venerdì 15 ottobre 2021

In cerca di leggerezza - 10

O. Rosai: "Via San Leonardo" (1948)  - collezione privata.



















Da mesi ho in computer le immagini che vedete e che riproducono alcuni dipinti di un artista del quale - anni fa - avevo parlato brevemente qui, pubblicando tre delle sue opere più conosciute: "Via Toscanella", "Vicolo" e "Case nel sole".
Lo avrete già indovinato: si tratta del fiorentino Ottone Rosai (1895 - 1957)
che, oltre a una nutrita serie di ritratti di amici e personaggi di primo piano nella cultura del suo tempo, nella sua produzione ha rappresentato più volte le vie della Firenze nella quale abitava ed aveva lo studio.
Desideravo da tempo ritornare
sulle sue opere, ma mi ha trattenuto la difficoltà di reperire il luogo in cui sono conservate. Parecchie infatti, risultano nei cataloghi di varie case d'asta o di mostre temporanee, ma spesso manca la collocazione attuale. Così è anche per quelle che vedete e suppongo quindi che - come il quadro riportato qui in alto - facciano parte di collezioni private.

Sono molti i motivi per cui è interessante la figura artistica di Rosai e già in passato ricordavo alcuni caratteri del suo stile, primo fra i quali la semplicità che affonda le radici nella tradizione pittorica toscana, a partire prima da Giotto e poi da Masaccio.
Uno stile semplice e insieme
corposo che - risalendo nel tempo - può avvicinare l'artista per certi aspetti a Cézanne, al cubismo e successivamente a Carrà.

C'è infatti nelle sue opere una particolare
attenzione ai volumi e agli incastri architettonici, a un accostamento di elementi rettilinei e curvilinei per cui case e muretti sono assimilabili a una nitida geometria dalle tinte ora più ombrose, ora più luminose. E la muratura continua degli edifici, privi di decorazioni o di aperture, ci offre - a mio avviso - un senso di pace.
Rosai si sofferma infatti su scorci tranquilli, angoli della Firenze minore degli anni
Cinquanta, dove protagonisti sono vicoli e strade di periferia, a cominciare dalle tante versioni di Via San Leonardo, segnate da una dolce alternanza di luci e ombre a sottolineare spazi e volumi.
Sono brevi percorsi affondati tra due muriccioli dai quali sporgono spesso ulivi e cipressi, in un accostamento di colori sfumati e in una solitudine che rende intima la rappresentazione.

Come osservavo in passato, da queste immagini mi è difficile ipotizzare nel gesto pittorico dell'artista quell'ansia o quel pessimismo di cui parlano i critici, motivandolo col suo carattere aspro o come riflesso degli eventi talora drammatici della sua vita.
Mi pare al contrario di cogliervi uno sguardo
che si posa pacato sulla realtà e mi regala un respiro di profonda leggerezza.
Quello che il pittore raffigura è infatti un
mondo di solitudine e di essenzialità dove, in pacificante contemplazione, possiamo entrare a percorrere vicoli dei quali - peraltro - non vediamo il prosieguo, ma solo
una svolta. Sempre. E anche questo aspetto, cui nel vecchio post avevo dedicato solo un cenno, mi pare cosa non trascurabile.

Come infatti accade che in diversi pittori vi siano elementi ricorrenti a caratterizzare i loro dipinti - pensiamo al trenino all'orizzonte nei quadri di De Chirico o al monte Sante-Victoire in Cézanne - così i vicoli di Rosai finiscono sempre in curva.
Forse è solo un modo di riprodurre l'andamento
delle strade sui colli toscani, o forse altro: una curva leggera verso la fine del percorso che ci impedisce di vedere oltre. Ma non di sognare.
E nel silenzio immobile dei suoi paesaggi, simili tra loro e al
tempo stesso differenti, l'artista sembra condurci altrove, verso una sorta di Infinito leopardiano in cui è dolce naufragare, così come è rasserenante perdersi tra case chiare, ulivi grigi e muriccioli protettivi quasi ci si muovesse su sentieri di fiaba.

Al tempo stesso, però, la strada della quale non vediamo la fine, nè possiamo intuire le sorprese che ci riserva dietro la curva, è affascinante per le sue risonanze esistenziali.
C'è infatti una leggerezza anche nel non affannarsi a conoscere
cosa porti il domani, nell'abbandono che consente di attraversare in serenità la condizione presente con i suoi cieli ora azzurri, ora cupi, e con l'alternarsi di ombra e luce come nella versione di "Via San Leonardo" riportata in grande.
Un panorama che - a mio avviso più ancora di altri -
con i suoi colori e i suoi tratti sfumati appaga i sensi, regalandoci la percezione di essere immersi in un luogo di sogno dalla pace lungamente desiderata.

Altrettanto sognante mi pare il brano che ho associato ai dipinti: la "Sarabanda" dalla "Holberg Suite per archi op.40" di Edvard Grieg (1843 - 1907), della quale - tempo fa - avevo pubblicato il vivacissimo "Preludio".

Questa è invece una composizione di carattere più tranquillo, un "Andante" di tono raccolto e in taluni passaggi anche solenne, che si anima solo nella seconda parte.
Bellissimo il lieve pizzicato dei violoncelli sullo sfondo, che ci accompagna col passo
lento e ritmato tipico della Sarabanda, danza di origine barocca così come appartiene al periodo barocco la struttura stessa della Suite. In effetti, Grieg aveva esplicitamente dichiarato di averla scritta proprio "in stile antico".
Tuttavia, sia nella versione originale per pianoforte, che
in quella per archi che ho scelto di pubblicare qui, si avverte intensamente il fascino espressivo del compositore norvegese, fatto di garbo, leggerezza descrittiva e di un senso di riposante armonia simile a quello delle pacate immagini di Rosai.

Buon ascolto!

(Tutte le foto sono prese dal web. I dipinti riportati all'interno dell'articolo sono nell'ordine : "Via San Leonardo" (1955) - "Strada fra due muri" - "Via San Leonardo" (1952) - "Paesaggio" - "Strada con case")

giovedì 7 ottobre 2021

Trame e orditi

Strana questa foto, vero?
Penso che abbiate riconosciuto subito  l'inconfondibile profilo di Monteriggioni, l'antico borgo medioevale dalle mura turrite, situato nella splendida campagna senese e qui immerso in una vegetazione dai caldi colori autunnali.

Ma perchè mai questo velo grigio e ombroso che offusca il panorama, come se tra esso e il nostro sguardo si fosse interposto qualcosa ?
Perchè si tratta di un'immagine del mio
calendario che ho fotografato così come la vedo al mattino, col primo sole che filtra dalla finestra della cucina e vi riflette trama, ordito ed altri particolari delle mie tende. È possibile infatti scorgere con chiarezza una serie di trafori, insieme ad alcuni fili più grossi che qua e là punteggiano la struttura del tessuto. E mi sembra una piccola, affascinante immagine di quotidianità.

Come ho scritto anche in passato sempre a proposito del mio calendario, la luce del sole che lo illumina sul muro in alto, vicino alla finestra, esalta i dettagli dei vari panorami e me li fa scoprire meglio regalandomi ombre e riflessi che talora mi incantano.
Un po' come questa foto del mese di ottobre i cui particolari
ci consentono di cogliere i colori dorati delle vigne e degli alberi in primo piano, insieme al verde argenteo degli ulivi, quasi fossero le tinte sfumate di un dipinto, filtrate come sono dal velo della tenda. E se da un lato essa sembra offuscare il panorama, dall'altro il sole che dalla finestra ora occhieggia, ora illumina più ampiamente il paesaggio e la nuvolaglia all'orizzonte, ci offre un respiro d'incomparabile bellezza.

Non è infatti la classica cartolina, ma un'immagine che - pur nella sua casalinga semplicità - ha un che di sognante: da un lato più ridente, dall'altro più cupa e quasi plumbea, ma per me sempre ricca di suggestione.
È quella percezione di intimità che si avverte quando si contempla il mondo esterno dal tessuto segreto del proprio cuore - anch'esso fatto di una trama e di un ordito - magari nella magia di un momento di silenzio o nel baluginare di luci ed ombre del dormiveglia.

Ma l'immagine mi regala anche una
luminosa sintonia con quella bellezza antica che talora il vivo seme di un ricordo fa germogliare in noi prima ancora che da una veduta esterna. Sono stata due volte a Monteriggioni: una in tempi recenti, mentre la prima si perde nella mia fantasia di adolescente, quando ogni angolo di mondo è una scoperta incantata. E forse è là che mi riconduce questo paesaggio velato dalla tenda, facendo rifiorire in me un inesausto desiderio di bellezza.

Proprio sull'onda di tale suggestione, allora, oggi torno a Georg Friederich Haendel (1685 - 1759) per proporvi il mirabile "Adagio" iniziale della "Suite n.2 in Fa Maggiore HWV 427" della quale poco tempo fa ho pubblicato il vivace "Allegro - Fuga" conclusivo.

Si tratta di un brano raffinatissimo per la dolcezza della melodia, il ritmo lento segnato dalla mano sinistra e - affidati alla destra - i numerosi abbellimenti che fanno fiorire il tema con eleganza.
Il pezzo si apre con tratti di sorridente luminosità, ma si fa poi più meditativo,
come uno sguardo che si apre anche su di un panorama interiore, a somiglianza di chi - con passo lieve - attraversa ombre e luci di un paesaggio ma al tempo stesso della propria anima. Me lo suggeriscono alcuni passaggi della melodia dal tono sempre più intimo, sottolineati da un' interpretazione attenta a rendere con delicatezza ed efficacia tale intimità.
Un Haendel pacatissimo, una musica simile a una tenda leggera, a velare di sogno
un paesaggio antico.

Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
https://lyricstranslate.com
Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
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Musica per un po'.

Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
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Musica per un po'.

Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
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Musica per un po'.

Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
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Devi allontanare tutte le tue preoccupazioni,
chiedendoti come le tue pene sono state alleviate
e disdegnando di compiacerti
finché Aletto liberi i morti dalle loro catene eterne,
finchè i serpenti cadano dalla sua testa
e la frusta dalle sue mani.
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Buon ascolto!

giovedì 30 settembre 2021

Atmosfere d'Irlanda

Non sono mai stata in Irlanda, ma è una delle mete che mi propongo di visitare quando il mio tempo a disposizione lo permetterà e la situazione generale sarà un po' più sicura.
Mi accontento allora di guardare le foto
sul web dove m'incanto sempre davanti ai suoi spazi sconfinati, alle campagne verdissime, alle alte rocce che precipitano sul mare, ai castelli o alle loro affascinanti rovine.
In realtà, non è da oggi che amo
preparare o ripercorrere itinerari a partire dalle immagini o da una carta geografica; l'ho fatto negli anni per tanti paesi e città d'arte. È un modo di sognare covando in cuore un viaggio prima ancora che si realizzi o di ritrovarne l'atmosfera insieme a quella parte segreta di noi che è rimasta lì. E io ho percepito spesso di appartenere ai luoghi.

Ricordo che, quando nel 2018 sono andata a Londra - anno mitico della mia visita alla National Gallery! - al mio ritorno, più volte ho ripassato sulla piantina topografica le vie che, dall'hotel in cui alloggiavo, portavano prima giù verso il centro, poi in Oxford Street, poi Oxford Circus, poi Regent Street, poi Piccadilly, poi ancora verso Trafalgar Square e qui finalmente alla National !!!
Mi rendo conto di raccontare cose che, per tanti di noi che hanno Londra - per
così dire - in tasca, sono assolutamente scontate, ma per me era la prima volta, ricca di tutto il fascino della scoperta della città e di quel museo, in particolare, che da tempo sognavo di vedere.
Come per altri luoghi visitati altrove, dall'hotel c'ero andata e tornata a
piedi, da sola, scoprendo passo dopo passo i tratti di una metropoli della quale, con un'eccitazione quasi infantile, mi stavo lentamente appropriando. E questo aveva aggiunto un che di fiabesco al mio viaggio e soprattutto al ricordo che il mio immaginario ne aveva poi elaborato.

Ma torniamo all'Irlanda. Qui il discorso è diverso: non ci sono ancora andata e il mio girovagare tra immagini e cartine appartiene al desiderio.
Come tutti sappiamo però, essa è ricca di un fascino non solo naturalistico e storico, ma
anche musicale, e il mio vagare sul web mi ha portato a riscoprire un brano che affonda le radici proprio nella musica tradizionale irlandese.

Si tratta di "Danny Boy", celebre ballata popolare il cui testo è stato scritto all'inizio del Novecento dall'inglese Frederich Weatherly, ma la cui musica fa riferimento a una melodia precedente di autore anonimo che ha avuto poi molta fortuna col titolo di "Londonderry Air". Oggetto di svariate versioni dalla sinfonica al rock, per il suo tono intensamente nostalgico talora il brano viene cantato nelle cerimonie funebri, ma per un certo periodo è stato anche inno nazionale dell'Irlanda del Nord.
Tra le innumerevoli versioni, ne ho scelto una dei "King's Singers" risalente a diversi anni fa, in cui il pezzo è
stato arrangiato per coro da Peter Knight. Trovo stupenda questa armonizzazione in cui le frequenti dissonanze danno alla musica uno spessore modernissimo. Ma assolutamente splendidi gli interpreti nella loro perfetta fusione corale e in quel cantare talora sottovoce, in pieno accordo col tono struggente e la dolcezza nostalgica del brano.

Il testo, rimaneggiato nel tempo, è il saluto da parte di una
madre - ma potrebbe essere anche un padre o un nonno - ad un ragazzo che parte per la guerra o deve comunque emigrare. Ed esprime l'attesa di un ricongiungimento d'amore capace di andare oltre la morte, nel segno del ricordo e della preghiera.

Oh Danny Boy, le cornamuse stanno chiamando
di valle in valle e giù a lato della montagna.
L’estate se n'è andata e tutte le rose cadono.
Sei tu che devi andare ed io devo aspettare.

Ma ritorna quando il sole sarà sui prati
oppure quando la valle tace ed è bianca di neve.
Sarò là comunque vada.
Oh Danny Boy, oh Danny Boy ti amo tanto.

Ma quando tornerai e tutti i fiori saranno appassiti
e io sarò morta, quando la morte dovrà arrivare,
tu verrai a cercare il posto dove riposerò,
ti inginocchierai e dirai un' “Ave” per me.

E io potrò sentire i tuoi passi leggeri sopra di me
e la mia tomba sarà più calda e più gradevole
se tu ti chinerai per dirmi che mi ami,
e io dormirò in pace finchè anche tu verrai da me.

Buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web)

 

giovedì 23 settembre 2021

Ricordi in libertà

Per chi ha trascorso buona parte della propria vita nella scuola, l'inizio di un nuovo anno di lavoro non può non generare qualche sussulto interiore.
E non si tratta solo delle incertezze
create dalla situazione attuale a causa della pandemia, ma di quella particolare emozione che ogni inizio porta con sè, intrisa di speranze, preoccupazioni, interrogativi, progetti e via discorrendo. Così, da quando in questi ultimi giorni - all'ora di pranzo - un rumoroso sgommare di moto sul viale vicino a casa mi ricorda che la mattinata di lezione è appena finita, anche se sono in pensione da un po' di annetti avverto in me un certo rimescolìo. 

Il fatto è che, parlando di inizi, non penso solo a quelli degli studenti, ma anche a quelli degli insegnanti come la sottoscritta, soprattutto la prima volta che si sono trovati alle prese con una classe scolastica.
Anche se la mia esperienza è stata poi quasi sempre positiva e piacevole, i miei esordi
- sprovvedutella com'ero - non si possono definire esaltanti. Basti dire che la mia carriera è iniziata con una supplenza in una seconda media...il giorno di Carnevale!
So già cosa vi starete domandando, ma parlo di tempi andati.
No, non era ancora vacanza: a Carnevale si andava a scuola!
Il risultato è stato che, alla fine di quella mattinata, ero tornata a casa
proclamando ai quattro venti che MAI e poi MAI avrei fatto l'insegnante! E di fronte alla costernazione dei miei genitori e ai loro sguardi allibiti, lo avevo ripetuto anche al tavolo della cucina, ai piatti, ai tovaglioli e alle pentole, nella speranza che almeno loro mi ascoltassero!

La seconda esperienza però era stata migliore. Con incarichi in diverse sezioni, avevo trascorso un anno intero in un istituito magistrale e lì studenti e colleghi mi avevano aiutato a riconciliarmi con quel mondo. Certo, ero fresca di laurea e dovevo ancora farmi le ossa, ma il lavoro mi piaceva.
Alla prima di queste supplenze, sostituivo un' anziana e severa insegnante di latino
. Ricordo che la sera prima di iniziare mi aveva chiamato a casa sua per passarmi i libri e le istruzioni del caso: qui la letteratura, qui la sintassi, qui gli esercizi, qui gli autori da tradurre. Bene. 

"L'unico che non ho è il testo di Quintiliano che leggiamo in quarta al sabato" mi aveva detto, aggiungendo con una punta di sussiego:
"Ma me lo faccio prestare sempre dagli studenti e traduco al momento. Domani
puoi fare così anche tu. I ragazzi ti diranno dove siamo arrivati."
Era appunto un venerdì sera.
"Ceeerto!..." avevo risposto io con una risatella un po' fantozziana, mentre dentro
 cominciavo a sentirmi morire. Però, a dispetto dei miei timori, l'esperienza nella sua globalità era stata molto positiva, e mi aveva suscitato una passione che si sarebbe consolidata nel tempo.

Ora, perchè vado scrivendo queste cose in un blog di musica francamente non so. Sono ricordi in libertà che affiorano da un trapassato remoto.
Ero partita con l'intenzione di pubblicare un brano come augurio di buon anno a
chi riprende la scuola e poi mi sono persa per strada.
Allora mi affretto a tornare al presente e siccome penso che l'esperienza scolastica - al di là della fatica e dei momenti di crisi da cui può essere costellata - debba essere caratterizzata da gioiosa passione, vi regalo un vivace brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759).

Si tratta del quarto movimento, "Allegro - Fuga" dalla "Suite n.2 in Fa maggiore HWV 427", seconda delle otto Suites per clavicembalo scritte dal musicista più o meno tre secoli fa, ma capaci di parlarci ancora oggi con la loro gioia sorgiva.
Come mi è capitato di osservare in passato per altre composizioni,
trovo tuttavia che l'interpretazione al pianoforte sia più ricca di morbidezza.
Per questo ne ho scelto una che a me pare splendida e vede protagonista il tocco
lieve e misurato di Murray Perahia che ci consente di apprezzare ogni sfumatura del brano.
Bello individuare il progressivo ingresso delle quattro voci della fuga
e seguire poi il loro intreccio che, dall'iniziale semplicità, va ad articolarsi in modo sempre più complesso, un po' come accade in tutti i percorsi, a cominciare da quello scolastico. Ne deriva una musica ora vivace e squillante come il suono di una campanella, ora più sommessa e pacata, ma sempre percorsa da un'onda di fresca energia simile a quella che tutti ci auguriamo possa animare anche il mondo della scuola.

Buon ascolto!

(La foto, presa dal web, riproduce un bassorilievo romano del II sec. d.C. rinvenuto a Neumagen e raffigurante un maestro con i suoi scolari)

 

mercoledì 15 settembre 2021

In cerca di leggerezza - 9

A. Sisley: "Rive della Senna a Bougival" - 1876 - (coll. privata)


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Settembre - lo sappiamo bene - è un mese significativo per diversi aspetti.
Segna l'inizio della scuola e di un nuovo anno di lavoro anche in altri
settori, ed è momento di scelte e riorganizzazione di tante attività dopo la pausa estiva.
Lo contraddistingue un senso di attesa, il suo guardare al futuro.
Forse settembre cova proprio in sè - se così posso dire - la nostalgia del futuro, di
 ciò che ancora deve accadere ma già si prefigura nelle prospettive e nelle speranze, quasi una sorta di emblema della nostra vita spesso vaga e ansiosa di promesse. Mese delicato dunque, di un fascino che nasce anche dal suo progressivo digradare verso l'autunno e dal suo clima dolcemente indefinito, come sono talora i contorni del suo paesaggio.

"La Senna a Billancourt" (1877) - Philadelphia Museum of Art

Proprio per lo splendore dei panorami, quelle di settembre sono talora delicate immagini di leggerezza ed è proprio questa che oggi mi sembra di ritrovare nei quadri e nelle atmosfere sfumate di un pittore impressionista.

Me lo dicono le sue nuvole ora
 chiare e come portate dal vento, ora più cupe; il mutare di tinte della campagna dal verde al caldo dell'oro, e insieme il lieve scolorare di acque e cieli dal celeste al grigio.
Non so se i dipinti che vedete facciano tutti riferimento all'inizio dell'autunno,
ma mi piace immaginarlo lasciando che a suggerirmelo siano gli impasti di colore così cangianti de "La Senna a Billancourt" o le acque in cui si specchia un cielo più spento nel quadro intitolato "Rive della Senna a Port Marly".

"La barca nell'inondazione a Port Marly" - Parigi, Museo d'Orsay

Si tratta di alcune opere di Alfred Sisley (1839 - 1899), nato a Parigi ma di origine inglese e per alcuni aspetti legato alla tradizione pittorica d'oltre Manica.
È certo la lezione di Monet
e di altri impressionisti che l'artista ha fatto sua e tradotto in tanti dei suoi numerosissimi quadri. Ma alcuni paesaggi come quello della foto in alto - "Rive della Senna a Bougival" - ci riconducono anche al nitore di tanta pittura inglese che Sisley aveva potuto vedere appena diciottenne, nel suo soggiorno a Londra. Così pure, le frequenti rappresentazioni di nuvole non possono non richiamare per certi aspetti quelle dipinte da artisti come Constable e Turner.

"Rive della Senna a Port Marly" - 1875  -  (coll. privata)

Sono state appunto le nuvole ad affascinarmi con la loro leggerezza, sia pure così diversa da dipinto a dipinto. In alcuni più chiare e ariose o aperte a sprazzi di azzurro che illuminano la campagna dorata, in altri più malinconiche e soffuse di un grigiore che si riverbera sul fiume e sul panorama circostante.

Osservando le immagini, si vorrebbe essere all'interno di tali paesaggi per respirarne l'atmosfera: perdersi tra i dettagli de "La Senna a Billancourt", tra i battelli lontani nella profonda ansa del fiume, o contemplare dalla riva folta di vegetazione quel cielo così affascinante, arioso e fosco a un tempo. O ancora indugiare in mezzo alla do!cezza della campagna autunnale come le due figure del dipinto che vedete in alto.

Sono immagini che, con i loro delicati impasti di tinte, appagano non solo gli occhi ma anche il cuore regalandoci, sia pure ancora vaga, la percezione del futuro. E penso sia stato così anche per lo stesso Sisley dato che, nella sua vasta produzione, ha riprodotto più volte gli stessi paesi, le stesse rive della Senna, gli stessi angoli di campagna, cogliendone - come farà poi Monet con la serie delle Cattedrali di Rouen - il fascino delle varie stagioni o delle diverse ore della giornata.
Qui sono cieli ed acque i protagonisti, dall'inondazione al placido scorrere del
fiume. E la varietà di sfumature con cui l'artista ha rappresentato la natura cogliendone lo splendore a volte con tocchi larghi e veloci, altrove con pennellate più sottili e definite, mi pare possa somigliare alla variabilità del clima settembrino, che alterna squarci di azzurro a più pacati riverberi di luce.

E per passare alla musica, torno a Edvard Grieg (1843 - 1907), questa volta al secondo libro dei "Pezzi lirici" per pianoforte, con l' "Elegia" op.38 n.6.
Sia il titolo che l'indicazione agogica - "Allegretto semplice" - ci parlano di una
composizione dai tratti leggeri, pervasa qua e là da dolce malinconia.
Il brano, in effetti, si dipana all'inizio in tono minore ma, insieme al clima nostalgico, si
apre ben presto alla luminosità di una melodia cantabile, giocata - come si legge dallo spartito - prima sulla mano sinistra che sulla destra.
Un'aria ora delicata, ora un poco più impetuosa che, in certi passaggi, può ricordare
Chopin e dove le varie dissonanze ci regalano quel senso di indeterminatezza che - con altrettanta leggiadrìa - troviamo anche nei dipinti di Sisley.

Buon ascolto!

(Tutte le immagini sono prese dal web)

 

mercoledì 8 settembre 2021

Piccoli grandi talenti

Mi piace riprendere l'appuntamento settimanale col mio blog riservando oggi una particolare attenzione ai bambini musicisti. E sono grata all'amica Maria Grazia che - nell'ambito di una delle nostre conversazioni d'altura fra montagne e prati verdeggianti - me lo ha suggerito.

Quando parlo di bambini musicisti, mi riferisco a quei piccoli grandi talenti che destano sempre meraviglia per la loro capacità di percepire lo splendore della musica e di restituircelo con un' abilità tecnica spesso stupefacente in rapporto alla loro giovanissima età.
Certamente, è un dono di natura la facilità con cui essi suonano uno strumento
come lo avessero fatto da sempre, dimostrando non solo sorprendente familiarità con i tasti di un pianoforte, le corde di un violino o nella lettura di uno spartito, ma anche straordinarie doti nel memorizzare testi lunghi e complessi. E non mi riferisco soltanto ai piccoli geni come Mozart con le sue precocissime attitudini nello scrivere musica e capace - appena quattordicenne - di ricordare il "Miserere" di Allegri dopo averlo sentito una volta sola. Al di là dei grandi compositori, ho in mente infatti tutti quei bambini che, con notevole abilità e velocità di apprendimento, sono diventati in breve tempo ottimi esecutori se non addirittura veri interpreti.

Tuttavia, le doti naturali non bastano se non sono adeguatamente coltivate nel tempo e il lavoro che consente di arrivare a certi livelli è sempre perseverante e talora molto duro. Per questo, mi fanno anche un po' tenerezza i bimbini che vedo su youtube, qualche volta italiani, ma più spesso russi, cinesi, coreani e giapponesi che, avviati precocemente allo studio di uno strumento, divengono ben presto capaci di padroneggiarlo.
Numerosi provengono appunto dall' Estremo Oriente e spesso hanno
raggiunto considerevoli risultati grazie a una disciplina ferrea, seppure dai risvolti talora un po' inquietanti. Chi avesse letto l'autobiografia nella quale il celebre Lang Lang ripercorre le fasi della propria infanzia di pianista prodigio - "La mia storia" ed.Feltrinelli (2009) - sa a quale assoluto, schiacciante rigore erano sottoposti questi piccoli sia da parte della scuola ma spesso anche della famiglia.

Certo, i risultati poi ci sono, e un tale rigore riesce a far emergere e sviluppare doti magari impensate. Tuttavia, mi chiedo a volte quale sottile equilibrio un insegnante debba possedere per stimolare le doti degli allievi con giusta severità, senza però spegnere in essi la fiamma dell'amore e il piacere di far musica. Un equilibrio che spesso corre sul filo e si avvale di quella magica alchimia di sentimenti che nasce talora nel rapporto tra allievo e maestro.

Detto questo, oggi vi presento una bimbina prodigio che certo già conoscerete per la fama che gliene è derivata nel tempo visto che oggi ha già 26 anni. Ma nella clip video che vi propongo ne aveva solamente 9.
Si tratta di Aimi Kobayashi, pianista giapponese classe 1995, che interpreta il "Concerto per
pianoforte e orchestra in Re maggiore n.26 K.537" di Mozart, conosciuto anche come "Concerto dell'Incoronazione".
Lo stralcio in video dell' "Allegro" iniziale - peraltro incompleto
perchè privo dei primi 4 minuti - è tuttavia l'unica preziosa testimonianza che youtube ci offre del debutto della pianista nel 2004, accompagnata dalla Kyushu Symphony Orchestra. Per chi invece volesse ascoltarla nell'esecuzione dell'intero concerto, vi rimando alla registrazione del 2006 che potete trovare qui.

Ha solo nove anni dunque la piccola Aimi, ma - ce ne accorgiamo subito! - padroneggia con incantevole disinvoltura il pianoforte, l'orchestra e il testo mozartiano che non conosce soltanto a memoria, ma sembra aver già interiorizzato come ogni musicista di provata esperienza sa fare.
Le sue manine sui tasti ci regalano un'interpretazione fatta di precisione e di una grande
energia, capace tuttavia di ammorbidirsi per sottolineare le varie dinamiche del brano, il piano e il forte insieme al fascino di questa musica così ricca di leggerezza e di splendide invenzioni tematiche. Nella perfetta misura delle note mozartiane la piccola pianista riesce infatti a coniugare forza e delicatezza, impeto e luminosità, fino alla cadenza finale eseguita con mirabile padronanza.

Il gusto che prova nel suonare traspare poi anche dai movimenti del suo corpo. Lo cogliamo dalla sua espressione totalmente compresa nel vivere la musica, ma soprattutto dal gesto della mano sinistra che ogni tanto si solleva dalla tastiera come a rimarcare la bellezza di ciò che la destra suona e quasi ad esprimere più compiutamente il ritmo di quel Mozart che - lo si vede - le canta nell'anima. Piena coordinazione anche con l'orchestra della quale conosce con sicurezza tempi e attacchi.
Ma la cosa per me ancora più toccante - e per favore, guardate il video fino in fondo! - è
l'espressione della piccola interprete al termine del brano quando, dall'estrema concentrazione, passa finalmente al sorriso. Un delizioso sorriso di bimba dalla psicologia intatta, o almeno in apparenza lontana da ansie e patemi d'animo, che si guarda intorno - beata lei! - tranquilla e gioiosa come se avesse semplicemente giocato.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web)

 

sabato 14 agosto 2021

In cerca di leggerezza - 8



 

 

 

 

 

 

 

È un'immagine dell'Assunzione quella con cui oggi proseguo nella mia ricerca di leggerezza e insieme vi lascio l'augurio di un sereno Ferragosto. Di solito, per questa data non mi dilungo in un articolo, ma stavolta il quadro mi ha colpito in modo così particolare che ho pensato di far coincidere i saluti per la festa - e le vacanze del blog - con qualche osservazione sul dipinto.

Si tratta di un'opera di Lorenzo Lotto (1480 - 1556/57) intitolata "Assunzione della Vergine" e conservata a Milano presso la Pinacoteca di Brera. Il quadro è lo scomparto centrale della predella della "Deposizione di Cristo" realizzata dall'artista per la chiesa di San Floriano a Jesi e oggi conservata al Museo Civico della città.

Che cosa mi ha colpito in essa e perchè parlo di leggerezza? Facciamo un passo indietro.
Due sono le tradizioni e le iconografie cui i pittori nel tempo si sono ispirati nel
trattare questo tema: la Dormitio Virginis e l'Assunzione.
La prima vede Maria stesa in un sepolcro e addormentata, mentre Gesù accoglie
tra le sue braccia la piccola anima della Madre dormiente, Madre che solo poi verrà portata in cielo anche col corpo. Troviamo diversi esempi di Dormitio prima di tutto nella tradizione bizantina, ma in seguito anche in Italia con Giotto, Paolo Veneziano, il Beato Angelico ed altri artisti dal Medioevo fino alle soglie del Rinascimento.
Da qui in poi, alla Dormitio si sostituisce l'Assunzione in cui
Maria è portata in cielo dagli angeli mentre, nella parte sottostante della scena, gli apostoli assistono sorpresi all'evento. Un celebre esempio è l' "Assunta" del Tiziano conservata nella chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia.

Anche il Lotto - in quest'opera che precede di pochissimi anni quella del Tiziano - si ispira alla tradizione rinascimentale, ma a mio avviso con alcuni tratti di originalità e di realismo che mi piace sottolineare.
Non è infatti direttamente sulla figura di Maria che si appunta qui la sua attenzione. La Vergine, inserita nella sua mandorla di luce e di angioletti, risulta già quasi lontana dal resto. È invece sul gruppo degli apostoli in primo piano che mi pare si soffermi il pittore, mettendone in evidenza gesti e atteggiamenti che tornano però ancora in qualche modo a parlarci di Lei.

Sono gesti di sorpresa, di saluto e di preghiera che ricorrono anche nei successivi dipinti sull'argomento dove - tra l'altro - lo stesso artista ha creato immagini molto più movimentate e scenografiche. E come lui, altri pittori. 
Ma in quest'opera mi pare che il Lotto si sia ispirato anche ad un senso di concretezza e ad un'attenzione alla realtà che esula da certe rappresentazioni in cui le figure - se pure non sono composte e ieratiche - risultano comunque fissate in una iconografia sempre simile.
Mi spiego subito.

A parte il gruppo centrale riportato sopra e raffigurato in preghiera, se ci fate caso l'ultimo apostolo a destra si infila un paio di lenti per vedere meglio: solo sorpresa e sbalordimento o anche incredulità? Altri poi si sbracciano nel salutare Maria con la stessa libera vivacità con cui ci si comporterebbe proprio con una persona di famiglia. 

Infine, in secondo piano rispetto alla scena principale, dalla strada in collina sta scendendo un'altra figuretta che sembra correre a perdifiato giù per il sentiero accorgendosi di essere in ritardo. Ne osserviamo infatti il panneggio agitato e scomposto per la velocità e le braccia spalancate nella corsa, come se l'evento che si sta compiendo fosse un appuntamento fissato cui non mancare assolutamente.
Secondo quanto raccontano i Vangeli apocrifi, si
tratterebbe di San Tommaso, che arriverà proprio in ritardo, ma per il quale la Vergine lascerà scivolare in dono la propria cintura come reliquia e simbolo del legame tra cielo e terra.

Insomma, l'evento dell'Assunzione, sia pure in tutta la sua sacralità, qui attraverso la raffigurazione dei vari apostoli più ancora che della Vergine stessa, è calato nella vita quotidiana fatta - come per ognuno di noi - di sorprese, ritardi, fretta, dubbi, incredulità, e insieme di legami ricchi di gioia e di tutta l'intensità di sentimenti che essi possono offrire.
Ce lo suggeriscono quelle mani che sventolano verso Maria, animate da una familiarità che - senza nulla togliere al rispetto e alla devozione che gli apostoli nutrivano per Lei - rendono l'idea del profondo rapporto che, nel tempo, doveva essersi creato tra loro e la Madre del Salvatore.
Qualcuno potrà dire che quelle mani alzate servono invece per schermarsi dalla luce che promana sempre più intensa dalla Vergine man mano che sale al cielo.
Può darsi. Ma ciò non contraddice comunque i tratti di
umanità presenti nel dipinto.
Una Maria, quindi, più che mai calata nel quotidiano, e se
pure il Lotto la rappresenta un po' lontana, in realtà ce ne restituisce la vicinanza e la concretezza attraverso il comportamento degli apostoli tutt'altro che ieratico.

E come spesso accade in un'opera d'arte, è proprio la presenza di certi dettagli di per sè non strettamente necessari ai fini della comprensione dell'evento raffigurato, ad essere invece rivelatrice del senso profondo della rappresentazione. Mi pare infatti che i particolari qui riportati ci regalino un'atmosfera di leggerezza che attenua quella sorta di distacco o di lontananza che talora possiamo percepire nel rapporto con certe figure evangeliche, restituendocene non solo la grandezza, ma anche l'umanità. 

Ignoro se questa mia piccola analisi possa essere - diciamo così - teologicamente testata, ma nell'ambito familiare del mio blog penso sia accettabile una lettura del dipinto un po' sorridente e leggera.
E per passare alla musica, ho scelto di associare alle
immagini uno splendido brano di Franz Schubert (1797 - 1828): la "Salve Regina" in Si bemolle maggiore D.386".
Si tratta di un pezzo forse meno conosciuto della
celeberrima "Ave Maria", ma a mio avviso ricco di uguale bellezza. Soavità ed energia vi si susseguono infatti in un insieme di grande intensità, esaltato dall'alternanza di tonalità maggiore e minore.
Una Regina invocata non soltanto nella lontananza di una
nicchia di altare, ma nella consapevolezza di una vicinanza sorprendente, come il testo e la musica ci dicono e come alcuni particolari del dipinto del Lotto possono suggerire.

Vi auguro quindi buona Festa dell'Assunzione e buone vacanze!
Anche questo blog va in ferie per qualche settimana.

Buon ascolto!

(Tutte le immagini sono prese dal web)

 

domenica 8 agosto 2021

Una chitarra per Bach

Sono testarda, chi mi conosce lo sa. Quando mi fisso sopra un'idea, non è facile farmela cambiare.
E così pure, quando trovo una musica e poi mi resta
dentro, non sono capace di dirle: "Ora stai quieta e tranquilla in lista d'attesa, prima o poi verrà il tuo momento!"
No, devo pubblicarla subito, pena un incredibile tormentone!

Il fatto è che, dopo l'ultimo post, la mia testa è rimasta irrimediabilmente catturata nella tela del mio ragnetto. Andatelo a vedere - il post, non il ragnetto! - così avrete i prerequisiti, e mi scuso del termine di burocratichese scolastico, per comprendere le ragioni di questo discorso.

Un ragno che tesse la sua tela - scrivevo più o meno alla fine - si muove piano, con delicatezza e regolarità, secondo una logica che gli consente di ordire trame lievi e impalpabili come l'aria, ma di bellezza e proporzioni simili a un ricamo.
Proprio questa regolarità per la quale l'animaletto sembra ripetere gli stessi movimenti
e creare le stesse formazioni setose mi aveva indotto, in un primo tempo, a dedicargli un brano di Bach caratterizzato da una struttura che si ripete sempre uguale dall'inizio alla fine. Il pezzo è quello che vedete qui nella foto, e se osservate lo spartito notate con chiarezza che ogni battuta, al di là di alcune alterazioni e modulazioni, è costruita da arpeggi simili.

Lo avete riconosciuto? Certo! Si tratta del famosissimo "Preludio in do minore BWV 999" che chissà quanti di noi hanno suonato nei loro primi approcci alla musica di Bach ma che, tra le sue caratteristiche, ha quella di essere piuttosto veloce, e questo mi faceva problema. Un ragno, nel tessere la sua tela, me lo vedo metodico ma lento e non potevo commentare il suo lavorìo con una musica così concitata. Speravo che youtube mi offrisse qualche esecuzione dal ritmo più tranquillo, ma non ho trovato nulla di accettabile. Così, la volta scorsa ho cambiato idea orientandomi su Tchaikovsky.

Però...ecco la mia testardaggine! Però non mi sono rassegnata a lasciar perdere il pezzo di Bach anche perchè, se pure non è lenta, l'interpretazione che ho trovato e che desidero condividere qui oggi, è molto accattivante.
Composto originariamente per liuto, il Preludio
è stato in seguito oggetto di numerose trascrizioni, prima per tastiera e poi per altri strumenti tra i quali la chitarra, ed è proprio per chitarra la versione che vi offro.
È il celebre Julian Bream, qui appena ventinovenne, l'interprete di questo brano
che è quasi una sorta di improvvisazione, come se andassimo a cena con amici in un locale e alla fine qualcuno ci dicesse: "Ci suoni qualcosa?". Ecco, dev'essere stato così.

La scena ci mostra infatti il chitarrista che, esortato dai compagni di tavolo, inizia a suonare tra la sorpresa dei presenti che, sia pure molto pacatamente, finiscono per essere catturati dalla musica. Interessanti i loro atteggiamenti, tutti molto composti e trattenuti sia da parte degli uomini che delle donne: dal tono un po' sussiegoso del signore col monocolo, all'attenzione intimidita delle signore che forse vorrebbero manifestare più vivo entusiasmo ma non osano, mentre la reazione più spontanea mi pare quella del giovane cuoco che si affaccia subito dalla cucina incuriosito.
Ma l'atteggiamento più godibile è proprio quello di Julian Bream: cogliamo infatti dall'intensità del suo sguardo un modo di sentire la musica tutto interiore, fatto di attenzione alle note e insieme di abbandono alla bellezza del Preludio del quale assapora ogni sfumatura, aiutando anche chi ascolta a gustare lo splendore del discorso bachiano.

Attraverso una sequenza di arpeggi dalla struttura ritmica regolarissima, nel brano si dipana infatti un cammino costituito da piccoli ma progressivi mutamenti, modulazioni che cogliamo soprattutto osservando la parte della mano sinistra. È qui che - contrariamente a ciò che accade di solito e con una sorta di inversione di ruoli non nuova in Bach - si snoda il tema, mentre gli arpeggi della destra fanno da accompagnamento.
Così, sulla base di tale struttura sempre uguale a se stessa, ci si apre davanti un paesaggio
musicale che è invece estremamente vario e va esplorando prima la malinconia e la drammaticità del tono minore, per riemergere poi in passaggi per un attimo luminosi e sprofondare di nuovo in note che spalancano suggestioni sconfinate.
Ma l'ultimo accordo in maggiore ci regala lo sprazzo di speranza del finale di
Piccardia che il chitarrista sottolinea col suo marcato rallentare.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web)

 

sabato 31 luglio 2021

Ragnatele

Sull'inserto dedicato all'Innovazione del Corriere della Sera di ieri, venerdì 30 luglio, leggo un articolo relativo a un'interessante scoperta che ha per oggetto ragni e ragnatele.
Che il materiale di cui esse sono fatte - filamenti di seta composti da fibre proteiche - sia in verità resistentissimo e già fonte di alcune sperimentazioni, non è notizia nuova. I ricercatori dell'Università di Cambridge hanno infatti cercato da tempo di sfruttare le doti di resistenza e insieme di leggerezza della seta tessuta dai ragni per creare nuovi materiali che ne imitino le caratteristiche: una sorta di ragnatela artificiale le cui fibre potrebbero avere svariate applicazioni. 

Ma non finisce qui. Ora, gli studiosi del Massachussetts Institute of Tecnology guidati da Markus Buehler hanno fatto un'affascinante scoperta. Si legge infatti nell'articolo di Barbara Millucci intitolato "La musica delle ragnatele" a pag.35 dell'inserto:  

"I ragni non tessono più solo fili e tele, ma anche suoni e melodie. Un team di ricercatori del Mit ha scansionato al laser un aracnide ricostruendone la rete in 3D. Ha poi assegnato ad ogni filamento una nota e studiato virtualmente come il suono della rete cambia in risposta a diverse forze meccaniche. In pratica, ogniqualvolta il ragno compie un'azione (dall'allungamento del filo alla cattura di una preda o al cambio di traiettoria), la musica cambia. E si sintonizza su nuove sonorità e cacofonie musicali, leggermente inquietanti, che aprono però importanti scenari per la ricerca".

L'articolo poi spiega che sono stati creati modelli matematici e sistemi audiovisivi che consentono di immergersi nel mondo musicale dei ragni. Inoltre, la ricerca sulla tela degli aracnidi sta fornendo un prezioso patrimonio di informazioni che potranno dare adito ad applicazioni in diversi campi, a cominciare dall'ingegneria. E tale lavoro è soltanto un esempio e l'inizio di come si possa giungere, in futuro, ad "ascoltare i materiali".

A parte questo discorso nel quale non oso addentrarmi, trovo meraviglioso il fatto che i suoni pervadano ogni essere e ogni angolo del creato, dal macrocosmo al microcosmo. Così anche i ragni, nel loro piccolo, partecipano alla grande musica dell'universo, una vibrazione presente in ogni materiale, come del resto la fisica quantistica ha rilevato da tempo.
E a questo proposito, mi viene in mente anche ciò che si dice in quel bellissimo
libro di Cesare Picco dedicato a Bach e intitolato "Sebastian". Qui il compositore tedesco, alla ricerca di quel codice segreto che attraversa il mondo quasi esso fosse un immenso spartito, viene immaginato a comporre la mappa dei suoni del suo paese, andando a cogliere col suo orecchio assoluto la vibrazione sonora di ogni casa, ogni muro, ogni albero, ogni strada del posto.

Ho cercato a lungo, allora, quale musica dedicare al nostro ragnetto tessitore di bellezza e di suoni, incerta se dedicargli un pezzo di Bach - a dir la verità ne avevo proprio uno adatto, ma le interpretazioni a mio avviso erano troppo veloci - o qualcosa di più moderno. Poi invece, ho pensato al suo lavoro paziente e tenace, capace di creare ragnatele spesso simili a piccole opere d'arte nel disegno e nelle proporzioni e mi è affiorata dal cuore una danza.

Si tratta della celebre "Danza della Fata dei confetti" dalla Suite dal balletto "Lo Schiaccianoci op.71" di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893).
Segnato dall'indicazione "Andante non troppo" e dalla tonalità di mi minore, il
brano si caratterizza per dolcezza e ritmo. Protagonisti al di sopra degli altri strumenti sono la celesta e il clarinetto che, con i loro particolari timbri, danno alla musica un'impronta di delicatezza e regolarità, proprio come nel lavorìo di un ragno e nella struttura di una ragnatela.
E me lo vedo il nostro amico tessitore dalle zampette filiformi mentre crea i suoi
arpeggi e costruisce le sue architetture sonore: creazioni simili a fantasiose collane di perle, gioielli della natura, segno di stupefacenti intelligenze tutte da scoprire.

Buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web.)

 

lunedì 26 luglio 2021

Suggestioni della sera

Nel mio assiduo vagabondare su youtube in cerca di musica, oggi ho trovato un brano dedicato alla sera e di certo molto conosciuto, ma a mio avviso ricco di tale incanto che non ho resistito al desiderio di regalarvelo ugualmente.

Sappiamo tutti quanto la sera abbia ispirato nel tempo pittori, poeti e musicisti. Tra i primi, basti ricordare solo come esempi Van Gogh, Millet e Segantini che talora - oltre al buio della notte - hanno immortalato anche l'ora del crepuscolo con tutto il suo fascino.
Tra i poeti - senza andare a scomodare Foscolo o Leopardi, D'Annunzio o Pascoli - mi piace citare
comunque due testi molto diversi tra loro.
Il primo è il brevissimo "Tramonto" di Giuseppe Ungaretti ("Il carnato del cielo / sveglia oasi /
al nomade d'amore") che coglie nei colori del crepuscolo una sorta di sensualità. Il secondo, di diversa impronta e altra suggestione, è l'esordio della poesia di Rainer Maria Rilke "Sera" ("Come un'indefinibile fata d'ombre...") che ci introduce subito nel suo silenzio e nel suo mistero.
E per parlare poi di musica, ora mi basta ricordare quella magnifica composizione polifonica che è "Abendlied" di Joseph Gabriel Rheinberger, che - se volete - potete ascoltare qui.

Ma torniamo al presente. Il brano di oggi è "Des Abends" (A sera) : primo degli otto pezzi per pianoforte di cui si compone la "Fantasiestücke op.12" di Robert Schumann (1810 - 1856), composizione ispirata agli scritti sulla musica di E.T.A. Hoffman. In essa il musicista firma le sue opere con i nomi ora di Eusebio, ora di Florestano, personaggi attraverso i quali identifica ed esprime il duplice aspetto della sua personalità: il primo timido e sognatore, il secondo invece eccentrico e appassionato. Sfaccettature che tutti in qualche modo abbiamo in noi, contrasti peraltro tipici dell'epoca romantica in cui Schumann vive, ma che nell'anima del compositore si faranno tanto esasperati da condurlo alla follia. 

"Des Abends" è una melodia ricca di arpeggi e dal ritmo dolcissimo alla quale danno particolare luce alcuni passaggi di tonalità che dal re bemolle iniziale vanno a risolversi in mi maggiore. Qui è l'indole introversa di Eusebio che si esprime, nella sua attitudine sognante e crepuscolare: ce lo suggerisce anche l'indicazione agogica posta all'inizio del brano che recita "Da suonare con molta intimità".
È questo il motivo per cui, tra le tante esecuzioni offerte da youtube,
ho scelto quella di una donna che mi pare metta splendidamente in luce tali sfaccettature del testo musicale.
Si tratta dell' interpretazione della pianista rumena Marta Dobresco che coglie e
riflette ogni minima sfumatura con un tocco rigoroso, nitido ma insieme sognante. In diversi passaggi infatti, dove il tema potrebbe farsi più trascinante e veloce, la Dobresco invece - fateci caso! - rallenta molto lievemente come se, per qualche attimo, volesse trattenere la melodia.
Ne deriva un andamento un po' altalenante che talora sembra cullare l'ascoltatore e che
ci consente di cogliere il cuore del brano di Schumann: il silenzio nascosto tra le note, le più riposte sfumature di colore e l'intima suggestione della sera.

Buon ascolto!

(La foto nel riquadro, presa dal web, riproduce il dipinto di John Constable "Tramonto sulla Senna".)

 

sabato 17 luglio 2021

La panchina

È la panchina delle mie attese questa che vedete, situata ai margini del parcheggio del mio paesetto di montagna.
Capita spesso infatti che, seduta proprio
qui a fine mattinata o nel corso del pomeriggio, io aspetti l'autobus che mi riporta al mio nido di altura o - in alternativa - mio marito che, in auto con annessa bicicletta, torna dalle sue scorribande ciclistiche su e giù per i tornanti della valle.
Ci sarebbe anche un terzo modo di
rientrare alla mia frazioncina incantata: a piedi. Ma tre chilometri di strada in salita e con la soma della spesa non fanno più per me. Scendere sì, ma salire no grazie, non ho l'età.

La panchina - come scrivevo - è ai margini di una vasta area di parcheggio dove si fermano i pullman, ma preferisco sempre aspettare qui sia per non respirare il fumo dei mezzi di trasporto, sia per isolarmi da eventuali assembramenti e avere un appoggio per lo zaino o le borse della spesa. Tanto, quando autobus o marito arrivano, li vedo da lontano.
Così, con davanti il paese, appena dietro il torrente e fuori dalla confusione, capita 
spesso che mi senta libera di esprimere ad alta voce il mio stato d'animo.
Che faccio? Canto!!! Sì, qui posso cantare a squarciagola, libera di intonare un
pezzo di Bach o un' aria di Mozart secondo il gusto del momento, senza che nessuno mi senta perchè il fragore del torrente vicinissimo copre del tutto il suono della mia esibizione. E meno male!!!

Ho cominciato l'anno scorso a prendere questa abitudine e ormai, appena arrivo e mi siedo, il canto parte quasi in automatico con quello che mi suona dentro di volta in volta. La scorsa estate mi ero innamorata di un esuberante pezzo di Offenbach: "Les oiseaux dans la charmille" che ho poi pubblicato qui sul blog. Il solo pensiero che abbia osato cantare un brano simile - diciamocelo! - è semplicemente ridicolo, ma era tale la gioia che quella musica e la sua bravissima interprete mi avevano regalato, che non ho resistito alla tentazione. Tanto, non mi sentiva nessuno e potevo sfogarmi!

Quest'anno il clima è cambiato e non parlo solo di quello atmosferico.
Parlo del lungo periodo di pandemia che ha messo tutti alla prova forse
 più ancora psicologicamente che nel fisico, anche perchè l'incertezza del futuro e la pesantezza del presente hanno acuito la sofferenza per le inevitabili rinunzie. Tra queste, a me manca moltissimo il coro di cui faccio parte da qualche anno. Me ne sono resa conto una volta di più giorni fa, quando mi sono presa un pomeriggio tutto mio ad ascoltare su youtube musica corale.

È qui che ho trovato un brano di cui mi sono immediatamente innamorata e che ora vado cantando sulla mia panchina: altro stile e altro clima da quello della scorsa estate, ma a mio avviso è un pezzo veramente sublime.
Si tratta di un inno a quattro voci intitolato "Abide with me", su musica
dell'organista inglese William Henry Monk (1823 - 1889) e parole di Henry Francis Lyte che vi ha sintetizzato alcuni testi del Nuovo Testamento.
È un'invocazione a Dio perchè resti con noi quando scende il buio e il conforto
degli altri viene meno, quando la gloria terrena declina e tutto ciò che abbiamo intorno muta. Ed è a Dio, che - al contrario - non muta, che il canto si rivolge perchè, in vita e in morte, ci resti vicino.

La melodia ha una struttura semplice, caratterizzata dalla suggestiva solennità degli inni inglesi e qui sottolineata dalle straordinarie voci dei King's Singers, a cominciare dai due bravissimi controtenori. Ne derivano un insieme organico e una costruzione polifonica molto toccante.
Ma il dettaglio che più mi ha affascinato è la pausa - breve come un respiro ma netta -
inserita poco prima della fine, quando il testo recita: "In life, in death, oh Lord, abide with me." Esattamente tra life e death - vita e morte - per un attimo il canto si ferma, per un attimo tutto resta in sospeso quasi a farci cogliere la separazione, il taglio, la cesura di tale passaggio.
Tuttavia ciò avviene senza angoscia o affanno, ma con la struggente fiducia
espressa dalla dolcezza di queste note. 

Ora capite perchè un inno dall'aura così sublime resta nell'anima per riaffiorare continuamente col suo rasserenante splendore! Così, capita che me lo vada cantando sulla mia panchina o che il suo ritmo calmo mi accompagni in una passeggiata.
Mi si obietterà che è impossibile interpretare da soli un brano a quattro voci. Ovvio che n
on si può, io faccio solo la parte del soprano. Ma dentro di me sento risuonare tutta l'armonia dell'insieme.
Poi, vabbè, per divertimento mi sto leggendo sullo spartito anche le altre voci. Provateci anche voi! La più difficile a me pare quella del basso. La parte del contralto invece è facilissima.  

Buon ascolto!

 

giovedì 8 luglio 2021

In cerca di leggerezza - 7


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiori, pesci, acqua, ceramica, vetro, stoffa; e poi riflessi di luce, giochi d'ombra, tinte prevalentemente chiare: un insieme che conferisce al dipinto un'atmosfera di tranquillità regalando a chi guarda un senso di pace.
Un'immagine da contemplare nella calma di un pomeriggio d'estate, nella frescura di una stanza antica, magari
con una finestra aperta verso la campagna, accompagnati da un buon libro e da un'aura di silenzio.

Si tratta di un quadro della pittrice australiana Margaret Preston (1865 - 1963) intitolato "The fish bowl" - La boccia dei pesci - e conservato alla National Gallery of Victoria a Melbourne.

Ma se l'autrice fossi stata io, l'avrei chiamato "Trasparenze" perché sono state queste le prime a colpirmi con la loro leggerezza.
Dalla trasparenza dell'acqua ai riflessi
della boccia sulla tovaglia bianca, fino alla lucentezza della ceramica e alla sua ombra sul muro.
Luci e ombre che si esaltano a vicenda
in una composizione di nitida semplicità dove ogni particolare ha una sua leggiadrìa.
Una natura viva e morta insieme, fatta
di pochi elementi rispetto alla ricchezza ridondante di arredi di certi dipinti del passato, come se la rappresentazione degli oggetti qui non fosse scaturita tanto dal desiderio di una fedele riproduzione, ma soprattutto da una modernissima ricerca di essenzialità.

E nonostante la Preston sia più famosa per essere stata fautrice di un'arte nazionale australiana, questa sua opera mi riporta alla mente la lezione di tanti autori del passato europeo. Ma più che la suggestione di Vermeer o del mio amatissimo Zurbaran, qui mi vengono in mente alcuni dettagli di interni dei danesi Vilhelm Hammershøi e Carl Holsøe - per esempio nella presenza ricorrente di una tovaglia bianca - o ancora la "Natura morta con arance" dell'olandese Piet Mondrian. Del resto, durante un suo viaggio in Europa ai primi del Novecento, la pittrice era venuta a contatto proprio con svariati artisti e movimenti pittorici del periodo. 

Il suo dipinto è una fusione di geometrico e ornato: nitidi elementi di superficie come le pieghe di stiratura della tovaglia, figure solide dalle equilibratissime linee curve, ma insieme il fantasioso disordine del mazzetto di viole sparse sul tavolo che, nella loro tinta, richiamano la decorazione del vaso di ceramica. Perfezione geometrica e creatività, ordine e asimmetria dunque, con un senso delle proporzioni perfetto: non mi meraviglierei, infatti, se la misura del livello dell'acqua nella boccia di vetro fosse stata calcolata sulla base della sezione aurea.

Ma certamente non possiamo dimenticare i pesci rossi e l'acqua in cui si muovono, animata da splendidi riflessi di luce. Abita anche qui la leggerezza, nel collocare la boccia proprio al centro della rappresentazione dedicandole il titolo del dipinto: un richiamo allo stupore dell'infanzia e alla gioia delle piccole cose. Non arredi pesanti e sontuosi o materiali di particolare pregio, ma oggetti di quotidiana semplicità, la stessa di quelle viole mammole che nascono spontanee nei prati.

E per restare in tema di semplicità e leggerezza, ho scelto un brano di musica che mi pare rispecchi tali caratteristiche.
Si tratta del primo dei celebri "Pezzi lirici op.12" per pianoforte di Edvard Grieg
(1843 - 1907), intitolato "Arietta" : testo straordinariamente breve, neanche un minuto e mezzo, ma ricco di lievissimo incanto. La luminosità del Mi bemolle maggiore ci accompagna attraverso una melodia ordinata e lineare nel suo susseguirsi di sfumature, ma anche dolce e sognante come una ninna nanna.
E il clima di silenzio contemplativo che questa musica crea sembra interpretare la
levità delle cose che Margaret Preston ci ha regalato nel delicato splendore del suo dipinto.

Buon ascolto!