Ennio Morricone (1928 - 2020) : "Finale di concerto romantico interrotto"
"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
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lunedì 6 luglio 2020
domenica 27 settembre 2015
Tra esotismo e antichità
A tutti sarà capitato di osservare che la prima maestra di musica intorno a noi è la natura, con la sua molteplicità di suoni, sommessi o squillanti, cupi o limpidi, rochi o melodiosi e via dicendo.
Dallo scorrere delle acque di un ruscello al fragore delle onde del mare, dai versi più vari degli animali al soffio del vento o al temporale, una musica ci avvolge in continuazione, creando in noi rispondenze e suggestioni.
Ma come è affascinante la scoperta di tali armonie in natura, lo è altrettanto la storia della nascita degli strumenti musicali con cui l'uomo ha tentato di riprodurre ritmi e timbri, esplorando le infinite possibilità espressive dei suoni.
Mosso poi dal desiderio di sperimentare tali possibilità anche attraverso la danza o le attività rituali, si è creato nel tempo strumenti più raffinati, adottando tecniche costruttive che si sono evolute dalle meccaniche più semplici a quelle più sofisticate e vagliando materiali e soluzioni creative sempre nuove.
Basti pensare alla complessità di un organo a canne o all'importanza del tipo di legno usato per la realizzazione di un violino o alle modifiche che hanno portato dal clavicordo al clavicembalo, al fortepiano e finalmente al pianoforte. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Ci sono tuttavia strumenti che vantano un'origine antichissima e che - nonostante nel tempo siano variati nei materiali e in taluni particolari - hanno sostanzialmente mantenuto la primitiva semplicità.
Uno di questi è il cosiddetto "flauto di Pan" che le fonti ci dicono essere nato in Cina nel III millennio a.C., comparso in Grecia nel 600 a.C., poi in Egitto e nel mondo romano dov'era conosciuto col nome di "syrinx".
Altre testimonianze lo registrano inoltre nelle Americhe precolombiane e ancora oggi è usato dai musicanti di strada peruviani.
In Italia, è possibile trovare un'antica immagine di questo tipo di flauto nei mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia risalenti al IV secolo d.C.
Il Cristo Buon Pastore - qui raffigurato in un'iconografia che interpreta in senso cristiano elementi della precedente tradizione pagana - non ha in mano un attrezzo da lavoro, ma proprio un "flauto di Pan".
Il nome deriva dal riferimento mitologico a Pan, dio dei boschi e dei pastori (dal greco paein, cioè pascolare), ma anche dio di tutto (in greco pan), quindi della natura considerata nella sua totalità.
La leggenda - ripresa tra l'altro da Débussy in una sua composizione intitolata appunto "Syrinx" - ci racconta che Pan, nato con busto d'uomo ma gambe e corna di capra, si era innamorato della ninfa Siringa che, per sfuggirgli, si sarebbe tramutata in un ciuffo di canne capaci di emettere al soffio del vento un dolcissimo suono. Così Pan, per ricordare la ninfa, costruì lo strumento musicale che chiamò siringa.
Si tratta di un insieme di più flauti diritti di diversa lunghezza, costruiti con materiali che andavano dalle canne palustri al legno, alla terracotta, ma in seguito anche al metallo e talora all'alabastro. Uno strumento usato ancora oggi soprattutto nella musica etnica, il cui suono ci trasporta subito in un'atmosfera esotica simile a quella dei canti andini.
Recentemente tuttavia, alcuni interpreti lo hanno fatto uscire dall'ambito specifico in cui si è affermato, contribuendo a farlo conoscere al grande pubblico.
Fra gli altri, va ricordato il flautista rumeno Gheorghe Zamfir - forse il più famoso a questo riguardo - ma insieme a lui anche Ulrich Herkenoff che ha elevato lo strumento al rango di solista all'interno di un insieme da concerto o di un'orchestra sinfonica, ispirando vari compositori a scrivere brani per "flauto di Pan".
Ne possiamo apprezzare il suono in un famoso pezzo di Ennio Morricone: "Cockeye's Song", tratto dalla colonna sonora dell'altrettanto famoso film di Sergio Leone "C'era una volta in America".
Qui, dopo una concitata introduzione, il particolarissimo e inconfondibile timbro di questo flauto ci immerge in un'atmosfera singolare, soffusa di malinconica dolcezza e di poesia. Vi troviamo passaggi ora più mossi, ora più lenti e prolungati, note ora roche, ora squillanti soprattutto nelle ottave più alte.
Una melodia peraltro adattissima alla pellicola di Sergio Leone che ci offre un'immagine di umanità a tutto tondo in cui s'intrecciano poesia e durezza, violenza e nostalgia come facce della stessa medaglia.
Un brano da gustare in solitudine, lasciando che il suono del "flauto di Pan" ci conduca lontano - o dentro di noi - sull'onda del suo fascino.
Buon ascolto!
Dallo scorrere delle acque di un ruscello al fragore delle onde del mare, dai versi più vari degli animali al soffio del vento o al temporale, una musica ci avvolge in continuazione, creando in noi rispondenze e suggestioni.
Ma come è affascinante la scoperta di tali armonie in natura, lo è altrettanto la storia della nascita degli strumenti musicali con cui l'uomo ha tentato di riprodurre ritmi e timbri, esplorando le infinite possibilità espressive dei suoni.
Mosso poi dal desiderio di sperimentare tali possibilità anche attraverso la danza o le attività rituali, si è creato nel tempo strumenti più raffinati, adottando tecniche costruttive che si sono evolute dalle meccaniche più semplici a quelle più sofisticate e vagliando materiali e soluzioni creative sempre nuove.
Basti pensare alla complessità di un organo a canne o all'importanza del tipo di legno usato per la realizzazione di un violino o alle modifiche che hanno portato dal clavicordo al clavicembalo, al fortepiano e finalmente al pianoforte. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Ci sono tuttavia strumenti che vantano un'origine antichissima e che - nonostante nel tempo siano variati nei materiali e in taluni particolari - hanno sostanzialmente mantenuto la primitiva semplicità.
Uno di questi è il cosiddetto "flauto di Pan" che le fonti ci dicono essere nato in Cina nel III millennio a.C., comparso in Grecia nel 600 a.C., poi in Egitto e nel mondo romano dov'era conosciuto col nome di "syrinx".
Altre testimonianze lo registrano inoltre nelle Americhe precolombiane e ancora oggi è usato dai musicanti di strada peruviani.
In Italia, è possibile trovare un'antica immagine di questo tipo di flauto nei mosaici pavimentali della Basilica di Aquileia risalenti al IV secolo d.C.
Il Cristo Buon Pastore - qui raffigurato in un'iconografia che interpreta in senso cristiano elementi della precedente tradizione pagana - non ha in mano un attrezzo da lavoro, ma proprio un "flauto di Pan".
Il nome deriva dal riferimento mitologico a Pan, dio dei boschi e dei pastori (dal greco paein, cioè pascolare), ma anche dio di tutto (in greco pan), quindi della natura considerata nella sua totalità.
La leggenda - ripresa tra l'altro da Débussy in una sua composizione intitolata appunto "Syrinx" - ci racconta che Pan, nato con busto d'uomo ma gambe e corna di capra, si era innamorato della ninfa Siringa che, per sfuggirgli, si sarebbe tramutata in un ciuffo di canne capaci di emettere al soffio del vento un dolcissimo suono. Così Pan, per ricordare la ninfa, costruì lo strumento musicale che chiamò siringa.
Si tratta di un insieme di più flauti diritti di diversa lunghezza, costruiti con materiali che andavano dalle canne palustri al legno, alla terracotta, ma in seguito anche al metallo e talora all'alabastro. Uno strumento usato ancora oggi soprattutto nella musica etnica, il cui suono ci trasporta subito in un'atmosfera esotica simile a quella dei canti andini.Recentemente tuttavia, alcuni interpreti lo hanno fatto uscire dall'ambito specifico in cui si è affermato, contribuendo a farlo conoscere al grande pubblico.
Fra gli altri, va ricordato il flautista rumeno Gheorghe Zamfir - forse il più famoso a questo riguardo - ma insieme a lui anche Ulrich Herkenoff che ha elevato lo strumento al rango di solista all'interno di un insieme da concerto o di un'orchestra sinfonica, ispirando vari compositori a scrivere brani per "flauto di Pan".
Ne possiamo apprezzare il suono in un famoso pezzo di Ennio Morricone: "Cockeye's Song", tratto dalla colonna sonora dell'altrettanto famoso film di Sergio Leone "C'era una volta in America".
Qui, dopo una concitata introduzione, il particolarissimo e inconfondibile timbro di questo flauto ci immerge in un'atmosfera singolare, soffusa di malinconica dolcezza e di poesia. Vi troviamo passaggi ora più mossi, ora più lenti e prolungati, note ora roche, ora squillanti soprattutto nelle ottave più alte.
Una melodia peraltro adattissima alla pellicola di Sergio Leone che ci offre un'immagine di umanità a tutto tondo in cui s'intrecciano poesia e durezza, violenza e nostalgia come facce della stessa medaglia.
Un brano da gustare in solitudine, lasciando che il suono del "flauto di Pan" ci conduca lontano - o dentro di noi - sull'onda del suo fascino.
lunedì 11 maggio 2015
Note come carezze....
Mi è capitato, in questi ultimi tempi, di rivedere in tv alcuni vecchi film e, in taluni casi, di apprezzarli maggiormente rispetto alla prima volta.La possibilità di ripercorrere a distanza di tempo una pellicola può essere infatti fonte di nuove emozioni, cosa che del resto accade anche con la lettura di un libro, l'ascolto di un brano di musica o la fruizione di un dipinto.
Tuttavia il linguaggio cinematografico, di per sè più complesso e articolato, è per me quasi sempre occasione di rinnovato interesse e, rivedendole, capita che riesca a gustare anche pellicole che magari in passato non mi avevano destato particolare entusiasmo.
Confesso che - al di là della trama, della costruzione dei personaggi, dell'ambiente, della recitazione e via dicendo - uno degli elementi chiave che mi consente di entrare nel vivo di un film e me ne suggerisce una più profonda comprensione è la colonna sonora, ed è quasi automatico che sia essa a catturare per prima la mia attenzione.
Ne parlavo già tempo fa, sottolineando il ruolo e la straordinaria capacità delle note nel commentare immagini, nel suggerire e interpretare, dando ampiezza e rilievo ad una sequenza filmica con un linguaggio che ci raggiunge in modo immediato.
Penso tuttavia che la musica sappia arrivare ancora più a fondo, andando a svelare la bellezza insita in una storia - e dunque nel nostro vivere - anche quando essa non è subito evidente e facendola emergere da qualunque situazione, comprese quelle più contraddittorie o impensate.
Ho in mente - a questo proposito - alcune famosissime colonne sonore che parlano più di tanti discorsi o immagini, completando il senso di ciò che vediamo e facendo affiorare un tale universo di emozioni che, senza quel particolare commento musicale, un film non sarebbe più lo stesso.
Le citazioni potrebbero essere tante, ma due esempi mi sono sempre parsi più significativi di altri: la "Passione secondo Matteo" di Bach nel film "Accattone" di Pierpaolo Pasolini, e l' "Adagio" di Barber nelle sequenze conclusive di "Platoon" di Oliver Stone. Brani certo differenti, eppure entrambi intrisi di sacralità - non dimentichiamo che il pezzo di Barber diventerà un "Agnus Dei" - e che con questo loro afflato vanno tuttavia a commentare una realtà umana degradata e violenta.
Ma l'effetto che in apparenza potrebbe risultare stridente, diventa invece rivelatore, il contrasto diventa luce, come uno sguardo che fa emergere da quell'umanità un desiderio di riscatto, quasi l'abisso della miseria contenesse implicita un'invocazione di pietà che la musica coglie facendola affiorare.
Questa musica infatti ci aiuta a leggere la bellezza anche dove non ce l'aspetteremmo, ce la fa scoprire per risvolti inattesi, magari scavando al fondo di vicende di tragica violenza e svelando, dietro la fragilità dell'uomo, il suo inesausto bisogno di Essenziale.
Non si tratta di rinunziare a chiamare le cose col loro nome: la musica non mette maschere e non nasconde. Ma mirabilmente conduce all'origine di ogni gesto - o di ogni rabbia - svelando il desiderio di amore che abita il cuore di ciascuno, desiderio spesso tradito e contraddetto, nascosto e negato, ma vero come l'estrema verità che ci fa esseri umani.
E' questa - almeno così a me sembra - la radice profonda che talora la musica va a toccare.
Allora essa non può non lasciare un segno in chi ascolta, come il brano di Ennio Morricone che vi propongo oggi, tratto dalla colonna sonora scritta dal compositore per il capolavoro di Sergio Leone "C'era una volta in America".
Una musica che - come la vicenda narrata dal film - riflette una storia di umanità a tutto tondo che ci parla di amicizia, memoria, nostalgia, delinquenza, tradimento, delusione, ma soprattutto amore: inarrivabile e perduto, capace di tradursi in violenza, ma anche in afflato lirico.
Non una storia romantica, ma uno specchio di vita con le sue contraddizioni, come contraddittoria è la personalità del protagonista, fragile e talora grandioso, eroico e al tempo stesso brutale. E di questa vita la musica ci restituisce ogni dimensione andando a leggere, nelle pieghe della vicenda e nel cuore di personaggi, quella tormentosa nostalgia che ce li fa vicini.
Una storia sulla quale le note del famosissimo "Tema di Deborah" che qui vi propongo, si aprono come uno sguardo dall'alto, come carezze d'indicibile soavità.
Buon ascolto!
venerdì 2 agosto 2013
Baci
Del bravissimo regista Giuseppe Tornatore, recentemente premiato con numerosi riconoscimenti per il film "La migliore offerta", ho rivisto sere fa "Nuovo Cinema Paradiso", forse la più famosa tra le sue pellicole o quella che comunque gli ha fruttato, a suo tempo, la maggiore notorietà.
Conosciamo tutti la vicenda, una storia sul valore e il ruolo del cinema ambientata nel contesto di un immaginario paesetto siciliano nel secondo dopoguerra.
La narrazione è imperniata sul rapporto tra Alfredo, anziano operatore cinematografico, e il piccolo Salvatore che progressivamente gli si affeziona quasi fosse il padre non più tornato dalla guerra. Nasce così tra i due un'amicizia e una complicità di affetti che si trasforma in aiuto reciproco e che crescerà negli anni fino a quando Salvatore sarà quasi adulto.
E' un lungo flash-back quello attraverso il quale il film si dipana.
All'inizio della narrazione infatti, il protagonista, ormai regista affermato, venuto a sapere della morte di Alfredo, ripercorre la propria infanzia e la propria adolescenza attraverso una sequenza di ricordi incentrati sul legame con quell'uomo che era stato per lui un sostanziale punto di riferimento. Alfredo aveva infatti intuito nel giovanissimo amico passioni e capacità, e lo aveva esortato a realizzarle andandosene dal paese anche a costo che s'interrompesse la contrastata relazione con Elena.
Così la vicenda, oltre che un vivace contesto di vita paesana, ci restituisce la storia di due intensissimi amori: quello per il cinema che si trasformerà per Salvatore in una scelta di vita, e quello per Elena, mai dimenticata e ormai perduta, a proposito della quale non era stato secondario il ruolo di Alfredo nel dare agli eventi una svolta decisiva.
Tornato in paese per il funerale, Salvatore rivede gli antichi compaesani ed entra in possesso di una pellicola conservata per lui dal vecchio amico.
Meravigliosa e toccante la sequenza finale in cui la proietta, scoprendo che si tratta di tutti gli spezzoni di film che avevano suscitato la sua curiosità di bambino e all'epoca censurati perchè rappresentavano scene di baci considerate sconvenienti.
E lo sguardo di Jacques Perrin che interpreta Salvatore ormai adulto, passa dalla curiosità alla sorpresa, dal ricordo all'emozione e infine alla gioia, mentre sfilano davanti ai suoi occhi progressivamente più attenti e partecipi i baci più famosi e appassionati della storia del cinema che Alfredo aveva conservato e montato proprio per lui.
Ed è come se, insieme a quelle immagini, ritornasse in possesso anche della propria storia, riannodandone fili e ritrovandovi comunque un senso.
Ma parte della commozione che la vicenda suscita è data anche dalla mirabile colonna sonora affidata al grande Ennio Morricone e al figlio Andrea che ha realizzato in particolare il famosissimo "Tema d'amore" qui riportato.
Come sempre in un film, le note completano ed esprimono ciò che parole e immagini, sia pure nella loro bellezza, non arrivano a dire. Così, il brano - oltre che nel finale - ricorre più volte nel corso della narrazione a sottolineare le sequenze più salienti della vicenda, accentuando il senso di struggente nostalgia da cui è pervasa.
Una melodia che si anima di progressiva intensità e sembra entrare dolcemente in ogni piega dell'anima a suscitarne emozioni con una delicatezza che mette i brividi.
Buona visione e buon ascolto!
Conosciamo tutti la vicenda, una storia sul valore e il ruolo del cinema ambientata nel contesto di un immaginario paesetto siciliano nel secondo dopoguerra.
La narrazione è imperniata sul rapporto tra Alfredo, anziano operatore cinematografico, e il piccolo Salvatore che progressivamente gli si affeziona quasi fosse il padre non più tornato dalla guerra. Nasce così tra i due un'amicizia e una complicità di affetti che si trasforma in aiuto reciproco e che crescerà negli anni fino a quando Salvatore sarà quasi adulto.
E' un lungo flash-back quello attraverso il quale il film si dipana.
All'inizio della narrazione infatti, il protagonista, ormai regista affermato, venuto a sapere della morte di Alfredo, ripercorre la propria infanzia e la propria adolescenza attraverso una sequenza di ricordi incentrati sul legame con quell'uomo che era stato per lui un sostanziale punto di riferimento. Alfredo aveva infatti intuito nel giovanissimo amico passioni e capacità, e lo aveva esortato a realizzarle andandosene dal paese anche a costo che s'interrompesse la contrastata relazione con Elena.
Così la vicenda, oltre che un vivace contesto di vita paesana, ci restituisce la storia di due intensissimi amori: quello per il cinema che si trasformerà per Salvatore in una scelta di vita, e quello per Elena, mai dimenticata e ormai perduta, a proposito della quale non era stato secondario il ruolo di Alfredo nel dare agli eventi una svolta decisiva.
Tornato in paese per il funerale, Salvatore rivede gli antichi compaesani ed entra in possesso di una pellicola conservata per lui dal vecchio amico.
Meravigliosa e toccante la sequenza finale in cui la proietta, scoprendo che si tratta di tutti gli spezzoni di film che avevano suscitato la sua curiosità di bambino e all'epoca censurati perchè rappresentavano scene di baci considerate sconvenienti.
E lo sguardo di Jacques Perrin che interpreta Salvatore ormai adulto, passa dalla curiosità alla sorpresa, dal ricordo all'emozione e infine alla gioia, mentre sfilano davanti ai suoi occhi progressivamente più attenti e partecipi i baci più famosi e appassionati della storia del cinema che Alfredo aveva conservato e montato proprio per lui.
Ed è come se, insieme a quelle immagini, ritornasse in possesso anche della propria storia, riannodandone fili e ritrovandovi comunque un senso.
Ma parte della commozione che la vicenda suscita è data anche dalla mirabile colonna sonora affidata al grande Ennio Morricone e al figlio Andrea che ha realizzato in particolare il famosissimo "Tema d'amore" qui riportato.
Come sempre in un film, le note completano ed esprimono ciò che parole e immagini, sia pure nella loro bellezza, non arrivano a dire. Così, il brano - oltre che nel finale - ricorre più volte nel corso della narrazione a sottolineare le sequenze più salienti della vicenda, accentuando il senso di struggente nostalgia da cui è pervasa.
Una melodia che si anima di progressiva intensità e sembra entrare dolcemente in ogni piega dell'anima a suscitarne emozioni con una delicatezza che mette i brividi.
Buona visione e buon ascolto!
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