sabato 27 giugno 2026

La sedia di Glenn

Mi capita spesso di pensare, soprattutto negli ultimi tempi, che se un giorno dovessi cambiare nome a questo blog, lo chiamerei "La sedia di Glenn".

Che dite...troppo pretenzioso? 
E perchè mi è sorta questa strana idea? Quale
rapporto potrebbe mai esserci fra la sottoscritta e il mitico Glenn Gould (1932 - 1982), raffinatissimo interprete della musica di Bach e non solo? 
Come oso, sia pure ipoteticamente, accostare le
 spensierate divagazioni di questo piccolo spazio web a un pianista così ricco di originalità e genio da essere considerato uno dei più grandi di tutti i tempi? La cosa non suona forse un po' dissacrante? E perchè poi di Glenn m'interessa proprio la sedia?

Intanto perchè l'oggetto ha una storia singolare che molti di voi conoscono. Certo vi sarete accorti, dalle foto o dai video, che la posizione di Gould davanti al pianoforte è spesso inusuale nel senso che la sedia è più bassa del solito rispetto alla tastiera. Questo per esplicita volontà del pianista che al padre, che gliel'aveva costruita, aveva dato precise istruzioni. Per poter suonare al meglio infatti, Gould aveva disposto che la distanza dalla seduta al pavimento fosse di soli 35 cm., che lo schienale fosse rigido e la sedia pieghevole in modo da portarsela dietro senza difficoltà nei vari concerti. 

Certo Gould famoso, oltre che per la sua ipocondria, per la sua maniacale ricerca della perfezione, era un eccentrico. Ma evidentemente, anche se a noi può sembrare bizzarra, una seduta del genere gli facilitava la posizione davanti alla tastiera consentendogli maggiore scioltezza e facilità di movimento. Del resto, sappiamo tutti quanto sia importante sentirci a nostro agio in ciò che facciamo: è la comodità di trovare la posizione giusta, lo spazio più adatto per esprimerci, la nostra nicchia insomma dalla quale osservare meglio il mondo. Bella o brutta, ognuno ha la sua. La sedia del pianista esteticamente non è granchè, dalle foto sembra vecchia e consunta, tuttavia è servita allo scopo.

Ma io che c'entro?... C'entro perchè nel corso degli anni - e a ottobre saranno la bellezza di sedici! - mi sono resa conto che anche questo blog per me è un po' come la sedia di Glenn: una nicchia, uno spazio per tanti versi limitato che però mi esprime perchè è l'angoletto in cui mi ritrovo e dove - a contatto con la musica o talora con altre forme di arte - recupero motivazione, serenità e voglia di fare. Uno strumento piccolo e modesto certo, ma capace di farmi sentire a mio agio. Ci si può esprimere da mille angolature e magari ciò che ci rende il compito più facile sta a soli 35 cm. da terra o davanti a un computer. Da qui non suono, ma ascolto, osservo e condivido con gioia ciò che trovo proprio da questa postazione. Ecco spiegato l'arcano.

E allora godiamoci insieme il brano che ho scelto e che il nostro amico pianista, dall'alto - pardon! - dal basso della sua sedia, suona incantandoci. Non è di Bach il pezzo che ascolterete, ma di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): sono infatti le "15 Variazioni e Fuga su di un tema in Mi bemolle maggiore op.35" conosciute anche come "Variazioni Eroica" che avrete sentito chissà quante volte dato che il loro tema ricorre anche nel finale della celebre terza Sinfonia. 
Ma quella che m'interessa qui è l'interpretazione di Gould che sembra godere al
massimo dello splendore della musica. Ne cogliete infatti la gioia nel lieve sorriso che gli si disegna in volto mentre la mano sinistra a tratti si solleva quasi a segnare il ritmo o, più ancora, a dirigere se stesso! Senza dimenticare le volte in cui canticchia a mezza voce la melodia come spesso gli accade.

Il video vi riporta solo un breve stralcio del pezzo. Trovate poi a questo link l'intera esecuzione che vi farà apprezzare la spaventosa bravura del nostro Glenn: non solo virtuoso del pianoforte, ma insieme interprete di genio straordinario. Seguendo l'andamento del brano la sua espressione è ora giocosa e divertita, ora tenera e sognante, ora energica e rigorosa come il braccio sinistro che si solleva in uno scatto improvviso e imperioso alla fine di certi passaggi.
E penso che anche Beethoven - dal Paradiso dei musicisti dove avrà recuperato un formidabile udito - sia grato di sentire la propria musica così splendidamente vissuta e valorizzata!

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

sabato 20 giugno 2026

Coltivare parole - 6

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà per l'antica sicilianità del mio entroterra familiare che - nonostante io sia nata in Lombardia e da sempre affezionata alla mia terra di pianura - amo in modo struggente le poesie di Salvatore Quasimodo (1901 - 1968).
Da quando alle medie mi avevano fatto leggere "Lettera alla madre", qualcosa si è smosso in me come se quella nostalgia di trapiantato al nord che il poeta esprimeva, in fondo, un po' mi appartenesse quasi la portassi oscuramente nel sangue.
Nella Milano nebbiosa in cui, dalla nativa Modica, Quasimodo si era trasferito, sentiva il peso della lontananza dalla madre per la quale nutriva un affetto simile a una sorta di devozione, tanto che il testo si apre in latino (Mater...) come fosse dedicato a una divinità: madre e forse al tempo stesso terra madre dalla quale tutto ha origine. Una poesia ricca di immagini a somiglianza di molte altre nelle quali l'autore evoca angoli e scorci di una Sicilia divenuta mitica nel suo ricordo.
Tra queste, dalla raccolta "Acque e terre" del 1930 ne ho scelto una che amo in particolare per ciò che, attraverso i sensi, Quasimodo ci fa percepire. Eccola:

Vicolo

"Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile,
e s’udiva la notte un pianto
di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
che si chiamano piano,
e non sanno ch’è paura
di restare sole nel buio."

Sono versi che, come sempre, vanno riletti più volte per coglierne tutta la suggestione. Nella prima strofa, la memoria del paese natale è evocata attraverso la voce del vicolo, quasi fosse una persona cui Quasimodo si rivolge con un tu che nasce dal profondo. Del resto, la consuetudine col proprio luogo di origine ci porta spesso ad umanizzarlo perché è lo specchio che ci restituisce pensieri e sentimenti che vi abbiamo vissuto. Qui sono soprattutto immagini e suoni a renderlo vivo e presente al cuore del poeta.

Bellissimi i versi "non so che cieli ed acque / mi si svegliano dentro" e intensa la percezione che ci offre il termine "svegliano" - e poco più in là "smaglia" - in cui quella consonanza interna ai due verbi ci fa percepire che in noi un nodo si sta sciogliendo. 
È un sipario interiore che si apre: prima a visioni ariose e piene di luce ("cieli ed acque"), poi sulle immagini del tramonto ("una rete di sole che si smaglia") e infine sulla notte. C'è infatti un procedere verso l'ombra che si fa progressivamente strada fino al "dondolio di lampade" che non vediamo direttamente, ma solo nel loro ondeggiante riflesso sui muri. Immagini indefinite e in movimento, ma per questo ancor più efficaci come la suggestione del vento che invade le botteghe aperte fino a tarda sera ("...dalle botteghe tarde / piene di vento e di tristezza").

Nella seconda strofa la memoria riconduce a un passato antico identificato attraverso i suoni del telaio e del pianto: uno più netto e scandito, l'altro più vago e angoscioso che riecheggiano nel ricordo del poeta. "Altro tempo" scrive Quasimodo da una dimensione esistenziale ormai diversa, ma è un tempo che gli è caro insieme alla fragilità che esso esprime. Il "pianto / di cuccioli e di bambini" fa pensare infatti a chi è solo e bisognoso di protezione, mentre più rassicurante e familiare è il suono di quel "telaio" che "batteva nel cortile" e che ci riporta inevitabilmente al Leopardi.

Ma nella nostalgia del vicolo di un tempo colgo anche una mestizia che va facendosi sempre più intensa nel corso del testo. Ci sono parole a questo riguardo significative come "tristezza" alla fine della prima strofa, nella seconda "pianto" che accomuna cuccioli e bambini e, soprattutto nell'ultima, "croce", "paura" e "buio".
Quasimodo sembra scavare qui nel cuore del vicolo quasi scandagliasse quello delle
 persone che lo abitano - ma insieme quello di ogni essere vivente - portando alla luce solitudine, paure inconfessate e bisogno di vicinanza per non affondare nell'oscurità. Suggestivo e dolcissimo il verso con cui definisce il vicolo: "una croce di case / che si chiamano piano" dove la drammaticità della parola croce - e insieme la sua povertà come a dire che le case sono poche - è smorzata da quel si chiamano piano, quasi fossero compagni che si tengono per mano quando scende il buio. 
E a proposito di solitudine, non può non tornare in mente il testo più celebre del poeta scritto alcuni anni più
 tardi, in cui Quasimodo sintetizza in tre versi quella che, a suo avviso, è la condizione umana: "Ognuno sta solo sul cuor della terra, / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera."

Proprio in armonia con la malinconica dolcezza della poesia "Vicolo", ho scelto una musica di tono intensamente nostalgico, capace di scandagliare allo stesso modo la nostra anima facendone affiorare la verità di fondo. 
Si tratta del "Notturno op.70 n.1" di Giuseppe Martucci (1856 - 1909), scritto
inizialmente per pianoforte solo e poi rielaborato nella versione orchestrale che ascolterete. 
Ancora una volta, dunque, un autore nuovo per questo blog con un brano che mi ha davvero affascinato. Con la morbidezza della tonalità di Sol bemolle maggiore
vi si avvicendano infatti ombre e luci ora con carezzevole levità, ora con la stretta intensa di un ricordo e di un clima di intimità che, dopo averci preso, va a smorzarsi con dolcezza infinita. 

Pianista, direttore d'orchestra e apprezzato insegnante oltre che compositore di pezzi sinfonici, Martucci ha contribuito a far conoscere nel nostro paese le opere dei musicisti tedeschi del secondo Ottocento, senza ignorare però quella cantabilità tipicamente italiana di cui è stato anticipatore. 
Ascoltando questo Notturno infatti, il primo aspetto che colpisce è uno splendore
melodico e un'atmosfera che a me hanno ricordato subito Puccini, in particolare la Bohème. E se pure non abbiamo prove di un preciso riferimento, non è difficile ipotizzare che il compositore lucchese - che scriverà la Bohème cinque anni dopo il Notturno di Martucci - vi abbia tratto in qualche modo ispirazione. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

venerdì 12 giugno 2026

Andante cantabile

Di musica in musica e di post in post, questa volta a darmi lo spunto per un bel brano è stato il riferimento a Puccini ispiratomi dal pezzo della scorsa settimana. Così, sono andata a riascoltare quanto del compositore lucchese avevo pubblicato incantandomi naturalmente su certe sue arie, ma senza trascurare quelli che youtube ci offre come video correlati. Proprio qui ho scoperto il brano di oggi, opera di un musicista grande amico di Puccini ma nuovo per questo blog. 

Si tratta di Umberto Giordano (1867 - 1948), compositore verista, rimasto famoso soprattutto per l' "Andrea Chenier" e la "Fedora", ma a suo tempo accusato dalla critica di indulgere troppo al gusto del pubblico per l'eccessiva enfasi di alcuni pezzi. Tuttavia, è lo splendore disteso della melodia italiana quello che troviamo nelle sue opere, in particolare nel brano che ho scelto e che ha risvegliato in me antichi ricordi.

In passato, non ho mai coltivato una grande passione per la lirica, mentre il mio amore per la musica è nato soprattutto con quella sinfonica e organistica. In casa mia però era il contrario. I miei genitori erano appassionati di lirica e, per quanto non frequentassero i teatri, non mancavano di ascoltare alla radio prima e in tv poi le opere dei più celebri compositori. Mia mamma ne sapeva a memoria le arie più famose e qualche volta me le canticchiava, con particolare predilezione per quelle di Puccini che anche mio papà talora accennava, subito sdegnosamente zittito da lei perchè era stonato!😂

Io all'epoca non mi lasciavo molto allettare e rimanevo ancorata al mio Bach per organo e ai miei mitici Swingle Singers, però inevitabilmente qualcosa mi restava dentro: un seme che sarebbe germogliato molto più avanti, insieme al ricordo di certe musiche che si erano sedimentate in me senza che me ne accorgessi. Proprio così è stato per il brano di oggi.

Si tratta dell' "Intermezzo sinfonico" dal secondo atto della "Fedora"
Nonostante la vicenda sia ambientata prima a San Pietroburgo, poi a Parigi, infine in Svizzera, e nella composizione amore e morte s'intreccino in una trama molto drammatica
, il pezzo ci offre quella cantabilità ricca di pathos tipica della tradizione italiana del secondo Ottocento. È una melodia che ci prende subito e che, sostenuta anche dal morbido accompagnamento dell'arpa, si fa simile a un mare dalle onde ora tranquille, ora agitate e impetuose, mentre nel finale il loro moto va placandosi con dolcezza. 

Due aspetti mi hanno particolarmente colpito. Il primo è il fatto che l'aria che fa da tema portante dell'Intermezzo è la stessa della romanza "Amor ti vieta", la più celebre dell'opera che trovate qui nell'interpretazione di Placido Domingo. Di tale romanza è interessante anche il testo che esordisce con le parole "Amor ti vieta di non amar"...e come non ricordare l'ancora più celebre verso dantesco "Amor ch'a nullo amato amar perdona" ?

Ma c'è un altro riferimento - stavolta non letterario ma musicale - che la melodia mi ha suscitato. È un richiamo che mi riecheggia dentro a 0.35 dall'inizio e così per una ventina di secondi, riportandomi nientemeno che a Rossini. Forse è solo follia pensarlo, ma ci risento per qualche momento uno dei temi della Sinfonia del Barbiere di Siviglia, quello che esordisce con un passaggio di note discendenti proprio qui, a 0.55 dall'inizio e sempre per una breve manciata di secondi.
A tutta prima sembra che non ci sia niente di più lontano dal brano della 
Fedora che ha una distesa cantabilità ricca di sentimento, mentre la musica di Rossini nel Barbiere è giocosa, ammiccante e vivacissima. 
Tuttavia, sapendo che Giordano conosceva bene le partiture del compositore
pesarese morto nel 1868, mi è venuto il sospetto che il passaggio musicale che ho citato dal suo Intermezzo possa essere stato ispirato proprio da Rossini. Immaginiamo che, ascoltandolo, a Giordano sia piaciuto, ma che abbia pensato di cambiargli stile, trasformando quella successione di note così ritmata e spiritosa in un passaggio tenero e colmo di passione.

Un gioco da ragazzi in fondo, come fanno tanti bravi arrangiatori che prendono un tema e lo rielaborano a modo loro dall'antico al moderno o da uno stile all'altro...chissà! A questo proposito, è doveroso aggiungere che in tempi più vicini a noi anche l'Intermezzo è stato rimaneggiato e ne esiste una versione jazz della quale però non riesco a riportarvi il link. Ma, detto tra noi, non mi entusiasma.

Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta "Il mare a Fécamp" di Monet, è presa dal web) 


giovedì 4 giugno 2026

Risvegli

È stato sull'onda del post della settimana scorsa in cui facevo riferimento ai bambini che, nella mia navigazione su youtube, sono approdata alla musica di oggi.
Si tratta dell'ultimo tempo intitolato "Le jardin
féerique" della suite "Ma Mère l'Oie" di Maurice Ravel (1875 - 1937). 

La composizione, che il musicista dedica ai due figli di un amico, prende spunto da alcune fiabe per l'infanzia e, in origine, era stata scritta solo per pianoforte nella speranza che, data la sua semplicità, potesse essere eseguita proprio dai due bimbi anche se poi così non è stato. In seguito, Ravel l'ha rielaborata per orchestra e successivamente trasformata in balletto.

Non è certo la prima volta che, nella storia della musica, si scrivono brani per l'infanzia: basti ricordare solo le Kinderszenen di Schumann o - per restare più vicini a Ravel sul piano della cronologia - la suite Children's Corner di Debussy. Ma lo stesso Ravel scriverà pochi anni dopo un'altra opera in cui protagonista è un bambino, intitolata "L'enfant et les sortilèges" nella quale si è divertito a usare molteplici generi musicali insieme a un originalissimo organico orchestrale per l'uso di strumenti inconsueti.

"Le jardin féerique" (il giardino fatato), contrariamente ai pezzi che lo precedono nella suite "Ma Mère l'Oie", non è tratto da una fiaba precisa, ma si collega al brano iniziale dell'intera composizione ispirato alla Bella Addormentata rappresentandone la conclusione in cui la fanciulla è risvegliata da un principe. Che la cornice di tale risveglio sia un luogo suggestivo, ricco di sorpresa e di mistero come un giardino fatato, sollecita la fantasia del compositore che intende riprodurre lo stupore della fanciulla davanti a una natura incantata dal primo chiarore dell'alba fino al radioso sorgere del sole.

Così la musica - qui nella versione orchestrale sotto la sapiente direzione di Gustavo Dudamel - prende le mosse da sonorità sommesse e trasognate, talora quasi impalpabili, per aprirsi in un tema che, nonostante la tonalità di Do maggiore, alterna luminosità a lieve malinconia. L'atmosfera estatica e soffusa di morbidezza che il compositore riesce a tradurre in note è dovuta anche al fatto che certi passaggi sono ripresi dalla voce acuta e dolce del violino e riecheggiano poi in tutta l'orchestra con progressiva intensità. 
Dopo la prima parte che con delicatezza evoca il risveglio della fanciulla e del giardino, un crescendo esprime infatti la forza della
natura che si apre nella sua sfolgorante bellezza, esempio di un impressionismo sonoro che qui avvertiamo in particolare attraverso i timbri orchestrali e la potenza ridondante degli accordi finali.

Ma torno alla parte iniziale del brano. I testi ci dicono che gli autori preferiti da Ravel erano Mozart, Liszt, Chopin, Debussy oltre ai clavicembalisti francesi tra cui senza dubbio Couperin. Eppure, nella malinconica dolcezza della melodia come in certe sue aperture - ascoltatela a lungo lasciandola riecheggiare in voi! - a me pare di avvertire la suggestione di Puccini, peraltro contemporaneo di Ravel. Mi risuona dentro, per esempio, l'atmosfera iniziale così intima del Preludio sinfonico e non solo. Non ho trovato testimonianze che attestino contatti diretti tra i due musicisti, ma sappiamo che Ravel stimava il compositore lucchese del quale aveva apprezzato le opere rivalutandole contro i giudizi negativi di alcuni critici.

Così pure, l'esordio del brano ricco di sfumature ci regala una percezione d'indefinito e di riposante respiro che deriva certo dal genio compositivo di Ravel, ma anche da un uso raffinatissimo della strumentazione orchestrale.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)