venerdì 14 giugno 2019

I ponti di Hopper

"Le bistrot"
C'è spesso in tanti pittori - al di là dei principali caratteri iconografici che li hanno resi celebri - qualche motivo ricorrente, talora un semplice dettaglio secondario, che tuttavia si ripete come parte integrante del loro modo di rappresentare la realtà.
Ricordate il treno nei dipinti di De Chirico? 
Quel trenino sbuffante che compare all'orizzonte di tante sue piazze famose, in apparenza senza alcun nesso col resto, ma che rimanda a un dato autobiografico? Ecco! Ma potremmo citare anche Ottone Rosai con i suoi vicoli sempre il curva, o Cézanne con il Mont Sainte-Victoire e altri ancora.

"Pomeriggio di giugno"
Così, nell' attenzione verso le opere di Edward Hopper (1882 - 1967) che mi ha portato a scrivere già tempo fa un paio di post, non avevo mai fatto caso ad un particolare che invece ricorre spesso nei suoi dipinti.
Conoscevo Hopper come pittore della solitudine metropolitana e di quella sospensione esistenziale che si traduce in attesa, di quel senso di provvisorietà che gli fa riprodurre squarci di vita incompleti come partenze, treni, strade o finestre, che rimandano a un dentro e un fuori, un prima e un dopo e attendono un compimento.
Ma non avevo mai notato che, nei panorami che l'artista delinea sia quando raffigura il tessuto urbano che altrove, vi sono spesso anche dei ponti.

Perchè mai? Che cosa lo ha condotto verso tale rappresentazione? 
Forse l'immagine inconscia di un luogo familiare, un ambiente visto e sognato che ritorna magari attraverso un semplice richiamo, o tutto ciò sottintende un senso più profondo? 
"Scompartimento C, Carrozza 293"
Non lo so con certezza, ma non mi pare un dettaglio trascurabile, data la frequenza con cui ricorre non solo nei dipinti esplicitamente dedicati a questo tema, ma anche in opere in cui è una semplice citazione en passant - ma proprio per questo ancor più significativa - come nel paesaggio che appare dal finestrino nel quadro qui a lato. 
Sembra infatti che Hopper, nel delineare la realtà circostante, lo inserisca con naturalezza quasi inconsapevole, come se la presenza del ponte facesse parte del suo immaginario.
"Le Quai des Grands Augustins"
Molteplici potrebbero essere le considerazioni sul significato di questa immagine: spazio di collegamento e insieme metafora di apertura e di incontro tra esseri umani, ma anche luogo di sogni romantici così come di oscure tentazioni. 
Tuttavia non intendo addentrarmi in un discorso che mi porterebbe lontano, ma solo osservare i ponti che l'artista ha raffigurato nei loro colori, forme ed effetti.

Per quanto i dipinti che vedete qui - ad eccezione di "Manhattan Bridge" che è successivo - siano stati realizzati nel corso di pochi anni, dal 1907 al 1913 a seguito di alcuni viaggi del pittore a Parigi, vi si possono ravvisare caratteri diversi che lasciano sensazioni del tutto differenti.
"Le Pont des Arts"
Dalla luce al colore, fino alla struttura stessa del ponte e dei suoi materiali, vi sono mutamenti notevoli. 
Troviamo ponti di pietra dal massiccio spessore e strutture in ferro più aeree e snelle che Hopper rappresenta con tratto veloce; vi sono colori chiari e forme semplici, così come costruzioni più articolate e pesanti dove l'ombra prevale sulla luce.
Si va dalla levità di alcune opere come "Le bistrot", "Pomeriggio di giugno" e "Les Pont des Arts", fino alla cupa atmosfera di "Bridge in Paris".
"Bridge in Paris"
Se infatti nelle prime è evidente un certo influsso dell'Impressionismo non tanto nel vibrare della pennellata, ma più che altro nella chiarità dei colori e nell'idea di una pittura en plein air, "Bridge in Paris" sembra invece contraddire tutto ciò e creare un ponte sotto le arcate del quale ci si addentra come nel buio arcano di un tunnel. 
Rispetto agli altri, oltre al colore e ai materiali, cambia infatti anche il punto di vista che, dal basso, ce ne offre una visuale diversa e carica di mistero.
"Bridge on the Seine"
Sono opere nelle quali, al di là delle suggestioni ricevute da Hopper nei suoi soggiorni parigini - e la capitale francese nei primi decenni del Novecento è un incrocio di fermenti culturali - domina la visione dell'artista con quel senso di solitudine e sgomento che la caratterizza.
Osserviamo, per esempio, il bellissimo "Le bistrot". Al di là delle due figurette intente a bere in un angolo, è proprio la solitudine a campeggiare nel paesaggio totalmente deserto. Colori chiari, certo, ma anche un clima di indefinita malinconia e un orizzonte quasi vuoto: la strada, il fiume, il ponte con quei quattro alberelli (cipressi?...) agitati da un vento leggero e un taglio obliquo che mi ricorda un po' i quadri di Munch nella loro inquietudine.
"Queensborough Bridge"
Un taglio in realtà fotografico che ritroviamo pressocchè in tutti i dipinti qui riportati e che riproduce in tal modo solo una parte - a volte più ampia, a volte ridotta a uno scorcio - dei vari ponti che risultano così incompleti. 
Ma del resto, un ponte è già di per sè un elemento incompleto perché la sua presenza rimanda ad altro: ad acqua che scorre sotto le sue arcate, a necessità di collegamenti e al fermento di vita sulle rive che esso unisce.
"Manhattan Bridge"
E mi pare che il taglio di tali rappresentazioni, accrescendone il senso di incompiutezza, rimandi anche in questo caso a quella "tranche de vie" - per dirla alla francese nonostante Hopper sia statunitense - che il pittore ha sempre raffigurato dipingendo, come scrivevo sopra, strade, finestre, treni e attese.

Allora, in omaggio al clima di queste opere e insieme a quanto di parigino alcuni dipinti rappresentano, oggi vi propongo un brano di un compositore francese.  
Si tratta di Erik Satie (1866 - 1925), precursore del minimalismo e iniziatore di quella che viene chiamata musica d'ambiente poichè l'atmosfera da essa creata viene considerata quasi più importante della musica stessa. 
Il genere è nuovo e avrà poi fortuna nel corso del Novecento: famosissime a questo proposito le sue "Gymnopedies" e le "Gnossiennes" inserite anche nella colonna sonora in alcuni recenti film.
Il pezzo che ho scelto è la "Gnossienne n.1 in fa minore" prima di una serie di sette composizioni per piano solo. Resta un po' un mistero l'origine di questo titolo coniato dallo stesso Satie, forse con riferimento al termine greco gnosi.  
Si tratta di una delicatissima melodia dal procedere lento e dal tono malinconico vagamente orientaleggiante, ricca di trilli e caratterizzata da una serie di contrasti tra il piano e il forte
La sua struttura è semplice, ma il tono minore, le frequenti ripetizioni del tema e alcune affascinanti dissonanze possono lasciare una percezione di smarrimento e di indefinita malinconia.

Buon ascolto!

(I dipinti di Hopper qui riportati sono tutti conservati presso il "Whitney Museum of American Art" di New York, ad eccezione di "Scompartimento C, carrozza 293" che si trova alla Collection IBM Corporation e "Queensborough Bridge" in una collezione privata) 
N.B. Se avete l'impressione che la musica non si senta, niente paura! Il brano comincia a 0,24 dall'inizio della clip video. Occorre un pochino di pazienza, ma poi questa interpretazione ci ripaga. Grazie!!!

 

mercoledì 5 giugno 2019

A piccoli passi

N.Lancret (1690 - 1743) : "Minuetto".
Nonostante ami molto la musica di Mozart insieme a quella degli autori suoi contemporanei, non ho mai nutrito una particolare predilezione per la forma del minuetto che, proprio nell'arco del Settecento, trova gli esempi più famosi.
Nato un secolo prima in Francia in ambiente popolare, è divenuto poi  ballo di corte e si è diffuso anche altrove, reso famoso da compositori quali Lully, Boccherini, Mozart, Haydn e il giovane Beethoven, mentre successivamente la sua fortuna andrà diminuendo. 
Lo troviamo quindi inserito, in un primo momento, all'interno delle varie suites barocche e più avanti nelle sonate o nelle sinfonie dell'epoca classica, sostituito poi dallo scherzo.
Il termine minuet deriva dal francese pas menu, passo minuto, e si riferisce proprio al modo di incedere a piccoli passi che caratterizza questa danza dal ritmo ternario, pacata e ricca di garbo. Graziosa e galante sono i primi aggettivi che mi vengono in mente per definirla: una danza di coppia fatta di inchini, cerimonie e riverenze, quasi una sorta di rito di corteggiamento dove però si mantengono le distanze e manca l'appassionata vivacità di altri balli. 
Una danza misurata insomma, come misurati sono i piccoli passi, ora a destra, ora a sinistra, avanti e indietro, che richiedono da parte di chi li esegue molta attenzione perché venga rispettata una perfetta sincronia.

Dicevo appunto che il minuetto non mi ha mai particolarmente attirato, forse per questo suo tono tipicamente salottiero e talora un po' lezioso al quale ho preferito spesso altri generi, o perché richiama un po' la musica d'occasione.
Tuttavia - proprio nell'arco dell'Ottocento, quando la sua fortuna va a svanire - si possono trovare esempi ricchi di notevole fascino.
È il caso del brano di oggi: il "Minuetto" dalla "Suite n.2 dell'Arlesiana" di Georges Bizet (1838 - 1875), già scritto dal compositore per l'opera "La jolie fille de Perth", e dopo la sua morte, inserito da Ernest Guiraud nelle musiche di scena di questa Suite
Si tratta di una melodia luminosa, un "Andantino quasi allegretto" dal ritmo riposante ma vivo, dal procedere sostenuto ma non troppo, e ricco di passaggi che indugiano nel sottolinearne la dolcezza. Ce lo dicono anche il diminutivo e il vezzeggiativo dei due termini con quell'allegretto attenuato dal quasi, che sottintende una vivacità smorzata e una musica soffusa di particolare grazia.

Qui è il flauto di Emmanuel Pahud a regalarci lo splendido tema del brano: un'aria di grande leggiadrìa scandita con leggerezza nelle sue successive fioriture e - dopo un intermezzo orchestrale più deciso e solenne - ripresa con nitida luminosità fino alla conclusione.
Una melodia fatta di piccoli passi rasserenanti, note talora ribattute e qualche lieve passaggio più lento a sottolinearne l'eleganza. 
E mentre qua e là risuona un'eco della mozartiana "Aria di Papageno" del primo atto del "Flauto magico", la dolcezza carezzevole del tema rispecchia invece i caratteri squisitamente romantici della musica francese dell'Ottocento.

Buon ascolto!

martedì 28 maggio 2019

Provviste per l'estate

G.De Chirico: "Piazza d'Italia" (Foto presa dal web)
No, non ho sbagliato stagione scrivendo il titolo di questo post, anche se di solito - quando si parla di provviste - siamo abituati a pensare alle necessità imposte dall'inverno con i suoi giorni dal tempo più inclemente, almeno qui da noi.
Ma non mi sto neppure riferendo al clima che - forse - ci farà indossare il golfino di lana anche durante i prossimi mesi, a giudicare dalle stranezze meteorologiche di questo maggio così inconsueto.

Parlo invece dell'estate come periodo di ferie - per chi ne può usufruire - o comunque di quella pausa, lunga o breve che sia, che tutti aspettiamo per trovare spazi di riposo e di svago o magari anche di solitudine.
Personalmente, amo la solitudine e oserei dire che talora la cerco, soprattutto quando ci mette a contatto con lo splendore della natura e con un ritmo di vita meno affannoso, capace di restituirci a noi stessi.
E tuttavia mi rendo conto che essa ha spesso due facce: può essere silenzio incantato o annoiato grigiore, pausa di serena meditazione o abisso di vuoto come quella piazza di De Chirico nella foto in alto, dove il contrasto netto tra sole e ombra sembra accentuarne l'effetto.

Indubbiamente, è una condizione che favorisce l'emergere di energie più fresche o di nuove risorse interiori - pensiamo solo a quante opere d'arte ha prodotto! - ma talora può anche immergerci in una palude di tristezza o di rammarico. E se spesso è occasione per rivedere il nostro vissuto sollecitando in noi desideri e sogni, a volte sottolinea assenze e rischia di disorientare. 
Non è sempre facile scandagliare il magma che ci portiamo dentro, ma se in certi momenti ciò fa emergere in noi spaccature e sofferenze feconde perchè andranno poi a tradursi in vita, in altri capita che si resti lì, ripiegati in se stessi o apparentemente isteriliti in un senso di frustrazione che la solitudine spesso amplifica in un'onda sempre più larga.

Allora occorrono provviste anche per l'estate: legna per il fuoco e cibo per l'anima perchè chi prevede giorni di un cammino impervio come un sentiero di montagna abbia almeno scarponi, piccozza e borraccia, insomma un buon equipaggiamento. 
E che cosa meglio di libri e musica? Compagni di strada che si affiancano a noi,  pronti a sostenerci, a corroborarci come una buona grappa alpina, dissipando nebbie e restituendoci sogni, prospettive e sorriso. 
Del resto, senza andare troppo in là, penso che tutti noi, in previsione di un periodo di vacanza, facciamo provvista di letture e musiche scelte con cura cui affidare i nostri giorni di ferie, o talora anche per contrastare ombre e pensieri che certe pause possono favorire.

Bene. Allora, nello zaino di chi si appresta ad affrontare un periodo un po' così...oggi mi permetto di suggerire un brano che amo molto.
Torno a Bach naturalmente, un Bach che ci sa regalare fondamenta e contrafforti a prova di terremoti interiori e che nel pezzo che segue costruisce un'architettura articolata, grandiosa e complessa. 
Si tratta dell' "Ouverture" della "Suite per orchestra n.1 BWV 1066", che ci regala uno spazio sonoro solenne e disteso, sottolineato dalla luminosa e assertiva tonalità di Do maggiore. Un brano tripartito, costruito da due parti lente e maestose, intervallate da una fuga di straordinaria leggerezza che anticipa con la sua vivacità i successivi movimenti di danza.
Una pezzo brillante che, se può ricordare il lusso e la spensieratezza delle feste di corte come è stato rilevato da alcuni musicologi, non per questo è privo di quella profondità e dello splendore creativo tipicamente bachiano.
Una musica che lascia una percezione di gioiosa apertura e vibrante energia, capace di regalarci il necessario equipaggiamento interiore per trasformare ogni eventuale solitudine in una dimensione incantata.

Buon ascolto!

lunedì 20 maggio 2019

Altre stagioni

(Foto presa dal web)
Attraversavo martedì scorso la mia pianura della quale conosco palmo a palmo angoli e vedute, e a un tratto sono stata colpita da un panorama inconsueto.
Procedendo verso nord, in fondo alla  campagna aperta, percorsa dal vento freddo di questi giorni, vedevo all'orizzonte lo spettacolo delle Prealpi bianche per le recenti nevicate.
Ma al tempo stesso, in primo piano avevo ciuffi rossi di papaveri che, disseminati tra il verde dei campi e sul ciglio della strada, da certe angolature andavano a stagliarsi proprio contro le lontane cime innevate. 
Papaveri e neve: è stato questo l'anacronistico panorama che, pur nella sua bellezza, mi ha lasciato una sensazione straniante.

C'è spesso un modo in cui ci appaiono le cose - i fiori, il cielo, la campagna, il paesaggio intorno a noi - che ce le rende familiari, una sorta di abitudine che le fa diventare cornice rassicurante del nostro cammino, perchè in essa ci ritroviamo ravvisando i consueti tratti della nostra vita.
Ma quei papaveri stagliati contro le montagne innevate, giorni fa, per un attimo mi hanno dato un senso di straniamento come se l'immagine, accrescendo la sfasatura cronologica di questo clima invernale a maggio, non appartenesse più a una sequenza di fenomeni conosciuti a cui riandare, ma fosse segno o presagio di un tempo nuovo. 
Un tempo in cui inoltrarsi con vaga inquietudine, quasi nel succedersi dei vari mutamenti climatici avessimo la percezione di un ignoto che sgomenta, di una dimensione esistenziale che si dilata oltre i confini entro i quali siamo soliti riconoscerci e sulla quale - più che mai - non abbiamo il controllo.
Certo, è un fatto di cui abbiamo già consapevolezza: siamo piccoli e abitiamo uno spazio infinito dai contorni sfrangiati. Ma talora basta un'immagine, una particolare inquadratura di paesaggio a darcene - come in un flash improvviso - una percezione più viva e insieme ambigua che, se da un lato va ad acuire un senso di incertezza esistenziale, dall'altro apre forse squarci verso il nuovo.

È proprio sull'onda di tali sensazioni che oggi desidero tornare a Max Richter con un brano dalla sua ricomposizione delle "Quattro stagioni" di Vivaldi: lavoro senza dubbio interessante anche se azzardato, dove l'artista, nel suo approccio ai celebri concerti, tenta di fondere ambient music ed elettronica con lo stile vivaldiano.
"Riscriverli - ha affermato Richter - è stato come guidare attraverso un meraviglioso paesaggio conosciuto usando una strada alternativa per apprezzarlo di nuovo come la prima volta".
Il risultato a cui approda - almeno nel brano che vi propongo qui - delinea un paesaggio sonoro e ci immerge in un clima musicale ben lontani dall'atmosfera e dal gusto barocco. Tuttavia, la sua lettura dei testi vivaldiani, fatta con sensibilità e strumenti nuovi, ha il pregio di sviscerarne ogni risorsa espressiva creando affascinanti suggestioni.

Dell'opera ho scelto un pezzo molto breve: il secondo movimento, "Adagio", dell'"Estate" - "Concerto n.2 in sol minore RV315" - del quale ho riportato anche la versione originale.
Qui, se Vivaldi ci fa sentire la cupa calma che precede il temporale alternata all'eco lontana del tuono che si avvicina, Richter, dando al brano una ritmica cadenzata e dilatando ulteriormente la voce degli archi, ne fa scaturire un canto ancor più angoscioso. Certo, anche Vivaldi esprime un senso d'intensa malinconia, ma è come se la sua musica sapesse dare un nome alle cose, mentre Richter le coglie in quella dimensione originaria e straniante in cui non hanno ancora identità, o almeno così a me pare. 
Se infatti il compositore veneziano articola il pezzo secondo una squisita armonia descrittiva riferendosi ai versi del sonetto corrispondente, Richter tratteggia invece un paesaggio in cui ogni definizione resta incerta, portandoci ai margini di uno spazio sconfinato che è altra cosa rispetto alla creazione vivaldiana. 
E sembra aprire squarci di un mondo sconosciuto, delineando nuove stagioni dentro e fuori di noi.

Buon ascolto!

domenica 12 maggio 2019

Piccole cose intorno a noi

(Foto presa dal web)
Devo dire grazie, ancora una volta, a un mio compagno di liceo - lo stesso che, tempo fa, mi ha dato l'idea di un post su Prokofiev - per la simpatica vignetta qui a lato che ho trovato la scorsa settimana sulla sua pagina Facebook.
Come vedete, rappresenta un compositore che prende ispirazione da ciò che osserva dalla finestra, traducendo in note la posizione delle rondini - o almeno faccio finta che lo siano - appollaiate sui fili della luce come su di un pentagramma.
Un' immagine che mi lascia una sensazione leggera e ariosa, svagata e fresca: la colgo nell' espressione incantata, naso all'insù, del musicista; ma anche in quei fogli sparsi a terra, quasi che la sua attenzione sia tutta presa da ciò che il disegno degli uccelli sui fili gli detta dentro e null'altro al mondo conti di più.

Già, potenza dell' ispirazione! Se essa ti anima, tutta la realtà diventa un pentagramma dal quale attingere linfa, e sul quale trasferire le sconfinate passioni che abitano il cuore dell'uomo. 
Così l'amore, il dolore, il sogno, il desiderio, il cielo, le stagioni e mille altre dimensioni dell'esistenza, sono diventate nel tempo la fonte da cui i musicisti hanno preso spunto per creare in note straordinari universi di poesia.
Ma oltre a questi, molteplici sono stati gli aspetti della quotidianità - talora minimi dettagli della vita che ci scorre accanto - che essi si sono soffermati a descrivere o che hanno trasfigurato nelle loro creazioni.

E proprio perchè l'ispirazione può nascere anche da piccole cose intorno a noi, oggi vi propongo un brano di Giovanni Allevi, forse non tra i più conosciuti dal grande pubblico ma, nel suo genere, una vera chicca che - a mio modesto avviso - merita di non restare in secondo piano.
Si tratta de "L' ape e il fiore", dal cd "13 dita", primo album del compositore uscito nel 1997: è infatti un delizioso pezzo per piano solo che ha tutta la freschezza di un'invenzione giovanile e che, se nel titolo può ricordare il celebre "Volo del calabrone" di Rimsky-Korsakov, nella ritmica di certi passaggi mi pare invece più vicino a Scott Joplin.
Il brano si snoda in un andirivieni di velocissime scale, trilli e dissonanze in cui sembra che Allevi si sia divertito a giocare con la tastiera o che abbia voluto dare sfogo alla parte ribelle e funambolica della sua personalità musicale.  
Non per niente, ascoltandolo, mi sono venuti in mente i versi di Aldo Palazzeschi in un testo altrettanto funambolico e trasgressivo:
"Il poeta si diverte pazzamente / smisuratamente! / Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire..."

Divertimento, sì! "L'ape e il fiore" alterna passaggi netti e fortemente scanditi, spesso giocosi e ammiccanti, ad altri più morbidi e leggeri, per poi arrivare al finale con una serie di accordi dissonanti che sembrano proprio il divertimento scatenato di un pianista in vena di follìa. Un pezzo di bravura dove le note garriscono come aquiloni al vento e che immagino difficilissimo da eseguire.

Una musica certo lontana dalla vena intima e meditativa di altri brani del compositore - da "Carta e penna" sempre in "13 dita", fino all' "Adagio" del più recente "Piano Concerto N.1" dal doppio cd "Equilibrium" - eppure straordinaria per leggerezza e capacità descrittiva. 
La sua costruzione, infatti, non è casuale nè improvvisata, perchè Allevi vi riproduce il volo dell'ape attorno al fiore con un moto prima lento e quasi a scatti, poi più fluido e infine vorticoso, simile a un corteggiamento che va facendosi gradatamente più serrato. 
Una capacità descrittiva attenta, ma a dire il vero anche frutto di fantasia perchè, nella ripresa finale, dove le note fioriscono in una rincorsa sempre più spensierata e veloce, lo sguardo del compositore - e qui sta il bello! - sembra quello di un creatore di cartoni animati o di un bambino.
Ed è una fantasia che ci rapisce sull'onda di un indomabile desiderio di libertà!

Buon ascolto!

domenica 5 maggio 2019

Nel segno di Virginia

(Foto presa dal web)
È andato in onda sere fa su Rai 5 "Woolf Works", balletto con coreografie di Wayne McGregor e musiche di Max Richter, ispirato alla vicenda umana e letteraria di Virginia Woolf, colta attraverso riferimenti ad alcuni suoi romanzi insieme a stralci di lettere e saggi.
Nella rappresentazione - che, nei tre atti in cui si snoda, prende spunto rispettivamente da "La signora Dalloway", "Orlando" e "Le onde" - rivivono infatti i personaggi creati dalla scrittrice che va identificandosi di volta in volta con essi, in un affascinante intreccio reso con rara intensità dalla protagonista Alessandra Ferri.
Il balletto - che tra l'altro ha debuttato alla Scala proprio lo scorso aprile - era stato messo in scena per la prima volta nel 2015 dalla compagnia della Royal Opera House di Londra, ma Rai 5 ne ha trasmesso la versione per grande schermo data nel 2017 al Covent Garden.

Affascinante è dir poco per definire la grazia interpretativa di Alessandra Ferri nel far rivivere Virginia nei tratti intimi e drammatici, fragili e al tempo stesso forti della sua personalità. Il suo è un corpo che si fa emozione, attraverso movenze misurate ma ricche d'intensa espressività, dove il gesto diventa mirabilmente specchio di un mondo interiore.
Accanto alla protagonista, a costruire lo spettacolo, le splendide coreografie di Wayne McGregor che fondono danza classica e contemporanea in una suggestiva sperimentazione, così come sperimentale - a suo tempo - era stato il lavoro della scrittrice. 
Della Woolf il coreografo ha affermato infatti:
"Amava la danza e la musica. Voleva scrivere come se stesse scrivendo musica e coreografando danza. Ho pensato che sarebbe stato meraviglioso provarlo e reinterpretarlo, e tradurre in qualche modo i suoi romanzi per la scena".
Una sorta di sinestesia quindi, tra suono, immagine, scrittura e gesto: non un semplice racconto, ma un dialogo tra diverse forme artistiche che si traduce in un flusso di coscienza emozionale ed evocativo, in un vissuto che arriva immediato al cuore del pubblico.

Ma è poi la musica di Max Richter a dare a tale vissuto una sostanza con la quale la danza si fonde in perfetta simbiosi.
Nato nel 1966 in Germania ma naturalizzato inglese, figura emergente nel panorama odierno dei compositori, Richter muove da una formazione classica indirizzandosi prima verso il minimalismo e successivamente verso forme di sperimentazione tese talora a rivedere il passato in chiave contemporanea.
Lo dimostra la sua rilettura de "Le quattro stagioni" di Vivaldi alla luce di ritmi della nostra epoca. 
Un amore per la musica barocca che riaffiora anche nel secondo atto del balletto "Woolf Works", dove quello che viene ripreso in vari pezzi e rielaborato nei modi più disparati è l'antico e celebre tema della Follia.
Ne riporto un esempio nella prima clip audio - tratta dall'album "Tree Worlds: Music from Woolf Works" - col brano "Genesis of Poetry" dove il tema, al di là degli effetti speciali, è chiaramente riconoscibile nell'essenza dell' impianto armonico e dall'aria scandita dallo xilofono.

Sempre parte dello stesso cd è il pezzo della seconda clip, intitolato "In the Garden" e ispirato al romanzo "La signora Dalloway"
Anche qui la musica, se pure ci immerge in un clima molto diverso dal precedente, ci riconduce ugualmente a un passato che - all'esordire del tema a 1.00 dall'inizio, ma non solo - può richiamare qualche battuta del "Canone" di Pachebel. Un barocco che si coniuga col gusto minimalista della ripetizione soprattutto nell'accompagnamento di fondo sempre uguale a se stesso, e con lontani echi della musica di Philip Glass che - proprio in riferimento alla scrittrice - ha realizzato nel 2002 la colonna sonora del film "The Hours".
Ma nel suo addentrarsi nella figura di Virginia Woolf - e insieme nel personaggio di Clarissa Dalloway - Richter a mio avviso va oltre il minimalismo, costruendo atmosfere evanescenti, talora quasi oniriche, e piegando la ritmica alle esigenze di una danza di grande fluidità e struggente lirismo.  
E il canto del violino, progressivamente più intenso e sofferto, va poi sciogliendosi in una lieve e sorridente armonia intrisa di una dolcezza che non si finirebbe mai di gustare.

Buon ascolto!

domenica 28 aprile 2019

Grazie, Amicus...

Raffaello: "Scuola di Atene" (part.) - Musei Vaticani
Il post di oggi è dedicato al carissimo "Amicusplato", autore del blog "La verità vi farà liberi" che vi invito a visitare qui.
Vi troverete articoli che spaziano dalla filosofia alla teologia, dalla storia all'attualità e poi alla musica, tanta splendida musica condivisa con grande passione e competenza.
Ma vi sono anche numerose poesie: simpaticissime strofe con rime talora scherzose che rivelano in lui abilità di letterato, insieme a una verve frizzante e ironica, un modo tutto suo di essere controcorrente, nella ricerca di quella verità che risuona anche nel titolo del suo blog.
  
Insomma, una cultura poliedrica quella del nostro Amicus, e una personalità della quale ho sempre colto il rigore, ma anche apprezzato l'apertura insieme all'attitudine vivace del suo carattere, da buon aretino qual era.
Sì...era, perchè purtroppo se n'è andato non molti giorni fa - la Domenica delle Palme - lasciando un gran vuoto nel cuore di chi l'ha conosciuto anche solo dietro lo schermo di un computer, com'è accaduto a me.

È stato il primo a entrare nel mio blog nel lontano 2010, e dalle sue parole mi è arrivato spesso un incoraggiamento del quale gli sono molto grata.
Per quanto commentasse un po' saltuariamente - da ultimo con lunghi periodi di pausa - e nonostante non ci siamo mai incontrati, nel tempo era nato un rapporto di grande stima reciproca.
Finissimo musicologo e in particolare esperto di polifonia per aver fatto parte di una prestigiosa corale, Antonio - questo il suo nome dietro il nickname Amicusplato - aveva sull'argomento competenze da vero maestro e confesso che a volte, soprattutto i primi tempi, mi sentivo un po' in soggezione nel timore che, davanti a certi miei post, mi bacchettasse! Una soggezione tramutatasi poi in profonda stima per una persona che è divenuta per me un riferimento.
Oggi, insieme alla gratitudine per quanto ho ricevuto dalla sua ricchezza umana e culturale, avverto il vuoto della sua assenza. Mentre cercavo la musica per il post di Pasqua, mi veniva spontaneo immaginare cosa avrebbe pensato della scelta del brano, dell'interpretazione e via dicendo...Mi manca il riferimento dei suoi commenti sempre pieni di garbo e insieme il conforto di quella sotterranea sintonia che la musica sa creare tra chi la condivide.

Ma proprio in nome di tale sintonia - oltre alla foto in alto che ricalca la sua icona di blogger - so con lampante chiarezza quale brano dedicargli.
Si tratta del "Cum Sancto Spiritu" dal "Gloria" della "Grande Messa in do minore K.427" di Mozart, straordinario pezzo polifonico, movimentato e gioioso, che in qualche modo può rispecchiare la costante ricerca di bellezza del nostro Amicus.
Lo avevo riascoltato a lungo nei giorni scorsi incuriosita da un particolare. 
Mi sono accorta infatti che il brano ha una struttura fugata che lo accomuna ad altri pezzi simili sia di Mozart che di altri autori: dal "Cum Sancto Spiritu" della "Waisenhausmesse K.139", della "Missa longa K.262" e della K.66 sempre mozartiane, a quello del "Gloria" di Vivaldi e della "Petite Messe Solennelle" di Rossini, solo per citare alcuni esempi famosi. 
Così, mi sono chiesta il motivo di tale coincidenza: perchè sempre una fuga nel "Cum Sancto Spiritu" ? Ragioni musicali o altro?

Indubbiamente, i vari autori avranno sentito la necessità di concludere il "Gloria" in modo grandioso e niente di meglio che una complessa architettura contrappuntistica. Ma mi piace pensare anche a motivazioni che vadano oltre, legando la costruzione musicale al significato del testo.
Se infatti, da un lato, il richiamo allo Spirito Santo ricorda il cap.3 del Vangelo di Giovanni - dove la sua azione è paragonata a un vento che soffia dove vuole - dall'altro, mi pare che possano essere proprio gli elementi del contrappunto a dare di tutto ciò un'espressione davvero efficace. 
Lo Spirito è presenza che appare e riappare, qui e poi là, libera, sorprendente, vivificante e in costante movimento; e così pure è una fuga, nel suo coniugare lo stesso tema in differenti tonalità e voci che s'inseguono, con sviluppi sempre animati e nuovi, proprio come un vento che soffia dove vuole.

Dedico allora al nostro Amicusplato queste mirabili note mozartiane, e lo faccio anche per un altro motivo, legato a una notizia della quale sono venuta a conoscenza solo dopo la sua morte. 
Il blogger Antonio era, in realtà, "Don Antonio": parroco nella diocesi di Arezzo, eminente studioso, insegnante e storico, scomparso alla soglia dei 50 anni di sacerdozio che avrebbe festeggiato tra poco, se la malattia gliene avesse lasciato il tempo.
Sono dati che ne arricchiscono la figura spirituale e al tempo stesso ne disegnano l'apertura verso un mondo di cui - nel suo blog - aveva sempre stigmatizzato ciò che è vanità o, peggio ancora, barbarie, ma insieme accolto e celebrato con gioia tutti quegli aspetti che rendono bella la vita.
Per questo sono certa che, dall'Alto, ci seguirà con occhio vigile facendo il tifo per noi che restiamo.

Buon ascolto!

 

domenica 21 aprile 2019

Buona Pasqua !!!

















Anonimo bizantino (1315 ca.) : "Cristo risorto libera dagli inferi Adamo ed Eva" - Chiesa di San Salvatore di Chora - Istanbul.

 

Anonimo del XVIII sec. : "Alleluia, Behold the Bridegroom", inno della liturgia pasquale russa.

venerdì 19 aprile 2019

Venerdì Santo





















Cattedrale di "Notre-Dame" - Parigi, 15 aprile 2019.


 

Rihards Dubra (n.1964) : "O Crux, ave".

domenica 14 aprile 2019

Il genio di Mozart

Mozart : pagina autografa del "Dies irae" (foto presa dal web)
Non servono tante parole per il post di oggi, perchè le immagini, insieme alla musica, sono già molto eloquenti.
La Musica - e qui mi viene naturale usare la maiuscola - è quella di Mozart nel "Confutatis maledictis..." tratto dal "Requiem" K.626, mentre le immagini sono prese dal celebre film di Milos Forman: "Amadeus".

Da tempo avevo recuperato su youtube la sequenza nella quale il compositore - in punto di morte - detta a Salieri proprio quei versetti del "Dies irae": una scena d'intensa commozione che ho rivisto in questi ultimi giorni e non ho resistito al desiderio di condividere qui.
Al di là delle critiche mosse a suo tempo alla pellicola per l'inattendibilità della ricostruzione storica, a cominciare dalla presunta invidia di Salieri verso Mozart su cui tutta la vicenda è incentrata, la sequenza resta a mio avviso toccante. 
Dei due protagonisti, infatti, emergono differenze che le immagini ci aiutano a cogliere attraverso un racconto fatto di dettagli e sfumature.
Da un lato l'affermato ma un po' mediocre compositore di corte, prima quasi disorientato di fronte al talento di Mozart e poi sempre più sorpreso e convinto; dall'altro il giovane dalla vita sregolata e tuttavia - cosa forse per Salieri inconcepibile - toccato dal genio.
Aspetti diversi della loro umanità che emergono anche quando è Mozart ad aprire un discorso sul destino ultraterreno, come se il passo dal piano della musica a quello umano, dal testo del "Dies irae" agli interrogativi su di un giudizio dopo la morte fosse - in fondo - naturale, mentre l'altro sembra restarne un po' turbato e sviare l'argomento.

Ma straordinario è per me il modo in cui la fantasia del regista ci restituisce poi la costruzione del "Confutatis" nelle sue quattro voci, mentre affiora dal talento mozartiano con lampante e inarrivabile chiarezza.
E se scrivere un brano nella sua articolazione orchestrale e corale è lavoro che ogni buon musicista sa fare, il genio di Mozart si rivela qui in un sentire sorprendente e nitidissimo. Egli attinge infatti ad un'armonia sublime che ha già nella mente sia nella totalità della sua struttura polifonica che nelle singole parti, e che traduce in note ancor prima di vederle snodarsi in una partitura: miracolo creativo cui Salieri assiste da spettatore sempre più stupito.

Proprio di tale miracolo la regia consente anche a noi di cogliere la gioia e l'affanno, nella lucidità del compositore a disporre voci, tempi e orchestrazione, ma anche nel suo struggente e inesausto contemplare lo splendore della Musica: dal potente ostinato del "Confutatis", ai sottovoce e pianissimo del "Voca me cum benedictis" che qui - davvero - si fa preghiera.

Buona visione e buon ascolto!

domenica 7 aprile 2019

Ricreazione

Pieter Bruegel il Vecchio : "Giochi di bambini" (part.)
Desidero ufficialmente ringraziare da qui un mio compagno di scuola - personcina garbata con la quale ho condiviso gli anni di liceo - perchè devo la scelta della musica di oggi proprio a lui.
Qualche giorno fa infatti, su di una pagina web che frequento anch'io, ha pubblicato un video molto singolare, tratto da un vecchio cine-giornale in bianco e nero, un vero reperto storico che risale al 1949. 

È un breve e interessante filmato che vi allego qui di seguito, ma ciò che ha attirato la mia attenzione al di là delle immagini è stata la colonna sonora in sottofondo - in realtà poco più che uno stralcio - che nella sua giocosa vivacità mi pareva di conoscere.
A tutta prima però, pur avendo chiaro in testa il motivo, non ricordavo che cosa fosse. E mi stava venendo il solito tormentone, perchè desideravo invece riascoltare per intero quella musica spensierata e quei passaggi un po' ammiccanti a cui abbandonare il cuore. Poi, per fortuna, da qualche anfratto della memoria sono riaffiorati brano e autore. Et voilà, eccoli per voi!

Si tratta del "Finale - Molto vivace" della Sinfonia n.1 in Re maggiore op.25 "Classica" di Sergej Prokofiev (1891 - 1953), opera della quale, anni fa, ho pubblicato i primi due tempi che - se volete - potete ritrovare qui.
Fantasioso e concitato, ritmato e giocoso, capriccioso e talora burlesco, il brano di oggi ha un andamento molto mutevole in cui la creatività del compositore russo si è sbrigliata più che mai. Sembra addirittura che, in quest'ultimo movimento, essa si sia liberata da ogni regola anche se - in realtà - non è così e a suggerircelo è proprio l'attributo "classica" che Prokofiev stesso ha dato a questa musica. Il termine ci riporta infatti nell'alveo della tradizione e in particolare all'uso di una forma che fa riferimento agli autori del passato, primo fra i quali Haydn. 
Saremmo tuttavia fuori strada se volessimo ritrovare in questa sinfonia passaggi e melodie simili a quelli del compositore austriaco, perchè non si tratta di pedissequa imitazione. Il richiamo è sì alla forma del passato, ma sostanziata di contenuti musicali, effetti timbrici e ritmici che Prokofiev attinge dal presente, dalle tante anime della musica russa oltre che dalla propria sensibilità di compositore del Novecento.

Ne deriva così un brano d'incontenibile esuberanza, dalla ritmica straordinaria e dalla scintillante orchestrazione. Una musica che, tra pizzicati e percussioni, può far pensare a una corsa spensierata, a un gioco a nascondino, a un'esplosione di fresca energia primaverile dove suggestioni del passato e del presente si fondono in una sorta di duplice ricreazione. 
Da un lato pausa di svago e di divertimento, momento di sollievo in cui tornare bambini dall'animo leggero, gioiosamente abbandonati al fluire della vita; dall'altro, capacità ricreativa del musicista nel rivitalizzare antiche forme con spirito moderno e sensibilità nuova.

Buon ascolto!

 

domenica 31 marzo 2019

Sfogliando un'enciclopedia...

È in mostra proprio in questi giorni al Palazzo Reale di Milano, insieme ad altre diciotto opere del suo autore, l' "Annunziata" di Antonello da Messina (1430 - 1479), proveniente da Palermo, dalla Galleria regionale della Sicilia.

Si tratta del più celebre dipinto dell'artista, ma è prima di tutto un'immagine che mi riporta alla mia infanzia, in particolare alle pagine di una enciclopedia per ragazzi che aveva una sezione dedicata alla Storia dell'Arte.
Mi limitavo allora a guardare le figure e il dipinto mi aveva colpito non tanto per il suo significato, nè per l'iconografia che naturalmente all'epoca non potevo comprendere, ma per l'atteggiamento della donna rappresentata. 
La sua compostezza, la lieve malinconia dello sguardo e quel manto - ai miei occhi di bambina - di una serietà monacale, mi mettevano infatti soggezione.
Preferivo di gran lunga l' "Annunciazione" di Simone Martini il cui angelo dalle ali variegate e dal panneggio danzante era riprodotto su di una tavola di legno accanto al mio letto: insomma, un'immagine casalinga con la quale la quotidianità mi aveva familiarizzato.
Sull' "Annunziata" di Antonello mi soffermavo invece sfogliando di tanto in tanto l'enciclopedia, ma mi lasciava perplessa quell'aura di riservatezza che la figura emanava e che non riuscivo a sondare. Del mistero che il dipinto intende rappresentare coglievo solo la distanza e quel titolo per me enigmatico.

Ho capito in seguito la singolarità dell'opera in rapporto ad altre sullo stesso tema: sta infatti nell'assenza dell'angelo Gabriele il cui passaggio è adombrato solo dal libro coi fogli mossi da un leggero soffio di vento. 
Del resto, il titolo "Annunziata" - diversamente da "Annunciazione" che si focalizza anche sull'angelo - porta la nostra attenzione su Maria e sul suo modo di vivere l'evento che qui Antonello ci offre in una dimensione tutta interiore, come testimonia lo sguardo assorto e compreso della Vergine.

Ma l'originalità sta anche nello splendore delle mani: una a chiudere con un gesto di lieve pudore il manto - esattamente sulla linea del profilo del viso e della piega della stoffa sulla fronte - e l'altra protesa forse a promettere o a fermare l'angelo...chissà! In ogni caso, una mano in posizione prospettica che deve aver fatto scuola ai contemporanei - basti pensare a Leonardo - ma anche in seguito.
Gesti lievissimi di un'iconografia dove tutto è ricondotto all'essenziale: non una stanza, una cella, un loggiato, un giardino, un'inginocchiatoio come in tanti  dipinti coevi. Solo uno sfondo scuro ad ambientare la scena e pochi arredi a definire lo spazio. Semplicità, ordine e compostezza di un artista che ha fatto sue le novità prospettiche del Quattrocento e l'influsso della pittura fiamminga, ma al tempo stesso ha profuso in quest'opera la propria abilità di ritrattista.

A prenderci è infatti lo sguardo di Maria, serio, pacato, profondo, illuminato da una luce che mette in evidenza la carnagione e lo splendido ovale del viso: una bella figliola siciliana appena distolta dalla meditazione delle Scritture e colta in un atteggiamento misurato che le conferisce - almeno così a me pare - uno spessore di donna adulta e consapevole.
Anche la scelta dei colori, scuri e contraddistinti dall'inusuale contrasto tra il nero dello sfondo e l'azzurro cupo del manto, contribuiscono a creare un clima in cui tutto è pacatamente ricondotto a un vissuto interiore.

Allora mi piace commentare questa immagine con l' "Ave Maria" di Anton Bruckner (1824 - 1896) quasi fossimo noi - mentre ascoltiamo e contempliamo - a prendere il posto dell'angelo che nel quadro non compare.
A somiglianza del dipinto, anche il coro si apre in un' atmosfera pacata che tuttavia si accende, come un' invocazione o più ancora un grido, sul nome Jesus, in corrispondenza del quale le quattro voci che all'inizio avevano cantato separatamente - prima quelle femminili e poi le maschili - si sommano continuando insieme.
Una melodia che, soprattutto nella seconda parte, si dipana alternando la tonalità maggiore a quella minore. E mi pare possa interpretare bene l'atteggiamento pensoso di Maria e il suo sguardo assorto e consapevole.

Buon ascolto!

 

domenica 24 marzo 2019

Come un cristallo

(Foto presa dal web)
Se la musica di ogni compositore ha un suo preciso stile talora riconoscibile al primo ascolto, essa tuttavia si dispiega spesso in una ricchezza di caratteri diversi che ci raggiungono più o meno intensamente in rapporto alla nostra ricettività.
Succede infatti che, di uno stesso autore, in taluni momenti cerchiamo brani che ci sappiano rinvigorire con la loro energia, in altri rasserenare con la loro gioiosa cantabilità o che riescano a placare le nostre ansie con un vero e proprio effetto terapeutico.

Anche se, comunemente, ogni musicista viene identificato per un suo precipuo carattere o un certo modulo compositivo - in parole povere, quando si associa Bach a una fuga o Chopin a un notturno - in quasi tutti gli artisti, tuttavia, l'ispirazione presenta una molteplicità di aspetti che vanno ben oltre le varie definizioni. Definire serve certamente a mettere ordine, ma talora può essere limitante, come accade a volte anche nell'ambito relazionale. 
In tutti noi c'è infatti molto più di ciò che coincide con una semplice definizione ed è una ricchezza che non sempre può essere incasellata, ma spesso va al di là di ciò che emerge con maggiore evidenza. E ogni compositore, nella sua versatilità, in fondo è simile a un cristallo ricco di sfaccettature su ciascuna delle quali la luce gioca in modi diversi.

Proprio in Chopin, così celebre per la dolcezza dei suoi Notturni, troviamo insieme la dimensione eroica e patriottica di certi Studi o della "Polacca in La bemolle maggiore op.53", la più famosa. Ma possiamo pensare anche a Mozart, per alcuni versi giocoso e salottiero, ma per altri capace di ricreare - ad esempio nell'esordio del "Requiem" - l'angoscia del pianto e dei singhiozzi.
E se analizziamo la musica di Rossini, famosa per l'allegria movimentata e solare delle sue ouvertures, scopriamo che può essere anche intrisa di una tragicità che mette i brividi, come nel primo tempo dello "Stabat Mater".
Lo stesso si può affermare per Beethoven, Bach, Haydn e tanti altri nei quali troviamo una poliedricità d'ispirazione che consente loro di ricreare in musica ora un clima tragico, ora scintillante, di costruire mirabili architetture sonore o pezzi che ci avvolgono in un'atmosfera di intimità e meditazione. 
In ciascuno di essi si può ravvisare un'evoluzione compositiva legata certo alla storia personale, al carattere, agli eventi esterni, ma prima di tutto alla ricchezza di un genio che ha consentito loro di immergersi in una molteplicità di emozioni e di restituircele in note mirabili. 
Un genio libero che, per quanto sia inserito nei canoni di una determinata epoca, sa muoversi nel tempo scandagliando passato e presente, ma spesso anticipando anche il futuro. Diversamente, certe musiche non parlerebbero al nostro cuore a distanza di secoli.

Per questo oggi, nella strepitosa interpretazione di Valentina Lisitsa, vi propongo un brano dell'ultimo Beethoven, scritto esattamente due secoli fa. 
Si tratta del finale dalla "Sonata n.29 in Si bemolle maggiore op.106", opera grandiosa, armonicamente complessa e irta di difficoltà tecniche nella quale il compositore sembra aver sperimentato ogni possibilità sonora del pianoforte. 
Tale aspetto è evidentissimo proprio nella seconda parte del suo movimento conclusivo: un "Allegro risoluto" che consiste in una monumentale fuga a tre voci, in cui Beethoven fonde la propria conoscenza in fatto di contrappunto con lo schema classico della sonata. 
Passato e presente, quindi, ma non solo.
Chi ha in mente brani come "Per Elisa" o il famosissimo Adagio intitolato "Al chiaro di luna" o alcuni movimenti di singolare dolcezza tratti, per esempio, dalla Sinfonia "Pastorale", può forse restare perplesso davanti a un pezzo simile. Certo, Beethoven è anche quello tempestoso ed eroico di alcune sinfonie e ouvertures, ma qui supera davvero ogni confine verso dimensioni di straordinaria novità.
La fuga viene infatti rielaborata in mille modi, utilizzando tutti gli espedienti polifonici che si possono applicare in questo campo, ma insieme le risorse di un' inesauribile creatività. Così, il tema si sviluppa, scompare e riappare in un magma sonoro di incredibili proporzioni che talora sembra quasi destabilizzarsi anticipando vertiginosamente il futuro.
Un Beethoven più che mai versatile e ricco di sfaccettature innovative, che le mani della Lisitsa ci regalano con una padronanza del pianoforte a dir poco prodigiosa.

Buon ascolto!