domenica 22 aprile 2018

Abbandonarsi alla gioia

Avete presente i bambini quando giocano, corrono, ma soprattutto saltano? 
Saltano a volte così, per conto proprio, non necessariamente dietro a qualcosa come un pallone o - per esempio - per far festa a qualcuno. 
Saltano perchè sono felici, per manifestare la loro allegria, quell'allegria senza un preciso motivo se non l'essere vivi.

Ecco, il brano musicale di oggi mi fa pensare proprio a questo abbandonarsi alla gioia di vivere, ragione di fondo più sostanziale di tante altre contingenti ed effimere. A creare in me tale suggestione è il particolare ritmo del pezzo decisamente animato e danzante.

Si tratta della "Fuga alla Giga in Sol maggiore BWV 577" di Bach, qui eseguita dall'olandese Matthias Havinga, organista, pianista e docente al Conservatorio di Amsterdam, erede di quella generazione di organisti cui appartengono - per esempio - Ton Koopman e il compianto Gustav Leonhardt.
Mi pare che la bellezza e la singolarità del brano stiano proprio nel fatto che il compositore vi ha associato l'architettura della fuga al ritmo di una danza in tempo ternario come la giga, qui in particolare in 12/8. 
Di origine inglese o forse irlandese, tale danza si è diffusa in tutta Europa nel periodo barocco, conferendo particolare ritmo e vivacità ai vari brani, come possiamo notare in questo pezzo così movimentato e quasi saltellante.

Ma osserviamo la concentrazione appassionata del bravissimo interprete che pare letteralmente abbandonarsi all'onda della musica che ha dentro di sè - suona infatti a memoria - lasciandosene trasportare e immedesimandosi nel suo splendore!
Non solo mani e piedi si muovono con straordinaria scioltezza e altrettanta leggerezza su tastiere e pedaliera, ma tutto il suo corpo è coinvolto e accompagna l'andamento del brano. La tecnica - frutto certo di spiccate doti naturali, ma anche di esercizio costante - lascia qui spazio al piacere di suonare in totale fusione con lo strumento e con le note, quasi tra loro e l'interprete corra una passione reciproca. Lo cogliamo dai gesti, ma anche dall'ombra di sorriso che si disegna sul volto dell'organista.

C'è infatti un livello oltre il quale è solo la Bellezza a parlare, mentre il rigore si traduce in un gusto che rende partecipi anche noi, consentendoci - per quanto possibile - di entrare nel vivo del brano.  
Allora, per un misterioso sortilegio, tutti diventiamo Bach, la musica va oltre la musica e quel ritmo che già avvertiamo in corpo, si trasmette anche alla mente e al cuore lasciandovi dilagare - liberissima - la gioia.

Buona visione e buon ascolto!

domenica 15 aprile 2018

Un luminoso respiro

Van Gogh: "Ramo di mandorlo fiorito".
Mi mancava.
Incredibilmente, è dal mese di luglio dello scorso anno che non ho più pubblicato nulla di lui e mi sono resa conto che mi mancava.
Avevo nostalgia della luminosità delle sue note, di certi tempi lenti venati di malinconica dolcezza, ma soprattutto di quella sua attitudine pensosa, capace di metterci in sintonia con lo splendore segreto dell'esistenza.
Sto parlando di Mozart. 
Tornare alla sua musica è come ritrovare una misura nostra, un respiro interiore più calmo e più profondo, è aprirsi a una luce che viene dal cuore e si trasmette allo sguardo. O come riprendere un passo che col respiro procede in armonia, traducendosi in una serena percezione della realtà circostante, in un luminoso stupore verso il creato.
Per questo oggi vi propongo il secondo movimento, "Adagio", tratto dal "Divertimento n.2 in Re maggiore K.131": un brano che per certi aspetti può ricordare la leggiadria di altri pezzi ancora più famosi. Penso, per esempio, al terzo tempo della Serenata n.10 K.361 "Gran Partita", ma le citazioni si potrebbero moltiplicare.

Si somigliano gli Adagi di Mozart?
A me pare di sì: hanno spesso una struttura simile, una tessitura timbrica inconfondibile e sempre ci regalano un' aura tutta particolare che rende subito riconoscibile il compositore, come del resto accade anche per lo stile di altri artisti. E tuttavia ogni pezzo è diverso perchè Mozart vi ha saputo coniugare la bellezza in una molteplicità di modulazioni e di tratti simili ma al tempo stesso differenti, realizzando un mirabile ideale di unità nella varietà. 
Sette note soltanto - o dodici, se preferite - ma capaci di aprirsi all'infinito come infinita è l'anima del compositore.
Così è pure in questo brano. Ascoltiamolo.

Luminosissimo il suo esordio con un la maggiore che introduce una breve scala discendente poi ripresa varie volte al suo interno. È come se la serenità scendesse proprio dall'alto, posandosi con un ritmo di pacata, danzante dolcezza sugli oggetti circostanti e sul nostro cuore. 
Ma anche dove la trasparenza talora si offusca e il tema si fa più ombroso ammantandosi di tristezza come nella seconda parte, il dialogo tra gli archi - in particolare tra primo e secondo violino - ci regala comunque un'incomparabile, terapeutica armonia.
Una melodia che ci tocca nel profondo come una primavera che, dopo il lungo inverno, si annunzia lieve e ci pervade con il fascino arioso di un ramo fiorito nel vento e con la leggerezza ricca di fremiti di queste note. 
Un brano da ascoltare a lungo perchè ci conceda pienamente il suo incanto trasparente eppure discreto, come un cielo nel quale sprazzi di sereno si alternano a qualche nube leggera che, a poco a poco, va a svanire.

Buon ascolto!

sabato 7 aprile 2018

Meraviglioso Vivaldi !!!

Beato Angelico: "Incoronazione della Vergine" (particolare)
Meraviglioso Vivaldi, sì!!!
E non solo per il timbro inconfondibile di tanti suoi brani o la struggente malinconia di altri; o ancora per la vena descrittiva delle "Quattro stagioni" e dei vari concerti dove l'armonia imitativa si dispiega in mille modi.
Ma meraviglioso anche per la drammaticità profonda, per il tocco lieve e al tempo stesso intensissimo col quale il compositore si è accostato a certi eventi cogliendone l'anima.
Sto pensando al brano dallo "Stabat Mater" RV 621 che ho pubblicato qui lo scorso Venerdì Santo e sul quale vorrei tornare brevemente, per sottolinearne la sublime bellezza. Andate a riascoltarlo, per favore.

"Eja Mater, fons amoris..." Oserei dire che nel dolore di Maria sotto la croce Vivaldi si è letteralmente inabissato, tentando di interpretare ed esprimere in note ciò che - in realtà - esprimibile non è. Ci sono infatti dimensioni esistenziali di cui la grandezza dell'arte sa essere specchio luminoso e altre che - al contrario - può solo adombrare. E il dolore di Maria è un oceano senza fondo.
Eppure, il desiderio espresso dal testo di condividere tale sofferenza - "me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeat" - si traduce per il compositore in un cammino simile a quello di chi si avventura sottoterra, nel buio, tra anfratti di rocce scabre, in un percorso sconosciuto dove la Madre si addentra seguendo il Figlio. E noi con Lei. 
È proprio qui, infatti, che la musica ci conduce attraverso sentieri tortuosi, per sorprendenti e inusitati cambiamenti di tonalità, ritmati dal violino con due note di fondo ripetute, secche, quasi sferzanti, di un'ineluttabilità che non lascia scampo.
Ma l'incanto di questo pezzo è sottolineato anche dalla straordinaria voce del controtenore Philippe Jaroussky che conferisce al brano una purezza ineguagliabile, quasi fossimo condotti a sfiorare il cuore di Maria.

Così, oggi ho scelto di nuovo un brano di Vivaldi, ma - questa volta - segnato dalla gioia, come si addice al tempo liturgico che stiamo attraversando.
Si tratta del "Laudate Dominum" RV 606, mottetto sul testo del Salmo 116 (117) col quale - tra gli altri - si sono misurati anche Monteverdi, Haendel e Mozart.
Mi ha colpito molto questa composizione, non solo per la vivacità e l'energia che si addicono ad un canto di lode, ma anche per un aspetto a mio avviso singolare. Diversamente da ciò che di solito si osserva altrove, il brano è giocato prevalentemente in tonalità minore e non maggiore come ci si aspetterebbe dal tema cui è dedicato.
Ad eccezione infatti di alcuni passaggi e dell'accordo finale, il pezzo è impostato in re minore e la luminosa assertività tipica dei toni maggiori è recuperata qui dalla trascinante vivacità del ritmo e da una tensione capace di far scaturire la gioia anche dagli anfratti più ombrosi della musica.
Un'esortazione, insomma, all'intensità della lode "quoniam confirmata est super nos misericordia eius", che mi sembra bello pubblicare proprio oggi, vigilia della Festa della Misericordia.
  
"Laudate Dominum omnes gentes
laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est
super nos misericordia eius,
et veritas Domini manet in aeternum.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio, et nunc et semper
et in saecula saeculorum.
Amen." 

Buon ascolto!

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua !!!



Eugène Burnand (1850 - 1921): "I discepoli Pietro e Giovanni corrono al sepolcro la mattina della Resurrezione" - Museo d'Orsay - Parigi.

 
William Byrd (1543 - 1623): "Haec dies", mottetto a sei voci.

venerdì 30 marzo 2018

Venerdì Santo

























Pietro Lorenzetti (1280 ca. - 1348) : "Deposizione dalla Croce" (part.) -   Basilica inferiore di San Francesco - Assisi.

 
Antonio Vivaldi (1678 - 1741) : "Eja Mater" dallo "Stabat Mater" RV 621.

domenica 25 marzo 2018

Fascino di un numero





























Come per il passato, anche quest'anno mi piace ricordare con un' immagine e un brano di musica la festa dell'Annunciazione che cade proprio oggi.
E stavolta, mi sono lasciata catturare dall'incanto della semplicità, dalla nitida architettura con cui è costruito il dipinto che vedete e dal gioco di luci, ombre e penombre che creano la sua bellezza.

Siamo a Firenze, nel Convento di San Marco che il Beato Angelico (1395 - 1455) ha affrescato nei suoi vari ambienti comprese le celle dei singoli frati. 
È stata raffigurata proprio sul muro di una cella questa affascinante "Annunciazione", realizzata tra il 1438 e il 1440 e così diversa dalle altre opere che l'artista aveva dedicato in precedenza allo stesso tema. 
Quanto quelle, infatti, sono colorate e ricche di dettagli preziosi tipici dello stile tardogotico, tanto questa è semplice, spoglia, essenziale e in linea con le novità pittoriche della nuova stagione artistica del Quattrocento inaugurata da Masaccio.

Contrariamente al passato, qui non ci sono decorazioni, mancano spazi aperti o giardini e vi troviamo solo un breve riferimento nel verde e nel portico a sinistra. 
Ma la rappresentazione, finalizzata alla preghiera personale dei singoli frati, è inquadrata in una stanzetta disadorna, come se anche la Vergine si trovasse nel chiuso di una cella.

Il piccolo ambiente è definito solo dalle volte a tutto sesto e dalla luce, un fiotto di luce obliqua che riempie il vuoto al centro del dipinto. 
Sia nell'atteggiamento di Maria che nelle ali dell'Arcangelo, infatti, possiamo notare un tratto curvilineo che sembra seguire lievemente l'andamento delle arcate, quasi le due figure lasciassero spazio proprio a quella luce in mezzo a loro, segno del Mistero che si sta compiendo.
Non ci sono oggetti o arredi che ci possano distrarre, solo lo sgabello dove Maria è inginocchiata e nelle sue mani il libro su cui è in preghiera. 
In secondo piano si scorge un frate - forse San Pietro martire qui in abito da domenicano - e ciò ci conferma che l'Angelico, frate egli stesso, prima che come opere d'arte, ha realizzato i dipinti per la contemplazione di ogni singolo religioso.
Anche i colori non sono più quelli vivaci che ci ricordano il passato di abile miniatore dell'artista, ma chiari e smorzati: dalla tinta lievemente rosata dell'abito della Vergine al beige del pavimento e delle pareti su cui giocano ombre ora sfumate, ora più scure.
Rappresentazione essenziale ed elegantissima quindi, che rimanda alla sostanza del dialogo tra Maria e l'Arcangelo, fatto di un muto e pacatissimo gioco di sguardi in una dimensione tutta interiore.

E per commentare in musica questa immagine, ho scelto Bach con lo splendido brano iniziale della "Cantata BWV 1", intitolata "Wie schön leuchtet der Morgenstern" (Come splende luminosa la stella del mattino). 
Si tratta di un famoso corale luterano il cui testo è stato scritto dal poeta tedesco Philippe Nicolai nel 1597 e musicato anche da Buxtehude. 
Ma nonostante inizialmente fosse stato composto per l'Epifania, Bach lo ha ripreso nel "Preludio corale BWV 739" e soprattutto in questa "Cantata" scritta per la festa dell'Annunciazione del 1725.

Come suggerisce il titolo, ci troviamo di fronte a un pezzo luminoso, ricco di soavità ed eleganza, ma anche di una fresca vivacità che - per certi aspetti - può contrastare con l'atmosfera intima dell'opera dell'Angelico. 
Tuttavia, a me pare che la musica - sempre capace di esprimere il non detto - con la dolce e quasi danzante esuberanza del tempo di 12/8, qui sappia riempire il silenzio del dipinto e interpretare il di Maria, anticipando la futura lode e la consapevolezza gioiosa della Visitazione.

Ma a scegliere il brano mi hanno indotto anche due piccoli particolari.
Il primo è in realtà solo un dettaglio cronologico: la festa dell'Annunciazione del 1725 per la quale Bach ha composto la "Cantata" coincideva con la Domenica delle Palme, esattamente come oggi.
Ma il secondo a mio avviso è più suggestivo.
A colpirmi è stato quel numero uno (BWV 1), cioè il fatto che il brano sia stato collocato al primo posto nell'elenco della vastissima produzione bachiana che conta più di mille opere.
È pur vero che la loro catalogazione riportata dalla sigla BWV (Bach Werke Verzeichnis) non è stata fatta dal compositore, ma da un suo studioso (Wolfgang Schmieder), e per di più la numerazione dei vari pezzi non segue un criterio cronologico, ma va per tipologia. Quindi è solo un caso.
Tuttavia, quell' uno posto a siglare un brano dedicato proprio all'Annunciazione, mi suona come la sottolineatura di un evento iniziale, di un "In principio...", dell'alba di una nuova creazione per ogni uomo e per tutto il cosmo. Come se, di fronte al di Maria che prelude alla nascita di Cristo, quel numero volesse dirci: 
"Attenzione, è da qui che tutto riparte e si rinnova!".

Buon ascolto !

martedì 20 marzo 2018

Tormentone

Sono passate solo poche settimane da quando ho pubblicato "Fodòm", un suggestivo brano di Bepi de Marzi, ma ritorno già con un altro pezzo sempre dello stesso autore, anche se l'atmosfera che vi si respira è decisamente diversa.
S'intitola "El maridamento" ed è un divertente canto popolare che avevo già adocchiato da giorni senza decidermi a pubblicarlo.

Racconta la storia di una ragazza che si è sposata, ma non con uno dei suoi numerosi pretendenti. È proprio ognuno di loro a lamentare di essere stato respinto da lei ("Ma non con mi...")mentre sono poi tutti in coro a rivelare chi - invece - è stato il prescelto e ad identificarlo però con pettegolezzi un po' pesantini.
Si tratta infatti del "fiolo dela Gina, che dorme dalla sera alla mattina"; se ho ben capito, del "tesoro dela mama, biondo petenà con la banana" e - dulcis in fundo - del "fiolo del dotore...che no l'è gnanca bon de far l'amore"!

Per carità, dormire dalla sera alla mattina non è una colpa, sarebbe peggio se il tizio di cui si parla dormisse dalla mattina alla sera. Ma a parte le squisite esigenze di rima con Gina, se leggiamo queste parole in parallelo con la terza battuta, cogliamo facilmente che anche qui c'è un sottinteso di malignità.  
Per il resto, tranquilli, la ragazza non ha preso tre mariti in un colpo solo e i tre pettegolezzi sono certamente a carico della stessa persona. 
Insomma si è sposata, fine della storia.

Bene - direte voi - ma, a parte le "magagne" del soggetto in questione, che c'è di tanto speciale?
È la musica speciale perchè, ancora una volta, testimonia il fatto che le armonizzazioni di tanti cori affondano le radici nel passato, e che passato!
Questo brano ne è una prova lampante. Dopo due brevi passaggi introduttivi, sulle parole "Ma non con mi" si apre infatti nientemeno che una fuga: uno splendido inserto di rigore bachiano, solenne e nitidissimo nella sua costruzione contrappuntistica affidata a coristi diversi proprio come le diverse voci di un pezzo fugato.

Bellissimo, certo, ma da quando l'ho ascoltato, mi è sorta una curiosità diventata ben presto un vero e proprio tormentone.
Di chi è questo inserto? Da dove è tratto? A quale compositore Bepi de Marzi ha fatto riferimento? A Bach? Haendel? Vivaldi? Telemann? Buxtehude? O a qualche altro autore barocco? 
Ma potrebbe trattarsi anche di Mozart che, per quanto barocco non sia, ha scritto vari pezzi che talora si potrebbero scambiare per una creazione bachiana o giù di lì.
Insomma, mi sono messa alla ricerca come un segugio che fiuta la preda. Credetemi, ho scaravoltato Bach in lungo e in largo, dall'Arte della Fuga al Clavicembalo ben temperato, dalle Invenzioni all'Offerta musicale e via dicendo, ma senza esito. Ho navigato su youtube tra compositori probabili e improbabili, piccoli e grandi. Infine, ho gettato la spugna.
Mi resta solo l'ipotesi che l'autore del pezzo fugato sia semplicemente lo stesso Bepi de Marzi. Potrebbe essere stato lui ad imitare lo stile barocco, forte della propria passione per Bach, della propria esperienza al Conservatorio e delle doti di clavicembalista e organista capace di improvvisare sugli antichi corali luterani. Chi lo sa!

Questo è il motivo per cui mi sono tenuta in fresco il brano per venti giorni senza pubblicarlo.
Ma ora ho deciso, passo la palla a voi, miei cari, o - se preferite - lancio a voi la sfida con annesso tormentone: di chi è la fuga contenuta in questo brano?
Non ho premi da mettere in palio per chi risponderà al quesito, ma solo un caloroso GRAZIE e un abbraccio rigorosamente virtuale.
So che tra i miei lettori ci sono raffinati esperti di musica barocca, e non solo, che mi possono aiutare con sicura competenza a scovare il riferimento. 
Forza ragazzi, al lavoro!

E naturalmente buon ascolto!

mercoledì 14 marzo 2018

Come un colpo di frusta!

P. Bruegel: "The wedding dance",  Institut of Art - Detroit
Capitano mattine in cui - complice l'umore, la stagione o un clima in cui la leggerezza primaverile è ancora lontana - ci si sveglia col cuore un po' pesante.
Talora, sono pensieri ben precisi ad avere il sopravvento su di noi e a pre-occuparci; altre volte sono invece sensazioni indistinte che non riusciamo a definire, ma che destano comunque una sorta di vago malessere come se un velo di opacità coprisse il cuore. 
Avvertiamo la necessità di reagire, di scuoterci di dosso la sottile nebbia interiore che ci pervade per cercare un orizzonte luminoso anche in noi, ma non è sempre facile o immediato. Allora, una musica può essere d'aiuto a ritrovare almeno in parte la grinta necessaria per affrontare la giornata, magari anche col sorriso.

Così, oggi ho scelto una composizione capace di ricaricarci con una sferzata di energia, di scuoterci come un colpo di frusta: un brano che - in taluni passaggi - mi fa pensare a quegli spettacoli del circo dove si usa proprio la frusta per ritmare una corsa o una danza.
Esuberante, concitato, fragoroso, vivacissimo nel suo andamento e insieme straordinariamente scorrevole, il pezzo ci trasporta in un clima di grande effetto, dove forti sonorità si alternano a qualche tratto di malinconia, com'è tipico dell'anima slava. 
Slavo è infatti il suo autore, Bedric Smetana (1824 - 1884), del quale ricordiamo prima di tutto l'incantevole poema sinfonico "La Moldava" - che potete ascoltare qui - dove ha celebrato in note lo splendore del fiume dalla sorgente fino alla grandiosità della foce.
Mi ha molto sorpreso scoprire che, all'epoca della composizione di tale brano, Smetana era già tormentato dalla sordità. E ancora una volta ciò mi ha indotto a constatare che, se pure la percezione della musica - concepita da ogni artista nella testa e nel cuore - non arriva più all'udito, tuttavia essa è sempre viva con la sua infinita ricchezza armonica nel "sentire" dell'anima.

Il brano di oggi, composto qualche anno prima dell'insorgere della malattia, è la "Danza dei commedianti" dall'opera comica "La sposa venduta".  
Un ballo quindi, e precisamente una skocna, danza saltellante in 2/4 tipica della tradizione boema, che non è raro ritrovare in altre composizioni di Smetana, come pure in diversi musicisti slavi a cominciare da Dvorak.
Come scrivevo sopra, è una composizione vivacissima che ci coinvolge subito nel suo rapido succedersi di note quasi fosse una corsa sfrenata, una sorta di moto perpetuo. C'è infatti, nella scintillante orchestrazione di questo pezzo, un afflato di vitalità popolaresca che ci consente di sbrigliare la fantasia, immaginando i danzatori in cerchio in un movimento ininterrotto.
Ma insieme sollecita in noi l'emergere di quell'energia, di quella musica segreta capace di dare tono e ritmo alla nostra giornata.

Buon ascolto!

mercoledì 7 marzo 2018

Ritrovare se stessi

Hanno ridato alcune sere fa in tv "Il Concerto" - famosa pellicola del 2010 del regista rumeno Radu Mihaileanu - e nonostante l'avessi già vista almeno un paio di volte, mi sono lasciata catturare di nuovo dal suo fascino.
Molti ne ricorderanno certamente la trama e la richiamo quindi solo per sommi capi.

Ambientato inizialmente nella Mosca comunista dei tempi di Breznev, il film narra la storia di Andrei Filipov, direttore d'orchestra del Bolshoi, allontanato e ridotto al ruolo di inserviente del teatro stesso per essersi rifiutato di licenziare alcuni musicisti ebrei.  
Dopo circa 25 anni di questa vita, un giorno Andrei intercetta per caso un invito dello Chatelet di Parigi rivolto all'orchestra ufficiale. Desideroso di riscatto, ha un'idea folle: radunare i vecchi compagni - ormai costretti a svolgere i mestieri più umili per campare - e presentarsi con loro a Parigi spacciandoli per i veri musicisti del Bolshoi.
Ma al tempo stesso vuol cogliere l'occasione per realizzare un sogno: suonare il "Concerto per violino" di Tchaikovsky, la cui esecuzione anni addietro era stata interrotta dalle autorità comuniste che avevano cacciato lui, sciolto l'orchestra e deportato in Siberia, dove poi era morta, la bravissima solista Lea. Ora, al suo posto, Andrei invita la giovane e già famosa Anne Marie Jacquet e tenta di convincere i compagni di un tempo a suonare di nuovo.

L'impresa non è facile e prende il via da qui una vicenda ricca di avventure rocambolesche e non priva di qualche mistero, dove il regista ci offre svariati squarci sulla triste condizione degli intellettuali sotto il regime comunista. 
La narrazione, tuttavia, è condotta sul filo della leggerezza e di uno sguardo che ironizza sui vizi della Russia di ieri e di oggi. Ne deriva un film in cui ci si diverte e insieme ci si commuove, soprattutto nella sequenza finale.

A me pare che - al di là delle varie tematiche che il regista affronta - il perno della vicenda sia la storia di un amore per la musica così totalizzante da diventare talora un'ossessione. Ma è poi questo stesso amore a salvare qui la situazione e insieme ciascuno dei protagonisti, sull'onda delle mirabili note di Tchaikovsky.
L' happy end del film, infatti, a mio avviso non sta soltanto nel ritorno al successo di quell'orchestra disgregata o nella possibilità per Filipov di far pace col proprio passato, quanto nel fatto che è la Bellezza a consentire a ciascuno di ritrovare in se stesso passione, capacità, stupore e speranza.
È tanto vero che le ultime sequenze non sono giocate - almeno così a me pare - sul filo dell'aderenza alla realtà: quale orchestra aprirebbe un concerto con tali evidenti stonature??? E come è possibile che quella combriccola di musicisti sgangherati che si esibisce senza neppure aver provato, dopo poche battute dall'attacco del violino ritrovi la coesione e l'armonia di un tempo?

Una rappresentazione lontana dalla realtà quindi, ma proprio per questo vicina ad un discorso di alto valore simbolico, ad una luminosa metafora: è la contemplazione della Bellezza a restituire a ciascuno la propria identità profonda come un soffio ri-creatore, a cominciare dalla solista che in quelle note ritrova le sue vere radici e la propria ragion d'essere.
Ed è il Concerto, interpretato da lei con la stessa bravura e passione della madre Lea, a restituire agli orchestrali il cuore antico e ravvivare un fuoco non ancora spento, come è evidente anche dai loro volti e dalla loro commozione.

Ho riportato qui la clip video con la sequenza finale del film e di seguito quella con una parte del primo tempo del "Concerto in Re maggiore op.35 per violino e orchestra" di Piotr Ilic Tchaikovsky, una pagina di tale incanto che non ha bisogno di presentazioni.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 28 febbraio 2018

Musica in rete

Tutti i giorni, quando apro il mio blog, come primo atto mi piace entrare nella pagina delle statistiche riservata solo a me, dove si registrano le varie visualizzazioni e la loro provenienza dal mondo.
Clicco la voce "pubblico" e magari scopro che questo piccolo spazio web non è stato visto semplicemente dall'Italia o da altri stati vicini, ma talora anche dall' America, dalla Cina, dalla Russia e via dicendo.

Chi ha un blog sa bene di che cosa sto parlando e per me è sempre un piacere osservare nell'immagine del planisfero quali paesi si colorano in verde, più chiaro o più scuro a seconda del numero delle visite del momento. 
E nonostante sia ormai un'operazione normalissima, non finisce mai di stupirmi la facilità con cui la connessione internet mi consente di mettere in rete una musica e - voilà! - condividerla col mondo intero.
Non basta. Il blog mi dice anche quali sono i post più visualizzati, cosa che potete notare anche voi nella barra laterale, dove compare la top ten delle pagine più popolari nell'arco di un determinato periodo.
Ed è proprio qui che volevo arrivare perchè ho notato che questa sorta di classifica, per quanto sia costantemente in movimento, presenta sempre almeno due post con dei canti di montagna.

Quando al mattino accendo il computer, spesso una visita a qualcuno di quei post è già stata fatta, e subito mi vado immaginando gli ascoltatori - forse conosciuti o forse no - che prima di iniziare la giornata, come fosse un rituale quotidiano, vanno a rinfrescarsi l'anima con uno di questi brani.
Ma potrebbe anche trattarsi di un ascolto notturno: il blog dà l'andamento delle visualizzazioni ora per ora e non è raro che io scopra picchi di visite fatte proprio nel cuor della notte...o chissà, magari dall'altro capo del mondo!

Trovo tutto ciò meraviglioso e toccante. Mi piace questa fedeltà quotidiana a un brano - magari quello solo - fatta di un ascolto ripetuto e instancabile, un affetto perseverante e appassionato che si appaga sempre delle stesse note trovando in esse non la monotonia, ma un inesauribile nutrimento.
Vorrei dire a queste persone: grazie, è bellissimo, continuate così! 
E se non desiderate cambiare, tranquilli! Bach e Mozart non si offendono anche perchè - a dirla proprio tutta - tanta musica dei cori di montagna affonda le radici nel passato e spesso chi li ha armonizzati si è formato in Conservatorio proprio sulle note dei grandi.

Così, spinta dal desiderio di concretizzare la mia gratitudine verso tali ascoltatori, oggi ho scelto un altro brano simile, ritornando ad uno dei compositori più rappresentativi di questo genere musicale.
Si tratta di Bepi de Marzi, autore di canti che parlano di montagne, ma anche di consuetudini o tradizioni di paese, e sempre ci conducono verso la contemplazione della natura colta nei vari momenti della giornata o nelle diverse stagioni. Sono testi ricchi di un afflato poetico che trova espressione in una musica fatta di intensa nostalgia, di forza e insieme di delicatezza.
Ed è proprio giocato su di una nostalgica suggestione il brano di oggi, interpretato dal coro "I Crodaioli".  
S'intitola "Fodòm", termine ladino che significa là in fondo e sta ad indicare la vallata di Livinallongo, nel cuore delle Dolomiti.
È il canto di chi custodisce nell'anima questi luoghi e ad essi - al loro silenzio, alle loro storie antiche e allo splendore della natura - sente di appartenere dal profondo. Immagini e ricordi fusi in un'attitudine contemplativa ed espressi da una polifonia ricca di sfumature e di solennità.

Buon ascolto!

martedì 20 febbraio 2018

Un orologio in la minore

Quando a fine giornata spengo il computer, a volte, invece di andarmene subito, mi capita di indugiare ancora per qualche momento.
Clicco "arresta il sistema" e, mentre la procedura di spegnimento fa il suo corso, resto lì come sospesa. 
Lo schermo si svuota delle icone e per un attimo rimane solo la foto di sfondo col paesaggio della mia Valnontey ormai libero, come se dalla scrivania potessi percorrerne il sentiero innevato e avventurarmi in un sogno. Poi sparisce.
Ma per qualche istante quell'ordine - "arresta il sistema" - mi resta dentro come un comando che può significare tutto e il contrario di tutto: una tentazione, un delirio, una follia, un momento di totale assenza, un vuoto di fronte al quale, per un attimo, può mancare il respiro.

Arresta il sistema: alzati, esci, torna indietro, ribellati al corso del tempo.
Arresta il sistema e - come Faust - ferma l'attimo fuggente, afferralo e prolungane all'infinito il corso, la vita, la suggestione, il sapore, la bellezza, quasi in esso potessi addentrarti, avvolgerti nel suo profondo e restare lì, in una tana calda e rassicurante.
Arresta il sistema e ritrova il passato, quasi fosse inciso su di un nastro magnetico intorno alla terra e lo potessi liberamente srotolare per andare danzando coi volti di chi hai amato o ripercorrere i giorni che ti hanno dato luce e consapevolezza di te.
Arresta il sistema e fermati: lasciati raggiungere dalla tua anima e allarga lo sguardo a cogliere del mondo la visione d'insieme, come in certe notti d'estate quando la pianura dall'alto è un palpitare di luci e ogni luce una vita, ogni vita una storia. Ascoltane il cuore, il battito segreto, il palpito, l'incanto così come il grido. E modulane il ritmo sull'onda della musica.

La musica, appunto. Ho avuto qualche incertezza nel cercare le note giuste da accordare a queste mie sensazioni in libertà. Poi una sera, mentre stentavo ad addormentarmi, da quel magma indistinto di pensieri che precedono il sonno, all'improvviso è affiorato un brano e ho sentito subito che non poteva essere che quello.
S'intitola "L' orologio degli dei", dal cd "Joy" di Giovanni Allevi.
Si tratta di un pezzo non recente e dal titolo in apparenza un po' enigmatico, ma che il compositore ascolano ha spiegato alludendo alla prima pulsazione cardiaca che, come una scintilla divina, dà origine alla vita. È quindi il cuore quell' orologio che Allevi ci invita ad ascoltare e del quale sembra voler riprodurre in note il battito.
Costruisce infatti una frase musicale, una piccola cellula ritmica e melodica che si ripete a lungo per tutto il corso del brano: prima sempre uguale a se stessa, poi coniugata in differenti modi quasi fosse un tema con variazioni, movimentata e al tempo stesso ferma. Movimentata per la sua pulsazione ora tranquilla, ora più accesa, ora nettamente scandita o pervasa da un'ansia tormentosa. Ma insieme ferma attorno a una nota di fondo che risuona spesso - un la minore se non erro - come attorno a un originario nucleo di vita, quasi la vita stessa avesse un suono. 
Una pulsazione simile a quella di un cuore che rallenta e poi accelera il battito: in alcuni passaggi dissonante e tempestoso come un orologio impazzito, altrove armonioso e dolcissimo.

Un battito che scandisce un tempo fisico ma soprattutto interiore, simile a una storia raccontata in note che attraversa e fa suoi tutti i colori della musica e insieme tutte le percezioni e le voci dell'anima.
Un brano per fermarsi e dare spazio proprio a queste voci.

Buon ascolto!

martedì 13 febbraio 2018

La neve e le primule

(foto presa dal web)
Sono recentissime le foto che ci mostrano la gran quantità di neve venuta quest'anno e forse ancora prossima a cadere, soprattutto in montagna.
Ma già le primule occhieggiano in qualche giardino e dai banchi del mercato. 
Lo notavo nei giorni scorsi e mi colpiva - oltre allo scorrere del tempo - la coesistenza di stagioni così diverse che nascono, in fondo, l'una dal cuore dell'altra.

Le primule infatti, luminoso presagio di rinascita, fioriscono già nel pieno dell'inverno e ne illuminano il grigiore, inducendo a pensare che l'aridità dei mesi più freddi sia in fondo solo apparente, se cova nel segreto i germogli del futuro. È graduale il passaggio tra il vecchio e il nuovo, e se la primavera riserva poi sempre qualche giornata di gelo, resta vero tuttavia che il suo incanto nasce da lontano, col profumo del calicanthus ancora in gennaio, i primi timidi bucaneve e infine le mie primule. 
Sono tempi che s'intrecciano sia nella natura che nella storia e nella vita di ciascuno. "Sotto la neve pane..." recita un antico proverbio a significare che la neve protegge e custodisce il seme favorendo così un buon raccolto e - come suggeriscono le primule con la loro vivacità - anche sotto il gelo di certi periodi della nostra esistenza, si prepara un pane inaspettato per gli occhi e per il cuore. Almeno così voglio credere.

Per questo, oggi mi piace pubblicare un brano che annunzia già la primavera.
Sappiamo tutti quanto lo splendore della natura nei vari momenti dell'anno sia stato ampiamente celebrato in musica: dalle famosissime "Quattro stagioni" di Vivaldi all'oratorio "Le stagioni" di Haydn, ai pezzi di Tchaikovsky sui dodici mesi. Ma non mancano composizioni dedicate specificamente alla primavera: dalla Sinfonia n.1 di Schumann alla Sonata n.5 per violino e pianoforte di Beethoven, fino alle creazioni di Grieg e di Strawinsky.
E proprio seguendo l'onda di queste musiche, oggi celebriamo l'ingresso nel blog di un nuovo autore.

Si tratta del norvegese Christian Sinding (1856 - 1941) col suo brano forse più conosciuto: "Mormorio di primavera op.32 n.3" per pianoforte solo, qui interpretato dal talento di Valentina Lisitsa.
Il pezzo è costruito su di una cascata di arpeggi, quasi a imitazione delle acque di un ruscello dopo il disgelo. Delicato all'inizio - appunto un mormorio, un suono lieve come un dolce, furtivo presagio - si fa poi sempre più irruente e impetuoso, simile a un torrente ricco di acque.
È una primavera che si annunzia timida recando in sè qualche sfumatura di malinconia, ma che va poi progressivamente aprendosi con i suoi colori vivaci e la sua luminosità. Sono note che riflettono l'altalena di contrasti tipica di questa stagione sia fuori che dentro di noi e - attraverso gli arpeggi - sembrano cercare ansiosamente la luce fino a quando essa non trionfa in pieno in una tumultuosa esplosione di vita. 
Un brano caratterizzato da una limpida freschezza che il tocco deciso, ma insieme morbido ed elegante della Lisitsa ci aiuta a cogliere. 
E mi sembra significativo che a comporlo sia stato un musicista norvegese, che ha avuto negli occhi e nel cuore la suggestione dei paesaggi nordici, la meraviglia dell'acqua che riprende a scorrere e dei prati che rifioriscono dopo il lungo inverno carico di neve.

Buon ascolto!

martedì 6 febbraio 2018

"Fra Martino"

A ispirarmi il post di oggi è stato il commento di qualche giorno fa dell'amica blogger Adriana Pitacco del sito natipervivereblog.com, che qui ringrazio di cuore.
Riportando la propria esperienza di insegnante oltre che di appassionata di musica, osservava quanto sia bello lavorare a scuola con i bambini sottolineando il fatto che, in una classe, ogni piccolo è chiamato a fare la propria parte esattamente come la singola voce in un coro o uno strumento all'interno di un' orchestra.

Tutto questo mi è piaciuto molto, così ho deciso di pubblicare un video che avevo adocchiato da giorni e che, ancora una volta, ha per protagonisti dei bambini. Sono sempre i giovanissimi componenti del Coro della Cattedrale di Berlino ("Staats und Domchor Berlin") che abbiamo ascoltato poco tempo fa nel  "Tollite hostias". Ma se il pezzo di Saint-Saëns è famoso, il brano di oggi certamente lo è ancora di più.
Si tratta di "Fra Martino", proprio il popolarissimo "Fra Martino campanaro" che grandi e piccini hanno cantato almeno una volta in vita loro: una canzoncina semplice, certo, ma in realtà un ottimo punto di partenza per imparare il canto corale. Si presta infatti ad essere eseguito a canone, composizione nella quale una frase musicale viene ripetuta nella stessa tonalità da sezioni diverse del coro che si sovrappongono a una certa distanza l'una dall'altra. Inizia un primo gruppo con "Fra martino" e, "campanaro" o a "dormi tu", se ne sovrappone un altro e via di seguito. 
Si va così a costruire quell'architettura senza fine che tutti ben conosciamo.

Ma chi ha scritto la musica di questa canzoncina???
Per trovarne l'autore dobbiamo tornare indietro al periodo barocco e - secondo l'attribuzione della musicologa Sylvie Boissou - arrivare nientemeno che a Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764).
L'originale del nostro "Fra Martino" era quindi "Frère Jacques" e come si sia trasformato per noi in Martino francamente non so, ma suppongo sia stato per esigenze squisitamente metriche soprattutto in relazione agli accenti. Giacomo - traduzione di Jacques - è infatti un nome sdrucciolo ma, per rispettare il ritmo, occorreva una parola piana e con Martino le cose tornano a funzionare. Certo, avrebbero funzionato anche con Giuseppe o Lorenzo, Marcello o Mariano ma, che volete, Martino ha avuto la meglio.

E chissà quale sarebbe stata la meraviglia di Rameau, se avesse potuto immaginare il futuro successo del suo brano, cantato oggi in tutte, ma proprio tutte le lingue del mondo: dal cinese al russo, dall' hindi allo swahili e via dicendo! Un pezzo che ha avuto fortuna non solo come oggetto di canzoncine e filastrocche infantili, ma anche all'interno della grande musica. 
Esempio eclatante è la rivisitazione che ne ha fatto Mahler nel Terzo movimento della Sinfonia n.1 in Re maggiore detta "Il Titano", dove ha trasposto il tema in tonalità minore, ricavandone addirittura una marcia funebre che - se volete - potete ascoltare qui.

Ma veniamo al video di oggi nel quale i giovanissimi coristi dello "Staats und Domchor Berlin" cantano il nostro "Fra Martino" - anzi, "Bruder Jakob" - in un simpaticissimo arrangiamento.
Le particolarità di questa esibizione, a mio avviso, sono due: da un lato la fusione di un rigoroso impianto corale con una ritmica jazz sottolineata dal sax e dalle percussioni; dall'altro la presenza di una chiara struttura polifonica che spesso prende il posto del vero e proprio canone. Un insieme di antico e moderno, di rigore classico e di ritmo per niente facile da realizzare. 
Ma l'intonazione di questi ragazzi, la loro sicurezza nell'insieme delle voci, l'attenzione, la gioia dei più piccoli e l'entusiasmo del direttore ci dicono che anche un piccolo "Fra Martino" può portare lontano.
E ora, seguiamo l'invito dei coristi: sing mit uns, canta con noi!

Buona visione e buon ascolto!

martedì 30 gennaio 2018

Bar della stazione

E. Manet: "Un café en place du Theatre Francais"
Più di un mese è già trascorso dall'inizio dell'inverno e le giornate, pian piano, si stanno allungando.
Bello alzarsi col chiaro e scoprire l'azzurro - quando c'è - appena fuori dalla finestra: la casa si riempie di luce e se ne avvantaggia anche l'umore.
Eppure, sembrerà strano, ma ogni tanto ho nostalgia di quelle mattine in cui mi svegliavo presto e uscivo ancora col buio.
Qualche anno fa, una volta alla settimana frequentavo un corso a Milano e avevo il treno verso le 7,30. Da casa mia alla stazione c'è un bel pezzetto di strada che di buon passo macino in dieci minuti o poco più. Considerata la distanza e l'imprescindibile necessità di passare al bar a dare la sveglia ai miei neuroni col primo espresso della giornata, alle sette mi catapultavo fuori nel buio e nel freddo, talora anche nella nebbia. 
Ma al mio arrivo, venivo ripagata dalla cornice calda e luminosa del bar della stazione dove prendevo con calma il mio caffè e un pezzetto di brioche.

Qualcuno penserà che preferire un luogo estraneo come questo - una sorta di porto di mare - alla familiare cucina di casa sia una scelta che mette tristezza. E invece no!  
Anche adesso, se mi capita di dover prendere un treno di prima mattina, l'idea del caffè in stazione mi rallegra. So bene che la colazione con cui si inaugura la giornata dovrebbe essere uno spazio di serenità per conciliare il cuore con gli impegni che verranno e - se si può - è meglio scegliere una cornice che abbia il tocco del calore e del garbo.
Da questo punto di vista, il mio bar della stazione è perfetto: stanza ampia, luminosa e banco che si allunga ad angolo onde evitare che la gente resti in coda. L' arredamento - diciamolo - non è gran che, un ambiente semplice come tanti, ma a renderlo speciale è l'accoglienza che vi si respira.
Lo gestiscono due ragazzi ventenni o poco più che - quasi fossero persone di famiglia - conoscono a memoria le abitudini di tutti i pendolari del mattino, compresi i saltuari come me.
C'è Giuseppe (ndr.: nomi di fantasia ovviamente) a cui il caffè piace bollente, Claudia che ha spesso il treno in ritardo, ma si rintana in un angolo e vuole il cappuccio solo all'ultimo minuto: il ragazzo del banco lo sa tanto che, quando lei arriva, lancia un'occhiata al quadro dei treni in partenza e uno a lei per regolarsi. C'è Giovanna a cui tener da parte - quando si può - la sfogliatina alla mela e poi ci sono io che voglio sempre un sacchetto per metter via il resto della brioche che non mangio subito. Ma ormai non ho bisogno neppure di chiedere perchè, prima ancora che fiati, tutto mi viene posato accanto con discrezione e un sorriso.

Certo, sono attenzioni normali in qualunque altro bar soprattutto con i clienti assidui, ma qui respiri un calore accogliente che ti mette a tuo agio. E poi non c'è quel concitato vociare di altri locali e nessuno ti obbliga ad attaccar discorso: se vuoi parlare, parli, se vuoi restare nel tuo brodo mentre lo specchio dietro al banco ti rimanda un'espressione assonnata, padronissimo.
In genere, però, io mi guardo intorno: mi piace osservare come la gente inizia la giornata. E di solito sono piccoli gesti: chi dà un'occhiata ai giornali, chi messaggia sul cellulare, chi invece carbura lento e si concentra sul caffè, e chi si scalda le dita intorno alla tazzina come faccio sempre io.
Poi, quando esco per avviarmi al binario, incrocio i miei studenti, gli ex. 
Ci salutiamo di corsa ma con grandi sorrisi chiedendo notizie dei rispettivi impegni, e ci auguriamo buona giornata con un cameratismo ormai alla pari, come navigati lupi di mare che tornano ciascuno alla propria barca per riprendere il viaggio.

Momenti di quotidianità spicciola che mi sono tornati in mente in questi giorni e ai quali ho voluto dare una colonna sonora. Non un brano vivace o altisonante, ma una musica tranquilla, quasi un sottofondo in armonia con chi al mattino - magari non ancora del tutto sveglio - si affida a una sua interiore routine di abitudini.
Così, ho pensato ad un pezzo conosciutissimo di Franz Schubert (1797 - 1828): il "Momento musicale in fa minore op.94 n.3" per pianoforte solo, qui interpretato da David Fray. 
Si tratta di un brano molto breve, una composizione orecchiabile segnata da un ritmo che sembra proprio accompagnare il nostro cammino e da una melodia che - alternando tonalità minore a maggiore - s'insinua in noi come un ritornello conosciuto e vagamente ballabile.
Ho scelto questa interpretazione perchè risulta più pacata rispetto ad altre a mio avviso troppo scandite e veloci. Il pianista ci restituisce infatti un'aria - e un'aura - ricche di morbidezza: il suo è un giocare sugli staccati e sulle dinamiche del pezzo, facendone affiorare il piano e il forte, la lieve malinconia e la luminosità,  con tocchi ora leggeri, ora nitidi e passaggi qua e là dolcemente più lenti. 
Un David Fray concentratissimo che sembra quasi suonare solo per sè, meditando in cuore la cantabilità e il ritmo di queste note come una sorta di leitmotiv della giornata.

Buon ascolto!

mercoledì 24 gennaio 2018

Coltivare la passione

Oggi il nostro amico Snoopy dirige l'allegra compagnia dei Peanuts.
Questa foto - trovata tempo fa sul web e a dire il vero ancora un po' natalizia - mi è piaciuta subito, e per la simpatia che nutro nei confronti dei personaggi creati da Schulz, e perché sono raffigurati in una delle più belle esperienze che la vita ci possa regalare: cantare in un coro.
Eccoli, sotto la direzione di un serissimo Snoppy: belli, eterogenei, colorati, ma soprattutto profondamente compresi nel loro ruolo.

Già più volte mi è capitato di sottolineare la molteplicità degli aspetti positivi insiti nell'esperienza del canto corale: l'abitudine ad ascoltare armonizzando la propria voce con quella degli altri, l'attenzione alle indicazioni del maestro, il coraggio di mettersi alla prova scoprendo in sè doti ma talora anche limiti e via dicendo.
Oggi però vorrei sottolineare la pazienza e la passione, due elementi che sempre devono camminare insieme in ogni attività. Se manca infatti una passione che accenda il cuore, la pazienza resta fredda e destinata a venir meno col tempo; tuttavia senza di essa, anche la passione più viva resterà vuota e finirà per spegnersi come un fuoco di paglia. 
E' infatti solo tale binomio che permette di perseverare in un compito e - per restare in campo musicale - di reggere, per esempio, una serie di prove passate a ripetere e ripetere per un imprecisato numero di volte lo stesso passaggio perchè risulti perfetto.

Per questo, provo tenerezza e insieme ammirazione per quei bambini formati alla disciplina del canto corale come - per citarne solo alcuni - i componenti del coro della Cattedrale di Berlino che avete ascoltato qui poco tempo fa, quelli del famosissimo Thomanerchor di Lipsia, del King's College Choir di Cambridge, del Tölzer Knabenchor o - per tornare in Italia -  del Coro della Cappella Sistina. 
Mi fanno pensare a terra coltivata con pazienza e perseveranza in vista della fioritura, perchè quella che ricevono attraverso il canto è un'educazione che resterà come fondamento. Essa infatti consente loro di cogliere la bellezza non solo in uno spartito musicale, ma anche in se stessi e negli altri, scoprendo una fonte di gioia cui fare riferimento anche quando l'esperienza di coristi sarà magari solo un ricordo.

Così, in linea con questo discorso, propongo al vostro al vostro ascolto proprio il Thomanerchor di Lipsia che ho appena ricordato, in un brano di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847). 
Tratto dall' Oratorio "Elias" op.70, è il coro intitolato "Denn er hat seinen Engeln befohlen" che riporta i versetti 11-12 del Salmo 90: "...perchè ha ordinato ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede".
Il canto è molto pacato non solo per la necessità di armonizzarsi con il significato del testo, ma anche per la soavità propria di tante composizioni di Mendelssohn che ritroviamo in vari pezzi - per certi aspetti simili a questo anche se di argomento profano - come per esempio il Lied "Abschied vom Walde".
Osservando la clip-video, ancora una volta mi colpiscono la freschezza e la serietà dei giovani coristi, ma insieme l'intensa direzione di Georg Christoph Biller che li guida cantando il brano senza smettere mai di sorridere. 
Passione, perseveranza e un' attenzione allo splendore della musica che coinvolge tutti, e che in tutti fa affiorare la luce che ciascuno porta in sè.

Buona visione e buon ascolto!