sabato 7 febbraio 2026

Il talento di Jeneba

Bella sorpresa, domenica scorsa, all'appuntamento con l'Orchestra Sinfonica di Milano. 
In programma - oltre a un brano di Nicola
Campogrande scritto in occasione delle Olimpiadi e alla Settima Sinfonia di Beethoven - il Concerto per pianoforte n.2 op.18 di Rachmaninov. 
Uno spettacolo di grande qualità non solo
 per lo splendore delle musiche, ma insieme per la bravura degli interpreti diretti con rigore ed entusiasmo da Emmanuel Tjeknavorian.

È qui che ho avuto la gioiosa sorpresa di ascoltare una pianista che non conoscevo e che del Concerto n.2 di Rachmaninov ha offerto al pubblico un'interpretazione davvero sublime. Si tratta di Jeneba Kanneh-Mason, artista britannica appena ventitreenne, quinta di sette tra fratelli e sorelle tutti musicisti, che ha iniziato a fare concerti a soli undici anni. Bambina prodigio quindi, certo stimolata dal fatto che la musica fosse di casa, ma indubbiamente dotata anche di un talento innato.

Il suo Rachmaninov mi è parso di una bellezza commovente. Al di là della scioltezza con cui ha affrontato le difficoltà tecniche del testo, a colpirmi è stato il suo tocco dolce e misurato in una fusione di morbidezza e rigore, capace di farci percepire le sfumature di ogni singola nota con una partecipazione d'anima viva e toccante, ma sempre pienamente controllata. Mi spiego meglio.
Ci sono a volte solisti che - soprattutto nei pezzi romantici - si lasciano, 
per così dire, prendere la mano dalle note e dallo strumento senza governarne l'impeto. Rachmaninov è uno degli autori suonando il quale tale rischio, a mio modesto avviso, è più facile perchè l'irruenza di certi passaggi può favorire talora un'eccessiva enfasi nell'esecuzione.
La giovane Jeneba invece mi è piaciuta proprio per la sua capacità di controllare il
suono, armonizzandosi perfettamente con l'orchestra e fondendo la passione espressa dalle note ad una rigorosa disciplina interpretativa. Ne è derivato un Rachmaninov più interiorizzato e al tempo stesso più nitido nelle tante sfumature della sua musicalità.

Ma non è qui che voglio fermarmi perchè - una volta a casa - sono andata a cercare notizie sulla pianista e altre sue interpretazioni su youtube. Ho scoperto così che il repertorio a cui la Kanneh-Mason si è dedicata finora è molto vario: infatti, non solo comprende autori romantici come Rachmaninov o Chopin, e neppure soltanto impressionisti come Debussy, ma ci conduce indietro anche al periodo barocco.
Andatevi a sentire quale dolcezza interpretativa presenta il Minuetto della Suite HWV 434
di Haendel, oppure quale agilità Jeneba dimostra nella parte iniziale della Corrente dalla Partita n.5 BWV 829 di Bach. Certo è una pagina che ogni bravo studente di pianoforte sa suonare, ma il vero talento non sta solo nell'affrontare il difficile, ma nella capacità di far fiorire l'incanto segreto di ogni passaggio musicale, fosse anche il più semplice. Splendide, qui, le tre note conclusive di una lentezza molto ben calibrata tanto che, dopo la concitazione del pezzo, sembrano atterrare morbidamente sul finale!

Ma il repertorio della pianista ci conduce anche al Novecento con svariate e accattivanti interpretazioni di musicisti afroamericani. È tra questi il brano che ho scelto oggi, opera di una compositrice nuova per il blog. 
Si tratta della statunitense Margaret Bonds (1913 - 1972), artista di spicco anche
per la sua opera di promozione dei diritti civili dei musicisti neri e di diffusione delle loro opere. È un pezzo intitolato "Troubled Water" quello che sentirete, ispirato allo stile degli antichi spiritualsun'aria che ci resta dentro e che trovo affascinante nella varietà dei suoi sviluppi.
Qui a prenderci è prima di tutto il ritmo della musica afroamericana, con quel che di scattante e sincopato che lo contraddistingue, grintoso e malinconico ad un tempo. Al tema esposto all'inizio in modo scarno segue una rielaborazione fantasiosa, talora lenta, altrove tempestosa proprio come un'acqua agitata, in un linguaggio punteggiato di dissonanze che la Bonds, partendo dallo stile degli spirituals, arricchisce con suggestioni jazz e blues.

Notevole è la scioltezza con cui esegue il brano la Kanneh-Mason che lo ha inserito nel proprio album intitolato "Fantasie", nel quale interpreta insieme musiche di Chopin e di Florence Price. Anche in questo caso, come per Rachmaninov, trovo che sappia padroneggiare il suono sia nel lento e profondo esordio del pezzo che nel prosieguo fino al concitatissimo finale.
Un talento versatile, dunque, quello di Jeneba: artista capace di muoversi
attraverso autori, epoche ed esperienze musicali molto diverse, facendone fiorire con maestrìa l'intensità e l'incanto.

 Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta il dipinto di Monet intitolato "Mare mosso ad Etretat", è presa dal web)

venerdì 30 gennaio 2026

Il ponte interrotto

Che fine fanno quelle iniziative in cui abbiamo speso qualcosa di noi in termini di tempo, competenze, energie, passione, e poi il piano s'inceppa, il progetto si blocca e tutto naufraga? 

Certo, uno scritto resta in un cassetto in attesa di tempi migliori, mentre altro discorso è per le relazioni in cui l'interruzione - voluta o subita - ha ripercussioni più complesse. Ma non intendo addentrarmi in questo discorso: mi basta riferirmi qui alle svariate situazioni quotidiane spesso indipendenti dalla nostra volontà, che tuttavia stravolgono i nostri propositi. Possono essere le scelte del capufficio, o il covid o mille altre contingenze che ci costringono ad accantonare un'idea che ci aveva appassionato, piccola o grande che fosse. Così, lavori in cui avevamo profuso qualcosa di nostro restano lì, a volte senza un minimo riscontro, come un ponte interrotto sul vuoto. 

Ma al di là del dato esterno di un progetto bloccato o della mancata condivisione di un gesto, che fine fa tutto ciò dentro di noi? Oltre alla fatica, oltre al rammarico, alla frustrazione o all'opportunità di cambiare strada, ci resta qualche percezione positiva? Quanto abbiamo fatto è servito comunque a qualcuno? Magari a noi, se non immediatamente ad altri? E come? O è stato tutto lavoro inutile e tempo perso?
Domande che mi sono sorte spontanee non solo perchè l'immagine del ponte
interrotto sul vuoto spesso mi ha suggestionato, ma perchè mi è tornata in mente a proposito del brano di oggi. 

Torno allora a Gabriel Yared, compositore libanese classe 1949 che già conoscete, famoso soprattutto per aver scritto le colonne sonore di parecchi film. Se anni fa ho pubblicato due pezzi da "Il paziente inglese" e di recente uno da "L'instinct de l'ange", oggi vi regalo un brano che - al contrario - non ha visto la luce in una pellicola, ma è rimasto soltanto in una registrazione su youtube intitolata "Adagio per un film non realizzato"
Un film non realizzato, appunto, del quale il musicista stava scrivendo la colonna
sonora. Yared non dice di quale pellicola si trattasse, ma precisa che durante la lavorazione lo stile del racconto è talmente cambiato che la sua musica non si sarebbe più armonizzata con le immagini e quindi quel progetto di collaborazione non si è concluso.

Ci resta per fortuna il brano: un omaggio a Bach da Yared profondamente amato. Ne riprende infatti una Passacaglia - a orecchio direi la "BWV 582 in do minore" - dal tema solenne e maestoso che si caratterizza per un procedere reiterato e malinconico. La melodia, ritmata e talora angosciosa va gradatamente crescendo d'intensità per concludersi con un accordo forte ma insieme aspro e roco, non nuovo nelle composizioni di Yared, che sottolinea la drammaticità del pezzo. Del resto, la resa orchestrale dal timbro diverso dall'organo qui tende ad ampliare le sonorità più tormentate facendocene percepire un che di indefinito e inquietante. 

È stato il destino di questa musica - a mio avviso molto bella nella sua struggente malinconia - ad evocarmi l'immagine di un ponte interrotto sul vuoto e rimasto lì, in attesa che qualcuno ne costruisca la campata mancante completando lo slancio comunicativo. Ma proprio il fatto che a me sia piaciuta tanto da volerla condividere qui, mi fa rispondere positivamente ai vari interrogativi che ponevo all'inizio. 

Anche un progetto fallito non è mai tempo perso: serve all'autore in termini di competenze acquisite, di riflessione, di consapevolezza, di libertà interiore. Certo anche di tanta pazienza, ma insieme di apertura al futuro. 
Quanto conosciamo, in realtà, delle conseguenze delle nostre azioni e della loro effettiva utilità? Non siamo in grado di controllare ogni cosa e non sapremo mai
 fino in fondo quali risonanze potrà avere, per esempio, una musica rimasta solo su youtube. Magari non abbiamo riscontri ma, se anche fosse eseguita davanti a un pubblico osannante, non sapremmo ugualmente quali reazioni essa potrebbe suscitare nel vasto mare del non detto. E come per la musica, così per altre forme d'arte e per tutta la miriade di eventi e parole che hanno superato i secoli, magari dimenticati per anni e poi riscoperti da chi vi ha trovato nutrimento.

Come "La Passione secondo Matteo" di Bach, rimasta nell'ombra per circa un secolo prima che Mendelssohn la facesse rivivere; o la pittura del Caravaggio, rivalutata solo nel corso del Novecento. E insieme alla grande arte, la meraviglia del quotidiano nei tanti gesti di persone sconosciute che, riscoperti a volte dopo anni, ci parlano di amore, di bellezza, di autenticità. Misteriosi intrecci dell'esistenza che annodano fili tra vite lontane, superando non solo il tempo, ma anche quel senso di apparente inutilità delle cose che talora ci può assalire e demotivare.
Forse un ponte davvero interrotto non esiste e - anche in mancanza di riscontri immediati 
- all'autore, come un sottile ma persistente rivolo d'acqua, rimane il suo restare fedele alla propria ispirazione. O, per dirla con Ungaretti, "quel nulla d'inesauribile segreto". 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

giovedì 22 gennaio 2026

Coltivare parole - 1

Ho insegnato per anni in un istituto tecnico agrario a studenti che si avviavano a conoscere l'arte della coltivazione dei campi, quindi il tema con cui apro questo post mi è familiare.

Solo che, a suo tempo, invece di parlare di aratura, erpicatura o irrigazione, il mio compito era spiegare ai ragazzi che, non solo fuori, ma anche dentro di noi esiste un campicello da coltivare, una capacità comunicativa da svegliare, un cuore e una mente da nutrire attraverso lo studio di letterati e poeti. Del resto, coltivazione e cultura etimologicamente sono parenti e l'insegnante è simile a un agricoltore che semina. Tante sono poi le variabili che intervengono sulla crescita, sia nel mondo agricolo che in quello della comunicazione, e non sempre riusciamo a sapere quanto i semi si radicano e quando daranno frutto. Ma l'esperienza mi dice che, se anche ciò non accade sui banchi di scuola, nel tempo i frutti arrivano, e splendidi! 

Ma che cosa consente ai semi di mettere radici? Se i ragazzi di oggi sono per molti aspetti più problematici di quelli di una volta e in apparenza noi - una vita fa - eravamo diversi, nella sostanza però non nutrivamo sempre un amore viscerale per le materie di studio, nè eravamo esenti dalla stupidera dell'etàPerò ascoltavamo e, al di là dei sussulti di ribellione che potevamo covare verso la severità di certi docenti, non smettevamo di aver fiducia in loro che consideravamo comunque punti di riferimento.

Del resto anch'io che poi ho fatto l'insegnante, se pure il mio percorso scolastico è andato avanti senza intoppi, qualche problemino l'ho avuto. 
Una volta che l'ho detto in classe, i miei allievi delle superiori mi avevano regalato 
un'attenzione che neanche quando spiegavo Pirandello. Sapere che in seconda media la prof. aveva preso 4 in latino perchè praticamente non aveva fatto i compiti, non è cosa da poco! È come sollevare un velo sul bello della diretta! O, per restare con Pirandello, è la vita che sguscia fuori dalla forma!
Ma ciò che a loro era parso più incredibile era che del misfatto io ricordassi ancora
giorno mese ed anno! Era il 23 febbraio del 19... ve lo risparmio, per la precisione un venerdì, e in famiglia eravamo reduci da un trasloco. Il trasloco, si sa, è impegnativo, così in altre faccende affaccendata mia mamma non mi aveva controllato i compiti. Io, felice e beota com'ero - beota sì, non è un errore! - per la pigrizia di cercarle sul vocabolario, avevo tradotto le frasi in latino lasciando in bianco le parole che non sapevo. E chi era stata interrogata il giorno dopo?... 

Ma una volta approdata al liceo, nonostante avessi ottimi insegnanti, non è che delle lezioni riuscissi a capire sempre tutto. Studiavo - questo sì! - ma materie come fisica e chimica mi erano ostiche, e neppure stravedevo per la poesia nonostante fossi innamorata cotta del prof. di italiano. 
In quegli anni, compariva ogni tanto in tv Ungaretti e quando prendeva a declamare
"Veglia", la sua pronunzia calcata in modo espressionistico per sottolineare le allitterazioni del testo, suscitava in me solo una grande ilarità. Quindi, figuratevi!... Però a scuola ascoltavo e quei semi gettati dagli insegnanti si erano depositati quasi a mia insaputa, lasciandomi nel cuore soprattutto la passione di alcuni di loro nel comunicare. 

Tutto questo discorsino per dire che anche in me qualcosa si è radicato nel tempo, e oggi provo una sottile nostalgia per poeti e letterati dei quali qui non ho mai parlato forse per una sotterranea forma di pudore. Senza andare lontano o allargarmi troppo, sono stati certi testi letti a scuola ma anche poi per conto mio, a restarmi dentro riaffiorando vivi di tempo in tempo. 
Proprio tra questi, vorrei ricordarne alcuni nella serie di post mensili del nuovo anno che ho
intitolato "Coltivare parole", cercando però di non fare la prof. nella convinzione che - in confronto a quella di altri lettori - la mia sia solo una piccola esperienza.

Allora, concludendo questo post introduttivo, vi regalo due testi a cui sono molto affezionata. Il primo, che risale circa al 1346, è tratto da una lettera del Petrarca a Giovanni Anchiseo : 

 "(...) Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale. I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante (...)".

Il secondo è un passo dalla lettera del 10 dicembre 1513 scritta dal Machiavelli a Francesco Vettori: 

"(...) Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.(...)".

In entrambi, gli autori sottolineano il valore della lettura ritenuta più preziosa di tanti beni materiali perchè ci conduce alla scoperta di noi stessi e ci libera dagli affanni. Ma è insieme dialogo con persone vive attraverso le loro parole alle quali accostarsi con tutta calma. Bellissimo e in certo qual modo solenne quel cambiarsi d'abito di cui parla Machiavelli: un invito a non essere distratti o frettolosi, ma a predisporre il cuore come si fa per un incontro importante!

Certo anche la musica aiuta a preparare il cuore e in particolare quella di Mozart in alcuni pezzi che sanno di miracolo tanto sono ricchi di leggiadrìa. Allora torno a un brano del compositore salisburghese già pubblicato quasi 11 anni fa precisamente qui, che mi pare ricco di quell'intensità necessaria a far fiorire i tanti semi depositati in noi. 
Si tratta del quarto movimento, Adagio, dal "Divertimento n.15 in Si bemolle
maggiore K.287". Nel vecchio post parlavo di semplicità e della pace terapeutica che questo brano ci regala. È infatti una melodia intrisa di calma mentre il soave ritmo dei pizzicati ci accompagna ricucendo ferite o ricomponendo lembi dell'anima. E insieme può preparare il terreno ad accogliere le parole dei grandi, così come l'agricoltore dissoda il campo che dovrà ricevere la semente.

Buon ascolto!

(La foto - particolare del mese di Ottobre, tratta dal Ciclo dei Mesi dei Fratelli Limbourg e conservata presso il Museo Condée a Chantilliy - è presa dal web.)

 

mercoledì 14 gennaio 2026

Nel cuore di ogni inverno

Fa freddo, a volte anche tanto, soprattutto nei giorni in cui il vento gioca a spazzare la pianura gelata o, al contrario, vi ristagna una nebbia che entra nelle ossa. Ma è la stagione. 

Eppure proprio a gennaio, ci sono giorni in cui la campagna che vedo dal balcone della mia cucina ha una luce diversa. 
In effetti, superata a dicembre la gran curva del solstizio d'inverno, di gior
no in giorno qualcosa muta: non tanto al mattino, ma nel pomeriggio quando il sole inizia a tramontare più tardi. Di pochi minuti, ma più tardi. È la luce che avanza lenta a vincere il buio, come un seme che cresce non visto, come un lievito ancora nascosto.

A volte, preludio di primavera è l'intenso profumo di calicanthus che ci avvolge la sera da qualche giardino affondato nel buio, o la sorpresa di un fiore che sbuca in mezzo alla neve. Altre volte, invece, è la percezione di un diverso riflesso di sole o quel vago presagio che talora è nell'aria della notte.

"Nel cuore di ogni inverno c'è
una primavera che trema,
e dietro il velo di ogni notte c'è
un'alba splendente." 

Con queste delicatissime immagini, descrive tale sensazione il poeta Kahlil Gibran, forse non riferendosi soltanto a una notte e a un'alba astronomica, ma aprendo una luce di speranza e di rinascita all'interno di ogni buio.

Ma quale musica scegliere per rinverdire la speranza in tempi difficili? 
Una musica nata da indomabile coraggio e ricca di gioia incontenibile che ho trovato, in particolare,
 in due tempi del "Concerto per violoncello e orchestra MM22" di Giovanni Allevi.
Si tratta di una composizione 
scritta dal musicista ascolano durante la lunga degenza ospedaliera a seguito - come tutti sappiamo - di una pesante forma di tumore. Il concerto, simile a un diario, registra i diversi stati d'animo dell'artista nel suo difficile percorso: dalla scoperta della malattia alla lotta per debellarla, fino all'irrompere della dimensione metafisica dell'esistenza in un vissuto in cui si intrecciano sofferenza, nostalgia, incertezze e speranze. Infine, la gioia sfrenata per i primi segni di miglioramento. Un itinerario che il compositore ha espresso in note, trasformando il dolore in musica e trovando al fondo della propria fragilità una luce di rinascita.

Tra i dieci quadri del concerto, ho scelto il terzo intitolato "Folle Vorticoso" e il nono "Stentato Curioso": brani che testimoniano fasi diverse della malattia, ma nei quali risuona un tema molto simile.
Nel primo, "Folle Vorticoso", il musicista immagina che le molecole dei farmaci si
mettano a ballare con le cellule tumorali per neutralizzarle. La terapia è solo all'inizio, ma questa visualizzazione diventa un passo decisivo dal buio verso una gioia che il brano rende con efficacia. È una cascata di luce che il compositore esprime in note, una scintillante, vorticosa sequenza di passaggi discendenti che - in tonalità sempre diverse soprattutto verso la fine - sembrano avvolgere il suo corpo nella positività del cambiamento.

Ma se prima c'era solo speranza, l'altro brano, "Stentato Curioso", registra una realtà. Qui, dopo l'estenuante attesa dell'effetto delle cure, la musica esprime la sorpresa di un promettente miglioramento, di quell'inversione di tendenza tanto sperata. La notizia dei globuli bianchi che il suo organismo ha finalmente ripreso a produrre e delle cellule sane che sostituiranno quelle malate - come lo stesso Allevi dichiarerà poi in varie interviste - provoca in lui un entusiasmo dirompente. Il risultato è un pezzo brioso come un valzer.

Ma perchè mai un titolo così bizzarro? Avrebbe potuto essere un Allegretto o Vivace, invece no: Stentato Curioso! Come mai? La risposta - almeno così a me pare - sta tutta nella fantasia di Allevi che, immaginando le proprie cellule entrare e uscire dal suo corpo, con quell'attitudine funambolica e un po' fanciullesca che lo caratterizza si è raffigurato quelle sane mentre si moltiplicano e, a passo di danza, portano via quelle malate. Una scena di grande leggerezza che - il compositore mi perdoni! - mi vedo davanti come in un vivacissimo cartone animato. 
Certo, la danza esordisce lenta perchè i primi passi sono sempre piccoli ed 
esitanti: riusciranno le cellule sane nel loro intento?... Ecco qui il senso del titolo! E se ci fate caso, nelle battute iniziali si avverte chiaramente tale esitazione come se la musica stentasse - appunto - a prendere un ritmo più scorrevole e sicuro. Ma poi...
Poi esplode la felicità! 
La gioia si esprime infatti nella prima parte del brano, simile a un valzer sempre più concitato, mentre la seconda ripercorre le tappe precedenti segnate da passaggi angosciosi e meditativi, fino a interrompersi di colpo in attesa del pezzo conclusivo.

Brani animati dunque dall'incrollabile speranza che, nel buio dell'inverno, la vita prepari luminose primavere. Note che testimoniano quanto, anche nel gelo della malattia, il Maestro Allevi abbia saputo custodire il palpito del cuore. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

  

 


martedì 6 gennaio 2026

"Adorabunt nationes..."


















Arrivo a fine giornata a pubblicare questo post sull'Epifania, ma non posso non regalarvi il dipinto che vedete. Si tratta della splendida "Adorazione dei Magi" di Giovanni di Paolo (1398 ca. - 1482) conservata al Metropolitan Musem di New York. Non è l'unica opera dell'artista senese su questo tema: già ne avevo pubblicata anni fa qui una che, per certi aspetti, ricalca gli stessi caratteri. Ma è sempre affascinante ammirare lo stile di Giovanni di Paolo, rappresentante del Gotico internazionale che fonde la raffinatezza del quattrocentesco mondo cortese con una fantasia ancora medioevale, cui aggiunge un'eleganza di linee e colori tipicamente senese. 

Anche in questa adorazione realizzata nel 1460, dieci anni dopo la precedente, troviamo elementi simili a quella: non c'è il corteo che accompagna i Magi nel loro viaggio e che in altri pittori si dipana fastoso per tutto il dipinto, ma il racconto s'incentra sul loro arrivo alla capanna. Al tempo stesso, lo sfondo della tavola apre davanti al nostro sguardo un vastissimo paesaggio spalancando prospettive lontane che vanno a confondersi col cielo.

La raffigurazione dei Magi che rendono omaggio a Gesù nella sostanza non differisce dai dipinti di tanti altri autori, allora perché mai la pubblico? 
Perche qui mi sembrano più evidenti due aspetti. Da un lato il
 fatto che i tre re davanti al Bambino si tolgono la corona. Certo, la tradizione li ha chiamati re e così li hanno rappresentati tanti artisti, mentre pare fossero sapienti studiosi di astrologia o sacerdoti provenienti dalla Persia. 
Al di là dell'esattezza storica, però, interessante resta il fatto
 che siano divenuti nel tempo simbolo di quella cultura e di quella grandezza umana che non si chiude in se stessa, ma si fa ricerca appassionata e spassionata insieme alla capacità di sorprendersi. 

Vedete chiaramente nei due particolari qui a lato la corona dell'anziano posta ai piedi del manto blu di Maria e, poco più indietro, l'altro magio inginocchiato nell'atto di togliersela. 
Ma suggestivo e toccante anche il gesto del Bambino che pone
 la sua mano sulla testa calva del più vecchio in segno di benedizione: il potere del mondo che si inchina di fronte alla fragilità di un bimbo riconoscendo in lui una grandezza che viene dall'Alto, e insieme l'accoglienza senza limiti del piccolo Gesù.

E poi, secondo aspetto, il paesaggio!
Dà respiro la sua meravigliosa apertura in un'ampia prospettiva dalle tinte chiare che vanno dal bianco al beige fino a svariate gradazioni di azzurro. Come già aveva fatto altrove con l'abilità di un antico miniatore, Giovanni di Paolo ha saputo creare nello spazio esiguo di una piccola tavola, una profondità quasi sconfinata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nell'immagine della campagna e delle montagne sullo sfondo, tratti realistici come le pecore che pascolano seguite dal pastore o gli appezzamenti di terreno già ben squadrati, si fondono a elementi invece più sognanti. C'è un vicino e un lontano che coesistono, un piccolo e un grande, un finito e un infinito che si toccano. Dagli sguardi raccolti dei personaggi a cominciare da Maria, dal tetto della capanna con le sue solide travi di legno, fino alle montagne un po' avveneristiche, a uno sfondo in cui non si vede l' orizzonte e la terra va a confondersi col cielo, Giovanni di Paolo ha creato un universo in cui ogni elemento ci parla. 
Nonostante siano fuori tempo e contesto, potrebbero venirci in mente i versi di
Montale nella poesia "Corno inglese": "Nuvole in viaggio! Chiari / reami di lassu!..."  tanto il panorama del dipinto accende la fantasia. Ma sostanziale è anche l'impossibilità di tracciare una linea netta che separi cielo e terra dopo la nascita di Gesù, come se tutto il paesaggio terreno si muovesse in qualche modo verso l'alto.

Allora, passando alla musica, mi piace pubblicare un brano di Friedrich Heinrich Himmel (1765 - 1814), autore tedesco che ci ha lasciato sia pezzi sacri che opere di carattere profano. Nell'ambito delle composizioni sacre, ho scelto il mottetto natalizio "Adorabunt nationes", brano molto conosciuto e che si ispira ad alcuni Salmi.
A suggerirmelo non è stata solo la dolcezza della sua costruzione polifonica, ma 
anche il significato del testo dove l' "Adorabunt nationes" del titolo mi riporta ai sia ai Magi inginocchiati davanti al piccolo Gesù benedicente, sia al paesaggio retrostante col suo spazio immenso al quale è destinata la salvezza portata dal Bambino. 
Un'immagine e una musica che possono parlare per svariati aspetti anche alla nostra angosciosa attualità
.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web) 


mercoledì 31 dicembre 2025

Day by day...

Al mercoledì, per motivi coristici, rientro sempre un po' tardi. 
Il treno da Milano è alle 20,01, ma se
 tutto fila liscio e quel brav'uomo di mio marito viene a prendermi alla stazione, sono a casa prima delle nove.

Non mi dispiace tornare a quell'ora anche se di questi tempi c'è buio e freddo, ma la grande città che attraverso con tram e metrò è piena di luci e di un movimento nel quale mi immergo volentieri. Arrivo in stazione di fretta ma senza timore di perdere il treno, anzi, a volte mi resta qualche minuto per comprarmi i biscotti al supermercato del primo binario. È piccolo, ma gestito da ragazze molto gentili così, quando ce la faccio, mi ritaglio un angoletto di calore e di sorriso prima di recarmi al treno. Quando poi arriva, mi ci rintano. 

È una routine nella quale mi trovo a mio agio perchè mi ricorda gli anni dell'università e in qualche modo mi fa ringiovanire. Anche quando sono in metrò, nonostante la stanchezza serale, sento in me che un tassello segreto torna al suo posto, come se da sempre portassi inscritta dentro quella vita, quei viaggi in mezzo alla gente e ci ritrovassi qualcosa di familiare, di mio. Una volta partita poi, come tutti o quasi apro anch'io il cellulare per vedere se ci sono messaggi o se qualcuno dei miei solerti compagni di coro ha già caricato il file della lezione appena finita.

Ma mercoledì l'altro, seduto accanto a me, c'era un tizio che leggeva un libro. È cosa talmente rara ormai trovare qualcuno che legga un vero libro cartaceo che sono stata subito punta da viva curiosità e ho iniziato a sbirciare. Con discrezione, ma sbirciavo.
Il tipo era alto, bruno, viso interessante, ma non fatevi strane idee...avrei potuto
essere sua madre, se esageriamo anche sua nonna! Ad attirarmi era il libro. Il guaio è che non ci vedo: capivo solo che aveva le note e quindi non era un romanzo. Così continuavo a sbirciare. 
Poi un passaggero è sceso, il tizio si è spostato di fronte a me - e so già cosa state pensando! - ma in compenso ho
visto autore e titolo: nientemeno che "La brevità della vita"di Senecanell'edizione che trovate nella foto con quel bel mosaico antico in copertina! 
La scoperta mi ha destato subito tanti ricordi degli anni di università e non solo. Ho
 frequentato spesso - se così si può dire - l'amico Seneca attraverso i suoi scritti più famosi a cominciare dalle "Lettere a Lucilio", e sempre mi ha offerto significativi spunti di riflessione.

Ora qualcuno dirà: "D'accordo, ma siamo alla fine dell'anno e guai ne abbiamo già avuti. Come pensiero augurale proprio alla brevità della vita dovevi ispirarti? Qualcosa di più allegro nooo???..."
No gente mia, perchè dal quanto ricordo il "De brevitate vitae" non è affatto deprimente,
ma è un'esortazione a non sprecare in occupazioni vane il tempo della nostra vita che sarà pur breve, ma non così come spesso lamentiamo.

Seneca, che scrive a metà del I secolo d.C., muove qui una sferzante critica a quanti - affaccendati negli affari pubblici e spesso mossi da avidità di potere, di piacere o di denaro - trascurano la riflessione, la lettura dei grandi maestri del pensiero e quella preziosa solitudine che consente di interrogarci nel profondo alla ricerca della nostra autenticità. 
Esalta quindi l'otium, il tempo libero che i Latini contrapponevano al negotium, laddove il termine
antico non aveva quel senso negativo che oggi diamo alla parola, quasi fosse sinonimo di pigrizia. Era invece uno spazio da dedicare alla dimensione culturale e contemplativa della vita, considerata più importante di quella attiva: lo dimostra il fatto che il termine positivo è proprio otium, mentre l'altro è costruito sulla sua negazione: nec-otium. Ciò non significa che non ci si debbe impegnare in ambito sociale o politico e, anche se in qualche passo del testo Seneca esorta il destinatario, Paolino, a ritirarsi a vita privata, il richiamo è ad un uso del tempo più equilibrato.

Perchè mi ci soffermo? Perchè certe pagine sono di sconcertante attualità e mi pare che la società romana di cui si sottolineano i difetti somigli tanto a quella di oggi. Nonostante la durezza della critica tuttavia, il messaggio sotteso è incoraggiante perchè lo scrittore sostiene che la vita è talmente preziosa che non va sprecata e la sua durata non si misura dal numero di anni, ma dalla qualità del loro impiego. Richiamo fortissimo all'essenziale quindi, per dare ad azioni e relazioni quell'autenticità che Seneca, secondo quanto la filosofia stoica gli suggerisce, ravvisa nella pratica delle virtù: esercizio capace di dilatare il tempo, fermando la corsa affannosa e la vacuità nella quale stiamo precipitando.

Questo mi tornava alla mente mentre il treno mi riportava a casa e intanto formulavo ipotesi sull'identità del mio compagno di viaggio: uno studente universitario? Uhm... Un giovane insegnante di liceo? Forse. Uno studioso? Chissà!...Ma in ogni caso gioivo della bella sorpresa come quando anni fa - ne ho parlato proprio all'inizio di questo blog - una mattina sul treno mi ero trovata davanti un giovane che studiava la partitura del "Flauto magico". 
Non capita tutti i giorni!

Allora grata per la sorpresa, vi regalo il sesto movimento - "Day by day we magnify Thee" dall' "Utrecht Te Deum HWV 278" di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759). È un pezzo caratterizzato dalla vivacità fastosa e festosa tipica del compositore, dove sentirete risuonare temi che da un lato ci riportano al brano corrispondente del suo celebre "Dettingen Te Deum", ma dall'altro anche a Mozart. A me pare infatti che, nell'esordio del Kyrie della "Spatzenmesse K.220" scritto parecchi anni dopo, il musicista salisburghese abbia preso spunto da questa pagina di Haendel.   
Pagina che non solo s'intona con l'ultimo giorno dell'anno in cui nelle
chiese cattoliche è tradizione cantare proprio il "Te Deum", ma con i passaggi fugati del finale costituisce uno splendido modello di costruzione polifonica che potete apprezzare anche dalla partitura in video.  

Così alla voce di questi cantori aggiungo la mia, grata per i tanti richiami all'essenziale che ci possono arrivare day by day, giorno per giorno intrecciati al nostro vissuto, magari un mercoledì sera, sul treno, tornando dal coro.

Buon ascolto e Buon Anno!

(La foto è presa dal web) 

 

giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale!!!



Peter Paul Rubens (1577 - 1640) : "Adorazione dei pastori". Fermo, Pinacoteca civica.

 

Morten Lauridsen (n.1943) : "O nata lux".

martedì 16 dicembre 2025

Se lo sguardo è femminile - 12


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al termine della carrellata di donne pittrici che ha scandito i mesi di quest'anno, pur consapevole del fatto che il mio elenco è incompleto e altre figure del passato avrebbero meritato di essere ricordate, mi piace concludere con un'artista contemporanea a mio avviso notevole per talento e intensità di sguardo.
Si tratta di Antonella Masetti Lucarella, classe 1954, le cui creazioni pittoriche da
 una trentina di anni a questa parte riscuotono consensi e hanno avuto grande risonanza sia in Italia che all'estero.

È l'universo femminile il tema intorno al quale si concentra l'attenzione della pittrice volta ad indagarne volti, occhi, mani, pose e gesti con acuta capacità di introspezione psicologica. Profonda espressività insieme a uno stile essenziale, fatto di rigore e nitidezza di linee, mi sembrano i caratteri salienti delle sue opere sempre segnate da squisita eleganza.

Esempi significativi a questo riguardo sono alcuni ritratti come "Grande volto" riportato qui a lato: in apparenza un solo viso con un'unica espressione, ma in realtà due metà differenti che coesistono nella stessa persona quasi a simboleggiare quella duplice dimensione che ci caratterizza e l'invito a scandagliare ciò che si cela dietro uno sguardo.

Intenso anche il dipinto che vedete qui accanto, intitolato "Adolescente" dove gli occhi della fanciulla ritratta, segnati da uno sfumato che allarga le sue ombre sul viso, tradiscono un senso di malinconia. 
Le donne raffigurate dalla pittrice, infatti, hanno spesso sguardi 
assorti, ora velati da silenziosa tristezza, ora sorridenti, ora invece decisamente risoluti e volitivi come nella testa di "Ragazza" che ho riportato più sotto. Qui, gli occhi che non guardano lo spettatore ma altrove, a mio avviso accrescono nell'opera il fascino e il senso di mistero.

Davvero mille storie potremmo immaginare e raccontare sulle donne di Antonella Masetti Lucarella, accattivanti come la molteplicità di emozioni che le abita.
Ma al di là di questi aspetti, dalle sue creazioni 
a mio avviso spira anche un'aura di profonda quiete che - come scrivevo - ci induce ad andare oltre le apparenze per scandagliare l'interiorità di tanti ritratti.

Osserviamo per esempio il bellissimo "Figure in rosso" che vedete in grande in alto. Quale profondo senso di pace emana dallo sguardo serio e al tempo stesso dolce delle due donne, dalla loro compostezza, dai volti simili ma non uguali quasi fossero due facce della stessa anima, una l'apparenza e l'altra lo spessore che la costruisce! Sono occhi che - questa volta - guardano dritti verso di noi e mani incrociate con grazia sul petto in un gesto garbato quasi a custodire il mistero che ogni essere umano cela in se stesso. Così come misterioso è ciò che ha in mano la figura a sinistra: una carta da gioco? Un quadretto? Uno specchio o un ricordo?...Chissà!

Ma vi sono anche altre donne appaiate non solo perchè dalla rappresentazione emerga quel duplice mondo esteriore e interiore presente in ciascuno di noi, ma per farne risaltare una sorta di complicità. Così è nel quadro intitolato "Figure in un interno" che trovate qui a lato, come in numerosi altri esempi in cui le protagoniste sono riprese in scorci di vita quotidiana. 

In ogni caso, figure di grande raffinatezza come "La danzatrice" qui accanto, disegnata con linee sinuose e sensuali, elegantissime in quella gradazione di rosso scuro tanto amata dalla nostra pittrice quasi fosse una tinta primigenia color del sangue, del fuoco e della passione. 

Una tinta che si staglia contro il fondo dei dipinti ora nero, altre volte grigio e qui, in particolare, contrasta con l'incarnato chiaro della donna conferendogli rilievo plastico. Un colore che ritroviamo spesso e anche nel quadro intitolato "Modella in abito rosso" poco più sotto, opera affidata a linee di una semplicità spoglia e priva di particolari ornamenti. Del resto, le figure dipinte dall'artista non ne hanno bisogno perchè riempiono il quadro con la loro essenzialità e - oserei dire - la loro presenza scenica.

Qui, oltre alla splendida silhouette dall'atteggiamento sognante e appassionato, a spiccare sono le mani: lunghe, magre e snodate nelle quali la struttura ossea evidente si fa ancora una volta espressione di fascino ed eleganza. Si tratta di particolari che l'artista ha raffigurato più volte facendone anche tema di varie altre composizioni come appunto "Mani intrecciate" e "Mani" che vedete più sotto.

Ma se le sue figure sanno esprimersi senza bisogno di troppi ornamenti, ci sono tuttavia qua e là dettagli non trascurabili che, oltre ad arricchire i vari dipinti, rimandano a svariati precedenti pittorici.

Sono quei piccoli paesaggi che costellano i suoi quadri, ora 
affiancandosi alle figure più grandi come si vede da alcune delle immagini riportate, ora invece come oggetto di composizioni a sè stanti quasi fossero fogli di antichi codici.
Ne avete una testimonianza qui a lato nell'opera intitolata "Eros e pathos" dove
l'artista ha accostato occhi, mani, paesaggi, esempi di sfumato, insieme ad antichi scritti a formare un'opera che esprime ricchezza di ispirazione e di riferimenti al passato.

Dalle sue creazioni emerge infatti una vasta cultura pittorica nella quale sono evidenti rimandi al Rinascimento e poi più su fin quasi ai nostri giorni. Sono diversi i richiami che vi colgo. Qualche esempio?
La rappresentazione delle mani mi suggerisce conoscenze da Rodin a 
Escher, ma certi paesaggi a mio avviso uniscono suggestioni anche molto lontane tra loro. Osserviamo, per esempio, il quadretto dipinto al centro di "Figure in rosso" con un piano a quadri bianchi e neri e in fondo una montagna. 

Se quella sorta di pavimento può ricordare le prospettive dipinte nella seconda metà del Quattrocento da Paolo Uccello (avete presente la predella del "Miracolo dell'Ostia profanata" ?), ma anche certe stanze raffigurate nel Seicento da Vermeer, il monte sullo sfondo - a guardarne la sagoma - somiglia al Mont Sainte-Victoire che ricorre spesso nelle opere di Cézanne.

Non dimentichiamo poi la suggestione del danese Hammershøi nelle tante donne riprese di spalle, come vedete in quest'opera intitolata "Figura di schiena con paesaggio".
Dunque, riferimenti diversi tra l'antico e il moderno che colgo non come dati di pura erudizione, ma come segni di una cultura fatta propria e profondamente assimilata che l'artista lascia poi affiorare liberamente all'interno di una freschezza di ispirazione tutta sua.

Pensando infine alla musica da associare a queste immagini, è stata proprio la loro essenzialità insieme ai richiami al passato a suggerirmela. 
Si tratta di un pezzo di Gabriel Yared, compositore libanese classe 1949, famoso
anche come direttore d'orchestra, ma soprattutto per le musiche da film che gli hanno fruttato a volte prestigiosi riconoscimenti.

Il brano s'intitola "L'aria de l'ange" dalla colonna sonora de "L'instinct de l'ange", pellicola del 2013. A prenderci subito è il tema esposto dall'oboe: una melodia tranquilla, meravigliosamente sostenuta dal pizzicato degli archi che ne scandiscono il ritmo regalandoci un senso di profonda pace. Poi l'aria, arricchita dalla presenza di altri strumenti, si ripete intensificando il suo fascino fino alla parte finale che è invece più accesa e tagliente e con la quale il pezzo s'interrompe. 
Ma perchè mi è piaciuto tanto? Dico la verità, a incantarmi è stata l'accattivante parte iniziale col suo
 afflato meditativo che, nella sua articolazione, mi è parsa molto bachiana. E mi ha indotto a pensare che nel compositore libanese - da sempre grande cultore di Bach - abbia agito lo stesso processo di interiorizzazione che, per altri aspetti, ha lavorato nell'ispirazione della nostra pittrice. 
Un passato che rifluisce nel presente, dunque, sostanziandolo di spessore e
facendone fiorire più compiutamente l'originalità; e una musica che - a mio modesto avviso - ci consente di entrare più a fondo nell'affascinante universo delle donne di Antonella Masetti Lucarella.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal sito web della pittrice che qui ringrazio per la cortesia.) 

 

lunedì 8 dicembre 2025

"Prope est Dominus"

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
"Quando la notte è quasi terminata
e l’alba è tanto vicina
che possiamo toccare gli spazi, 
è ora di lisciarsi i capelli

e preparare le fossette nelle guance
e stupirsi di esser stati in pena
per quella vecchia, svanita mezzanotte
che ci atterrì soltanto per un’ora."

Mi è capitata sott'occhio proprio in questi giorni la poesia di Emily Dickinson (1830 - 1886) che vedete qui sopra, intitolata "Quando la notte è quasi terminata" come recita il primo verso. Tutti conosciamo la profondità e la delicatezza delle opere della poetessa americana, figura originalissima sia sul piano umano che artistico. Intensa è infatti la sua capacità di cogliere scorci di vita con brevi immagini spesso tratte dalla natura o dal mondo della quotidianità, dove l'infinitamente piccolo si fonde con l'infinitamente grande delle domande di senso.

Tema di questa poesia è il sollievo all'appressarsi dell'alba dopo il buio della notte, quando la prima luce dissolve le nostre paure e ci consente di nuovo di toccare gli spazi tornando ad orientarci. Alcuni commentatori affermano che, al di là del significato letterale, il testo potrebbe anche simboleggiare una notte esistenziale segnata dalla ricerca di Dio e dalla speranza che, in realtà, sia la morte quell'alba nella cui luce gli affanni del passato andranno svanendo.
Sotto questo profilo, a mio avviso è interessante che la Dickinson non abbia scritto tali versi alla fine della sua vita, ma poco più che trentenne e nel pieno della sua attività, il che ci suggerisce quanto l'intera sua esistenza sia stata segnata da un'intensa ricerca interiore. Degno di nota anche il modo con cui tratta l'argomento: un'attitudine gioiosa, espressa in immagini semplici come lisciarsi i capelli e preparare le fossette nelle guance, alludendo alla necessità di essere ben pettinata e sorridente come quando ci si presenta a una festa. La poesia infatti non parla di un giorno fatto e di una luce piena, ma solo di una preparazione quando la notte è quasi terminata.

Parola chiave mi sembra proprio quel quasi, a indicare la fase di passaggio tra buio e luce, il primo barlume di chiaro che va a dissipare l'inquietudine di un tempo sospeso ridestando l'attesa e la speranza. Allora è già possibile guardare ai terrori del passato - o forse alla paura stessa della morte - come a cosa passeggera e ormai dissolta (quella vecchia, svanita mezzanotte / che ci atterrì soltanto per un'ora). E la consapevolezza che ne deriva è piena di meraviglia e di sorpresa (e stupirsi di essere stati in pena).

È un testo che, comunque lo si interpreti, ci parla in profondità perché tante sono le notti buie che il nostro tempo sta attraversando, così come le albe che tutti, per motivi diversi, attendiamo sia a livello individuale che collettivo. Viene in mente il versetto biblico "Sentinella, a che punto è la notte?" (Isaia 21, 11-12), ripreso poi da Shakespeare, ma anche da una celebre canzone di Guccini nella quale il cantautore si interroga sul senso ultimo delle cose. Sempre intensa infatti è stata nel tempo la luce di bellezza offerta dalle varie forme di arte che rischiarano il nostro cammino come appunto i sorridenti versi della Dickinson e certo anche la musica. 

Allora mi piace commentare il testo della poetessa con un brano che a questo riguardo trovo significativo perchè s'inquadra nel periodo che precede la grande alba del Natale.
Si tratta del mottetto Op.176 n.8 intitolato "Prope est Dominus" (Vicino è il
Signore), scritto da Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901) all'interno di una raccolta di pezzi per l'Avvento. È una composizione per quattro voci miste nella luminosa tonalità di Mi maggiore che ci regala una rasserenante soavità soprattutto nella ripresa in pianissimo e che su qualche passaggio ombroso fa prevalere una gioia sorgiva. Culmine di tale gioia è l'esplosione dell'energico Alleluja che ci consente di apprezzare la meravigliosa coesione del coro! 
Lascio ora a chi legge il piacere di immergersi in queste splendide note e di
gustarne la costruzione. Da parte mia, coltivo la speranza di poterle cantare un giorno dall'interno di una corale polifonica e non solo - come faccio ora - sognando davanti allo schermo di un computer.

 Buon ascolto!

(La foto, a dire il vero un po' sfocata, è mia e la si potrebbe intitolare "Alba invernale sul Gran Paradiso")

 

domenica 30 novembre 2025

Nei segreti anfratti del cuore

Nelle mie quotidiane peregrinazioni su youtube in cerca di musica, nei giorni scorsi mi sono imbattuta in una raccolta che già conoscevo e della quale avevo pubblicato tempo fa qualche brano.

Si tratta dei "Pezzi lirici" di Edvard Grieg (1843 - 1907): sessantasei brevi composizioni per pianoforte solo, tese a cogliere sensazioni e stati d'animo diversi o a descrivere la natura o eventi di colore locale. Basti osservare alcuni titoli - Illusioni, Elegia, Giorni svaniti, Danza norvegese, Verso la patria, Il piccolo mandriano, Ruscello, Sera d'estate - per rendersi conto della varietà di ispirazione del musicista che, con tocco leggero, va a scandagliare la realtà circostante o i propri moti d'animo facendone una sorta di diario in note.

Il pezzo che ho scelto oggi è il n.6 op.57 del VI libro della raccolta ed è intitolato "Homesickness", nostalgia di casa o - letteralmente - malattia di casa quasi che la lontananza possa suscitare un anelito così inquieto da diventare patologico. 
Il brano si articola in tre parti. La prima è costituita da un lento Andante in Mi
minore: una melodia semplice, arricchita dagli accordi talora dissonanti della mano sinistra che ne sottolineano l'afflato malinconico e da un riecheggiare di note che le conferisce fascino e spessore. Segue una sezione centrale in Mi maggiore più luminosa, ma soprattutto più leggera nella sua vivacità giocata sulle ottave più alte, mentre la parte conclusiva torna a ripetere il mesto tema iniziale. 
Tre sezioni che mi sembrano riprodurre prima il senso di tristezza e
 solitudine di chi è lontano da casa e ne avverte la nostalgia; poi il ricordo o più ancora il sogno di una felicità agognata, attraverso note che evocano immagini di festa imitando un lieve e scintillante scampanellìo. Ma la visione svanisce presto e infine la musica torna a disegnare una realtà fatta di mestizia.

Ma perchè mai questo brano mi ha affascinato?
Sarà stato forse il freddo già invernale degli ultimi giorni o il Natale verso cui ci stiamo avviando
a suscitare in me un acuto desiderio di intimità. Una sensazione che non vivo solo sul piano personale, ma che immagino anche nelle tante persone che, per motivi di lavoro, di salute o altro, sono lontane da casa e per le quali il bisogno del proprio ambiente familiare, fatto di affetti e insieme di luoghi del cuore, in questo periodo si fa più pungente. Nostalgia di casa, che significa desiderio di essere accolti nel profondo, di ricordi nei quali riposare l'anima e di ritorno a se stessi, alla ricerca di quella gioia di vivere oserei dire primordiale forse dimenticata o nascosta.

Una casa a cui tornare come chi arriva da un lungo cammino, a somiglianza del viandante che vedete in alto nel dipinto di Marc Chagall intitolato "Sopra Vitebsk", in volo sul villaggio con la sua bisaccia, la sua stanchezza e certo il desiderio inquieto di un approdo. Una figura errante in una rappresentazione fiabesca che, al di là delle varie interpretazioni sulla sua identità - lo stesso Chagall costretto a lasciare il proprio paese di origine per motivi politici e razziali, o forse il profeta Elia venuto a portare doni - può simboleggiare tutti noi nella ricerca di un porto a cui ancorare la nostra precarietà. 

Nel dipinto di Chagall non sappiamo bene se il viandante in volo stia tornando al suo paese o ne stia ripartendo come varie volte è accaduto proprio al pittore, ma la silenziosa coltre di neve che ammanta il villaggio e la delicatezza dei colori ci regalano un'aura di intimità che riconduce al mondo delle fiabe della nostra infanzia.
Allo stesso modo, le note più vive della parte centrale del brano di Grieg dove nel ritmo puntato della mano destra brilla una luce festosa, per qualche momento ci aprono a un sogno mai sopito, a quel desiderio di casa radicato da sempre nei segreti anfratti del cuore. 

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

sabato 22 novembre 2025

Lo stupore di Cecilia

'È opera del viterbese Giovanni Francesco Romanelli (1610 - 1662) il dipinto che vedete - conservato a Roma presso i Musei Capitolini - e che rappresenta "Santa Cecilia". 
Le date ci dicono che siamo in piena epoca
barocca ma, se anche non lo sapessimo, ce lo suggerirebbero vari elementi: dalla raffinatezza ariosa del panneggio e del copricapo agli alberi e al cielo dello sfondo; dalla morbidezza dell'incarnato - osservate la grazia della mano sinistra! - fino all'elegante inquadratura che riprende la Santa in una torsione ormai lontana dagli schemi della ritrattistica del passato. 

In effetti l'autore, formatosi alla scuola di vari rappresentanti dello stile barocco tra cui Domenichino e Pietro da Cortona, si colloca tra gli esponenti più in vista della pittura dell'epoca sia a Roma che in Francia. La sua fama gli aveva meritato inoltre il soprannome di "Raffaellino" probabilmente per la dolcezza del suo tratto che potrebbe ricordare lo stile del famoso urbinate.

E in che modo Romanelli raffigura qui la Santa protettrice della musica e dei musicisti? La dipinge accanto a un violino, seguendo una tradizione che attraversa il tempo e che la vede accanto a uno strumento, molto spesso un organo, talora un violoncello oppure un liuto. 
Tuttavia, quello che mi colpisce nell'immagine è lo sguardo di Cecilia rivolto altrove. Ha
 in mano un rotolo che probabilmente è uno spartito, tocca il violino quasi avesse appena finito di suonare e dovesse riporlo, ma il suo sguardo è assorto, fisso in un punto indefinito forse a ripercorrere nel cuore la musica suonata e le emozioni che essa vi ha suscitato. 
O forse da quel punto indefinito la Santa sta guardando in se stessa attingendo alla
misteriosa fonte dell'ispirazione. La sua è infatti l'espressione di chi medita, ma nei suoi occhi possiamo scorgere anche un lampo di meraviglia, un lieve sorriso venato di commozione, una luce di stupore come di fronte a una realtà superiore da cui è presa e rapita. È proprio quella realtà l'oggetto cui volgersi, la sorgente primaria alla quale attingere mentre il violino e lo spartito sono i mezzi attraverso i quali la luce della musica prenderà poi forma.

Con quale melodia allora renderle omaggio nel giorno della sua festa? Con un brano di un autore nuovo per questo blog. Si tratta di John Eccles (1668 - 1735), compositore inglese famoso per aver scritto molte musiche di scena oltre a un' "Ode per il giorno di Santa Cecilia"...che tuttavia - la Santa mi perdonerà! - non pubblico. Non perchè non sia bella, ma perchè mi affascina maggiormente il pezzo che invece ho scelto. 

Si tratta di un' Aria - quinto movimento dalla Suite "The Mad Lover", l'amante pazzo - in cui Eccles ha musicato la tragicommedia di John Fletcher, centrata sull'uso dei suoni e delle immagini nel curare certe forme di follia o di depressione. Lunga è a questo proposito la tradizione che vede la musica come una vera e propria cura della psiche: dal giovane Davide che nella narrazione biblica suonava l'arpa per placare lo spirito cattivo di Re Saul, al mito di Orfeo, fino alle acquisizioni più moderne della musicoterapia. Ma potremmo anche ricordare le Variazioni Goldberg che - se  è vero ciò che i testi affermano - Bach avrebbe scritto per distrarre il conte Von Keyserling dall' insonnia. Del resto, di tale potere dei suoni tutti avremo fatto esperienza almeno una volta nel corso della nostra vita, per questo un brano simile mi sembra l'omaggio più centrato che si possa fare alla Santa.

Della quinta Aria della Suite vi riporto dunque due versioni: quella originale e una molto più recente per pianoforte solo che - vi confesso - è la mia preferita. Si tratta di una trascrizione semplice sul piano tecnico, ma tutta affidata alla capacità interpretativa di chi la esegue. Ne emerge un ritmo che dalla calma iniziale va crescendo di intensità fino ad animarsi in un vortice sempre più veloce mentre la melodia si ripete in varie sfumature diverse. 
Ed è forse il ruolo di tale ripetizione quello che talora agisce su di noi con una sorta
 di funzione terapeutica, perchè ci consente di entrare più vivamente all'interno della musica e diventare una sola cosa con i suoni facendo nostra la loro vibrazione. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)