mercoledì 5 maggio 2021

In cerca di leggerezza - 5

Rogier van der Weiden (1399 - 1464) : "Trittico dell'Adorazione dei Magi" (particolare)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Se poteste tornare indietro nel tempo, in quale epoca e dove vorreste vivere?
È una domanda che raramente mi sono posta e alla quale non credo saprei
rispondere con precisione indicando un periodo, un secolo insieme a un determinato luogo.
Nonostante i problemi della pandemia che, per certi
versi, hanno trasformato il mondo attuale in un cupo film di fantascienza, non ho mai desiderato essere altrove, neppure in una dimensione temporale, anche perchè non c'è un'età dell'oro che sfugga alla presenza di aspetti negativi. Eppure...

Eppure, a volte mi sono chiesta perchè certi luoghi esercitino su di me una misteriosa attrazione che me li rende familiari quasi li avessi già conosciuti o ad essi mi legassero oscure radici delle quali tuttavia non so ricostruire il percorso.
Ricordi d'infanzia? Può darsi. Reminiscenze di viaggio o suggestioni ricevute in quell'età in cui tutto
lascia in noi un' impronta destinata a riemergere nel tempo come cosa che ormai ci appartiene? Forse.
Il fatto è che spesso ho avuto proprio la percezione di appartenere ai
luoghi, quasi in essi abbia lasciato una parte di me che poi - ripercorrendoli a distanza di anni - puntualmente ritrovo. 

Ma esercita su di me una forte attrazione anche ciò che ci riporta ai secoli del passato, non solo nel fascino antico di alcuni nostri centri storici, ma anche nel nitido splendore di certi paesetti d'oltralpe che - ancora oggi - nelle loro architetture gotiche dallo stile fiorito, ci regalano un'aura fiabesca. Castelli, vecchie case a graticcio o altre dalle facciate spioventi, sagomate con originalità e fantasia, mi hanno sempre affascinato soprattutto in alcune cittadine dell'Europa centrale.
Come dicevo, reminiscenze di viaggio o forse - tornando ancora più indietro nel tempo -
immagini di una vecchia enciclopedia che sfogliavo spesso da bambina e tra le quali mi perdevo nel mio approccio incantato col mondo.

Così, la leggerezza che vado cercando oggi prende la forma di questi antichi ricordi, ritrovati nei particolari e nell'atmosfera di un celebre dipinto di Rogier van der Weiden (1399 - 1464).
Si tratta dei due dettagli riportati sopra e
tratti dallo scomparto centrale, che vedete qui a lato, del "Trittico dell'Adorazione dei Magi" - detto anche "Trittico di Santa Colomba" - conservato presso l'Alte Pinakothek di Monaco di Baviera. Nell'iconografia, comune ad altre opere di artisti coevi, sullo sfondo dietro alla capanna che delimita la scena in primo piano, si aprono scorci di paesaggio con immagini di vita cittadina. Nonostante la tavola sia di grandi dimensioni, notevole è la ricchezza di particolari che Rogier van der Weiden ha saputo sintetizzare in uno spazio comunque piccolo. Un'abilità e una capacità descrittiva che, se da un lato gli derivano dalla sapienza di orafi e miniatori di tradizione fiamminga, dall'altro possono ricollegarsi anche al suo viaggio in Italia e ai contatti con le novità della pittura italiana della prima metà del Quattrocento.

Nei dettagli riportati - tutti ambientati alla sua epoca, dallo stile degli edifici
all'abbigliamento - l'artista, nel realismo di una splendida articolazione prospettica, ha rappresentato infatti un grande fervore di vita: case, alberi, colline, torri, porte, strade, persone e uno scorcio del corteo che segue i Magi.
Ma ad attirare la mia attenzione sono soprattutto le architetture dello sfondo, le
tinte chiare e i profili nitidi ed eleganti delle facciate, insieme a un'atmosfera e un impianto urbanistico che si trovano ancora oggi in alcune cittadine delle Fiandre.

Osservazioni analoghe possiamo fare anche sui particolari che vedete qui a lato, tratti da due opere di Hans Memling (1436 - 1494) - o perlomeno a lui attribuite - conservate al Museo del Prado a Madrid.
Il tema è sempre l'Adorazione dei Magi e i due dipinti, nella loro iconografia, prendono spunto proprio da quello realizzato da Rogier van der Weiden qualche anno prima.

Anche in questi due dettagli, ci prende
il fascino che offrono talora le immagini di luoghi lontani nel tempo e nello spazio: piccoli inserti simili a quadri nel quadro, ricchi di vita autonoma. In essi lo sguardo si addentra un po' sognante, immergendosi nella luce che splende pacata al di là delle arcate scure, così come pacate sono le tinte degli edifici e dello spazio circostante.

Un' aura di bellezza che alleggerisce il cuore e alla quale, naturalmente, vorrei dare una colonna sonora. Così, ho scelto un brano che - a dire il vero - ho già pubblicato dieci anni fa, mese più, mese meno. Ma dopo aver navigato a lungo su youtube tra compositori antichi e moderni, mi è parso ancora il più adatto al
l'atmosfera di questi dipinti.
Si tratta del primo movimento della "Suite n.1" da "Antiche arie e danze per liuto - sec.XVI P109"
di Ottorino Respighi (1879 - 1936), raccolta in cui il compositore ha liberamente trascritto e riorchestrato musiche di vari autori del XVI e XVII secolo.
Il brano che apre questa Suite è infatti la rivisitazione di un pezzo del genovese
Simone Molinaro (1565 - 1634) e precisamente un Balletto intitolato "Il Conte Orlando", un'aria che unisce il ritmo di danza di derivazione popolare a una certa solennità tipica dell'ambito cortese.
Sono elementi che Respighi ha rielaborato con maestria in una
musica che - a mio avviso - crea in note un'atmosfera simile a quella dei vari dipinti e ci accompagna pacatamente nei luminosi spazi del loro paesaggio.

Buon ascolto!

 

martedì 27 aprile 2021

Stelle della sera

Si parlava - la volta scorsa - dello splendore della polifonia, da quella sacra a quella profana che anima cori di montagna o altri canti popolari.
Se con quest'ultima mi sono
sintonizzata subito, con quella di carattere religioso il cammino è stato un po' più lungo. Tuttavia, siccome da cosa nasce cosa e la mia navigazione su youtube mi porta spesso lontano dal punto di partenza, sono arrivata nel tempo anche lì.
Da Haendel a Bach, da Mozart ad Haydn, a Schubert e poi a Rossini che - al contrario di ciò
che talora si potrebbe pensare - ha composto musiche sacre di straordinaria drammaticità, mi sono pian piano lasciata prendere dal fascino di questa polifonia, fino ad arrivare agli autori contemporanei, per quanto con alcuni di essi mi debba ancora familiarizzare.

Ma insieme ai testi, ho spesso apprezzato anche la maestria di diverse corali, dai miei mitici Swingle Singers agli altrettanto celebri King's Singers, ai Vocalconsort Berlin fino ai giovanissimi componenti del Thomanerchor di Lipsia, solo per citarne alcuni.
Così, oggi sono qui per condividere proprio l'eccellenza
di un altro gruppo, peraltro non nuovo nel mio blog: si tratta infatti dei VOCES8, ensemble inglese di fama internazionale del quale avevo parlato tempo fa in questo post.
Nel loro repertorio che spazia dal Rinascimento fino al jazz e al pop, gli otto coristi
non solo interpretano composizioni del passato, ma arricchiscono la loro attività con rielaborazioni polifoniche di brani contemporanei, originariamente nati magari per voce solista.
È proprio il caso del pezzo di oggi che è stato negli anni oggetto di svariate
versioni, ma che in quella dei VOCES8 - tratta dal cd "Enchanted Isle" del 2019 - mi è parso più che mai incantevole.

Si tratta di "May It Be", brano molto conosciuto sia perchè la musica è stata composta da Enya - pseudonimo del nome gaelico Eithne Pádraigín Ní Bhraonáin - celebre musicista e cantante irlandese classe 1961, sia perchè il pezzo fa parte della colonna sonora del film "Il Signore degli Anelli - La Compagnia dell'Anello".
Suggestive le parole del testo che vi riporto qui di seguito, scritte da Roma Ryan, parole di augurio e al tempo stesso di preghiera, adatte anche a ricordare coloro
che non sono più con noi ma che portiamo nel cuore.
Ma straordinarie a mio avviso, per purezza di suono e trasparenza, le voci degli otto coristi, fuse in
una luminosissima armonia che conferisce al brano ulteriore dolcezza e profondità.

"Che una stella della sera
risplenda su di te!
Che possa accadere, quando cala il buio,
che il tuo cuore sia sincero!
Tu cammini per una strada solitaria
Oh! Come sei lontano da casa!

La tenebra è arrivata
Abbi fede e troverai la tua strada
La tenebra è arrivata
Una promessa vive dentro di te ora


Che il richiamo dell'ombra
voli via!
Che il tuo viaggiare
illumini il giorno!
Quando la notte è superata
Possa tu sorgere a trovare il sole!

La tenebra è arrivata
Abbi fede e troverai la tua strada
La tenebra è arrivata
Una promessa vive dentro di te ora

Una promessa vive dentro di te ora"

Buon ascolto!

(Nella foto, particolare del dipinto di Van Gogh "Notte stellata sul Rodano")

 

martedì 20 aprile 2021

"Belle rose du printemps"

Già sapevo che - in questo anno di chiusure per la pandemia - mi sarebbe mancato molto il coretto in cui canto da qualche tempo, a cominciare dalle prove del martedì sera dalle quali, comunque fosse andata la giornata, tornavo sempre serena.
Ci arrivavo spesso piena di sonno o di stanchezza, ma tornavo sveglia e rilassata. Niente come la musica, soprattutto se fatta insieme, ha il potere di rinvigorire l'animo e regalare gioia, trasformando una serata come tante
in un'oasi di distensione all'insegna della bellezza. È stato quindi per me un sacrificio dover rinunziare a questi preziosi momenti e attendere tempi migliori, stante il fatto che non tutti siamo così tecnologici da organizzarci sul web come parecchie altre corali.

Pensavo comunque di aver retto bene a tale rinunzia ma mi sbagliavo, perchè mi è bastato ascoltare durante una celebrazione liturgica un canto polifonico sia pure registrato, per capire quanto il tasto sia sempre dolente. Credo di aver vissuto rare volte una tale emozione non solo per la bravura dei coristi, ma anche perchè l'altezza della chiesa in cui mi trovavo amplificava moltissimo i suoni, conferendo alle singole voci una potenza avvolgente e facendomene percepire la fusione.
Così, oggi ho sentito il bisogno di ritornare subito alla polifonia, anche se quello
che vi propongo non è un brano liturgico, ma un coro di montagna.

Si tratta di "Belle rose du printemps", canto valdostano tra i più conosciuti, qui interpretato dal Coro "La Rupe" di Quincinetto. È una composizione antica che viene fatta risalire ai trovatori provenzali, ma che è stata trascritta e rielaborata nella versione attuale dal compositore Teo Usuelli.
Essa riporta il dialogo di una pastorella con un giovane innamorato di lei, che vorrebbe condurla a
lavorare al suo servizio in un palazzo di città. Ma lei rifiuta, preferendo a una prospettiva di vita più agiata la gioia di restare sui monti a pascolare le pecore. Una sorta di Heidi ante litteram insomma, e anche se la vicenda delineata nel testo è diversa, simile è l'amore per la bellezza della natura e per la vita in semplicità che viene anteposto a qualunque altra lusinga.

"Belle rose du printemps"...bella rosa di primavera! È una sorta di ritornello che si ripete ad ogni battuta, ora rivolto dall'innamorato alla fanciulla, ora posto accanto alle parole della ragazza che sembra manifestare cosi la propria appartenenza al mondo della montagna.
La vicenda è narrata nel testo originario che vi riporto qui di seguito, anche se le
attuali rielaborazioni fanno riferimento solo ai primi versi:

"Que fais-tu là bas, ma jolie bergère?
Moi, je garde mes moutons blancs, belle rose du printemps!

Combien gagnes-tu pour ton salaire?
Moi, je gagne mes cinq cent francs, belle rose du printemps!
Veux-tu venir a mon service?
Moi, je t'en donnerai autant, belle rose du printemps!
Quitte ces bois et ton village
et laisse là tes moutons blancs, belle rose du printemps!
Viens avec moi, blonde bergère,
ne song plus aux fleurs des champs, belle rose du printemps!
Si tu savais combien je t'aime,
ils sourirarient tes yeux charmants, belle rose du printemps!
Elle me dit en un murmure:
Je reste avec mes agneaux blancs, belle rose du printemps!
Oh, j'aime mieux notre chaumière
que tous vos beaux palais luisants, belle rose du printemps!
Bergère, adieu! Sur la montagne
mon rêve est mort en un istant, belle rose du printemps!

Mais, dans mon ciel, petite étoile,
tu brilleras ancor longtemps, belle rose du printemps!"


Confesso che la scelta della clip audio è stata un po' impegnativa perchè le tante interpretazioni offerte da youtube - sia pur pregevoli - mi parevano sottolineare i passaggi culminanti del brano con accenti eccessivamente forti.
Dopo parecchi ascolti, ho optato quindi per quella del coro "La Rupe" di
Quincinetto perchè - nonostante la registrazione non sia sempre perfetta - mi è parsa la migliore per equilibrio e fusione delle varie voci, sia tra loro che con il solista. Il canto si apre infatti con un' introduzione sommessa a bocche chiuse e la melodia si fa poi gradualmente più intensa, senza perdere tuttavia solennità e insieme morbidezza anche nelle note più alte, con un risultato a mio avviso molto toccante.

Nella foto, "Cesta di rose" del pittore danese William Hammer (1821 - 1889).

Buon ascolto!

 

lunedì 12 aprile 2021

In cerca di leggerezza - 4


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È stata la magia del vento in queste ultime giornate così ariose - se pure un po' più fredde - a riportarmi alla memoria il dipinto che vedete. E insieme sono stati i primi temporali di primavera, i cieli variegati di nuvole mentre alberi e campi si rivestono di un tenerissimo verde: immagini di leggerezza che la natura ci offre per particolari, brevi periodi all'inizio della stagione primaverile. Poi, col procedere del tempo il verde si scurirà, se ne attenuerà la freschezza e la temperatura via via più calda muterà anche la luce e i colori.

E sono proprio la luce e i colori ad affascinarmi in questa immagine che avrete certamente riconosciuto: si tratta infatti di un' opera di Vincent Van Gogh (1853 - 1890) intitolata "Paesaggio a Saint-Rémy" e conservata a Copenaghen, presso la Ny Carlsberg Glyptotek.
Il dipinto - realizzato un anno prima della sua morte, durante la degenza dell'artista nella clinica psichiatrica di Saint-Rémy - ci presenta tanti dei tratti inconfondibili del suo stile, anche se non emergono i caratteri quasi violenti che contraddistinguono l'espressionismo visionario di altre sue composizioni, forse ancora più famose. Penso alla celeberrima "Notte stellata" con quel cielo rutilante e vorticoso che sembra incombere sullo spettatore e venirgli addosso, o all'altrettanto famoso "Campo di grano con corvi" dalla pennellata veloce e corposa nel delineare i forti contrasti tra il giallo e il blu.

Al contrario, in questo paesaggio non avverto nulla di angoscioso, ma quella che - a mio avviso - sembra regnare è una leggerezza ariosa come un respiro di sollievo.
Da un lato troviamo le nuvole, spesso
ricorrenti nei dipinti di Van Gogh: ora fantasiose e avvolgenti, ora capaci di evocare figure umane come in "Campo di grano con cipressi" o "Ulivi". Qui, sono gonfie e attorte quasi un drago si protendesse sul panorama fino a lambire le montagne; eppure non avverto in esse il frutto inquietante di un'allucinazione o la minaccia di una tempesta imminente, ma mi pare che diano all'insieme una luce che ben si armonizza coi colori del paesaggio rappresentato.

È infatti la distesa di prati e colline al centro del quadro, con qualche casetta incuneata qua e là, a offrirci uno spazio movimentato ma rasserenante in cui affondare lo sguardo. Protagonista è il vento che attraversa la morbida campagna provenzale a iniziare proprio dalle nuvole, per poi animare il verde dei campi in primo piano, svegliandone tra l'erba sfumature diverse. È una gamma di tinte fredde quella che qui Van Gogh dispiega con ricchezza: dalle tante tonalità di verde di prati e colline fino all'azzurro e al blu più intenso man mano che ci si allontana, a indicare le montagne sullo sfondo e il cielo. Infine, il bianco della grande nuvola che tutto sovrasta e illumina con una freschezza che dona respiro.

Ma nella costruzione dello spazio, leggo anche quella maestrìa prospettica che troviamo - per esempio - in Cézanne. È la capacità di cercare la profondità prima di tutto con i colori, attraverso i quali campi e casali, colline e alberi s'incastrano con naturalezza in una geometria nata, più che da un disegno predeterminato, da un istinto squisitamente geniale. Ne deriva l'impressione di entrare all'interno del dipinto avvertendo quel senso di libertà e di leggerezza che dà il vento sul viso, e respirando la frescura della campagna con una sorta di effetto sinestetico per cui tinte e immagini si traducono subito in percezioni tattili.

A pensarci bene, quelli che caratterizzano questo dipinto sono anche i colori dell'acqua quando si fa spuma del mare o ruscello dalle tinte mosse e cangianti sulle cui rive si specchia la vegetazione. E mi stupisce sempre che un' armonia così piacevole per lo sguardo sia scaturita da un animo tormentato come quello di Van Gogh, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. O forse è il sollievo che, in taluni momenti, la natura regala a chi ne è più assetato e meglio di altri sa afferrarne lo splendore segreto in un insopprimibile grido di salvezza.

Proprio per questi riferimenti al vento e all'acqua, mi piace associare al dipinto un brano di Jan Sibelius (1865 - 1957), l' "Improvviso op.5 n.5 in si minore".
Sono i ripetuti arpeggi sui quali è costruito il pezzo - ora lievi, ora più impetuosi -
a suggerirmi tali richiami, mentre la tonalità minore ci introduce in un clima di sognante malinconia.
Mi rendo conto che sto accostando due mondi per molti aspetti lontani: quello mediterraneo della
Provenza riprodotta da Van Gogh e le suggestioni nordiche del compositore finlandese. Ma mi sembra abbiano in comune il misterioso fascino degli spazi aperti, insieme all'inquietudine del vento che le note di Sibelius sembrano restituirci così efficacemente.
E forse proprio questi elementi sono stati la via di salvezza sognata da Van Gogh
attraverso la propria arte, la ricerca di un senso inseguito nel soffio leggero del vento tra l'erba e riprodotto - direbbe Montale - "come nei sommossi campi del mare spuma o ruga".

Buon ascolto!

 

domenica 4 aprile 2021

Buona Pasqua!!!



 

 

 

 

 

 

 

 

Giuliano Amidei (1446 - 1496): "Pie donne al sepolcro" - Predella del Polittico della Misericordia - Sansepolcro, Museo civico.

Samuel Scheidt (1587 - 1654) : "Surrexit Christus hodie" dalle "Sacrae Cantiones".

venerdì 2 aprile 2021

Venerdì Santo



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caravaggio (1571 - 1610) : "Cattura di Cristo nell'orto" - Dublino - Galleria nazionale d'Irlanda.

 Johannes Brahms (1833 - 1897) : "Agnus Dei" dalla "Missa canonica Wo0 18" (op. postuma).

martedì 30 marzo 2021

Prima o poi...

Non so più in quale angolo di web ho letto l'affermazione secondo la quale non dobbiamo vivere di ricordi, ma - al contrario - ricordarci di vivere.
Un piccolo gioco di parole - forse di Mafalda o
del nostro amico Snoopy o di chissà quanti altri - per sottolineare l'importanza di restare ancorati alla concretezza del presente, in un periodo in cui le limitazioni della pandemia possono indurci a un ripiegamento sul passato.

Sta di fatto che la frase mi è tornata in mente ieri, guardando per l'ennesima volta con desiderio inquieto la foto che il calendario della cucina mi propone in questo mese. L' immagine, nel suo splendore, mi porta infatti a rivivere la gioia di una gita a Pisa, un paio di anni fa.
Eppure, se da un lato il ritorno al passato è talora una
via di fuga dal presente in questi tempi difficili, dall'altro l'andare a scovare ricordi più o meno lontani lasciando che la loro intensità emotiva dilaghi in noi, può diventare un esercizio non puramente nostalgico, ma anche produttivo.

Mi viene in mente un consiglio della mia insegnante di lettere delle medie: quando in un tema non sapete più come andare avanti, rileggete ciò che avete scritto e dalle battute di quel discorso, prima o poi, affiorerà la continuazione.
Prima o poi...appunto! Mi verrebbe facile fare dell'ironia, mentre mi rivedo
bloccata davanti al foglio a rosicchiare il cappuccio della biro, gli occhi al soffitto dell'aula aspettando l'ispirazione dal cielo: rileggevo e al massimo aggiungevo una virgola - sono sempre stata prodiga in fatto di virgole! - ma dalla mia testa usciva ben poco.
Eppure il consiglio aveva in sè una saggezza che ho capito poi!

È il passato a custodire il germe del presente, il seme da cui
germoglierà la pianticella del nostro vivere: sono i cardini che abbiamo tratto dalle varie esperienze a fare da segnaletica indicando la strada. Tornare a noi stessi, dunque, per andare avanti, magari su di un sentiero un po' erto, ma nostro.

Allora oggi voglio rileggere il mio passato anche nella musica, inseguendo una delle mie prime e antiche passioncelle.
Ancora Bach, mi direte? Certo, e in un pezzo che anni fa mi ha fatto letteralmente perdere la testa non tanto per la difficoltà, ma per la sua bellezza! So quel dico perchè è stato suonicchiando proprio questo brano che ho sperimentato quanto la
musica possa dare dipendenza, un'incredibile, vertiginosa dipendenza!
Si tratta del "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 870" che apre il II libro del
"Clavicembalo ben temperato". Ascoltandolo, ho sempre pensato che in esso si racchiuda l'espressione più compiuta e profonda dell'ispirazione del compositore, la sua essenza insomma!
Certo, sono stupende anche le sue celebri Toccate come pure numerose altre creazioni a cui mi sono appassionata in seguito; ma
per tanto tempo ho avuto la sensazione che in questo Preludio Bach - se così posso esprimermi - fosse ancora più Bach! O forse il motivo è che nel brano sono presenti tanti dei caratteri che il nostro immaginario gli attribuisce: il rigore matematico, il contrappunto, la costruzione polifonica e il ritmo.
Il pezzo è in Do maggiore, ma quanta varietà di modulazioni! Se dovessi paragonarlo a uno scritto, direi che ha una struttura sintattica complessa, ciceroniana, ricca
di frasi musicali che s'intrecciano in un procedere sempre molto scorrevole. Ma se fosse un discorso, sarebbe ora squillante e deciso, ora più sommesso e talora confidenziale: un dialogo serrato ma non privo di dolcezza in cui la voce si coniuga in mille inflessioni e sfumature.
Una musica simile anche a un fiume, meglio ancora a un ruscello: se ci fate caso,
infatti, fino alla fine non ci sono interruzioni, ma il brano è costruito con un continuo e calcolato flusso di note.

Fantasia creativa e rigore, ritmo ed energia sono dunque i caratteri che questo Preludio mi regala ancora a distanza di tempo e che l'interpretazione di Tatyana Nikolayeva mette splendidamente in luce.
Un Bach che ci rimane dentro, magari senza che ce ne accorgiamo, a lavorarci segretamente l'anima per farne affiorare -
prima o poi - nuovi germogli e nuove fioriture.

Buon ascolto!

(La clip audio, di seguito al Preludio, riporta anche la vivacissima Fuga. Ma di questa parleremo un'altra volta.)

 

martedì 23 marzo 2021

Primavere



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi siete mai chiesti quale opera d'arte amate al di sopra delle altre?
Quali versi conoscete a memoria per sentirveli risuonare dentro, che musica
ascoltereste all'infinito, o quale dipinto vorreste contemplare a lungo in una sera di tranquillità, affondando gli occhi e l'anima nei suoi colori?
Certo che ve lo sarete chiesto, ma spesso non esiste un'unica risposta un
po' perchè i nostri gusti possono variare di tempo in tempo, ma anche perchè l'arte ci offre tante e tali sollecitazioni che è difficile indicare un'opera sola.
In effetti anch'io - quanto alla musica - avrei più di un brano da citare, ma rinvio il
discorso a data da destinarsi perchè oggi desidero soffermarmi sulla pittura.

Negli anni, sono stati tanti i quadri che mi sarei portata a casa per gustarne lo splendore: da "Gondole in laguna" di Francesco Guardi, agli interni del danese Carl Holsøe, fino a un bozzetto di Francesco Bosso intitolato "A mattutino".
Ma, a pensarci bene, il dipinto che amo al di sopra di tutti c'è davvero e
l'ho scoperto tre anni fa a Londra, in un pomeriggio di pioggia e di pura felicità alla National Gallery.
È una celebre natura morta di Francisco de Zurbaràn (1598 - 1664), intitolata
"Tazza d'acqua e una rosa" e parte di una più ampia composizione poi tagliata, della quale a Londra è conservato solo un pezzo.
Da anni il dipinto mi affascinava - tanto che ne ho parlato in un post che potete
trovare qui - ma la mia passione è cresciuta ancora da quando l'ho potuto vedere dal vivo. Così poi sono andata in cerca di altre opere dell'artista spagnolo ed è il motivo per cui oggi torno a lui, sia pure con un quadro di altro genere.

Si tratta dell' "Annunciazione" conservata presso il Museo di Grenoble, peraltro non l'unica dedicata a questo tema. Del resto, le opere di argomento religioso sono molto più numerose di quelle profane, anche se è in queste ultime che - a mio modesto parere - il pittore raggiunge l'apice della sua arte.

Esponente di spicco del Seicento spagnolo insieme a Velasquez e a Murillo, Zurbaràn riflette nel suo stile quei contrasti luministici, quella libertà di ambientazione delle figure nello spazio e insieme quella fusione di misticismo e realismo che sono tratti tipici dell'arte barocca.

Ma osserviamo il dipinto.
Qui la scena non è più inquadrata tra le
mura circoscritte di una cella o di una stanzetta e quello che vediamo è un vano che, dietro i protagonisti, si apre all'esterno a somiglianza della quinta di un teatro. Particolare non secondario perchè - come si osserva anche in altre Annunciazioni dal Rinascimento in poi - proprio all'esterno, a quel mondo concreto fatto di case, strade e paesaggio, è destinato l'evento che qui si sta misteriosamente compiendo.

Ma a colpirmi è anche l'atteggiamento di Maria non in tutto simile - almeno così a me pare - a quello di altri dipinti sul tema.
Se infatti l'angelo nel suo panneggio
luminoso e mosso ha un'aria fanciullesca e insieme deferente, la Vergine - altrove schiva o quasi timorosa - qui ha invece un'espressione compresa, specchio di una consapevolezza tutta interiore.
Non ha la dolce ritrosìa di altre raffigurazioni, ma i suoi gesti sono misurati ed
eleganti: la destra aperta in segno di accoglienza e la sinistra sul seno quasi a custodire il corpo che vi nascerà. Il suo viso è assorto e mi sembra improntato alla serietà già matura di certe Madonne con Bambino che hanno un velo di mestizia al fondo dello sguardo, quasi prefigurando la morte del Figlio.

Ma vorrei sottolineare anche altri due particolari. Uno è - ai piedi della Vergine - il bellissimo cesto di vimini la cui tinta calda contrasta col candore della biancheria, offrendoci uno splendido esempio di natura morta forse ispirata alla pittura fiamminga. È un dettaglio che ricorre in diverse Annunciazioni - da Carracci a Tintoretto, da Tiziano a Rubens - e probabilmente sta a simboleggiare la futura maternità di Maria, le bende in cui sarà avvolto il piccolo Gesù, ma anche quelle che resteranno nel sepolcro vuoto dopo la Resurrezione.

L' altro - in realtà ben più di un semplice particolare - è nella parte alta del dipinto, in cielo. Tutta la corte celeste sembra infatti partecipare all'evento in un cerchio al centro del quale domina la colomba dello Spirito Santo. Un'iconografia comune a molte rappresentazioni barocche dove l'arcangelo Gabriele è accompagnato da uno stuolo di angioletti che si affacciano dalle nuvole, ora festosi, ora in atteggiamento di attesa quasi il tempo si fosse fermato aspettando il di Maria.
Una Maria consapevole - dicevo - come si legge anche in un versetto del
Magnificat: "quia respexit humilitatem ancillae suae", poichè ha guardato all'umiltà della sua serva. Certo, sono parole che si adattano più a un dipinto sulla Visitazione che non a questo, ma è il viso della Vergine a suggerirmele insieme al suo meditare le Scritture nel libro che ha davanti, cercando forse fin d'ora - come avverrà in seguito - di mettere insieme i pezzi della sua vita.

Così, per passare alla musica, ho associato al dipinto proprio il "Quia respexit" dal "Magnificat in Re maggiore BWV 243" di Bach.
Si tratta di un dolcissimo Adagio nel quale la voce del soprano è accompagnata da
oboe, cello e clavicembalo, e che mi ha colpito per un motivo particolare.
L' aria iniziale presenta una straordinaria somiglianza con le note del coro conclusivo della
"Passione secondo Matteo" e la cosa mi sembra significativa in relazione al senso profondo che Bach attribuisce all'itinerario non solo musicale, ma anche spirituale delle sue opere. Se poi teniamo conto che la grandiosa Passione è stata composta circa sei anni prima della versione definitiva del Magnificat, cogliamo il fatto che in esso il compositore ha già presente non solo l'inizio, ma l'intera parabola della vita di Cristo.

E mi piace pubblicare musica e immagini che preludono a una nascita proprio in questi giorni che parlano di primavera: da quella astronomica appena iniziata, alla festa dell' Annunciazione del prossimo 25 marzo che, nel concepimento di Cristo, vede la primavera di tutta la creazione.
Dimenticavo...ma se ci fate caso, ve ne accorgerete facilmente: anche la solista nel
video aspetta un bambino!

Buon ascolto!

 

lunedì 15 marzo 2021

Immediatezza

C'è talora, nei nostri comportamenti, una immediatezza che a prima vista può sembrare spontaneità, ma che - a ben guardare - non sempre lo è.
A volte è solo fretta, o quella noncuranza
che ci fa dire la prima parola che ci passa per la testa, magari senza troppa convinzione.
O ancora può essere il bisogno di
nasconderci dietro un'immagine diversa dalla realtà.

Ma c'è al contrario un' immediatezza rara come un miracolo nella quale si percepisce - e ce ne accorgiamo subito - che parole, azioni, gesti della persona che abbiamo davanti sono una cosa sola, in profonda unità con tutto il suo essere. È una forma di semplicità, una sorridente effusione del profondo, una trasparenza del cuore simile a quella dei bambini quando ancora non si sono conformati al mondo degli adulti. Immediatezza - del resto - significa che ciò che siamo arriva agli altri senza mediazioni, senza il filtro di condizionamenti, difese o paure. Siamo noi e siamo liberi.

Tuttavia non è facile che ciò si realizzi sempre. È una conquista del tempo far sì che i ruoli ricoperti sul lavoro o nelle diverse relazioni non siano corazze di cui ci si riveste o costumi di cui ci si ammanta, e che il sorriso non sia un elegante schermo dal giudizio degli altri, ma un moto del cuore capace di rispecchiare la nostra verità.
Dico un sorriso, ma vale per qualunque altro gesto. La vera spontaneità è
mancanza di artificio e si fa strada man mano che riusciamo ricondurre ad unità ciò che facciamo con ciò che siamo. Ma se da un lato essa è il risultato del tempo che passa, dall'altro può essere anche frutto di esperienze dolorose che scavano in noi facendo affiorare la nostra dimensione più autentica.

Pensavo a questo giorni fa, ascoltando Mozart.
Credo che la musica abbia molto a che fare con quel processo che porta a risvegliare tale autenticità liberando la verità di noi stessi. E se ciò vale per chi l'ascolta, vale
 a maggior ragione per chi la scrive.
Creare infatti un'opera realmente ispirata, che non sia soltanto un piacevole esercizio di stile, è sempre frutto di una fusione tra musica e vita in cui il compositore si è messo in gioco con la propria interiorità.
In questo caso, non è raro che l'immediatezza comunicativa di
certi brani, anche quando ha un'apparenza di magica semplicità, affondi le radici in un vissuto talora complesso o addirittura doloroso, come vari compositori ci testimoniano nella loro storia. Sono sofferenze che, in taluni casi, hanno affinato la loro arte facendo scaturire dal dolore opere straordinariamente toccanti. 
Ricordiamo - solo a titolo di esempio - la sordità di Beethoven e il suo Inno alla gioia, e così pure l' Hallelujah di Haendel nato dopo un periodo di depressione! 
L' elenco potrebbe continuare con altri artisti anche in ambito poetico e pittorico. Ma restiamo in campo musicale.

Ci pensavo - scrivevo prima - ascoltando Mozart e in particolare il primo movimento della "Sinfonia concertante in Mi bemolle maggiore K.364 per violino, viola e orchestra".
Il brano è stato scritto nel 1779, quando il compositore aveva ventitre anni e già
la sua produzione di ragazzo prodigio annoverava pezzi di rara bellezza.
Eppure, questo segna una sorta di spartiacque tra lo stile galante in voga all'epoca e
un'ispirazione di più profondo spessore. Già l'espressione Sinfonia concertante indica una fase di passaggio tra generi musicali. Il pezzo si snoda infatti in tre tempi e prevede strumenti solisti come un concerto, ma nel dialogo molto articolato tra questi e l'orchestra rivela un ampio respiro sinfonico. 

È un Mozart musicalmente più maturo, ma anche umanamente provato.
La composizione nasce dopo un viaggio in Europa durato sedici mesi, in cui
il musicista viene a contatto con ambienti dai quali non è apprezzato come forse si aspetterebbe o come quando - anni prima - aveva compiuto un viaggio simile col padre Leopold. Allora, era un bimbino scarrozzato in giro per le corti, e suonare davanti a principi e principesse poteva anche diventare un gioco dal sapore avventuroso. Ora invece, se il contatto con la musica tedesca gli offre interessanti spunti stilistici, il suo desiderio di trovare uno sbocco professionale viene accolto con freddezza.
Ma sono soprattutto due grandi dolori a segnare questo periodo: la morte della
madre che lo accompagnava, mentre si trovavano a Parigi, e una cocente delusione amorosa. Possiamo intuire quindi lo smarrimento del giovane e la sua solitudine, accresciuta - al ritorno - dalla necessità di far coesistere l'esuberanza del proprio genio musicale con l'angustia dell'ambiente salisburghese.
Eppure...
Eppure, è come se dalla ferita aperta di queste sofferenze sgorgasse poi
un'ispirazione più profonda. E se è vero che i Concerti per violino scritti a diciannove anni sono già pagine di compiuto splendore, con la Sinfonia concertante si apre un'altra stagione, segnata dalla ricerca della luce ma al tempo stesso dalla consapevolezza dell'ombra. Lo dimostra il secondo tempo della composizione, tra l'altro il più celebre: un Andante pervaso di intensa malinconia nella cupa tonalità di do minore

Ma, in realtà, tutta la Sinfonia concertante è frutto di un più intenso coinvolgimento espressivo. A guidare qui Mozart non è solo la felicità compositiva del fanciullo prodigio, ma una consapevolezza che gli consente di inabissarsi nella musica alla ricerca di una luce più autentica, dove realizzare la propria aspirazione a una pienezza interiore.
Ecco perchè vi propongo il primo tempo: un "Allegro maestoso" limpido e insieme complesso
, ricco di luminosa vitalità, ma non privo di modulazioni in tono minore e di passaggi che ci affascinano proprio per la loro immediatezza.
Lo testimoniano l'intenso e fremente crescendo orchestrale che precede l'esordio dei due solisti, e
che - a mio modesto avviso - anticipa certi passaggi del Beethoven della Pastorale; poi il dialogo tra la voce acuta del violino e quella più calda e scura della viola; ma soprattutto il tema che si sviluppa a 4.08 dall'inizio, dove le note spiccate del violino ci regalano un' impagabile freschezza comunicativa.
Una comunicazione che - come le campanule della foto, fiorite tra le rocce
- si fa più sorprendente e luminosa. Un' immediatezza che Mozart ci offre qui con la magìa del suo sguardo che sa ricondurre a splendida sintesi le alterne vicende della nostra esistenza.

Buon ascolto! 

(La clip video riporta solo i primi sette muniti del brano. Trovate qui il seguito: https://www.youtube.com/watch?v=ld4vTCcjOME&t=0s )

 

domenica 7 marzo 2021

In cerca di leggerezza - 3

J.Vermeer (1632 - 1675): "Stradina di Delft"  Rijskmuseum - Amsterdam

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Può abitare la leggerezza nei ricordi? Può nascere da quei vaghi pensieri che talora ci riportano indietro negli anni a momenti di improvvisa, sorprendente felicità?
Io credo di sì perchè certe esperienze passate persistono in noi al di là della
semplice nostalgia o di una malinconica percezione di vuoto. Esse infatti ci nutrono anche in tempi difficili con una sorta di linfa vitale che rende presente la gioia o lo stupore provati di fronte alla bellezza. E proprio tale stupore - in un periodo come questo in cui movimenti e contatti sono spesso bloccati - può essere rigenerante perchè ciò che abbiamo vissuto è ormai parte di noi.

Ma perchè pubblico un dipinto di uno dei più rappresentativi pittori olandesi del Seicento come Jan Vermeer ? E per quale motivo lo collego alla leggerezza?
Un po' di pazienza e andiamo a scoprirlo.

L'opera che vedete s'intitola "Stradina di Delft" ed è una delle poche raffigurazioni di paesaggio - forse solo due - create dall'artista e pervenute fino a noi. Lo ricordiamo infatti più che altro come pittore di interni dei quali ha riprodotto con rara efficacia l'atmosfera pacata e silenziosa.
Tutti conosciamo quelle stanze di
un mondo borghese in cui protagoniste sono - nella maggioranza dei casi - giovani donne che leggono, ricamano, suonano uno strumento, o si dedicano a vari lavori domestici.
E l'attenzione ai dettagli, sottolineata dall'
uso sapiente della luce e insieme del colore, rende unico e incomparabile il fascino di tali dipinti.

Così anche qui, benchè ci troviamo in un esterno, Vermeer recupera quei tratti di ambiente che vediamo nei particolari e che sono squarci della vita quotidiana del suo tempo. Osserviamo la donna intenta a cucire sulla soglia di casa: l'artista non ne ha individuato con chiarezza i lineamenti, eppure tutto, dalla testa lievemente china alle mani, ci parla della sua pacata concentrazione.
E un senso di pace promana anche dal contrasto tra il bianco e lo scuro, messo in rilievo
dal tocco di vivacità dell'anta rossa della finestra.

Così pure, anche nel secondo particolare, la figuretta forse intenta a lavare nel cortile e le due bambine che giocano sotto una panca sono ferme, fissate nel loro atteggiamento che accresce la quiete serena della rappresentazione.
Piccoli dettagli che cogliamo subito perchè
incorniciati dall'intonaco chiaro del muro,  ma che, senza quel tocco che dà loro risalto, si perderebbero in rapporto alle architetture e al cielo che occupano invece buona parte dello spazio pittorico.

Sono architetture tipicamente nordiche - siamo in Olanda - caratterizzate da case dai tetti spioventi, frontoni dalle cornici sagomate, vetri legati a piombo, ma soprattutto dall'uso del cotto che sostituiva comunemente la pietra. Ciò conferisce a tali edifici una colorazione calda e scura che, in questo dipinto, contrasta con il cielo animato da nuvole, come capita spesso di vedere nei paesi del nord Europa soprattutto non lontano dal mare.

Un insieme severo nei colori e nella sua ordinatissima iconografia, ma capace di catturare la nostra attenzione anche con la bellezza degli incastri della muratura, nella parte sinistra del quadro.
Qui, i vari tetti spioventi individuano la
prospettiva e - insieme all'apertura in basso verso il cortile - fanno intuire la presenza di quegli stretti corridoi tra le case tipici delle città anseatiche, che correvano dietro le dimore padronali per aprirsi su orti e abitazioni più piccole e più modeste. 

È lo splendore di uno stile architettonico del passato, frutto di ispirazioni artistiche ma anche di esigenze climatiche ed economiche, e che ancora oggi possiamo osservare nei quartieri più antichi di alcune città europee. Uno stile che mi ha sempre affascinato per la sua marcata diversità dalle costruzioni di altri luoghi meno settentrionali e più mediterranei come per esempio l'Italia.

Ma perchè tutto questo discorsino? Per spiegarvelo, devo fare un passo indietro. Anni fa, mi sono recata in Belgio con un viaggio organizzato e - tra le varie località - ho visitato Lovanio, splendida e vivace cittadina universitaria.
Confesso che a volte, se ho in mente di
vedere un monumento non inserito nel programma di viaggio - dopo aver informato la guida perchè non mi dia per dispersa - mi allontano dal gruppo. Ma a Lovanio era stato lo stesso accompagnatore a consigliarci - se ci fosse rimasto tempo libero nella pausa pranzo - di andare a vedere il "béguinage", quartiere tipico dei paesi fiamminghi che, un tempo, ospitava comunità di donne che, pur non prendendo i voti, si dedicavano alla preghiera e ad opere di bene. La guida inoltre ne aveva parlato con spiccato interesse, quindi...
Quindi non me lo ero fatto dire due volte. Pranzo? Ristorante? Macchè!
Memore di certi viaggi fatti in gioventù con una carissima amica con la quale sfruttavamo anche la pausa pranzo per visitare monumenti e piazze sbocconcellando allegramente un panino per strada, ho fatto la stessa cosa.
Il tempo era poco, la cartina topografica approssimativa e, non sapendo con
esattezza la distanza del quartiere dal centro, andavo come il vento.

Dico la verità, il panorama non era gran che. Fuori dal centro storico di Lovanio, ricco di splendidi edifici in stile gotico fiorito, le strade erano anonime e per di più trafficate.
Ma, cammina cammina proprio come nelle
favole, a un certo punto ho preso una via laterale e dopo qualche decina di metri, il paesaggio è cambiato: la strada scendeva piano oltrepassando un canale, muri di mattoni rossi circondavano la zona, in alto del verde, a terra un acciottolato antico e improvvisamente...mi sono trovata dentro un quadro di Vermeer!

Sì, proprio dentro!!! Non in un museo ad ammirarne i dipinti, ma in un luogo che mi offriva la sensazione di essere immersa nell'ambiente creato dall'artista nelle sue opere e di respirarne l'atmosfera. Avevo l'impressione di guardare muri, finestre, colori, cielo e nuvole di quel mondo con gli occhi di chi lo aveva rappresentato rendendolo vivo per sempre. E per di più in un'oasi di silenzio.
Ero forse la sola turista in giro a quell'ora e le casette del quartiere - adibite ormai a pensionato per studenti - erano vuote perchè era agosto; ma questo accresceva la quiete e la sensazione di essere in un luogo sospeso tra passato e presente.
Allora, avevo cercato di calmare cuore e
respiro per godermi il poco tempo disponibile tra quei vicoli come fossi all'interno di un prezioso spazio di contemplazione.

Certo era Belgio, non Olanda! Lovanio, non Delft!
Ma l'ambiente era simile e la sensazione
di rivivere uno splendore antico era stata talmente intensa che ero tornata poi piena di gioia all'appuntamento con miei compagni di viaggio.

Così, quando oggi osservo la "Stradina di
Delft", mi basta uno sguardo per rinverdire in me lo stupore di una giornata di tante estati fa, a Lovanio.
E per lo stesso motivo vi regalo qui anche tre delle foto che ho scattato allora.
Forse non sono le più rappresentative de
l quartiere, ma a mio avviso restano le più somiglianti alle atmosfere create da Vermeer, e ricche per me di una gioiosa leggerezza che ancora oggi mi sorride.

E all'intensità viva di questo ricordo oggi mi piace associare un brano di Chopin: il "Preludio in La bemolle maggiore op.28 n.17".
Il pezzo fa parte della serie dei 24 preludi
scritti dal musicista polacco per ogni tonalità musicale, a somiglianza dei celeberrimi brani del "Clavicembalo ben temperato" di Bach. Tuttavia, Chopin non fa seguire ad essi la relativa fuga, ma crea delle composizioni autonome che non hanno funzione introduttiva come è nel significato del termine preludio.
Il tema del pezzo si apre subito in un clima di luminosa leggerezza, quasi le note
ci pervadessero con un senso di gioiosa sorpresa. E se poi la melodia diviene in taluni passaggi più ombrosa e veemente, ciò non fa che conferirle spessore, come possiamo cogliere dall' interpretazione che ho scelto e che ne sottolinea opportunamente le varie dinamiche.
Il suo andamento - un Allegretto - mi sembra simile a certi ricordi che ci afferrano prima con
dolcezza e poi con crescente intensità, mentre la nota di fondo - un La basso più volte ripetuto nella seconda parte - sembra creare una continuità tra i vari momenti restituendocene, più che mai viva, la luce.

Buon ascolto!

 

domenica 28 febbraio 2021

"Fossili"

Giunti alla fine di febbraio, mese breve, bizzarro e carnevalesco, sento anch'io il desiderio di abbandonarmi a qualche stranezza.
Lo so, il carnevale è già finito da giorni e
un post come questo rischia di essere anacronistico, ma - che volete?! - mi capita spesso di fare cose un po' fuori stagione e allora abbiate pazienza se mi lascio prendere da un guizzo di follia!
Tranquilli, non ho intenzione di mettermi in maschera, ma
vi propongo un brano molto breve come appunto questo mese, e per tanti versi divertente.

Conoscerete di certo "Il carnevale degli animali" di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921) a cominciare dal "Cigno", senza dubbio il pezzo più celebre.
Si tratta di una fantasia a tema zoologico scritta per il martedì grasso nella quale
l'autore, se da un lato costruisce splendide armonie imitative - ascoltate "Aquarium" dove flauto e celesta riproducono la fluidità acquatica e "Il cucù nel bosco" col clarinetto ne imita il canto! - dall'altro si diverte a prendere in giro musicisti e critici dell'ambiente parigino.
Troviamo infatti 14 movimenti in cui compaiono animali diversi - dall'elefante
alla tartaruga, dai canguri agli uccelli - dei quali Saint-Saëns sottolinea l'incedere più o meno leggero o pomposo, elegante o goffo, spesso con intento satirico e un po' caricaturale. Musica descrittiva quindi, ma non solo.

Questo spiega il fatto che l'autore - che probabilmente aveva scritto l'opera per proprio privato diletto - ne aveva proibito l'esecuzione pubblica fino alla sua morte temendo che potesse sminuire la sua immagine di musicista serio.
In realtà, l'opera in seguito ha avuto grande successo proprio per quel lampo di
ironia con cui Saint-Saëns, attraverso gli animali, ridicolizza svariati stili e comportamenti.
Ma l'aspetto che in questi brani mi ha attratto maggiormente è la ripresa,
in chiave canzonatoria, di altri celebri pezzi musicali che il compositore ha inserito nei suoi. E siccome a carnevale ogni scherzo vale e per un giorno il mondo si può ribaltare, di alcuni stravolge il ritmo e associa volutamente altri all'animale meno adatto. Troviamo così le tartarughe che ballano il "Can-can" di Offenbach, e gli elefanti cui viene dedicata la leggerezza della "Danza delle silfidi" di Berlioz.

Al di là di questi capovolgimenti, mi ha colpito molto il pezzo che oggi vi propongo intitolato "Fossili" e che già dal titolo la dice lunga.
Qui probabilmente l'autore si riferisce ad alcuni musicisti del passato, ma anche ai critici del suo tempo dei quali - con questo
termine e senza tanti complimenti - bolla la mentalità antiquata, incapace di aprirsi alle novità di fine Ottocento.
Si tratta di un pezzo vivace e divertente in cui protagonista è lo xilofono che, col suo suono secco e metallico, richiama proprio il rumore di vecchie ossa.

Per entrare in argomento, con simpatica ironia Saint-Saëns inizia citando se stesso: a far da cornice al pezzo è infatti la sua famosa "Danza macabra" che è macabra proprio perchè ambientata in un cimitero dove gli scheletri escono dalle tombe. Ma ricorrono anche altri riferimenti: prima un canto popolare ripreso da Mozart nell' aria con variazioni "Ah! Vous dirai-je maman", croce e delizia di chissà quanti studenti di pianoforte; poi una canzone di tono marziale molto in voga all'epoca, attribuita a Ortensia di Beauharnais; infine - riconoscibilissima - la celebre "Cavatina di Rosina" dal Barbiere di Siviglia di Rossini. 

Ne deriva un pezzo variegato e composito, una sorta di allegro patchwork come quando - non so se a voi capita, a me sì! - si canticchia una melodia ma si finisce in un'altra o si cuciono insieme, in totale e sfrenata libertà, arie diverse alterandone il ritmo.
Qui, sembra quasi che il musicista ironizzi su tutto quanto è più famoso o più
eseguito facendone un fascio come non fosse altro che vecchiume. O forse è solo animato da una spassionata voglia di scherzare, tant'è vero che l'indicazione in cima alla partitura del brano è "Allegro ridicolo".
E ve lo propongo in un gustosissimo video in cui questa musica è
stata opportunamente adattata alle animazioni di un celebre cortometraggio di Walt Disney del 1929, intitolato appunto "La danza degli scheletri".

 Buona visione e buon ascolto!

 

domenica 21 febbraio 2021

Impronte sul terreno

Penso capiti a tanti di svegliarsi la mattina con in mente una musica.
Può essere una melodia, un ritornello, una colonna sonora, un'aria che si è depositata in noi magari senza che ce ne accorgessimo, ma che ha lavorato in segreto durante il sonno per poi
riaffiorare in modo totalmente libero.
Note come madrepore - scrivevo
tempo fa - che si staccano a un tratto da un fondale marino per affiorare in superficie.
Credo infatti che la musica abbia una sua autonomia e
tenda a lasciare un'impronta anche in chi l'ascolta in maniera del tutto casuale.
Certo, che essa vi rimanga impressa o meno dipende dalla sua forza e insieme
dalla consistenza del terreno che incontra. Altro è un pavimento di marmo, altro un campo arato, una distesa di sabbia in riva al mare o una coltre di neve intatta. Così pure, altro è un segno superficiale come un graffio e altro ancora una ferita o un'orma dal profondo spessore.
Tuttavia, a restare in noi talora non è una melodia compiuta, ma magar
i solo la suggestione di un passaggio, l'intensità di un'atmosfera orchestrale o di un accordo dissonante: suoni che abbiamo assorbito e che a volte ritornano con tempi o modalità tutte loro, ma che ritroviamo fusi col nostro sentire.
Ed è una meraviglia che sempre sorprende.

Ricordo - la prima volta che ho visto il film "Platoon" - di essere stata profondamente colpita dalla sua colonna sonora pur non avendo idea di che cosa fosse. In realtà, quella musica mi è rimasta nel cuore quasi a mia insaputa tanto che quando - in seguito e in altro contesto - ho sentito l'Adagio di Barber, mi sono accorta con stupore di averlo già dentro.
Ma capita anche di ascoltare un pezzo che a tutta prima può non piacere, e che
invece resta confitto in un angolo segreto della nostra mente a mandare segnali, come impulsi luminosi destinati ad aprire una strada nel buio.

Più o meno la stessa cosa mi è accaduta col brano di oggi: una musica molto conosciuta che tante volte avevo sentito nella colonna sonora di vari film o come sottofondo in tv, ma che - per quanto mi fosse rimasta dentro - non posso dire di aver subito apprezzato. Troppo triste, troppo languida e incline a una sorta di disincanto. Eppure...
Eppure, l'ho riascoltata giorni fa e mi ha preso proprio per il suo fascino lento, l'incedere
malinconico come se, nel frattempo, le sue note mi avessero lavorato l'anima. Si tratta della "Gimnopedia n.1", celebre pezzo per pianoforte scritto da Erik Satie (1866 - 1925) a soli ventidue anni, pezzo dal titolo singolare che fa riferimento a feste religiose dell'antica Grecia all'interno delle quali i giovani si esibivano in esercizi ginnici e processioni rituali.

È una musica dal tono malinconico - lent et douloureux recita la didascalìa
all'inizio - e dalla struttura semplice ma ricca di una suggestione meditativa che anticipa il minimalismo. Tuttavia, la definizione di "musica di arredamento" che Satie stesso darà alle sue ultime composizioni - e che talora viene applicata anche a questa - qui mi sembra riduttiva, quasi il pezzo non avesse un valore in sè per far solo da sottofondo ad altro.
Riascoltandolo, trovo infatti che il suo andamento ripetitivo e un po' monotono, insieme alle
dissonanze che in un primo tempo mi avevano disorientato, siano invece segno di un'intensa espressività. Mi cattura il ritmo lento e lievemente scandito delle battute iniziali che creano un clima indefinito. E nonostante il brano sia in Re maggiore, la sua armonia è così sfumata che talora non si avverte subito - o almeno così a me pare - se alcuni passaggi sono realmente in maggiore o in minore. Ma tale indeterminatezza diventa, a mio avviso, un valore aggiunto e innovativo.
Tuttavia, il fascino di questa musica nasce anche da quel silenzio tra le note che ci
fa percepire la durata, l'intensità, il timbro, il riverbero di ogni singolo suono. Un riverbero messo particolarmente in luce dalla morbidezza dell'interpretazione di Khatia Buniatishvili, e capace di infonderci uno stato di quiete contemplativa.

Buon ascolto!

 

domenica 14 febbraio 2021

Dettagli

Sarà che sono un po' strana, ma quando ho in mano un libro nuovo, vado subito all'ultima pagina per vedere come finisce.
Ma non fraintendetemi, non è per
sapere come si conclude la storia, se di storia si tratta, per scoprirne l'ipotetico lieto fine e non aver sorprese nel corso della lettura. Non è insaziabile curiosità la mia, ma interesse per il modo in cui lo scrittore si pone verso la sua opera e i suoi personaggi perchè - oltre all'incipit e al corpo del racconto - anche la conclusione è rivelatrice.
Così, vado spesso a leggere proprio l'ultima frase di un testo per capire se in essa l'autore chiude davvero o ci lascia in sospeso, se suggerisce una morale, si apre o meno a una speranza, se fa spazio alla battuta di un dialogo, a un colpo di scena o lascia parlare per esempio il paesaggio.

Ci sono testi che terminano con la conclusione vera e propria della trama, altri con una considerazione di carattere generale come se lo scrittore guardasse dall'alto la sua opera, altri invece con una domanda. E si potrebbe continuare. Ciò dipende spesso dal punto di vista dell'autore nei confronti del proprio scritto, dallo sguardo interno o esterno ad esso, il che non è sempre un aspetto puramente formale, ma ci parla anche del suo modo di essere.

Non solo. Se alla fine del libro c'è una paginetta coi ringraziamenti, leggo
avidamente anche quella perchè è interessante comprendere la personalità di chi scrive in quella parte che a volte non emerge totalmente dalla finzione letteraria. Se infatti i ringraziamenti non si riducono a uno scarno elenco di nomi come spesso capita, dal tono con cui l'autore cita le varie persone o dai particolari che talora aggiunge, emergono sempre tratti del suo carattere. Così, il mio diventa un leggere tra le righe, cogliendo dettagli che compaiono qua e là in filigrana come spiragli di luce da una porta socchiusa.

Ma perchè queste considerazioni in libertà? 
Perchè passando dai libri alla musica, mi sono accorta che anche in uno spartito
le cose funzionano un po' allo stesso modo, e la personalità del compositore si svela talora in tanti piccoli particolari come pure nel costruire la conclusione.
Certo, i caratteri di un brano musicale - come del resto in un'opera
letteraria - oltre che dall'ispirazione, dipendono di epoca in epoca da stili e precise regole compositive. Tuttavia anche in tali procedimenti, ci sono spesso dettagli che la dicono lunga sul loro autore.
Come i brani di Bach all'interno del loro matematico rigore ci aprono la sua anima, così alcune composizioni di Chopin ci parlano della sua delicatezza. Quanta suggestione - per esempio - in molte sue melodie
riprese a volte in modo apparentemente uguale, ma nelle quali in realtà muta il ritmo di una battuta, la nota di un accordo o vi si aggiunge qualche abbellimento! Finezze in cui Chopin è maestro e che sono specchio della sua sensibilità.

Se poi di un brano consideriamo le battute conclusive, troviamo ancora altri esempi. Andiamo dalla pacata luminosità dei finali di Piccardia di tanti autori barocchi dove l'ultimo accordo di un pezzo in minore vira dolcemente in maggiore, a certe chiuse di Haendel, lievi e ariose come un respiro; o dal modo ridondante ed enfatico con cui Beethoven conclude la Quinta Sinfonia, ad alcuni pezzi di Alban Berg che sembrano perdersi nel nulla.
Vero, sono epoche e stili diversi, ma certi particolari non indicano soltanto una forma, ma
anche la personalità che vi sta dietro. E se talora sono espressione di un determinato linguaggio, spesso ci parlano anche della delicatezza, della profondità o del fuoco di un carattere. E gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Così, oggi sono andata a prendere un brano che adoro per la vivacità del suo andamento e lo splendore della sua conclusione, ma anche - detto tra noi - per averlo suonicchiato qualche tempo fa.
Si tratta della "Fuga n.7 in Mi bemolle maggiore BWV 852" dal primo libro del
"Clavicembalo ben temperato".
Bach naturalmente - forse non occorre neppure precisarlo - non però nella
versione originale, bensì in quella per archi del "Borromeo string quartet", ensemble che è stato per me una recente e bellissima scoperta dato il fascino dei suoi arrangiamenti. A dire il vero, vi sono approdata dopo lunga e affannosa ricerca perchè ogni interpretazione alla tastiera, anche da parte di esecutori di prestigio, mi pareva troppo veloce. Questa trascrizione per archi invece, mentre ci consente da un lato di cogliere con chiarezza la struttura polifonica del brano nell'intreccio delle sue voci, dall'altro grazie alla velocità non eccessiva ci permette di apprezzarne il finale.

È proprio quello che vedete nelle due battute della foto in alto, tratte dal testo
bachiano della Fuga, un' articolazione di note caratterizzata da uno splendido dettaglio: ad essere tenuto più a lungo, infatti, non è solo l'accordo finale - come spesso accade e come indica il segno grafico della corona - ma anche quello con cui inizia l'ultima battuta.
Vi troviamo infatti due MI bemolle da 4/4 che sembrano concludere, ma in realtà
aprono uno spazio di attesa, una sorta di cadenza all'interno della quale si dipana una lieve zona d'ombra con altre modulazioni. Ed è solo dopo questo passaggio che la conclusione in maggiore si conferma definitivamente.
Una battuta simile a una piccola sosta, una pausa di riflessione sulle soglie della
chiusura che arricchisce l'accordo di più intenso spessore. Un Bach che fa scaturire profondità da profondità.
Un finale che - se qui è stupendo - suonato all'organo con
grandiosa e solenne lentezza, a mio modesto parere sarebbe assolutamente strepitoso!

Buon ascolto!