Mi è sempre piaciuto il garbo delle poesie del livornese Giorgio Caproni (1912 - 1990), quel tratto di eleganza che si accompagna a una lieve ironia e a un tocco di leggerezza, senza per questo ignorare i grandi temi della vita con la loro profondità. La sua è la sapienza di un linguaggio che sa fondere passato e presente con tale agilità di parole da rendere i suoi versi intensi e al tempo stesso talora giocosi. Al di là dei riferimenti che vi possiamo leggere, Caproni ha infatti una cifra tutta sua, riconoscibile nella semplicità del lessico e nella bellezza dell'andamento ritmico. Il suo è stato definito proprio uno "stile musicale" non solo perchè lui stesso aveva imparato a suonare il violino, ma perchè intendeva trasferire la musicalità dalle note alla parola.
Vissuto nell'arco del Novecento che ha visto la nascita dei movimenti di avanguardia e in particolare dell'Ermetismo, Caproni dopo una prima adesione si distacca dal linguaggio spesso criptico di autori come Ungaretti e Montale, preferendo quello più semplice e quotidiano di Saba e ricostruendo una versificazione talora più legata al passato. Per la sua leggerezza ritmica i critici hanno spesso ricordato l'antica poesia provenzale e stilnovista, mentre i temi trattati ci conducono nel cuore della vita del poeta: dall'affetto per la madre Annina all'attaccamento alla natìa Livorno e alla suggestione del mare, dalla vita come viaggio a riflessioni filosofiche sul destino dell'uomo e talora a una forma di smarrimento esistenziale. Interrogativi che Caproni esprime con uno stile giocoso come nella poesia intitolata "Cadenza" (dalla raccolta "Il muro della terra", 1975) che qui vi riporto:
"Tonica, terza, quinta,
settima diminuita.
Rimane così irrisolto
l’accordo della mia vita?"
A chi s'intende un pochino di musica non sfuggirà che - mentre la tonica è la nota che indica la tonalità, la terza dice se maggiore o minore e la quinta con le altre due ci dà un accordo ben definito - la settima diminuita resta invece in sospeso. Gli accordi di settima solitamente precedono quello conclusivo, ma se la musica finisce sulla settima - per di più diminuita e quindi dissonante - viene a mancare qualcosa, come se un interrogativo restasse senza risposta, irrisolto appunto! Ecco lo stile musicale applicato alla vita!
Ma, al di là di questo, il testo che desidero condividere oggi è un altro: è la poesia intitolata "Per lei", dalla raccolta "Il seme del piangere" (1950-58) tutta dedicata alla madre del poeta Anna Picchi.
Per lei
Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.
Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari.
Hanno quasi l'andamento di una filastrocca questi versi segnati da frequenti rime e da un ritmo che mi ha preso subito. Non ci tragga però in inganno uno stile così leggero perchè non è sinonimo di superficialità, ma capacità di tradurre con immediatezza creativa il profondo impulso del cuore.
Sono versi scritti dopo la morte della madre amatissima che Caproni evoca qui con tratti di ragazza. Attraverso le tante rime prima baciate e poi alternate, riusciamo infatti ad intravvedere la figuretta di Annina che vi affiora con levità ed eleganza. È proprio il garbo del poeta-figlio a volerne cogliere aspetti esteriori e interiori, la sua luminosità (rime chiare) insieme alla sua delicatezza ariosa e colorata (rime ...ventilate...suoni fini (di mare)... orecchini...coralline...collanine).
Così pure, la seconda strofa ce ne fa balenare l'autenticità (Annina...così schietta) insieme alla semplicità che viene dal cuore (l'eleganza povera, ma altrettanto netta). Infine, emerge il desiderio del poeta di celebrarla in modo non superficiale (rime che non siano labili), sottolineandone il carattere privo di ogni ripiegamento su se stessa, ma ricco di una primaverile attitudine alla gioia (rime non crepuscolari, ma verdi).
Si potrebbe ipotizzare che in questo desiderio del figlio di cantare la madre in leggerezza possa esserci una velata polemica verso certa poetica decadente di alcuni autori del primo Novecento. Tuttavia, ancora più forti sono per me altri due riferimenti che sento in questi versi.
Il primo è nell'esordio della poesia: "Per lei voglio rime chiare / usuali: in -are" che mi ricorda il celebre "M'incantò la rima fiore / amore" da "Amai" di Umberto Saba col suo richiamo a un lessico di semplicità quotidiana.
Ma il secondo che - va detto - non trova conferma nel parere dei critici, a mio modestissimo avviso è il riecheggiare in questi versi di un guizzo futurista che mi riconduce ad Aldo Palazzeschi. Quello di Palazzeschi è stato un futurismo originale e non aggressivo, sostanziato di un'ironia ora sorridente e giocosa, ora disincantata che troviamo per esempio in "Lasciatemi divertire","La passeggiata", oppure "Sole" e "Chi sono?".
La stessa venatura di pensosa leggerezza avverto nel testo di Caproni che fa poesia dicendo in realtà come dovrebbe essere la sua poesia: priva di un linguaggio artificioso ma costruita con rime semplici (elementari), simili a una filastrocca che ti resta dentro (orecchiabili), magari una punta irriverenti (vietate) ma comunicative (chiare). Rime che rispecchino l'eleganza ariosa della madre e che rimangano nel tempo a testimoniarne la freschezza di creatura eternamente giovane, come la vede il figlio.
Così, al garbo dei versi di Giorgio Caproni mi piace associare quello di Mozart nel primo movimento "Allegro moderato" dalla "Sonata per pianoforte n.10 in Do maggiore K.330". Si tratta di una composizione scritta probabilmente a scopo didattico, forse per una sua allieva o per la sorella Nannerl. Ricco di scale, arpeggi, trilli e frequenti staccati sia pure all'interno di una struttura piuttosto semplice, il pezzo ci regala quell'atmosfera tipicamente mozartiana che inizia dall'apparenza talora un po' salottiera e galante dell'epoca per approdare alla serenità più profonda e pensosa tipiche dello stile del compositore.
Qui, la bella interpretazione di Mitsuko Uchida col suo tocco misurato e lieve ne sottolinea la leggerezza e l'atmosfera spesso giocosa, alternata qua e là a parentesi in tonalità minore soffuse di lieve malinconia. E mi pare che sia Caproni che Mozart, al di là dei riferimenti al contesto culturale del loro tempo o del passato, in queste composizoni abbiano splendidamente attinto all'originalità della loro ispirazione artistica.
Buon ascolto!
(La foto, che riproduce un dipinto di Massimo Campigli intitolato "Busto (Le perle)", è presa dal web. Qui le collanine non sono coralline...ma dai, pazienza!)














