Ci sono testi che, se letti almeno una volta lasciando che ci parlino, si radicano in noi per riaffiorare poi spontaneamente nel tempo, come cosa che si è fusa con le nostre percezioni ed esperienze. Anzi, capace di esprimerle perchè la poesia ha il potere di cogliere in noi sorgenti nascoste anche a noi stessi e di regalarci il linguaggio col quale attingere ad esse.
Viviamo talora stati d'animo confusi che non sappiamo sciogliere in parole, ma che la prosa di uno scrittore o i versi di un poeta sanno spesso restituirci con luminosa chiarezza: Ungaretti direbbe con "limpida meraviglia". Allora la vita e la morte, la gioia e lo stupore, la solitudine o l'affanno possono riemergere dal nostro cuore con le parole dei poeti divenute ormai nostre.
Vi sarà certo capitato di vivere questa esperienza, non solo ritrovando in voi le espressioni a tinte fosche che usa talora Dante all'Inferno - "Lasciate ogni speranza...", "Non ti curar di lor..." - ma di inoltrarvi anche nella profondità meditativa di quel "figlia del tuo figlio" dell'ultimo canto del Paradiso facendo vostra la preghiera di San Bernardo a Maria. Per non parlare poi della contemplazione del cielo stellato con cui finiscono le tre cantiche dantesche, una suggestione che ha attraversato nel tempo la letteratura: dal "candido volto de le stelle" del Tasso alle "Vaghe stelle dell'Orsa" del Leopardi, dai versi del Pascoli fino a Ungaretti.
Proprio di Giuseppe Ungaretti (1888 - 1970) è il testo di oggi, tratto dalla raccolta "L'Allegria" e caratterizzato dalla struttura frammentata del verso e da quell'incisività tipica dell'Ermetismo. Eccolo:
Sereno
Dopo tanta
nebbia
a una
a una
si svelano
le stelle
Respiro
il fresco
che mi lascia
il colore del cielo
Mi riconosco
immagine
passeggera
Presa in un giro
immortale.
(Bosco di Courton, 1918)
È una meravigliosa sensazione di sollievo quella che il poeta ci comunica nella sua contemplazione del cielo, un sollievo che ci pervade piano mentre il respiro si fa più calmo. Immaginiamolo steso per terra con la faccia alla meraviglia della volta stellata e noi con lui, mentre la natura ci pervade corpo e anima di stupore e di pace. Il poeta scrive nel contesto della guerra dove la morte è esperienza quotidiana; ma la nebbia che si dissolve piano, oltre che segno di speranza per il suo presente, può essere anche metafora di ciò che talora avviene in tante vite e in ogni situazione che, dopo il buio della sofferenza, ritrovi la luce. Ma soffermiamoci sul testo.
Scrive di notte Ungaretti e - se ricordate la celebre poesia "I fiumi" - non è la prima volta: scrive in trincea, nelle pause dall'orrore, negli sprazzi di riposo e raccoglimento. I suoi sono pensieri nati sul filo sottile di una precarietà avvertita anche nel proprio corpo e, come spesso avviene, è la natura la sua interlocutrice. A somiglianza di altri suoi testi, la struttura di "Sereno" vede una prima strofa puramente descrittiva, soggetto della quale qui sono le stelle; una seconda strofa dove soggetto è invece il poeta che registra una percezione fisica (Respiro), e le ultime due dove esprime una riflessione (Mi riconosco). Vi cogliamo quindi un passaggio da ciò che vede fuori di sè, a ciò che sente col corpo e infine con la propria interiorità.
"Dopo tanta /nebbia /a una /a una/ si svelano /le stelle": qui un velo si dissolve, un sipario si apre lento, dove il tanta contrasta con quel a una / a una in versi separati, per farci cogliere la levità del movimento con cui la nebbia svanisce e riappare il cielo stellato.
La sua limpidezza crea un'intensa sensazione di frescura che il poeta rende con una sinestesia, associando in un'unica espressione percezioni nate da sensi diversi, in questo caso il tatto e la vista. "Respiro / il fresco / che mi lascia / il colore del cielo": è il blu profondo della volta stellata con tutta la sua suggestione - e forse anche col vento - a dare una sensazione tattile che Ungaretti avverte col respiro. È la percezione fisica di un ritorno alla vita dal chiuso, dall'ottundimento, dall'opacità, davanti a uno spettacolo della natura che tocca il suo corpo ma apre anche l'anima destando stupore.
La sua riflessione conclusiva infatti ci parla di consapevolezza della dimensione creaturale dell'essere umano: "Mi riconosco / immagine / passaggera / Presa in un giro / immortale". Certo, tale riflessione nasce dal confronto tra la magnificenza della natura e la piccolezza dell'uomo la cui precarietà è sottolineata dall'esperienza della guerra come testimoniano svariati altri testi ungarettiani.
Ma la poesia non si ferma qui e riconosce che tale precarietà è presa in un giro immortale. Immediato risalta il contrasto tra i termini immagine (che può indicare qualcosa di evanescente), passaggera (che ne sottolinea la fragilità) e immortale che invece definisce ciò che va oltre il limite umano e ha in sè una scintilla di eternità.
È una posizione che supera ciò che Ungaretti aveva scritto solo due anni prima in un testo di tre soli versi intitolato "Dannazione": "Chiuso tra cose mortali / (anche il il cielo stellato finirà) / perchè bramo Dio?".
Se è pur vero che anche il cielo stellato finirà, in "Sereno" invece esso resta segno di una grandezza infinita di cui l'essere umano, pur piccolo, è partecipe: una grandezza che non si lascia soggiogare e nella quale possiamo attingere alla parte migliore di noi stessi.
E per commentare in musica questo testo ungarettiano sono tornata ad Antonio Vivaldi (1678 - 1741) con un brano già pubblicato tre anni fa, ma che ripropongo qui per la sua estrema leggiadrìa.
Si tratta dell' "Andante" dal "Concerto in Si bemolle Maggiore RV 583 per violino discordato", brano che, nella parte introduttiva, ci pervade con quello stupore incantato che davvero può accordarsi alla visione di un cielo in cui lentamente la nebbia si dirada e, a una a una, ricompaiono le stelle.
È qui che, sugli accordi del basso che si ripetono sempre uguali, il violino solista inanella la sua melodia, un tema che va progressivamente fiorendo per fare alla fine tutt'uno con la base degli archi.
Una musica che ci conduce piano ad un'intensa contemplazione, simile a quella della poesia di Ungaretti dove canto della natura e canto dell'essere umano si fondono.
Buon ascolto!
(La foto, che riporta un dettaglio del dipinto "Notte stellata sul Rodano" di Van Gogh, è presa dal web)


















