Fa un caldo esagerato, lo sappiamo tutti e non occorre ribadirlo.
Ma se penso al clima degli anni passati, insieme a considerazioni strettamente meteorologiche mi affiora anche il ricordo di ciò che le temperature di una volta consentivano di fare. Parlo di altre estati in cui i pomeriggi non erano momenti da passare - diciamo così - agli
arresti domiciliari per sfuggire all'afa, ma ore in cui si poteva stare
all'aria aperta su di un sentiero, un prato o in una radura ombrosa a leggere,
dormire o contemplare il paesaggio. Si godeva così di quella calma che concilia il riposo, allarga il respiro e aiuta a cogliere le tante meraviglie che la natura ci offre.
Proprio in questa dimensione un po' nostalgica, mi è tornata in mente una poesia di Giovanni Pascoli (1855 - 1912) letta tante volte a scuola e che, nella brevità di sole due strofe, riesce a immergere il lettore nel cuore di un paesaggio d'incantata solitudine e di silenzio. Eccola:
Dall'argine
"Posa il meriggio su la prateria.
Non ala orma ombra nell’azzurro e verde.
Un fumo al sole biancica; via via
fila e si perde.
Ho nell’orecchio un turbinìo di squilli,
forse campani di lontana mandra;
e, tra l’azzurro penduli, gli strilli
della calandra."
Nel testo, tratto dalla raccolta Mirycae del 1891, notiamo subito il punto di vista del poeta che contempla la campagna da un argine, cogliendo prima ciò che vede e poi ciò che sente con un liguaggio che, se per certi versi può sembrare semplice, in realtà è raffinatissimo.
È il verbo iniziale "Posa" - di cui soggetto è "il meriggio" - a comunicarci la sensazione di calma e di
silenzio dei momenti in cui ogni attività cessa e tutto resta fermo,
immobile. Immaginiamo che sia un giorno d'estate o di primavera
inoltrata, in quelle ore pigre di un primo pomeriggio assolato che talora
conciliano il sonno: sembra infatti che il Pascoli descriva il
paesaggio da ciò che vede a fior di ciglia, socchiudendo gli occhi mentre riposa.
E che cosa vede? Un prato verde, uno spazio immoto e silenzioso in cui nulla turba la quiete dell'ora, e dove quel filo
di fumo descritto in gradazione decrescente - unico dettaglio in movimento che biancheggia, si assottiglia e
svanisce nell'aria - in realtà non fa che sottolineare l'immobilità circostante.
Ma una gradazione simile, a sottolineare la solitudine del luogo, è anche nel verso precedente: "Non ala orma ombra nell'azzurro e verde". Si va infatti dall'ala che è parte visibile di un corpo, all'orma che è ciò che resta del suo passaggio e poi all'ombra
che, rispetto all'orma che si imprime nel terreno, è un riflesso lieve e impalpabile. Inoltre, il Pascoli usa in questo verso quello stile nominale per cui il verbo è sottinteso e restano in evidenza i soggetti. Non una descrizione teorica, quindi, ma pennellate impressionistiche con cui mira a ricreare la scena perchè il lettore se ne senta parte.
All'interno di essa ci sono poi colori ricchi di freschezza - dal verde del prato all'azzurro del cielo e al bianco del sottile filo di fumo - che illuminano il paesaggio. Non avvertiamo infatti quel senso di vuoto talora dato dalla solitudine, ma solo il magico incanto della natura, simile a quello dei fiori di alta montagna che offrono la loro bellezza anche dove nessuno li vede.
La seconda strofa è incentrata invece sui suoni: prima lontani e confusi, poi più vicini e netti. Qui entra in gioco il poeta come soggetto e davvero possiamo immaginarlo disteso sul prato a registrare ogni minima percezione. Sente infatti riecheggiare in sè il suono dei campanacci di una mandria già passata (Ho nell'orecchio): un insieme di suoni confusi e in movimento (turbinìo) della cui identificazione tuttavia non è sicuro (forse) e che vengono da una certa distanza (lontana). Una percezione indeterminata quindi, resa con il consueto linguaggio ricco di sfumature.
Ma a tale sensazione indefinita si contrappongono netti i versi acuti della calandra sospesi nel cielo quasi a sovrastare il poeta. Se prima l'intensità degli squilli risultava attenuata dal termine turbinìo e dal forse, ora gli strilli con la loro carica onomatopeica sembrano riecheggiare più improvvisi e vicini.
Raffinatezze di linguaggio che non si possono disgiungere dal ritmo con cui sono costruite le due strofe, composte ciascuna da tre endecasillabi e un quinario che, con la sua brevità e il suo andamento piano, sembra ricondurci a una dimensione di profonda quiete.
E parlando di quiete, torno ancora una volta a Mozart col secondo movimento, Adagio, dal "Concerto n.3 in Sol Maggiore per violino e orchestra K.216". Hanno sempre un grande fascino gli Adagi mozartiani - sia che li troviamo in un brano orchestrale che in una sonata per pianoforte - perchè c'è in essi un incanto che il compositore coniuga in una molteplicità di sfumature sottolineandone ora la serenità, ora la malinconia, ora la dimensione sognante, ora la profonda pace.
Direi che sono i due ultimi aspetti a caratterizzare questo brano, affascinante per la sua purezza espressiva dovuta anche alla sostituzione degli oboi con i flauti nell'organico orchestrale. Ne deriva un pezzo luminoso e pacato come un tranquillo pomeriggio d'estate, una melodia nata dal magico genio del compositore che ha scritto il Concerto K.216 - insieme agli ancor più celebri K.218 e K. 219 - a soli diciannove anni!
Buon ascolto!
(La foto è presa dal web)









