mercoledì 18 maggio 2022

Stanze - 5

È una stanza un po' particolare questa sulla quale ho scelto di fermare la mia attenzione oggi: un'immagine che mi ha affascinato subito per l' atmosfera pacata e ariosa, così come per i suoi colori.
A colpirmi, infatti, è stata
la gamma di tinte che vanno dal chiaro allo scuro passando per diverse e delicate sfumature di beige. Ma mi hanno preso anche quelle leggerissime tende mosse forse dal vento che, attraversate dalla luce chiara della finestra, conferiscono all'insieme un'atmosfera di sognante levità.

Si tratta dell'opera del pittore statunitense Andrew Wyeth (1917 - 2009) intitolata "Chambered Nautilus" e conservata presso la Collezione Wadsworth ad Hartford nel Connecticut.
Esponente del realismo pittorico americano, l'artista ha dipinto soprattutto
figure femminili e paesaggi del mondo rurale, riscuotendo apprezzamento da parte del pubblico, ma non sempre dalla critica che lo riteneva invece fuori moda, in un periodo in cui si stava già affermando l'espressionismo astratto.

Il dipinto, realizzato nel 1956, rappresenta probabilmente la madre del pittore ormai invalida e forse - come riportano alcune notizie biografiche - vicina alla fine.
Lo confermerebbe la presenza del "Nautilus con camera"
conchiglia che dà appunto il titolo all'opera, poggiata ai piedi del letto su di una cassa di legno scuro.

Tuttavia, non trovo nell'immagine quel
funereo presagio di morte o quella cupezza che alcuni osservano, e se pure certi dati la possono giustificare, l'atmosfera che vi colgo mi conduce oltre, verso un arioso afflato di rinascita.
Me lo dice la conchiglia stessa, da sempre
simbolo di resurrezione, e in particolare questo splendido esempio di Nautilus.
Ma soprattutto me lo suggeriscono la
finestra chiara e le delicatissime tende che fanno da baldacchino al letto, mentre a destra sembrano mosse da un soffio di vita. Elementi questi che meritano una sottolineatura anche perchè li ritroviamo in numerose altre opere di Wyeth. Osserviamo infatti lo stesso effetto di leggerezza in "Wind from the sea" e in "The day of Pentecost" solo per citarne alcune, così come la finestra è un dato ricorrente in parecchi dipinti.
Allo stesso modo, la donna invalida è un altro tema al quale l'artista ha dedicato la
propria attenzione a cominciare dal quadro che lo ha reso più celebre, intitolato "Christina's World", nel quale ha rappresentato una ragazza poliomielitica sua vicina di casa.

Come dicevo, la composizione ci offre un'immagine pacata: una stanza spoglia di altri mobili oltre al letto, ma arredata in realtà dalla grande finestra che esalta il bianco dei tendaggi e delle lenzuola.
Sono stoffe dalla trama sottile e leggera che
la luce, in certe pieghe, rende quasi trasparenti. Ora hanno la consistenza del lino, ora della seta, e un che di antico negli orli ricamati e nelle frange come fosse biancheria semplice e preziosa ad un tempo, uscita dai bauli di famiglia. E sembra quasi che il pittore abbia giocato a ricreare una particolare tonalità di colore, tra il bianco e un beige vagamente rosato, in differenti tessuti e materiali fino alla superficie madreperlacea della conchiglia.

La donna è seduta nel letto, tranquilla, appoggiata a un cuscino, ma non ne scorgiamo il viso rivolto alla finestra; ne possiamo tuttavia intuire i pensieri, le nostalgie, i ricordi, la malinconia, forse i sogni insieme al senso di attesa di un futuro sconosciuto.

È quest'ultimo dato che ha spinto i critici a
far derivare certi spunti iconografici di Wyeth da Hopper, altro esponente del realismo americano nelle cui opere troviamo spesso figure femminili colte proprio in tale atteggiamento.
Tuttavia, se le attese di Hopper sono
spesso intrise di tensione o di angosciosa solitudine, qui non colgo lo stesso clima, ma l'immagine nel suo insieme mi pare più serena.
Così pure, i particolari che Wyeth ha
raffigurato in essa - dal cesto coi libri alla conchiglia - ci parlano di quella poesia del quotidiano che solleva il realismo dalla pura e semplice rappresentazione dell'oggetto, conducendolo a scandagliare lo splendore dell'esistenza nelle sue dimensioni più nascoste.

Per questo, la mia scelta della musica è caduta su di un brano che, pur essendo talora malinconico, presenta squarci di luminosità: la "Gnossienne n.5 in Sol maggiore" di Erik Satie (1866 - 1925).
Come scrivevo in passato a proposito del compositore francese, la sua è stata definita spesso musica d'ambiente, ma non mi pare possa restare solo in secondo piano come sottofondo, quasi fosse priva di un suo carattere e una sua autonomia. In effetti, oggi è sempre più apprezzata. Il suo stile va certo creando particolari atmosfere attraverso la lentezza del ritmo, la ripetitività e il potere ipnotico che, talora, esercita sull'ascoltatore. Tuttavia, più ci accostiamo alle sue note, più ne avvertiamo il fascino.

Anche il brano che vi propongo ha un che di ipnotico e insieme evocativo di mondi sconosciuti: è la malinconia dell'ignoto da attraversare, ma al tempo stesso la percezione sorprendente di un universo arioso che ci si può aprire davanti come il vento che muove le tende del dipinto. Ce lo suggerisce il luminosissimo esordio, che ci afferra subito con un tema ripreso poi lungo il brano in modo più pacato e nostalgico, ma sempre ricco dell'intensità di un ricordo o di una speranza.
Un pezzo non molto difficile sul piano tecnico, ma più che altro affidato alle doti
interpretative dei vari esecutori perchè ne facciano affiorare tutta la bellezza. Souple et expressif è infatti l' indicazione del compositore: morbido ed espressivo, proprio come questo che sentirete.

Buon ascolto!

martedì 10 maggio 2022

Voltare pagina...

Oggi, faccio riferimento al post della volta scorsa sul primo tempo del "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" di Bach e - se non vi dispiace - vado subito avanti.

Parliamo allora del secondo
movimento, una fuga in realtà molto singolare.
Si compone infatti di tre parti: la prima e la terza
perfettamente identiche, mentre la seconda - che risulta inclusa tra queste come fosse il vero e proprio cuore del brano - è ben diversa, ma francamente struttura di fuga non ha.  

Che cos'è allora? Un intermezzo? Una sorta di variazione? Non saprei bene come definirla, ma mi piace moltissimo per il suo andamento dolcemente mosso dopo il rigore della prima parte. Il brano si apre infatti sulle note lente e severe di un tema enunciato dalle prime due battute della mano destra - come potete vedere dalla foto - e ripreso più avanti dalla sinistra proprio come in un pezzo fugato. E via così in un intreccio sempre più complesso.

Ma poi? Come dicevo, nella parte centrale le cose cambiano e nella composizione si viene a respirare un'atmosfera del tutto differente come se, a un tratto, Bach voltasse pagina dando di ciò che ha dentro una lettura diversa. Così, se all'inizio il tono era serio ed austero, poi diviene leggero e quasi danzante. E non vi dico il piacere che si prova suonando questa sezione al pianoforte - sia pure con i limiti della sottoscritta - perchè sono note che vi cantano dentro e aiutano davvero a voltare pagina e a rasserenare lo sguardo se per caso il momento non fosse dei migliori.
Scorrevolezza e discorsività potrebbero essere i termini adatti ad esprimere
almeno in parte il carattere di questo pezzo, e mi rendo conto che tante volte, anche in passato, mi è occorso di paragonare il linguaggio della musica - e in particolare quello di Bach - a un discorso con una sua struttura sintattica fatta di principali e secondarie, di pause, incisi e via dicendo.

Ma c'è di più. Ad attirare la mia attenzione su questa parte del brano, oltre alla sua bellezza, è stato un particolare riferimento.
Verso la fine, la continuità delle note affidate alla mano destra
viene intervallata da coppie di accordi ben scanditi che chi ha un pochino di familiarità col compositore ricorderà certo di aver già sentito.
Su passaggi simili, infatti, è strutturato il celebre "Preludio n.12 in fa minore BWV
881" del secondo Libro del Clavicembalo ben temperato che - se volete - potete ascoltare qui nientemeno che dalle mani di Andras Schiff. Non trovate anche voi che ci sia una chiara somiglianza?

Se tuttavia finora ho fatto riferimento al pianoforte, l'interpretazione che pubblico della "Fuga BWV 998" non è per questo strumento, bensì per chitarra. Ho ascoltato e confrontato a lungo le numerosissime esecuzioni che youtube offre e ho scelto infine quella di Ana Vidovic. Mi è parsa infatti pregevole non solo dal punto di vista tecnico, ma decisamente migliore di altre anche a livello interpretativo per la naturalezza con cui la Vidovic suona e il risalto che sa dare alle varie dinamiche del pezzo. Parliamo del resto di un' interprete di fama internazionale. Così, nonostante la registrazione live sia un po' disturbata, mi perdonerete se ho deciso di pubblicarla ugualmente.

Poi - lo so - qualcuno penserà che, al prossimo post, di questa composizione bachiana vi ammannirò di certo anche il terzo movimento, l' Allegro.
Francamente non ho deciso: è vivace, veloce, spigliato, ma ancora non so. Magari in un secondo
tempo. Intanto ci penso.

Buon ascolto!

 

martedì 3 maggio 2022

Bachiana versatilità

Come cambia il carattere di un brano di musica - e quanto muta la nostra percezione - se lo ascoltiamo interpretato da strumenti diversi dalla versione originale?
Quale differente fisionomia assume un
pezzo nato magari per pianoforte ed eseguito invece al violoncello o al flauto? O viceversa?  

Mai sentiti i Notturni di Chopin suonati col violino? O alcuni suoi Valzer splendidamente arrangiati per fisarmonica da Richard Galliano che li colora di una suggestiva atmosfera da musette francese? Per non parlare delle Suites per violoncello di Bach nella versione per marimba.
Spesso, musicisti di ieri e di oggi si sono sbizzarriti ad interpretare un pezzo su
strumenti diversi dall'originale, a volte per curiosità o per gioco, ma più di frequente per farne affiorare dimensioni nascoste e nuove.
Senza andare a cercare arrangiamenti più recenti in chiave jazz o rock, basti ricordare che lo stess
o Bach aveva trascritto per tastiera diversi concerti vivaldiani nati per archi. E, al contrario, le sue "Variazioni Goldberg" composte per clavicembalo sono state talora adattate per trio o quartetto d'archi, il che ci consente di apprezzare ancora meglio la struttura polifonica di alcuni pezzi.

Immagino che siano osservazioni e confronti che tanti avranno avuto modo di fare chissà quante volte, notando differenze di timbro, di colore e di sonorità. Tutti sappiamo quanto la voce del pianoforte differisca da quella del clavicembalo e ancor più dall'organo, e così l'arpa dalla chitarra e dal liuto, e il discorso potrebbe continuare anche per gli altri strumenti.

Ma l'ascolto, per quanto possa essere coinvolgente, non è tutto. Ciò che ci offre la possibilità di gustare a fondo una musica è suonarla, addentrandoci con le mani e con l'anima nella sua struttura, osservandone tonalità, temi e sviluppo, cogliendone il ritmo, gli accenti, assaporandone il fascino che possiamo sottolineare magari azzardando una nostra personale interpretazione.
Mi è occorso altre volte di osservare quanto è bello entrare nel linguaggio di un
compositore, riconoscendo i tratti salienti della sua - se si può dire - poetica musicale, perchè, quando lo si frequenta con una certa assiduità, uno spartito si apre davanti ai nostri occhi come il profilo di un amico di vecchia data col quale poter dialogare.

Tutto questo discorsino per dire che giorni fa, navigando su youtube, mi sono imbattuta nel "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" di Bach e me ne sono innamorata al punto da volermi cimentare a suonarlo. Ma mentre lo eseguivo, mi è riecheggiato dentro come cosa non nuova e mi sono ricordata che di questa composizione avevo già pubblicato il "Preludio" la bellezza di undici anni fa, senza tuttavia soffermarmi su di esso in modo particolare.
Ora invece, il tentativo di suonarlo me lo ha fatto entrare davvero nel cuore, così ho
deciso di ripubblicarlo.

Si tratta di un pezzo nato per liuto o per cembalo - come recita l'intestazione del manoscritto bachiano - ma interpretato nel tempo anche al pianoforte, più spesso alla chitarra e talora all'organo.
Osservate sullo spartito com'è bello l'andamento delle sue prime battute! Ha il ritmo del tempo composto
di 12/8, la luminosità del MI bemolle, la dolcezza sempre variata delle terzine che si muovono inanellando il tema in tonalità diverse, mentre le note della sinistra scandiscono il cammino con rigore. Bellissimo quel Mi basso ripetuto quattro volte come nota base sulla quale la destra dipana la sua melodia, simile a un sentiero variato di luci ed ombre! Vi si riconoscono i moduli tipici dello stile bachiano e al tempo stesso ne emergono tratti di meravigliosa intimità.

Così, ad esemplificare il discorsino iniziale, ve lo riporto qui in due versioni differenti: la prima - quella che avevo già pubblicato - per liuto, e la seconda per organo. Emerge subito l'atmosfera diversa che i due strumenti creano: quanto dolce, melodiosa e ricca di sfumature è quella per liuto, tanto grandiosa e potente è la versione organistica con le note della pedaliera scandite in modo incisivo. Quanto la prima risulta intima, tanto la seconda è solenne.
E ancora una volta ne emerge la versatilità del genio bachiano che sa parlarci
attraverso voci e suggestioni diverse. 

 Buon ascolto!

 

lunedì 25 aprile 2022

Stanze - 4


 

 










 


Sarà forse il mese di aprile, con i suoi cieli ventosi e il verde ancora fresco di alberi e prati, a farmi pensare a Monet e non soltanto ai suoi dipinti.
La fantasia mi riporta anche nelle stanze della sua casa di Giverny e in particolare
nella sua cucina, tappezzata di piastrelle bianche e blu e immersa in un'atmosfera d'altri tempi.

Sono stata a Giverny un'estate di più di vent'anni fa, prima tappa di un viaggio che ci avrebbe condotto in Normandia; e la casa di Monet col suo celebre giardino è rimasta nella mia memoria come una visione di grande sollievo dopo una sorta di incubo. 

La sera precedente, io e mio marito avevamo pernottato in un albergo nella banlieue parigina, una periferia fitta di casermoni e autostrade, un quartiere dormitorio in cui orientarsi non era facile. Avevamo trovato un hotel un po' spartano, adatto più che altro ai giovani, ma avevamo deciso che per una notte poteva andar bene anche a noi, e poi eravamo usciti in macchina fuori di qualche chilometro alla ricerca di un posto per mangiare.
Ma, mentre cenavamo, sulla zona si era abbattuto un nubifragio talmente forte che,
usciti dal ristorante, non siamo più stati capaci di orientarci.
È qui che si deve girare? Sì...no...boh! Abbiamo il telefono dell'hotel? No...Ricordi l'indirizzo? Macchè!!! Nulla avevamo: eravamo usciti così, alla sperindio! Insomma, ci siamo persi.

Come Dio volle, però, dopo aver girato a lungo per viadotti e tangenziali, rotonde e svincoli, incroci che sotto l'acqua torrenziale parevano tutti uguali, mio marito - devo riconoscere che il merito è anche suo! - è riuscito a riguadagnare la strada del ritorno. Ma ci aspettava una notte insonne: camera spartana d'accordo, ma un caldo insopportabile e per di più il rumore della strada da un lato e della ferrovia dall'altro. Un inferno! Quindi ricordo bene il nostro sollievo, la mattina dopo, nell'uscire all'aria aperta lasciandoci alle spalle quel posto: ci era sembrato di partire verso la libertà!

Forse anche per questo, Giverny - che avevamo raggiunto in poco tempo - mi era parsa un vero e proprio angolo di paradiso nel quale rilassare lo spirito in mezzo a una natura fiorita e rigogliosa.
Certo la notte era stata insonne, ma ormai che
importava?
Il giardino di Monet ci aveva accolto col suo
splendore e visitare la casa era stato un respiro per gli occhi e il cuore insieme a una sensazione di ariosa freschezza. Nonostante la stagione estiva, la giornata non era del tutto limpida, ma quella foschia sfumata che smorzava il fulgore del cielo, conferiva all'insieme un'atmosfera ancor più pacata e intima nella quale era piacevole sostare senza pensieri.

Al di là dello splendido giardino organizzato in modo da avere fioriture diverse in tutto il corso dell'anno, mi era piaciuta molto anche la casa. Qui, ogni stanza è caratterizzata da un colore diverso, ma la più famosa è senza dubbio la cucina.
Inutile dire che me ne sono innamorata
all'istante, perché il suo fascino non sta solo nel singolo arredo come - per esempio - la tonalità di blu delle piastrelle e delle loro decorazioni, l'azzurro dei mobili e delle tendine o ancora la fila di pentole di rame appese al muro.
La sua attrattiva sta nella suggestione di felicità che quella visione d'insieme ci offre, illudendoci forse che l'esistenza possa essere più serena dietro quelle tendine, ma al tempo stesso aprendoci il cuore al sorriso, come sempre accade di fronte alla bellezza della natura o di un' opera d'arte.
Non abbiamo forse provato tante volte il desiderio di essere dentro un quadro, di
respirarne l'atmosfera dal suo interno come se una corrente di emozioni si dilatasse dall'opera fino a coinvolgerci?

Così è stato per me in quella cucina con le finestre affacciate sul giardino dal quale riceve sempre nuovo splendore.
La stanza infatti acquista fascino non solo
dalla semplicità o dallo stile dei suoi arredi, ma anche da ciò che lo sguardo contempla all'esterno, dai colori mutevoli del paesaggio e dai diversi effetti che la luce crea filtrando nelle varie ore del giorno, come Monet ben sapeva. E davvero è paragonabile ad un'opera d'arte perchè il pittore, nel progettare casa e giardino, aveva in mente di realizzare proprio una sorta di quadro a grandezza naturale nel quale immergersi.

Un ambiente fatto di nitore e semplicità, un'immagine nella quale - a differenza di altri locali, come la sala da pranzo illuminata da una calda tonalità di giallo - trionfano i colori freddi.
In realtà, le tinte che dal blu digradano verso l'azzurro e il turchese, non tolgono fascino alla stanza, ma - come scrivevo - offrono una sensazione di ariosa freschezza.
E gli oggetti in rame, a cominciare dalla fila di
lucidissime pentole appese al muro, con il loro sapore antico possono ricordare le cucine di alcuni grandi castelli francesi.

Così, per esprimere quel senso di riposante, gioioso sollievo che ha caratterizzato la mia visita a Giverny e il vivo ricordo che ha lasciato in me, ho scelto di riproporre un brano di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) e precisamente il celebre "Andante" della "Sinfonia n. 101 in Re maggiore" detta "La pendola" proprio per il particolare ritmo del secondo movimento.

Qui, archi e fagotti imitano il ticchettìo di un orologio facendo da base al tema e creando una musica che, con tocco equilibrato, scandisce il passare del tempo. Quello che sento è il ritmo di un respiro o di un passo tranquillo, privo di affanno e capace di superare le tempeste. Infatti, se anche nella parte centrale l'andamento del brano si fa più acceso e passa in tonalità minore, il tema iniziale ritorna poi ad aprirsi con rasserenante luminosità, ora più seria e solenne, ora più giocosa e leggera.
E mi pare la dimensione di chi, oscillando tra due poli, ha ritrovato comunque il proprio centro, il proprio equilibrio
interiore, e da questo punto di vista può osservare il mondo come fosse dietro le tendine a quadretti di una stanza ricca di leggiadrìa.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

domenica 17 aprile 2022

Buona Pasqua!!!












Duccio di Buoninsegna (1255 - 1319ca) : "Discesa di Cristo agli inferi"  Siena - Museo dell'Opera del Duomo.

 

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750): "Dona nobis pacem" dalla "Messa in Si minore BWV 232".

venerdì 15 aprile 2022

Venerdì Santo

Giotto (1267 - 1337): "Compianto sul Cristo morto" (part.) - Padova, Cappella degli Scrovegni.

 

Edward Elgar (1857 - 1934) : "Lux aeterna", arrangiamento vocale di "Nimrod", dalle "Enigma variation op.36".

sabato 9 aprile 2022

Il silenzio tra i pensieri

La primavera è in genere il momento in cui inizio a desiderare intensamente le vacanze estive.
Ma mai come in questo periodo così
travagliato e tormentato per tutti, mi è capitato di sognare quei tre, quattro chilometri di solitudine che percorro tutti i giorni al mattino quando - d'estate appunto - mi trovo nel mio paesetto di montagna.

Non è una gita o una vera e propria escursione, ma solo una semplice passeggiata che da anni - tempo permettendo - ho preso l'abitudine di fare in mattinata, dopo la spesa, il caffè e la tranquilla lettura del giornale nel giardino del bar isolato in fondo ai prati.
Dopo, mi regalo quei pochi chilometri di solitudine sul percorso che collega le
varie frazioni del posto: un pezzo di strada prima tra gli orti e poi in mezzo al bosco, contemplando l'azzurro e le cime intorno, insieme al rosa intenso degli epilobium che fioriscono proprio a luglio. O ancora, prendo il sentiero lungo il torrente che in certi tratti scorre impetuoso, con un fragore che conferisce al silenzio circostante una connotazione ancora più viva. 

Mi piace camminare in solitudine, a passo sostenuto ma non veloce, tranquillo ma non lento, seguendo il ritmo del cuore e lasciando vagare i pensieri.
La calma in cui sono immersa mi consente di sentire il respiro del vento e
contemplare le tante sfumature di verde, mentre il suono del torrente si avvicina o si allontana secondo l'andamento del sentiero che s'interna nell'abetaia o scende proprio in riva all'acqua. A volte, sono piccoli dettagli a catturare la mia attenzione: una nuvola che va dissolvendosi a mezza costa, un getto d'acqua in cui si crea l'arcobaleno o una cappelletta chiara nell'ariosa vastità di un prato.
È questo incanto del paesaggio, infatti, a consentirmi di ritrovare anche un
pacificante silenzio interiore e una sensazione di unità non sempre facile da sperimentare. E insieme mi regala la forza di far fiorire, come la natura intorno, quella luce di speranza che sa dissipare il buio di ogni cammino e della quale - oggi più che mai - sento il bisogno.

Così, in cerca di questo silenzio, per la terza volta nel giro di poco tempo pubblico un pezzo di Felix Mendelssohn Bartholdy sempre tratto dai "Lieder ohne worte" di cui parlavo nell'ultimo post.
A colpirmi è stata la particolare dolcezza della "Romanza in Si bemolle
maggiore op.67 n.3", una dolcezza non priva di malinconia, ma pervasa nel tema iniziale da un profondo senso di calma e di pace. Si tratta in effetti di un "Andante tranquillo" che esordisce con cristallina semplicità, caricandosi poi di toni più struggenti e intensi per terminare di nuovo nell'aura di pace con la quale si era aperto.
Se prestate attenzione all'andamento del pezzo,
scoprite le delicatissime sfumature del tema nel loro progressivo animarsi e poi smorzarsi piano fino a dissolversi nel silenzio. Basti osservare la dolcezza con cui le note iniziali discendono, per fermarsi rallentando lievemente in prossimità della tonica e poi nel magico finale.
Un brano in cui intimità e intensità sono calibrate e armonizzate
dalla romantica vena creativa di Mendelssohn e insieme dall'interpretazione di Daniel Barenboim. Un brano in cui la bellezza non è colorata o sfolgorante, ma timida e quasi nascosta, mentre protagonista diviene quel silenzio assorto tra le note che le fa belle, regalandoci una dimensione di profonda pace.

Buon ascolto!


venerdì 1 aprile 2022

Il non detto di Mendelssohn

Succede spesso - ma ormai già lo sapete - che dopo aver pubblicato il brano di un autore, la sua musica mi resti dentro al punto tale che non mi accontento di quella singola composizione, ma vado a sentirne anche altre scoprendo così gioielli impensati.
È ciò che mi sta accadendo con le
"Romanze senza parole" di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) delle quali ho pubblicato non molti giorni fa un pezzo dell'op.62.

Mendelssohn è un musicista a cui mi sto
riavvicinando dopo molto tempo, se consideriamo che mi aveva affascinato quand'ero ancora adolescente prima di tutto col suo "Concerto per violino op.64" e poi con la Sinfonia "italiana". In seguito, ho scoperto altri brani che poi ho pubblicato in questo blog, ma pochi a dire il vero.

Oggi allora, torno con due pezzi tratti di nuovo dai "Lieder ohne Worte", le "Romanze senza parole" appunto.
Il titolo si riferisce a 48 composizioni per pianoforte suddivise in otto raccolte, brevi creazioni
dall'afflato romantico, anche se ciò non deve far pensare che l'atmosfera sia sempre uguale nel complesso dell'opera. Tutt'altro. La fantasia creativa di Mendelssohn - o della sorella Fanny, se è vero che ha preso spunto da musiche sue - ci offre un panorama molto vario: da brani delicati e malinconici, ad altri decisamente più brillanti e movimentati o ancora giocosi. 

Romanze, dicevo. La precisazione senza parole non significa però che se ne sminuisca il valore; al contrario, il compositore ha inteso sottolineare la straordinaria capacità comunicativa della musica che sa farsi portatrice di sentimenti ed emozioni ineffabili perchè più ampie della parola. Ancor più delle parole infatti, che talora - ad eccezione di quelle dei poeti - possono risultare limitanti, i suoni sanno riecheggiare in noi con lirismo evocativo dando vivo spessore ed espressività anche al non detto.
Interessante, a questo proposito, ricordare che nel 1874 Paul Verlaine pubblicherà
una raccolta di poesie intitolata proprio "Romanze senza parole" riferendosi al potere evocativo dei suoi versi grazie alla loro musicalità.

I brani di oggi sono due tra quelli che mi sono parsi più rappresentativi della varietà di ispirazione del compositore: il primo, più malinconico e nostalgico, è la "Romanza in la minore op.19 n.2" intitolata "Regrets", rimpianti; il secondo, molto più vivace e giocoso, è la "Romanza in fa diesis minore op.67 n.2".
Ma
c'è anche un altro motivo che mi porta a pubblicare proprio questi brani. Mendelssohn è stato un grande cultore di Bach ed è merito suo averne riscoperto la grandezza dopo anni di silenzio. Basti ricordare che ha ripreso la "Passione secondo Matteo" dirigendone alcune parti nel 1829, a 79 anni dalla morte del compositore, e che - ma forse è un solo una coincidenza - i pezzi delle "Romanze senza parole" sono 48 come quelli del "Clavicembalo ben temperato".
Comunque sia, quando si frequentano con assiduità le partiture di un musicista, è
naturale che le sue note lascino un segno profondo. Così, non è raro trovare in Mendelssohn ricordi bachiani più o meno evidenti. E questi due pezzi non fanno eccezione.

Nel primo, tratto dall'op.19, sono due i passaggi che mi ricordano Bach. Quello a mio avviso più chiaro è verso la fine della romanza - esattamente a 1,45 della clip audio - dove la musica sembra riprendere il tema della "Fuga in do minore BWV 847" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato" della quale vi riporto il link: https://www.youtube.com/watch?v=0b93Bkdksek. L'altro passaggio invece è all'inizio e lo si può cogliere dallo spartito, osservando le note suonate dalla mano sinistra che riprendono il tema della celebre "Toccata e fuga in re minore BWV 565" nel punto in cui inizia la fuga.

Nel secondo brano tratto dall'op.67, il discorso è leggermente più complesso perchè occorre andare al di là della veste vivace e un po' giocosa del pezzo per coglierne l'andamento armonico. Qui, si avvertono subito le tipiche progressioni bachiane: ripetizioni della stessa frase musicale trasposta però ogni volta di un certo intervallo. Ma la romanza mi restituisce anche altri riferimenti tra i quali  un'eco della famosa "Passacaglia HWV 432" di Haendel che potete ascoltare qui.
Certo poi Mendelsson se ne allontana, ma a me sembra verosimile che abbia
preso spunto dal brano di Haendel come se avesse voluto farne l'ennesima, fantasiosa variazione carica di affascinante modernità e - soprattutto nel finale - di magica leggerezza.

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)

venerdì 25 marzo 2022

"Vergine Madre..."

Giovanni di Paolo : "Annunciazione"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bella la coincidenza che, dallo scorso anno, ha istituito il "Dantedì" proprio il 25 marzo, giorno in cui si celebra anche la festa dell'Annunciazione.
Così, oggi mi piace riportare qui un'immagine tratta dalle miniature della "Divina
Commedia" conservate nel "Manoscritto Yates Thompson 36" presso la British Library di Londra e realizzate da Giovanni di Paolo (1398ca. - 1482).
L'artista, esponente della scuola pittorica senese e vicino agli influssi
del Gotico internazionale, nell'ultima parte della sua vita si è dedicato alla miniatura della "Divina Commedia" e in particolare del "Paradiso", inserendosi tra i primi nella serie degli illustratori del testo che - nel tempo - conta autori che vanno da Botticelli a Doré, da William Blake fino ai fumetti.

Tra i tanti episodi rappresentati, ho scelto questa immagine nella quale Giovanni di Paolo accosta la figura di Dante proprio all'Annunciazione.
Ci troviamo nell'ultima parte del viaggio dantesco: il Poeta,
accompagnato da Beatrice, giunge nell' Empireo, il più alto dei cieli, sede di Dio, dei cori angelici e della candida rosa, luogo in cui sono le anime purificate e simili a luce.
Qui, a fargli da guida è San Bernardo che gli spiega la disposizione dei vari beati, in cima ai quali risplende
la Vergine con l'arcangelo Gabriele che ne contempla la gloria.
Segue, nel canto XXXIII, la celebre preghiera che il Santo rivolge a Maria.
E mi sembra bello riportarla interamente, sia per le coincidenze cui accennavo sopra
 relative al 25 marzo, sia per la drammaticità del momento attuale che coinvolge ogni uomo in cerca di speranza e di salvezza, come Dante nel suo viaggio ultraterreno. Eccola:

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio, 

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.


Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate. 

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 1 - 39)

Come commento musicale, ripropongo un brano pubblicato otto anni fa, ma che trovo sempre affascinante: l' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Messa n.6 in Mi bemolle maggiore D.950" di Franz Schubert (1797 - 1828).
Come osservavo in passato, si tratta di un Andante pastorale in 12/8,
un tempo composto che conferisce al pezzo un lieve ritmo di danza, inframmezzato però dal "Crucifixus" affidato al coro, dove l'atmosfera si fa tragica e cupa.
Il pezzo è a tre voci, ma mentre il primo e il secondo tenore si alternano nella
parte iniziale, il soprano, intervenendo e intrecciandosi agli altri due solisti dopo la drammatica parentesi corale, ci restituisce una soavità rasserenante e una dolcezza che apre alla speranza.

Ho trovato stavolta una clip video che riporta lo spartito musicale e mi sembra
possa essere interessante per quanti sanno leggere la musica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)


venerdì 18 marzo 2022

Stanze - 3

C.V. Holsøe : "Bambini in un interno" 

















 

Quando un'abitazione diventa casa? Quando i suoi spazi, da luoghi estranei ed anonimi, divengono familiari e nostri tanto che vi possiamo sostare con agio e tranquillità come in una tana sicura ?
Sono molteplici i fattori che contribuiscono a rendere domestiche le stanze di una
dimora, ma fondamentale è la loro capacità di riflettere una parte di noi stessi nella quale ci riconosciamo, ritrovandoci attraverso i colori, la luce, l'atmosfera, gli arredi e altri particolari che appartengono alla sfera della nostra storia e della memoria. Se è vero infatti che gli oggetti, pur essendo inanimati, assorbono una parte della nostra esistenza, è altrettanto vero che essi ce la restituiscono poi in dettagli e angolature che evocano le mille vite che ci portiamo dentro, insieme al calore delle persone che ci hanno accolto.

Ricordo - e torno indietro di una trentina d'anni - il momento in cui sono venuta a stare nell'appartamento in cui abito ancora oggi. L' avevamo preso dopo una ricerca affannosa e trovarlo ci era parso un colpo di fortuna, ma a me che ero affezionata alla vecchia casa con giardino che lasciavamo, il nuovo alloggio - per quanto grande e arioso - non piaceva e avevo accettato solo per necessità.

Alla sera dell'estenuante giornata di trasloco, mentre ancora un po' accampati sedevamo al tavolo del tinello, era salita dal piano di sotto la nostra vicina a portare un pentolino di brodo caldo, un ottimo brodo che ci aveva ristorato dalle fatiche e insieme dal freddo - era febbraio - per il continuo andirivieni tra fuori e dentro.
Era stato allora - mentre da dove ero
seduta vedevo uno scorcio di anticamera col tavolino per il telefono e gli scaffali coi libri - che qualcosa dentro di me si è riconciliato con quelle stanze e la casa è diventata mia.
Era come se il gesto garbato della vicina mi
avesse pacificato interiormente rendendo bella e familiare l'angolatura da cui mi guardavo intorno e i vari ambienti avessero cominciato a mostrare una fisionomia meno anonima.
Per merito suo, io e la casa ci stavamo
addomesticando e, quando sentiamo nostro uno spazio, qualunque suo angolo diventa accogliente perché anche un semplice scorcio può parlarci.

Questo ricordo mi è tornato alla mente giorni fa quando, facendo passare le opere di un pittore che amo e del quale mi sono occupata più volte, ho trovato il dipinto che vedete.

Si tratta di "Bambini in un interno" del danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935), raffinato artista che ha spesso rappresentato l'atmosfera tranquilla delle stanze della propria casa in quadri sempre ricchi di delicatezza ed eleganza.
Questo dipinto, probabilmente conservato in una collezione privata, ci presenta due
piccoli seduti in cima ad una rampa di scale, nel mezzo di un pianerottolo. Tuttavia non sembrano essere fuori dall'abitazione, ma solo in un passaggio interno che collega due piani della stessa casa.
È stato proprio lo scorcio prospettico al centro del quadro a parlarmi, uno scorcio che delinea
tre spazi diversi: la stanza dalla quale guardiamo, il pianerottolo, e sullo sfondo la scala che sale lasciando il resto della alla nostra immaginazione. Nel mezzo, i due bimbi che parlano tranquilli o forse leggono assorti o disegnano o giocano, lavorando di fantasia come solo i bambini sanno fare, dotati di quella capacità creativa che consente loro di trasformare un non-luogo come un semplice pianerottolo in un regno delle meraviglie. Allora non importa se le pareti sono spoglie e lo spazio è improvvisato, perché la fantasia sa colmare i vuoti.

Una rappresentazione fatta di garbo e di grazia: dalla delicatezza con cui Holsøe ha delineato la bimbetta nel suo vestitino a maniche corte e il bimbo con golfino rosso - unico tocco di vivacità dell'insieme - fino alla parete bianca che li illumina, mentre l'ambiente intorno è pervaso qua e là di penombra in calde sfumature di beige.
Poi una sedia, dei quadri e in alto piatti di
ceramica che hanno un che di antico, dando un tocco di eleganza alla semplicità dell'immagine.

E ancora mi soccorrono i ricordi. Ero bambina quando mia madre mi portava con sè in visita a un'amica che aveva una figlia mia coetanea e, mentre i grandi restavano in salotto, lei mi conduceva a giocare in una stanza in fondo alla casa. Era una vecchia casa del centro storico con una struttura ben diversa dagli appartamenti moderni: le stanze comunicavano l'una con l'altra e per arrivare in fondo dovevamo attraversare diverse camere da letto con mobili antichi e sopracoperte a fiori. Forse erano solo tre, ma a me parevano spazi interminabili e favolosi che mi erano rimasti impressi tanto da tornarmi qualche volta anche in sogno, come accade per le suggestioni della nostra infanzia.
La stanza in cui giocavamo inventando improbabili storie e dando vita agli oggetti
come fanno i bambini, non aveva una sua particolare fisionomia, forse era solo un ripostiglio, ma ai miei occhi si trasformava in un luogo affascinante e misterioso. E quando poi la famiglia della mia amica si è trasferita in un appartamento più moderno, mi è spiaciuto tanto non poter più tornare in quella casa per la quale ho provato una nostalgia che ancora dura.

Allora, per passare alla musica, ai due bimbetti del dipinto di Holsøe - e insieme alla bambina che sono stata e in parte sono ancora - dedico un brano di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) tratto dalle "Romanze senza parole", raccolta di brevi pezzi di tono romantico, ispirati forse al musicista dalle composizioni della sorella Fanny.
Questo s'intitola "Frühlingslied” - Canto di primavera - op.62 n.6 e lo riconoscerete
subito per averlo già ascoltato chissà quante volte, magari in uno dei tanti arrangiamenti orchestrali di cui è stato oggetto.
Qui, tuttavia, ho preferito la versione originale per pianoforte che mi pare più intima e al
tempo stesso più adatta all'atmosfera del dipinto. La musica - un "Allegretto grazioso" ricco di arpeggi - si dipana infatti con luminosità in un andamento garbato e giocoso che può ricordare il mondo dell'infanzia.
E così pure la primavera, che Mendelssohn ha delineato in note, può accordarsi con quella della vita dei due piccoli che
Holsøe ha dipinto su di uno sfondo di luce.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

sabato 12 marzo 2022

Ritrovare lo stupore

Torno oggi - dopo un po' di tempo - a un compositore che amo da anni e che mi ha spesso accompagnato in alcuni momenti difficili, restituendomi sollievo ed energia, speranza e sorriso.
Ho già scritto altrove quanto le sue
note siano state per me simili a una pioggia primaverile che va a dissetare il terreno, e come certi brani abbiano saputo parlarmi entrando nella mia vita proprio al momento giusto.

Si tratta di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809), esponente del Classicismo musicale, celebre sia per le sue numerosissime sinfonie - più di cento - che per concerti, sonate e quartetti di rara eleganza. Ma quelle che mi hanno segnato in modo davvero incisivo sono alcune sue opere di più ampio respiro. Mi riferisco alla "Mariazellermesse", ascoltata per la prima volta anni fa in una toccante esecuzione nel Duomo di Salisburgo, e ai due oratori intitolati "La Creazione" e "Le Stagioni" anch'essi legati a particolari periodi della mia vita.

E proprio perchè è un autore che ho frequentato in momenti non facili, lo ripropongo oggi, di fronte agli eventi sempre più devastanti della guerra tra Russia e Ucraina. Potrebbero essere tante le composizioni di Haydn adatte a una circostanza simile nelle quali la musica si fa condivisione del dolore e insieme invocazione di pace: da "Le ultime sette parole di Cristo in croce" alla "Missa in angustiis" o alla "Missa in tempore belli".
Tuttavia, preferisco fissare lo sguardo a un'altra sua opera che, insieme allo stupore di
fronte alla magnificenza di tanti aspetti della natura, ricostruisce l'immagine dell' essere umano nella sua bellezza originaria, quella bellezza oggi dimenticata e deturpata da inconcepibile violenza.

Si tratta dell'oratorio per soli, coro e orchestra intitolato "La Creazione" (Hob. XXI. 2) che citavo sopra, composto da Haydn su libretto di Gottfried van Swieten che traduce in tedesco un precedente testo inglese. Vi si descrive appunto la creazione del mondo in sette giorni, facendo riferimento al racconto biblico della Genesi, ad alcuni Salmi e al Paradiso perduto di Milton. 

È una composizione grandiosa della quale mi sono innamorata pian piano, a cominciare dalla suggestiva introduzione nella quale dal caos affiora la luce, mentre le note del compositore, in taluni passaggi, superano i canoni del Classicismo anticipando una più moderna sensibilità.
Ma mi hanno preso anche cori e duetti nei quali sembra che Haydn, con gioioso
afflato descrittivo, si sia divertito a rappresentare la nascita di astri, fiori, erbe, animali e infine gli esseri umani.

Ad essi è dedicata la terza sezione dell'oratorio, quella in cui Adamo ed Eva rivolgono a Dio un canto di lode e di gratitudine, in comunione tra loro e con tutti gli elementi della natura. Proprio di questo duetto oggi propongo all'ascolto il brano iniziale: "Von deiner Güt ". Qui, dopo il dolcissimo esordio dell'oboe, le voci dei due progenitori si alternano e poi s'intrecciano, mentre il coro interviene a tratti sommessamente con indicibile soavità.
Superlativa mi pare l'interpretazione dei Berliner Philarmoniker diretti da Karajan,
sia per l'andamento più lento e disteso rispetto ad altre esecuzioni, sia perchè - anche nel tempo di 4/4 - non tralascia di sottolineare il ritmo delle terzine conferendo al brano un lievissimo incedere di danza. E mi viene in mente la soavità di certe arie da "Le nozze di Figaro", che Mozart aveva scritto una decina di anni prima e che certo Haydn ben conosceva.

Note e parole che ci offrono suggestioni di paradiso terrestre prima che gli esseri umani fossero toccati dal male, suscitando immagini di una purezza e una felicità primigenia che ancora possono aiutare l'uomo a ritrovare lo stupore della propria dimensione creaturale.

Ecco il testo del brano:

"Della Tua bontà, o Signore e Dio,
sono pieni il cielo e la terra.
La terra così grande, così meravigliosa,
è opera delle Tue mani."

"Sia benedetta la potenza di Dio!
Sia lode a Lui in eterno!"

Buon ascolto! 

(Nella foto, presa dal web, mosaico del Duomo di Monreale che rappresenta "La creazione degli astri")


sabato 5 marzo 2022

"Otche Nas"

P. Picasso : "Guernica" . Madrid, Museo national Centro de Arte Reina Sofia

 

Di fronte a una guerra sempre più gravida di minacce e di orrori, si può essere indotti a pensare che ogni parola che non si traduca in vibrante grido di protesta o in concreto aiuto alle vittime suoni stonata o inutile.
Troppo facile parlare - come peraltro sto facendo io - dalla sicurezza della propria
vita e nella tranquillità delle proprie giornate!
Mi vengono in mente, infatti, i versi iniziali della poesia con la quale Primo Levi
apre il suo libro più famoso:

"Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un sì o per un no..."

E l'elenco potrebbe continuare ricordando quanti oggi vedono la propria esistenza sconvolta dalla guerra.
Così, lascio che a parlare siano le note, nella convinzione che a salvare il mondo
sarà la Bellezza, coniugata in tutte le forme d'arte e in una cultura che - se davvero è tale - coltiva, alimenta, arricchisce e affratella. E la musica, dal canto suo, non conosce confini geopolitici, perchè parla il linguaggio libero e universale del cuore.
Il brano che ho scelto è il Padre Nostro di Nicolai
Rimsky-Korsakov (1844 - 1908) : "Otche Nas" op.22 n.7, un sublime canto corale che - come quello ancor più celebre di Kedrov che potete ritrovare qui - ha la struggente intensità degli inni ortodossi, aperti a profondi accenti di fede e di speranza.

Buon ascolto!

 

sabato 26 febbraio 2022

Sublimi note di speranza

Kiev : "Monastero delle Grotte"

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ripropongo oggi un brano pubblicato qui anni fa.
Si tratta del celebre "Inno dei Cherubini n.7" del compositore di origine ucraina Dmitrj Bortniansky
(1751 - 1825): un suggestivo e luminoso canto di lode inserito nella liturgia delle Chiese cristiane d'Oriente.
Che le sue note, fino al gioioso Alleluja conclusivo, siano preghiera di
pace!
Particolarmente significativo il video che accompagna l'inno con alcune
immagini della città di Kiev.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 23 febbraio 2022

Sentirsi giovani

Non mi è facile tradurre in parole la forte emozione che giorni fa, girovagando come sempre su youtube, mi ha afferrato nel ritrovare il brano che pubblico oggi.
Si tratta questa volta di una canzone, divenuta a tal punto emblema di un'epoca che tutti - certo i miei coetanei ma spero anche i più giovani - la riconosceranno fin dalle prime battute.
Un'aria che mi riporta indietro nel tempo ma il cui fascino resta ancora oggi immutato.

Torniamo ai fermenti che preludono al Sessantotto, associamo il progressive rock alla musica di Bach, un intenso accompagnamento orchestrale a un organo elettrico, struggenti note barocche a una grintosissima voce maschile...e certo avrete capito che sto parlando di "A Whiter Shade of Pale" dei Procol Harum.
Si tratta di una canzone che ha segnato la mia adolescenza e mi riporta alle mille
suggestioni di quegli anni che, sull'onda di queste note, scopro ancora vive in tutta la loro intensità. Il brano infatti non ci restituisce un semplice e nostalgico ritorno al passato, ma un sentirsi giovani adesso.
Scritto nel 1967 da Gary Brooker, Keith Reid e Matthew Fisher, il pezzo è uno dei
più celebri del gruppo britannico ed ha avuto immensa fortuna tanto da essere ripreso subito da numerosi altri musicisti, a cominciare dai Dik Dik dei quali tutti ricorderanno la versione intitolata "Senza luce".

A prendermi - allora come oggi - nell'originale dei Procol Harum è la magica commistione di rock e fascino barocco.
Mentre il testo - forse la storia di due innamorati che si lasciano - ha un significato
oscuro e ci conduce in un'atmosfera surreale che talora può sembrare frutto di un'allucinazione, la musica con effetti molto suggestivi accosta ricordi bachiani e non solo, alla grintosissima voce di Gary Brooker.
I riferimenti al compositore tedesco, come tutti sanno, sono due: il secondo
tempo della "Suite per orchestra BWV 1068" - la celebre "Aria sulla quarta corda" - e la Cantata BWV 140 "Wachet auf, ruft uns die Stimme" altrettanto conosciuta.
Sbaglierebbe, tuttavia, chi volesse ritrovare nel brano l'esatta riproduzione di
questi pezzi, perchè ad ispirare il gruppo non sono state tanto le singole melodie bachiane, ma l'impianto armonico che le sostiene.
Inoltre, nella bellissima introduzione orchestrale che il video ci propone,
avvertiamo suggestioni che - a mio modesto avviso - si possono ricondurre non solo a Bach, ma anche al barocco italiano, da Vivaldi ad Albinoni. 

Certamente, dopo questo esordio dall'atmosfera assorta e intensa, risulta ancora più marcato ed entusiasmante l'ingresso del solista. Il contrasto tra il timbro duro e graffiante della sua voce con il ritmo morbido e disteso dell'orchestra qui accompagnata anche dal coro, è di una bellezza da brividi. Efficacissimo, infatti, l'accostamento del rock a una musica dall'afflato religioso, carattere questo che affiora poi nella conclusione in tutto e per tutto simile a quella di un pezzo sacro. 

Infine, mi piace dedicare alla straordinaria voce di Gary Brooker, scomparso proprio qualche giorno fa a 76 anni, la rosa che vedete nella foto.
Si tratta di una particolare varietà che porta proprio il nome della canzone.

"Una tonalità più pallida del bianco" - questa potrebbe essere la traduzione di "A
Whiter Shade of Pale" - si riferisce probabilmente alla delicatissima sfumatura di colore dei petali più esterni ottenuta da un ibrido di tea, mentre il centro del fiore è lievemente rosato.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 16 febbraio 2022

Stanze - 2

Antonello da Messina: "San Gerolamo nello studio" (particolare)













 

È uno studio la stanza di oggi, l'ambiente di una casa che più mi affascina perchè per me è sinonimo di quiete appartata, silenzio, riflessione e di tanti, tanti libri. Un angolo in cui inabissarsi nella lettura, dove rifugiarsi a pensare, circondati e - oserei dire - avvolti da oggetti con i quali si sia stabilita una familiarità di lunga data; un luogo in cui sostare non solo per la necessità, ma soprattutto per il piacere dello studio.
E a questo scopo, ho sempre preferito stanze non troppo grandi che favorissero una
certa intimità e dove i libri fossero a portata di mano.

Il dipinto che vedete ci presenta invece un ambiente diverso, di dimensioni più ampie e articolate, ma ugualmente affascinante nella sua originalità.

Si tratta di una celebre opera di Antonello da Messina (1430 - 1479) : il "San Gerolamo nello studio" conservato alla National Gallery di Londra.
Numerosi sarebbero i dati da riportare su questo quadro per il quale l'artista ha
probabilmente preso spunto - oltre che dal suo maestro Colantonio - dalla pittura fiamminga e in particolare da un dipinto analogo di Van Eyck; ma qui mi piace soffermarmi proprio sullo spazio in cui Antonello ha ambientato la composizione.

È una stanza del tutto singolare per vari motivi, a cominciare dalla sua struttura architettonica che vediamo inserita in un' ulteriore cornice muraria dipinta dall'autore. La prima impressione è proprio il contrasto tra il quadro di piccole dimensioni - 45,7 x 36,2 cm. - e lo spazio che invece al suo interno si dilata, articolandosi prospetticamente in diversi ambienti. Ma singolare è anche l'adozione di due differenti stili architettonici: gli archi a tutto sesto nella parte inferiore della grande stanza, e quelli gotici nelle vele del soffitto.

Sembrerebbe l'interno di una casa e al tempo stesso di una cattedrale: al centro è situato infatti il vano aperto dedicato allo studio, con ai lati corridoi e finestre che ci conducono sullo sfondo, verso il paesaggio e la vita del mondo esterno.
Ma le bifore lobate e le arcate ogivali che coprono
il vasto ambiente gli conferiscono la severità e la solennità di un luogo sacro.

Proprio tali aspetti mi sembrano la cifra più significativa del dipinto, perché dalle caratteristiche dell'architettura vanno a riflettersi sulla figura del Santo. Rappresentato da Antonello probabilmente mentre lavora alla traduzione in latino della Bibbia - la "Vulgata" - e tuttavia non inserito nel contesto dell'epoca in cui è vissuto (IV - V sec. d.C) ma in quello quattrocentesco dell'artista, Gerolamo ci appare qui serio e concentrato nella lettura.

E insieme all'espressione severa del volto, solenne è anche l'abito: l'ampio mantello rosso con cui Antonello lo riveste insieme al cappello cardinalizio posato lì accanto.
È come se, scegliendo di
rappresentarlo in questa iconografia e non in quella di penitente nel deserto come altri pittori avevano fatto, l'artista avesse voluto inquadrarlo in ambito umanistico, mettendo in luce il valore della missione culturale a cui Gerolamo ha dedicato tutta la propria esistenza. 

Interessante, a questo proposito, il particolare delle pantofole lasciate dal Santo ai piedi della scaletta, come se salire quei gradini per immergersi nello studio richiedesse la dignità di un cambio d'abito, sia mentale che fisico.
Una dignità dello studio che, nel tempo, ha ispirato anche altri uomini di
cultura e che mi ha ricordato il Machiavelli quando - nella lettera al Vettori del 1513 - parla dei panni reali e curiali con cui si vestiva al momento di dedicarsi alla lettura dei classici. Chissà mai che non avesse presente questo dipinto realizzato da Antonello quasi quarant' anni prima?!

San Gerolamo mi pare quindi nello studio in duplice senso: fisicamente nella stanza, ma spiritualmente nell'impegno di fine traduttore e interprete delle Sacre Scritture nel quale è immerso. E il fatto che cuore della composizione sia proprio il lavoro sui testi è suggerito da una piccola ma evidente asimmetria. Al centro esatto del dipinto infatti, non sta il Santo, perchè - a ben guardare - la colonnina della bifora in alto, peraltro sfasata rispetto alla divisione degli scaffali, non è in asse con lui, ma col libro che sta leggendo.

Inoltre, intorno alla sua persona anche gli animali e gli oggetti, con i loro molteplici significati simbolici, sembrano sottolineare il valore culturale e religioso del suo compito. Ne deriva una rappresentazione ricca di dettagli nella quale Antonello ci offre ora scorci di nature morte, ora aperture di paesaggio, rivelando un gusto del particolare che rimanda da un lato ai caratteri della pittura fiamminga, e dall'altro a un realismo e una libertà prospettica pienamente rinascimentali.

Ce lo suggeriscono gli animali in primo piano e - nell'ombra, sotto le arcate della parte destra del quadro - il leone che quasi sempre affianca il Santo in numerose rappresentazioni ispirate a un'antica leggenda.
Ce lo suggeriscono gli oggetti posti
sugli scaffali del mobile in legno che fa da scrivania e libreria insieme: uno spazio che, all'interno della grande stanza, recupera una dimensione di intimità e, tra elementi rettilinei e curvilinei, costituisce una vera e propria architettura. Basta infatti osservarne la parte inferiore che poggia sul pavimento disegnato in prospettiva, per vedere come il pittore abbia creato un effetto di profondità.

Ma ce lo dicono anche i tanti libri aperti che arricchiscono l'interno della stanza, i vasetti con le pianticelle, fino al crocifisso e all'asciugamano appeso alla parete.
Nè si possono dimenticare i
particolari che delineano il panorama esterno: dagli uccelli che volano in cielo dietro le bifore, ai due splendidi paesaggi sullo sfondo.
Ed è mirabile come, in uno spazio esiguo,
Antonello abbia rappresentato un mondo così ampio e variato, fatto di prati, alberi, edifici, un corso d'acqua solcato da due barche e altri dettagli ancora, fino a quelle colline che si aprono verso l'orizzonte con un respiro arioso. 

Una stanza quindi che ci mostra interno ed esterno insieme, quasi fossero spazi segnati da due differenti dimensioni, una sacra e l'altra profana.

E passando alla musica, ho sentito subito che, per meglio entrare in sintonia con l'atmosfera dello studio di San Gerolamo, mi occorreva un brano che avesse rigore e severità.
Così, sono tornata ancora una volta a Bach e del compositore tedesco ho scelto il "Preludio
n.12 in fa minore BWV 857" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato".
Si tratta di una melodìa pacata e austera nella quale
due voci si intrecciano con intensità crescente, andando ad esplorare con continuità e scorrevolezza ogni possibile approfondimento del tema.

Ho scelto qui la versione per organo non solo perchè la particolare sonorità dello strumento mette in luce la struttura polifonica del brano, ma anche perchè mi pare si adatti meglio al dipinto che vede la stanza dello studio in parte simile all'interno di una chiesa.
Ma, oltre alla struttura architettonica, il carattere di sacralità è insito nella figura stessa di Gerolamo e soprattutto nel modo con cui Antonello lo raffigura, cogliendo la sua profonda dedizione allo studio.

Buon ascolto!

(Tutte le foto sono prese dal web)