano insieme a Berthe Morisot e a Eva Gonzales.
Come per le altre artiste, oggetto dei suoi quadri è stato spesso l'universo
femminile colto non solo all'interno delle mura domestiche e delle relazioni familiari - celebri, a tal proposito, i suoi dipinti incentrati sul rapporto madre-figlio - ma raffigurato anche nei luoghi di ritrovo esterni alla famiglia, nei limiti di ciò che all'epoca era consentito alle donne. Il teatro era appunto uno degli ambienti più frequentati anche dal pubblico femminile e Mary Cassatt vi ha inquadrato diverse opere tra le quali questa che vedete, intitolata "In the lodge" e conservata presso il Museum of Fine Arts di Boston.

Che cosa rappresenta?
In primo piano, ritratta di profilo, vediamo una donna elegante in abito scuro che, appoggiata alla balconata del palco, osserva col binocolo ciò che ha davanti; ma insieme, sullo sfondo, si apre un ampio scorcio di pubblico dove, in uno degli altri palchi, un signore sembra a sua volta puntare il binocolo su di lei.
Una raffigurazione di ambiente, ma in realtà
un gioco di sguardi che può avere molteplici sottintesi: interesse o semplice curiosità da una parte, indifferenza dall'altra, ma forse anche il piacere di guardare ed essere guardati, chissà! E la scena coinvolge anche noi che - sia pure dall'esterno - la osserviamo tentando di annodare fili di ipotetiche storie e addentrandoci nella sostanziale novità di tale iconografia.

Bella, raffinata e sicura ci appare la donna, certo esponente dell'alta borghesia, nel suo abito scuro, gli orecchini lucenti e il ventaglio nella sinistra. Con la destra regge il binocolo mentre il suo sguardo attento sembra tradire un lievissimo sorriso, quasi stia appagando una sorta di curiosità sottile, segreta e un po' golosa.

Viene il dubbio che oggetto della sua attenzione non sia lo spettacolo che si svolge sul palcoscenico, ma l'insieme degli spettatori o qualcuno di essi in 
particolare.

Oltre alla capacità di introspezione psicologica dimostrata dalla Cassatt, nell'opera è proprio quest'ultimo aspetto a colpirmi: il fatto che l'attenzione della pittrice sia focalizzata solo sul pubblico. Ma anche ipotizzando che la protagonista del dipinto stia davvero guardando la rappresentazione, non vediamo comunque ciò che accade sulla scena e ne deriva un esempio accattivante di spettacolo nello spettacolo. 
Insieme alla tecnica pittorica dal tratto sintetico ma
espressivo che si osserva nel dettaglio qui a lato, dalla lezione impressionista la Cassatt ha preso dunque la tendenza a rappresentare il pubblico di un evento più ancora che l'evento stesso. Tendenza realistica che fa balzare in primo piano la classe borghese della seconda metà dell'Ottocento, colta nei suoi luoghi di ritrovo, nelle sue abitudini e nei suoi svaghi.

Lo notiamo in diversi altri esempi da Renoir a Manet del quale - a tale proposito - è rappresentativo "Il balcone" che vedete qui a lato e che precede di una decina d'anni
 il quadro della Cassatt. 
Anche in quest'opera - ispirata peraltro a un dipinto di Goya - Manet non ha 
raffigurato ciò che una delle due donne sembra osservare avidamente e che immaginiamo possa essere un corteo o una parata nel boulevard sottostante, ma ha incentrato il dipinto proprio sulle persone al balcone: sui loro sguardi, sugli atteggiamenti e - perchè no? - sull'esibizione di un abbigliamento elegante che mette in evidenza la loro posizione sociale. 
Il salotto di casa si apre così ai viali della città dove vedere, ma soprattutto essere
visti, diventa una sorta di must del momento nella società che i pittori dell'epoca rappresentano.

È a questo clima un po' mondano e salottiero che si ispira la musica di oggi: la "Valse nonchalante in Re bemolle maggiore op.110" per pianoforte solo di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). Si tratta di un pezzo molto amato dal compositore che lo aveva scritto nello stile dei brani da caffè-concerto, una melodia seducente e dall'architettura lieve che è stata oggetto di varie trascrizioni anche orchestrali. Il tema si apre lento per animarsi con leggerissimi arpeggi e divenire più agitato, alternando poi a parti colme di passione altre più pacate che digradano infine verso il pianissimo. Un valzer che ci avvolge in un vortice di accattivante dolcezza con un passaggio a 2,48 dall'inizio che, sia pure lontanamente, può ricordare Chopin.

Tuttavia, al di là del carattere un po' frivolo del brano, ad orientare la mia scelta non è stato solo un dato musicale, ma insieme l'aggettivo nonchalante presente nel titolo. Trovo infatti che il termine che Saint-Saëns traduce in note si adatti molto bene all'immagine della donna col binocolo: il suo atteggiamento rivela infatti quella sicura e disinvolta noncuranza che la rende attraente e fa in buona parte la bellezza di questo dipinto.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 15 dicembre 2024

Musica di speranza

Sono passati già alcuni giorni ma, nonostante il ritardo, mi piace ricordare qui la riapertura della cattedrale di Notre Dame a Parigi dopo il devastante incendio del 15 aprile 2019.

Come tutti sanno, l'inaugurazione dell'edificio restaurato si è tenuta il 7 dicembre scorso con una cerimonia alla presenza di capi di stato da tutto il mondo, seguita poi l'8 dicembre - non a caso festa dell'Immacolata - dalla prima Messa con la consacrazione dell'altare e da una serie di celebrazioni lungo tutto l'arco della settimana. Se suggestivo è stato il rituale di apertura della porta, la riaccensione del grande organo, la benedizione e il canto del Te Deum, come pure i successivi momenti che alla dimensione religiosa hanno unito quella culturale e spettacolare, ho trovato interessanti anche altri due dati. 

In primo luogo, le parole di Macron “Restituiamo Notre Dame ai fedeli, ai francesi e al mondo intero”, parole che vedono nella cattedrale un patrimonio comune a tutti indipendentemente dalla fede religiosa, tant'è vero che al massiccio impegno economico necessario per il restauro ha contribuito anche il mondo laico. E parole che hanno trovato risonanza in quelle dell'arcivescovo di Parigi che ha sottolineato che la porta della cattedrale è aperta a tutti.

In secondo luogo, la presenza di capi di stato che si sono trovati ad essere testimoni insieme di una celebrazione di grande sacralità. Non è la prima volta che ciò accade e nessuno nega che nell'organizzare una circostanza spettacolare come questa abbiano avuto parte anche ragioni di opportunità politica come l'intento di rilanciare l'immagine di Macron e di una Francia attualmente in crisi.
Tuttavia, al di là di questo, mi è parsa molto significativa la convocazione di tanti
potenti della terra davanti alla Bellezza che non è solo quella dello splendore artistico dell'edificio restaurato, ma è insieme "la presenza materna e avvolgente della Vergine Maria" che esso porta in sè e che ne fa "un simbolo di unità e un segno di speranza", come ha sottolineato il rettore della cattedrale.
Tale presenza è rappresentata anche dalla celebre statua trecentesca della Vergine
col Bambino che vedete in foto - chiamata Notre Dame de Paris o anche Madonna del Pilastro - e che, salvata dalle fiamme di cinque anni fa, è stata riportata processionalmente all'interno della chiesa dal popolo parigino come un valore in cui riconoscersi al di sopra delle divisioni.

Ricordo bene la sera del furioso incendio perchè ero proprio davanti alla tv e ho assistito quasi in diretta al crollo della guglia dell'edificio, mentre mi afferrava un senso di crescente sconcerto per la gravità dell'evento. Certe opere d'arte capaci di raggiungerci con la loro magnificenza, divengono in qualche modo nostre e non possiamo non essere toccati dalle loro ferite.
Alla disgrazia è seguita poi la ricostruzione e ora una festa durante la quale non
poteva mancare la musica: non solo quella degli inni sacri, ma un grandioso concerto di brani classici e moderni interpretati da artisti prestigiosi e diretto dalla gioiosa energia di Gustavo Dudamel.

Così, tra i pezzi eseguiti ho scelto il "Maestoso - Allegro" che conclude la "Sinfonia n.3 in do minore op.78 per organo" di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). Nonostante la dicitura, in realtà si tratta di un brano orchestrale in cui, oltre all'organo, viene suonato anche il pianoforte in una composizione che in qualche modo sintetizza i caratteri dominanti dell'itinerario creativo del musicista. Il pezzo nella sonorità grandiosa e solenne del Do maggiore si apre con potenti accordi organistici e prosegue con l'esposizione del tema che riaffiora in vari modi: prima al pianoforte a quattro mani, poi nel fragore dell'intera orchestra, tra un pezzo fugato e un finale davvero altisonante.

Senza dubbio splendido, anche se per i miei gusti un po' troppo teatrale. Infatti - lo confesso - tra i brani proposti dal concerto gli avrei preferito l'incanto più intimo del mozartiano Laudate Dominum dai "Vesperae sollemnes de confessore K.339", se del Maestoso non mi avesse colpito il tema. Perchè mai?
Perchè la melodia delle prime sei note,
fatta salva la differenza di tonalità, è identica a quella che apre la celebre "Ave Maria" di Arcadelt che potete ascoltare qui. Poi certo, Saint-Saëns prosegue la battuta con altre due note, ma l'esordio è quello.
Non so se da parte del musicista francese il riferimento sia stato intenzionale o meno, ma
a me la cosa è parsa una bella coincidenza. Il riferimento a Maria che vi sento riecheggiare è infatti un segno di speranza come il suono delle campane della cattedrale cui ha fatto riferimento Macron, suono da sempre nel cuore dei Francesi e ora divenuto simbolo di rinascita per il mondo intero.

Il video che pubblico è suggestivo perchè ci conduce all'interno della chiesa proprio durante il concerto diretto con piglio entusiasmante di Dudamel. Ma siccome mentre preparavo il post un precedente video è già stato oscurato, se in futuro anche questo non dovesse essere più disponibile, trovate lo stesso brano di Saint-Saëns in una differente esecuzione al seguente link : https://www.youtube.com/watch?v=M68gT9XQMEw.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

martedì 20 dicembre 2022

Piccole storie di fiori

Vi ricordate la mia azalea, inclito dono del consorte per il mio compleanno?
Ne avevo scritto qui mesi fa, parlando
del mio impegno per farla sopravvivere una volta sfiorita, spostandola di stanza in stanza o di balcone in balcone per darle temperatura e luce giusta ad ogni ora.

Insomma, grata per la mia costante attenzione, la pianta è sopravvissuta, superando per di più un'estate non facile. Ammetto che a questo avrà contribuito anche la musica di Rossini -  il "Passo a sei" dal Guglielmo Tell - che a suo tempo le avevo dedicato. Ma le mie cure, insieme a quelle della vicina di casa alla quale l'avevo affidata durante le vacanze, sono state fondamentali.

Bene. Iniziato settembre e ricollocata in mansarda, la pianta, per quanto rigogliosa, non ha dato luogo ad altre fioriture, ma neppure ha iniziato a perdere le foglie o ad appassire. È rimasta per mesi sotto la finestra più luminosa della stanza in una situazione di apparente stand by, impassibile.
Di solito, è mio marito a bagnare i fiori sistemati lì; a volte però, se
le sue innaffiature mi sembrano scarse, intervengo io con una razione in più, col risultato che - dopo un po' - abbiamo dovuto accordarci per evitare che la pianta rischiasse di annegare per eccesso di cure.
A dire il vero però, l'azalea non ne ha risentito. È rimasta sempre uguale a se
stessa, oserei dire ingessata in una sorta di letargo, se non temessi di offenderla. Ogni tanto mi chiedevo quando si sarebbe risvegliata, ma pensavo che, nella migliore delle ipotesi, sarebbe stato a primavera.

Invece, a dicembre inoltrato, è accaduto il prodigio.
Un giorno, nel mio consueto andirivieni, passandole accanto ho notato piccoli
getti, minuscoli germogli chiari un po' ovunque due dei quali, già semiaperti, andavano colorandosi di rosa...Potete immaginare la mia sorpresa: l'azalea mi sta rifiorendo in pieno inverno! Proprio per Natale! Evviva!
Subito una vocetta interiore mi ha ricordato che Natale non cade in pieno inverno
non siamo neanche al solstizio, ma non ho lasciato che il mio entusiasmo sfumasse per così poco perchè Natale e l'inverno non sono semplici date sul calendario, ma tempi del cuore, e se la mia piantina si è risvegliata ora è stato proprio per farmi un regalo.

Naturalmente ho dato il lieto annunzio ai quattro venti sentendomi un po' come mia mamma quando comunicava festante alle amiche che le era fiorita la clivia. Poi, per capirci qualcosa, sono andata a consultare i sacri testi di giardinaggio e la scoperta eclatante è stata che, nel nostro modo di curarla, avevamo sbagliato tutto: temperatura, innaffiature, posizione ed esposizione, tutto! Doveva stare lontana da fonti di calore e invece era accanto a un termosifone, non doveva prendere sole diretto e dalla finestra più vicina al mattino entrava proprio il sole: insomma, peggio di così...
Ma è rifiorita ugualmente!!! Eccola nella foto, è proprio lei! E oltre ai due già
aperti, ci sono tanti altri fiorellini in boccio: li vedete, vero???

Bene. Da questa piccola storia potrei forse trarre una morale natalizia secondo la quale non dovremmo mai abbandonare la speranza anche quando una situazione sembra difficile e magari ci capita pure di sbagliare.
Gli antichi Greci, per concludere, avrebbero scritto "o μύθος δελοι οτι..." : la favola
insegna che...Solo che questa non è una favola, ma una storia vera, piccola come le tante storie quotidiane che ci accadono o ci passano accanto. Allora lascio che a ricavarne un senso sia chi legge, ognuno a suo modo come meglio crede.

Io mi limito ad aggiungere la musica con un brano che, alla fine di un anno così travagliato, possa suonare rasserenante a somiglianza di una fioritura inattesa e al tempo stesso ci introduca alle festività natalizie.
Si tratta del "Preludio" che apre il celebre "Oratorio di Natale op.12" di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921)
, pezzo che, nelle intenzioni del compositore, ha il suo riferimento ideale in Bach e nel suo stile. È infatti una pastorale col tempo di 12/8 che, per certi aspetti, può ricordare la "Sinfonia" dell'Oratorio di Natale bachiano che mi riservo di pubblicare qui tra non molto.
Tuttavia, la morbidezza e il timbro orchestrale ravvisabili in questo Preludio e soprattutto nei
movimenti successivi, hanno già quell'afflato romantico tipico del periodo in cui Saint-Saëns scrive. Ce lo suggerisce l'introduzione iniziale dell'organo che ci fa immaginare anche l'eco di una zampogna, seguita  dall'attacco degli archi con la sua mirabile apertura.
Un brano ricco di serenità e una punta di malinconia, dove il disegno ritmico del tema, con le sue ripetizioni, è simile a una soave ninna nanna.

Buon ascolto!

 

domenica 28 febbraio 2021

"Fossili"

Giunti alla fine di febbraio, mese breve, bizzarro e carnevalesco, sento anch'io il desiderio di abbandonarmi a qualche stranezza.
Lo so, il carnevale è già finito da giorni e
un post come questo rischia di essere anacronistico, ma - che volete?! - mi capita spesso di fare cose un po' fuori stagione e allora abbiate pazienza se mi lascio prendere da un guizzo di follia!
Tranquilli, non ho intenzione di mettermi in maschera, ma
vi propongo un brano molto breve come appunto questo mese, e per tanti versi divertente.

Conoscerete di certo "Il carnevale degli animali" di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921) a cominciare dal "Cigno", senza dubbio il pezzo più celebre.
Si tratta di una fantasia a tema zoologico scritta per il martedì grasso nella quale
l'autore, se da un lato costruisce splendide armonie imitative - ascoltate "Aquarium" dove flauto e celesta riproducono la fluidità acquatica e "Il cucù nel bosco" col clarinetto ne imita il canto! - dall'altro si diverte a prendere in giro musicisti e critici dell'ambiente parigino.
Troviamo infatti 14 movimenti in cui compaiono animali diversi - dall'elefante
alla tartaruga, dai canguri agli uccelli - dei quali Saint-Saëns sottolinea l'incedere più o meno leggero o pomposo, elegante o goffo, spesso con intento satirico e un po' caricaturale. Musica descrittiva quindi, ma non solo.

Questo spiega il fatto che l'autore - che probabilmente aveva scritto l'opera per proprio privato diletto - ne aveva proibito l'esecuzione pubblica fino alla sua morte temendo che potesse sminuire la sua immagine di musicista serio.
In realtà, l'opera in seguito ha avuto grande successo proprio per quel lampo di
ironia con cui Saint-Saëns, attraverso gli animali, ridicolizza svariati stili e comportamenti.
Ma l'aspetto che in questi brani mi ha attratto maggiormente è la ripresa,
in chiave canzonatoria, di altri celebri pezzi musicali che il compositore ha inserito nei suoi. E siccome a carnevale ogni scherzo vale e per un giorno il mondo si può ribaltare, di alcuni stravolge il ritmo e associa volutamente altri all'animale meno adatto. Troviamo così le tartarughe che ballano il "Can-can" di Offenbach, e gli elefanti cui viene dedicata la leggerezza della "Danza delle silfidi" di Berlioz.

Al di là di questi capovolgimenti, mi ha colpito molto il pezzo che oggi vi propongo intitolato "Fossili" e che già dal titolo la dice lunga.
Qui probabilmente l'autore si riferisce ad alcuni musicisti del passato, ma anche ai critici del suo tempo dei quali - con questo
termine e senza tanti complimenti - bolla la mentalità antiquata, incapace di aprirsi alle novità di fine Ottocento.
Si tratta di un pezzo vivace e divertente in cui protagonista è lo xilofono che, col suo suono secco e metallico, richiama proprio il rumore di vecchie ossa.

Per entrare in argomento, con simpatica ironia Saint-Saëns inizia citando se stesso: a far da cornice al pezzo è infatti la sua famosa "Danza macabra" che è macabra proprio perchè ambientata in un cimitero dove gli scheletri escono dalle tombe. Ma ricorrono anche altri riferimenti: prima un canto popolare ripreso da Mozart nell' aria con variazioni "Ah! Vous dirai-je maman", croce e delizia di chissà quanti studenti di pianoforte; poi una canzone di tono marziale molto in voga all'epoca, attribuita a Ortensia di Beauharnais; infine - riconoscibilissima - la celebre "Cavatina di Rosina" dal Barbiere di Siviglia di Rossini. 

Ne deriva un pezzo variegato e composito, una sorta di allegro patchwork come quando - non so se a voi capita, a me sì! - si canticchia una melodia ma si finisce in un'altra o si cuciono insieme, in totale e sfrenata libertà, arie diverse alterandone il ritmo.
Qui, sembra quasi che il musicista ironizzi su tutto quanto è più famoso o più
eseguito facendone un fascio come non fosse altro che vecchiume. O forse è solo animato da una spassionata voglia di scherzare, tant'è vero che l'indicazione in cima alla partitura del brano è "Allegro ridicolo".
E ve lo propongo in un gustosissimo video in cui questa musica è
stata opportunamente adattata alle animazioni di un celebre cortometraggio di Walt Disney del 1929, intitolato appunto "La danza degli scheletri".

 Buona visione e buon ascolto!

 

sabato 29 febbraio 2020

"Intanto..."


Vincent Van Gogh: "Limitare di un campo di grano" Amsterdam, Rijksmuseum Van Gogh





















Alla costante ricerca di musica, in questi giorni difficili per tanti di noi, nel tempo libero che mi sono ritrovata - piombati come siamo, dalla sera alla mattina, nel cuore di un evento che mai si pensava di vivere - ho trovato un brano a dir poco meraviglioso! 
È Camille Saint-Saëns (1835 - 1921) il suo autore: sì, proprio il compositore dell'opera "Sansone e Dalila", del celebre "Tollite hostias" tratto dall' "Oratorio di Natale" o dell'ancor più famoso "Carnevale degli animali".
Questa volta si tratta del "Concerto in sol minore n.2 op.22 per pianoforte e orchestra" nel suo primo movimento "Andante sostenuto", un pezzo che non conoscevo e che mi ha preso subito ma proprio subito!
E sapete perchè? Provate ad ascoltarne le battute iniziali!...
Bastano i primi trenta secondi di musica e certo anche a voi si aprirà il cuore perchè l' incipit è inconfondibilmente bachiano, degno del preambolo di una Partita o di una Fantasia, con un tema che - declinato con accenti diversi - percorre poi tutto il brano dall'inizio alla fine.
Non è nuova del resto l'attenzione di Saint-Saëns per il compositore tedesco. 
La ritroviamo infatti nel tema fugato della Sinfonia n.2 op.55, ma anche altrove, in svariati pezzi per organo.

Severo e rigoroso nell'esordio, sostenuto proprio come recita la didascalìa, questo primo movimento del Concerto ci conduce però in una serie di atmosfere musicali progressivamente mutevoli. 
È come se Saint-Saëns avesse attraversato parte della storia della musica dal Barocco al Classicismo e poi al Romanticismo spingendosi forse anche oltre. Dopo l'inizio squisitamente bachiano, vi ritroviamo infatti la forza di Beethoven, la dolcezza di Chopin, il pianismo virtuosistico di Liszt e in certi accordi - almeno questa è la mia impressione - anche l'impeto di Brahms e di Rachmaninov.
Se prima protagonista è il pianoforte con un esordio in stile bachiano, subito dopo il tema viene ripreso e sviluppato nel dialogo con l'orchestra.
Introdotta - a 1,10 e a 1,14 dall'inizio - da due potenti e drammatici accordi degni dell'incipit del "Don Giovanni" di Mozart, la melodia si ammorbidisce poi in passaggi luminosi come un adagio di Chopin o concitati come un pezzo beethoveniano. Si tratta insomma di una successione di note prima severe, poi veementi e impetuose, poi più dolci, poi ancora appassionate e tempestose, ma non prive di aperture a somiglianza di un cielo primaverile. 
Ne deriva una composizione trascinante e di straordinaria intensità passionale, alla quale mi piace associare il quadro che vedete.

Arioso, aperto, movimentato, questo bellissimo dipinto di Van Gogh, conservato ad Amsterdam presso il museo dedicato al pittore olandese, mi affascina per il suo vivo splendore.
Siamo ai margini di un campo di grano mosso dal vento, sotto un cielo variegato di nuvole che aprono sprazzi di azzurro o forse preludono a uno di quei repentini cambimenti di tempo tipici della primavera, chissà!...
Può essere il sereno che torna o un turbine che si avvicina, ma in ogni caso l'immagine ci coinvolge al punto che ne possiamo respirare l'atmosfera. 
Larghe e veloci pennellate rendono con rara efficacia l'urto del vento sul grano, e sempre dall'onda obliqua del vento è portato quell'uccello in volo sui campi. 
Folte spighe punteggiate, qua e là, di papaveri cominciano a imbiondire e mi ricordano le parole del Manzoni che, al cap.28 del romanzo "I Promessi Sposi", descrivendo - prima ancora di altri flagelli - gli effetti della carestia a Milano, osserva:
"Intanto però cominciavano que' benedetti campi ad imbiondire..."

È sempre stato quell' intanto a colpirmi: segno che, nei momenti di affanno, il tempo cova un seme di speranza, talora sorprendente, talaltra atteso.
E me lo confermano quelle spighe mosse dal vento nei tratti ariosi di questo dipinto, insieme alle note energiche e tormentate - ma qua e là anche dolcissime - del brano di Saint-Saëns.

Buon ascolto!

sabato 6 gennaio 2018

"Laetentur caeli..."

















Il primo post del nuovo anno, in coincidenza con la festa dell'Epifania, mi induce a regalare a chi passa di qui un' Adorazione dei Magi. 
Il tema arricchisce e completa quello della Natività, e su di esso si sono soffermati moltissimi artisti dal Medioevo in poi, sia con mosaici che con dipinti o rilievi scultorei. 
Tra questi, ho scelto l' "Adorazione dei Magi" dipinta dal senese Giovanni di Paolo (1398 ca. - 1482) e conservata alla National Gallery of Art di Washington.
Il pittore si colloca all'interno di quella fase di passaggio dell'arte tra Medioevo e Rinascimento che prende il nome di Gotico internazionale.  
Si tratta di uno stile che riflette la raffinatezza della vita cortese privilegiando l'eleganza delle linee, la brillantezza dei colori e talora un ricco decorativismo: non a caso alcuni artisti, prima che pittori, sono stati eccellenti miniatori.
Insieme a tali caratteri, inoltre, le varie rappresentazioni accostano forme a volte ancora fantasiose e fiabesche ad altre che, invece, tendono già ad un'impostazione prospettica di maggiore realismo. 
Tra i vari artisti italiani, vanno ricordati Gentile da Fabriano, il Sassetta, Pisanello, Stefano da Verona e Gherardo Starnina, solo per citarne alcuni.

Ma torno al tema del dipinto. L'iconografia con cui esso viene raffigurato si compone solitamente di due parti: la scena principale dove i Magi, davanti a una grotta o a una capanna, adorano il Bambino offrendogli doni, e il corteo che li accompagna snodandosi per monti e vallate, spesso in rappresentazioni di affascinante ricchezza descrittiva come - per esempio - quella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi a Firenze.
La tavola di Giovanni di Paolo s'inquadra in questi caratteri anche se, per certi versi, fa eccezione.
Qui infatti non troviamo il corteo in tutta la sua lunghezza e il suo fasto, probabilmente perchè il dipinto - di dimensioni piuttosto piccole (27 x 46 cm.) - faceva parte di una predella formata da vari riquadri. Vi possiamo osservare tuttavia altri elementi sempre tipici del Gotico internazionale.

Un primo aspetto è l'atteggiamento dei Magi sui quali si focalizza la scena, eleganti nei loro mantelli damascati e raffigurati come di consueto in tre posture diverse: il primo prostrato ad adorare il Bambino, il secondo in ginocchio e il terzo ancora in piedi.
Altro elemento degno di nota è il contrasto evidentissimo tra la grotta scavata nella montagna - disegnata ancora in modo fantasioso e approssimativo nelle proporzioni - e l'edificio chiaro sulla destra la cui apertura richiama un arco senese e mostra un tentativo, sia pure incerto, di costruzione prospettica.
Realistico è poi il particolare delle due donne dietro la Vergine che prendono in consegna uno dei doni e - quasi appartate rispetto alla scena principale - sono forse intente a commentare tra loro l'evento.

Tuttavia, a mio avviso, il vero grande fascino di questo dipinto sta nel paesaggio che si delinea in fondo sulla sinistra, individuato con una precisione che - considerate le piccole dimensioni della tavola - rivela la straordinaria abilità pittorica dell'autore.
Meravigliosa quell'apertura sui campi coltivati, verso un orizzonte dal cielo di un blu di smalto! Ordinatissimi quegli appezzamenti di terreno scanditi da una minuziosa suddivisione geometrica! Campi coltivati che la pittura medioevale ci ha già mostrato - per esempio - nei dipinti di Ambrogio Lorenzetti, interessante documento del paesaggio agrario dell'epoca. Tuttavia, quelle colline di forma conica che sorgono improvvise dalla pianura c'inducono a sognare, in una prospettiva che - ancora una volta - fonde realtà e fantasia.
Ma affascinante anche l'accostamento di spazi lontani e vicini: dalla suggestione delle terre remote da cui provengono i Magi, sullo sfondo, alla scena in primo piano, resa più intima e familiare dal gesto del Bambino con la manina benedicente sul capo del più anziano dei re. 
Così pure, la stella in cima grotta, simile a un sole che sorge, sembra illuminare tutto il quadro, suggerendo che la nascita di Gesù in un piccolo angolo della terra è destinata in realtà al mondo intero.

E l'invito all'adorazione che ci viene da questo dipinto passa ora alla musica con un brano di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). 
Si tratta del famosissimo "Tollite hostias", pezzo conclusivo del suo "Oratorio di Natale op.12".
Tra le varie interpretazioni, ho scelto questa del coro della Cattedrale di Berlino perché mi sembra ricca di grande freschezza. 
L' entusiasmo evidente nell'attentissima direzione del maestro e nel sorriso luminoso dei piccoli cantori ci regala infatti una gioia che risolleva l'anima, rendendo più viva e vicina a noi la letizia che risuona nel "Laetentur caeli et exultet terra".

Buona visione e buon ascolto!

martedì 24 ottobre 2017

Vertigini di bellezza


Non saprei dire bene - questa volta - se sia stata la musica a condurmi all'immagine o viceversa.
Certo, il fascino di un artista come Caspar David Friedrich (1774 - 1840), con la suggestione delle sue prospettive d'infinito su orizzonti brumosi e incerti, ha avuto il suo peso, e del resto ne avevo pubblicato un quadro solo qualche settimana fa.

Immagine richiama immagine ed è così che - sempre tra le opere del pittore tedesco - sono arrivata a quella di oggi, non meno famosa della precedente.

Si tratta del dipinto intitolato "Le bianche scogliere di Rugen", conservato presso il Museum Oskar Reinhart di Winterthur. 
La composizione mi attrae non solo per il fatto che su quelle scogliere mi sono affacciata proprio lo scorso anno, ma anche perchè quell' apertura al centro della rappresentazione che si spalanca sul mare, mi suggerisce una dimensione in cui ritrovare respiro e pienezza. 
In essa, infatti, la natura è protagonista rispetto alle figure umane che, non a caso, Friedrich - a somiglianza di altre sue creazioni - raffigura di spalle e che qui vediamo in tre posizioni diverse, ma sempre tese a scorgere qualcosa verso un vuoto che dà vertigine.

E non è nuovo l'artista neppure a certe prospettive sconfinate. 
Ricordiamo opere come "Il mare di ghiaccio" che, se volete, potete ritrovare qui, e poi - per citarne solo alcune tra le più celebri - "Viandante sul mare di nebbia" e "Monaco in riva al mare".  
Anche in tali rappresentazioni infatti, protagonisti sono spazi aperti di ampio respiro: il cielo, il mare, la nebbia, l'orizzonte, a volte più netti, altre più sfumati e indefiniti o colti talora in livide atmosfere di angosciante solitudine.

Più sereno invece questo dipinto, certo per le tinte chiare e il bianco di quelle splendide scogliere di gesso dai bordi aguzzi. 
Ma il segreto è anche nella pennellata talora più nitida e minuziosa - in certi angoli quasi una sorta di Divisionismo ante litteram - e altrove resa invece più indefinita da un impasto di colori che va a fondere, e confondere, il mare col cielo.

Al di là dei molteplici significati allegorici che sono stati attribuiti all'opera, ciò che mi colpisce - come scrivevo sopra - è la vasta apertura che campeggia al centro, un'immensità che attira in una vertigine di bellezza. Ed è quella piccola vela bianca più lontana, proprio in alto mare, a darci la misura del rapporto tra finito e infinito, portandoci via con sè in un arioso splendore, ma al tempo stesso nello sgomento di uno spazio sconfinato.

Suggestioni di un artista romantico come Friedrich cui mi piace associare un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), nonostante la cronologia ci conduca decisamente più avanti rispetto al pittore tedesco.
Quella che ho scelto è una composizione intitolata "La Muse et le Poète op.132", scritta inizialmente come trio per pianoforte, violino e violoncello, ma poi modificata dal musicista stesso che ha orchestrato la parte del pianoforte. 
Dopo una delicatissima introduzione, il violino esordisce con una melodia struggente, ora aperta alla gioia, ora soffusa di una malinconia sottolineata anche dalla profondità del violoncello. Una melodia che va poi facendosi più accesa ad inanellare un dialogo tra i due strumenti solisti e l'orchestra, quasi un idillio d'amore tra l'artista e la sua musa ispiratrice, prima lieve e poi sempre più intenso e ricco di passione.
E per quanto questo brano sia stato composto quasi un secolo dopo il dipinto di Friedrich, mi pare che le due opere si possano accostare sia per le suggestioni che le accomunano, sia per alcuni aspetti che in qualche modo s'incrociano. Se infatti da un lato Saint-Saens sembra guardare indietro regalandoci tratti ancora squisitamente romantici, dall'altro il pittore tedesco ci apre prospettive d'infinito che possono anticipare le inquietudini del primo Novecento.

Buon ascolto!
(La clip-audio riporta solo la prima parte della composizione. Qui potete trovare l'esecuzione integrale https://www.youtube.com/watch?v=pHLLskTqAqg )

martedì 24 febbraio 2015

Percussioni

Sappiamo tutti quanto all'interno di un organico orchestrale - che si tratti di un ensemble classico o meno - ogni singolo strumento abbia un ruolo preciso e il risultato complessivo derivi dalla coesione e dall'incastro armonioso di tutte le differenti voci, ciascuna assolutamente necessaria alla fedele esecuzione della partitura.

Come già scrivevo in passato, è il fare la propria parte all'interno di un organismo diversificato e complesso che crea la bellezza del risultato. 
Sotto questo aspetto - se si eccettua il solista al quale è sempre affidato un ruolo di primo piano - non è possibile stabilire una graduatoria tra strumenti più o meno importanti: dipenderà di volta in volta dal brano, dalla partitura e dal tipo d'interpretazione. Ma la costruzione sarà sempre frutto di un lavoro comune in cui, a condurre una melodia, a dare spessore a un tema, a farne risuonare ogni minima sfumatura, saranno coivolti tutti gli strumenti, dagli archi ai legni, dagli ottoni alle percussioni.

Le percussioni, appunto.
Non si pensi che siano di secondaria importanza perchè - all'interno di un'orchestra sinfonica - capita che il loro intervento sia meno frequente rispetto, per esempio, ad una banda o a un gruppo jazz. 
Per quanto sia stata l'età contemporanea ad esaltarne l'uso con il rock, con la musica d'ispirazione africana e latino-americana, oltre a varie sperimentazioni, il ruolo delle percussioni è ugualmente rilevante anche all'interno di numerosi brani di classica. Anche qui infatti, dai timpani al triangolo, dai piatti al glockenspiel, la loro presenza offre un panorama variegato di suoni e di timbri. Sono infatti grancasse, marimbe, maracas, campane, tamburelli, xilofoni e via dicendo, con il loro suono scintillante e fragoroso, o dolce e delicato, a dare di volta in volta all'esecuzione ritmo, potenza, drammaticità, energia o delicatezza, creando un clima ora cupo e ombroso, ora decisamente brillante.

E non va trascurata neppure la posizione delle percussioni all'interno del complesso orchestrale che le vede sul fondo, certo, ma in qualche modo capaci di dominare l'intero insieme degli strumenti.
Ed esattamente come gli altri strumenti, il loro impiego è versatile: consideriamo, ad esempio, come un rullo di tamburi possa essere modulato diversamente per accompagnare un pezzo di irrefrenabile vitalità o ritmare sommesso e cadenzato una marcia funebre, per sottolineare un'esplosione di danze o annunciare un dramma.
Oppure pensiamo all'uso dei timpani esaltato da Haydn nella "Sinfonia n.103", o da Beethoven nello "Scherzo" della "Nona sinfonia"; alla grancassa all'inizio del "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, ma anche alle varie percussioni usate da Tchaikovsky nel "Capriccio italiano" o nello "Schiaccianoci", solo per citare qualche brano. 
E come non ricordare poi il famosissimo "Bolero" di Ravel, accompagnato per l'intero suo svolgimento dal tamburo che ne scandisce il ritmo prima in modo sommesso e poi in un crescendo sempre più deciso? O la "Musica per archi, percussione e celesta" di Bartok? O la "Sinfonia n.4" di Mahler che esordisce addirittura con dei sonagli?
Ma gli esempi potrebbero continuare.

Allora, per restare in tema, oggi vi propongo un famoso brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921): il "Bacchanale" dal "Sansone e Dalila".
Si tratta di un tipo di composizione ispirato a feste e riti orgiastici dai toni sempre fortemente accesi. Qui si snoda vivacissimo, scorrevole e ritmato come una danza per tutta la parte iniziale, ricca di raffinatezza e di sonorità orientaleggianti. Al suo interno si apre poi una melodia più lenta e morbida, dai toni quasi romantici che lascia infine spazio al tema precedente per riproporlo in un prorompente e quasi parossistico crescendo ritmico.
E nel corso di tutto il brano, si può cogliere la presenza di varie percussioni che si alternano nel conferire alla musica delicatezza o energia, fino alla conclusione totalmente dominata e scandita dalla loro potenza.
Affascinante e come sempre appassionata la direzione di James Levine, fatta di gesti ora misurati, ora fortemente espressivi che il video ci offre in un incantevole live parigino.

Buon ascolto e buona visione!

sabato 16 marzo 2013

In cammino con Papa Francesco

Una serata piovosa come tante, alla fine di una giornata di lavoro.
Un comunissimo giorno feriale, in apparenza simile a molti altri che il tempo allinea sul nostro cammino, se non fosse segnato da un'attesa, quella che, nel giro di poco più di un'ora, ancora una volta trasformerà Roma, e in particolare Piazza S.Pietro, nel cuore del mondo. 

"Habemus Papam!!!".....e la piazza si riempie. 
Come un fiume in piena, la gente accorre sempre più numerosa e ciò non può non riportarmi alla mente un altro evento: la morte di Giovanni Paolo II, quando un vero e proprio tsunami di persone ha trasformato un'occasione di per sè luttuosa in un'esperienza d'intenso stupore rivelando quanta vita percorre ancora il nostro mondo devastato.

Mi ha colpito davvero la quantità di gente convenuta mercoledì sera all'annunzio dell'elezione del Papa, e non penso fosse solo curiosità o quel desiderio di esserci che si registra in certe occasioni. 
Lo ha dimostrato il silenzio orante della folla appena Papa Francesco ha invitato i presenti alla preghiera. Quel clamore, infatti, e quelle immagini certamente festose ma che talora rivelavano un entusiasmo - mi si perdoni il paragone - un po' da stadio, hanno subito lasciato spazio al silenzio assorto dello stupore, all'ascolto e alla commozione. Un silenzio che ha unito chi stava in piazza S.Pietro a chi era incollato con gli occhi e il cuore alla tv in una preghiera unanime e vera, che dimostra quanta sete e desiderio di lasciarsi sorprendere dalla vita abiti ancora nel cuore dell'uomo.

Ma non è stata solo la semplicità e l'immediatezza della comunicazione di questo Papa a colpirmi, quanto l'imprevedibilità della scelta caduta su di lui azzerando previsioni e criteri umani che forse avrebbero privilegiato il vigore fisico, un'età più giovane o altri dati esteriori.
In una società abituata a ragionare in termini di efficienza con la pretesa di valutare i risultati quasi fossero sempre matematicamente quantificabili, mi dà molta speranza il fatto che i Cardinali elettori, guidati dallo Spirito, abbiano invece guardato al di là delle logiche mondane.

Così pure, mi è piaciuta quella semplicità francescana fatta non solo di mitezza bonaria e sobrietà, ma di intenso richiamo ai valori evangelici. 
Toni sommessi e familiari, certo, come quei saluti - "Buonasera!" e "Buon riposo!" - che, più che ad un'occasione ufficiale, ci riportano alla semplicità di relazioni quotidiane; ma anche gesti e parole molto forti quelli di Papa Francesco, come la richiesta alla folla di pregare su di lui, o i contenuti dell'omelia tenuta ai Cardinali riuniti nella Sistina.

Allora, desidero dedicare a questo evento tutta la bellezza e il fascino di un canto come il famosissimo "Ave verum" che - celebrando la concretezza viva dell'Eucarestia - ci ricorda quanto la soprendente presenza del divino sia intrecciata all'umano in una dimensione di semplicità e al tempo stesso di profondità insondabile.
Invece della celeberrima versione di Mozart, ho scelto quella di Camille Saint-Saens che amo moltissimo e che - a mio avviso - è altrettanto suggestiva per la ricchezza di sfumature e la morbida fusione delle quattro voci.

Buon ascolto!

martedì 9 ottobre 2012

Incanto di una voce

Siete stati mai affascinati dalla voce di una persona mentre parla? 
Sì, proprio la voce : non lo sguardo o le mani, il viso o i gesti.
Solo la voce che, con la sua inflessione, il tono, il timbro, il colore, è subito musica e sa narrarci tante cose. 

Vellutata o roca, piena o sottile, carezzevole o tagliente, essa racconta di noi come una melodia che si dipana rivelando desideri, ansie, tristezza, allegria, tradendo la minima incertezza o il più piccolo turbamento, o incrinandosi nella profondità della commozione.

Quante cose capiremmo di noi e degli altri se qualche volta potessimo riascoltarci al di là delle parole e la nostra voce potesse essere registrata e tradotta in note! I discorsi diventerebbero spartiti musicali: arie, adagi, fughe, minuetti o rondò a esprimere quell'impulso segreto che ci anima a monte del linguaggio verbale, quel palpito che dà significato e pienezza al nostro dire.
Sarebbe un modo di conoscerci un po' inusitato, ma fecondo di chissà quali scoperte!...

Voce però è anche quella degli strumenti musicali che ci regalano suoni variegati e diversi, ciascuno col suo timbro e la sua peculiarità: dalla dolcezza melodiosa dell'arpa alla potenza degli ottoni, dall'intensità ariosa degli archi  fino alla luminosa morbidezza del pianoforte. Per non parlare poi dell'organo che somma tutti i suoi registri in una complessità sonora quasi orchestrale.

E tra queste diverse voci, oggi mi piace soffermarmi su quella del violino che - acuta, sottile, struggente o impetuosa - sa sempre addentrarsi in noi con particolare intensità andando letteralmente a toccare le corde più segrete del nostro cuore. 
Quello che propongo all'ascolto è un brano di Camille Saint-Saens (1835 - 1921), compositore, pianista e organista francese di grande creatività, ma famoso presso il grande pubblico soprattutto per la "Danza macabra" e "Il carnevale degli animali".
Tuttavia non è da queste opere che ho preso spunto per il pezzo di oggi, bensì dal suo "Concerto per violino e orchestra in si minore n.3 op.61" di cui ascoltiamo il secondo movimento "Andantino quasi allegretto".

Il brano - qui nella bellissima interpretazione di Zino Francescatti - ci conduce subito in un'atmosfera di profonda suggestione, a cominciare dalle prime battute del tema iniziale che ricordano un po' "Il Cigno", forse la composizione in assoluto più conosciuta del musicista francese. 
Si sviluppa poi un vero e proprio dialogo tra il solista e i vari strumenti che riprendono la melodia ampliandone l'aura di tono ancora romantico e reinterpretandola con grande dolcezza.
Segue una parte centrale più movimentata mentre, verso la fine, l'aria iniziale viene ripresa prima dall'orchestra e poi dal violino con accenti ancor più toccanti: delicatissima voce che ci parla con incanto e intensità.

Buon ascolto!