giovedì 8 novembre 2018

"Perchè Bach ci può salvare..."

(foto presa dal web)
Leggo sul "Corriere della Sera" del 6 novembre scorso una bella storia che desidero condividere qui.
Una storia in cui vicenda umana e artistica si intrecciano in modo mirabile, una testimonianza di sofferenza e di coraggio nel nome della musica, che diviene infatti la scintilla capace di dare salvezza anche in condizioni disumane.
È Susanna Tamaro, in un articolo intitolato appunto "Perchè Bach ci può salvare. Storia della pianista internata da Mao", a recensire "Il pianoforte segreto", romanzo di Zhu Xiao-Mei (ed. Bollati Boringhieri).

Si tratta di un libro-documento in cui l'autrice - nata a Shangai nel 1949 e oggi pianista di fama mondiale - racconta la propria vita a partire da quando, giovanissima studentessa di conservatorio, si trova ad affrontare gli anni della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung. 
Colpevole di appartenere ad una famiglia borghese di intellettuali, è costretta a fare autocritica e, in un primo tempo, travolta dal regime non riesce a sottrarsi al plagio collettivo diventando così complice del movimento. 
In seguito, caduta in disgrazia, è internata per cinque anni in vari campi di lavoro e di "rieducazione". Qui sperimenta la durezza ma soprattutto la coercizione psicologica per cui è indotta a tradire valori, affetti, relazioni e rinunziare a tutto ciò che appartiene alla cultura occidentale.

Gliene deriva una disperazione di fronte alla quale tuttavia reagisce e si salva, attaccandosi con coraggiosa caparbietà alla sua passione per la musica. 
Riesce infatti a farsi portare - camuffato da credenza - il vecchio pianoforte di casa ormai scordato e a procurarsi degli spartiti col pretesto di imparare i canti consentiti dal regime. Approfittando dell'ignoranza dei suoi guardiani, riprende invece a suonare Bach e Chopin, nelle cui note attingerà la forza per resistere e per ritrovare se stessa. 
Potrà allontanarsi dalla Cina soltanto nel 1980. Oggi vive a Parigi ed è considerata una delle più grandi interpreti di Bach, in particolare delle "Variazioni Goldberg".

C'è un miracolo nella musica che ci tocca nel profondo. 
La storia di Zhu Xiao-Mei testimonia proprio quanto essa - così come altre forme di arte - sia nutrimento essenziale dell'anima, fonte di rinascita spirituale capace di salvare dall'abbrutimento, poichè va a risvegliare quell'armonia segreta che risuona in ognuno di noi.
È a questo proposito che Susanna Tamaro sottolinea l'attualità dell'esperienza  narrata in questo libro e auspica che esso venga letto nelle scuole per combattere il pericolo - vivissimo anche oggi - che la vita dell'uomo sia ridotta alla sola dimensione materiale e all'esclusiva soddisfazione degli istinti primari. A conclusione del suo articolo, parla infatti della cultura come della vera ricchezza che consente, in tempi bui, di illuminare il cammino.
Ma riporto direttamente le sue parole:

   "Pensando proprio al libro di Zhu Xiao-Mei possiamo trovare il coraggio di dire che l'assenza di cultura è una delle più grandi forme di povertà. Essere poveri di parole, di pensieri e di sentimenti vuol dire essere poveri nelle proprie relazioni e nella comprensione della realtà. La storia della pianista cinese dimostra con esemplare chiarezza che la storia ci può privare di tutto, della nostra cultura, della libertà, della dignità, spingendoci a vivere al limite dell'umano, ma non può spegnere l'anelito alla bellezza che è nascosto in ogni persona che abbia la forza d'animo di seguire la propria coscienza. Primo Levi è sopravvissuto ad Auschwitz grazie anche alle poesie imparate a memoria, Zhu Xiao-Mei non si è fatta sopraffare dalla bestialità dei campi di lavoro grazie alla musica di Chopin e a Bach che continuava a risuonare dentro di lei. Nell'opacità di questi tempi, forse è bene ricordare che solo l'arte e il riverbero della bellezza riescono a illuminare i momenti più bui della storia."

Nel video, interpretati mirabilmente proprio da Zhu Xiao-Mei, trovate - nell'ordine di esecuzione - alcuni pezzi tratti dai seguenti brani delle "Variazioni Goldberg BWV 988":   
- Aria 
- Variazione n.20 
- Variazione n.25 
- Variazione n.9.
Note bachiane ora piene di luminosa pace, ora di scintillante energia, ora di intensa meditazione.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 31 ottobre 2018

Disc jockey

(foto presa dal web)
Chi cerca trova, e chi rovista negli armadi riscopre a volte cose vecchie e dimenticate. Se poi a frugare non si va nei cassetti, ma nei documenti archiviati da tempo in computer, possono capitare simpatiche sorprese. 
Di più: magari si vanno a dissotterrare vecchi sogni e - guarda un po'! - a scoprire che, in qualche modo, si sono realizzati.
Ho ritrovato giorni fa un articoletto che avevo scritto in un angolo di web ormai sparito. Correva l'anno 2009 e questo blog non aveva ancora visto la luce. 
Vi manifestavo il desiderio di condividere musica e mi lasciavo andare a sogni un po' folli, senza tuttavia immaginare che - di lì a non molto - si sarebbero avverati. S'intitolava nientemeno che "Disc jockey" (!) e, se avete pazienza, lo potete leggere qui:

"Vorrei tanto fare il disc jockey.
Sì, proprio quello che intrattiene il pubblico radiofonico presentando brani di musica e commentandoli con vivacità e leggerezza. 
Non sto scherzando, nè mi ha dato di volta il cervello. Ci ho pensato l’altro giorno invece, mentre per l’ennesima volta ascoltavo il "Capriccio" della “Partita n.2 in do minore” di Bach con la sua perfetta struttura contrappuntistica, l’architettura delle voci che si inseguono come archi rampanti in una cattedrale gotica e il ritmo carico di dirompente energia. 
Così, ho sentito il desiderio di condividerne le bellezza con altri e ho pubblicato il pezzo su Facebook, accompagnandolo con due righe di presentazione che dicevano: "Buona giornata a tutti con questo Bach assolutamente splendido…” eccetera. 
È stato lì che l’idea mi ha folgorato: l’idea di uno spazio in cui poter proporre all'ascolto - un'oretta ogni mattina - i brani di musica classica che preferisco e che parlino al cuore. Insomma, un modo per aprire la giornata in serenità.

Lo so, la radio è piena di trasmissioni di questo tipo, condotte con spessore e competenza. Inoltre, proponendo brani classici invece che musica leggera sarei un DJ molto particolare e forse il termine non è neppure quello giusto, ma è giovane e mi diverte.
Comunque sia, il presentatore di musica fa un mestiere affascinante perchè a chi si appresta ad iniziare, magari senza grandi entusiasmi, una giornata di lavoro, regala ciò che di bello ha scoperto nella propria valigia di conoscenze.

A me basterebbe un piccolo spazio, dedicato a chi conosco e a chi amo, ma anche agli sconosciuti in ascolto capaci di lasciarsi sorprendere dalla bellezza. Sarebbe uno sprazzo di luce mattutina, un augurio teso a ricaricare dal profondo, a riportare il sole dissipando le nebbie che talora offuscano l'anima. Penso che mi sarebbe congeniale - vinta l’inevitabile emozione - parlare dietro un microfono ad un pubblico che non vedo ma che immagino alle prese col traffico cittadino o forse in treno o tra i mestieri di casa. 
Immagino che mi verrebbe facile chiudere gli occhi, sorridere e, seguendo il dettato del cuore, condividere le musiche che più amo: un'aria, un ritmo, un corale ad accompagnare il nostro sguardo sulla vita e a rasserenarlo dall’interno. 
Nella giornata che ci attende, incontreremo tante cose che andranno a interferire forse brutalmente con la nostra interiorità: tanto rumore contrabbandato per musica, tanto sconcertante squallore intorno a noi che vale davvero la pena attingere l’acqua sorgiva dei grandi per non dimenticare che cos'è la Bellezza e dare forza al nostro sorriso.

Non sceglierei brani troppo lunghi, ma solo quelli che almeno una volta abbiano parlato al mio cuore suscitando un'emozione che perdura, pezzi legati a un tratto del mio cammino e per qualche motivo radicati nell’anima. 
Proporrei, per esempio, il primo tempo del "Concerto per violino e orchestra in sol min." di Bruch che mi riporta, tumultuoso e romantico, agli anni della mia adolescenza; o il "Larghetto" della "Sinfonia classica" di Prokofiev che nel suo incedere elegante quasi di danza, apre l' anima a fremiti di vita nuova. 
O qualche aria dalle mozartiane "Nozze di Figaro"che liberi dalla prigione della tristezza, consentendo al nostro sguardo di recuperare trasparenza.
E naturalmente non potrebbe mancare Bach, in particolare nella pacificante pulsazione ritmica dell' "Adagio" per organo dalla "Toccata, adagio e fuga in Do maggiore". 
Ma sceglierei anche splendidi gioielli barocchi dalla brillante orchestrazione come l' "Arrivo della Regina di Saba" dal "Solomon" di Haendel o il corale che conclude il suo "Dettingen Te Deum" con le parole "Oh Lord in Thee have I trusted", Signore, in Te ho fiducia. E quale invocazione migliore per iniziare una giornata?...

Sto fantasticando, lo so. Non farò mai il disc jockey. A parte le tante trasmissioni di questo tipo, molta gente oggi, in casa e fuori, in treno o dando l’aspirapolvere, viaggia con l’ipod incorporato dove ascolta musica a tutto spiano e se la sceglie. 
Ma resta in me il desiderio di condividere con altri - in una radio, un network o altrove - la Bellezza che un giorno mi ha ferito, tesoro nascosto nell’infinita magìa delle note. Offrirla perché non se ne perda il sapore, quel fuoco che alimenta la vita, illumina la tua giornata e ti consente di custodire un sorriso nell’anima anche sotto un cielo carico di nubi."

Ecco, in questo articoletto che appartiene - diciamo così - alla preistoria, esprimevo un desiderio di condivisione che si è concretizzato un anno dopo nel presente blog, e mi piace pubblicarlo oggi perchè, proprio nei giorni scorsi - esattamente il 19 ottobre - "Gioire in Musica" ha compiuto otto anni!
Mai avrei creduto che l'esperienza iniziata con qualche esitazione potesse durare così a lungo, regalandomi tanta voglia di imparare e un entusiasmo che, grazie alla musica e ai lettori/ascoltatori che passano o sono passati di qui, non si è ancora spento.
Così, desidero concretizzare la mia gratitudine a tutti voi con un video un po' particolare e dando il benvenuto a un compositore nuovo.

Si tratta dell'inglese John Dowland (1563 - 1626), con uno dei suoi brani più conosciuti: "Now, o Now I needs must part...", dal "First Booke of Songes" del 1597. Il pezzo, segnato da dolce malinconia e - come altri dello stesso autore - incentrato sul tema della sofferenza d'amore per la separazione dalla persona amata, è stato interpretato nel tempo da vari musicisti tra i quali anche Angelo Branduardi. 
Ho preferito tuttavia la versione de "Les Canards Chantants", ensemble specializzato in polifonia rinascimentale, per la purezza e la trasparenza con cui le quattro voci vanno progressivamente sommandosi e fondendosi. 
Inoltre, il sottofondo del liuto, che ricorda qua e là la celebre "Greensleeves", ci riporta l'eco di arie di antichi menestrelli restituendocene l'atmosfera.

Ma la mia scelta è stata dettata anche dal fascino della clip-video. 
Qui infatti la musica si accompagna e s'intreccia a brevi sequenze che colgono aspetti della quotidianità, immagini di un viaggio che è poi la vita stessa, dove il ritmo pacato delle note diviene splendore che cammina con noi, da custodire nello sguardo e nell'anima.
  
Buona visione e buon ascolto!

martedì 23 ottobre 2018

In punta di piedi...

Sandra Maccaferri: "Notte di luna" - olio su tela.
Ripercorrere i luoghi amati da una persona, in mezzo ai quali ha costruito un pezzo della sua felicità, è un po' come ritrovarla, per quel mistero che consente a una parte di noi di rimanere laddove abbiamo radicato il cuore e il senso del nostro vivere.
È come se tutto rispecchiasse una presenza ed essa trasparisse persino dalle cose, non più oggetti estranei o lontani, ma ricchi di un calore che si fa quotidiano tramite di una memoria.

Proprio questa è la percezione che ha avuto il nostro gruppetto di blogger che, domenica 21 ottobre, si è recato a Spervara (MO) per rendere omaggio alla carissima amica Sandra che ci ha lasciato lo scorso giugno.

Grazie all'affetto e all'accoglienza del marito Franco, che ha voluto condividere con noi la casa e gli angoli di paesaggio che lei ha più amato e spesso riportato nel suo blog (http://sandramaccaferri.blogspot.com/), ci siamo ritrovati in un ambiente conosciuto e familiare. Eppure, istintivamente vi siamo entrati quasi in punta di piedi, come ci si addentra in un luogo dove sappiamo che, nella stanza accanto, una persona sta riposando. 
Guardandoci intorno, quella che abbiamo colto è stata infatti una presenza viva: negli oggetti e arredi ideati o scelti da lei, nei suoi bellissimi dipinti, nelle tante foto, nei segni dei suoi molteplici interessi che hanno reso la casa un luogo pieno di calore. Un mondo che è stato meraviglioso esplorare perchè ci ha testimoniato ancora una volta la grinta e l'irrefrenabile entusiasmo per la vita che ha caratterizzato l'esistenza di Sandra.
E naturalmente a questo proposito, ci è venuto spontaneo ricordare l'amicizia che legava lei e tutti noi alla carissima Ambra, volata via due anni fa ma anch'essa sempre presente nel nostro ricordo.
Una giornata tuttavia non triste, ma trascorsa in serenità e gratitudine, accolti e sapientemente guidati da Franco, cogliendo nelle sue parole il senso di un amore che oltrepassa il tempo e insieme godendo del legame di amicizia che - con gli anni e la condivisione delle vicissitudini di ciascuno - si è saldamente stabilito fra tutti noi.

Così, mi piace associare alla gioia di questo incontro un brano di Claude Debussy (1862 - 1918): l' "Arabesque n.1 in Mi maggiore L.66".
Si tratta di una famosa composizione di stile impressionistico, una musica dalle mille sfaccettature - andantino con moto, mosso, risoluto - dai toni e timbri diversi un po' come la conversazione del nostro piccolo gruppo ora vivace, ora più sommessa, nel dipanarsi dei vari argomenti e secondo i tratti della personalità di ciascuno. 
Un brano ora lieve, ora animato e palpitante che mi sembra adattarsi anche allo stile delle poesie di Sandra - ricche di delicatezza ma insieme di incisivo spessore - così come al movimento colorato, sognante e arioso che ha sempre caratterizzato i suoi dipinti.
Nella foto in alto, ne vedete uno intitolato "Notte di luna", un quadro originale nelle sue tinte e nella sua ispirazione: non scorgiamo infatti la luna, ma ne cogliamo il riflesso della luce sugli alberi e sulla vegetazione che assume tratti fantasiosi e suggestivi. 
Una composizione completata dai versi che Sandra aveva scritto proprio su questo tema e che riporto qui perchè - come il pezzo di Debussy - ci regalano la percezione di uno sguardo di grande profondità e insieme di straordinaria dolcezza.
                                  "Un sogno passa frusciando. 
                                                      Ha dita leggere.
                                                 Accarezza e consola 
                                      mentre gocce di luna svelano la notte." 
 
Buon ascolto!
 
 

martedì 16 ottobre 2018

Silenziosa, vibrante passione

(foto presa dal web)
Chissà perchè, talora, alcuni credono che parlare di passione significhi far riferimento a sentimenti espressi sempre con grande irruenza, o ad una sfera di comportamenti perennemente agitati, nel bene come nel male.
Lo dimostra il fatto che, anche nel linguaggio comune, la parola stessa è spesso associata all'idea di febbre o di violenza.

Che sia amorosa, politica, artistica o sportiva, della passione infatti si sottolinea di solito la forza, la suggestione, il dominio assoluto che essa può esercitare su di una persona, prendendo possesso del suo cuore e di tutte le sue facoltà. 
Il vocabolario, a proposito dei vari campi a cui il termine può essere applicato, parla di delirio, furore, sofferenza, tormento, impeto, slancio, e l'impulso di un'anima appassionata è definito come amore ardente o paragonato proprio a un fuoco che divampa con veemenza.

E non si pensa invece che l'intensità di un sentimento - se certo si può osservare anche attraverso le sue espressioni e manifestazioni esterne - non è meno profonda quando esso è vissuto nel silenzio, in una dimensione tutta interiore. Anzi, il silenzio e la solitudine talora ne affinano il tocco, ne accrescono la carica alimentandone a volte il fuoco segreto, forse per questo ancor più bruciante.
Lo si può constatare a più livelli. Senza divagare troppo, basta considerare il mondo della poesia, per vedere che non sempre la forza di una passione coincide col romantico "Sturm und Drang", e per scoprire quali sentimenti traboccanti possano abitare invece il cuore di personalità schive dall'esistenza magari apparentemente sbiadita. 
Un nome su tutti: Emily Dickinson, a proposito della quale non è un caso che il film uscito di recente sulla sua vita s' intitoli proprio "A Quiet Passion".  
Un titolo ossimorico che, nella sua contraddizione, ci restituisce il senso di una fecondità artistica nata da un silenzioso, progressivo sottrarsi alle convenzioni e ai contatti esterni. Un isolamento che non ha impedito alla poetessa americana di affermare se stessa, rendendo ancor più acuto il suo sguardo sulle cose e più vibrante il mondo di emozioni espresso dai suoi versi.

Sto divagando, lo so, ma a suggerirmi questi pensieri non è stata una lettura poetica, bensì un brano di musica che - seppur lontano da tali riferimenti nel tempo e nello stile - in realtà mi pare tanto intriso di struggente passione proprio quanto la melodia è misurata e lieve. 
Si tratta di una composizione famosissima, dalla quale non ero mai stata particolarmente affascinata come ascoltando questa interpretazione che per me ha avuto la freschezza della scoperta.
È il violinista Gidon Kremer a suonare qui "Oblivion", il pezzo forse più conosciuto di Astor Piazzolla (1921 - 1992) tratto dall'omonimo cd del 1998, in una lettura che, insieme ad un ritmo pacato, ci restituisce tutto il fascino e la sensualità del brano.
Qui la musica è un filo che si dipana sottile, un'aria sofferta cui ben si adatta il titolo "Oblivion" - oblio, dimenticanza - che, a maggior ragione, fa risaltare invece una passione sottesa, ora languida e malinconica, ora carezzevole e delicata anche dove il tema si fa più vivo.
A questo contribuisce l'interpretazione di Kremer che di ogni nota ci offre un suono misuratissimo, un tocco che nasce dal profondo, dalle prime battute fino alla conclusione in cui la melodia - così come all'inizio - si assottiglia tremante, simile quasi a una linea tratteggiata che via via si perde, a un ricordo che va a svanire nella memoria...
Un Piazzolla ricco di seduzione che ci porta via con sè nel suo ritmo sognante, sottolineato dai pianissimo e - qui in particolare - dalla morbidezza del violino.
Una musica appassionata che non si esprime in un gesto aggressivo, ma in un silenzioso, intensissimo moto dell'anima, simile a uno sguardo lieve eppur carico di sottintesi.

Buon ascolto!

lunedì 8 ottobre 2018

A proposito di follìa

Thierry Escaich e Richard Galliano  (foto presa dal web)
Chi frequenta questo blog forse ricorderà il brano di musica che ho pubblicato il 18 agosto scorso, all'atto di prendermi una piccola pausa estiva. 
Vi avevo lasciato in compagnia di Vivaldi e in particolare della "Sonata n.12 op.1 RV 63" detta "La follia" e interpretata dal Barrios Guitar Quartet.

Vale la pena di soffermarsi per qualche momento sull'origine di questo pezzo perchè, nel comporlo, Vivaldi si è rifatto ad un tema musicale più antico. 
Esso nasce in Portogallo tra il XVI e il XVII secolo, ma affonda le sue radici nel tardo Medioevo; inizialmente diffuso in ambito popolare, acquisirà col tempo un carattere colto e verrà ripreso da numerosi compositori dal periodo barocco in poi.
Si tratta di una danza composta da una base armonica e da una melodia lenta in tempo ternario simile a una passacaglia, sulla quale si possono innestare poi libere variazioni o improvvisazioni. Il termine follìa si riferisce infatti al suo andamento movimentato e talora sregolato, ma significa anche mania, idea fissa e in questo senso può riferirsi al carattere ostinato della base musicale.
Tra i musicisti più famosi che l'hanno rielaborata esplorandone ogni possibilità espressiva - a parte il già citato Vivaldi - troviamo Corelli, Lully, Geminiani, Bach ed Haendel che l'ha ripresa nella sua celeberrima Sarabanda inserita poi nella colonna sonora del film "Barry Lindon"; nell'Ottocento Beethoven, Liszt e Rachmaninov per arrivare ai nostri giorni con Vangelis.

Ma non è finita qui.
Le mie scorribande su youtube mi hanno portato a scoprire che anche il fisarmonicista Richard Galliano - di cui avete ascoltato di recente alcuni arrangiamenti - ne ha fatto una pregevole interpretazione insieme ad un'altra figura di primo piano: l'organista e compositore francese Thierry Escaich.
Fisarmonica e organo??? Precisamente: un duetto tra accordeon e organo da chiesa che può suonare sorprendente, ma con risultati a mio modesto avviso più che affascinanti.
Tratto dal cd "Aria" uscito nel 2017, il brano intitolato appunto "La follìa" prende spunto dal testo di Arcangelo Corelli (1653 - 1713) - riportato qui di seguito - al quale dobbiamo una delle versioni più raffinate di questo tema.

Ma ascoltiamolo la rielaborazione del duo Galliano - Escaich.
Dopo una severa e solenne introduzione dell'organo, è sulle note dell'accordeon che si apre il tema della melodia caratterizzato da tratti di profonda intimità. 
Se in un primo tempo esso procede lento, acquista poi un ritmo che si accende nelle successive variazioni dove i due strumenti si scambiano il ruolo armonico e melodico facendo emergere alternativamente la delicatezza e la trascinante vivacità dei vari suoni ed esplorandone tutte le possibilità timbriche. 
Splendido l'organo nei suoi registri più lievi, così come l'accordeon in quelli più acuti, due strumenti in fondo non lontanissimi, anche se differenti per dimensione e potenza sonora.
La lentezza iniziale del brano e un procedere quasi cadenzato vanno poi cedendo gradatamente il passo ad un ritmo sempre più scattante e vertiginoso che arriva a rasentare il parossismo e nel quale avvertiamo anche echi del tango di Piazzolla. Un' interpretazione che, se in alcuni punti sembra scompaginare e destabilizzare il tema quasi andasse a perdersi chissà dove, proprio in questo risulta tuttavia di uno splendore travolgente. 
Ci si avvia così verso il finale dove prosegue la sequenza dei forti passaggi dissonanti dell'accordeon, mentre l'organo conclude il brano su di un lunghissimo accordo di tonica.

Una fusione di antico e moderno, di virtuosismo e fantasia nella quale - almeno così a me pare - sta il pregio di tale arrangiamento capace di rielaborare un'eredità musicale che va da Corelli e Bach fino ad oggi. 
Una pagina di straordinaria modernità che, spaziando tra strumenti diversi, ci apre all'infinito mondo dei suoni.

Buon ascolto!

domenica 30 settembre 2018

A tu per tu con l'opera d'arte

Ci sono dipinti famosi che ricordiamo ancora dai tempi della scuola, che abbiamo ammirato sui libri, o magari in seguito cercato anche sul web. 
Ma contemplare un'opera d'arte dal vivo resta sempre un'esperienza impagabile, soprattutto se non ci aspettavamo di vederla.
Così quando - poco più di un mese fa - ho avuto la possibilità di visitare la National Gallery di Londra, è stata una gioiosa sorpresa scoprire in una delle prime sale "Il battesimo di Cristo" di Piero della Francesca (1416 ca. - 1492).

Non ricordavo fosse conservato lì e ritrovarlo all'improvviso mi ha comunicato quel senso di familiarità che si prova quando, a distanza di tempo, s'incontra una vecchia conoscenza. Conoscenza fatta in questo caso negli anni di liceo, quando la nostra bravissima insegnante di Storia dell'Arte ce ne aveva illustrato i caratteri: la costruzione matematica dello spazio, la centralità della figura di Cristo, la colomba dello Spirito Santo in posizione prospettica e il paesaggio di fondo che traspare simile a un intarsio dove s'intravvedono alberi, campi, strade e castelli. 
Lo splendore insomma di una rappresentazione a misura d'uomo, verso la quale si era ormai avviata la pittura del Quattrocento, dove l'equilibrio e il rigore della geometria si fondono con una realtà multiforme e l'episodio evangelico è inserito nel contesto coevo al pittore.

Ma trovarsi a tu per tu con un'opera d'arte è anche avere la possibilità di leggerne altri aspetti, soprattutto se - come in questo caso - la grandezza della tavola permette, per così dire, di entrare in essa cogliendo dettagli che altrove possono sfuggire.
Sono tanti gli elementi che mi hanno colpito: dalle dolci anse del fiume che riflettono le nuvole e le figure in secondo piano, all'atmosfera dove tutto sembra risplendere di luce propria, fino alla leggiadrìa dei tre angeli a lato e all'atteggiamento dei due protagonisti al centro.

Proprio su quest'ultimo aspetto vorrei soffermarmi perchè vi ho letto una sorta di piccolo contrasto. 
Quanto infatti appare solida e robusta, composta e sicura la figura del Cristo, altrettanto mi sembra invece più leggera e quasi esitante quella di Giovanni. Sfumature certo, indubbiamente dovute al fatto che l'uno è fermo mentre l'altro è in movimento. 
Tuttavia l'atteggiamento del Battista, nel suo versare l'acqua sul capo di Gesù, sembra esprimere una riverenza che lo induce quasi a trattenere il gesto, nella consapevolezza di trovarsi di fronte a chi è più grande di lui. Lo colgo dalla sua figura meno plastica rispetto a un Cristo più maestoso e d'impronta masaccesca.

Ma soprattutto me lo dice la sua mano sinistra, una bellissima mano dalle giunture nodose della quale vediamo lo spessore e intuiamo la forza, aperta ma quasi contratta in un gesto che può esprimere rispetto, meraviglia, pudore o forse una lieve esitazione.
Una mano che non esce neppure dal margine della veste, come se nell'atto in cui battezza il Cristo, Giovanni volesse farsi da parte di fronte a chi gli è superiore.
Sembra quasi che l'autorevolezza che ha sempre caratterizzato la sua figura e che altri artisti - per esempio Giotto, Bellini, El Greco o Tintoretto - trattando lo stesso tema hanno espresso dipingendolo più in alto rispetto a Gesù, qui venga meno limitandosi a un gesto pacato.
"Bisogna che egli cresca e io diminuisca": ecco le parole evangeliche (Gv.3,30) che l'immagine mi ha riportato alla mente e che potrebbero aver ispirato nel pittore tale rappresentazione. 

Ma ad affascinarmi è stata anche un'altra scena di questo dipinto.
Se la soavità ha un volto o un luogo prediletto, Piero della Francesca l'ha ricreato nel particolare delle tre figure angeliche: nella grazia delle acconciature e dei panneggi, nelle fronde dell'albero che quasi scendono ad accarezzarle e nel paesaggio di fondo che traspare tra loro.
Caratteri che l'artista sembra aver preso anche dall'antichità classica - come l'abito dell'angelo al centro simile a un peplo greco - e che ha fuso con la propria ispirazione.
Un'immagine appartata e silenziosa come silenzioso è lo stupore dipinto sui volti, accresciuto dalla luce piena e dalla chiarità dei colori pastello. Una dolce conversazione, un dialogo di sguardi rivolti anche a noi che osserviamo, quasi un invito a entrare nella scena; un angolo di paradiso inquadrato tra le colline toscane dove il pittore è nato.

E per lasciarci condurre all'interno di questa rappresentazione, ho scelto un luminoso brano di Mozart: il secondo movimento,"Adagio", del "Concerto per violino e orchestra in Sol Maggiore n.3 K.216". 
È un'aria di grande intimità e purezza melodica quella che si dispiega lenta e serena sull'onda del violino sostenuto dal ritmo degli archi, un'aria tanto suggestiva che - ripercorrendo i numerosissimi brani del compositore salisburghese condivisi qui in passato - mi è parso strano non averla ancora pubblicata. 
Lo faccio quindi oggi anche perchè mi pare in armonia con la soavità delle immagini, insieme a quella fusione di umano e divino che il tema del dipinto ci propone e che la musica di Mozart, per sua prerogativa, sottolinea ed esalta.

Buon ascolto!

sabato 22 settembre 2018

Bach e "il senso dell'avventura"

Avevo in cantiere per oggi un post e un brano ben diversi da questo, ma niente da fare
Ancora una volta, la musica è venuta a sconvolgere i miei piani e a imporsi, suscitando in me all'ultimo momento un desiderio irrefrenabile di pubblicare altro.
Esiste evidentemente un tempo idoneo per ogni cosa e - come scrivevo poco tempo fa - non basta che un pezzo sia bello: occorre che desti in noi anche uno scatto, un soprassalto di entusiasmo, quasi ci sentissimo per così dire interpretati dalle sue note.
È questo il motivo per cui, oggi, torno all'accoppiata Richard Galliano - Gary Burton di cui avete recentemente ascoltato lo splendido arrangiamento della colonna sonora di Bacalov per il film "Il postino". 
Fisarmonica e vibrafono quindi, jazz e musette in un insieme accattivante come sempre, o forse ancor più di sempre perchè stavolta l'autore di riferimento è nientemeno che Bach del quale Galliano è grande cultore.

Tratto dal cd "If You Love Me", il pezzo arrangiato è la "Sinfonia n.11 in sol minore BWV 797", dolcissima invenzione a tre voci che i due interpreti rielaborano con maestria, ricavando dal piccolo gioiello bachiano un pezzo ricco di movimento e - seppur differente - di altrettanto fascino.
Riascoltando la clip audio scoperta due mesi fa, ho sentito quanto quel ritmo jazz mi parlasse ancora, andando perfettamente ad innestarsi nel mio presente. Così ho deciso di pubblicarlo senza indugi.

Voglia di cambiare? Forse. Ma è un cambiamento che non rinnega lo splendore del passato e del mio amore per i grandi a cominciare - appunto - da Bach; ma va se mai ad arricchirlo, facendo scaturire dalle sue note ulteriori dimensioni e sfumature.
Ho sempre amato le rivisitazioni, perlomeno alcune: non per niente - e chi legge questo blog dalle origini lo sa - i primi ad avvicinarmi alla musica bachiana sono stati i mitici Swingle Singers. Ora è Galliano a regalarci una deliziosa rilettura da musicista poliedrico qual è, abituato a frequentare compositori di ieri e di oggi. Da Bach, Vivaldi e Mozart fino a Tchaikovsky e poi a Piazzolla, Rota o alle canzoni di Edith Piaf - solo per fare qualche esempio - il fisarmonicista ha infatti esplorato con passione un repertorio che va dal periodo barocco ai nostri giorni.

Del brano scelto, ho riportato anche la versione originale qui eseguita al pianoforte, una melodia incantevole ricca di una grazia dove il rigore si stempera in dolcezza; ma ascoltiamone l'arrangiamento.
Apre il pezzo il vibrafono con la pura e semplice esposizione del tema bachiano che ha funzione solo introduttiva - almeno così a me pare - perché, in realtà, il vero arrangiamento parte con l'ingresso della fisarmonica sostenuta dal basso e dalla batteria.
È qui che - lo avvertiamo subito - cambia il clima e ci sentiamo presi e condotti in un percorso trascinante: talora nuovo, su su per gli andirivieni di note che s'inseguono in quella sorta di moderno "ricercare" che può essere il jazz, talaltra già conosciuto come certe atmosfere parigine che la fisarmonica sa meravigliosamente evocare. 
Un ritmo nel quale immergersi lasciandosi portar via in un'avventura di spensierata leggerezza, una fusione tra passato e presente ricca di inventiva ma al tempo stesso di equilibrio. I due strumenti solisti si alternano infatti nel rielaborare il tema con passaggi e variazioni in cui, insieme a una straordinaria libertà creativa, lo spirito bachiano resta vivissimo, mentre alla fine vanno a chiudere il pezzo in modo più pacato e vicino all'originale.
E a questo proposito, mi piace ricordare le parole con cui, in un'intervista, Galliano ha motivato la propria predilezione per il compositore tedesco, cogliendo nel suo genio l'inesauribile sorgente del nuovo:

"È Bach oggi che mi dà il senso dell' avventura, il brivido della scoperta. Un esempio ? Suonare le Suites per violoncello con la sola mano sinistra e scoprire che sono una perfetta pagina per fisarmonica. Ma possono anche essere eseguite con un sax. Qui sento tanta libertà e infinita creatività. Senza bisogno di rivoluzioni."

Buon ascolto!

venerdì 14 settembre 2018

Rughe

Dal mio balconcino di montagna - ormai diversi giorni fa - guardavo il Gran Paradiso in quel clima di fine agosto che prelude già all'autunno.  
Come sempre, quando la stagione declina, è la luce a fare la differenza: una luce che, se spesso rende il paesaggio più nitido quasi lo si potesse toccare, a volte tuttavia ci restituisce tinte smorzate e contrasti meno forti.

Ma anche quando il tempo piega verso il brutto, è bello starsene lì a prendere l'ultimo occhio di sole, mentre sulle cime in fondo alla vallata già si annunzia il temporale o un fiotto chiaro di pioggia copre il paesaggio. E a colpirmi non sono tanto i repentini cambiamenti di tempo - e di temperatura - quanto l'atmosfera che si crea nel giro di pochi momenti: un'aura di solitudine e di silenzio in cui a dominare resta solo il vento.

È stato in uno di questi pomeriggi, mentre le nuvole si addensavano sul Gran Paradiso, che - per l'ennesima volta - mi ha colpito il suo aspetto, sempre splendido e maestoso certo, eppure diverso dalle estati di tanti anni fa, quando i ghiacciai riempivano quasi tutta la conca: a destra quello rotto e tormentato della Tribolazione, a sinistra la colata liscia e scintillante del Money. 
Per chi, come me, frequenta e ama da tempo questi luoghi, è un dispiacere constatare come l'innalzamento delle temperature negli ultimi decenni abbia gradatamente modificato la fisionomia del paesaggio. Ad ogni estate, il grigio della roccia e della morena prevale sempre più sul bianco, inducendomi a desiderare che le prime nevicate, dando al panorama il consueto aspetto invernale, mi illudano che lo splendore dei ghiacciai sottostanti sia ancora intatto.
Così, mi sono chiesta che farei se in futuro le cose dovessero cambiare radicalmente. Amerei ancora questo luogo incantato o le ferite del paesaggio mi resterebbero inesorabilmente anche nel cuore?
Poi, ho considerato ciò che accade a ciascuno di noi quando il passare del tempo incide sulla fisionomia delle persone care: smettiamo forse di amarle perchè una rete di rughe copre il loro viso, il passo si fa incerto o lo sguardo ha perso lo smalto della giovinezza? Certo che no! Anzi, insieme all'inevitabile dispiacere, spesso si fa strada in noi una nuova tenerezza, un legame che tutto comprende, così come le rughe del paesaggio o i sassi di un luogo amato ci sono familiari perchè appartengono alla nostra storia, anch'essi incastonati nel suo misterioso splendore.

Allora, mi piace associare a queste piccole considerazioni un pezzo che mi pare rifletta un po' tali suggestioni. 
Si tratta dell' Ouverture dall'opera "Griselda" RV 718 di Antonio Vivaldi, qui nell'Andante e nel Minuetto - rispettivamente secondo e terzo movimento -   diretti dal compianto Claudio Scimone. 
È l'Andante, in particolare, ad affascinarmi: un brano venato da una sottile malinconia, come quella che può prendere all'appressarsi dell'autunno. 
Eppure vi trovano spazio anche un garbo, una pacata serenità di note cui abbandonarsi con dolcezza, insieme a un ritmo di fondo che - fateci caso - ci accompagna fin dall'inizio, quasi ci fosse un orologio a scandire con i suoi battiti il passo inarrestabile delle ore. Un trascorrere del tempo tuttavia privo di angoscia che ci guida ad accettare i mutamenti delle stagioni sia fuori che dentro di noi, le rughe del paesaggio - come quelle del corpo o dell'anima - in una prospettiva di apertura a ciò che verrà.

Buon ascolto!

lunedì 10 settembre 2018

Buon viaggio, Maestro!!!















Questa volta, prima che nelle note lo splendore della musica abita nelle parole del Maestro Claudio Scimone - scomparso pochi giorni fa - famoso innanzitutto come fondatore e direttore dell'orchestra de "I Solisti Veneti".
Mi piace ricordarlo con questo bel video, dove con rara semplicità si definisce un "eterno studente" e ripercorre alcune tappe del proprio cammino, sottolineando il senso della sua scelta di dedicarsi alla musica.

Buon ascolto!

sabato 18 agosto 2018

Pausa...

























Proprio così!
Come l'amico Snoopy, anche questo blog si prende un breve periodo di sosta. 
E a proposito di follia, vi lascia in ottime mani!

Buon ascolto!

mercoledì 15 agosto 2018

Oggi la musica può solo pregare...

























Pinturicchio (1452 - 1513): "Assunzione della Vergine".
Roma, Santa Maria del Popolo.
 
 
Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901): "Salve Regina".

lunedì 13 agosto 2018

Una piccola oasi di silenzio

(foto presa dal web)
Dalle parti in cui mi trovo - intendo dire nel mio amato paesetto di montagna - la musica è coltivata in modo straordinario tanto che fa parte di quelle tradizioni che, come la lavorazione dei merletti o del legno, vengono tramandate in famiglia.

Qui è la fisarmonica lo strumento privilegiato che tutti imparano a suonare con maestria fin da piccoli e che accompagna lietamente feste, balli e canti popolari della zona. Così, non è raro ascoltare musica suonata dai gruppi locali più in voga non solo in occasione di sagre o altri appuntamenti folkloristici, ma come colonna sonora di particolari luoghi, a somiglianza di ciò che accade anche nelle grandi città.
In paese viene diffusa in uno spazio molto frequentato - un grande atrio, dotato tra l'altro di Wifi, che conduce ai parcheggi - e passarvi a qualunque ora del giorno ha sempre significato sentirsi avvolti da ritornelli vivaci che spesso diventano un vero e proprio invito alla danza.

Quest'anno però qualcosa è cambiato e chi ha scelto i brani, invece di privilegiare il repertorio dei gruppi locali, si è spinto più in là.
Fisarmonica??? Bene, fisarmonica sia!!! Ma con una musette, un tango, un ritmo jazz, con autori quali Galliano, Piazzolla o melodie prese da film. Insomma, una meraviglia!
Me ne sono accorta fin dai primi giorni, quando ho riconosciuto le note di quello splendido pezzo che è "La Valse à Margot" di Richard Galliano, vecchia conoscenza di questo blog che potete ritrovare qui. Così, non ho potuto non soffermarmi ad ascoltare anche il resto, tra accattivanti assoli di fisarmonica in quell'attitudine del jazz talora nervosa e a volte languidamente romantica.

Tra tutti, mi ha colpito in particolare un pezzo dal ritmo lento e dolce che molti di voi certo ricorderanno. 
Si tratta del brano più famoso della colonna sonora del film "Il postino", scritto da Luis Bacalov (1933 - 2017) - celebre pianista e compositore di origine argentina - che in esso ha ripreso il tema iniziale della canzone "Nelle mie notti" di Sergio Endrigo (1933 - 2005). Al di là della contesa giudiziaria che ne è seguita per l'accusa di plagio - ma anche al di là dello splendore poetico del film che ha visto, tra l'altro, l'ultima interpretazione di Massimo Troisi - ciò su cui mi interessa soffermarmi qui è la musica. 
È questo infatti il brano che oggi desidero proporvi, tuttavia non nella versione originale del film, ma nell'arrangiamento fatto da Richard Galliano che lo ha inserito nel bellissimo album "If You Love Me" del 2007.

Qui, un dolce dialogo si snoda tra la sua fisarmonica e il vibrafono di Gary Burton, che si alternano nell'esposizione della melodia scambiandosi talora le parti, mentre un basso ne scandisce il tempo.
Il tono è nostalgico soprattutto all'inizio, ma ben presto il lieve ritmo di tango va a fondersi con un'impronta jazz che arricchisce il brano di variazioni e di accattivanti divagazioni sul tema.
Un pezzo poetico e sognante che, nell'atmosfera talora caotica o chiassosa delle vacanze, può essere una piccola oasi di silenzio e di contemplazione alla quale abbandonarsi sull'onda del fascino dei due strumenti solisti.

Buon ascolto!

domenica 5 agosto 2018

Guardarsi negli occhi

Vengo dall'aver pubblicato, nei giorni scorsi, la n. 24 delle "Variazioni Goldberg" e - come sempre accade con la musica che scelgo - mi è rimasta in testa per un po' di tempo.
Non solo, ma mentre l'ascoltavo per l'ennesima volta, l'occhio mi è andato allo spartito della clip video e - contrariamente a ciò che mi succede di solito - per un attimo ho avuto la sensazione che il brano potesse essere alla mia portata.  
Certo, l'esecuzione richiede una discreta velocità, problema frequente - almeno per me - nell'affrontare i testi bachiani, ma la tonalità di Sol maggiore, comune del resto a tutte le "Variazioni", mi riconcilia un pochino col mio essere un' eterna principiante. 
Così mi sono detta: "Perchè no?...E se cercassi lo spartito?"

Detto e fatto. Sono andata dall'amico fotografo che ha l'internet point e per anni - quando la connessione nel mio angolo di montagna era più lenta di una lumaca - mi ha visto frequentare il suo negozio sfornando da lì i post per il blog. Ora le cose sono cambiate e posso collegarmi tranquillamente anche dall'alto del mio nido, ma non ho la stampante, per cui sono scesa in negozio e ne sono uscita pochi minuti dopo con in mano due bei fogli nitidi in cui la scrittura musicale della "Variazione" si snodava in tutto il suo splendore.

È stato allora che ci siamo guardati in faccia, io e lo spartito intendo. 
Per un attimo, leggere quelle note è stato riconoscerle come quando s'incontra una persona che desideravi vedere da tempo, come guardarsi negli occhi con un amico cui ci lega una sintonia di antica data.
Non l'ho neppure messo nello zaino ma, andando nel sole del mattino, lì così in mezzo alla strada, mi sono messa a leggermelo canticchiando piano sol...fa#sol...la si re do#re...presa da una gioia abbagliante. Quelle note infatti, con la loro chiarezza e il loro ritmo di danza, mi parlavano come se da esse affiorasse il carattere della persona che le aveva scritte e lo potessi cogliere in mirabile sintesi per un'improvvisa illuminazione.
Del resto, sempre la musica ha una scrittura straordinariamente rivelatrice dell'anima di chi l'ha composta e - come altri tipi di linguaggio - ha una sua sintassi fatta dalla costruzione complessiva del brano, dai passaggi di tonalità, dal ritmo, dall'armonia o dalla sua struttura polifonica. 
Proprio quest'ultimo aspetto, a mio avviso, può aver favorito l'arrangiamento per archi della "Variazione n. 24" dove - invece che tutte al solo clavicembalo - le singole voci sono affidate a strumenti diversi.

Allora, presa dalla bellezza di questo pezzo, ve ne propongo un altro sempre di Bach, tratto sempre dalle "Goldberg" e ancora una volta oggetto di un affascinante arrangiamento per archi e basso continuo. 
È la "Variazione n.12", brano di prorompente vivacità, ricco di un'energia che, fin dal suo esordio, le note ci comunicano in modo solenne, deciso e - per così dire - assertivo, con la forza di un' inequivocabile affermazione di vitalità.
A somiglianza degli altri pezzi dell'intera composizione, vi s'intravvede il tema della celebre "Aria" iniziale che appare e riappare, ripreso e coniugato in vari modi, simile a un fiume sotterraneo che s'inabissa e poi riaffiora qua e là.
Un gioiellino da sentire e risentire a pieno volume per gioia nostra - e dei vicini di casa - immergendoci nella sua potenza rigenerante. 
Un brano in cui la concertazione dei vari strumenti sottolinea l'alternarsi delle voci e lo scambio delle parti, in un gioco dove - come in altri splendidi pezzi bachiani - unità e varietà, rigore e fantasia fioriscono insieme.

Buon ascolto!

sabato 28 luglio 2018

Mettersi in gioco

Estate: tempo di letture o di riletture.
Così, nell' angoletto di montagna in cui passo le vacanze, mi sono portata un libro che già conoscevo, ma che ho voluto riprendere in mano dopo la presentazione cui ho assistito una domenica di fine giugno, nella splendida cornice della sacrestia della chiesa dell' Incoronata a Lodi.

S' intitola "Ne vale sempre la pena" ed è stato scritto da Momcilo Jankovic, ematologo di fama che qui racconta la propria esperienza di medico che, per anni, ha curato le leucemie infantili presso l'ospedale San Gerardo di Monza. 
Argomento decisamente duro quindi, come ogni volta che si parla di tumori, a maggior ragione se ad esserne toccati sono degli adolescenti o addirittura dei bambini. Eppure ho trovato il libro affascinante, così come la presentazione che ne ha fatto l'autore col quale è stato possibile dialogare schiettamente come ci si conoscesse da tempo.

Una vita spesa per curare una malattia il cui semplice nome fa paura non significa solo aver maturato la competenza professionale necessaria per condurre i pazienti verso la guarigione, approfondendo la ricerca per aumentarne di giorno in giorno il numero. Ma vuol dire anche possedere le doti umane per accompagnare nel loro difficile percorso sia i piccoli malati che le loro famiglie, con un' accoglienza e un' attenzione capaci di stabilire con ciascuno relazioni diverse in rapporto all'età, al carattere e alle prospettive che un tumore può aprire, ma anche chiudere.

Relazioni, appunto. Il libro del dott. Jankovic non è un saggio di medicina o un elenco di casi clinici. È il racconto della sua esperienza a contatto prima di tutto con persone che, lungo il sentiero accidentato della malattia, hanno condiviso paure, speranze, rabbia e sogni che il medico ha accolto come si fa con doni preziosi.
Sono tante e diverse le storie che l'autore racconta in questo libro, molte a lieto fine, altre no. Ma tutte segnate da una ricchezza umana che - se talora non riesce ad averla vinta sul male - tuttavia fa sempre scaturire una vita sorprendente e impensata da un contesto in cui immagineremmo solo sofferenza e morte.
Potrebbe essere facile - a questo punto - cadere nella retorica, ma il libro vi sfugge perchè ha il sapore vivo del documento insieme all'autenticità dei sentimenti che l'esperienza suscita, primo fra tutti il commosso stupore del medico di fronte alla candida consapevolezza di suoi giovani pazienti.

Se da un lato il dramma della morte di un bimbo o di un adolescente non viene nascosto nè edulcorato, dall'altro il rapporto che nasce tra il dottore e i suoi malati è assolutamente singolare. Un dialogo umano costante e al tempo stesso un corretto distacco riescono infatti a coniugarsi in una relazione che lo vede quasi alla pari con loro. 
Milanese con radici a Belgrado, Jankovic ha un nome che è un programma: Momcilo in serbo significa infatti "ragazzo gaio" ed è proprio la gaiezza del suo carattere a consentirgli di entrare in empatia con i suoi pazienti, facendo del calore umano, del sorriso e di una costante vicinanza la prima cura da somministrare. 
Lo vediamo così che si attarda a giocare a rubamazzetto con un bimbo o che si adopera per realizzare alcuni desideri dei suoi ragazzi: assistere a una partita, a un concerto o incontrare George Clooney, come sarà per due adolescenti destinate a morire pochi giorni dopo. E così per tanti casi, lo scopo è sempre incoraggiare la vita, l'iniziativa, favorendo - fin dove è possibile - un'esistenza che non escluda il malato dalle opportunità che si offrono agli altri suoi coetanei.

Al di là della competenza professionale, quella di Jankovich è una competenza del cuore il cui perno è la condivisione della sofferenza, un mettersi in gioco che egli osserva nel comportamento dei più piccoli e che fa suo, lasciandosene coinvolgere nel proprio operato e prima ancora nelle proprie emozioni. 
E sono emozioni che si traducono spesso in poesia tanto che le storie di questo libro si potrebbero raccontare anche attraverso il filo rosso dei versi scritti sia dal dottore nella sua riflessione quotidiana, che dai suoi pazienti. 
Vi trovano posto i sogni dei più piccoli, la ribellione degli adolescenti insieme agli inevitabili interrogativi di senso e a una profondità spesso toccante.  
Ma vi si scorge anche la grande forza della resilienza, quella capacità psicologica di affrontare eventi traumatici che consente a molti ragazzi malati di dare significato e valore a tutti gli aspetti del loro difficile cammino, cogliendovi un senso.
Confesso che, leggendo il libro, mi sono venuti in mente alcuni versetti della sequenza che si recita il giorno di Pasqua: "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello". E davvero si ha la sensazione che - all' interno del reparto di oncologia pediatrica e di tutta l'équipe del dott. Jankovich - ciò accada ogni giorno in una lotta dove, accanto al dolore devastante della sofferenza o della perdita, fiorisce tuttavia la vita nel suo significato più pieno insieme a un'onda sempre più ampia di condivisione.

Proprio per sottolineare questa vita, sono tornata ancora una volta a Bach con la vivacità di un brano scelto dalle celeberrime "Variazioni Goldberg BWV 988", capolavoro assoluto che fonde energia, rigore e quella straordinaria felicità creativa che è la cifra del genio del compositore.
Si tratta della "Variazione n.24" qui in un arrangiamento per archi che mi ha affascinato perché conferisce al testo nuovo spessore e insieme testimonia la versatilità della musica bachiana. Un brano che armonizza il suo ritmo danzante di 9/8 con la struttura a canone dove le voci s'inseguono, riecheggiano e poi s'intrecciano ciascuna con un proprio carattere. 
Così come l'autore e i ragazzi di questo libro, ciascuno - nella sua singolarità - segno di forza e di gioiosa speranza.

Buon ascolto!

 

venerdì 20 luglio 2018

"L'equilibrio della lucertola"


Uscito tre mesi fa per i tipi della nuova editrice Solferino, l'ultimo libro di Giovanni Allevi - il quinto per la precisione - si distacca un po' da quelli che lo hanno preceduto incentrati sul rapporto del compositore con la musica, anche se un importante riferimento ad essa non manca.
Un po' diario, un po' favola, un po' riflessione filosofica, "L'equilibrio della lucertola" è un testo a più piani di lettura che nasce dalla presa di coscienza di quegli squilibri e di quella fragilità che - a somiglianza di tanti - il musicista avverte in sè.
Ma com' è tipico della sua personalità, di fronte a ciò che lo manda in crisi, Allevi non si allontana evadendo il problema, ma sceglie di attraversarlo per scandagliarne il messaggio oscuro e segreto, per ascoltare con l'anima e i sensi all'erta ciò che il problema stesso vuole comunicargli, nella sua dimensione di novità e di cambiamento.

Il libro si apre con una coraggiosa analisi dei motivi che possono destabilizzare un personaggio di fama, esposto quotidianamente al giudizio degli altri, ma anche al proprio. Ed è con una scrittura sobria ed essenziale, profonda e al tempo stesso lieve, che il compositore ci conduce in tale indagine, necessaria per andare con sincerità disarmante alla radice della sua inquietudine, cogliendo ciò che si annida sotto manifestazioni come l'ansia e il panico.
Un po' pirandellianamente, Allevi parte da un dettaglio quasi insignificante - si è accorto di non riuscire più a stare in equilibrio con un piede solo - per allargare poi il proprio pensiero dal piano fisico a quello esistenziale, dal microcosmo della sua singola esperienza agli eventi del macrocosmo.
Prende il via allora una sorta di diario dove, nella solitudine di un'isola dell'Atlantico in cui si è rifugiato, il musicista registra quotidianamente gli esercizi compiuti per recuperare l'equilibrio fisico. 
Ma insieme annota le proprie riflessioni sul fatto che lo squilibrio - quella sorta di asimmetria che talora cogliamo in noi - non è in fondo un dato negativo, perchè l'essere equilibrati non sta tanto in un'asettica equidistanza tra poli opposti, ma in uno sporgersi senza paura verso la vita. 

A guidarlo in questa analisi progressivamente più ampia è appunto la lucertola citata nel titolo, una sorta di immaginario guru che risponde agli interrogativi del compositore, conducendolo ad una considerazione più positiva della sfasatura interiore che egli avverte. In realtà, un dialogo di Allevi con se stesso, alla ricerca del senso profondo delle cose e di quella luce che si cela, a volte ancora più fulgida, tra le pieghe delle esistenze scombinate e sofferte.
Ma sarà anche la musica - nel cuore di una suggestiva quanto drammatica esperienza narrata nella parte finale del libro - ad illuminare il compositore come un dono dall'Alto e a svelarsi in tutta la sua potenza salvifica.

Così, proprio in riferimento ad essa, desidero condividere qui uno dei più recenti brani di Allevi. Si tratta del secondo movimento, "Adagio", del "Piano Concerto n.1" uscito lo scorso autunno nel doppio cd "Equilibrium".
È evidente da questo titolo che l'argomento del libro stava da tempo a cuore al musicista, anche se qui esso riguarda in particolare il rapporto tra le sue contrastanti anime musicali, quella classica e quella rock. Entrambi gli aspetti emergono infatti sia dal "Piano Concerto n.1" che - tra l'altro - ha come straordinario interprete l'americano Jeffrey Biegel, sia dai singoli pezzi contenuti nel cd dove solista è lo stesso Allevi.

Ma torno all'"Adagio". Non è un brano da ascoltare frettolosamente con l'animo ingombro da mille pensieri, ma una composizione che esige tempo, concentrazione e soprattutto silenzio. A differenza del primo e del terzo movimento del Concerto ricchi di scintillante esuberanza, queste note ci conducono infatti in un clima di intimità e di calma contemplativa. 
È una musica che esordisce sommessa e, dall'atmosfera quasi rarefatta dell'introduzione orchestrale fino al pacato dispiegarsi del tema e alla sua ripresa in successive delicatissime variazioni, va a pervaderci il cuore come una brezza leggera. E il suo ritmo lento e sognante, segnato qua e là da luminosi passaggi, ci regala un profondo respiro di pace.
Un "Adagio" che, se nella sua struttura e nella sua aura di romanticismo può ricordare certi pezzi di Chopin, ha tuttavia il timbro inconfondibile dell'ispirazione di Allevi che la splendida interpretazione di Jeffrey Biegel fa fiorire in tutta la sua intensità.

Buon ascolto!