mercoledì 17 luglio 2019

Due piccole rughe trasversali

(Foto presa dal web)
Ho due piccole rughe trasversali sulle dita.
Me le sono scoperte ieri mentre mi guardavo distrattamente la mano sinistra. Sono sul medio e l'anulare, prima delle falangette.
Strano - ho pensato - perchè non sono quelle rughette orizzontali che si formano sempre sulle giunture, ma due sottilissimi segni obliqui proprio nel mezzo dove, al contrario, la pelle del dito dovrebbe essere più liscia.
Ma - chissà perchè? - non le ho fatte risalire a probabili segni dell'età o alla necessità di una crema, soprattutto ora che il caldo estivo inaridisce la pelle.
Mi sono venute in mente, invece, le due cicatrici che aveva mia mamma esattamente su quelle due dita a causa di un incidente casalingo.

Avrò avuto cinque o sei anni e abitavamo ancora in una vecchia casa.
Una volta, aprendo una scatola di pomodori pelati per fare il sugo, mia mamma si era tagliata proprio con l'orlo della scatoletta. 
Ricordo il sangue che usciva copioso dalle due ferite: avrebbe dovuto correre al pronto soccorso a farsi medicare e dare dei punti, ma non le era neanche passato per la testa. Era quasi sera e mio papà doveva tornare di lì a poco. 
Il giorno dopo sarebbe andata dal medico a fare l'antitetanica, ma al momento si era disinfettata e fasciata alla bell'e meglio e tutto era finito lì.
Le era rimasto però il ricordo di quell'incidente: due segni bianchi trasversali sul medio e l'anulare della mano sinistra.
Ogni tanto poi, nel corso degli anni, se le capitava di guardarsi le dita mentre magari eravamo sedute sul divano del soggiorno a chiacchierare, mi diceva:
"Hai visto? Ho ancora le cicatrici di quella volta là: ti ricordi?". E a me pareva di sentire nelle sue parole quasi una punta di orgoglio. Sì, mi ricordavo.

Strano questo ritorno del passato che ci afferra all'improvviso, sull'onda di un particolare quotidiano in apparenza insignificante. 
Nella mia gestione spesso veloce e talora un po' maldestra delle operazioni di cucina, non mi è mai capitato di tagliarmi in modo così vistoso. 
Così, quelle due rughette tanto somiglianti a due sottilissime cicatrici di vecchia data mi hanno fatto pensare a come talvolta la vita ci disegni addosso eventi e memorie. Sono misteriose alchimie di passato e presente, lievi carezze dall'esistenza altrui quasi che, insieme al gruppo sanguigno e al colore degli occhi, ereditassimo proprio disegnato - o talora anche inciso nel nostro corpo - il vissuto di chi ci è stato accanto. 
O forse tutto questo si costruisce nel tempo, come se esistesse anche un dna delle vicende della vita, capace di passare da persona a persona strada facendo, reso sempre più evidente dagli anni.

E ripensando a questo piccolo episodio della mia infanzia, mi è risuonato dentro un brano nel quale avverto forza, ma al tempo stesso delicatezza e nostalgia, quell'attitudine dolce e struggente della musica quando sembra che le note si accompagnino a noi.
È Bach a condurci con mano ferma in questo cammino, quasi ci facesse percorrere un sentiero in sintonia con pensieri e ricordi, per curve e anfratti, passaggi difficili e aperture di panorama. Una mano ferma che ci sostiene anche quando la voce acuta del violino ci fa vibrare dentro, lungo un percorso segnato da varietà e insieme continuità.
Si tratta del secondo movimento, "Andante", dal "Concerto per violino e orchestra in la minore BWV 1041", pezzo caratterizzato dal dialogo tra il basso ostinato, lento e solenne, e il solista che va a inanellare luminose e virtuosistiche figurazioni. 
Ne deriva una fusione di forza e di dolcezza, di severità e di grazia dove la melodia si muove attraverso una molteplicità di accenti che è quella stessa della vita con i suoi misteriosi intrecci, come Bach - nella sua guida sapiente - sa benissimo.

Buon ascolto!

martedì 9 luglio 2019

Una straordinaria lezione di ascolto

(Foto presa al web)
Credo di aver già parlato altre volte delle caratteristiche di un insieme orchestrale, sia come ambito nel quale ogni strumento è chiamato a fare la propria parte, sia come organico dove ogni componente deve sapersi coordinare con gli altri seguendo nel contempo le indicazioni del direttore.
A nessuno sfugge che si tratta di un'attività complessa nella quale la concentrazione richiesta non è finalizzata solo alla correttezza della singola esecuzione, ma si allarga a coinvolgere la necessità di armonizzarsi con gli altri rispettando tempi, ritmi, dinamiche e tutte le indicazioni fornite dalla partitura.
Proprio per questo, hanno sempre suscitato la mia ammirazione le orchestre giovanili, dove tanti ragazzi hanno la possibilità di coltivare la propria passione arrivando a cimentarsi con programmi spesso molto impegnativi.
Numerose in Italia e all'estero sono le formazioni di questo tipo che hanno avuto promotori famosissimi quali - ad esempio - Claudio Abbado, fondatore dell'Orchestra Mozart. Ma oggi, al di sopra di tutte, desidero ricordarne una nata da un'idea dalla quale anche il Maestro Abbado ha poi preso spunto.

Ci trasferiamo in Venezuela e parliamo di José Antonio Abreu, creatore - nel 1975 - di un progetto chiamato "El sistema".
Si tratta di una rivoluzionaria iniziativa didattica, finanziata dal governo venezuelano, che prevede un sistema di educazione musicale pubblica, libera e gratuita per bambini di tutti i ceti sociali. 
Occorre entrare nel contesto locale per comprendere quanto fosse urgente anni fa - e quanto continui ad esserlo ancora oggi - la necessità di strappare i più giovani dalla strada, offrendo loro una terapia contro il disagio e la possibilità di un futuro lontano dalla povertà e dal crimine.
Da tale esperienza, diffusasi nel tempo in tanti altri stati, è nata una pluralità di orchestre che, oltre a realizzare lo scopo artistico e insieme sociale del progetto, hanno fatto emergere numerose personalità musicali quali - solo per fare qualche esempio - Diego Matheuz e Gustavo Dudamel.

Ed è qui che volevo arrivare, a Gustavo Dudamel
Venezuelano, classe 1981, violinista e attualmente direttore sia della "Los Angeles Philarmonic" che della "Orquesta Sinfonica Simon Bolivar" - la più rappresentativa tra le formazioni giovanili fondate da Abreu - Dudamel è oggi conosciuto in tutto il mondo a cominciare dall'Italia dove, proprio lo scorso giugno, si è esibito anche alla Scala.
Così, per mettere in luce le sue doti di direttore, invece della pura e semplice esecuzione di un brano, tra le clip video offerte da youtube mi è parso interessante scegliere quella che riporta una prova-lezione. Si tratta infatti di una vera e propria scuola di ascolto - "School of listening" è il titolo dell'evento - dalla quale emerge il suo modo di rapportarsi all'orchestra insieme alla chiarezza con cui spiega l'intreccio dei vari strumenti nel pezzo.

È proprio la sezione giovanile della "Simon Bolivar" a provare qui il terzo movimento della "Sinfonia n.1 in Re maggiore" detta "Il titano" di Gustav Mahler (1860 - 1911), brano famosissimo perchè parodia in forma di marcia funebre - e ovviamente in tono minore - del celebre tema di "Fra Martino".
Anche se Dudamel si esprime quasi sempre in inglese e le scritte in sovraimpressione sono in spagnolo, non è difficile comprendere il senso della sua lezione che mira a illustrare la costruzione del pezzo, la sua struttura a canone, il modo in cui i diversi strumenti fondono marcia e melodia, il ruolo di pizzicati, percussioni e via dicendo.

Ma oltre alla sua competenza di direttore, emerge da lui anche un entusiasmo decisamente contagioso, un insieme di forza, dolcezza e simpatia che gli derivano certo dal calore e dalla vivacità della sua origine latino-americana, ma anche da un evidente desiderio di condivisione dello splendore della musica. Così pure, il suo atteggiamento nei confronti degli orchestrali mi pare improntato a un'autorevolezza che nasce da dentro, segnata da quella spontaneità e comunicativa tipiche di chi è stato toccato da una grande passione.
La prova-lezione diventa così un po' per tutti - compresi noi che guardiamo dietro lo schermo di un computer - un'occasione di gioioso apprendimento.

Se poi desiderate godervi il seguito di questa "Scholl of listening" tenuta da Dudamel al Festival di Salisburgo del 2008, potete trovare le altre due parti aprendo i seguenti link:

https://www.youtube.com/watch?v=nJ6BsHUe0u0&t=8s 

https://www.youtube.com/watch?v=PwKfpEs98rg&t=12s

Buona visione e buon ascolto!

domenica 30 giugno 2019

Portando a spasso il cane...

G.Balla (1871 - 1958): "Dinamismo di un cane al guinzaglio"
Orecchiabile il brano di oggi, orecchiabile al punto che ci resterà dentro per un po' come un simpatico tormentone - provare per credere! - ma insomma, stavolta è così.
Il fatto è che, dopo aver dato il benvenuto qui a George Gershwin col pezzo pubblicato otto giorni fa, me ne sono andata un po' a zonzo tra le sue note.

Conosciamo tutti "Rapsodia in blu", "Un americano a Parigi", le musiche per l'opera "Porgy and Bess" tra cui "Summertime" per citare alcuni dei suoi brani più famosi, senza dimenticare il celebre "Concerto in Fa". Tuttavia, la produzione del compositore americano, nonostante sia vissuto solo 38 anni, è molto più vasta e poliedrica. Se la volta scorsa ho pubblicato un pezzo scritto da Gershwin a soli 19 anni, quello di oggi manco a farlo apposta è uno degli ultimi, composto un anno prima della sua morte per la colonna sonora del film "Shall We Dance".

Si tratta di "Promenade - Walking the dog", brano nato per clarinetto e orchestra e poi oggetto di svariati arrangiamenti.
È una musica scorrevole, ritmata e spensierata che sembra proprio voler riprodurre l'atteggiamento talora meditabondo, talaltra un po' svagatello di chi porta a spasso il cane: un'abitudine che consente infatti di abbandonarsi ai propri pensieri, ma anche di lasciar correre l'occhio intorno cogliendo tanti particolari della realtà circostante.
Lo dimostra la gustosissima sequenza tratta proprio dal film che citavo, con protagonisti Fred Astaire, Ginger Rogers e...i cani appunto, dove la musica di Gershwin - nell'adattamento per piano solo fatto successivamente da Jack Gibbons - s'innesta all'azione scenica in modo che la mimica degli attori, cani compresi, si fonda perfettamente con l'andamento delle note.

Ma al di là della simpatica sequenza del film, confesso che mi prende molto anche l'interpretazione del brano per clarinetto e pianoforte. 
È il solista a modulare il tema sull'onda di un' accattivante ispirazione jazz, mentre il piano lo fa riecheggiare sottolineandone marcatamente il ritmo un po' scanzonato. Una musica grintosa, ma non priva di qualche parentesi più languida, che ci conduce - per così dire - un po' qua e un po' là, come seguendo il fiuto di un cane che corre dietro a svariate sollecitazioni.
Un brano leggero ma irresistibile, che testimonia quanto sono vari gli argomenti che la musica può interpretare, soprattutto se si tratta della colonna sonora di un film del quale - come in questo caso - deve seguire la trama mettendone in luce il sorridente umorismo.
Una melodia che, nel suo ironico e ammiccante intreccio di note, è ricca di armonia imitativa e al tempo stesso di quella svagata spensieratezza che fa bella la vita.

Buona visione e buon ascolto!

sabato 22 giugno 2019

Il tocco di Jeffrey

(Foto presa dl web)
Mi perdonerà il Maestro Jeffrey Biegel - se mai un giorno dovesse trovarsi a passare di qui - per la confidenza con cui nel titolo l'ho chiamato per nome!
Ma dalla volta in cui ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo, ne ho colto non solo la straordinaria bravura da vero virtuoso del pianoforte, ma anche l'umanità trasparente, unita ad un'accattivante cordialità nel suo modo di accostarsi alla musica.
È stato verso la fine del 2017, al Teatro Dal Verme di Milano, dove ne ho potuto apprezzare le doti di finissimo interprete nell' esecuzione del "Piano Concerto n.1" di Giovanni Allevi, che tra l'altro ha anche inciso.

Sempre il modo di avvicinarsi alla musica e di farla nostra rivela chi siamo: vale per tutti i compositori, ma anche per gli interpreti che, suonando, ci regalano certamente il senso profondo delle note di un altro autore, filtrandolo però attraverso la propria sensibilità e il proprio modo di dialogare con le note. 
Una dimensione soggettiva ineliminabile anche in coloro che, con la bravura e la finezza di cui sono dotati, sanno immergersi in un testo musicale fino a farne una riproduzione fedele e a rispettarne l' originalità.
Ma la passione, il gusto di suonare e il tocco restano assolutamente personali.

Ecco. Del Maestro Jeffrey Biegel - americano, classe 1961 - ho avuto l'impressione di un interprete capace di associare grande padronanza del pianoforte ad altrettanta semplicità, pronto a regalare al pubblico, con rigore e insieme leggerezza, tocco sicuro e al tempo stesso delicato, le più diverse meraviglie del mondo delle note.
Si tratta infatti di un musicista versatile: non solo pianista, considerato tra i più talentuosi e brillanti di questi anni, ma anche compositore, arrangiatore e insegnante. La sua formazione classica lo ha condotto a realizzare numerosi progetti per contribuire alla conoscenza degli autori del passato, ma non gli ha impedito di dedicarsi anche alla musica contemporanea valorizzando i più recenti compositori insieme a brani dei generi più svariati. 
Insomma, un'attività dalle mille sfaccettature.

Proprio tale versatilità dimostra qui Biegel nell'esecuzione di un pezzo di George Gershwin (1898 - 1937). 
Il nome del compositore statunitense ci riporta subito non soltanto al mondo della classica, ma anche a quello del jazz, del blues, del musical e del ragtime
A quest'ultimo genere, in particolare, si riferisce il brano che ho scelto oggi: "Rialto Ripples", scritto da Gershwin a soli 19 anni, un rag in cui il musicista -  rifà un po' il verso a Scott Joplin.
Si tratta infatti di una musica ballabile, pervasa da una contagiosa e scanzonata vena di allegria, ottimo rimedio per i momenti un po' così...per quelle mattine che stentano a partire, quando - ma diciamolo piano perchè non ci sentano! - neppure Bach e Mozart possono nulla e urge un piano B per far decollare la giornata!
Di tale vivacità, non priva di qualche ammiccante punta di umorismo, Biegel mette sapientemente in luce i tratti. La sua interpretazione sottolinea infatti i contrasti tra forte e piano, facendone risaltare col suo tocco ritmica e accenti. Un'esecuzione dalla quale traspare la matrice classica del pianista e che di conseguenza risulta - a mio avviso - più misurata rispetto ad altre.
Ma insieme alla capacità di Biegel di padroneggiare le differenti dinamiche del testo, è evidente anche il gusto con cui suona. 
La sua è infatti una comunicativa sobria ma non per questo meno efficace, che ci restituisce il senso di un dialogo con la musica fatto di partecipazione attentissima e talora divertita.

Buon ascolto!

venerdì 14 giugno 2019

I ponti di Hopper

"Le bistrot"
C'è spesso in tanti pittori - al di là dei principali caratteri iconografici che li hanno resi celebri - qualche motivo ricorrente, talora un semplice dettaglio secondario, che tuttavia si ripete come parte integrante del loro modo di rappresentare la realtà.
Ricordate il treno nei dipinti di De Chirico? 
Quel trenino sbuffante che compare all'orizzonte di tante sue piazze famose, in apparenza senza alcun nesso col resto, ma che rimanda a un dato autobiografico? Ecco! Ma potremmo citare anche Ottone Rosai con i suoi vicoli sempre il curva, o Cézanne con il Mont Sainte-Victoire e altri ancora.

"Pomeriggio di giugno"
Così, nell' attenzione verso le opere di Edward Hopper (1882 - 1967) che mi ha portato a scrivere già tempo fa un paio di post, non avevo mai fatto caso ad un particolare che invece ricorre spesso nei suoi dipinti.
Conoscevo Hopper come pittore della solitudine metropolitana e di quella sospensione esistenziale che si traduce in attesa, di quel senso di provvisorietà che gli fa riprodurre squarci di vita incompleti come partenze, treni, strade o finestre, che rimandano a un dentro e un fuori, un prima e un dopo e attendono un compimento.
Ma non avevo mai notato che, nei panorami che l'artista delinea sia quando raffigura il tessuto urbano che altrove, vi sono spesso anche dei ponti.

Perchè mai? Che cosa lo ha condotto verso tale rappresentazione? 
Forse l'immagine inconscia di un luogo familiare, un ambiente visto e sognato che ritorna magari attraverso un semplice richiamo, o tutto ciò sottintende un senso più profondo? 
"Scompartimento C, Carrozza 293"
Non lo so con certezza, ma non mi pare un dettaglio trascurabile, data la frequenza con cui ricorre non solo nei dipinti esplicitamente dedicati a questo tema, ma anche in opere in cui è una semplice citazione en passant - ma proprio per questo ancor più significativa - come nel paesaggio che appare dal finestrino nel quadro qui a lato. 
Sembra infatti che Hopper, nel delineare la realtà circostante, lo inserisca con naturalezza quasi inconsapevole, come se la presenza del ponte facesse parte del suo immaginario.
"Le Quai des Grands Augustins"
Molteplici potrebbero essere le considerazioni sul significato di questa immagine: spazio di collegamento e insieme metafora di apertura e di incontro tra esseri umani, ma anche luogo di sogni romantici così come di oscure tentazioni. 
Tuttavia non intendo addentrarmi in un discorso che mi porterebbe lontano, ma solo osservare i ponti che l'artista ha raffigurato nei loro colori, forme ed effetti.

Per quanto i dipinti che vedete qui - ad eccezione di "Manhattan Bridge" che è successivo - siano stati realizzati nel corso di pochi anni, dal 1907 al 1913 a seguito di alcuni viaggi del pittore a Parigi, vi si possono ravvisare caratteri diversi che lasciano sensazioni del tutto differenti.
"Le Pont des Arts"
Dalla luce al colore, fino alla struttura stessa del ponte e dei suoi materiali, vi sono mutamenti notevoli. 
Troviamo ponti di pietra dal massiccio spessore e strutture in ferro più aeree e snelle che Hopper rappresenta con tratto veloce; vi sono colori chiari e forme semplici, così come costruzioni più articolate e pesanti dove l'ombra prevale sulla luce.
Si va dalla levità di alcune opere come "Le bistrot", "Pomeriggio di giugno" e "Les Pont des Arts", fino alla cupa atmosfera di "Bridge in Paris".
"Bridge in Paris"
Se infatti nelle prime è evidente un certo influsso dell'Impressionismo non tanto nel vibrare della pennellata, ma più che altro nella chiarità dei colori e nell'idea di una pittura en plein air, "Bridge in Paris" sembra invece contraddire tutto ciò e creare un ponte sotto le arcate del quale ci si addentra come nel buio arcano di un tunnel. 
Rispetto agli altri, oltre al colore e ai materiali, cambia infatti anche il punto di vista che, dal basso, ce ne offre una visuale diversa e carica di mistero.
"Bridge on the Seine"
Sono opere nelle quali, al di là delle suggestioni ricevute da Hopper nei suoi soggiorni parigini - e la capitale francese nei primi decenni del Novecento è un incrocio di fermenti culturali - domina la visione dell'artista con quel senso di solitudine e sgomento che la caratterizza.
Osserviamo, per esempio, il bellissimo "Le bistrot". Al di là delle due figurette intente a bere in un angolo, è proprio la solitudine a campeggiare nel paesaggio totalmente deserto. Colori chiari, certo, ma anche un clima di indefinita malinconia e un orizzonte quasi vuoto: la strada, il fiume, il ponte con quei quattro alberelli (cipressi?...) agitati da un vento leggero e un taglio obliquo che mi ricorda un po' i quadri di Munch nella loro inquietudine.
"Queensborough Bridge"
Un taglio in realtà fotografico che ritroviamo pressocchè in tutti i dipinti qui riportati e che riproduce in tal modo solo una parte - a volte più ampia, a volte ridotta a uno scorcio - dei vari ponti che risultano così incompleti. 
Ma del resto, un ponte è già di per sè un elemento incompleto perché la sua presenza rimanda ad altro: ad acqua che scorre sotto le sue arcate, a necessità di collegamenti e al fermento di vita sulle rive che esso unisce.
"Manhattan Bridge"
E mi pare che il taglio di tali rappresentazioni, accrescendone il senso di incompiutezza, rimandi anche in questo caso a quella "tranche de vie" - per dirla alla francese nonostante Hopper sia statunitense - che il pittore ha sempre raffigurato dipingendo, come scrivevo sopra, strade, finestre, treni e attese.

Allora, in omaggio al clima di queste opere e insieme a quanto di parigino alcuni dipinti rappresentano, oggi vi propongo un brano di un compositore francese.  
Si tratta di Erik Satie (1866 - 1925), precursore del minimalismo e iniziatore di quella che viene chiamata musica d'ambiente poichè l'atmosfera da essa creata viene considerata quasi più importante della musica stessa. 
Il genere è nuovo e avrà poi fortuna nel corso del Novecento: famosissime a questo proposito le sue "Gymnopedies" e le "Gnossiennes" inserite anche nella colonna sonora in alcuni recenti film.
Il pezzo che ho scelto è la "Gnossienne n.1 in fa minore" prima di una serie di sette composizioni per piano solo. Resta un po' un mistero l'origine di questo titolo coniato dallo stesso Satie, forse con riferimento al termine greco gnosi.  
Si tratta di una delicatissima melodia dal procedere lento e dal tono malinconico vagamente orientaleggiante, ricca di trilli e caratterizzata da una serie di contrasti tra il piano e il forte
La sua struttura è semplice, ma il tono minore, le frequenti ripetizioni del tema e alcune affascinanti dissonanze possono lasciare una percezione di smarrimento e di indefinita malinconia.

Buon ascolto!

(I dipinti di Hopper qui riportati sono tutti conservati presso il "Whitney Museum of American Art" di New York, ad eccezione di "Scompartimento C, carrozza 293" che si trova alla Collection IBM Corporation e "Queensborough Bridge" in una collezione privata) 
N.B. Se avete l'impressione che la musica non si senta, niente paura! Il brano comincia a 0,24 dall'inizio della clip video. Occorre un pochino di pazienza, ma poi questa interpretazione ci ripaga. Grazie!!!

 

mercoledì 5 giugno 2019

A piccoli passi

N.Lancret (1690 - 1743) : "Minuetto".
Nonostante ami molto la musica di Mozart insieme a quella degli autori suoi contemporanei, non ho mai nutrito una particolare predilezione per la forma del minuetto che, proprio nell'arco del Settecento, trova gli esempi più famosi.
Nato un secolo prima in Francia in ambiente popolare, è divenuto poi  ballo di corte e si è diffuso anche altrove, reso famoso da compositori quali Lully, Boccherini, Mozart, Haydn e il giovane Beethoven, mentre successivamente la sua fortuna andrà diminuendo. 
Lo troviamo quindi inserito, in un primo momento, all'interno delle varie suites barocche e più avanti nelle sonate o nelle sinfonie dell'epoca classica, sostituito poi dallo scherzo.
Il termine minuet deriva dal francese pas menu, passo minuto, e si riferisce proprio al modo di incedere a piccoli passi che caratterizza questa danza dal ritmo ternario, pacata e ricca di garbo. Graziosa e galante sono i primi aggettivi che mi vengono in mente per definirla: una danza di coppia fatta di inchini, cerimonie e riverenze, quasi una sorta di rito di corteggiamento dove però si mantengono le distanze e manca l'appassionata vivacità di altri balli. 
Una danza misurata insomma, come misurati sono i piccoli passi, ora a destra, ora a sinistra, avanti e indietro, che richiedono da parte di chi li esegue molta attenzione perché venga rispettata una perfetta sincronia.

Dicevo appunto che il minuetto non mi ha mai particolarmente attirato, forse per questo suo tono tipicamente salottiero e talora un po' lezioso al quale ho preferito spesso altri generi, o perché richiama un po' la musica d'occasione.
Tuttavia - proprio nell'arco dell'Ottocento, quando la sua fortuna va a svanire - si possono trovare esempi ricchi di notevole fascino.
È il caso del brano di oggi: il "Minuetto" dalla "Suite n.2 dell'Arlesiana" di Georges Bizet (1838 - 1875), già scritto dal compositore per l'opera "La jolie fille de Perth", e dopo la sua morte, inserito da Ernest Guiraud nelle musiche di scena di questa Suite
Si tratta di una melodia luminosa, un "Andantino quasi allegretto" dal ritmo riposante ma vivo, dal procedere sostenuto ma non troppo, e ricco di passaggi che indugiano nel sottolinearne la dolcezza. Ce lo dicono anche il diminutivo e il vezzeggiativo dei due termini con quell'allegretto attenuato dal quasi, che sottintende una vivacità smorzata e una musica soffusa di particolare grazia.

Qui è il flauto di Emmanuel Pahud a regalarci lo splendido tema del brano: un'aria di grande leggiadrìa scandita con leggerezza nelle sue successive fioriture e - dopo un intermezzo orchestrale più deciso e solenne - ripresa con nitida luminosità fino alla conclusione.
Una melodia fatta di piccoli passi rasserenanti, note talora ribattute e qualche lieve passaggio più lento a sottolinearne l'eleganza. 
E mentre qua e là risuona un'eco della mozartiana "Aria di Papageno" del primo atto del "Flauto magico", la dolcezza carezzevole del tema rispecchia invece i caratteri squisitamente romantici della musica francese dell'Ottocento.

Buon ascolto!

martedì 28 maggio 2019

Provviste per l'estate

G.De Chirico: "Piazza d'Italia" (Foto presa dal web)
No, non ho sbagliato stagione scrivendo il titolo di questo post, anche se di solito - quando si parla di provviste - siamo abituati a pensare alle necessità imposte dall'inverno con i suoi giorni dal tempo più inclemente, almeno qui da noi.
Ma non mi sto neppure riferendo al clima che - forse - ci farà indossare il golfino di lana anche durante i prossimi mesi, a giudicare dalle stranezze meteorologiche di questo maggio così inconsueto.

Parlo invece dell'estate come periodo di ferie - per chi ne può usufruire - o comunque di quella pausa, lunga o breve che sia, che tutti aspettiamo per trovare spazi di riposo e di svago o magari anche di solitudine.
Personalmente, amo la solitudine e oserei dire che talora la cerco, soprattutto quando ci mette a contatto con lo splendore della natura e con un ritmo di vita meno affannoso, capace di restituirci a noi stessi.
E tuttavia mi rendo conto che essa ha spesso due facce: può essere silenzio incantato o annoiato grigiore, pausa di serena meditazione o abisso di vuoto come quella piazza di De Chirico nella foto in alto, dove il contrasto netto tra sole e ombra sembra accentuarne l'effetto.

Indubbiamente, è una condizione che favorisce l'emergere di energie più fresche o di nuove risorse interiori - pensiamo solo a quante opere d'arte ha prodotto! - ma talora può anche immergerci in una palude di tristezza o di rammarico. E se spesso è occasione per rivedere il nostro vissuto sollecitando in noi desideri e sogni, a volte sottolinea assenze e rischia di disorientare. 
Non è sempre facile scandagliare il magma che ci portiamo dentro, ma se in certi momenti ciò fa emergere in noi spaccature e sofferenze feconde perchè andranno poi a tradursi in vita, in altri capita che si resti lì, ripiegati in se stessi o apparentemente isteriliti in un senso di frustrazione che la solitudine spesso amplifica in un'onda sempre più larga.

Allora occorrono provviste anche per l'estate: legna per il fuoco e cibo per l'anima perchè chi prevede giorni di un cammino impervio come un sentiero di montagna abbia almeno scarponi, piccozza e borraccia, insomma un buon equipaggiamento. 
E che cosa meglio di libri e musica? Compagni di strada che si affiancano a noi,  pronti a sostenerci, a corroborarci come una buona grappa alpina, dissipando nebbie e restituendoci sogni, prospettive e sorriso. 
Del resto, senza andare troppo in là, penso che tutti noi, in previsione di un periodo di vacanza, facciamo provvista di letture e musiche scelte con cura cui affidare i nostri giorni di ferie, o talora anche per contrastare ombre e pensieri che certe pause possono favorire.

Bene. Allora, nello zaino di chi si appresta ad affrontare un periodo un po' così...oggi mi permetto di suggerire un brano che amo molto.
Torno a Bach naturalmente, un Bach che ci sa regalare fondamenta e contrafforti a prova di terremoti interiori e che nel pezzo che segue costruisce un'architettura articolata, grandiosa e complessa. 
Si tratta dell' "Ouverture" della "Suite per orchestra n.1 BWV 1066", che ci regala uno spazio sonoro solenne e disteso, sottolineato dalla luminosa e assertiva tonalità di Do maggiore. Un brano tripartito, costruito da due parti lente e maestose, intervallate da una fuga di straordinaria leggerezza che anticipa con la sua vivacità i successivi movimenti di danza.
Una pezzo brillante che, se può ricordare il lusso e la spensieratezza delle feste di corte come è stato rilevato da alcuni musicologi, non per questo è privo di quella profondità e dello splendore creativo tipicamente bachiano.
Una musica che lascia una percezione di gioiosa apertura e vibrante energia, capace di regalarci il necessario equipaggiamento interiore per trasformare ogni eventuale solitudine in una dimensione incantata.

Buon ascolto!

lunedì 20 maggio 2019

Altre stagioni

(Foto presa dal web)
Attraversavo martedì scorso la mia pianura della quale conosco palmo a palmo angoli e vedute, e a un tratto sono stata colpita da un panorama inconsueto.
Procedendo verso nord, in fondo alla  campagna aperta, percorsa dal vento freddo di questi giorni, vedevo all'orizzonte lo spettacolo delle Prealpi bianche per le recenti nevicate.
Ma al tempo stesso, in primo piano avevo ciuffi rossi di papaveri che, disseminati tra il verde dei campi e sul ciglio della strada, da certe angolature andavano a stagliarsi proprio contro le lontane cime innevate. 
Papaveri e neve: è stato questo l'anacronistico panorama che, pur nella sua bellezza, mi ha lasciato una sensazione straniante.

C'è spesso un modo in cui ci appaiono le cose - i fiori, il cielo, la campagna, il paesaggio intorno a noi - che ce le rende familiari, una sorta di abitudine che le fa diventare cornice rassicurante del nostro cammino, perchè in essa ci ritroviamo ravvisando i consueti tratti della nostra vita.
Ma quei papaveri stagliati contro le montagne innevate, giorni fa, per un attimo mi hanno dato un senso di straniamento come se l'immagine, accrescendo la sfasatura cronologica di questo clima invernale a maggio, non appartenesse più a una sequenza di fenomeni conosciuti a cui riandare, ma fosse segno o presagio di un tempo nuovo. 
Un tempo in cui inoltrarsi con vaga inquietudine, quasi nel succedersi dei vari mutamenti climatici avessimo la percezione di un ignoto che sgomenta, di una dimensione esistenziale che si dilata oltre i confini entro i quali siamo soliti riconoscerci e sulla quale - più che mai - non abbiamo il controllo.
Certo, è un fatto di cui abbiamo già consapevolezza: siamo piccoli e abitiamo uno spazio infinito dai contorni sfrangiati. Ma talora basta un'immagine, una particolare inquadratura di paesaggio a darcene - come in un flash improvviso - una percezione più viva e insieme ambigua che, se da un lato va ad acuire un senso di incertezza esistenziale, dall'altro apre forse squarci verso il nuovo.

È proprio sull'onda di tali sensazioni che oggi desidero tornare a Max Richter con un brano dalla sua ricomposizione delle "Quattro stagioni" di Vivaldi: lavoro senza dubbio interessante anche se azzardato, dove l'artista, nel suo approccio ai celebri concerti, tenta di fondere ambient music ed elettronica con lo stile vivaldiano.
"Riscriverli - ha affermato Richter - è stato come guidare attraverso un meraviglioso paesaggio conosciuto usando una strada alternativa per apprezzarlo di nuovo come la prima volta".
Il risultato a cui approda - almeno nel brano che vi propongo qui - delinea un paesaggio sonoro e ci immerge in un clima musicale ben lontani dall'atmosfera e dal gusto barocco. Tuttavia, la sua lettura dei testi vivaldiani, fatta con sensibilità e strumenti nuovi, ha il pregio di sviscerarne ogni risorsa espressiva creando affascinanti suggestioni.

Dell'opera ho scelto un pezzo molto breve: il secondo movimento, "Adagio", dell'"Estate" - "Concerto n.2 in sol minore RV315" - del quale ho riportato anche la versione originale.
Qui, se Vivaldi ci fa sentire la cupa calma che precede il temporale alternata all'eco lontana del tuono che si avvicina, Richter, dando al brano una ritmica cadenzata e dilatando ulteriormente la voce degli archi, ne fa scaturire un canto ancor più angoscioso. Certo, anche Vivaldi esprime un senso d'intensa malinconia, ma è come se la sua musica sapesse dare un nome alle cose, mentre Richter le coglie in quella dimensione originaria e straniante in cui non hanno ancora identità, o almeno così a me pare. 
Se infatti il compositore veneziano articola il pezzo secondo una squisita armonia descrittiva riferendosi ai versi del sonetto corrispondente, Richter tratteggia invece un paesaggio in cui ogni definizione resta incerta, portandoci ai margini di uno spazio sconfinato che è altra cosa rispetto alla creazione vivaldiana. 
E sembra aprire squarci di un mondo sconosciuto, delineando nuove stagioni dentro e fuori di noi.

Buon ascolto!

domenica 12 maggio 2019

Piccole cose intorno a noi

(Foto presa dal web)
Devo dire grazie, ancora una volta, a un mio compagno di liceo - lo stesso che, tempo fa, mi ha dato l'idea di un post su Prokofiev - per la simpatica vignetta qui a lato che ho trovato la scorsa settimana sulla sua pagina Facebook.
Come vedete, rappresenta un compositore che prende ispirazione da ciò che osserva dalla finestra, traducendo in note la posizione delle rondini - o almeno faccio finta che lo siano - appollaiate sui fili della luce come su di un pentagramma.
Un' immagine che mi lascia una sensazione leggera e ariosa, svagata e fresca: la colgo nell' espressione incantata, naso all'insù, del musicista; ma anche in quei fogli sparsi a terra, quasi che la sua attenzione sia tutta presa da ciò che il disegno degli uccelli sui fili gli detta dentro e null'altro al mondo conti di più.

Già, potenza dell' ispirazione! Se essa ti anima, tutta la realtà diventa un pentagramma dal quale attingere linfa, e sul quale trasferire le sconfinate passioni che abitano il cuore dell'uomo. 
Così l'amore, il dolore, il sogno, il desiderio, il cielo, le stagioni e mille altre dimensioni dell'esistenza, sono diventate nel tempo la fonte da cui i musicisti hanno preso spunto per creare in note straordinari universi di poesia.
Ma oltre a questi, molteplici sono stati gli aspetti della quotidianità - talora minimi dettagli della vita che ci scorre accanto - che essi si sono soffermati a descrivere o che hanno trasfigurato nelle loro creazioni.

E proprio perchè l'ispirazione può nascere anche da piccole cose intorno a noi, oggi vi propongo un brano di Giovanni Allevi, forse non tra i più conosciuti dal grande pubblico ma, nel suo genere, una vera chicca che - a mio modesto avviso - merita di non restare in secondo piano.
Si tratta de "L' ape e il fiore", dal cd "13 dita", primo album del compositore uscito nel 1997: è infatti un delizioso pezzo per piano solo che ha tutta la freschezza di un'invenzione giovanile e che, se nel titolo può ricordare il celebre "Volo del calabrone" di Rimsky-Korsakov, nella ritmica di certi passaggi mi pare invece più vicino a Scott Joplin.
Il brano si snoda in un andirivieni di velocissime scale, trilli e dissonanze in cui sembra che Allevi si sia divertito a giocare con la tastiera o che abbia voluto dare sfogo alla parte ribelle e funambolica della sua personalità musicale.  
Non per niente, ascoltandolo, mi sono venuti in mente i versi di Aldo Palazzeschi in un testo altrettanto funambolico e trasgressivo:
"Il poeta si diverte pazzamente / smisuratamente! / Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire..."

Divertimento, sì! "L'ape e il fiore" alterna passaggi netti e fortemente scanditi, spesso giocosi e ammiccanti, ad altri più morbidi e leggeri, per poi arrivare al finale con una serie di accordi dissonanti che sembrano proprio il divertimento scatenato di un pianista in vena di follìa. Un pezzo di bravura dove le note garriscono come aquiloni al vento e che immagino difficilissimo da eseguire.

Una musica certo lontana dalla vena intima e meditativa di altri brani del compositore - da "Carta e penna" sempre in "13 dita", fino all' "Adagio" del più recente "Piano Concerto N.1" dal doppio cd "Equilibrium" - eppure straordinaria per leggerezza e capacità descrittiva. 
La sua costruzione, infatti, non è casuale nè improvvisata, perchè Allevi vi riproduce il volo dell'ape attorno al fiore con un moto prima lento e quasi a scatti, poi più fluido e infine vorticoso, simile a un corteggiamento che va facendosi gradatamente più serrato. 
Una capacità descrittiva attenta, ma a dire il vero anche frutto di fantasia perchè, nella ripresa finale, dove le note fioriscono in una rincorsa sempre più spensierata e veloce, lo sguardo del compositore - e qui sta il bello! - sembra quello di un creatore di cartoni animati o di un bambino.
Ed è una fantasia che ci rapisce sull'onda di un indomabile desiderio di libertà!

Buon ascolto!

domenica 5 maggio 2019

Nel segno di Virginia

(Foto presa dal web)
È andato in onda sere fa su Rai 5 "Woolf Works", balletto con coreografie di Wayne McGregor e musiche di Max Richter, ispirato alla vicenda umana e letteraria di Virginia Woolf, colta attraverso riferimenti ad alcuni suoi romanzi insieme a stralci di lettere e saggi.
Nella rappresentazione - che, nei tre atti in cui si snoda, prende spunto rispettivamente da "La signora Dalloway", "Orlando" e "Le onde" - rivivono infatti i personaggi creati dalla scrittrice che va identificandosi di volta in volta con essi, in un affascinante intreccio reso con rara intensità dalla protagonista Alessandra Ferri.
Il balletto - che tra l'altro ha debuttato alla Scala proprio lo scorso aprile - era stato messo in scena per la prima volta nel 2015 dalla compagnia della Royal Opera House di Londra, ma Rai 5 ne ha trasmesso la versione per grande schermo data nel 2017 al Covent Garden.

Affascinante è dir poco per definire la grazia interpretativa di Alessandra Ferri nel far rivivere Virginia nei tratti intimi e drammatici, fragili e al tempo stesso forti della sua personalità. Il suo è un corpo che si fa emozione, attraverso movenze misurate ma ricche d'intensa espressività, dove il gesto diventa mirabilmente specchio di un mondo interiore.
Accanto alla protagonista, a costruire lo spettacolo, le splendide coreografie di Wayne McGregor che fondono danza classica e contemporanea in una suggestiva sperimentazione, così come sperimentale - a suo tempo - era stato il lavoro della scrittrice. 
Della Woolf il coreografo ha affermato infatti:
"Amava la danza e la musica. Voleva scrivere come se stesse scrivendo musica e coreografando danza. Ho pensato che sarebbe stato meraviglioso provarlo e reinterpretarlo, e tradurre in qualche modo i suoi romanzi per la scena".
Una sorta di sinestesia quindi, tra suono, immagine, scrittura e gesto: non un semplice racconto, ma un dialogo tra diverse forme artistiche che si traduce in un flusso di coscienza emozionale ed evocativo, in un vissuto che arriva immediato al cuore del pubblico.

Ma è poi la musica di Max Richter a dare a tale vissuto una sostanza con la quale la danza si fonde in perfetta simbiosi.
Nato nel 1966 in Germania ma naturalizzato inglese, figura emergente nel panorama odierno dei compositori, Richter muove da una formazione classica indirizzandosi prima verso il minimalismo e successivamente verso forme di sperimentazione tese talora a rivedere il passato in chiave contemporanea.
Lo dimostra la sua rilettura de "Le quattro stagioni" di Vivaldi alla luce di ritmi della nostra epoca. 
Un amore per la musica barocca che riaffiora anche nel secondo atto del balletto "Woolf Works", dove quello che viene ripreso in vari pezzi e rielaborato nei modi più disparati è l'antico e celebre tema della Follia.
Ne riporto un esempio nella prima clip audio - tratta dall'album "Tree Worlds: Music from Woolf Works" - col brano "Genesis of Poetry" dove il tema, al di là degli effetti speciali, è chiaramente riconoscibile nell'essenza dell' impianto armonico e dall'aria scandita dallo xilofono.

Sempre parte dello stesso cd è il pezzo della seconda clip, intitolato "In the Garden" e ispirato al romanzo "La signora Dalloway"
Anche qui la musica, se pure ci immerge in un clima molto diverso dal precedente, ci riconduce ugualmente a un passato che - all'esordire del tema a 1.00 dall'inizio, ma non solo - può richiamare qualche battuta del "Canone" di Pachebel. Un barocco che si coniuga col gusto minimalista della ripetizione soprattutto nell'accompagnamento di fondo sempre uguale a se stesso, e con lontani echi della musica di Philip Glass che - proprio in riferimento alla scrittrice - ha realizzato nel 2002 la colonna sonora del film "The Hours".
Ma nel suo addentrarsi nella figura di Virginia Woolf - e insieme nel personaggio di Clarissa Dalloway - Richter a mio avviso va oltre il minimalismo, costruendo atmosfere evanescenti, talora quasi oniriche, e piegando la ritmica alle esigenze di una danza di grande fluidità e struggente lirismo.  
E il canto del violino, progressivamente più intenso e sofferto, va poi sciogliendosi in una lieve e sorridente armonia intrisa di una dolcezza che non si finirebbe mai di gustare.

Buon ascolto!

domenica 28 aprile 2019

Grazie, Amicus...

Raffaello: "Scuola di Atene" (part.) - Musei Vaticani
Il post di oggi è dedicato al carissimo "Amicusplato", autore del blog "La verità vi farà liberi" che vi invito a visitare qui.
Vi troverete articoli che spaziano dalla filosofia alla teologia, dalla storia all'attualità e poi alla musica, tanta splendida musica condivisa con grande passione e competenza.
Ma vi sono anche numerose poesie: simpaticissime strofe con rime talora scherzose che rivelano in lui abilità di letterato, insieme a una verve frizzante e ironica, un modo tutto suo di essere controcorrente, nella ricerca di quella verità che risuona anche nel titolo del suo blog.
  
Insomma, una cultura poliedrica quella del nostro Amicus, e una personalità della quale ho sempre colto il rigore, ma anche apprezzato l'apertura insieme all'attitudine vivace del suo carattere, da buon aretino qual era.
Sì...era, perchè purtroppo se n'è andato non molti giorni fa - la Domenica delle Palme - lasciando un gran vuoto nel cuore di chi l'ha conosciuto anche solo dietro lo schermo di un computer, com'è accaduto a me.

È stato il primo a entrare nel mio blog nel lontano 2010, e dalle sue parole mi è arrivato spesso un incoraggiamento del quale gli sono molto grata.
Per quanto commentasse un po' saltuariamente - da ultimo con lunghi periodi di pausa - e nonostante non ci siamo mai incontrati, nel tempo era nato un rapporto di grande stima reciproca.
Finissimo musicologo e in particolare esperto di polifonia per aver fatto parte di una prestigiosa corale, Antonio - questo il suo nome dietro il nickname Amicusplato - aveva sull'argomento competenze da vero maestro e confesso che a volte, soprattutto i primi tempi, mi sentivo un po' in soggezione nel timore che, davanti a certi miei post, mi bacchettasse! Una soggezione tramutatasi poi in profonda stima per una persona che è divenuta per me un riferimento.
Oggi, insieme alla gratitudine per quanto ho ricevuto dalla sua ricchezza umana e culturale, avverto il vuoto della sua assenza. Mentre cercavo la musica per il post di Pasqua, mi veniva spontaneo immaginare cosa avrebbe pensato della scelta del brano, dell'interpretazione e via dicendo...Mi manca il riferimento dei suoi commenti sempre pieni di garbo e insieme il conforto di quella sotterranea sintonia che la musica sa creare tra chi la condivide.

Ma proprio in nome di tale sintonia - oltre alla foto in alto che ricalca la sua icona di blogger - so con lampante chiarezza quale brano dedicargli.
Si tratta del "Cum Sancto Spiritu" dal "Gloria" della "Grande Messa in do minore K.427" di Mozart, straordinario pezzo polifonico, movimentato e gioioso, che in qualche modo può rispecchiare la costante ricerca di bellezza del nostro Amicus.
Lo avevo riascoltato a lungo nei giorni scorsi incuriosita da un particolare. 
Mi sono accorta infatti che il brano ha una struttura fugata che lo accomuna ad altri pezzi simili sia di Mozart che di altri autori: dal "Cum Sancto Spiritu" della "Waisenhausmesse K.139", della "Missa longa K.262" e della K.66 sempre mozartiane, a quello del "Gloria" di Vivaldi e della "Petite Messe Solennelle" di Rossini, solo per citare alcuni esempi famosi. 
Così, mi sono chiesta il motivo di tale coincidenza: perchè sempre una fuga nel "Cum Sancto Spiritu" ? Ragioni musicali o altro?

Indubbiamente, i vari autori avranno sentito la necessità di concludere il "Gloria" in modo grandioso e niente di meglio che una complessa architettura contrappuntistica. Ma mi piace pensare anche a motivazioni che vadano oltre, legando la costruzione musicale al significato del testo.
Se infatti, da un lato, il richiamo allo Spirito Santo ricorda il cap.3 del Vangelo di Giovanni - dove la sua azione è paragonata a un vento che soffia dove vuole - dall'altro, mi pare che possano essere proprio gli elementi del contrappunto a dare di tutto ciò un'espressione davvero efficace. 
Lo Spirito è presenza che appare e riappare, qui e poi là, libera, sorprendente, vivificante e in costante movimento; e così pure è una fuga, nel suo coniugare lo stesso tema in differenti tonalità e voci che s'inseguono, con sviluppi sempre animati e nuovi, proprio come un vento che soffia dove vuole.

Dedico allora al nostro Amicusplato queste mirabili note mozartiane, e lo faccio anche per un altro motivo, legato a una notizia della quale sono venuta a conoscenza solo dopo la sua morte. 
Il blogger Antonio era, in realtà, "Don Antonio": parroco nella diocesi di Arezzo, eminente studioso, insegnante e storico, scomparso alla soglia dei 50 anni di sacerdozio che avrebbe festeggiato tra poco, se la malattia gliene avesse lasciato il tempo.
Sono dati che ne arricchiscono la figura spirituale e al tempo stesso ne disegnano l'apertura verso un mondo di cui - nel suo blog - aveva sempre stigmatizzato ciò che è vanità o, peggio ancora, barbarie, ma insieme accolto e celebrato con gioia tutti quegli aspetti che rendono bella la vita.
Per questo sono certa che, dall'Alto, ci seguirà con occhio vigile facendo il tifo per noi che restiamo.

Buon ascolto!

 

domenica 21 aprile 2019

Buona Pasqua !!!

















Anonimo bizantino (1315 ca.) : "Cristo risorto libera dagli inferi Adamo ed Eva" - Chiesa di San Salvatore di Chora - Istanbul.

 

Anonimo del XVIII sec. : "Alleluia, Behold the Bridegroom", inno della liturgia pasquale russa.

venerdì 19 aprile 2019

Venerdì Santo





















Cattedrale di "Notre-Dame" - Parigi, 15 aprile 2019.


 

Rihards Dubra (n.1964) : "O Crux, ave".

domenica 14 aprile 2019

Il genio di Mozart

Mozart : pagina autografa del "Dies irae" (foto presa dal web)
Non servono tante parole per il post di oggi, perchè le immagini, insieme alla musica, sono già molto eloquenti.
La Musica - e qui mi viene naturale usare la maiuscola - è quella di Mozart nel "Confutatis maledictis..." tratto dal "Requiem" K.626, mentre le immagini sono prese dal celebre film di Milos Forman: "Amadeus".

Da tempo avevo recuperato su youtube la sequenza nella quale il compositore - in punto di morte - detta a Salieri proprio quei versetti del "Dies irae": una scena d'intensa commozione che ho rivisto in questi ultimi giorni e non ho resistito al desiderio di condividere qui.
Al di là delle critiche mosse a suo tempo alla pellicola per l'inattendibilità della ricostruzione storica, a cominciare dalla presunta invidia di Salieri verso Mozart su cui tutta la vicenda è incentrata, la sequenza resta a mio avviso toccante. 
Dei due protagonisti, infatti, emergono differenze che le immagini ci aiutano a cogliere attraverso un racconto fatto di dettagli e sfumature.
Da un lato l'affermato ma un po' mediocre compositore di corte, prima quasi disorientato di fronte al talento di Mozart e poi sempre più sorpreso e convinto; dall'altro il giovane dalla vita sregolata e tuttavia - cosa forse per Salieri inconcepibile - toccato dal genio.
Aspetti diversi della loro umanità che emergono anche quando è Mozart ad aprire un discorso sul destino ultraterreno, come se il passo dal piano della musica a quello umano, dal testo del "Dies irae" agli interrogativi su di un giudizio dopo la morte fosse - in fondo - naturale, mentre l'altro sembra restarne un po' turbato e sviare l'argomento.

Ma straordinario è per me il modo in cui la fantasia del regista ci restituisce poi la costruzione del "Confutatis" nelle sue quattro voci, mentre affiora dal talento mozartiano con lampante e inarrivabile chiarezza.
E se scrivere un brano nella sua articolazione orchestrale e corale è lavoro che ogni buon musicista sa fare, il genio di Mozart si rivela qui in un sentire sorprendente e nitidissimo. Egli attinge infatti ad un'armonia sublime che ha già nella mente sia nella totalità della sua struttura polifonica che nelle singole parti, e che traduce in note ancor prima di vederle snodarsi in una partitura: miracolo creativo cui Salieri assiste da spettatore sempre più stupito.

Proprio di tale miracolo la regia consente anche a noi di cogliere la gioia e l'affanno, nella lucidità del compositore a disporre voci, tempi e orchestrazione, ma anche nel suo struggente e inesausto contemplare lo splendore della Musica: dal potente ostinato del "Confutatis", ai sottovoce e pianissimo del "Voca me cum benedictis" che qui - davvero - si fa preghiera.

Buona visione e buon ascolto!