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sabato 8 novembre 2025

Tonto

Chi mi legge probabilmente lo sa da tempo: amo molto i cartoni animati. Solo i più classici però, mentre non riesco ad abituarmi a quelli che presentano stili grafici più recenti e innovativi.

Sarà per età o perchè alcuni di questi film sono dei veri e propri capolavori, ma resto legata alla tradizione che per me porta in primis i nomi di Walt Disney e di Hanna & Barbera, anche se non mi dispiacciono autori come Fritz Freleng, creatore della celeberrima Pantera Rosa della quale - lo giuro - qualche volta parlerò. 
Non sto ad elencare la ricchissima produzione d
i tali autori: dico solo che il pregio di queste pellicole - sia film che serie televisive - è unire uno schietto divertimento a quella sorridente saggezza che fa bella la vita. 
Qualche esempio? 
Pensate a "La spada nella roccia" e alle preziose istruzioni di Mago Merlino a
Semola: a proposito, ne ho parlato neanche tanti anni fa qui. Oppure, passando a Robin Hood, gustatevi la tenera scena del compleanno di Saetta o la successiva in cui Lady Marian e Lady Cocca giocano insieme. Ma anche le sequenze in cui protagonisti sono Re Giovanni e Sir Biss, oltre a divertire, fanno riflettere perchè rispecchiano tratti di sconcertante attualità.

Tuttavia, il bello di queste pellicole è anche il fatto che, oltre ai caratteri dei personaggi, ci restano dentro certe battute che finiscono per entrare nelle nostre espressioni quotidiane. Per carità! Accade con tanti generi di film che ci impossessiamo di alcune frasi fino a usarle nel nostro linguaggio: da "Domani è un altro giorno" a "Francamente me ne infischio" o "Sono andato a letto presto" e via dicendo. 
Del resto è un'operazione che si verifica con tutto, dal cinema alla 
poesia fino al linguaggio televisivo: e se talora cogliamo la realtà circostante con gli slogan riduttivi della pubblicità, altre volte invece riaffiora dal profondo anche il dantesco "Non ti curar di lor..." o magari qualche simpatica battuta dei cartoni. Insomma, dati ormai acquisiti tanto che la mia osservazione rasenta la banalità. Ma mi ci soffermo perchè qualche sera fa mi è accaduta una cosetta un po' singolare.

Stavo uscendo dal pronto soccorso dopo un ricovero lampo per un problema poi risolto - tranquilli, sto bene! - e decisamente risollevata dopo una giornata difficile. Ho guardato l'orologio, si era fatta l'una di notte e aspettavo stanca che mio marito venisse a prendermi. Ma quando nel buio ho finalmente avvistato la luce dei fari dell'auto, invece di un moto di gratitudine per il brav'uomo che sotto la pioggia battente veniva a raccogliere i cocci della moglie, il primo impulso che mi è uscito dal cuore è stato il grido di Tonto nella celebre sequenza di Robin Hood: "È l'una di notte e tutto va bene!".

Tonto...ve lo ricordate? Ma certo! Il simpatico e sciocco avvoltoio che insieme a Crucco fa la guardia al servizio dello sceriffo. Poi nella pellicola non tutto va per il meglio, ma quella frase, rimastami in testa da tempo, riaffiorava ora ad allentare la tensione della giornata e a restituirmi il sorriso. E mi è risuonata dentro proprio come è gridata nel film, con le vocali strascicate: "È l'uuna di nootte e tuutto va beene!", mentre un'ombra di sorriso mi si disegnava in volto, anche se nel buio non se n'è accorto nessuno. 

Ora, che cosa c'entri questa storiella in un blog di musica, non lo so, ma Tonto mi è sempre piaciuto, qualche volta mi ci identifico pure...e avevo voglia di raccontarvela. Spero mi perdonerete.
Se proprio lo desiderate, posso dirvi però che il giorno dopo mi è venuta una gran curiosità
 di sapere su quali note si dipanasse il grido della sentinella. Eccole: FA FA FA FA  RE RE  -  FA FA FA FA  RE RE, quattro quinte seguite da due terze, il che corrisponde perfettamente alle sillabe della frase, in tonalità di SI bemolle maggiore, almeno così mi pare. Se guardate qui il filmato, la voce di Tonto su certe vocali sembra un po' calante, ma dopo una giornata in cui grida a tutte le ore, bisogna capirlo.

Così, è proprio al SI bemolle maggiore che mi sono ispirata per scegliere il brano da regalarvi a conclusione della mia piccola avventura ospedaliera. Siccome tutto si è concluso bene, ho scelto un pezzo che riflette sollievo e leggerezza, gioco e allegria. E chi meglio di Gioacchino Rossini (1792 - 1868) ? Allora eccovi il terzo tempo, "Allegretto", della "Sonata n.4 per archi", giustappunto in SI bemolle maggiore.

Si tratta di una composizione scritta dal musicista a soli dodici anni(!) e questo dettaglio tutt'altro che trascurabile me la fa apprezzare ancora di più per svariati motivi. Primo per la presenza già evidente di moduli compositivi di indubbia eleganza che ritorneranno nelle opere successive; poi per l'andamento leggero e giocoso che, se da un lato è un tratto distintivo di tanta musica rossiniana anche se non tutta, dall'altro esprime la freschezza di chi osserva il mondo con sguardo limpido e festoso. 
Lo sguardo di un ragazzino a cui - scommetto - sarebbero piaciuti anche i cartoni
di Walt Disney, Tonto compreso.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

venerdì 3 giugno 2022

L' azalea

Capita a volte che non ci accorgiamo subito di quello che ci accade, dei vari mutamenti talora anche minimi che avvengono nella nostra vita soprattutto nel quotidiano.
Pensiamo che cambiare sia
rivoluzionare totalmente la nostra esistenza, e invece tante cose si verificano pian piano, a piccoli passi, come in un orologio dove le lancette delle ore sembrano ferme, mentre in realtà si muovono. 

Un esempio. Ho sempre detto e ribadito che non ho il pollice verde, e invece mi sono resa conto che sto cambiando. Dev'essere iniziato per me un periodo - diciamo così - floreale, perchè la mia attenzione non è attirata solo dai fiori che vedo fuori casa, ma si è soffermata anche su di una bellissima azalea della quale, udite, udite!, mi sto occupando da qualche tempo.

L'ho ricevuta circa tre mesi fa, giorno più giorno meno, inclito dono di mio marito per il mio compleanno. Aveva una ricchissima chioma di fiori rosa e, fin dal primo momento, ho fatto del mio meglio perchè il suo splendore durasse a lungo. Per un mesetto e mezzo tutto bene, il che per me è già un traguardo.
Ma, giunta al culmine della fioritura, la pianta ha cominciato ad avvizzire, e
nonostante io abbia provveduto subito a togliere foglie e petali appassiti per farla respirare meglio, non è sbocciato più nulla di nuovo.

Dall'appartamento l'ho spostata allora in mansarda, da sempre sala di rianimazione del nostro verde. Ma le mie quotidiane attenzioni si sono rivelate inutili. Ai primi di maggio, nonostante lo scetticismo di mio marito che l'avrebbe abbandonata al suo destino, ho deciso che era meglio che stesse sul balcone all'aria aperta - la pianta, non mio marito! - e così l'ho rispostata, seguendo le indicazioni dei sacri testi di giardinaggio dove si dice che le azalee prediligono l'ombra, vogliono temperatura costante, ecc. ecc.

Qui ho ripreso la mia cura quotidiana, saggiando spesso l'umidità del terriccio e dosando opportunamente l'acqua col risultato che, da un rametto, sono nate timide foglie nuove che ho additato con orgoglio al consorte. ...Visto?
Ma quale non è stata la mia sorpresa quando, arrivata la prima vera ondata di caldo, la
vitalità dell'azalea è letteralmente esplosa con tenere foglie nuove un po' ovunque! ...Rivisto? La terapia stava funzionando!
Ma siccome i miei balconi sono esposti a est e a ovest, per garantirle la giusta
dose di ombra, bisogna metterla al mattino da un lato e al pomeriggio dall'altro, spostandola ogni mezza giornata.

Poi, la scorsa settimana in cui il termometro è sceso di parecchio e una sera è venuta anche la grandine, l'ho dovuta riportare in casa perchè non mi prendesse freddo; e si sa che gli sbalzi di temperatura sono micidiali per tutti, piante comprese!
Così le mie giornate sono regolate da un andirivieni a orario, da
balcone ovest a balcone est, o di stanza in stanza alla ricerca della posizione ideale: ora in soggiorno, ora in cucina ma lontano dai fornelli, e nelle giornate grigie anche nel bagno in mansarda che è più luminoso. Senza contare che, se piove, devo stare attenta che non si bagni troppo. Insomma, ho il mio da fare.

Per un trasporto più agevole, ho messo vaso e sottovaso in un largo cesto di vimini coi manici, col risultato che più volte al giorno sono in giro per la casa con questo ambaradan - scusate, ma non mi viene una parola più adatta! - sotto lo sguardo ineffabile di mio marito. Si vede bene che vorrebbe parlare e non osa, ma quando osa e fa dell'ironia, lo rimbecco prontamente dicendo che invece dovrebbe apprezzare l' attenzione che dimostro per il suo inclito dono.
Non vi pare?

Insomma, la pianta si è ripresa bene e da oggi, col ritorno del caldo, è di nuovo
sui balconi, ora ovest, ora est. Non la fotografo perchè è timida, un po' come una bella donna che non vuol farsi vedere senza trucco... però penso che il minimo che si possa fare sia dedicarle un bel brano di musica.

E dopo lunga e affannosa ricerca, sono approdata a Gioacchino Rossini (1792 - 1868) che ha sempre una serenità di fondo che risolleva l'animo e ben si adatta alla felicità della mia azalea in fase di rinascita.
Del compositore ho scelto il "Passo a sei" dal primo atto del "Guglielmo Tell", una celebre
danza dal ritmo leggero e dall'atmosfera all'inizio sommessa e talora quasi ammiccante. Dopo tre fragorosi accordi, si apre infatti un tema che disegna un andamento a piccoli passi e una sorta di andirivieni di note quasi furtivo. Segue poi una parte in cui s'intrecciano altri sviluppi e ritorna ancora il tema iniziale, ma con un crescendo di sonorità sempre più aperte, scintillanti e concitate fino all'esuberante finale, che ha la tipica felicità delle più famose creazioni rossiniane.

Dimenticavo. I sacri testi dicono anche che alle piante piace la musica classica e in genere prediligono Mozart, Haendel e Bach per una questione di vibrazioni e di frequenze. Di Rossini non si parla...ma farò giusto un esperimento con la mia azalea. Vi saprò dire.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 20 dicembre 2020

Il Do maggiore di Rossini

(Foto presa dal web)

Giunti quasi a fine anno, insieme alle vicende drammatiche che abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo per la pandemia, accresciute dall'incertezza del futuro, penso però che non si possa ignorare quanto di positivo il mondo della cultura ci ha offerto per tener viva la speranza e non distogliere lo sguardo dalla bellezza.

Mi vengono in mente le diverse iniziative che,
tramite alcune trasmissioni televisive o con semplici collegamenti online, ci hanno consentito - sia pure con i limiti del web - di vedere una mostra, di assistere a uno spettacolo musicale o teatrale, o ancora di seguire una lezione.
Ma oggi qui, al di sopra di ogni altra cosa, vorrei ricordare lo splendore del
concerto del 7 dicembre scorso al Teatro alla Scala, evento di altissimo livello che ha portato nelle nostre case la magìa della musica, della danza, della poesia, di interpreti di eccezione primo fra i quali Roberto Bolle e di una regia - a mio modesto avviso - quasi sempre indovinata.
Non voglio tuttavia dilungarmi su questi aspetti o sull'interpretazione dei brani già commentata da altri con più sicura competenza, ma desidero soffermarmi invece sul pezzo conclusivo. L' itinerario musicale scelto per il concerto di quest'anno così particolare, ha delineato infatti un percorso che, attraverso la rappresentazione delle passioni umane spesso riattualizzate dalla regia, è andato poi a convergere su di una musica intrisa di speranza, proprio come augurio di libertà e di rinascita per tutti noi.

Si tratta - come già sapete - del finale del "Guglielmo Tell" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868): "Tutto cangia, il ciel, s'abbella", pezzo per soli, coro e orchestra di cui vi riporto qui di seguito il testo:

"Tutto cangia, il ciel s'abbella,
l'aria è pura, il dì raggiante,
la natura è lieta anch'ella.
E allo sguardo incerto, errante,
tutto dolce e nuovo appar.
Quel contento che in me sento
non può l'anima spiegar".

È un brano che desta una profonda commozione perchè è impossibile non caricare queste parole, che inneggiano a una sorta di nuova creazione, di significati che si radicano nel profondo della dolorosa esperienza che abbiamo vissuto quest'anno. Sono versi che ci parlano di luce e di bellezza, di un mondo nuovo e di una natura rinnovata, ma soprattutto della gioia ineffabile che tutto ciò offre all'uomo. Sotto il suo sguardo incerto, infatti, la realtà si trasforma in modo così alto e sorprendente che l'anima non trova linguaggio adeguato per esprimere la gioia che gliene deriva: "Quel contento che in me sento non può l'anima spiegar".
Sono queste, a mio avviso, le parole più toccanti del testo perché dense di stupore per il c
ompimento di quella speranza oltre ogni speranza che ciascuno di noi - al di là di ogni infausta previsione - cova nel profondo.

Ma - e qui sta il bello della musica! - in che modo Rossini esprime in note tutto ciò? Come rende tale gioia viva e operante in noi attraverso i suoni?
Lo fa certo con la ricchezza della sua ispirazione, ma anche con la scelta della tonalità del brano che qui è il Do maggiore, la
più positiva, radiosa e solare di tutte. Il pezzo inizia infatti proprio in Do maggiore e, dopo una serie di passaggi che se ne allontanano scendendo di terza in terza - tanto per intenderci: do mi sol...la do mi...fa la do... re fa la...e via dicendo - vi ritorna attraverso varie modulazioni fino alla potentissima conclusione.
Un finale ricco di luminosa energia e di una positività - oserei dire - ridondante, come possiamo osservare dai numerosi
arpeggi della partitura che seguitano a ripetersi terminando sempre sul Do, quasi a significare una misura di gioia infinita, colma e traboccante.
Per cogliere tali passaggi, vi invito ad ascoltare non soltanto le voci dei solisti e del coro ma
soprattutto l'accompagnamento orchestrale: all'inizio sommesso e lieve, poi ripreso in tonalità diverse e da strumenti diversi, infine - nelle battute conclusive - fortissimo, solenne e maestoso.
Un accompagnamento che i meno giovani riconosceranno subito anche perchè
questo brano ha fatto da sigla di inizio delle trasmissioni Rai dal 1954 al 1986.

Buon ascolto!

 

sabato 16 maggio 2020

Oggi lasciamo la parola a un grande...

Ezio Bosso (1971 - 2020) - Foto presa dal web.





















"Sono in ogni nota che ho curato
Esisto in ogni nota insieme
Alle mie sorelle e fratelli
Figli o nipoti
Sono ogni nota studiata
Suonata e donata
Amata
perché non c’è nota che non ami
E che non abbia amato


Sono rinato
Nota dopo nota
Una nota alla volta
Fino ad abbracciarle tutte


Mi mancate
Quel sorriso che mi date
È dura
Il corpo non distratto dalle vostre note
Cura e terapia
E in ogni nota che sto curando
Preparando, studiando
Ci siete
In ogni nota
E saremo
Ogni nota"


Ezio Bosso, 2 aprile 2020.

 
Gioacchino Rossini (1792 - 1868) : "Amen..." dallo "Stabat Mater".

sabato 7 dicembre 2019

Effetto note

(Foto presa dal web)
Non so perchè ma, quando sono nervosa, canto. Anzi, canticchio.
E a dire il vero, lo faccio anche nei momenti in cui ho premura, oppure mi trovo in coda a uno sportello, o al freddo ad aspettare un treno che non arriva mai, come mi è accaduto ieri.

Di canticchiare per strada mi capitava spesso soprattutto negli anni dell'università, quando al mattino dovevo andare in stazione e ogni volta - sempre di fretta com'ero - mi scaraventavo di corsa giù dalle scale di casa: cinque piani, per intenderci.
Ma ai tuoi tempi non esisteva l'ascensore? - mi direte. 
Certo che esisteva! Ma prima dovevi chiamarlo sperando che non fosse occupato, poi aspettare che salisse per cinque piani e compagnia bella...insomma per paura di perdere il treno, preferivo scendere a piedi.
Però, appena uscivo in strada - voilà! - come per magìa, insieme al mio passo di carica verso la stazione, partiva automaticamente la musica.
Quella dell'ipod? - penserete. Eh no, gente mia, qui vi sbagliate! Qui mi riferisco a tempi antichi, tecnologicamente parlando oserei dire preistorici, almeno rispetto ad oggi. E se pure l'ascensore - quello sì, tranquilli! - già esisteva, certi altri aggeggi non erano ancora neanche nella mente del Padreterno.
La musica, dunque, partiva dentro di me, nella mia testa, per la precisione col Bach dei Brandeburghesi che mi canticchiavo gioiosamente e col quale entravo in un'atmosfera tutta mia a propiziarmi la giornata.

Ma torniamo al presente: il treno, dicevo.
Anche ieri, aspettandone uno dal ritardo sempre crescente e con tutto il bieco nervosismo che me ne è derivato, a un certo punto ho iniziato a canticchiare. A mezza voce, s'intende, per non indurre chi attendeva intorno a me a chiamare i soccorsi nel caso fossi impazzita.
Il mio è stato un impulso del tutto involontario, scattato in automatico come un ingranaggio che si mette in moto da solo e va a ruota libera, tanto che me ne sono resa conto solo dopo un po'. I brani infatti affioravano dalla mia mente senza che neanche li pensassi e soprattutto senza alcun nesso logico tra loro, ma così, in assoluta libertà!

Ho iniziato con la Pastorale di Beethoven nel pezzo del temporale - e qui, dato il mio umor nero, penso che Freud avrebbe avuto qualcosina da osservare - per proseguire subito con Mozart di cui mi è uscito l'inizio della Jupiter, seguito, non so proprio perchè, dall'ultimo movimento dell' Eine kleine Nachtmusic.  
Poi, quando il ritardo del treno ha raggiunto i novanta minuti, dico 90 - e lo scrivo anche in cifre! - con buona pace di Rachmaninov mi è partito addirittura l'esordio del suo Terzo Concerto, il famosissimo Rach 3. E siccome non uso mai espressioni come tarara, dududu, trallallà e cacofonie varie, ma - dove riesco - preferisco le note, mi sono messa a canticchiare: re, fa mi re, do# re mi re...con tanto di do diesis, appunto.
Ma quando finalmente il treno è arrivato, il sollievo è stato tale che in testa mi è letteralmente esploso Rossini con una delle sue più famose Ouvertures.  
A questo punto, tirato un gran respiro, ho iniziato pian piano a rasserenarmi riuscendo - guarda un po' - anche a sorridere, mentre dentro di me il ritmo del convoglio si sposava con la vivacità del pezzo rossiniano.
In conclusione, la musica mi ha accompagnato per tutta l'attesa e nel corso del viaggio, ora come valvola di sfogo, ora come terapia distensiva, simile a una sorta di effetto note - certo, con una T sola, note musicali! - proprio come dice il titolo. E confessi chi, leggendolo a prima vista, ha pensato: ma questa si è mangiata una doppia...!!!

Allora godiamoci la trascinante esuberanza di Gioacchino Rossini nella celebre "Ouverture" de "Il Barbiere di Siviglia", pezzo di straordinaria felicità compositiva, ora più concitato e fragoroso, ora più lieve, ma non privo di tocchi di ammiccante ironia e ricco di una scorrevolezza che rasserena e alleggerisce il cuore.
Vi lascio quindi a queste note e mi scuso se il post oggi è venuto un po' così...
A dire il vero, ne avevo già preparato un altro, serio, serissimo e molto più a modo. Ma ieri il mio treno era in ritardo...e allora - che volete farci? - mi è partita la musica!

Buon ascolto!

domenica 30 luglio 2017

"Giuovanile"

Ho cambiato gli occhiali.
"Ancoraaa?..." si sorprenderà qualcuno, memore di un post decisamente demenziale scritto circa due anni fa, in cui facevo riferimento all'acquisto di un paio di lenti da vista: questo, se proprio qualche lettore volesse rinfrescarsi la memoria!

Allora vi aggiorno.
No, non ho cambiato quelle che mi rendevano somigliante a una via di mezzo tra un panda e un orsetto lavatore...o forse anche un gufo. 
Le ho ancora, ma le uso solo davanti alla tv, quando mi capita di andare al cinema - cioè mai - oppure se esco al calar delle tenebre.
In compenso, sempre due anni fa, irretita dal mio ottico di fiducia qui in montagna che è una donna e mi capisce, me ne sono regalata un paio con una montatura diversa, più chiara e leggera - "mooolto giuovanile" come ogni tanto mi sento dire - che riesco a portare al cospetto del mondo, senza dover rasentare i muri per strada nel vano tentativo di scomparire. Ecco!

Gli occhiali che ho cambiato adesso, invece, mi servono per la media distanza, di fatto per il computer. Ma, stante che ci sto parecchio e con gli anni la mia vista è sempre più simile a quella di una talpa, stavolta l'acquisto era necessario, lo giuro. E siccome, a detta del mio oculista è ancora presto per i progressivi - non per niente sono "mooolto giuovanile" - il risultato è che, tra vecchi, nuovi, da vicino, lontano, metà, dentro e fuori, fra un po' di tempo potrò metter su bottega e venderli io.
Comunque, da qualche giorno sono entrata in possesso di quelli nuovi e finalmente è tutta un'altra vita!
Lavorare al computer senza bisogno di aumentare lo zoom ad ogni videata è tornato ad essere un piacere, mi sembra persino di respirare meglio. 
Il mondo - almeno quello virtuale - mi si dispiega ora davanti senza nessuna fatica e, come vedete, ho sentito subito il desiderio di mettere a parte anche voi di questa piccola grande gioia!

Come sono???.....Curiosi eh?!...
Rossiiiiii, cari miei, rosso lacca questa volta!!! La mia brava donna di qui ha saputo consigliarmi bene. Ma non chiedetemi foto nè selfie, non sono il tipo. Se proprio volete....ispiratevi all'immagine nel riquadro in alto. 
Vi piace???.... Nessuno si azzardi a dire di no!!! 
E' pur vero che lì, invece che rossi, gli occhiali sono azzurri e non c'è il computer, ma in compenso i gufi - con quei loro occhioni alteri, ironici e non privi di una punta di malinconia - mi sono sempre stati simpatici. 
E del resto dai....potete anche lavorare un po' di fantasia!

Allora, visto che per il momento sulle mie sciocchezzuole quotidiane vi ho aggiornato, posso passare alla musica lasciandovi in piacevolissima compagnia.
Si tratta di Gioacchino Rossini (1792 - 1868) e del terzo movimento, "Allegro", della "Sonata a quattro N.1 in Sol maggiore" della quale gli aficionados di questo blog forse ricorderanno di aver già ascoltato il primo tempo precisamente qui.
Scritta appunto per quartetto d'archi (due violini, violoncello e contrabbasso), è una composizione fresca e vivace soprattutto in questo terzo tempo ricco, fin dall'esordio, di un brio che la pregevole esecuzione esalta in modo particolare. Un brano danzante e spensierato come si addice all'argomento di oggi tra il frivolo e il leggero, quasi da chiacchiere estive sotto l'ombrellone se non fosse che sono in montagna.
Ultima nota: composta dal musicista pesarese appena dodicenne (!) la Sonata rientra a buon diritto tra quelle che vengono considerate opere giovanili, nel senso che Rossini - lui sì! - era proprio giovane....e non ancora giuovanile! Non so se mi spiego.

Buon ascolto!

lunedì 7 marzo 2016

La sfera di cristallo

Ricordate quanto ho scritto la settimana scorsa a proposito del postino nuovo e del modo in cui me lo immaginavo??? 
Avevo detto: svelto, mattiniero e senza intervalli nella voce. Bene. Incredibile, ma ci ho azzeccato in pieno manco avessi la sfera di cristallo! 
Il ragazzo ha citofonato per la prima volta qualche giorno fa nientemeno che alle 10,15 e con tono chiaro e baldanzoso mi ha sfoderato il suo "Po-sta!" su due note che più uguali di così non si poteva. Insomma gente, queste sì che sono soddisfazioni! 
Qui non si usano gli emoticon o i "mi piace" ma per sottolineare la preveggenza della sottoscritta ce ne vorrebbero almeno tre in segno di vittoria!

So già cosa state pensando: vuoi vedere che adesso questa, siccome ha indovinato, ci vuole ammannire un pezzo che somiglia alla voce del postino nuovo? (E qui l'emoticon, a dire il vero, avrebbe la faccina un po' scocciata).
Che dirvi??? Complimenti! A indovinare stavolta siete stati voi perchè....è proprio così! 
Numerosi infatti sono i brani di musica che si basano sulla ripetizione della stessa nota, giocata talora nel tema e modulata diversamente dagli accordi, talaltra ribattuta nell'accompagnamento sul quale la melodia può inanellare poi delle variazioni.  
Possiamo ricordare Beethoven, con quella meraviglia assoluta che è l'"Allegretto" della "Settima sinfonia" dove è la nota di fondo - sempre uguale - a segnare la scansione ritmica; o se volete Schubert con il famosissimo Lied "La morte e la fanciulla" o anche Rossini con svariate arie tra le quali "Chi disprezza gli infelici" dall'opera "Ciro di Babilonia", "Adieux à la vie, élégie sur une seule note", e altre ancora.
Ma se preferite venire più vicini a noi, troviamo Antonio Carlos Jobim con la famosa "Samba di una sola nota" fino ad arrivare ad Elio e le Storie Tese di cui certo ricordete "La canzone mononota", ma non per questo monotona (e qui ci vorrebbe un emoticon con la faccina ammiccante!) presentata al Festival di Sanremo nel 2013.

Ma citavo Gioacchino Rossini (1792 - 1868). Oltre a quelli ricordati, c'è un altro brano che esemplifica quanto sopra con molta chiarezza.  
E' l'Aria, famosa quanto suggestiva, intitolata "Mi lagnerò tacendo" composta dal musicista pesarese sui seguenti versi del Metastasio:

"Mi lagnerò tacendo
della mia sorte amara, ah!
Ma ch'io non t'ami, o cara,
non lo sperar da me."


Si tratta di un brano molto particolare, che appartiene a quelli che lo stesso Rossini ha chiamato "peccati di vecchiaia" e che in realtà si possono definire veri e propri esercizi di stile. Il compositore infatti, con spirito decisamente  d'avanguardia, ha musicato più volte questi settenari del Metastasio, divertendosi a farlo secondo ritmi, forme, versioni e stili - appunto - diversi, con risultati dai toni differenti: ora lenti ora vivaci, ora tragici o giocosi e via dicendo.
Tra queste versioni c'è anche quella che vi pubblico qui, giocata sul canto di una sola nota continuamente ribattuta.
La sua ripetizione si dipana infatti per tutto il brano e la melodia - tranne che nella parte centrale dove il lamento si fa più vibrante e acceso - si snoda lentamente mentre l'accompagnamento, nelle sue modulazioni, conferisce al pezzo la malinconia e il pathos che il testo richiede.

Ma guarda un po' dove ci ha portato la voce mononota di un postino!...
A proposito, stamattina è passato alle 10,30: la pennichella postprandiale per oggi è salva!

Buon ascolto!
 

sabato 6 luglio 2013

Spensieratezza

Ci sono circostanze, luoghi, momenti della nostra vita anche apparentemente di poco conto che, per tutta una serie di motivi, si sono stampati nella memoria e nel nostro cuore.

Possono essere legati a un lavoro, a un viaggio, a un incontro o a normali incombenze quotidiane che - per quanto magari poco considerevoli in sè - in realtà, hanno rivestito per noi un' importanza significativa. 
Mai, del resto, la quotidianità è banale, ma nei suoi ritmi ricorrenti ci parla, tanto che certi piccoli eventi o abitudini della giornata possono diventare fari che punteggiano di luce la nostra strada, capaci anche a distanza di tempo di regalarci suggestioni positive.  

Questo accade a me, da qualche anno a questa parte, quando vado al mercato e in particolare a quello ortofrutticolo.
Amo moltissimo le bancarelle che espongono frutta e verdura con quella varietà, vivacità, e fantasmagoria di colori che tutti conosciamo.
Ma non è sempre stato così. Non mi piace la confusione e di conseguenza non ho mai trovato particolarmente entusiasmanti i mercati. Inoltre, per un po' di tempo gli orari di lavoro mi hanno impedito di andarci o mi consentivano di arrivare quando già tutti stavano sbaraccando.

Poi una volta, nel mio giorno libero, mi ero recata in una citta vicina dove mi toccava andar per uffici. 
Era la fine di maggio e incombevano tutti gli impegni che preludono alla conclusione dell'anno scolastico. E insieme a questi, una serie di altri adempimenti burocratici legati alle classiche scadenze fiscali del periodo e a problemi di casa mia. Così, nel mio cosiddetto giorno libero ero sempre in giro: il circuito era banca-posta-anagrafe-posta-banca e - se andava male -  pure agenzia delle entrate. 
Insomma, un periodo pieno di impegni e tensioni che non mi consentiva ancora di abbandonarmi al pensiero delle vacanze.

Ma per andare in uno di quegli uffici, quel giorno avevo dovuto attraversare la piazza del mercato.
Le bancarelle di frutta e verdura mi erano venute incontro quasi di sorpresa, avvolgendomi con la loro sovrabbondanza di colori e sfumature, di tentazioni saporose e di suggestioni pittoriche. 
Era stata quasi una riscoperta! Non erano infatti le cassette allineate coi loro prodotti geometricamente ordinati che troviamo nei supermercati, ma montagne di meloni e di albicocche, cascate di ciliegie e di pesche insieme a zucchine, peperoni ed erbette varie che debordavano dalle bancarelle in una sorta di discesa libera che ne esaltava la magnificenza. Insomma, un vero piacere per gli occhi!

Eppure non era solo questo. 
Era che quelle ciliegie e quelle pesche con la loro fantasmagorica vivacità, mi parlavano di vacanza e di estate, di pause di sollievo e distensione, di una liberatoria spensieratezza che in quel momento non potevo permettermi, ma che in qualche modo m'inducevano a sperare!
Questo coglievo guardandole di fretta e tuttavia lasciandomi raggiungere dal loro splendore, perchè ciò che mi comunicavano era una viva, gioiosa e palpitante percezione di leggerezza! 
Anche per me sarebbe arrivato infine il momento in cui - invece che per uffici - avrei potuto aggirarmi spensierata tra quei colori e quei profumi indugiando a mio piacimento! Me lo dicevano a chiare lettere pesche nettarine e fragoloni, ananas e melanzane, mentre con segreta gioia promettevo a me stessa: 
"Il primo giorno di vacanza, giuro che vengo qui!". 

Certo, prima avrei compilato documenti e dichiarazioni, corretto compiti e preparato relazioni finali, ma con quella frutta negli occhi e nel cuore, capace di nutrirmi anche se non l'avevo comprata!
Il mercato di quel giorno era stato il mio anticipo di vacanza, semplicissimo momento di vita quotidiana eppure anche luogo di piacevolezza da covare dentro di me e a cui riandare con la fantasia!!!
D'allora, le bancarelle di frutta e verdura mi hanno sempre ricordato quel momento, sia che si trovino fuori dal negozio di una grande città, sia nella piazzetta di un piccolo borgo. E andare al mercato è diventato gioia e sollievo.

Anche nel mio recente viaggio a Santiago de Compostela, uno dei luoghi che mi ha maggiormente affascinato è stato proprio il mercato: uno spazio ricavato in tre chiesette romaniche sconsacrate, delle quali è ancora evidente la struttura originaria. Anche qui, frutta e verdura in quantità, fiori e pesce freschissimo del vicino oceano insieme a un'atmosfera popolaresca d'altri tempi.
San Giacomo mi perdoni, ma non me ne sarei andata più! 

E a commento di questi piccoli ricordi, un brano davvero ricco di spensieratezza che ci porta via sull'onda del suo fascino.
Si tratta della "Sonata per archi n.6 in Re maggiore" di Gioacchino Rossini nel suo primo movimento "Allegro spiritoso".  
Trovo in queste note una grande luminosità che restituisce respiro. E mi pare che - come in altre Sonate del compositore pesarese - il ritmo scorrevole e l'eleganza della melodìa creino un clima di leggerezza capace di regalarci un'attitudine gioiosa verso la vita.

Buon ascolto!

 

martedì 26 febbraio 2013

Un "GRAZIE" nel segno della musica

Sappiamo tutti quanto amore per la musica abbia sempre coltivato Papa Benedetto XVI. 
Del valore spirituale della musica ha parlato infatti più volte, sia in alcuni suoi libri specificamente dedicati all'argomento, sia facendone talora spunto di riflessione all'interno di varie catechesi.

Dai suoi discorsi emerge inoltre un'approfondita conoscenza dei grandi compositori del passato e dei loro brani che a volte analizza con sicurezza d'intenditore.
Sappiamo anche che è fine pianista ed interprete e forse possiamo intuire quanta serenità il pianoforte gli abbia regalato in questi anni di pontificato, quanto sollievo nei rari momenti di distensione dal suo difficile ministero.
Più volte poi, splendidi concerti sono stati offerti al Santo Padre in svariate occasioni nella bella cornice dell'Aula Paolo VI dove si sono avvicendati prestigiosi musicisti e gruppi orchestrali.
Ma interessante anche ricordare che la sua esperienza di cultore della musica si è formata nel coro dei "Regensburger Domspatzen", uno dei cori di più lunga tradizione, forse davvero il più antico che il mondo tedesco conosca e che ci riporta ad un ambiente in cui far musica era ed è tuttora esperienza fondante nell'educazione di un ragazzo.

Allora, proprio adesso che si approssima l'ultimo giorno del suo pontificato, mi permetto di dedicare al nostro Papa il "Kyrie" dalla "Petite Messe Solennelle" di Gioacchino Rossini
Ho scelto questo brano non solo per l'indiscusso splendore della sua melodia intensa e soavissima ad un tempo, ma anche perchè il video - soffermandosi ad inquadrare il direttore Riccardo Chailly e insieme a lui l'orchestra e il coro - indugia sugli strumenti, i visi, gli sguardi, le mani... 
Mi è sempre piaciuto indagare l'anima di chi fa musica e leggervi quella particolare autenticità che essa vi suscita. Chi segue questo blog lo sa.
Così, sono le note - certo - ma insieme ad esse è la freschezza delle immagini che desidero dedicare a Papa Benedetto come fossero un saluto, un sorriso, un pensiero di gratitudine che lo accompagni ora nella sua vita di preghiera e di nascondimento. 

A Benedetto vada quindi l'omaggio di questo brano dove vibrano le voci e gli strumenti, ma prima di tutto le anime di una varia umanità che canta e insieme prega, perchè la musica sia segno di quell'unità profonda che rimane al di là dei gesti e delle parole! A Benedetto che non sarà più sotto i riflettori del mondo, ma resterà certo nel cuore di tanti che - dietro quello sguardo discreto e un po' schivo - ricorderanno la nitida chiarezza del suo magistero insieme al suo costante richiamo all'essenziale della fede.

Mi piace allora concludere con le parole espresse dal Santo Padre proprio sul valore della musica, alla fine del Concerto offerto dalla Bayerisches Kammerorchester Bad Bruckenau nel Palazzo Apostolico di Castelgandolfo il 2 agosto 2009:

   "...In questa ora abbiamo visto e sentito che c'è una parte indistrutta del mondo, anche dopo la torre e la superbia di Babele, ed è la musica: la lingua che noi possiamo tutti capire, perché tocca il cuore di noi tutti. Questo per noi non è solo una garanzia che la bontà e la bellezza della creazione di Dio non sono distrutte, ma che noi siamo chiamati e capaci di lavorare per il bene e per il bello, e sono anche una promessa che il mondo futuro verrà, che Dio vince, che la bellezza e la bontà vincono." 

E ancora, dopo il Concerto del 16 aprile 2007:

   "...Nel guardare indietro alla mia vita, ringrazio Iddio per avermi posto accanto la musica quasi come una compagna di viaggio, che sempre mi ha offerto conforto e gioia.(...) Ecco il mio auspicio: che la grandezza e la bellezza della musica possano donare anche a voi, cari amici, nuova e continua ispirazione per costruire un mondo di amore, di solidarietà e di pace."

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 17 dicembre 2012

Dedicato al mio computer

  Credo che il mio computer sia vivo.
Lo penso da quando ha iniziato ad avere comportamenti e soprattutto emozioni tipiche degli umani.
Cercherò di spiegarmi, ma prima devo fare un passo indietro. Bisogna sapere che il mio computer è con me ormai da anni e quindi il tempo e l'assiduità hanno creato tra noi una vicinanza non da poco.
Non so se vi è mai capitato di parlare agli oggetti, soprattutto quelli che avete in casa da parecchio: a me succede....e spesso mi sono accorta che con le cose che abitano con noi e silenziosamente ci guardano, scatta una familiarità che ce le rende vicine e....sì, proprio vive!

Dunque, dicevo: il mio computer è invecchiato e - come gli umani - sta diventando lento, talora di una lentezza esasperante. 
A volte serve incoraggiarlo, altre volte no perchè, con l'età, è diventato anche un po' permaloso e devo stare attenta a misurare le parole. E poi si emoziona facilmente, basta un clic di troppo ed è finita.

Se per esempio viene un'amica che non conosce a vedere delle foto o altro, lui che aveva funzionato fino a pochi minuti prima, che fa?...Mi fa il timido! Improvvisamente si blocca e non va più nè avanti nè indietro. 
Allora devo blandirlo un po' ("Dai... non emozionarti! E' un'amica, non un'estranea...") o cercare di farlo ragionare ("Guarda che lei non ha il computer, è qui per imparare e se fai così non si deciderà mai a comprarne uno..."), finchè non gli sibilo tra i denti ("...e non farmi fare brutta figura!!!").
Se poi cerco di giustificarmi con gli altri con qualche battuta dicendo che il mio computer è "assiro-babilonese", lui ha anche il coraggio di offendersi e rispondere per le rime: emette un suonino, un "plin" di tono quasi beffardo come a dire "Sì...perchè tu invece...!!!"
E per di più ha i suoi gusti: se carico una foto che gli piace, lo fa in un batter d'occhio senza protestare, ma se per caso l'immagine non è di suo gradimento....non ci sono santi e devo per forza sceglierne un'altra. 

Capitano però certe mattine - rare per la verità - in cui diventa obbediente, remissivo e pure incredibilmente veloce; va come una lippa e allora mi viene il dubbio che abbia qualcosa da farsi perdonare.... 
Insomma, baruffe da vecchi amici come nelle migliori famiglie, insieme a difetti di carattere che si sono accentuati con l'età...la sua!

Il guaio però è che ora lo dovrò cambiare perchè la situazione è diventata proprio insostenibile, ma - per quanto desideri avere in mano uno strumento aggiornato e veloce - mi spiace davvero lasciare un compagno di lavoro col quale dialogo da anni, testimone di tanti miei scritti a cominciare da questo blog! 
Col tempo, mi ci sono affezionata più di quanto non sembri: in fondo - se si eccettua quest'ultimo periodo in cui è diventato un po' bisbetico - ha svolto il suo servizio egregiamente e tra noi è nata quella familiarità tipica degli amici di vecchia data che possono dirsi liberamente di tutto, ma il giorno dopo sono ancora lì, insieme. E del resto, anche lui ha dovuto sopportare la mia impazienza o le mie giornate di luna storta.

Allora, per ringraziarlo delle tante ore di lavoro in cui mi è stato accanto - anzi no, davanti! - oggi voglio rendergli omaggio con il brano di musica che segue. 
Si tratta dell' Ouverture dell'opera "Il signor Bruschino" di Gioacchino Rossini, vivacissima e singolare sinfonia, resa famosa soprattutto dai battiti degli archetti sui leggii da parte dei secondi violini, bizzarro particolare che si ripete alcune volte nel corso del pezzo. Al di là del tono giocoso della composizione rossiniana, mi risulta che battere gli archetti sui leggii da parte degli orchestrali sia anche un modo per manifestare il proprio consenso verso la bravura del direttore o del solista.
Bene: allora, nel momento in cui sta per andare in pensione, in segno di affettuoso apprezzamento per il lavoro svolto, desidero dedicare al mio computer questa Ouverture scintillante e festosa, movimentata e sorprendente fino al fragoroso - e meritatissimo - applauso finale!

Buon ascolto!

domenica 25 novembre 2012

Appuntamento blogger : sintonia di un incontro.

Brigata piccola, oggi, all'incontro dei blogger a Milano, ma sempre viva la gioia di ritrovarsi e di godere della  reciproca compagnia.
E nella cornice sapientamente scelta da Ambra, c'è stato davvero di che rallegrare il cuore e addolcire anche il palato. 

Ma....di che cosa avranno parlato i protagonisti di questo appuntamento?
Di viaggi o di ricamo? Di attualità o di cinema? Di pittura o di musica?

Di tutto questo e anche di più, perchè a monte degli svariati interessi di cui ciascun blogger si occupa, comune a tutti è il piacere della condivisione, la gioia che i post messi in rete possano costituire "un luogo dove incontrarsi" - come recita il sottotitolo del blog di Ambra - e siano una piccola grande ricchezza per chi vi s'imbatterà navigando nel vasto mare del web. 
E se il denominatore comune in fondo....è la vita declinata in tutte le sue manifestazioni - dall'intensità di un racconto ai colori di un dipinto, dall'interesse di un réportage o di un'esperienza personale alla perfezione di un lavoro di cucito, solo per fare qualche esempio - è bello, ogni tanto, uscire dalla dimensione virtuale (che poi tanto virtuale non è...) perchè la sintonia che avvertiamo tra noi condividendo i rispettivi scritti, passi anche attraverso gli sguardi e il sorriso.
E quella che abbiamo respirato oggi è stata senza dubbio una grande sintonia!

Allora, a commento di una giornata così piacevole, propongo all'ascolto il primo movimento, "Allegro", della "Sonata per archi n.3 in Do maggiore" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868), una melodia animata e distesa ad un tempo, fluida e scorrevole nel suo andirivieni di luminosissime note. 
Si tratta di un brano di grande leggerezza che - a mio avviso - riflette bene il clima vivace e sereno che ha accompagnato il nostro incontro, intenso anche se sempre troppo breve per la molteplicità degli argomenti e dei discorsi che si sono intrecciati e che vorremmo continuare con maggiore calma in una prossima puntata.
Con un caloroso GRAZIE a chi c'era, un saluto a chi non era presente e la speranza che in futuro la brigata possa essere più numerosa!

Buon ascolto!

sabato 5 maggio 2012

Ipoteche di speranza

Mi capita spesso di ripercorrere con la mente i brani postati da poco tempo non solo perchè - come scrivevo già in passato - mi restano dentro simili a una sorta di colonna sonora, ma perchè lasciano affiorare sempre altri aspetti della loro bellezza che in precedenza non avevo notato.
Come quando si rilegge un libro o si osserva ripetutamente un dipinto, anche i successivi ascolti di un brano musicale ci regalano sempre particolari nuovi, nuove suggestioni consentendoci di apprezzare melodie o passaggi che magari non erano stati ancora oggetto della nostra attenzione.

Mi è accaduto, in questi ultimi giorni, soprattutto con il pezzo di Rossini postato lo scorso Venerdì Santo e che - come sempre in certe festività - avevo lasciato senza alcun commento perchè fossero solo le note a parlare.
Si tratta della parte introduttiva dello
"Stabat Mater", una composizione che, per certi aspetti, ci svela un Rossini differente da quello più noto per le sue arie di tono vivace e brioso.
La contemplazione di Maria sotto la croce è segnata infatti da accenti tragici di rara bellezza, sia nel tema iniziale che si snoda lento quasi accompagnando il pianto della madre, sia in certe aperture affidate alla voce solista.
Si alternano infatti tonalità minori e maggiori a sottolineare ora i singhiozzi, ora la condivisione della sofferenza col Crocifisso, fino a culminare nel grandioso "dum pendebat Filius" che il coro canta con un'intensità che mette veramente i brividi.

Mi colpisce sempre la versatilità del musicista pesarese, capace di rallegrarci con i ritmi delle sue arie e delle sue ouvertures solari e scintillanti, ma anche così fortemente drammatico.
Certo non è il solo tra i compositori a presentare una duplicità di aspetti. Basti pensare a Mozart: c'è quello salottiero e galante di certe serenate e quello più intimo dell' Ave verum; c'è il Mozart cristallino di alcuni concerti e quello intensamente cupo del Requiem. E il discorso può valere anche per altri musicisti.
C'è comunque in Rossini una vivacità straordinaria che si esprime anche attraverso le scelte dell'organico orchestrale e insieme a questo una vena di teatralità irrefrenabile che talvolta affiora persino in opere di argomento più serio, basti pensare al "Cuius animam" sempre nello "Stabat Mater".

Oggi è proprio il Rossini più sereno quello con cui vorrei augurare buon weekend a chi passa di qui.
La "Sonata a quattro N.1 in Sol maggiore" nel suo primo movimento è infatti un brano scorrevole e sognante, un'apertura alla speranza
di cui tutti in qualche modo abbiamo bisogno. Il compositore infatti, attraverso la leggerezza del tema e il ritmo dei pizzicati, ci porta via sull'onda di una melodia sinuosa e lieve come un volo di farfalle che sembra quasi scritta per la danza.
Una sonata che risolleva il cuore e riempie di gioia come quando - per usare un paragone preso giusto dal mondo delle note - riusciamo a comprare il biglietto per il concerto del nostro musicista o cantante preferito. Magari la data del concerto è ancora lontana, magari non è neppure vicino a casa e non sappiamo nemmeno se riusciremo ad andarci, ma quel biglietto in tasca ci riconforta e ci fa sognare, diventa una proprietà tutta nostra come avessimo messo un'ipoteca di speranza sul nostro futuro.
E nell'attesa, siamo davvero più ricchi!


Buon ascolto!

venerdì 6 aprile 2012

Venerdì Santo


Beato Angelico


"Compianto sul Cristo morto"
Museo di S. Marco - Firenze.




Rossini


"Stabat Mater".


giovedì 28 aprile 2011

La voce di Lolek

Difficile per me trovare parole adeguate ad un evento di tale spessore come la prossima beatificazione di Giovanni Paolo II, evento che - come certo ogni altra beatificazione - è una porta aperta verso l'infinito, ma che in questo caso interpella con particolare forza noi contemporanei.
Papa Wojtyla, infatti, non è un'immaginetta d'altri tempi, un santino o solo una pagina sia pure importante di storia o di agiografia.
E' invece una persona di cui, anche attraverso i media, abbiamo condiviso alcune vicende quasi da testimoni oculari, partecipando col cuore ai momenti drammatici della sua vita, coinvolti dalla sua sofferenza come dalla sua fede e dalla sua grinta.


Non sta a me ricordare eventi che tutti conosciamo: dalla giovinezza di Karol (Lolek per gli amici) segnata dal lavoro in fabbrica, dalle passioni per la poesia e il teatro
, ai lunghi intensissimi anni di pontificato. Ma mi piace soffermarmi qui oggi su di un particolare aspetto, un dato fisico ed espressivo a mio avviso non trascurabile : la sua voce.

A colpirmi per prima infatti, dal giorno della sua elezione a Papa, è stata proprio la voce: forte, sicura, calda, giovane, con quell'inflessione straniera che lo portava a chiudere le "o", pronta a risuonare coraggiosa in ogni angolo di mondo, a guidare un canto insieme alle folle di giovani, con quel timbro confortante capace di incoraggiare o talora, incisivo, volto ad ammonire.

Q
uella stessa voce si sarebbe più tardi indebolita, incrinata e infine spezzata: prima gagliarda, poi sempre più tremante e impastata di sofferenza perchè non fosse il Papa bello e televisivo, sportivo ed attraente ad emergere, ma "l'Essenziale invisibile agli occhi".

Tutti ricordiamo
- in una delle sue ultime apparizioni alla finestra dello studio - il suo gesto di dolore e forse d'impazienza, quel portarsi la mano alla fronte quando, nonostante lo sforzo, non era riuscito a parlare. C'era tutta la sua umanità in quel moto spontaneo, in quel pianto certo più esplicito di tanti discorsi perchè si può essere voce, sostegno, grido, testimonianza in molti modi: con lo sguardo, coi gesti, con la malattia, con le lacrime.
Anche col silenzio.

Allora, proprio alla sua voce così sofferta voglio dedicarne oggi un'altra, quella della Musica, con uno dei brani più trascinanti che io conosca.

Il
"Cum Sancto Spiritu" della "Petite Messe Solennelle" di Rossini è infatti un coro straordinariamente gioioso, dove le varie parti che costruiscono l'architettura del pezzo s'inseguono salendo con vivacità ma al tempo stesso con serena distensione, e dove la tipica esuberanza rossiniana degli accordi introduttivi si stempera in quasi danzante levità.
E i sorrisi che fioriscono sui volti dei coristi parlano di una gioia che viene dall'anima profonda della musica e dal testo al quale il canto ridona vita.

Così pure, il richiamo allo Spirito che conclude il "Gloria" mi sembra in sintonia con quel vento che, il giorno del funerale di Giovanni Paolo II, ha sfogliato le pagine del Vangelo posto sulla sua bara
, quasi a sigillo della sua vita terrena e sostanza di quella futura.

Buona visione e buon ascolto!