mercoledì 30 novembre 2022

Modernità di un ritratto

Leggo sul web la notizia che a Milano, all'ultimo piano della Torre PwC nel quartiere CityLife, è stato esposto al pubblico - e lo sarà ancora nei prossimi giorni - un celebre dipinto di Sandro Botticelli (1445 - 1510) : il "Ritratto di Giuliano de' Medici", proveniente dall'Accademia Carrara di Bergamo.
La mostra, intitolata appunto "Sguardi dalla Torre - Botticelli", consente di ammirare il capolavoro rinascimentale inserito qui in una cornice di arte contemporanea com' è appunto il grattacielo progettato da Daniel Libeskind.
Non so se potrò
visitarla, ma colgo l'occasione per soffermarmi su di un ritratto che ha spesso attirato la mia attenzione per la sua straordinaria modernità. 

Il dipinto è stato realizzato tra il 1478 e il 1480, probabilmente dopo la morte di Giuliano de' Medici ucciso nel corso della Congiura dei Pazzi e, oltre a questa, ne esistono altre due versioni in parte differenti e di incerta attribuzione, conservate l'una a Berlino e l'altra a Washington.
A colpirmi è la grande semplicità dell'opera che vedete, nitida e già moderna per
la sua epoca nel tratto disadorno e sottile, nelle ordinate campiture di colore e nella sua essenzialità spoglia ma elegantissima, capace di cogliere l'interiorità del protagonista rendendola viva.
Botticelli vi ha raffigurato Giuliano leggermente di tre quarti, gli occhi bassi
dall'espressione un po' altera o forse triste e pensosa, come di persona compresa in se stessa. Il suo capo è stagliato sul fondo azzurrino di un'apertura squadrata totalmente priva di ornamenti, dalla quale non si scorge alcun segno di paesaggio; altrettanto spoglio e severo è l'abbigliamento dell'uomo, una sorta di guarnacca rosso scuro fitta di pieghe che ritroviamo anche nelle opere del Mantegna e di Antonello da Messina.

Il dipinto, infatti, per alcuni caratteri iconografici, può ricordare certa ritrattistica coeva, ma qui mi pare che il Botticelli, rispetto ai suoi contemporanei, esalti maggiormente i valori di superficie, tanto che la testa di Giuliano sembra quasi intarsiata sullo sfondo. Inoltre, la linea che individua il profilo e i capelli ha un che di nervoso, una sorta di sinuosità angolosa, se mi si passa quest'espressione un po' contraddittoria. Ma ciò non turba l'aura dignitosa e solenne del ritratto.

Una rappresentazione di rara efficacia che non sarei lontana dal pensare possa aver ispirato anche artisti del Novecento.
Mi rendo conto che il mio è un riferimento azzardato, ma
ogni volta che vedo la bellissima "Maternità" realizzata da Gino Severini nel 1916 riportata qui a lato, non riesco a non pensare che, per qualche aspetto, l'artista possa essersi ispirato proprio al ritratto del Botticelli.
Il riferimento potrebbe non essere frutto di una chiara
consapevolezza da parte di Severini, ma solo un ricordo emerso dal passato, cultura che un giorno si è sedimentata in lui per tornar poi a rifiorire liberamente.
Qui, infatti, il tratto è più morbido, ricco di
plasticismo e di luce, così come differente è l'espressione nel viso della donna. Tuttavia, la linea nitida e pulita, lo sfondo spoglio e la scura chioma di capelli mi suggeriscono tale richiamo testimoniando - tra l'altro - il ritorno dell'artista alla tradizione figurativa del passato dopo l'adesione al Futurismo.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che alla severa compostezza del dipinto del Botticelli unisse l'aura morbida del quadro di Severini, rispecchiando l' eleganza di entrambe le opere, la prima giocata sul prevalere del linearismo, l'altra su forme più plastiche.
Così ho scelto la "Romanza n.1 in Sol Maggiore op.40 per violino e orchestra" di
Ludwig van Beethoven, scritta ai primi dell'Ottocento e spesso eseguita in coppia con quella in Fa Maggiore op.50, forse un po' più famosa per i numerosi arrangiamenti.
Questa in sol - tra le due la mia preferita - è un Andante dal ritmo
lento e solenne dove protagonista è subito il violino con una melodia semplice di grande cantabilità cui l'orchestra conferisce poi maggiore ampiezza e intenso spessore. Ma nel corso delle successive riprese, il tema si anima attraverso una sempre più ricca fioritura di note da parte dello strumento solista.
Una fioritura delicatamente sinuosa, ora più serena, ora più acuta e struggente, che nel finale si stempera in un largo respiro di pace.

Buon ascolto! 

(Le foto sono prese dal web)

martedì 22 novembre 2022

Un "Benedictus" per Santa Cecilia

Arrivo puntuale, quest'anno, a celebrare Santa Cecilia nel giorno preciso in cui ricorre la sua festa, e lo faccio prima di tutto con un dipinto di Bernardo Daddi (1290 - 1348).
Si tratta di un pittore fiorentino seguace di Giotto, ma non lontano dalla raffinatezza degli artisti di scuola senese, per l'uso del colore e una cura più dettagliata dei tratti.

L'immagine della Santa che vedete qui in un particolare, faceva parte del "Polittico del Carmine" realizzato dall'artista nella prima metà del Quattrocento, poi nel corso dei secoli smembrato, e ricomposto solo nel 2009 ad opera del Museo Diocesano di Milano dove è conservato. 

Daddi vi raffigura Cecilia con la palma del martirio, ma non ancora con gli strumenti musicali ai quali è stata poi tradizionalmente associata a partire dal tardo Medioevo. È d'allora infatti che la Santa è considerata protettrice della musica e di coloro che vi si dedicano, forse per il significato del testo latino dell'antifona d'ingresso nella Messa a lei dedicata ("Cantantibus organis, Cecilia virgo in corde suo soli Domino decantabat ..."), testo peraltro di controversa interpretazione e sul quale non sto a dilungarmi.
Ma se anche in questo dipinto non compaiono strumenti musicali o cori angelici,
l'immagine mi colpisce ugualmente per la sua soavità. Un lieve sorriso aleggia sul viso della Santa e raffinato è il ricamo sulla scollatura dell'abito, così come il serto di fiori che ferma i capelli. A questo si aggiunge la ricca aureola che spicca sul fondo oro della tavola a impreziosirla ulteriormente.

A Cecilia dedico allora un brano di altrettanta soavità, che è stato per me un vero e proprio amore al primo ascolto.
Si tratta del "Benedictus" dalla "Messe solennelle de Sainte Cécile CG 56" di
Charles Gounod (1818 - 1893), compositore famoso per la ricchissima produzione di carattere religioso, ma non solo. Spazia infatti dalla musica sacra - nell'ambito della quale spiccano la celeberrima "Ave Maria" e la "Marcia pontificale" divenuta Inno nazionale della Città del Vaticano - fino all'opera lirica: e chi non ricorda le meravigliose melodie del suo "Faust" ?
A questo si aggiungono svariate composizioni per voce e pianoforte o per
orchestra: arie ora delicate, ora solenni, ma anche intensamente romantiche a somiglianza di tanta musica francese dell'Ottocento.
Ma non manca neppure un brano di tono un po' grottesco e caricaturale come la
"Marcia funebre per una marionetta" divenuta poi sigla dei telefilm di Hitchcock di tanti anni fa. I meno giovani la ricorderanno senz'altro. Ebbene sì, è proprio Gounod e la potete risentire qui.

Col pezzo di oggi torniamo invece in un'atmosfera soffusa di delicatezza e di solennità. Incantevole la voce solista e suggestivo il coro che interviene poi in modo dolcemente sommesso: l'indicazione di dinamica della partitura è infatti un pianissimo molto morbido che - a mio avviso - conferisce al canto una bellezza da brividi soprattutto a poche battute dall'inizio, quando dalla tonalità di Si bemolle maggiore si passa sulla dominante.
Ma il brano mi ha preso subito anche per una sensazione che vi avverto qua e là sia pure in modo impercettibile. È 
un'aura che ritrovo nel particolare timbro di certi passaggi polifonici della seconda parte, tesi più a suggerire che a dire esplicitamente e che - nonostante Gounod operi in un contesto diverso - mi riportano alla suggestione di alcuni canti ortodossi.
Ad essi mi riconduce anche l'Osanna finale del brano: una fortissima esplosione di
voci che, se da un lato contrasta col tono del coro prima così pacato, dall'altro mi rimanda al finale dell'Inno dei Cherubini di Bortniansky strutturato allo stesso modo.

Non so se Santa Cecilia concorderà... ma spero che - dall'alto del Paradiso dei musicisti dove è certo in lieta conversazione anche con Gounod - accetti questo piccolo omaggio.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

lunedì 14 novembre 2022

Stanze - 11


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è la prima volta che mi lascio affascinare dai dipinti del danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935). Ne ho già parlato infatti qualche tempo fa, in due post nei quali riportavo alcune opere dove l'artista ha raffigurato le stanze della propria casa, per anni oggetto privilegiato della sua attenzione, e che - se volete - potere ritrovare qui e ancora qui.  

Si tratta di ambienti tranquilli, dall'atmosfera sempre pacata sia che si trovino in piena luce che in penombra; arredi che possiamo riconoscere di volta in volta: dal lucido legno dei mobili ai vasi di fiori o alle porcellane; dai quadri alle pareti fino al candore di un tovaglia o alla tastiera di una spinetta.
Ambienti in cui è riposante entrare anche
solo con la fantasia, per sostarvi immersi nella lettura di un libro o intenti ad un lavoro di cucito, magari nella luce dorata del primo pomeriggio, nell'ora in cui i pensieri si dipanano senza affanno e il silenzio intorno è un'aura di pace.
Sono proprio "Visioni di
assorta tranquillità" quelle di Holsoe, come recita il titolo di uno dei miei vecchi articoli, e per questo non ho resistito al desiderio di parlarne ancora, anche se - naturalmente - ho scelto dipinti diversi rispetto al passato. 

Certo, lo stile e l'atmosfera complessiva delle stanze nelle quali ci muoviamo non cambiano, e così pure i mobili e le tante nature morte raffigurate qua e là sulle quali mi sono già soffermata a suo tempo; tuttavia ci sono altri caratteri ricorrenti che mi piace sottolineare.
Quali?
La luce prim
a di tutto, poi le finestre, i colori nelle loro sfumature e il modo in cui gli ambienti sono inquadrati.

Dolcissima quella luce che inonda le varie stanze scendendo a fiotti, riflettendosi sul pavimento e illuminando senza ferire lo sguardo ogni angolo della casa. Forse luce del mattino nei dipinti in cui è più nitida e trasparente; o del pomeriggio dove ci appare lievemente più calda.
Ma probabilmente anche luce del tramonto, nella suggestiva immagine che vedete qui a lato, dove i raggi del sole disegnano riquadri sul muro creando un'atmosfera di profonda intimità.

Bellissime, poi, le finestre chiare, presenti in
parecchi quadri e tutte molto simili nel loro garbato stile inglese. Oltre al tocco di grazia dei vasetti sui davanzali, vi traspare la vegetazione esterna con tratti talora appena accennati e sfumati da luminose pennellate a olio. Proprio la luce, infatti, dà rilievo e corpo alle sfumature di colore e anche se, in alcune opere, ci sono contrasti tra il chiaro e lo scuro dei mobili e dell'abito della donna, la tonalità di fondo è spesso quella di un beige luminoso, ora più caldo, ora più rosato.
In certe immagini poi, sembra quasi che Holsøe abbia giocato ad accostare varie gradazioni di bianco e di beige per farne risaltare tutte le somiglianze, ma anche le differenze dovute ai diversi materiali, quasi dovesse realizzare una sorta di pezzo di bravura sull'uso del colore.
Osserviamo, per esempio, il particolare del
dipinto qui a lato: "Interno con donna al tavolo".
Vi troviamo, l'uno accanto all'altro, il chiaro della tovaglia
e quello della porcellana, delle tende, dei fiori, delle cornici di porte e finestre: materiali diversi che - oserei dire - prendono rilievo e leggiadrìa proprio da tali accostamenti. Basta osservare come la maestria del pittore - pur nella patina un po' sfumata con cui rappresenta gli oggetti - riesce a rendere con efficace realismo la differente consistenza dei tessuti della tovaglia e delle tende: più compatto il primo, più impalpabile e leggero il secondo.

Ma trovo affascinante e singolare anche il modo in cui Holsøe ha inquadrato alcune stanze, cogliendo talora solo piccoli scorci e insieme aprendo prospettive verso altri spazi della casa.
Come osservavo in passato, si tratta di uno
schema iconografico ricorrente che potete vedere in questo particolare così luminoso qui a lato, nel quale semplicità e raffinatezza si coniugano meravigliosamente.

Ne è un chiaro esempio anche il dipinto nella foto grande in alto, intitolato semplicemente "Interno".
È la rappresentazione di un'intera stanza?
No, il punto in cui la muratura e le direttrici prospettiche
convergono è solo un angolo, sia pure anch'esso arredato con un tavolino, quadri e soprammobili. Tuttavia non  si tratta di uno spazio in sè completo, ma di un luogo di passaggio in cui la nostra attenzione è attirata dalle finestre e dalla porta aperta.
E sempre di passaggio è la stanzetta che si apre a sinistra, col soffitto più basso e la finestra più piccola: forse un pianerottolo o un disimpegno, ma ricco di una grazia che il pittore non manca di sottolineare: basta guardare come ha rappresentato le tendine raccolte in lieve trina di festoni.

Incantevole anche lo spazio che si dilata in nuove prospettive all'interno della casa, nel dipinto riportato qui accanto e intitolato "Lettura. La moglie del pittore". Dopo quella in primo piano, Holsøe vi individua infatti almeno altre due stanze, mostrando con tale iconografia non solo un'attenzione al mondo reale, ma anche la conoscenza della pittura olandese del Seicento, a cominciare dalle opere di Pieter De Hooch.

Mi fermo qui, anche se gli esempi - in apparenza simili, ma in realtà sempre diversi - si potrebbero moltiplicare attingendo alla ricca produzione di questo splendido artista. Ma lascio a chi legge, se vorrà, la gioia di approfondirne la conoscenza.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che potesse rispecchiare l'atmosfera pacata di tali stanze, insieme alla dolcezza dei riflessi del sole sulle tende o al tocco della luce sui vari arredi: così, sono tornata al mio amato Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Quello che vi propongo è il terzo tempo - "Adagio" - dal "Quartetto per archi in fa minore op.20, n.5".
Siamo nel 1772, il compositore ha 40 anni e i
suoi Quartetti op.20, se da un lato riprendono forme care alla musica barocca come - per esempio - la fuga, dall'altro si staccano dal tono talora troppo salottiero e galante che caratterizzava certa musica d'intrattenimento per dar luogo invece a melodie di più intenso spessore.
Lo dimostra questo pezzo: un siciliano che
ci accompagna con dolcezza nel suo ritmo ternario di 6/8. Qui, i due violini si sovrappongono e s'intrecciano in un delicatissimo dialogo, l'uno enunciando il tema e l'altro impreziosendolo di virtuosistiche variazioni.
Ne deriva una melodia riposante, pensosa e ricca di
suggestione a somiglianza delle luci ed ombre delle stanze di Holsøe.

Buon ascolto!

(I dipinti qui riportati, conservati in collezioni private, nell'ordine s'intitolano: "Interno" - "Alla finestra del soggiorno" - "Sole in salotto" - "Interno con giovane donna che legge in una stanza illuminata dal sole" - "Interno con donna al tavolo" - "Lettura.La moglie del pittore" - "Aspettando alla finestra" - "Ragazza che legge accanto a una finestra aperta")

(Le foto sono prese dal web) 

domenica 6 novembre 2022

Per gentile concessione

C'è talora, nella vita di tanti se non di tutti, un' alternanza tra periodi fecondi di idee, progetti o iniziative, e altri nei quali, invece, nessuno spunto sembra adatto all'umore, alle circostanze e niente ci tocca tanto per cui valga la pena dedicarvi attenzione.

Ma capitano anche momenti in cui idee e iniziative sono così numerose e ricche di attrattiva che, proprio per questo, ogni decisione si fa difficile e l'imbarazzo della scelta ci può bloccare.

È quello che, a volte, accade a me con questo blog.
Certo, il campo della musica è vastissimo e anche andassi avanti cent'anni, non mancherebbe mai un brano da condividere. Tuttavia, non basta che un pezzo di per sè sia bello: essenziale infatti nella mia scelta è che arrivi a toccarmi, a suscitarmi uno scatto di entusiasmo, di gioia, di commozione, che mi parli, altrimenti scrivere qui sarebbe semplice e asettica informazione, e non è questo che m'interessa.
Se infatti la bellezza della melodia o dell'impianto armonico di certe musiche è un dato
oggettivamente incontestabile, perchè esse diventino davvero comunicative e prendano a vivere occorre un fruitore che, con la sua ricettività, ne completi la ricchezza attraverso una corrispondenza del cuore. E del resto, ogni autentica operazione culturale nasce sempre da un incontro.

Tutto questo discorsino per dire che sto attraversando un periodo in cui - grazie al cielo - le musiche che mi parlano, che sto scoprendo o riscoprendo, sono tante. Ma talora sono forse anche troppe e si affollano nella mia testa in turbolenta lista di attesa. Eh sì! Vi immaginate avere tutte le mattine dietro la porta del blog Haendel, Haydn, Bach, Mozart, poi Pietro Antonio Locatelli - violinista barocco tornato a sorridermi dalla mia giovinezza - poi Brahms che in questo periodo sto adorando e altri ancora? Tutti si affannano a bussare col desiderio inquieto di essere pubblicati, adducendo ragioni che ascolto e approvo, ma poi non so decidermi e rimango nell'incertezza.

Così ieri, dopo aver ascoltato per l'ennesima volta quartetti e suites, intermezzi e variazioni su questo e su quello, ho deciso di prendermi una pausa di distrazione e ho acceso la TV. C'erano i cartoni ed è stato lì che, rivedendo per l'ennesima volta e con immensa goduria le avventure di Tom & Jerry, mi ha folgorato un'idea: e se invece dedicassi il prossimo post alle colonne sonore dei cartoni???...Eh???
Dite che i miei amici musicisti si offenderebbero e mi toglierebbero quel saluto mattutino per cui, appena sveglia, mi parte dentro
uno dei loro brani?
Il fatto è che, di pensiero in pensiero e di cartone in cartone, mi sono persa
per mezza giornata ad ascoltare sigle varie, rimembrando i bei tempi passati e incantandomi - tra l'altro - sul tema della Pantera rosa, col suo ritmo un po' dinoccolato e l'accattivante assolo di sassofono tenore che certo ricordate.

E allora, direte voi, alla fine cosa hai deciso? Alla fine ho dovuto chiedere l'autorizzazione ai miei musicisti che, dopo lungo e acceso dibattito dietro la porta del blog, sono pervenuti a una soluzione di compromesso: niente sigle dei cartoni, ma - per gentile concessione - un brano classico che, volendo, vi si possa anche adattare. Del resto la cosa non sarebbe nuova: basti pensare alla colonna sonora della celebre "Fantasia" di Walt Disney, ma anche alla rapsodia di Liszt nel famoso concerto di Tom & Jerry.

Già! Francamente, di primo acchito ci sono rimasta male, ma non mi sono tirata indietro e ho deciso che se la loro era una sfida, dovevo accettarla. Così, ecco la musica di oggi.
Si tratta di un pezzo di Carl Czerny (1791 - 1857), pianista e
compositore austriaco, ma ricordato soprattutto come didatta della musica. I suoi testi, ricchi di esercizi per sciogliere le mani ed acquisire velocità e destrezza, sono stati croce e delizia di generazioni di pianisti. Non si tratta però di studi noiosi come si potrebbe pensare: non dico tutti, ma parecchi, unendo le esigenze della tecnica pianistica a melodie e ritmi ricchi di inventiva, diventano piacevoli composizioni.

Quello che ho scelto è il penultimo esercizio, "Vivace in Sol maggiore n.49", tratto da "L'arte di rendere agili le dita. 50 studi brillanti per pianoforte op.740". Il brano si compone di tre sezioni: la prima e la terza molto simili, secche e vivaci, mentre quella centrale ha un andamento più morbido e ammiccante. Ma al di là di queste differenze, tutto il pezzo è costruito su di un susseguirsi di ottave, fulcro della difficoltà da superare, mentre il tema si dipana alternativamente prima sulla mano sinistra e poi sulla destra. 

Perchè l'ho scelto? Perchè la velocità e la vivacità inarrestabile di queste note mi sembrano adatte alla contagiosa allegria dei miei cartoni e spero che, in alto loco, i miei musicisti possano approvarne la pubblicazione.
Insomma, ve li vedete Tom e Jerry che, al ritmo di questa musica, corrono,
s'inseguono, si fanno mille dispetti e si tendono agguati per tornare ogni volta più uniti di prima e ricominciare allegramente il gioco? Io sì!
Eccoli nella foto, e guardate come si divertono!

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

sabato 29 ottobre 2022

"Partly sunny"

Da qualche tempo, ogni tanto il mio computer parla inglese.
Non ho ancora capito perchè e con quale criterio,
ma siccome sono convinta da sempre che il mio pc sia vivo, penso che dovrò decidermi a chiedergli conto di tale comportamento.

Non accade per fortuna all'interno dei vari siti, ma solo nella barra posta sotto alla schermata del desktop, dove ci sono le icone dei vari programmi, browser e via dicendo. Qui, siccome il mio è un computer che negli anni si è - diciamo così - evoluto, ha anche l'indicazione del tempo, quello atmosferico intendo, il meteo, the weather, e come vedete mi adeguo al suo linguaggio. Così, vicino ai simboli del sole o delle nuvole o dell'ombrello aperto sotto la pioggia, compare una scritta esplicativa che a volte è in inglese.

Ma perchè mi ha colpito? Un po' per certi suoi anacronismi, e un po' la particolarità di tali simboli. Volete un esempio? Qualche giorno fa, mentre qui da me al mattino c'era già un nebbione fitto come d'inverno, il mio computer, fresco fresco e con aplomb squisitamente anglosassone, annunciava partly sunny, parzialmente soleggiato. Ma va?...

Non ci credete? Eccovi la foto!
Ma c'è dell'altro. Se avete notato, nella figura ci
sono più nuvole che sole il quale è ridotto a una minuscola fettina. Sarà certo questione di clima e può darsi che in Inghilterra, sovrastati come sono - almeno secondo la tradizionale gorgrafia - da un cielo più grigio del nostro, basti forse una spera di luce per generare speranza nel bel tempo. Fossi stata io, avrei messo prevalentemente nuvoloso e, se vogliamo disquisire sul bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, il dettaglio della foto è interessante per il suo intento di sottolineare il positivo anche se è solo un piccolo indizio.

Del resto, anche una delle più famose colonne sonore delle previsioni del tempo italiane in video ci parla di questa incrollabile speranza.
Si tratta del brano intitolato "Under the Trees of Hope" dall'album "Kriptos" del
compositore e arpista svizzero Andrea Vollenweider, classe 1953.
Se volete, potete ascoltarlo qui e, passate le prime battute - a 0.37 dall'inizio - vi
accorgerete subito di quanto vi sia familiare questa musica, peraltro una delle tante colonne sonore dei vari meteo succedutisi nel tempo. Se poi avrete la pazienza di sentirla fino in fondo, vi renderete conto che, talora, vi riecheggia il celebre "Canone" di Pachebel e inoltre si avverte qua e là l'uso della scala pentatonica.
Ma a parte questo, suggestivo è proprio il titolo del brano, perchè dire sotto gli alberi della speranza è come una sorta di parzialmente soleggiato anche in un cielo pieno di nuvole, non vi pare?
Allora per cogliere quella spera di sole che c'è anche quando si nasconde dietro la nebbia
o le nubi, vi propongo un pezzo di musica che ci porta lontano dalla colonna sonora, sia pure piacevole, di Vollenweider perchè è un tema con variazioni. E cosa c'è di più variabile del meteo?

Si tratta della "Chaconne in Sol maggiore HWV 435" di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) col quale torniamo a rendere omaggio all'Inghilterra perchè, per quanto non ci sia nato, è lì che il compositore ha costruito la propria fortuna.
La ciaccona, in origine danza spagnola di ritmo ternario, poi divenuta forma strumentale autonoma, è stata molto usata nella musica barocca, a cominciare da Bach di cui tutti ricordiamo quella per
violino solo.
Qui, Haendel espone un tema sul quale costruisce 21 variazioni, le più numerose
in tonalità maggiore e poche, più malinconiche, in minore: alcune vivaci e brillanti, altre più dolci e pacate, come in una giornata in cui il sole si alterna alle nuvole. Il pezzo va concludendosi poi con un crescendo sempre più acceso nel quale lascio a voi la libertà di sentirci un temporale o una giornata piena di sole ma anche di forte vento. E mi pare che l'interpretazione del pianista Alon Petrilin, più delle altre offerte da youtube, sappia mettere in luce le sfumature delle diverse sezioni del brano, ora lievi e sommesse, ora energiche e sfolgoranti.

Non è nuovo Haendel a questo genere di composizioni: aveva già scritto un tema con variazioni per certi versi simile a questo nel finale della "Suite n.5 HWV 430" intitolato "Il fabbro armonioso". Ma altri riferimenti alla sua musica affiorano sempre più chiari man mano che si ascolta la ciaccona. A me ricorda la celebre "Passacaglia dalla Suite n.7 HWV 432", quella del vecchio intervallo televisivo per intenderci; poi la famosa "Sarabanda dalla Suite in re minore HWV 437" e così pure l'antico tema della follìa. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

venerdì 21 ottobre 2022

Stanze - 10


Sono stanze molto cupe quelle che vi propongo oggi, ma parlano con l'irresistibile
fascino della grande pittura.
Si tratta infatti di opere di Rembrandt van Rijn (1606 - 1669) - o perlomeno a lui attribuite - e ve ne sarete già accorti dai contrasti tra ombre e luci, come da quei
contorni sfumati che conferiscono all'insieme profondità e spessore. Sono stanze alte, immense, per certi aspetti non a misura d'uomo, il quale vi appare isolato in uno spazio talora indefinito dove i contorni delle architetture sembrano sfumare nel nulla, come nel dipinto in fondo al post.

Non è la prima volta che mi lascio prendere dal fascino delle opere del pittore olandese. Anni fa avevo pubblicato una composizione simile a queste sia nel soggetto che nell'iconografia: "Il filosofo in meditazione" che potete rivedere qui. Ma si tratta di un tema che l'artista ha rappresentato più volte.

I dipinti che ho scelto oggi sono: "Filosofo con un libro aperto" e "Filosofo che legge".
Il primo, riportato
in alto e qui a lato, è conservato al Louvre e a dire il vero la sua attribuzione è incerta. Ne è stata infatti assegnata la paternità prima a Rembrandt, poi a un artista del suo tempo, Salomon Koninck (1609 - 1656), tuttavia la questione è ancora dibattuta.
Il secondo invece, sicuramente realizzato da Rembrandt, è conservato
al Nationalmuseum di Stoccolma.
Sia nell'uno che nell'altro, al di là dei tratti dello
stile dell'artista o della sua scuola, a colpirmi in particolare è stata l'ambientazione. In entrambe le opere, il soggetto è un uomo anziano assorto nella lettura o nella meditazione...ma dove si trova? 

Siamo ben lontani dallo studio in cui -  meno di due secoli prima - Antonello da Messina aveva inquadrato ordinatamente e con ricchezza di arredi San Gerolamo, in una tavola che - se volete - potete ritrovare qui. Stanze nitide quelle, a misura d'uomo, dove la solennità della rappresentazione si estendeva a una pluralità di oggetti dal valore simbolico e di spazi che la mente del protagonista, al centro del suo mondo, dava l'idea di saper padroneggiare.

Rembrandt, invece, per definire ambienti e architetture usa luce ed ombra, stanze spoglie anche se non prive di una certa eleganza, elementi curvilinei come gli archi, le volte e la scala a chiocciola; fondo scuro tipico della pittura del Seicento e macchie di luce, impasti dai contorni talora indistinti ma efficacissimi. E intorno il vuoto.

Nel primo dipinto, gli unici arredi sono una sedia, uno scrittoio e un lampadario. E mentre dalla grande finestra entra una luce calda che si riflette sul pavimento, il resto del quadro rimane nell'ombra dove domina quella scala a mio avviso inquietante, insieme a un corridoio sinistro che conduce chissà dove. 

È un palazzo nobiliare? Una chiesa? Un monastero? Un eremo? O un'architettura immaginaria dove a prendere forma - come in certi sogni - è l'inconscio dell'artista?
Nel secondo dipinto, l'unico mobile è il tavolo con
una pesante tovaglia, ma intorno le pareti vanno confondendosi con gli archi della copertura: un ambiente rustico e diroccato, poco più che una grotta al punto che potrebbe sembrare un'opera non finita, e forse per questo ancora più suggestiva.

Buio, vuoto e solitudine dunque: elementi che ci parlano di essenzialità, quasi a sottolineare il senso della meditazione dei protagonisti. Attraverso queste opere dove i due filosofi sono pacatamente immersi nella lettura, Rembrandt sembra infatti condurci nei segreti e insondabili recessi dell'anima, come se tali ambienti oscuri fossero una sorta di rappresentazione dell'interiorità col suo mistero cui la meditazione sa dare accesso.

E se nel primo dipinto la scala a chiocciola e il corridoio possono simboleggiare una profondità anche emotiva, nel secondo la muratura priva di contorni definiti, con la sua indeterminatezza fa pensare al capovolgimento del rapporto tra uomo e realtà circostante che la rivoluzione copernicana aveva già delineato. Una realtà che qui sovrasta l'essere umano, ormai piccolo in relazione ad un universo che si scopre infinito, misterioso, arcano, come queste stanze dove lo spazio - come scrivevo in passato - ci parla quasi più delle figure stesse.

Allora, per passare alla musica, mi piace associare a queste immagini un brano di Chopin che da tempo mi affascina.
Si tratta del "Preludio in si minore
op.28, n.6": pezzo dall'incedere lento e molto suggestivo, privo di particolari difficoltà sul piano tecnico, ma la cui delicata bellezza è affidata più che altro all'interpretazione.
È appunto questa che deve farne fiorire
ogni sfumatura, sottolineandone il clima intensamente meditativo.

Interessante l'inversione di ruolo delle  mani: il tema del brano infatti si dipana sulla sinistra, mentre la destra ripete con lentezza ma in modo quasi ossessivo gli accordi di accompagnamento, alternando suoni a silenzio come lievi rintocchi di campana.
Una melodia che è un prodigio di
splendore, triste e profondissima, ma non priva di qualche apertura nei passaggi ascendenti del tema, a somiglianza delle stanze oscure di Rembrandt che lasciano tuttavia trasparire sprazzi di una luce ora più viva, ora più soffusa.

Buon ascolto!

giovedì 13 ottobre 2022

Interessanti scoperte

Il mondo della musica - e non solo quello - è sempre pieno di sorprese, soprattutto per una persona come me che, seppure decisamente appassionata, ha però conoscenze specifiche solo su alcuni autori e periodi a scapito della completezza dell'argomento.
Certo, adoro Bach
e il barocco, la polifonia, poi Mozart, Haydn, Chopin e tanti altri compositori che ora non sto ad elencare.

Tuttavia ci sono diversi generi - per esempio jazz, blues e rock - sui quali ho conoscenze ancora limitate, anche se alcuni pezzi mi possono piacere.
Lo stesso vale per certi autori vissuti tra Ottocento e Novecento che non ho mai
ascoltato a fondo. Ma siccome sono curiosa, navigando su youtube ogni tanto mi piace fare qualche piccola incursione proprio tra questi.

Così, sono rimasta piacevolmente sorpresa scoprendo Edward Mac Dowell (1860 - 1908), compositore e pianista statunitense del quale oggi voglio condividere un brano che mi è parso non solo gradevole, ma anche molto interessante sul piano dei riferimenti. 
Le date ci parlano di un artista contemporaneo al tardo romanticismo, quello di
Liszt e di Brahms per intenderci, solo per citare alcuni dei musicisti del periodo. Certo, la sua formazione iniziale è sulla musica americana. Tuttavia, va ricordato che essenziale sarà il suo viaggio in Europa dove frequenterà il conservatorio e verrà poi a contatto con diversi musicisti tra cui - appunto - Liszt dal quale riceverà anche grandi apprezzamenti.

Tra le sue composizioni che comprendono brani per pianoforte, per orchestra e per coro, ho scelto il primo movimento, "Praeludium", della "Modern Suite n.2 op.14": un "Andante maestoso" che mi ha molto colpito. Perchè mai?
Senza dubbio per le grandi sonorità - proprio maestose -
e l'andamento ricco di energia a cominciare dai fortissimi accordi iniziali che fungono da introduzione al tema. Un tema di grande fascino nel suo ritmo inquieto e quasi ansimante, bellissimo, che a mio avviso potrebbe egregiamente fare da colonna sonora all'atmosfera di un film un po' noir. Un tema che si ripete con dolcezza e va facendosi poi più impetuoso come un mare agitato o una sorta di magma interiore cui le note intendono dar voce.

Ma questo brano mi lascia anche la suggestione di musiche già sentite altrove e di svariati riferimenti. Come scrivevo, lo stile è quel tardo romanticismo ricco di virtuosismo pianistico molto amato dal pubblico d'oltreoceano che ha applaudito Mac Dowell tributandogli onorificenze anche dopo la morte, o perlomeno fino a quando in America non si è affermato un filone musicale innovativo come il jazz. Si può dire quindi che il compositore concluda un'epoca e le sue creazioni, più che alle novità degli inizi del Novecento, guardino ancora al passato.

Quale passato, allora? Per rispondere, occorrebbe ascoltare l'intera "Modern Suite" e non solo il primo tempo. Già il fatto che si tratti di una forma come la Suite la dice lunga sulla conoscenza della musica antica da parte dell'artista, a cominciare da quella barocca. E basterebbe sentire il secondo movimento - "Fugato" - per pensare subito a Bach e a certi pezzi del suo "Clavicembalo ben temperato" anche se rielaborati molto, molto liberamente.
Ma torniamo al "Preludium".

Il brano mi riporta a quel pianismo sinfonico che può ricordare Liszt, Brahms e Saint-Saëns al quale non a caso la Suite è dedicata. Ma altri due compositori mi risuonano dentro.
Il primo
è Chopin, in particolare col  "Notturno in do minore op.48 n.1". La "Suite" di Mac Dowell - sia pure in tonalità diversa e in modo molto più energico - ne riprende gli accordi iniziali, ma il compositore americano potrebbe aver preso spunto anche dalla tempestosa irruenza della seconda parte del Notturno. Con ciò non intendo stabilire un confronto impossibile tra Mac Dowell e il genio inarrivabile di Chopin, ma solo sottolineare quanto quest'ultimo sia stato un faro di luce per molti artisti successivi.

Il secondo è Rachmaninov. Ma se al musicista polacco si può fare riferimento con tranquillità, la cronologia non lo consente per il russo che, nel 1883 quando la "Suite" è stata composta, aveva solo dieci anni. E allora?
Allora potrebbe essere accaduto il contrario, ed essere stato Rachmaninov ad
ispirarsi al compositore americano, soprattutto scrivendo brani come il celebre "Preludio in do diesis minore op.3 n.2", o in alcuni tratti del suoi "Concerti per pianoforte" a cominciare dal secondo.
E comunque sia stato, Mac Dowell resta per me una scoperta interessante.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 5 ottobre 2022

Quasi una danza

Girovagando giorni fa nel mio computer, ho ritrovato l'immagine che vedete qui: una foto che non ho scattato io, ma riporta un paesaggio a me molto familiare.
Rappresenta i colori caldi dei vignet
i valdostani nella stagione autunnale, lungo un itinerario che si snoda qualche chilometro più in su di Aosta: una strada dei vini che, se qui segue un percorso di dolci colline, in altri punti della vallata s'inerpica su pendii ripidi dove il lavoro degli agricoltori è davvero ammirevole.

Sono i colori a dare rilievo alle viti e a contrastare con le più lontane cime già spruzzate di neve, e l'immagine mi è parsa così bella che l'ho subito stampata e messa in corrispondenza del mese di ottobre nel mio calendario.
Un calendario del tutto casalingo quest'anno, perchè fatto da me con foto scattate
durante svariati viaggi e da altre - come questa - prese dal web. Panorami che, in alto sul muro della cucina, s'illuminano al sole del mattino che me ne fa scoprire i dettagli e - in questo caso - accende il giallo dei pampini di sfumature ancora più calde.

Mi piacciono le immagini che aprono davanti a noi una via, un sentiero, una strada, un cammino insomma che ci porti più in là, verso la prospettiva dell'orizzonte e del cielo. Questa foto poi è a misura di sguardo e mi pare che regali davvero la sensazione di poterci muovere su quel sentiero marezzato di ombre, circondati dal giallo intenso dei filari, con la tranquillità di chi si lascia abbracciare dallo splendore della natura in un' ariosa giornata di autunno.
Il paesaggio infatti - con la sua luminosità in primo piano e una suggestione di
ombre in lontananza - mi fa pensare alla classica ottobrata e m'induce a riflettere sull'incanto di una stagione che offre i colori più accesi e una grande morbidezza di sfumature proprio nel momento in cui si appresta a digradare verso l'ombra e le brume invernali.

Allora oggi, a commento di questa immagine, vi propongo un brano di Bach che mi piacerebbe avere come colonna sonora in un' ideale passeggiata fra i vigneti della foto. Anche la musica, infatti, qui sembra fondere alcuni aspetti di grande morbidezza e fascino con suggestioni qua e là più ombrose.
Si tratta del secondo movimento, "Aria", del "Concerto per oboe d'amore in Sol
maggiore", creazione molto singolare perchè i suoi tre tempi prendono spunto da tre diverse Cantate sacre del compositore tedesco, qui arrangiate solo per orchestra. In particolare, il primo tempo s'ispira alla BWV 100, il terzo alla BWV 30 e questo che ascoltiamo alla "Cantata BWV 170" intitolata "Vergnügte Ruh, beliebte Seelenlust" (Beato riposo, amato piacere dell'anima) scritta nel 1726 in occasione della festa della Trinità.

È un Bach dolcissimo, ma non privo di qualche tratto di mestizia, un pezzo dove gli archi e l'oboe solista - un oboe d'amore, accordato cioè su di un tono più basso e più caldo rispetto agli altri - ci offrono una melodia composta in origine per contralto. Un'aria dal ritmo di 12/8, pacata e scorrevole come un lieve passo di danza, che sembra riecheggiare la soavità melodiosa del barocco italiano, quello di certi concerti vivaldiani che Bach ben conosceva per aver!i già trascritti.

E tuttavia il brano non è privo di qualche passaggio inquieto che fa trasparire qua e là uno spessore quasi drammatico, come le montagne sullo sfondo della foto e la neve lontana che prelude all'inverno.
Dove? Non nel tema pervaso da grande dolcezza, ma nel timbro orchestrale che
talora va facendosi più scuro appena prima dell'attacco dell'oboe, e insieme nella conclusione dei vari passaggi: un' atmosfera musicale che - per certi versi - può ricordare il clima del brano di apertura della celebre "Passione secondo Matteo".
Non sono nuovi, del resto, tali richiami nelle composizioni per oboe di Bach: basti
pensare al "Siciliano" del "Concerto in Fa maggiore BWV 1053" nel quale - a mio modesto avviso - possiamo ritrovare echi dell' aria "Erbarme dich".
Ma di questo parleremo un'altra volta.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

martedì 27 settembre 2022

Una parentesi di luminosa dolcezza

Ho seguito anch'io - come penso tanti - il funerale della Regina Elisabetta II, cercando di comprendere il significato dei simboli e delle varie fasi del cerimoniale, dal rito religioso alle tappe del corteo funebre che si è snodato per le vie di Londra in mezzo a un' immensa partecipazione di popolo.

Una pagina di storia dai risvolti più che mai interessanti, ma talora anche commoventi: mi riferisco - per esempio - all'omelia dell'arcivescovo di Canterbury, alla scelta dei fiori posti sulla bara, fino alle lacrime della piccola Charlotte.
"Raramente una promessa è stata mantenuta così bene" ha detto il
primate anglicano, ricordando l'amorevole dedizione della Regina al proprio impegno assunto non ancora ventiduenne, con quella ferma consapevolezza del proprio servizio che ha caratterizzato la sua vita fino alla fine. Ed è stato anche questo il motivo per cui - giorni fa - non ho voluto ricordare Elisabetta pubblicando una musica triste, ma in segno di gratitudine ho preferito farlo con la leggiadria del movimento finale del "Dettingen Te Deum" di Haendel.

Naturalmente, durante il funerale, la mia attenzione è andata anche ai brani scelti sia per la cerimonia religiosa che per il successivo corteo: dai corali eseguiti all'interno dell'Abbazia di Westminster, alle varie marce funebri suonate poi. Proprio qui, sono stata colpita da quella di Chopin, brano più che mai celebre che ci sarà capitato di sentire in chissà quanti contesti e occasioni.
Così, ho voluto riascoltarne la versione originale che costituisce il
terzo movimento e insieme il cuore della "Sonata in si bemolle minore n.2 op.35" del musicista polacco. La marcia infatti è stata la prima cellula compositiva dell'intera opera i cui temi riecheggiano anche negli altri tre tempi.

Ma perchè ve la propongo? Perchè, dopo averla sentita tante volte in diverse rielaborazioni per orchestra e per banda, riascoltarla nella versione per pianoforte solo - qui interpretata da Maurizio Pollini - me ne ha restituito lo splendore e il fascino. A colpirmi, infatti, non è stata tanto la tristezza delle sue note più volte ribattute in tonalità minore, dal cupo e sommesso pianissimo iniziale fino ai passaggi più drammatici e laceranti; ma è stata soprattutto la dolce soavità del secondo tema, come se in un'atmosfera di morte si aprisse una parentesi di luce e di stupore. Mi riferisco in particolare alla sezione che - nella clip video - va da 2.20 fino a 6.02: quasi quattro minuti di puro incanto!

Allora dimentichiamo per qualche momento i vari contesti in cui possiamo aver ascoltato il pezzo e il tempo di marcia di tante esecuzioni bandistiche che, talora, banalizzano e appiattiscono in un unico ritmo i vari temi del brano vanificandone lo splendore. Gustiamo invece la lentezza di questa interpretazione insieme al timbro del pianoforte e alla dolce cantabilità della melodia simile quasi a una romanza: un'aria semplice, sostenuta dagli arpeggi della mano sinistra, in cui il peso di ogni nota è calibrato e scandito con l'anima. E francamente non mi pare - come alcuni critici hanno affermato - che qui si senta un pianto o un canto disperato, ma trovo delicatissimo il tema e ancor più suggestivi i passaggi in cui viene ripreso in altre tonalità.

E se la cupa tragicità della parte iniziale e finale merita davvero l'appellativo di "Sonata di morte" che è stato dato alla composizione, la sezione centrale - che si apre tra l'altro in maggiore - ci restituisce al contrario quell'incomparabile luminosità che sempre Chopin ci sa regalare!

Buon ascolto!

(La foto - un ritratto di Chopin fatto da Maria Wodzińska - è presa dal web)


lunedì 19 settembre 2022

Lilibeth...

La Regina Elisabetta II (1926 - 2022) col principe Carlo.

 

 

 

 

 

 

 

 








Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) : "Lord in Thee have i trusted", dal "Dettingen Te Deum in Re maggiore HWV 283".

sabato 17 settembre 2022

Stanze - 9

Jan Steen : "La scuola del villaggio" -  National Gallery of Scotland, Edimburgo












 

 

Come ogni settembre, ricomincia la scuola e pian piano, regione dopo regione, le aule si riempiranno di vita. Così, mi è venuto spontaneo pensare a quanti anni ciascuno di noi ha trascorso proprio in queste stanze che ci sono diventate familiari sia che le abbiamo frequentate solo da studenti o ancora di più da insegnanti.
Si va da quelle coloratissime della nostra infanzia ai severi emicicli delle
università, dai vecchi banconi assiro-babilonesi intagliati e istoriati da generazioni di ragazzi - qualcuno se li ricorderà - ai tavoli verdini e alle sedie di legno chiaro dai bordi eternamente sbreccati. E non vado oltre.
Se i muri delle aule potessero parlare, racconterebbero mille storie di ansia e
 fatica, ma insieme di crescita e gioia, studio, innamoramenti, amicizie e divertimento, in un cammino che vede ogni allievo alla ricerca della propria strada nei vari ambiti culturali e nell'intreccio di vividi rapporti interpersonali.
Così, nella serie delle mie stanze, potevano forse mancare quelle della scuola?

E allora mi piace presentarvi un dipinto
che ho scelto per le sue particolari caratteristiche fra i tanti realizzati nel tempo su questo tema.

Si tratta di un'opera dell'olandese Jan Steen (1626 - 1679) intitolata "La scuola del villaggio" e conservata alla National Gallery of Scotland di Edimburgo.
Il quadro ci mostra un vasto ambiente che
raccoglie allievi dei ceti sociali meno abbienti e nel quale, a una prima occhiata, sembra prevalere una gran confusione. Ma a ben guardare non è del tutto così.
In cattedra siede una donna, il cui copricapo bianco risalta proprio al centro del quadro, affiancata da un uomo - maestro anche lui o solo assistente? - che appare tuttavia
quasi estraniato dal resto mentre lei presta invece attenzione ad un allievo. Nei banchi posti tutt'intorno, nonostante il disordine, gli scolari sono al lavoro.
Certo, deve trattarsi di una pluriclasse nella quale coesistono età e compiti diversi:
alcuni studenti scrivono, leggono, dipingono, osservano gli arredi appesi alle pareti - gabbie, scaffali, piante, persino un gufo (?) impagliato - altri parlano tra loro e uno, in fondo all'aula, sembra stia cantando o recitando mentre altri due danzano...o forse fanno la lotta.
Sul pavimento regna una confusione di fogli, disegni, fiori, lucertole (?), vasi e cesti; sulla parete si apre un grande camino, mentre vicino al soffitto non manca una sorta di soppalco usato probabilmente per dormire. Una stanza-casa insomma, qui adibita a scuola dove le attività svolte sono molteplici.

L' impressione è infatti che da ognuno degli oggetti che hanno intorno - che siano piante, animali o figure illustrate - gli studenti possano prendere spunto per imparare, come se il mondo esterno rifluisse in questa stanza a scopo didattico.
Il dipinto non rappresenta infatti una lezione
cattedratica, ma una sorta di grande e diversificato lavoro di gruppo: un insieme movimentato e caotico, certo, nel quale però ciascuno ha un suo ruolo, anche se non manca chi scherza o gioca, mentre il bambino in primo piano, semisdraiato a terra, sembra addirittura addormentato.
"La scuola del villaggio" dunque, o - come
troviamo altrove - "Il villaggio a scuola", titolo che può significare come un po' tutto il paese possa essere rappresentato in questa stanza dove ciascuno, dai piccoli ai più grandi, ha qualcosa da apprendere.

Interessanti sul piano iconografico alcuni riferimenti a mio avviso piuttosto evidenti. Il caos delle tante figure che popolano il quadro ricorda da vicino certe composizioni molto affollate di Bruegel il Vecchio - per esempio "Danza nuziale", "Giochi di bambini", "Lotta tra Carnevale e Quaresima" - e del resto anche Jan Steen, che vive un secolo dopo Bruegel, è come lui un artista fiammingo che ama dipingere scene di vita quotidiana.

Ma il dettaglio che mi ha colpito subito è di altro genere. È la figura che vedete qui accanto e che in parte, sia pure girata dal lato opposto, potrebbe ricordare - il condizionale è d'obbligo - il modo in cui è rappresentato il filosofo Eraclito nella celebre "Scuola di Atene" di Raffaello.
Che Jan Steen abbia visto il grande affresco
delle Stanze vaticane e abbia inteso farvi riferimento qui, in chiave popolaresca? In fondo anche l'opera di Raffaello, sia pure in una cornice architettonica molto più sontuosa, è ricca di movimento e anche lì alcuni dei filosofi raffigurati sembrano discutere a gruppi. Chissà!

E comunque sia stata descritta nel tempo, la scuola col suo ruolo fondamentale nella vita di ciascuno merita il commento non solo di uno, ma di due capisaldi della storia della musica!
Così, ho scelto di associare al dipinto il primo tempo del "Concerto in re minore
per 2 violini e cello op.3 n.11 RV 565" di Antonio Vivaldi e la trascrizione per organo di Johann Sebastian Bach nel "Concerto in re minore BWV 596".
Si tratta di due brani splendidi soprattutto nel movimento che vi propongo
che, a sua volta, è articolato in tre sezioni: la prima è un Allegro; la seconda molto breve, quasi un passaggio verso quella successiva, è un Adagio spiccato che Bach trasforma in Grave; e la terza, decisamente più ampia, è un Allegro in forma di Fuga. È quest'ultima la parte a mio avviso più interessante non solo per la sua vivacità, ma proprio per la struttura fugata. Sia negli archi di Vivaldi - contrabbasso, violoncello, viole e violini - che nell'organo di Bach si riconosce infatti con chiarezza l'entrata progressiva delle quattro voci - basso, tenore, contralto, soprano - che s'intrecciano in una rete di rapporti e in un andamento, a mio avviso bellissimo, di salti di quinta discendente (re-sol, do-fa, si-mi, la-re, per intenderci).

Tuttavia, le differenze della trascrizione bachiana non si limitano alle indicazioni agogiche, ma derivano anche dal particolare timbro dell'organo, e se nel movimento intermedio gli archi vivaldiani ci regalano un' intensa dolcezza, il Grave di Bach trasforma queste note in accordi molto più netti. Infine nella coda del brano, il ritmo si fa di nuovo lento: qui, mentre Vivaldi dopo varie modulazioni conclude sempre in minore, Bach risolve invece l'ultimo accordo in un affascinante e luminoso Re maggiore.
Vivacità e varietà insomma, in una ricca rete di voci, un po' come l'intreccio di
rapporti, gesti e atteggiamenti del dipinto riportato.

Quale preferisco delle due versioni musicali? Stavolta ve lo dico subito: quella di Bach, sia per ciò che ho scritto, che per la splendida interpretazione di Marie-Claire Alain e il suo nitido profilo da maestrina d'altri tempi.

Buon ascolto!

venerdì 9 settembre 2022

Mattine di settembre


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da tempo, ho nella memoria e nel cuore il dipinto che vedete: un'opera di Telemaco Signorini (1835 - 1901) intitolata "Una mattina di settembre a Settignano" e conservata presso la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze.
Si tratta di una rappresentazione che mi ha preso a prima vista non solo per la semplicità
dell'ambiente rustico - il retro di una vecchia osteria - o per la presenza del verde, ma soprattutto per l'atmosfera tranquilla che vi respiro.
Mi fa tornare infatti alla pace di quelle giornate settembrine in cui l'intensità del caldo si è già dissolta e la stagione inizia a digradare dolcemente verso l'ombra, mentre i tratti del cielo e della campagna vanno facendosi più indefiniti.
È la suggestione del mese forse più
affascinante dell'anno, fine dell'estate e al tempo stesso inizio di un nuovo periodo gravido di attese e ansioso di promesse, come un po' tutti gli inizi che costellano le varie stagioni della nostra vita. 

Il paesaggio rappresentato mi riporta alla distensione di certe gite fuori porta, o anche un po' più in là, fatte senza la fretta o l'impegno di arrivare ad ogni costo a una meta, ma con la gioia di guardarsi intorno godendo del panorama, osservando i colori della campagna e del cielo, le viuzze di paese, talora anche il mercato o - in questo caso - il giardinetto di una vecchia osteria.

Ha una sfumatura di rosa dorato qui il sole che illumina le case, e penso che debba essere bello affacciarsi a una di quelle finestre incorniciate di rustico verde, respirando la frescura del mattino in una solitudine pressocchè totale. Soltanto un gatto è accoccolato su di una panca e una figuretta s'intravvede appena in secondo piano - nel giardino contiguo dietro lo steccato - china forse a raccogliere fiori o a strappare erbacce.
In alto, un cielo variegato di nuvole ci
suggerisce che la calura estiva è ormai finita, mentre sui rami più alti dell'albero le foglie cominciano a ingiallire. E lo spazio al centro, vuoto di persone, se da un lato può suggerire un senso di attesa, dall'altro invita alla tranquillità e alla pace, a una sosta in cui indugiare senza fretta lasciando vagare i pensieri. 

Immagini di rasserenante quotidianità nella dolcezza settembrina e nella luminosità del paesaggio che l'artista ha raffigurato anche in altre opere, come per esempio nel dipinto intitolato "Strada alla Capponcina" che vedete a lato. Qui, l'ombra degli ulivi sulla via dal rustico acciottolato e il muretto che separa le case dal verde ci regalano il fascino della campagna colta "en plein air" e forse ancora una volta nella luce mattutina, almeno così a me pare.

Come nel dipinto precedente, siamo sempre alle porte di Firenze, a Settignano, il cui nome ci riconduce subito alle sculture del Quattrocento del celebre Desiderio di Bartolomeo di Francesco. Del resto, anche in altri quadri di Telemaco Signorini, insieme ai tratti che gli derivano dalle suggestioni impressionistiche e dalla vicinanza allo stile dei Macchiaioli, non manca il ricordo dell'arte toscana del primo Rinascimento.

Basti osservare le architetture che fanno da sfondo al dipinto intitolato "Santa Maria dei Bardi" del quale vedete a lato un dettaglio.
Qui, le tinte pacate, la nitidezza nel delineare i contrasti tra
luce ed ombra, i cornicioni fortemente aggettanti e il disegno delle finestre rimandano a quell'edilizia tipicamente toscana che troviamo - per esempio - in alcuni affreschi di Masolino nella Cappella Brancacci della Chiesa del Carmine a Firenze.
Immagini di riposante serenità, sia che l'artista
abbia raffigurato la campagna o la rustica periferia, sia che abbia riprodotto le strade
cittadine con le loro eleganti dimore. 

E per passare alla musica, mi piace commentare l'atmosfera di questi dipinti con un brano di Mozart che mi sembra altrettanto riposante: il secondo movimento, "Andante", dalla "Sinfonia n.29 in La Maggiore K.201".
Si tratta di un pezzo scritto dal compositore a soli diciotto anni: una melodia che esordisce piana e ritmata a
somiglianza di un passo dall'andamento tranquillo, pervasa da un'intensa dolcezza conferita dallo splendore dei temi e dalla presenza degli archi in sordina. Un dialogo che si dipana e s'intreccia tra archi - appunto - e fiati, sempre improntato a grande pacatezza, se si eccettua il luminosissimo attacco dell'oboe nella coda del brano.

Ascoltandolo, tuttavia, alcuni passaggi mi sono riecheggiati dentro come se li avessi sentiti anche altrove. Così, mi sono accorta che il secondo tema che si apre a 0.48 dall'inizio, è lo stesso che, meno morbido ma più vivace e spiccato, troviamo nel primo tempo della "Sinfonia concertante K.364" - esattamente a 4.08 - scritta da Mozart cinque anni più tardi e che potete riascoltare qui.
Non è raro, del resto, che un'idea musicale ricorra nel tempo
in diverse composizioni, ora in modo più essenziale, ora più complesso e variato.
Sono coincidenze interessanti che troviamo in Mozart, in Bach e in tanti altri
autori come pure nelle varie forme d'arte, a segnare un processo di crescita, uno sviluppo, a individuare il consolidarsi di un' identità e di uno stile.

Buon ascolto!