venerdì 14 settembre 2018

Rughe

Dal mio balconcino di montagna - ormai diversi giorni fa - guardavo il Gran Paradiso in quel clima di fine agosto che prelude già all'autunno.  
Come sempre, quando la stagione declina, è la luce a fare la differenza: una luce che, se spesso rende il paesaggio più nitido quasi lo si potesse toccare, a volte tuttavia ci restituisce tinte smorzate e contrasti meno forti.

Ma anche quando il tempo piega verso il brutto, è bello starsene lì a prendere l'ultimo occhio di sole, mentre sulle cime in fondo alla vallata già si annunzia il temporale o un fiotto chiaro di pioggia copre il paesaggio. E a colpirmi non sono tanto i repentini cambiamenti di tempo - e di temperatura - quanto l'atmosfera che si crea nel giro di pochi momenti: un'aura di solitudine e di silenzio in cui a dominare resta solo il vento.

È stato in uno di questi pomeriggi, mentre le nuvole si addensavano sul Gran Paradiso, che - per l'ennesima volta - mi ha colpito il suo aspetto, sempre splendido e maestoso certo, eppure diverso dalle estati di tanti anni fa, quando i ghiacciai riempivano quasi tutta la conca: a destra quello rotto e tormentato della Tribolazione, a sinistra la colata liscia e scintillante del Money. 
Per chi, come me, frequenta e ama da tempo questi luoghi, è un dispiacere constatare come l'innalzamento delle temperature negli ultimi decenni abbia gradatamente modificato la fisionomia del paesaggio. Ad ogni estate, il grigio della roccia e della morena prevale sempre più sul bianco, inducendomi a desiderare che le prime nevicate, dando al panorama il consueto aspetto invernale, mi illudano che lo splendore dei ghiacciai sottostanti sia ancora intatto.
Così, mi sono chiesta che farei se in futuro le cose dovessero cambiare radicalmente. Amerei ancora questo luogo incantato o le ferite del paesaggio mi resterebbero inesorabilmente anche nel cuore?
Poi, ho considerato ciò che accade a ciascuno di noi quando il passare del tempo incide sulla fisionomia delle persone care: smettiamo forse di amarle perchè una rete di rughe copre il loro viso, il passo si fa incerto o lo sguardo ha perso lo smalto della giovinezza? Certo che no! Anzi, insieme all'inevitabile dispiacere, spesso si fa strada in noi una nuova tenerezza, un legame che tutto comprende, così come le rughe del paesaggio o i sassi di un luogo amato ci sono familiari perchè appartengono alla nostra storia, anch'essi incastonati nel suo misterioso splendore.

Allora, mi piace associare a queste piccole considerazioni un pezzo che mi pare rifletta un po' tali suggestioni. 
Si tratta dell' Ouverture dall'opera "Griselda" RV 718 di Antonio Vivaldi, qui nell'Andante e nel Minuetto - rispettivamente secondo e terzo movimento -   diretti dal compianto Claudio Scimone. 
È l'Andante, in particolare, ad affascinarmi: un brano venato da una sottile malinconia, come quella che può prendere all'appressarsi dell'autunno. 
Eppure vi trovano spazio anche un garbo, una pacata serenità di note cui abbandonarsi con dolcezza, insieme a un ritmo di fondo che - fateci caso - ci accompagna fin dall'inizio, quasi ci fosse un orologio a scandire con i suoi battiti il passo inarrestabile delle ore. Un trascorrere del tempo tuttavia privo di angoscia che ci guida ad accettare i mutamenti delle stagioni sia fuori che dentro di noi, le rughe del paesaggio - come quelle del corpo o dell'anima - in una prospettiva di apertura a ciò che verrà.

Buon ascolto!

lunedì 10 settembre 2018

Buon viaggio, Maestro!!!















Questa volta, prima che nelle note lo splendore della musica abita nelle parole del Maestro Claudio Scimone - scomparso pochi giorni fa - famoso innanzitutto come fondatore e direttore dell'orchestra de "I Solisti Veneti".
Mi piace ricordarlo con questo bel video, dove con rara semplicità si definisce un "eterno studente" e ripercorre alcune tappe del proprio cammino, sottolineando il senso della sua scelta di dedicarsi alla musica.

Buon ascolto!

sabato 18 agosto 2018

Pausa...

























Proprio così!
Come l'amico Snoopy, anche questo blog si prende un breve periodo di sosta. 
E a proposito di follia, vi lascia in ottime mani!

Buon ascolto!

mercoledì 15 agosto 2018

Oggi la musica può solo pregare...

























Pinturicchio (1452 - 1513): "Assunzione della Vergine".
Roma, Santa Maria del Popolo.
 
 
Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901): "Salve Regina".

lunedì 13 agosto 2018

Una piccola oasi di silenzio

(foto presa dal web)
Dalle parti in cui mi trovo - intendo dire nel mio amato paesetto di montagna - la musica è coltivata in modo straordinario tanto che fa parte di quelle tradizioni che, come la lavorazione dei merletti o del legno, vengono tramandate in famiglia.

Qui è la fisarmonica lo strumento privilegiato che tutti imparano a suonare con maestria fin da piccoli e che accompagna lietamente feste, balli e canti popolari della zona. Così, non è raro ascoltare musica suonata dai gruppi locali più in voga non solo in occasione di sagre o altri appuntamenti folkloristici, ma come colonna sonora di particolari luoghi, a somiglianza di ciò che accade anche nelle grandi città.
In paese viene diffusa in uno spazio molto frequentato - un grande atrio, dotato tra l'altro di Wifi, che conduce ai parcheggi - e passarvi a qualunque ora del giorno ha sempre significato sentirsi avvolti da ritornelli vivaci che spesso diventano un vero e proprio invito alla danza.

Quest'anno però qualcosa è cambiato e chi ha scelto i brani, invece di privilegiare il repertorio dei gruppi locali, si è spinto più in là.
Fisarmonica??? Bene, fisarmonica sia!!! Ma con una musette, un tango, un ritmo jazz, con autori quali Galliano, Piazzolla o melodie prese da film. Insomma, una meraviglia!
Me ne sono accorta fin dai primi giorni, quando ho riconosciuto le note di quello splendido pezzo che è "La Valse à Margot" di Richard Galliano, vecchia conoscenza di questo blog che potete ritrovare qui. Così, non ho potuto non soffermarmi ad ascoltare anche il resto, tra accattivanti assoli di fisarmonica in quell'attitudine del jazz talora nervosa e a volte languidamente romantica.

Tra tutti, mi ha colpito in particolare un pezzo dal ritmo lento e dolce che molti di voi certo ricorderanno. 
Si tratta del brano più famoso della colonna sonora del film "Il postino", scritto da Luis Bacalov (1933 - 2017) - celebre pianista e compositore di origine argentina - che in esso ha ripreso il tema iniziale della canzone "Nelle mie notti" di Sergio Endrigo (1933 - 2005). Al di là della contesa giudiziaria che ne è seguita per l'accusa di plagio - ma anche al di là dello splendore poetico del film che ha visto, tra l'altro, l'ultima interpretazione di Massimo Troisi - ciò su cui mi interessa soffermarmi qui è la musica. 
È questo infatti il brano che oggi desidero proporvi, tuttavia non nella versione originale del film, ma nell'arrangiamento fatto da Richard Galliano che lo ha inserito nel bellissimo album "If You Love Me" del 2007.

Qui, un dolce dialogo si snoda tra la sua fisarmonica e il vibrafono di Gary Burton, che si alternano nell'esposizione della melodia scambiandosi talora le parti, mentre un basso ne scandisce il tempo.
Il tono è nostalgico soprattutto all'inizio, ma ben presto il lieve ritmo di tango va a fondersi con un'impronta jazz che arricchisce il brano di variazioni e di accattivanti divagazioni sul tema.
Un pezzo poetico e sognante che, nell'atmosfera talora caotica o chiassosa delle vacanze, può essere una piccola oasi di silenzio e di contemplazione alla quale abbandonarsi sull'onda del fascino dei due strumenti solisti.

Buon ascolto!

domenica 5 agosto 2018

Guardarsi negli occhi

Vengo dall'aver pubblicato, nei giorni scorsi, la n. 24 delle "Variazioni Goldberg" e - come sempre accade con la musica che scelgo - mi è rimasta in testa per un po' di tempo.
Non solo, ma mentre l'ascoltavo per l'ennesima volta, l'occhio mi è andato allo spartito della clip video e - contrariamente a ciò che mi succede di solito - per un attimo ho avuto la sensazione che il brano potesse essere alla mia portata.  
Certo, l'esecuzione richiede una discreta velocità, problema frequente - almeno per me - nell'affrontare i testi bachiani, ma la tonalità di Sol maggiore, comune del resto a tutte le "Variazioni", mi riconcilia un pochino col mio essere un' eterna principiante. 
Così mi sono detta: "Perchè no?...E se cercassi lo spartito?"

Detto e fatto. Sono andata dall'amico fotografo che ha l'internet point e per anni - quando la connessione nel mio angolo di montagna era più lenta di una lumaca - mi ha visto frequentare il suo negozio sfornando da lì i post per il blog. Ora le cose sono cambiate e posso collegarmi tranquillamente anche dall'alto del mio nido, ma non ho la stampante, per cui sono scesa in negozio e ne sono uscita pochi minuti dopo con in mano due bei fogli nitidi in cui la scrittura musicale della "Variazione" si snodava in tutto il suo splendore.

È stato allora che ci siamo guardati in faccia, io e lo spartito intendo. 
Per un attimo, leggere quelle note è stato riconoscerle come quando s'incontra una persona che desideravi vedere da tempo, come guardarsi negli occhi con un amico cui ci lega una sintonia di antica data.
Non l'ho neppure messo nello zaino ma, andando nel sole del mattino, lì così in mezzo alla strada, mi sono messa a leggermelo canticchiando piano sol...fa#sol...la si re do#re...presa da una gioia abbagliante. Quelle note infatti, con la loro chiarezza e il loro ritmo di danza, mi parlavano come se da esse affiorasse il carattere della persona che le aveva scritte e lo potessi cogliere in mirabile sintesi per un'improvvisa illuminazione.
Del resto, sempre la musica ha una scrittura straordinariamente rivelatrice dell'anima di chi l'ha composta e - come altri tipi di linguaggio - ha una sua sintassi fatta dalla costruzione complessiva del brano, dai passaggi di tonalità, dal ritmo, dall'armonia o dalla sua struttura polifonica. 
Proprio quest'ultimo aspetto, a mio avviso, può aver favorito l'arrangiamento per archi della "Variazione n. 24" dove - invece che tutte al solo clavicembalo - le singole voci sono affidate a strumenti diversi.

Allora, presa dalla bellezza di questo pezzo, ve ne propongo un altro sempre di Bach, tratto sempre dalle "Goldberg" e ancora una volta oggetto di un affascinante arrangiamento per archi e basso continuo. 
È la "Variazione n.12", brano di prorompente vivacità, ricco di un'energia che, fin dal suo esordio, le note ci comunicano in modo solenne, deciso e - per così dire - assertivo, con la forza di un' inequivocabile affermazione di vitalità.
A somiglianza degli altri pezzi dell'intera composizione, vi s'intravvede il tema della celebre "Aria" iniziale che appare e riappare, ripreso e coniugato in vari modi, simile a un fiume sotterraneo che s'inabissa e poi riaffiora qua e là.
Un gioiellino da sentire e risentire a pieno volume per gioia nostra - e dei vicini di casa - immergendoci nella sua potenza rigenerante. 
Un brano in cui la concertazione dei vari strumenti sottolinea l'alternarsi delle voci e lo scambio delle parti, in un gioco dove - come in altri splendidi pezzi bachiani - unità e varietà, rigore e fantasia fioriscono insieme.

Buon ascolto!

sabato 28 luglio 2018

Mettersi in gioco

Estate: tempo di letture o di riletture.
Così, nell' angoletto di montagna in cui passo le vacanze, mi sono portata un libro che già conoscevo, ma che ho voluto riprendere in mano dopo la presentazione cui ho assistito una domenica di fine giugno, nella splendida cornice della sacrestia della chiesa dell' Incoronata a Lodi.

S' intitola "Ne vale sempre la pena" ed è stato scritto da Momcilo Jankovic, ematologo di fama che qui racconta la propria esperienza di medico che, per anni, ha curato le leucemie infantili presso l'ospedale San Gerardo di Monza. 
Argomento decisamente duro quindi, come ogni volta che si parla di tumori, a maggior ragione se ad esserne toccati sono degli adolescenti o addirittura dei bambini. Eppure ho trovato il libro affascinante, così come la presentazione che ne ha fatto l'autore col quale è stato possibile dialogare schiettamente come ci si conoscesse da tempo.

Una vita spesa per curare una malattia il cui semplice nome fa paura non significa solo aver maturato la competenza professionale necessaria per condurre i pazienti verso la guarigione, approfondendo la ricerca per aumentarne di giorno in giorno il numero. Ma vuol dire anche possedere le doti umane per accompagnare nel loro difficile percorso sia i piccoli malati che le loro famiglie, con un' accoglienza e un' attenzione capaci di stabilire con ciascuno relazioni diverse in rapporto all'età, al carattere e alle prospettive che un tumore può aprire, ma anche chiudere.

Relazioni, appunto. Il libro del dott. Jankovic non è un saggio di medicina o un elenco di casi clinici. È il racconto della sua esperienza a contatto prima di tutto con persone che, lungo il sentiero accidentato della malattia, hanno condiviso paure, speranze, rabbia e sogni che il medico ha accolto come si fa con doni preziosi.
Sono tante e diverse le storie che l'autore racconta in questo libro, molte a lieto fine, altre no. Ma tutte segnate da una ricchezza umana che - se talora non riesce ad averla vinta sul male - tuttavia fa sempre scaturire una vita sorprendente e impensata da un contesto in cui immagineremmo solo sofferenza e morte.
Potrebbe essere facile - a questo punto - cadere nella retorica, ma il libro vi sfugge perchè ha il sapore vivo del documento insieme all'autenticità dei sentimenti che l'esperienza suscita, primo fra tutti il commosso stupore del medico di fronte alla candida consapevolezza di suoi giovani pazienti.

Se da un lato il dramma della morte di un bimbo o di un adolescente non viene nascosto nè edulcorato, dall'altro il rapporto che nasce tra il dottore e i suoi malati è assolutamente singolare. Un dialogo umano costante e al tempo stesso un corretto distacco riescono infatti a coniugarsi in una relazione che lo vede quasi alla pari con loro. 
Milanese con radici a Belgrado, Jankovic ha un nome che è un programma: Momcilo in serbo significa infatti "ragazzo gaio" ed è proprio la gaiezza del suo carattere a consentirgli di entrare in empatia con i suoi pazienti, facendo del calore umano, del sorriso e di una costante vicinanza la prima cura da somministrare. 
Lo vediamo così che si attarda a giocare a rubamazzetto con un bimbo o che si adopera per realizzare alcuni desideri dei suoi ragazzi: assistere a una partita, a un concerto o incontrare George Clooney, come sarà per due adolescenti destinate a morire pochi giorni dopo. E così per tanti casi, lo scopo è sempre incoraggiare la vita, l'iniziativa, favorendo - fin dove è possibile - un'esistenza che non escluda il malato dalle opportunità che si offrono agli altri suoi coetanei.

Al di là della competenza professionale, quella di Jankovich è una competenza del cuore il cui perno è la condivisione della sofferenza, un mettersi in gioco che egli osserva nel comportamento dei più piccoli e che fa suo, lasciandosene coinvolgere nel proprio operato e prima ancora nelle proprie emozioni. 
E sono emozioni che si traducono spesso in poesia tanto che le storie di questo libro si potrebbero raccontare anche attraverso il filo rosso dei versi scritti sia dal dottore nella sua riflessione quotidiana, che dai suoi pazienti. 
Vi trovano posto i sogni dei più piccoli, la ribellione degli adolescenti insieme agli inevitabili interrogativi di senso e a una profondità spesso toccante.  
Ma vi si scorge anche la grande forza della resilienza, quella capacità psicologica di affrontare eventi traumatici che consente a molti ragazzi malati di dare significato e valore a tutti gli aspetti del loro difficile cammino, cogliendovi un senso.
Confesso che, leggendo il libro, mi sono venuti in mente alcuni versetti della sequenza che si recita il giorno di Pasqua: "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello". E davvero si ha la sensazione che - all' interno del reparto di oncologia pediatrica e di tutta l'équipe del dott. Jankovich - ciò accada ogni giorno in una lotta dove, accanto al dolore devastante della sofferenza o della perdita, fiorisce tuttavia la vita nel suo significato più pieno insieme a un'onda sempre più ampia di condivisione.

Proprio per sottolineare questa vita, sono tornata ancora una volta a Bach con la vivacità di un brano scelto dalle celeberrime "Variazioni Goldberg BWV 988", capolavoro assoluto che fonde energia, rigore e quella straordinaria felicità creativa che è la cifra del genio del compositore.
Si tratta della "Variazione n.24" qui in un arrangiamento per archi che mi ha affascinato perché conferisce al testo nuovo spessore e insieme testimonia la versatilità della musica bachiana. Un brano che armonizza il suo ritmo danzante di 9/8 con la struttura a canone dove le voci s'inseguono, riecheggiano e poi s'intrecciano ciascuna con un proprio carattere. 
Così come l'autore e i ragazzi di questo libro, ciascuno - nella sua singolarità - segno di forza e di gioiosa speranza.

Buon ascolto!

 

venerdì 20 luglio 2018

"L'equilibrio della lucertola"


Uscito tre mesi fa per i tipi della nuova editrice Solferino, l'ultimo libro di Giovanni Allevi - il quinto per la precisione - si distacca un po' da quelli che lo hanno preceduto incentrati sul rapporto del compositore con la musica, anche se un importante riferimento ad essa non manca.
Un po' diario, un po' favola, un po' riflessione filosofica, "L'equilibrio della lucertola" è un testo a più piani di lettura che nasce dalla presa di coscienza di quegli squilibri e di quella fragilità che - a somiglianza di tanti - il musicista avverte in sè.
Ma com' è tipico della sua personalità, di fronte a ciò che lo manda in crisi, Allevi non si allontana evadendo il problema, ma sceglie di attraversarlo per scandagliarne il messaggio oscuro e segreto, per ascoltare con l'anima e i sensi all'erta ciò che il problema stesso vuole comunicargli, nella sua dimensione di novità e di cambiamento.

Il libro si apre con una coraggiosa analisi dei motivi che possono destabilizzare un personaggio di fama, esposto quotidianamente al giudizio degli altri, ma anche al proprio. Ed è con una scrittura sobria ed essenziale, profonda e al tempo stesso lieve, che il compositore ci conduce in tale indagine, necessaria per andare con sincerità disarmante alla radice della sua inquietudine, cogliendo ciò che si annida sotto manifestazioni come l'ansia e il panico.
Un po' pirandellianamente, Allevi parte da un dettaglio quasi insignificante - si è accorto di non riuscire più a stare in equilibrio con un piede solo - per allargare poi il proprio pensiero dal piano fisico a quello esistenziale, dal microcosmo della sua singola esperienza agli eventi del macrocosmo.
Prende il via allora una sorta di diario dove, nella solitudine di un'isola dell'Atlantico in cui si è rifugiato, il musicista registra quotidianamente gli esercizi compiuti per recuperare l'equilibrio fisico. 
Ma insieme annota le proprie riflessioni sul fatto che lo squilibrio - quella sorta di asimmetria che talora cogliamo in noi - non è in fondo un dato negativo, perchè l'essere equilibrati non sta tanto in un'asettica equidistanza tra poli opposti, ma in uno sporgersi senza paura verso la vita. 

A guidarlo in questa analisi progressivamente più ampia è appunto la lucertola citata nel titolo, una sorta di immaginario guru che risponde agli interrogativi del compositore, conducendolo ad una considerazione più positiva della sfasatura interiore che egli avverte. In realtà, un dialogo di Allevi con se stesso, alla ricerca del senso profondo delle cose e di quella luce che si cela, a volte ancora più fulgida, tra le pieghe delle esistenze scombinate e sofferte.
Ma sarà anche la musica - nel cuore di una suggestiva quanto drammatica esperienza narrata nella parte finale del libro - ad illuminare il compositore come un dono dall'Alto e a svelarsi in tutta la sua potenza salvifica.

Così, proprio in riferimento ad essa, desidero condividere qui uno dei più recenti brani di Allevi. Si tratta del secondo movimento, "Adagio", del "Piano Concerto n.1" uscito lo scorso autunno nel doppio cd "Equilibrium".
È evidente da questo titolo che l'argomento del libro stava da tempo a cuore al musicista, anche se qui esso riguarda in particolare il rapporto tra le sue contrastanti anime musicali, quella classica e quella rock. Entrambi gli aspetti emergono infatti sia dal "Piano Concerto n.1" che - tra l'altro - ha come straordinario interprete l'americano Jeffrey Biegel, sia dai singoli pezzi contenuti nel cd dove solista è lo stesso Allevi.

Ma torno all'"Adagio". Non è un brano da ascoltare frettolosamente con l'animo ingombro da mille pensieri, ma una composizione che esige tempo, concentrazione e soprattutto silenzio. A differenza del primo e del terzo movimento del Concerto ricchi di scintillante esuberanza, queste note ci conducono infatti in un clima di intimità e di calma contemplativa. 
È una musica che esordisce sommessa e, dall'atmosfera quasi rarefatta dell'introduzione orchestrale fino al pacato dispiegarsi del tema e alla sua ripresa in successive delicatissime variazioni, va a pervaderci il cuore come una brezza leggera. E il suo ritmo lento e sognante, segnato qua e là da luminosi passaggi, ci regala un profondo respiro di pace.
Un "Adagio" che, se nella sua struttura e nella sua aura di romanticismo può ricordare certi pezzi di Chopin, ha tuttavia il timbro inconfondibile dell'ispirazione di Allevi che la splendida interpretazione di Jeffrey Biegel fa fiorire in tutta la sua intensità.

Buon ascolto!

giovedì 12 luglio 2018

Gli amici tedeschi

Mese di luglio, piena estate, clima già abbastanza caldo e tempo di villeggiatura almeno per alcuni. 
E allora un'aria di leggerezza vacanziera tira anche in questo blog che - se propriamente in ferie non va ancora - si concede tuttavia qualche momento di svago.

Il fatto è che, insieme agli esiti degli esami di maturità usciti in questi giorni con i nomi degli studenti distintisi per i loro risultati eccellenti, si è arricchito anche lo stupidario degli errori candidamente spiattellati da altri e puntualmente riportati poi sui giornali o sul web. 
E leggerli mi ha suscitato una certa ilarità perché, nonostante si tratti talora di vere e proprie sciocchezze, in tanti casi alcuni strafalcioni finiscono per tradursi in battute d'involontario umorismo.

Ignoravo però che esistessero anche stupidari musicali, dedicati alle risposte degli allievi agli esami di musica dalle medie fino al conservatorio.  
Confesso che vi ho letto tali assurdità che, se per un po' mi hanno fatto ridere di gusto - tipo "Le sinfonie di Beethoven sono tre: la terza, la quinta e la nona" - a livelli più alti mi hanno lasciato di stucco, soprattutto davanti a musicisti che muoiono e risorgono a distanza di secoli a piacimento del candidato.
Non intendo tuttavia dilungarmi su certe amenità, ma sottolineare il fatto che, in tempi neppure troppo lontani, a conoscere un minimo di storia della musica non erano solo gli allievi dei conservatori o comunque gli appassionati, ma un po' tutti. Almeno fino a un certo punto infatti, alcune nozioni erano patrimonio comune, a cominciare dall'opera conosciuta a menadito dai nostri genitori e nonni indipendentemente dal loro livello di studi. Verdi e Puccini erano di casa, come pure tanta musica sinfonica, ed era in famiglia che nascevano consuetudini e fiorivano passioni talora anche al di là dell'insegnamento scolastico. Ed era così che un primo insieme di conoscenze passava alle nuove generazioni.
È tanto vero che, citando i brani più famosi, non era neppure necessario ricordarne l'autore. Era ovvio che parlare di "Toccata e fuga in re minore" o di "Variazioni Goldberg" significasse riferirsi a Bach, o che citare la "Jupiter" fosse ricordare una sinfonia di Mozart e l' "Eroica" una di Beethoven. 
Non occorreva precisare che è stato Verdi a comporre "Il trovatore" e Vivaldi "Le quattro stagioni": bastava l' incipit di una romanza o un titolo perchè tutti riconoscessero il compositore.

Oggi però - senza nulla togliere alla competenza di tanti giovani e appassionati cultori di musica e al lodevole impegno di parecchi insegnanti! - in genere la cosa è un po' più difficilotta.
"Il trovatore" qualche volta si è trasformato nel "trovatello", le "Variazioni Goldberg" diventano spesso e volentieri le "Variazioni di Goldberg", mentre Bach è defenestrato dal mondo della musica senza troppi complimenti perchè scambiato per il medico ideatore dei fiori di Bach, appunto! 
Dite che esagero??? Niente affatto. 
Anni fa, ascoltando per caso una frase in cui avevo citato i "Brandeburghesi", una persona mi ha chiesto garbatamente se fossero dei miei amici tedeschi. 
Al momento ho sbarrato gli occhi, però devo confessare che, dopo un primo moto di sorpresa, la cosa mi è piaciuta. In fondo, tra le tante questa è carina, dai! Pensare agli splendidi concerti, pilastri del genio bachiano come a degli amici non è fuor di luogo, nè molto lontano dal vero! 
E capita a volte che siano proprio gli errori a svelarci aspetti inusitati delle cose, dimensioni che magari non avevamo considerato e che, nonostante tutto, arricchiscono il nostro rapporto con esse.

Così, oggi ho scelto un brano di Bach tratto proprio da uno dei miei "amici tedeschi": il terzo tempo, "Allegro", del "Concerto brandeburghese n.5 in Re maggiore BWV 1050".
Rigore e inventiva, ritmo e fantasia caratterizzano questo splendido pezzo in cui flauto traverso, violino e clavicembalo dialogano tra loro alternandosi e sovrapponendosi in precisissimi intrecci. Un po' fuga e un po' giga, con il brio danzante che si addice al movimento finale di una composizione barocca, il brano ci accompagna con la sua energia e ci risolleva l'anima con la sua vibrante vivacità. Proprio come farebbe un amico!

Buon ascolto!

mercoledì 4 luglio 2018

Straniante solitudine di un bacio

Mi ha sempre affascinato il dipinto che vedete qui, opera del norvegese Edvard Munch (1863 - 1944), intitolato "Il bacio con la finestra" e conservato presso il National Museum of Art di Oslo. 
Si tratta di una composizione conosciuta quasi al pari de "L'urlo" ma, se non fortemente drammatica come questo, certo altrettanto espressiva per una sorta di sottile angoscia che da essa traspare.

La caratteristica principale per cui il dipinto mi colpisce è la collocazione in esso dei due protagonisti. Non sono infatti al centro del quadro - come nei famosi Baci di Hayez, Klimt, Magritte o dello stesso Munch in un'altra sua creazione - ma appartati e protetti in quello che, forse, è un angolo dietro una tenda, quasi il loro fosse un bacio rubato, in segreto, fuori dal raggio di occhi indiscreti. 
E affascinante è pure il contrasto tra il chiaro e lo scuro, l'esterno e l'interno: fuori il mondo, le vetrine dei negozi nella luce azzurra della sera; dentro un'intimità segnata da un'ombra progressivamente più fitta e da un abbraccio. 
A creare tale impressione contribuisce anche la pennellata lunga e spessa tipica di Munch, che si traduce qui in un'onda avvolgente fatta di linee oblique che dalla tenda proseguono nelle braccia dell'uomo che circondano la donna, così come nell'abbandono di lei.

Ma dicevo che nell'opera leggo anche un che di vagamente angoscioso quasi fosse una rappresentazione a due facce.
Se da un lato infatti, mi prende lo splendore dei colori tutti giocati tra il blu e una trasparente gradazione di azzurro, dall'altro queste tinte possono farci percepire la freddezza di un'atmosfera nordica che le piccole luci gialle sulla strada non riescono a dissolvere. Sia all'interno che all'esterno, inoltre, l'ambiente è anonimo: si tratta certo di una città, ma è difficile dare un carattere preciso a ciò che si vede, così come alla stanza in cui la scena è inquadrata. 
E se l'abbraccio della coppia è forse segno di una passione intensa e rapinosa, al tempo stesso le due figure così ammantate d'ombra possono lasciare una cupa sensazione di tristezza come se il loro incontro preludesse ad una separazione. 
Di più. Quei due volti non solo accostati, ma addirittura fusi tra loro, indistinti quasi fossero una cosa sola ed efficacissimi pur nella loro inespressività, possono tuttavia parere anche vuoti. Un vuoto nel quale lo spettatore è forse portato a specchiare se stesso, mentre là fuori scorre una vita ignara e incurante del sentimento o del dramma che si compie nell'esistenza del singolo. E ne può derivare un senso di straniante solitudine.

Così, ho pensato di associare alle immagini un brano di musica che, per certi aspetti, può riflettere tale ambivalenza.
Si tratta di un valzer tradizionalmente considerato opera postuma di Chopin - la "Valse mélancolique in fa diesis minore" - ma in realtà composto da Charles Mayer (1799 - 1862), contemporaneo del musicista polacco e vicino al suo stile. 
In anni recenti è stato infatti scoperto lo spartito originale del Valzer di Mayer intitolato "Le régret", Valse-Etude mélancolique op.332 che presenta una stesura più ampia rispetto alla versione fino ad allora conosciuta.
Detto questo però, ho scelto qui il testo precedentemente attribuito a Chopin perchè oggetto di un'interpretazione a mio avviso incantevole che, nel suo andamento pacato, ne mette in luce ogni più delicata sfumatura, come per esempio a 1,10 dall'inizio. 
Il brano è giocato tra un tema intriso di malinconia - e lo dimostra anche il titolo dato da Mayer: "Le régret", il rimpianto - e altri passaggi animati da più accesa passione. Così come la stessa espressione "Valse mélancolique" associa l'idea gioiosa della danza a quella di un languido ritornello, ora sognante, ora pervaso di tristezza.

Buon ascolto!

mercoledì 27 giugno 2018

Sigle Rai

(foto presa dal web)
Chi di noi può vantare quella che si dice una certa età, ricorderà sicuramente l' "Intervallo" televisivo trasmesso dalla Rai.
Erano gli anni Sessanta quando questo breve intermezzo nasceva dalla necessità di riempire ora lo spazio vuoto tra un programma e l'altro, ora il silenzio di qualche improvvisa interruzione dovuta a problemi tecnici.

In attesa che la trasmissione riprendesse il più presto possibile, si susseguivano immagini fisse in bianco e nero: pecore in particolare, insieme a scorci di paesaggio e monumenti un po' da tutta l'Italia. Era una pausa distensiva accompagnata da buona musica e in fondo anche un modo di viaggiare attraverso le foto che spesso ritraevano luoghi famosi.
Più avanti, negli anni Ottanta, al bianco e nero si è sostituito il colore, ma un certo cambiamento si è registrato quando le immagini - invece di panorami e monumenti - hanno iniziato a riportare scorci di vita quotidiana, luoghi di lavoro, a volte treni e stazioni, compreso talora il degrado di certi ambienti.

Oggi, all'intervallo si sono sostituiti gli spot pubblicitari una volta affidati al mitico "Carosello", ma in qualche modo la vecchia formula non ha cessato di esistere ed è stata riproposta dal 2013 col titolo di "Intervallo 2.0"
Lo scopo è ormai solo commerciale, tuttavia dell'antica versione è rimasta la colonna sonora che tanti certo ricorderanno, fatta di musica squisitamente barocca. 
E proprio qui volevo arrivare! Si tratta infatti della "Toccata" dalla "Sonata VI in La maggiore" di Paradisi, poi della "Sarabanda" dal "Concerto n.4 dei Concerts Royaux" di Couperin e infine della "Passacaglia" dalla "Suite per clavicembalo n.7 HWV 432" di Haendel.

Così, oggi vorrei soffermarmi sul primo e più vivace dei tre brani, dando il benvenuto in questo blog al napoletano Pietro Domenico Paradisi (1707 - 1791), contemporaneo - come si vede dalle date - dei più celebri musicisti dell'epoca a cominciare dagli italiani Vivaldi, Scarlatti e Porpora del quale a Napoli Paradisi era stato allievo. 
Il pezzo è nato in realtà come secondo movimento, "Allegro", della "Sonata VI in La maggiore" e l'appellativo di "Toccata" gli è stato dato poi, certo per il suo andamento brillante e il vivacissimo andirivieni di note particolarmente melodiose soprattutto nella famosa versione per arpa. Ma il brano è stato eseguito nel tempo anche con altri strumenti solisti, come pianoforte, organo, chitarra, fisarmonica, e pure arrangiato in versione jazz nelle più recenti rivisitazioni.
Una toccata ricca di scintillante inventiva dove il tema si articola prima in luminosi crescendo, poi in modo più sommesso e - nella clip video che ho scelto - l'arpa è accompagnata dall'orchestra d' archi.
Se già mi piaceva al tempo del primo intervallo televisivo, ancor più mi prende oggi con la sua freschezza e la sua trasparenza, le voci che s'inseguono, si richiamano e riecheggiano quasi fosse un canone, mentre ne scaturisce la gioia sorgiva di un ruscello ricco di acque.

Buon ascolto!

martedì 19 giugno 2018

Eleganza francese

(foto presa dal web)
Sono sempre più convinta che, in questo piccolo spazio web, sia la musica a imporsi guidando le mie scelte, talora anche al di là delle mie intenzioni del momento.
Ero infatti orientata a pubblicare un brano diverso da quello che troverete, incerta tra una mazurka di Glinka e un valzer attribuito a Chopin. Avevo già scritto quasi tutto il post, quando ho risentito per caso il pezzo di oggi salvato nelle bozze diverso tempo fa, e mi ha catturato di nuovo con un fascino che ha superato di gran lunga quello del primo ascolto.

Scatta a volte una sintonia per cui comprendiamo al volo che cosa ci è più congeniale in un determinato momento e che cosa no, da quali melodie ci sentiamo di lasciarci prendere e quali invece - per quanto si adattino bene al discorso, al dipinto, all'immagine cui sono associate - non sono le nostre qui e ora. Non basta infatti che siano belle, devono suscitare uno scatto interiore immediato e insieme un amore che regga al passare del tempo, capace di sorprenderci anche a distanza di giorni.

Così, quando ieri sera a post quasi finito ho riascoltato per caso Rameau, ho capito che avrei dovuto ricominciare tutto da capo perchè era la sua musica che volevo, quasi mi parlasse dentro.
Di Jean Philippe Rameau (1683 - 1764) ho già pubblicato altri pezzi tra i quali la famosa e splendida "Gavotta con variazioni" che - se volete - potete ritrovare qui. La cito perchè il brano di oggi, anzi i due brevi brani che si susseguono nella clip video fanno parte della stessa composizione: la "Suite in la minore RTC 5". Si tratta in particolare della "Sarabanda" seguita dal brillante pezzo di bravura intitolato "Les trois mains".  
Tre mani? Proprio così, e posso immaginare che il motivo di un titolo tanto singolare derivi dalla difficoltà, ma anche dalla velocità di esecuzione che, insieme all'incrocio della sinistra sulla destra, può dare l'impressione che davvero le mani siano tre!
  
Entrambi i pezzi sono tutta una fioritura di trilli e abbellimenti che l'interpretazione della bravissima pianista esalta in modo particolare, ora facendoci percepire il silenzio tra le note lente e solenni della Sarabanda a cominciare dal suo splendido esordio, ora consentendoci di cogliere anche le sfumature più giocose del branetto successivo. 
Prima un'attitudine meditativa, poi un andamento più leggero che si anima fino a diventare vivacissimo, sottolineati dall'uso del pianoforte invece del clavicembalo e da un'interpretazione certo più morbida. Delicatezza e brio meravigliosamente coniugati insieme all'inconfondibile eleganza francese del compositore.
Una musica sulla quale soffermarsi senza fretta, per lasciarsi pervadere dalla sua pace così come dalla sua luminosa, scattante energia.

Buon ascolto!

lunedì 11 giugno 2018

Un garbo pensoso

Una straordinaria, variegata, multiforme passione per la Bellezza della vita, quella con la maiuscola e quella nascosta negli angoli più quotidiani dell'esistenza: questa è la Sandra che ho conosciuto!

Basta scorrere i post e le immagini del suo blog che potete trovare qui o la sua pagina Facebook, per scoprire la ricchezza della sua anima creativa. 
Dagli splendidi acquarelli caratterizzati da un particolare gusto per il colore, alla poesia, dall'amore per la natura ai viaggi, fino ai tanti incantevoli lavori a maglia, segno non solo di abilità manuale, ma soprattutto di fantasia ed eleganza. Ho sempre avuto la sensazione che per lei fosse sufficiente mettere gli occhi su di un gomitolo di lana per vedere già cosa ne potesse nascere, quale ricamo raffinato, quale intreccio sapiente di trame e di trafori.

E poi le tante fotografie della sua quotidianità, attraverso le quali ci ha permesso di entrare nel suo mondo sempre teso a cogliere il calore degli affetti, a testimoniare il suo gusto, il suo desiderio di rendere bella la vita. Mi sono permessa di prendere dalle sue pagine alcune istantanee come la foto che vedete a lato, per me tenerissima, dove sta insegnando a suonare il pianoforte all'adorato nipotino.
Ma Sandra non era solo questo. Era anche una donna schietta e arguta, ironica e grintosa, di una grinta che la malattia aveva moltiplicato facendo emergere da lei tutta la sua capacità di mettersi in gioco in ogni situazione e rendendola ancora più combattiva. "Resistere" era la sua parola d'ordine, come lo era stata anche della nostra carissima Ambra.

Mi piace tuttavia ricordare qui anche un altro tratto del suo carattere che ho potuto apprezzare una volta in cui, per qualche momento, ci siamo trovate noi due sole, a tu per tu. Ed è un tratto di pacatezza e di discrezione, potrei definirlo un garbo pensoso.
Eravamo alla fine di un incontro tra blogger tenuto a Milano alcuni anni fa e Sandra, diversamente dal solito, era da sola. 
A sera ci eravamo recate insieme alla stazione: i rispettivi treni erano più o meno allo stesso orario e nell'attesa ci eravamo fatte compagnia. 
Era un po' affaticata, forse la stanchezza di fine giornata o forse un'avvisaglia della malattia che l'avrebbe aggredita di lì a poco. Mi pareva ci fosse in lei un sotterraneo timore o una segreta consapevolezza che qualcosa nella sua vita stesse per cambiare. Mi aveva parlato infatti di alcuni "pensierini" così come li aveva definiti, che ogni tanto la prendevano, niente di più. Ma chiacchierando di noi, dietro il suo sorriso e il suo consueto garbo, avevo colto un grande spessore insieme a una capacità di leggersi dentro - e di leggerti dentro - come poche: una capacità dolce e non invasiva, ma delicata come il gesto di una carezza. E me n'era derivato un gran senso di vicinanza.

Per questo, a lei voglio dedicare una delle più belle musiche di Giacomo Puccini, un'aria ricca di leggiadrìa e al tempo stesso di passione come il famosissimo "Vissi d'arte" dalla "Tosca".
Ho dato qui la preferenza ad una versione solo strumentale perchè lo splendore di una voce solista non ci distolga dall'incanto di queste note e dalla loro intensità. Intense come le parole della stessa Sandra tratte da un suo post dell'otto marzo 2015 che anche altri amici blogger hanno citato, ma che voglio ricordare anch'io per il loro coraggioso richiamo all'essenziale:

"L' essere anaffettivi, questo è il vero cancro dell'esistenza e io sono immune.
Quando la mia via - come quella di tutti - troverà la meta, so fin d'ora quali e quanti tesori saranno miei per sempre."

Grazie di cuore, Sandra, e buon ascolto!

mercoledì 6 giugno 2018

Armonie di un fabbro

 Nicolas de Larmessin II (1638 -1694): "Allegoria di un fabbro".
Non c'è due senza tre...ed ecco ancora Haendel per la terza settimana di seguito, naturalmente però con un brano che per atmosfera e stile si distacca dai precedenti.
È la versatilità del compositore - come ricordavo la volta scorsa - che gli ha consentito di spaziare con grande ricchezza creativa tra opere teatrali, musica sacra, concerti e melodie per voce solista o oper coro, divenute veri e propri patrimoni dell'umanità.

Oggi allora, ho scelto un' "Aria con variazioni", ultimo movimento della "Suite n.5 in Mi maggiore HWV 430" per clavicembalo, anche se ho dato la preferenza alla morbidezza di una versione per pianoforte.
Si tratta di un pezzo molto celebre, adattato nel tempo a diversi strumenti solisti e intitolato "The Harmonious Blacksmith": "Il fabbro armonioso". 
Si sa con certezza che il titolo non è stato dato dal musicista, tuttavia sulla sua origine sono state formulate varie ipotesi, anche se spesso prive di reale fondamento. 
Forse deriva dal soprannome di un certo William Lintern, apprendista fabbro con una grande passione per la musica di Haendel. 
O forse un caso aveva portato il compositore a ripararsi dalla pioggia vicino a una fucina, dove era rimasto colpito dal suono e dal ritmo del martello sull'incudine, e si sa che per un musicista - soprattutto se è dotato di orecchio assoluto - ogni rumore anche udito casualmente sa tradursi in note precise. Francamente non so se Haendel avesse questa capacità, immagino di sì ed è sempre una cosa affascinante. Ricordo una giovanissima pianista che, sentendo in piazza la campana della chiesa mi diceva: "È un do diesis!" e io dentro di me pensavo: "Beata te!". 
Ma torniamo alla musica.

Il brano si compone di un'aria e cinque variazioni. 
L'esecuzione, a mio avviso particolarmente scandita, mentre conferisce una giusta pacatezza alla parte iniziale, diventa poi più animata mettendo sapientemente in luce gli accenti ritmici che ci permettono di apprezzare il tema enunciato alternativamente dalla mano destra e dalla sinistra.
Mi pare che il pezzo si ponga sulla scia di quelle composizioni di contemporanei di Haendel quali Daquin, Rameau, Couperin, per non parlare di Vivaldi, che hanno riprodotto in note i più svariati suoni presenti sia in natura che altrove. 
E proprio Couperin ha imitato il battere di un martello nel pezzo intitolato "Le Tic Toc choc ou les Maillottins" che - se volete - potete trovare qui.

Ma il ritmo e la vivacità del brano di Haendel mi fanno pensare anche a dei bambini che cantano o che giocano. C'è infatti a partire dall'aria iniziale un'atmosfera di allegria che può ricordare una filastrocca infantile. 
Ciò non ne sminuisce affatto il pregio, ma ci induce a pensare che anche le composizioni più articolate nascano spesso da uno schema armonico di grande semplicità, come del resto le famosissime "Dodici variazioni per pianoforte K.265" di Mozart e tanto altro ancora.

Buon ascolto!

 

giovedì 31 maggio 2018

"The King shall rejoice..."

Canaletto: "L'Abbazia di Westminster"
"The King shall rejoice...": il re si rallegrerà. 
Ispirate ai versetti iniziali del Salmo 20 (21), queste parole costituiscono il titolo e l'apertura del "Coronation Anthem HWV 260" di Georg Friedrich Haendel.
Si tratta del terzo del quattro Inni scritti dal musicista in qualità di compositore della Cappella Reale inglese, per l'incoronazione di re Giorgio II e della moglie Carolina, avvenuta a Londra nell'Abbazia di Westminster nel 1727.

Dunque ancora Haendel, ma dopo l'aria delicata e sublime della volta scorsa, oggi mi piace proporvi un brano di grande energia e vivacità, ricco di fasto come si addice ad una cerimonia d'incoronazione. Del resto, solo Haendel tra i musicisti dell'epoca poteva vantare uno stile capace di adattarsi di volta in volta alle esigenze del teatro, della polifonia sacra o di altre celebrazioni. 
E in effetti, qui il compositore si avvale di un organico sia corale che orchestrale di grande ampiezza, probabilmente per la necessità di adattarlo al riverbero spaziale del luogo in cui doveva esibirsi: l'Abbazia di Westminster.

La clip audio che ho scelto comprende i primi due dei quattro movimenti di cui l'Inno si compone. Una lunga introduzione ci conduce subito in un'atmosfera sfavillante, enfatizzata dagli ottoni e dal ripetersi di alcuni passaggi quasi a sottolineare una gioia ridondante, mentre dall'attacco del coro in poi, l'energia e la solennità del canto possono ricordare alcuni squarci del famosissimo "Hallelujah" del "Messiah". E tuttavia, nonostante come brano di apertura il pezzo sia giustamente pomposo, avvertiamo subito l'inimitabile leggerezza delle note di Haendel che ci sollevano dall'ambito puramente celebrativo per riempirci l'anima di luce.
Più pacato invece il secondo tempo che, pur essendo un Allegro come il precedente, ci trasporta in un clima di maggiore morbidezza e cantabilità, segnato com'è da un garbato ritmo di 3/4 che può ricordare un minuetto.

Così, mi piace associare a questa musica il dipinto del Canaletto (1697 - 1768) che vedete nella foto in alto, raffigurante l'Abbazia di Westminster come appariva nel 1749 e come certo l'ha vista anche Haendel. 
Davvero il quadro il cui titolo completo è "L'Abbazia di Westminster e il corteo dell'Ordine del Bagno" - ordine cavalleresco fondato da Giorgio I nel 1725 - ci fa entrare nel clima del tempo per apprezzare una scena di ambiente della quale il pittore ha riportato anche i minimi particolari, quasi fosse una cartolina che ci arriva dal Settecento.
E l'edificio religioso, ieri e oggi luogo delle incoronazioni dei sovrani britannici, insieme al Salmo da cui Haendel ha preso spunto ci ricorda l'antica dottrina secondo la quale la legittimazione dell'autorità del re viene da Dio. 

Riporto qui il testo dell'Inno:

"Il re si rallegrerà nella tua forza, o Signore! 
L'hai colmato di felicità per la tua salvezza!
Gloria e adorazione hai posto su di lui.
 
Gli sei venuto incontro con benedizioni eccellenti, e gli hai posto in capo una corona d'oro finissimo.
Alleluja."

Buon ascolto!