martedì 20 febbraio 2018

Un orologio in la minore

Quando a fine giornata spengo il computer, a volte, invece di andarmene subito, mi capita di indugiare ancora per qualche momento.
Clicco "arresta il sistema" e, mentre la procedura di spegnimento fa il suo corso, resto lì come sospesa. 
Lo schermo si svuota delle icone e per un attimo rimane solo la foto di sfondo col paesaggio della mia Valnontey ormai libero, come se dalla scrivania potessi percorrerne il sentiero innevato e avventurarmi in un sogno. Poi sparisce.
Ma per qualche istante quell'ordine - "arresta il sistema" - mi resta dentro come un comando che può significare tutto e il contrario di tutto: una tentazione, un delirio, una follia, un momento di totale assenza, un vuoto di fronte al quale, per un attimo, può mancare il respiro.

Arresta il sistema: alzati, esci, torna indietro, ribellati al corso del tempo.
Arresta il sistema e - come Faust - ferma l'attimo fuggente, afferralo e prolungane all'infinito il corso, la vita, la suggestione, il sapore, la bellezza, quasi in esso potessi addentrarti, avvolgerti nel suo profondo e restare lì, in una tana calda e rassicurante.
Arresta il sistema e ritrova il passato, quasi fosse inciso su di un nastro magnetico intorno alla terra e lo potessi liberamente srotolare per andare danzando coi volti di chi hai amato o ripercorrere i giorni che ti hanno dato luce e consapevolezza di te.
Arresta il sistema e fermati: lasciati raggiungere dalla tua anima e allarga lo sguardo a cogliere del mondo la visione d'insieme, come in certe notti d'estate quando la pianura dall'alto è un palpitare di luci e ogni luce una vita, ogni vita una storia. Ascoltane il cuore, il battito segreto, il palpito, l'incanto così come il grido. E modulane il ritmo sull'onda della musica.

La musica, appunto. Ho avuto qualche incertezza nel cercare le note giuste da accordare a queste mie sensazioni in libertà. Poi una sera, mentre stentavo ad addormentarmi, da quel magma indistinto di pensieri che precedono il sonno, all'improvviso è affiorato un brano e ho sentito subito che non poteva essere che quello.
S'intitola "L' orologio degli dei", dal cd "Joy" di Giovanni Allevi.
Si tratta di un pezzo non recente e dal titolo in apparenza un po' enigmatico, ma che il compositore ascolano ha spiegato alludendo alla prima pulsazione cardiaca che, come una scintilla divina, dà origine alla vita. È quindi il cuore quell' orologio che Allevi ci invita ad ascoltare e del quale sembra voler riprodurre in note il battito.
Costruisce infatti una frase musicale, una piccola cellula ritmica e melodica che si ripete a lungo per tutto il corso del brano: prima sempre uguale a se stessa, poi coniugata in differenti modi quasi fosse un tema con variazioni, movimentata e al tempo stesso ferma. Movimentata per la sua pulsazione ora tranquilla, ora più accesa, ora nettamente scandita o pervasa da un'ansia tormentosa. Ma insieme ferma attorno a una nota di fondo che risuona spesso - un la minore se non erro - come attorno a un originario nucleo di vita, quasi la vita stessa avesse un suono. 
Una pulsazione simile a quella di un cuore che rallenta e poi accelera il battito: in alcuni passaggi dissonante e tempestoso come un orologio impazzito, altrove armonioso e dolcissimo.

Un battito che scandisce un tempo fisico ma soprattutto interiore, simile a una storia raccontata in note che attraversa e fa suoi tutti i colori della musica e insieme tutte le percezioni e le voci dell'anima.
Un brano per fermarsi e dare spazio proprio a queste voci.

Buon ascolto!

martedì 13 febbraio 2018

La neve e le primule

(foto presa dal web)
Sono recentissime le foto che ci mostrano la gran quantità di neve venuta quest'anno e forse ancora prossima a cadere, soprattutto in montagna.
Ma già le primule occhieggiano in qualche giardino e dai banchi del mercato. 
Lo notavo nei giorni scorsi e mi colpiva - oltre allo scorrere del tempo - la coesistenza di stagioni così diverse che nascono, in fondo, l'una dal cuore dell'altra.

Le primule infatti, luminoso presagio di rinascita, fioriscono già nel pieno dell'inverno e ne illuminano il grigiore, inducendo a pensare che l'aridità dei mesi più freddi sia in fondo solo apparente, se cova nel segreto i germogli del futuro. È graduale il passaggio tra il vecchio e il nuovo, e se la primavera riserva poi sempre qualche giornata di gelo, resta vero tuttavia che il suo incanto nasce da lontano, col profumo del calicanthus ancora in gennaio, i primi timidi bucaneve e infine le mie primule. 
Sono tempi che s'intrecciano sia nella natura che nella storia e nella vita di ciascuno. "Sotto la neve pane..." recita un antico proverbio a significare che la neve protegge e custodisce il seme favorendo così un buon raccolto e - come suggeriscono le primule con la loro vivacità - anche sotto il gelo di certi periodi della nostra esistenza, si prepara un pane inaspettato per gli occhi e per il cuore. Almeno così voglio credere.

Per questo, oggi mi piace pubblicare un brano che annunzia già la primavera.
Sappiamo tutti quanto lo splendore della natura nei vari momenti dell'anno sia stato ampiamente celebrato in musica: dalle famosissime "Quattro stagioni" di Vivaldi all'oratorio "Le stagioni" di Haydn, ai pezzi di Tchaikovsky sui dodici mesi. Ma non mancano composizioni dedicate specificamente alla primavera: dalla Sinfonia n.1 di Schumann alla Sonata n.5 per violino e pianoforte di Beethoven, fino alle creazioni di Grieg e di Strawinsky.
E proprio seguendo l'onda di queste musiche, oggi celebriamo l'ingresso nel blog di un nuovo autore.

Si tratta del norvegese Christian Sinding (1856 - 1941) col suo brano forse più conosciuto: "Mormorio di primavera op.32 n.3" per pianoforte solo, qui interpretato dal talento di Valentina Lisitsa.
Il pezzo è costruito su di una cascata di arpeggi, quasi a imitazione delle acque di un ruscello dopo il disgelo. Delicato all'inizio - appunto un mormorio, un suono lieve come un dolce, furtivo presagio - si fa poi sempre più irruente e impetuoso, simile a un torrente ricco di acque.
È una primavera che si annunzia timida recando in sè qualche sfumatura di malinconia, ma che va poi progressivamente aprendosi con i suoi colori vivaci e la sua luminosità. Sono note che riflettono l'altalena di contrasti tipica di questa stagione sia fuori che dentro di noi e - attraverso gli arpeggi - sembrano cercare ansiosamente la luce fino a quando essa non trionfa in pieno in una tumultuosa esplosione di vita. 
Un brano caratterizzato da una limpida freschezza che il tocco deciso, ma insieme morbido ed elegante della Lisitsa ci aiuta a cogliere. 
E mi sembra significativo che a comporlo sia stato un musicista norvegese, che ha avuto negli occhi e nel cuore la suggestione dei paesaggi nordici, la meraviglia dell'acqua che riprende a scorrere e dei prati che rifioriscono dopo il lungo inverno carico di neve.

Buon ascolto!

martedì 6 febbraio 2018

"Fra Martino"

A ispirarmi il post di oggi è stato il commento di qualche giorno fa dell'amica blogger Adriana Pitacco del sito natipervivereblog.com, che qui ringrazio di cuore.
Riportando la propria esperienza di insegnante oltre che di appassionata di musica, osservava quanto sia bello lavorare a scuola con i bambini sottolineando il fatto che, in una classe, ogni piccolo è chiamato a fare la propria parte esattamente come la singola voce in un coro o uno strumento all'interno di un' orchestra.

Tutto questo mi è piaciuto molto, così ho deciso di pubblicare un video che avevo adocchiato da giorni e che, ancora una volta, ha per protagonisti dei bambini. Sono sempre i giovanissimi componenti del Coro della Cattedrale di Berlino ("Staats und Domchor Berlin") che abbiamo ascoltato poco tempo fa nel  "Tollite hostias". Ma se il pezzo di Saint-Saëns è famoso, il brano di oggi certamente lo è ancora di più.
Si tratta di "Fra Martino", proprio il popolarissimo "Fra Martino campanaro" che grandi e piccini hanno cantato almeno una volta in vita loro: una canzoncina semplice, certo, ma in realtà un ottimo punto di partenza per imparare il canto corale. Si presta infatti ad essere eseguito a canone, composizione nella quale una frase musicale viene ripetuta nella stessa tonalità da sezioni diverse del coro che si sovrappongono a una certa distanza l'una dall'altra. Inizia un primo gruppo con "Fra martino" e, "campanaro" o a "dormi tu", se ne sovrappone un altro e via di seguito. 
Si va così a costruire quell'architettura senza fine che tutti ben conosciamo.

Ma chi ha scritto la musica di questa canzoncina???
Per trovarne l'autore dobbiamo tornare indietro al periodo barocco e - secondo l'attribuzione della musicologa Sylvie Boissou - arrivare nientemeno che a Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764).
L'originale del nostro "Fra Martino" era quindi "Frère Jacques" e come si sia trasformato per noi in Martino francamente non so, ma suppongo sia stato per esigenze squisitamente metriche soprattutto in relazione agli accenti. Giacomo - traduzione di Jacques - è infatti un nome sdrucciolo ma, per rispettare il ritmo, occorreva una parola piana e con Martino le cose tornano a funzionare. Certo, avrebbero funzionato anche con Giuseppe o Lorenzo, Marcello o Mariano ma, che volete, Martino ha avuto la meglio.

E chissà quale sarebbe stata la meraviglia di Rameau, se avesse potuto immaginare il futuro successo del suo brano, cantato oggi in tutte, ma proprio tutte le lingue del mondo: dal cinese al russo, dall' hindi allo swahili e via dicendo! Un pezzo che ha avuto fortuna non solo come oggetto di canzoncine e filastrocche infantili, ma anche all'interno della grande musica. 
Esempio eclatante è la rivisitazione che ne ha fatto Mahler nel Terzo movimento della Sinfonia n.1 in Re maggiore detta "Il Titano", dove ha trasposto il tema in tonalità minore, ricavandone addirittura una marcia funebre che - se volete - potete ascoltare qui.

Ma veniamo al video di oggi nel quale i giovanissimi coristi dello "Staats und Domchor Berlin" cantano il nostro "Fra Martino" - anzi, "Bruder Jakob" - in un simpaticissimo arrangiamento.
Le particolarità di questa esibizione, a mio avviso, sono due: da un lato la fusione di un rigoroso impianto corale con una ritmica jazz sottolineata dal sax e dalle percussioni; dall'altro la presenza di una chiara struttura polifonica che spesso prende il posto del vero e proprio canone. Un insieme di antico e moderno, di rigore classico e di ritmo per niente facile da realizzare. 
Ma l'intonazione di questi ragazzi, la loro sicurezza nell'insieme delle voci, l'attenzione, la gioia dei più piccoli e l'entusiasmo del direttore ci dicono che anche un piccolo "Fra Martino" può portare lontano.
E ora, seguiamo l'invito dei coristi: sing mit uns, canta con noi!

Buona visione e buon ascolto!

martedì 30 gennaio 2018

Bar della stazione

E. Manet: "Un café en place du Theatre Francais"
Più di un mese è già trascorso dall'inizio dell'inverno e le giornate, pian piano, si stanno allungando.
Bello alzarsi col chiaro e scoprire l'azzurro - quando c'è - appena fuori dalla finestra: la casa si riempie di luce e se ne avvantaggia anche l'umore.
Eppure, sembrerà strano, ma ogni tanto ho nostalgia di quelle mattine in cui mi svegliavo presto e uscivo ancora col buio.
Qualche anno fa, una volta alla settimana frequentavo un corso a Milano e avevo il treno verso le 7,30. Da casa mia alla stazione c'è un bel pezzetto di strada che di buon passo macino in dieci minuti o poco più. Considerata la distanza e l'imprescindibile necessità di passare al bar a dare la sveglia ai miei neuroni col primo espresso della giornata, alle sette mi catapultavo fuori nel buio e nel freddo, talora anche nella nebbia. 
Ma al mio arrivo, venivo ripagata dalla cornice calda e luminosa del bar della stazione dove prendevo con calma il mio caffè e un pezzetto di brioche.

Qualcuno penserà che preferire un luogo estraneo come questo - una sorta di porto di mare - alla familiare cucina di casa sia una scelta che mette tristezza. E invece no!  
Anche adesso, se mi capita di dover prendere un treno di prima mattina, l'idea del caffè in stazione mi rallegra. So bene che la colazione con cui si inaugura la giornata dovrebbe essere uno spazio di serenità per conciliare il cuore con gli impegni che verranno e - se si può - è meglio scegliere una cornice che abbia il tocco del calore e del garbo.
Da questo punto di vista, il mio bar della stazione è perfetto: stanza ampia, luminosa e banco che si allunga ad angolo onde evitare che la gente resti in coda. L' arredamento - diciamolo - non è gran che, un ambiente semplice come tanti, ma a renderlo speciale è l'accoglienza che vi si respira.
Lo gestiscono due ragazzi ventenni o poco più che - quasi fossero persone di famiglia - conoscono a memoria le abitudini di tutti i pendolari del mattino, compresi i saltuari come me.
C'è Giuseppe (ndr.: nomi di fantasia ovviamente) a cui il caffè piace bollente, Claudia che ha spesso il treno in ritardo, ma si rintana in un angolo e vuole il cappuccio solo all'ultimo minuto: il ragazzo del banco lo sa tanto che, quando lei arriva, lancia un'occhiata al quadro dei treni in partenza e uno a lei per regolarsi. C'è Giovanna a cui tener da parte - quando si può - la sfogliatina alla mela e poi ci sono io che voglio sempre un sacchetto per metter via il resto della brioche che non mangio subito. Ma ormai non ho bisogno neppure di chiedere perchè, prima ancora che fiati, tutto mi viene posato accanto con discrezione e un sorriso.

Certo, sono attenzioni normali in qualunque altro bar soprattutto con i clienti assidui, ma qui respiri un calore accogliente che ti mette a tuo agio. E poi non c'è quel concitato vociare di altri locali e nessuno ti obbliga ad attaccar discorso: se vuoi parlare, parli, se vuoi restare nel tuo brodo mentre lo specchio dietro al banco ti rimanda un'espressione assonnata, padronissimo.
In genere, però, io mi guardo intorno: mi piace osservare come la gente inizia la giornata. E di solito sono piccoli gesti: chi dà un'occhiata ai giornali, chi messaggia sul cellulare, chi invece carbura lento e si concentra sul caffè, e chi si scalda le dita intorno alla tazzina come faccio sempre io.
Poi, quando esco per avviarmi al binario, incrocio i miei studenti, gli ex. 
Ci salutiamo di corsa ma con grandi sorrisi chiedendo notizie dei rispettivi impegni, e ci auguriamo buona giornata con un cameratismo ormai alla pari, come navigati lupi di mare che tornano ciascuno alla propria barca per riprendere il viaggio.

Momenti di quotidianità spicciola che mi sono tornati in mente in questi giorni e ai quali ho voluto dare una colonna sonora. Non un brano vivace o altisonante, ma una musica tranquilla, quasi un sottofondo in armonia con chi al mattino - magari non ancora del tutto sveglio - si affida a una sua interiore routine di abitudini.
Così, ho pensato ad un pezzo conosciutissimo di Franz Schubert (1797 - 1828): il "Momento musicale in fa minore op.94 n.3" per pianoforte solo, qui interpretato da David Fray. 
Si tratta di un brano molto breve, una composizione orecchiabile segnata da un ritmo che sembra proprio accompagnare il nostro cammino e da una melodia che - alternando tonalità minore a maggiore - s'insinua in noi come un ritornello conosciuto e vagamente ballabile.
Ho scelto questa interpretazione perchè risulta più pacata rispetto ad altre a mio avviso troppo scandite e veloci. Il pianista ci restituisce infatti un'aria - e un'aura - ricche di morbidezza: il suo è un giocare sugli staccati e sulle dinamiche del pezzo, facendone affiorare il piano e il forte, la lieve malinconia e la luminosità,  con tocchi ora leggeri, ora nitidi e passaggi qua e là dolcemente più lenti. 
Un David Fray concentratissimo che sembra quasi suonare solo per sè, meditando in cuore la cantabilità e il ritmo di queste note come una sorta di leitmotiv della giornata.

Buon ascolto!

mercoledì 24 gennaio 2018

Coltivare la passione

Oggi il nostro amico Snoopy dirige l'allegra compagnia dei Peanuts.
Questa foto - trovata tempo fa sul web e a dire il vero ancora un po' natalizia - mi è piaciuta subito, e per la simpatia che nutro nei confronti dei personaggi creati da Schulz, e perché sono raffigurati in una delle più belle esperienze che la vita ci possa regalare: cantare in un coro.
Eccoli, sotto la direzione di un serissimo Snoppy: belli, eterogenei, colorati, ma soprattutto profondamente compresi nel loro ruolo.

Già più volte mi è capitato di sottolineare la molteplicità degli aspetti positivi insiti nell'esperienza del canto corale: l'abitudine ad ascoltare armonizzando la propria voce con quella degli altri, l'attenzione alle indicazioni del maestro, il coraggio di mettersi alla prova scoprendo in sè doti ma talora anche limiti e via dicendo.
Oggi però vorrei sottolineare la pazienza e la passione, due elementi che sempre devono camminare insieme in ogni attività. Se manca infatti una passione che accenda il cuore, la pazienza resta fredda e destinata a venir meno col tempo; tuttavia senza di essa, anche la passione più viva resterà vuota e finirà per spegnersi come un fuoco di paglia. 
E' infatti solo tale binomio che permette di perseverare in un compito e - per restare in campo musicale - di reggere, per esempio, una serie di prove passate a ripetere e ripetere per un imprecisato numero di volte lo stesso passaggio perchè risulti perfetto.

Per questo, provo tenerezza e insieme ammirazione per quei bambini formati alla disciplina del canto corale come - per citarne solo alcuni - i componenti del coro della Cattedrale di Berlino che avete ascoltato qui poco tempo fa, quelli del famosissimo Thomanerchor di Lipsia, del King's College Choir di Cambridge, del Tölzer Knabenchor o - per tornare in Italia -  del Coro della Cappella Sistina. 
Mi fanno pensare a terra coltivata con pazienza e perseveranza in vista della fioritura, perchè quella che ricevono attraverso il canto è un'educazione che resterà come fondamento. Essa infatti consente loro di cogliere la bellezza non solo in uno spartito musicale, ma anche in se stessi e negli altri, scoprendo una fonte di gioia cui fare riferimento anche quando l'esperienza di coristi sarà magari solo un ricordo.

Così, in linea con questo discorso, propongo al vostro al vostro ascolto proprio il Thomanerchor di Lipsia che ho appena ricordato, in un brano di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847). 
Tratto dall' Oratorio "Elias" op.70, è il coro intitolato "Denn er hat seinen Engeln befohlen" che riporta i versetti 11-12 del Salmo 90: "...perchè ha ordinato ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede".
Il canto è molto pacato non solo per la necessità di armonizzarsi con il significato del testo, ma anche per la soavità propria di tante composizioni di Mendelssohn che ritroviamo in vari pezzi - per certi aspetti simili a questo anche se di argomento profano - come per esempio il Lied "Abschied vom Walde".
Osservando la clip-video, ancora una volta mi colpiscono la freschezza e la serietà dei giovani coristi, ma insieme l'intensa direzione di Georg Christoph Biller che li guida cantando il brano senza smettere mai di sorridere. 
Passione, perseveranza e un' attenzione allo splendore della musica che coinvolge tutti, e che in tutti fa affiorare la luce che ciascuno porta in sè.

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 22 gennaio 2018

Ricordando Audrey

  LA PAISIBLE AWARD, PREMIO AUDREY HEPBURN.
Fiori di Audrey Hepburn - olio su tela - 1969 - proprietà di Sean Hepburn Ferrer




















Ringrazio di cuore l'amica Pia del blog "I Pensieri di P."  per aver pensato anche a me nell'assegnare il riconoscimento intitolato: La Paisible Award - Premio Audrey Hepburn.
Si tratta di un premio ideato da Mariella del blog  "Doremifa-sol, libri e caffè" nel venticinquesimo anniversario della morte dell'attrice, a ricordo di una donna che si è distinta non solo per l'indiscussa bellezza e bravura nel cinema, ma anche per l'umanità che l'ha portata ad essere - tra l'altro - ambasciatrice Unicef. 
Ma Audrey è stata anche pittrice e il premio pensato dalla nostra amica blogger consiste proprio nell'immagine che vedete in alto e che riproduce un suo dipinto.

Un simile riconoscimento mi lusinga e insieme mi sorprende perché, francamente, non sono sicura di meritarlo. Tuttavia, lo accetto volentieri per la profonda gratitudine che provo verso Pia, Mariella e tutti coloro che, passando nel mio blog ad ascoltare i vari brani di musica, vi si soffermano con tranquillità e forse anche con gioia, realizzando così lo scopo di questo mio piccolo spazio web.
Ora, nella necessità di nominare altri blog cui passare il premio, ne indico tre e precisamente:

PoesieIntornoAlFuoco 

Andante con gusto

mostrelibriluoghi

Infine, a tutti voi che passate di qui dedico un celebre pezzo di Piotr Ilic Tchaikovsky.
Si tratta del brano introduttivo della Suite da "Il Lago dei cigni" op.20 che, con la sua eleganza, mi pare in armonia con lo stile della grande attrice che Mariella ha voluto ricordare. 
E a questo proposito, ho riportato, tra le tante, due foto che, pur ritraendo la Hepburn in momenti diversi della sua vita, ne colgono entrambe il fascino e la classe.
Tenerissima e dolce l'immagine qui a lato che la ritrae mentre tiene tra le braccia uno dei figli. 
Ma altrettanto incantevole - a mio avviso - quella che vedete in alto, nella quale i segni del tempo non hanno minimamente appannato il sorriso e lo sguardo di Audrey, ma al contrario, ne hanno sottolineato intensità e splendore.

Ancora GRAZIE e buon ascolto!

domenica 14 gennaio 2018

Neve di gennaio

(Foto prese dalla pagina Facebook "La valle di Cogne")
È nevicato parecchio.
La neve tanto attesa è scesa insolitamente fitta e copiosa su tutto l'arco alpino, creando talora alcuni disagi, ma offrendoci anche uno spettacolo che da anni ci mancava.

Guardo le immagini del mio paesetto di montagna trovate sul web e vado cercando il panorama che ben conosco nella nuova fisionomia del paesaggio invernale: una baita, una fontana, un sentiero ormai affondato nel biancore, il cielo grigio che nasconde le abetaie, il silenzio.
Tutto ormai ha un aspetto diverso ed è proprio questo a condurmi indietro negli anni e al tempo stesso avanti, in una dimensione per certi versi familiare ma per altri straniante.
Da un lato, le foto mi riportano alla mia infanzia e alle figure del mio libro di prima o forse seconda elementare. 
Era il mio approccio con il mondo attraverso le immagini delle stagioni, dove l'inverno era un piccolo universo familiare e raccolto di cui scoprire l'intimità e davanti al quale lasciarsi cullare dallo stupore. Immagini destinate a fissarsi nel cuore e alle quali riandare talora con nostalgia di bambini, come a un sogno che da sempre ci appartiene.
Dall'altro, la grande nevicata che toglie alle cose il loro aspetto consueto mi lascia la percezione e insieme lo sgomento di un tempo nuovo e sconosciuto, di una solitudine nella quale ogni legame si dissolva e si rimanga, semplicemente, davanti a se stessi. Ma anche una solitudine dove specchiare la propria anima e accoglierne la verità - qualunque essa sia - con pacificante dolcezza.
E sento che il brano di Bach che oggi vi propongo sa farsi voce di tale percezione in modo, a dir poco, mirabile.
Si tratta del Preludio corale BWV 639 "Ich ruf' zu dir, Herr Jesu Christ" ("Io ti invoco, Signore Gesù Cristo") che molti ricorderanno di aver ascoltato - tra l'altro - all'interno della colonna sonora del film "Solaris" di Andrej Tarkovskij. 
Non ho scelto però l'originaria versione per organo, ma quella per violoncello e pianoforte che, nonostante accentui la tristezza della composizione, ne accresce a mio avviso anche il fascino e la profondità.

Il pezzo si snoda lento nella malinconica oscurità del fa minore, segnato dal canto dolente del violoncello, accompagnato con passo sempre uguale dal pianoforte e tuttavia non privo di aperture di luminosa speranza negli splendidi passaggi in tonalità maggiore fino al lievissimo finale. 
Scritto dal compositore un anno prima della morte, il brano è semplice e solenne, essenziale e rigoroso: un Bach più che mai sublime nella capacità di interpretare il dolore di ogni essere umano, facendo affiorare l'invocazione che sta al fondo della sua anima.
Un brano che si addentra con intensità struggente in un abisso di tenebra, ma che su di essa proietta anche spiragli di una luce che viene dall'Alto, suggerendoci un dolce abbandono alla consolazione che ne deriva.
Così come questo paesaggio, sotto la sua coltre di neve, c'induce a contemplare la vita dentro e fuori di noi, l'antico e il nuovo, il familiare e l'ignoto, il passato e il tempo che verrà.

Buon ascolto!

sabato 6 gennaio 2018

"Laetentur caeli..."

















Il primo post del nuovo anno, in coincidenza con la festa dell'Epifania, mi induce a regalare a chi passa di qui un' Adorazione dei Magi. 
Il tema arricchisce e completa quello della Natività, e su di esso si sono soffermati moltissimi artisti dal Medioevo in poi, sia con mosaici che con dipinti o rilievi scultorei. 
Tra questi, ho scelto l' "Adorazione dei Magi" dipinta dal senese Giovanni di Paolo (1398 ca. - 1482) e conservata alla National Gallery of Art di Washington.
Il pittore si colloca all'interno di quella fase di passaggio dell'arte tra Medioevo e Rinascimento che prende il nome di Gotico internazionale.  
Si tratta di uno stile che riflette la raffinatezza della vita cortese privilegiando l'eleganza delle linee, la brillantezza dei colori e talora un ricco decorativismo: non a caso alcuni artisti, prima che pittori, sono stati eccellenti miniatori.
Insieme a tali caratteri, inoltre, le varie rappresentazioni accostano forme a volte ancora fantasiose e fiabesche ad altre che, invece, tendono già ad un'impostazione prospettica di maggiore realismo. 
Tra i vari artisti italiani, vanno ricordati Gentile da Fabriano, il Sassetta, Pisanello, Stefano da Verona e Gherardo Starnina, solo per citarne alcuni.

Ma torno al tema del dipinto. L'iconografia con cui esso viene raffigurato si compone solitamente di due parti: la scena principale dove i Magi, davanti a una grotta o a una capanna, adorano il Bambino offrendogli doni, e il corteo che li accompagna snodandosi per monti e vallate, spesso in rappresentazioni di affascinante ricchezza descrittiva come - per esempio - quella di Benozzo Gozzoli a Palazzo Medici Riccardi a Firenze.
La tavola di Giovanni di Paolo s'inquadra in questi caratteri anche se, per certi versi, fa eccezione.
Qui infatti non troviamo il corteo in tutta la sua lunghezza e il suo fasto, probabilmente perchè il dipinto - di dimensioni piuttosto piccole (27 x 46 cm.) - faceva parte di una predella formata da vari riquadri. Vi possiamo osservare tuttavia altri elementi sempre tipici del Gotico internazionale.

Un primo aspetto è l'atteggiamento dei Magi sui quali si focalizza la scena, eleganti nei loro mantelli damascati e raffigurati come di consueto in tre posture diverse: il primo prostrato ad adorare il Bambino, il secondo in ginocchio e il terzo ancora in piedi.
Altro elemento degno di nota è il contrasto evidentissimo tra la grotta scavata nella montagna - disegnata ancora in modo fantasioso e approssimativo nelle proporzioni - e l'edificio chiaro sulla destra la cui apertura richiama un arco senese e mostra un tentativo, sia pure incerto, di costruzione prospettica.
Realistico è poi il particolare delle due donne dietro la Vergine che prendono in consegna uno dei doni e - quasi appartate rispetto alla scena principale - sono forse intente a commentare tra loro l'evento.

Tuttavia, a mio avviso, il vero grande fascino di questo dipinto sta nel paesaggio che si delinea in fondo sulla sinistra, individuato con una precisione che - considerate le piccole dimensioni della tavola - rivela la straordinaria abilità pittorica dell'autore.
Meravigliosa quell'apertura sui campi coltivati, verso un orizzonte dal cielo di un blu di smalto! Ordinatissimi quegli appezzamenti di terreno scanditi da una minuziosa suddivisione geometrica! Campi coltivati che la pittura medioevale ci ha già mostrato - per esempio - nei dipinti di Ambrogio Lorenzetti, interessante documento del paesaggio agrario dell'epoca. Tuttavia, quelle colline di forma conica che sorgono improvvise dalla pianura c'inducono a sognare, in una prospettiva che - ancora una volta - fonde realtà e fantasia.
Ma affascinante anche l'accostamento di spazi lontani e vicini: dalla suggestione delle terre remote da cui provengono i Magi, sullo sfondo, alla scena in primo piano, resa più intima e familiare dal gesto del Bambino con la manina benedicente sul capo del più anziano dei re. 
Così pure, la stella in cima grotta, simile a un sole che sorge, sembra illuminare tutto il quadro, suggerendo che la nascita di Gesù in un piccolo angolo della terra è destinata in realtà al mondo intero.

E l'invito all'adorazione che ci viene da questo dipinto passa ora alla musica con un brano di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). 
Si tratta del famosissimo "Tollite hostias", pezzo conclusivo del suo "Oratorio di Natale op.12".
Tra le varie interpretazioni, ho scelto questa del coro della Cattedrale di Berlino perché mi sembra ricca di grande freschezza. 
L' entusiasmo evidente nell'attentissima direzione del maestro e nel sorriso luminoso dei piccoli cantori ci regala infatti una gioia che risolleva l'anima, rendendo più viva e vicina a noi la letizia che risuona nel "Laetentur caeli et exultet terra".

Buona visione e buon ascolto!

domenica 31 dicembre 2017

Buon Anno !!!

Giusto de' Menabuoi: "Dio benedice il creato" - Padova, Battistero.
Alla fine di un anno, la musica insieme alla liturgia intona - o dovrebbe intonare - il tradizionale "Te Deum"
Ma mentre navigavo su youtube, cercandone una versione tra i vari brani di Verdi, Haydn, Mozart e Charpentier, mi sono lasciata prendere invece dallo splendore di un altro pezzo, ed è proprio questo che voglio condividere con voi oggi.
 
Non è propriamente un "Te deum", ma sempre un inno di ringraziamento che - da quanto mi par di capire - più che alla fine dell'anno solare, si cantava al momento del raccolto, tant'è vero che il titolo prende spunto dal Salmo 65 (vv.10 e 12) dove risuona la lode a Dio per lo splendore e la fecondità della campagna. Tuttavia mi è parso adatto anche alla conclusione di un anno e, al tempo stesso, come brano augurale per quello nuovo.

Si tratta dell'inno "Thou Visitest the Earth" del compositore inglese Maurice Greene (1696 - 1755).
Il pezzo mi ha subito affascinato perché arieggia una melodia che mi sono accorta di conoscere, qualcosa che ho scoperto essere depositato nel profondo della mia memoria, come in un misterioso fondale marino dal quale improvvisamente è affiorato. Dopo le prime battute, mi sono ritrovata infatti a cantarne l'aria col solista e poi col coro sull'eco di reminiscenze lontane, lontanissime, soprattutto da 1,40 dall'inizio fino alla conclusione.

Stante il fatto che del suo autore - contemporaneo di Haendel e di Bach - ignoravo l'esistenza fino a pochi giorni fa, non so proprio come possa ritrovare in me le sue note. Dove ho già sentito questa musica?
Non ad un concerto, lo escludo. È piuttosto qualcosa che ascoltavo abitualmente. Forse avevo il brano in qualche vecchia compilation su audiocassetta, di quelle che mi creavo artigianalmente ai tempi dell'università o poco dopo, registrando spesso i brani dalla radio così come capitava, talora senza riuscire neanche a scoprirne l'autore. Musiche ascoltate e riascoltate fino a consumare il nastro...
Ma è probabile che qualche passaggio di questa splendida melodia riecheggi anche in altri musicisti del periodo barocco, da Haendel a Rameau.
E - guarda caso - proprio in Rameau, precisamente nella parte finale del famosissimo "Hymne à la nuit" a lui attribuito, è possibile ritrovare alcuni passaggi pressocchè identici.

Ma il brano di Greene mi prende anche per il suo ritmo molto simile a quello di una danza. Del resto non è raro che - in passato - gli inni di carattere religioso prendessero spunto da danze profane. E mi pare ben si adatti al tema del ringraziamento un testo che inneggia a Dio che visita la terra, la benedice e corona l'anno con i suoi benefici. Parole e note che - sia nel canto iniziale del solista che nella successiva ripresa da parte delle quattro voci del coro - ci allargano il cuore dandoci respiro e serenità. 
Ci conducono infatti ad intuire la forza della benedizione divina che, lungi dall'essere qualcosa di estraneo o lontano, somiglia piuttosto ad un sorriso, ad uno sguardo pieno di benevolenza e incoraggiamento, tanto vicino da essere intrecciato alla nostra vicenda quotidiana.
Un sorriso che suscita in noi speranza, colmandoci di una leggerezza gioiosa e ben augurale anche per l'anno che verrà.

Buon ascolto e Buon Anno!

lunedì 25 dicembre 2017

Buon Natale !!!






















 
Caravaggio (1571 - 1610) : "Adorazione dei pastori" (part.)
Messina, Museo Regionale.

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750) : "O Little One Sweet" ("O Jesulein süß BWV 493")

mercoledì 20 dicembre 2017

"A passi tardi e lenti..."

Nel mio viaggio di musica in musica, anche oggi desidero soffermarmi su Vivaldi con un altro Adagio
Non è tratto - questa volta - da un concerto dedicato al Natale, ma è un pezzo a mio avviso ancora più affascinante per la luminosità dell'oboe solista e il suo dolce inanellarsi di note. 
Così, non ho resistito al desiderio di condividerlo subito qui con voi.

Si tratta del secondo movimento, "Adagio", dal "Concerto in Fa maggiore per oboe, archi e basso continuo RV 458".
A sedurmi è stato il suo incedere lento, scandito dagli accordi introduttivi con un andamento riposante che allarga il respiro e ci accompagna con un passo che ha il ritmo dell'anima.
Anche qui il tono è assorto e contemplativo come nel pezzo della scorsa settimana. Ma se quello era meno movimentato e - a parte pochi interventi del violino - la melodia coincideva esattamente con l'impianto armonico, in questo brano sono le variazioni dell'oboe a costruire il tema, disegnando un'aria essenziale ed espressiva d'incomparabile luminosità.

Ogni volta che ascolto Vivaldi, resto meravigliata dalla fantasia e varietà dei suoi adagi, peraltro numerosissimi, che vanno a scandagliare gli anfratti più segreti dell'anima traendone ora nostalgia e sgomento, ora dolcezza e luce con intensità sempre nuova.
E per contro, mi vengono in mente le parole attribuite a Stravinsky che, proprio parlando di lui, avrebbe detto:
"Vivaldi chi? Quello che scrisse ottocento volte lo stesso concerto?".
Su quell'ottocento le fonti sono discordi, ma la battuta - anzi battutaccia - se da un lato riconosce nel compositore veneziano la presenza di uno stile inconfondibile, dall'altro lo accusa di essersi irrimediabilmente ripetuto.
Naturalmente non è così. Infatti, per quanto la musica dei vari autori presenti caratteri distintivi ricorrenti e spesso ben riconoscibili, quella che talora sembra pura e semplice ripetizione, in realtà non lo è quasi mai. 
È invece l'impronta della loro anima, il canto che percorre le loro note come un fiume sotterraneo, o come l'alba di ogni nuovo giorno simile alla nostra quotidiana dimensione esistenziale. Il sole sorge sempre, ma non c'è mattino uguale al precedente per il cielo, la stagione, l'atmosfera e soprattutto per il clima interiore che viviamo e di cui esso si carica.

Qual è allora il clima predominante di questo brano? 
A me pare sia quello di un dialogo con se stessi in solitudine e in meditazione, di un cammino "a passi tardi e lenti" - avrebbe detto il Petrarca - nel quale seguire il respiro della propria interiorità. 
E proprio questo tornare a se stessi non può non riportarmi ad altri pezzi del periodo barocco: per esempio, alla celeberrima "Aria" di Bach dalla "Suite n.3 per orchestra BWV 1068", o all'altrettanto famoso "Adagio per oboe e archi" di Benedetto Marcello per quanto la sua tonalità - re minore - si carichi di intensa malinconia. 
Ma pur con lo stesso passo scandito da un senso di profonda quiete, il fa maggiore del brano di Vivaldi ci regala una melodia più luminosa e sognante, come percorressimo un sentiero nella neve, pervasi da una serenità senza tempo, mentre lo sguardo accarezza il paesaggio circostante marezzato dalla luce del mattino.

Buon ascolto!

giovedì 14 dicembre 2017

"Riposo" vivaldiano

C. Monet: "Neve ad Argenteuil"
Mi accade ogni tanto - e credo di averlo detto già in passato - di provare nostalgia per quegli autori che magari, per un certo periodo di tempo, ascolto più raramente di altri o non pubblico qui.

Capita infatti che, per quanto l'ispirazione della maggioranza dei compositori si dispieghi in una molteplicità di sfaccettature, dopo una lunga frequentazione, ciascuno finisca per rivestire per noi un significato particolare, quasi le sue note si identificassero con qualche momento della nostra vita e con esse si creasse una sorta di familiarità e vicinanza d'anima. Ebbene, mi capita talora - e penso sia così un po' per tutti - di avere nostalgia proprio di tale vicinanza che la musica sa regalare tanto intensamente, come se ci si potesse immergere nelle emozioni o nelle atmosfere che essa evoca.
Per questo, dopo diversi mesi, desidero tornare oggi ad Antonio Vivaldi e al fascino delle sue creazioni con un brano brevissimo, ma a mio avviso molto suggestivo, tratto da uno dei vari pezzi scritti in occasione del Natale.

Tutti sappiamo che i concerti del compositore veneziano - per la loro attitudine descrittiva e per l'armonia imitativa che talora li contraddistingue - hanno spesso titoli quasi programmatici a cominciare dalle "Quattro stagioni". Ma se proseguiamo nella nostra ricerca troviamo anche "La caccia", "Il corneto da posta", "La tempesta di mare", "Il gardellino", "La notte", "Il Gran Mogul". E poi ancora "Il sospetto", "L'amoroso", "L'inquietudine" o "Il favorito", solo per citarne alcuni. Titoli che si riferiscono alla natura e insieme all'indole dell'uomo.
Ma quello che mi ha colpito in particolare - e da cui è tratto il brano di oggi - è il "Concerto in Mi maggiore RV 270 per violino e archi" intitolato "Il riposo" e - come si legge in alcuni testi - scritto "per il Santissimo Natale".

Mi piace molto che qui Vivaldi abbia associato il Natale all'idea del riposo, forse perchè questa ricorrenza - e soprattutto il periodo che la precede - è ormai caratterizzata da un fermento che, se da un lato può essere piacevole o elettrizzante, dall'altro ci allontana dal vero significato della festa e in fondo da noi stessi.
A mio avviso, non c'è niente come la musica che sappia riportarci al clima giusto, introducendoci al tempo natalizio con la distensione dell'ascolto e il riposo della contemplazione.
Allora quello che vi propongo è il secondo movimento del concerto, l' "Adagio".

Brevissimo, il brano è uno di quei magici pezzi di transizione tra l'Allegro iniziale e quello finale, in cui Vivaldi è maestro nel creare un'aura di meditazione o di nostalgia che resta volutamente in sospeso, come in attesa.
Non ci sono luci sfolgoranti o colorate, nessun tocco di vivacità, ma tinte smorzate e lievi, adatte ad un clima assorto come quello - per esempio - di chi si prepara a contemplare il sonno di Gesù Bambino nella mangiatoia.
Ma anche se il suo ritmo non è quello di una pastorale come i pezzi più celebri di Haendel e di Corelli, questo Adagio si addentra nel nostro cuore con uguale dolcezza e con un incedere lento il cui tema coincide con l'impianto armonico del brano. Sono pochi, intensi ed essenziali accordi quelli che ci avvolgono e che, con il loro riverbero, ci immergono in un'atmosfera di una rara intimità, simile a quella del dipinto di Monet nel riquadro. 
Insieme a queste note infatti, la suggestione della neve, che si fonde col grigiore del cielo e il silenzio della campagna, ci induce a vivere dentro e a cercare qualche momento di tranquilla solitudine.
Un riposo contemplativo che abita prima di tutto nell'anima e nel cuore della musica.

Buon ascolto!

giovedì 7 dicembre 2017

Nel segno della gioia

E' sempre bello constatare che, in ogni settore professionale, se un lavoro viene svolto con competenza e passione, prima o poi diventa fonte di gioia non solo per coloro che ne sono i destinatari, ma prima di tutto per chi lo realizza.

Quando la qualità dell'impegno è alta, si arriva infatti a un punto in cui la fatica, la perseveranza, la pazienza necessarie ad apprendere un'abilità, lasciano spazio alla gioia e talora anche al divertimento. Non perchè la fatica scompaia, ma perchè viene superata dal piacere stesso del lavoro, dalla soddisfazione di vedere un oggetto che prende forma dalle nostre mani, dal gusto di trasmettere una passione, dal desiderio di ricercare il meglio e via dicendo. Se poi tale lavoro non è individuale ma coinvolge un gruppo, allora, come a volte capita che aumentino i problemi, altrettanto però può moltiplicarsi la gioia.

Il mondo della musica non fa eccezione, anzi, è forse uno degli esempi più significativi a questo riguardo. Molteplici infatti sono le difficoltà che deve affrontare chi si appresta a suonare uno strumento non da semplice dilettante. Ma proprio la musica diviene poi sorgente di quell' entusiasmo che sgorga spontaneo dall'anima di un solista o di un'intera orchestra, quando si riesce ad interpretare una partitura lasciandosi catturare dal suo splendore. 
L' emozione che ne deriva è tale da contagiare gli altri, come spesso si osserva non solo nel clima delirante di un concerto rock, ma anche nella partecipazione appassionata di un direttore d'orchestra, di un solista o di un gruppo corale. Si vive infatti la musica dal suo interno e tale contatto vivo - e in qualche modo ri-creativo - genera un gusto impagabile.

Per questo, oggi vi propongo un video dove tale sapore interpretativo è tangibile sull'onda di un pezzo di Ludwig van Beethoven e di una solista d'eccezione.
Si tratta del terzo movimento, "Rondò: molto allegro", dal "Concerto per pianoforte e orchestra in Si bemolle maggiore n.2 op.19", qui mirabilmente interpretato da Martha Argerich.
Fin dalle prime battute, è lei a dominare, con la sua espressione grintosa e in apparenza un po' corrucciata, con quello sguardo talora obliquo ma in realtà concentratissimo, attenta e al tempo stesso quasi noncurante, energica e dolce, strepitosa signora del pianoforte che padroneggia al pari di un direttore d'orchestra.
Festoso e scattante, concitato e leggero, il "Rondò" di Beethoven sembra costruito appositamente per esaltare le doti e il virtuosismo di chi suona. 
Le mani della pianista si muovono infatti con precisione e una sicurezza quasi spregiudicata anche sui trilli e i passaggi più veloci. Mani un po' tozze, a dire il vero, in apparenza non particolarmente affusolate e delicate come quelle di altri solisti, ma capaci di un tocco che nasce da un talento innato, come se la musica fosse parte di lei, ricamata nel suo dna.
E alla sua strepitosa bravura, si unisce un gusto interpretativo evidente anche dalla sua espressione: ora serissima e assorta, ora divertita e segnata da un sorriso che affiora lieve a sottolineare i passaggi più gioiosi e giocosi del brano, mentre i cenni del capo ne seguono il ritmo.

Una Argerich briosa e trascinante come questa musica di Beethoven, tanto da coinvolgere il direttore, gli orchestrali, il pubblico in sala e arrivare fino a noi che - dietro lo schermo di un computer - osserviamo col cuore attento. Anche noi destinatari di tale gioia.

Buona visione e buon ascolto!

giovedì 30 novembre 2017

"Sa qui turo..."

Caravaggio: "Suonatore di liuto" (part.) - San Pietroburgo - Hermitage
Le mie scorribande su youtube proseguono.
Così, di musica in musica, è stato proprio navigando tra i brani correlati a quello della settimana scorsa che sono gioiosamente approdata al pezzo di oggi.
Ancora una volta, infatti, mi sono lasciata catturare dalla bravura degli strumentisti dell' "Arpeggiata" e, dopo la "Ciaccona del Paradiso et dell'Inferno", ho scovato il brano che sentirete.

Ma prima vale la pena dare qualche cenno in più su questo singolare ensemble.
Il gruppo è sorto nel 2000 a Parigi sotto la direzione dell'austriaca Cristina Pluhar e va alla riscoperta di musica antica - soprattutto europea ma anche di altri continenti - benchè talora non manchino digressioni addirittura verso il jazz. Non solo il repertorio, ma anche gli strumenti sono in parte moderni e in parte d'epoca (chitarra barocca, arciliuto, cornetto, violino barocco, salterio, ecc.) così che ne deriva un'originale e accattivante fusione di timbri e di ritmi.

Il brano di oggi può rientrare nel genere della musica etnica. 
Si tratta infatti un villancico, composizione musicale di origine popolare, inizialmente monodica e poi polifonica, nata nella penisola iberica nel periodo rinascimentale e successivamente esportata nelle colonie spagnole e portoghesi. Prima di argomento amoroso o comunque profano, si caratterizza in seguito - nel periodo della Controriforma - per il contenuto religioso.

Quello che ascolterete, trovato in un manoscritto anonimo del XVII sec. nel monastero di Santa Cruz a Coimbra, in Portogallo, può essere definito un canto popolare natalizio dei negritos di Guinea. La lingua è infatti un'imitazione di quella dei neri delle colonie, mista di afro-lusitano, portoghese e spagnolo. S'intitola "Sa qui turo" ed è tratto dal cd "Los impossibles" uscito nel 2006.
Eccovi la traduzione del testo:

"Tutti qui son gente nera / tutta gente di Guinea / he he he / tamburo, flauto e nacchere / e sonagli ai piedi /he he he./ Faremo una festa/ in onore del piccolo Manuè (Emanuele) / he he he! / Canta Baciao (Bastiano) / canta tu Thomé (Tommaso)/ canta tu/ canta tu, Flanciquia (Francesco) / canta Caterija (Caterina) / canta tu/ canta tu, Flunando (Fernando) /canta tu Resnando / canta tu. / Ascoltate ascoltate:/ tutti i neri sanno cantare / cantiamo e balliamo /cantiamo e balliamo / perchè siamo liberi / suoniamo e cantiamo / ci divertiamo e suoniamo/ suoniamo il tamburino, il flauto e i sonagli / diciamo viva / viva la nostra Signora e viva Zuzè (Giuseppe)."

Ma per tornare strettamente alla musica, se nel brano della scorsa settimana l'ensemble dell' "Arpeggiata" aveva come solista lo straordinario Philippe Jaroussky, questa volta accompagna i prestigiosi "King's Singers".
Belli da vedere e da ascoltare, appassionati e grintosi sia nella coesione che nell'intonatissima alternanza delle voci dal basso fino ai controtenori, ci offrono qui un esempio di mirabile polifonia. Ne deriva un'interpretazione di grande fascino che - insieme alla parte strumentale e in particolare alle percussioni - sottolinea e valorizza il ritmo coinvolgente del pezzo.

E ora che il calendario ci conduce verso l'Avvento, mi piace pubblicare questo brano che, nell'accogliere in festa Gesù Bambino - il menino Manuè - mette in gioco ed esorta a cantare ogni singola persona, chiamandola per nome.

Buon ascolto!

mercoledì 22 novembre 2017

"O che bel stare è stare in Paradiso..."

Domenichino (1581 - 1641) : "S.Cecilia col coro"
La ricorrenza della festa di Santa Cecilia, che qui ho più volte celebrato, mi ricorda che il tempo vola e questo mio angoletto di web da circa un mesetto - giorno più, giorno meno - ha compiuto la bellezza di sette anni!!!

Metto proprio tre punti esclamativi perchè, all'inizio della mia piccola avventura di blogger, mai avrei immaginato la sua durata e soprattutto l'immensa gioia che mi avrebbe regalato. 
Ma se oggi, a distanza di anni da quel primo post del 2010, mi ritrovo dentro ancora intatto l'entusiasmo della condivisione, devo dire GRAZIE agli amici lettori che, conosciuti o sconosciuti, esplicitamente o meno, commentando o in silenzioso ascolto dietro un computer, hanno gustato con me l'inesauribile splendore della Musica.

Tuttavia, parlare di entusiasmo intatto non è pienamente rispondente al vero perchè - com' è naturale per ogni cosa - lo scorrere del tempo cambia il nostro modo di essere insieme alle nostre percezioni. Così a volte, alla prova del quotidiano e confrontate con quelle altrui, le esperienze assumono connotati e spessore diversi, a somiglianza di un cammino in continuo mutarsi e divenire. 
Bene. Alla luce di tutto ciò, devo dire che il mio entusiasmo non è intatto per il semplice motivo che è raddoppiato e, se ieri muovevo i primi passi gioiosi ma un po' incerti, oggi il mio desiderio di condividere ha messo radici in una convinzione sempre più solida e serena.
Insomma, non mi sono ancora stancata e questo - oltre che a tutti voi - lo devo alla Musica che, con la sua infinita e multiforme Bellezza, mi ha regalato il piacere dell'ascolto sollecitando in me anche tanta voglia di imparare.

È alla luce di tali considerazioni che mi piace festeggiare ancora una volta Santa Cecilia dedicandole un brano che mi ha catturato, nonostante sia un po' diverso rispetto alle mie consuete scelte musicali.
Si tratta della celebre "Ciaccona di Paradiso et dell'Inferno" dalla raccolta intitolata "Canzonette spirituali e morali" (Milano, 1657), scritta e musicata da un Anonimo del XVII sec.
Il pezzo si dipana in una sorta di contrasto di accattivante teatralità tra il coro e il solista - qui interpretato dal famosissimo controtenore Philippe Jaroussky - accompagnati dall' "Arpeggiata", ensemble vocale e strumentale di musica antica diretto da Cristina Pluhar.
Eccovi il testo:

"O che bel stare è stare in Paradiso
dove si vive sempre in fest'e riso
vedendosi di Dio svelato il viso.
O che bel stare è stare in Paradiso!

Ohimè che orribil star qui nell'Inferno
ove si vive in pianto e foco eterno
senza veder mai Dio in sempiterno.
Ahi ahi che orribil star giù nell'Inferno!

Là non vi regna giel, vento, calore,
che il tempo è temperato a tutte l'hore,
pioggia non v'è, tempesta, nè baleno,
che il Ciel là sempre si vede sereno.

Il fuoco e 'l ghiaccio là, o che stupore,
le brine, le tempeste e il sommo ardore
stanno in un loco, tute l'intemperie
si radunan laggiù, o che miserie!

Havrai insomma là quanto vorrai,
e quanto non vorrai non haverai.
E questo è quanto, o Musa, posso dire,
però fa pausa il canto e fin l'ardire.

Quel ch'aborrisce qua là tutto havrai,
quel te diletta e piace mai havrai
e pieno d'ogni male tu sarai,
dispera tu d'uscirne mai, mai, mai!

O che bel stare è stare in Paradiso
dove si vive sempre in fest'e riso
vedendosi di Dio svelato il viso.
O che bel stare è stare in Paradiso!"

Nella successione di quartine di endecasillabi cantate alternativamente dal solista e da due strumentisti che fungono da coro, si descrive la vita dei beati e dei dannati con espressioni che hanno radici sia nella letteratura che in tanti dipinti medioevali sull'argomento. 
Assolutamente straordinaria la voce di Jaroussky - in voluto contrasto con quelle solo in apparenza disordinate dei due coristi - così come la simpatica ironia con cui viene interpretato il brano. 
Spero che Santa Cecilia - dal Paradiso appunto - approvi questa dedica un po' singolare e sorrida con noi.

Buona visione e buon ascolto!