mercoledì 16 gennaio 2019

Perseveranza in Fa diesis minore.


Circolo delle quinte (foto presa dal web)
Sappiamo tutti - anche chi con la musica ha a che fare solo sporadicamente - quanto sia significativo in un brano l'uso di una certa tonalità invece che un'altra, per dare al pezzo una sua fisionomia fatta di gioia o di tristezza, di forza o di struggimento.

Non si tratta solo della grande suddivisione in modi maggiori e minori che - ascoltando musica - tutti facilmente avvertiamo: i primi positivi e vitali, gli altri malinconici e cupi o venati di ombre. 
A conferire un certo carattere a un pezzo è anche la specifica tonalità che ha sue peculiarità sonore, secondo la scala usata e la conseguente presenza di diesis o bemolle, come si osserva dallo schema riportato qui sopra.
L' argomento è vasto quanto problematico perchè, nel cogliere certe differenze, talora entra in gioco anche la soggettività della percezione. 
Tuttavia, se è vero che all'altezza di ogni nota corrisponde una determinata frequenza e una particolare vibrazione, si comprende quanto la tonalità in cui un pezzo è stato composto abbia sempre un suo preciso carattere che, cambiando scala, in qualche modo si perde.

Mai capitato a nessuno di giocare a rendere più facile un brano trasportandolo in tonalità diversa? Mai provato - ad esempio - a suonare in Do naturale, azzerando allegramente i sette diesis, il "Preludio n.3 BWV 848" del primo libro del "Clavicembalo ben temperato" di bachiana memoria? 
Lo so, gli esperti si stracceranno le vesti perchè - se tecnicamente tutto diventa più facile - in realtà non è la stessa cosa, perchè cambia il paesaggio sonoro con le sue sfumature di colore. Non per niente si parla di scala cromatica.
Lo si avverte ancora meglio in un coro: capita a volte che si sia tentati di abbassare magari di un solo semitono certi brani troppo alti. Ma, talora, un po' di quell' aura di bellezza che li contraddistingue si perde e l'effetto non è più lo stesso. La scelta di una determinata tonalità infatti è intimamente legata al carattere del pezzo e a ciò che l'autore in esso intende esprimere.

Tutto questo discorso per introdurre un brano che mi ha colpito non solo per la sua costruzione musicale, ma anche per la corrispondenza che vi avverto proprio tra argomento e tonalità.
S' intitola "No more tears", ed è una composizione per piano solo tratta dal doppio cd "Equilibrium" di Giovanni Allevi, uscito nel 2017.
È un pezzo vibrante e drammatico che, dopo pochi e netti accordi introduttivi, si apre con un tema dolente affidato alla mano destra e sostenuto dalle quartine della sinistra che, nel loro rigore, gli conferiscono la severità di uno studio bachiano. 
Nonostante qualche apertura in maggiore, le successive riprese si caricano di  una pulsazione ansiosa - peraltro non nuova nelle creazioni di Allevi - e di una progressiva, sofferta intensità che sembra dilatare le sonorità del pianoforte. 
E le note spesso staccate o talora ribattute, mentre altrove potrebbero risultare quasi giocose, qui invece ci parlano di un dramma. 
Il titolo è infatti "No more tears" : non più lacrime.
Perchè mai?
È stato il compositore stesso a spiegarlo in diverse occasioni, rivelando di aver composto il pezzo dopo un' operazione a un occhio per un grave distacco di retina al quale tuttavia l'intervento non ha potuto porre rimedio. 
Il brano riflette l'abisso di questa dolorosa consapevolezza e al tempo stesso la ferrea volontà del musicista di non lasciarsi domare dagli eventi, ma di reagire con coraggio, disciplina e - appunto - senza più lacrime.
A mio avviso, ce lo dicono proprio quelle quartine che, nella loro concitazione nervosa e sofferta, sembrano talora sovrastare il tema, ma alle quali è il tema stesso a rispondere con note scandite in assoluto rigore.

Ma ancor più significativa - e qui arriviamo al punto - mi sembra la tonalità scelta da Allevi per il brano: Fa diesis minore.
Mi pare infatti che essa sappia esprimere in pieno il suo stato d'animo, perchè al clima ombroso e mesto del Fa minore aggiunge un diesis che - almeno in parte - ne va a modificare l'effetto. 
Mi rendo conto che è un dato del tutto soggettivo e fondato unicamente sulla mia percezione. Ma il diesis - che nella scala cromatica rispetto al Fa naturale sale di un semitono - mi parla di quella perseveranza che consente al compositore di attraversare la difficoltà senza abbattersi. Vi sento infatti non un segno di molle abbandono, ma un elemento che conferisce al Fa minore un carattere di energico riscatto.
Una percezione che la musica mi restituisce con immediatezza e che m' induce ad amare questo brano intensamente.

Buon ascolto!

martedì 8 gennaio 2019

Nostalgia d'amore

Caravaggio: "Suonatore di liuto", particolare. (foto presa dal web)
Riscoprire antiche musiche e restituirle al pubblico in chiave di attualità senza tuttavia privarle della loro aura di pregio, è operazione lodevole che svariati compositori e cantanti hanno compiuto nel tempo.
Tra questi Sting che ha ripreso spesso melodie del passato, facendo riferimento ora a Bach, ora a Purcell, ora a Prokofiev, ora tornando invece al Rinascimento.
Così oggi, per inaugurare il nuovo anno, mi sono lasciata prendere dal fascino con cui il cantante interpreta un brano di John Dowland (1563 - 1626), autore che chi frequenta questo blog già conosce e del quale ho pubblicato la canzone "Now, o Now I needs must part..." che potete ritrovare qui.

Questa volta si tratta di "Come again", altro celebre madrigale del compositore inglese, inserito sempre nella prima raccolta dei suoi canti del 1597.
A somiglianza di tanti suoi pezzi, il tema del brano è pervaso di malinconia ed è stato ripreso nel tempo in differenti interpretazioni: per voce solista e liuto, per coro polifonico, ma anche in rivisitazioni più moderne.
In questa che vi propongo, Sting duetta con il violino di Joshua Bell che - sia nell'introduzione che nel corso del brano - s' inanella in una fioritura di abbellimenti e variazioni che accompagnano e commentano la melodia.

Il testo - di autore anonimo - è il lamento di un amante abbandonato che supplica l'amata di fare ritorno presso di lui e al tempo stesso sogna di poterla di nuovo abbracciare con una passione che va a coinvolgere progressivamente anche i sensi. Ma la donna è sorda alle sue richieste: nè la fedeltà, nè le lacrime dell'uomo riescono a scalfire il suo cuore di pietra e a lui non resta che il pianto e lo struggimento d'amore.
Interessante l'ultima strofa nella quale - come nei congedi delle antiche ballate - il protagonista non si rivolge più all'amata, ma all'Amore in persona che sta preparando i suoi dardi per trafiggere il cuore della donna. Ma l'uomo, ormai sconsolato, prevede che ogni tentativo sarà vano poichè di quel cuore ha già saggiato la durezza.
Un testo intriso di nostalgia, ma anche di una sensualità sottolineata musicalmente dai vari crescendo, dove il timbro un po' roco della voce di Sting ora contrasta, ora si fonde in mirabile duetto con quella melodiosa e acuta del violino, tesa ad esprimere ciò che le parole solo adombrano.

Ma del brano mi piace aggiungere anche una versione per coro polifonico tratta dall'album "Fine Knacks for Ladies" del "Collegium Vocale Bygoszcz", quartetto polacco specializzato in musica medioevale e rinascimentale. 
Mi pare che il pezzo, armonizzato con splendida grazia, metta particolarmente in luce il contrasto tra la delicatezza e la trasparenza dei passaggi iniziali di ogni strofa e l'intensità con cui poi la melodia si accende di passione.

Interpretazioni differenti, ma - a mio avviso - ricche entrambe di un fascino capace di parlarci della medesima Bellezza, sia pure con accenti e sfaccettature diverse. Note che provengono da un passato remoto ma ancora oggi vivissimo, grazie alla loro magia e all'incanto di queste voci che lo rendono meravigliosamente presente al nostro cuore.

Buon ascolto e Buon Anno!

lunedì 31 dicembre 2018

Stupore di una nascita

Bruno Grassi : "Natività"  (foto presa dal web)
Come mi è già capitato altre volte, prima di andare oltre vorrei tornare per qualche momento sul brano di musica pubblicato il giorno di Natale - "In the Bleak Midwinter" di Gustav Holst - e condividere con voi un paio di aspetti che hanno motivato la mia scelta.

Di Holst conoscevo composizioni di tono ora vivacissimo, ora invece molto romantico e non mi aspettavo un canto natalizio. Ma ciò che mi ha convinto a pubblicarlo è stata la particolare interpretazione che ho trovato su youtube. Del brano avevo già scelto un video del "King's College Choir" di Cambridge in una celebrazione ricca di intimità, ma proprio all'ultimo ho scoperto gli "Chanticleer" - coristi statunitensi attivi dal 1978 - e la loro esecuzione mi ha veramente affascinato. 
Perchè mai?
Prima di tutto, per i cambi di tonalità inseriti quasi ad ogni ripresa del testo che ci conducono in un clima musicale sempre differente. Insieme a questo, il canto è affidato di momento in momento a voci diverse: prima al coro in modo sommesso e a bocca chiusa, poi più forte, poi alla solista, infine di nuovo al coro. Voci diverse - appunto - ciascuna ad interpretare il Natale con una sua particolare sfumatura. Inoltre, l'impianto armonico presenta spesso dissonanze che conferiscono alla melodia spessore e modernità.
Ma a convincermi davvero è stata quella sorprendente esplosione di solarità che possiamo ascoltare a 1,43 dall'inizio - andate a risentirla, please! - che ci dice quanto il Natale non sia semplicemente dolcezza e intimità, ma anche un evento colmo di una gioia robusta, dirompente e coraggiosa. 

Bene. Dopo queste piccole precisazioni, oggi andiamo avanti a celebrare lo stupore di una nascita, lasciandoci prendere però da un'atmosfera musicalmente ancora diversa come quella di un coro alpino.
Si tratta di un canto di Bepi de Marzi interpretato da "I Crodaioli" e intitolato "Intorno a la cuna", dal cd "Varda che vien matina" (1977). 
È un brano pervaso dal consueto afflato poetico che anima i testi del compositore vicentino, un pezzo ricco di trasparenza e caratterizzato da una struttura armonica semplice che alterna passaggi di tono energico ad altri molto più dolci e sommessi. Ce lo suggerisce anche l'indicazione "Dolcemente con semplicità" che accompagna lo spartito.

Nasce un bimbo e tutti sono presi da stupore: dal padre cui segretamente trema la barba per la commozione, alla mamma che è contenta, dagli alpini a tutta una comunità di persone che si accinge a cantare una ninna-nanna per il piccolo. Sembra proprio di vedere tanti visi curvi sulla culla del piccino, ciascuno col proprio sorriso e il proprio incanto davanti alla meraviglia di una vita nuova.
Due particolari mi colpiscono nel testo. 
Primo è il fatto che ci si rivolga direttamente al bimbo: è il racconto dello stupore di una nascita narrato al neonato stesso ("la to cuna...to pare...to mama...te ghè...") e, anche se non tutte le strofe sono costruite così, mi pare comunque significativo questo regalare uno sguardo di positività alla persona che nasce. Infatti, è sottolineare la bellezza della sua esistenza, un po' come quando si mette per la prima volta un piccino davanti a uno specchio dicendogli: "Chi è questo bel bambino?...", perchè in lui inizi una sorta di riconoscimento del proprio splendore di essere umano e della festa che ciò irradia.
Il secondo aspetto degno di nota sta, a mio avviso, nel primo verso: "Intorno a la to cuna, l'amor se gà incantà!": un amore quasi personificato che ama il suo frutto, che ha un moto di toccante stupore per l'essere cui ha dato vita, proprio come Dio nel racconto biblico della creazione "...vide che era cosa buona".
E sulla gioia espressa da queste parole e queste note, mi piace augurare un sereno anno nuovo a tutti voi che passate di qui!

Buon ascolto!

martedì 25 dicembre 2018

Buon Natale!!!


Gerard van Honthorst (1592 - 1656) : "Adorazione del Bambino" - Firenze, Galleria degli Uffizi.

 
Gustav Holst (1874 - 1934) : "In the Bleak Midwinter".

venerdì 21 dicembre 2018

Voci di straordinaria trasparenza

(foto presa dal web)
Oggi è la volta di un ensemble vocale britannico che ho scoperto da poco su youtube e che mi ha colpito per la purezza delle voci e l'ampiezza del repertorio. 
Le sue interpretazioni vanno infatti da brani di polifonia rinascimentale fino ad arrangiamenti di musica contemporanea e tale versatilità è proprio la cifra distintiva del gruppo che si esibisce sia a cappella che all'interno di contesti orchestrali.

Sto parlando di VOCES8, coro nato nel 2005 e formato - appunto - da otto componenti così suddivisi: due soprani, un contralto, un controtenore, due tenori, un baritono e un basso.  
Ad affascinarmi è stata la luminosità delle voci insieme alla loro coesione perfetta che mi pare particolarmente evidente nel pezzo che ascolterete.
Ma a proposito del brano scelto, devo confessare che ho preso spunto dal blog "La verità vi farà liberi". Il carissimo Amicusplato ne ha infatti pubblicato alcuni giorni fa una versione ricca di pregio che potete trovare qui e della quale lo ringrazio. Ma insieme spero che mi perdoni se - presa dallo splendore di queste note - non ho resistito alla tentazione di postarle anch'io, sia pure nella differente interpretazione offerta proprio dai VOCES8.

Si tratta di un canto tradizionale tedesco intitolato "Maria durch ein Dornwald ging" ("Maria attraversò una foresta di spine"), melodia più volte rimaneggiata e usata come inno dai pellegrini intorno alla metà dell'Ottocento, ma ancor prima come canto di Avvento. Tuttavia il testo ha radici più antiche e, nonostante manchino certezze sulla data precisa della sua composizione, pare che, almeno nel suo nucleo originario, possa essere ricondotto a un Anonimo del XVI secolo.
In poco più di due minuti di musica, il canto ci riporta all'episodio evangelico della Visitazione, introducendo tuttavia elementi favolistici e un'atmosfera un po' fiabesca che può ricordare anche qualche tratto del Vangeli apocrifi. 
Maria è incinta e nel suo viaggio lungo e probabilmente difficoltoso verso la casa della cugina Elisabetta - il testo di Luca dice che andò verso la montagna - attraversa un bosco da tempo inaridito. Ma al passaggio suo e del bimbo che porta in seno, i rami secchi rifioriscono e le spine si trasformano in rose. 
Un racconto in cui la dimensione del pellegrinaggio e quella dell' Avvento si fondono, un luminoso miracolo, simbolo di un rifluire di vita tesa a distruggere la morte e rinnovare tutta la creazione.

Così pure, l'andamento malinconico del pezzo strutturato prevalentemente in tonalità minore, si carica di progressiva intensità e va a concludersi in maggiore con un accordo di rara bellezza proprio sulla "a" finale di Maria.
Straordinaria la trasparenza delle voci degli otto coristi che cantano le prime due strofe a sezioni separate e l'ultima tutti insieme, mentre l'arrangiamento conferisce al brano modernità e spessore.

Riporto qui la traduzione del testo:

"Maria attraversò una foresta di spine
Kyrie eleison!
Maria attraversò una foresta di spine 
che non aveva dato foglie in sette anni.
Gesù e Maria!

Cosa portava Maria sotto il suo cuore?
Kyrie eleison!
Un bambino piccolo senza dolore, 
questo era ciò che Maria portava sotto il suo cuore.
Gesù e Maria! 

Ma poi le spine  sono fiorite in rose
Kyrie eleison!
Mentre il bambino attraversava la foresta
lì le spine hanno portato rose.
Gesù e Maria!"

Buon ascolto!

venerdì 14 dicembre 2018

"Morning Grace"

Il mio vagabondare su youtube continua e così pure proseguono le mie esplorazioni di un mondo per me musicalmente nuovo come quello delle colonne sonore dei videogiochi giapponesi. 
Un mondo fantascientifico che ho sempre sentito estraneo ai miei gusti, e che tuttavia mi ha sorpreso per la suggestione dei brani che accompagnano i vari filmati.

Così sono ritornata alla musica di Yoko Kanno della quale, proprio a fine novembre, avevo pubblicato "Eyes" dal cd "Escaflowne - Over the Sky", in una incantevole versione per archi.
Oggi è quindi al volta di un altro videogioco, "Brain Powerd 2", uscito nel 1998, che fonde fantascienza e fantasy, terremoti, navi aliene, robot e guerre tra fazioni nella necessità di salvare l'umanità dall'estinzione. 
Si tratta di un canovaccio che in qualche modo ricalca altre precedenti composizioni e che, tra vicende di combattimenti, eroi e nemici, mi pare vada a costruire una sorta di mitologia fantascientifica degli anni Duemila. 
Non eccelso, secondo gli esperti, sul piano della realizzazione tecnica - risale infatti a vent'anni fa - il filmato ha però il pregio di vantare la colonna sonora di Yoko Kanno, musicista indubbiamente pregevole per la versatilità che - come scrivevo a suo tempo - la fa spaziare tra stili ed epoche diverse. Dal jazz al pop, dal rock alla classica e ancora indietro fino al Medioevo, mille riferimenti si possono ritrovare nelle sue note. Ed è anche questo il bello. 

Il brano che ho scelto s'intitola "Morning Grace", sempre in un'intensa versione per orchestra d'archi: un pezzo luminoso e di ampio respiro, un suggestivo esempio di musica che si può accostare a varie creazioni di fine Ottocento e non solo.
Se a proposito di "Eyes" avevo fatto riferimento a compositori tardoromantici, oserei dire che qui - oltre a Brahms o Tchaikovsky - si potrebbe citare anche Rachmaninov, in particolare nel terzo movimento del famosissimo "Concerto in do minore n.2 op.18 per pianoforte e orchestra".  
Non si tratta di una ripresa che vada a ricalcare con esattezza la melodia del tema, ma di un'atmosfera, di un clima musicale che sembra aleggiare sul brano in tutta la prima parte, mentre nel finale le ultime quattro note chiudono invece il pezzo con un modulo degno addirittura di una suite bachiana.
Non dimentichiamo, del resto, che anche uno dei più famosi film di animazione giapponesi - "Nodame Cantabile", uscito nei primi anni Duemila con musiche di vari autori - nella colonna sonora comprende svariati brani di classica.

E ancora una volta mi viene spontaneo osservare quanto la musica del passato sia più che mai presente nelle opere dei contemporanei, talora come vera e propria citazione, ma più spesso come substrato e patrimonio che riemerge nei moduli compositivi, in certi passaggi o nelle varie progressioni. 
Una lezione che, senza nulla togliere all'autenticità e alla fantasia di Yoko Kanno, ne va a sostanziare l'afflato: una cultura ormai interiorizzata che riaffiora naturalmente, divenuta parte integrante della sua ispirazione.

Buon ascolto!

venerdì 7 dicembre 2018

Attese

Osservo da qualche giorno la foto che il calendario mi riserva per il mese di dicembre.
Sto parlando del mio calendario toscano comprato lo scorso anno a Lucca, che da un anno è appeso vicino alla finestra della cucina e s'illumina al primo sole, quando c'è.

Dicevo che ne osservo da un po' la foto perchè, a tutta prima, mi è parsa strana. A dicembre mi sarei aspettata la neve o comunque un paesaggio invernale, magari arricchito da qualche tocco natalizio; invece trovo un tratto di campagna arata, dei cipressi, un antico casale e un sentiero segnato da cespi di erba ancora verde. 
Autunno?...Primavera? Anacronismi di chi ha scelto le immagini? È vero che il clima sta facendo impensate bizzarrie, ma...che anche nei calendari non ci siano più le stagioni di una volta???

A parte questo però, il panorama mi piace. E non solo perchè probabilmente si tratta di uno scatto sulla campagna senese che amo da sempre, ma perchè mi affascina il contrasto tra la delicatezza del cielo e la terra arata di fresco, lavorata, smossa e densa di promesse.
Ma in quale momento della giornata sarà stata presa questa foto? Al mattino o prima del tramonto? E quella sfumatura rosata da un lato è l'ultimo segno del fuoco dell'alba ormai dissolto, o annunzia lieve il prossimo calar del sole? 
Non ci sono riferimenti che ci orientino con precisione, così voglio pensare a un paesaggio colto nella nitidezza del mattino, definito da un'aria trasparente e colori tenui, ma anche da una terra corposa, accesa da tinte che vanno dall'ocra al marrone. Basta infatti ingrandire la foto per contemplare lo splendore di quelle zolle in rilievo dalle quali la luce va traendo intense sfumature e un senso di calda pienezza.

Mi pare stia proprio qui il fascino di questa immagine, nella vicinanza tra cielo e terra nonostante l'apparente contrasto tra alto e basso, vuoto e pieno, chiaro e scuro. Da un lato la suggestione d'infinito col suo mistero a suscitare da sempre interrogativi nel cuore dell'uomo, dall'altro quel campo arato, segno di concreta operosità e insieme di aspra fatica.
Ma un contrasto apparente - dicevo - perchè proprio dal cielo la terra attende con pazienza la pioggia o il sole, la neve o il vento, e ogni frutto che nasce dal suo grembo, come dal grembo degli esseri umani, è sempre in qualche modo il risultato di una fusione tra finito e infinito. E in questo senso sì, l'immagine può legarsi anche all'attesa del Natale.

Così, mi piace associarla a un brano di polifonia sacra: l'inno "God in my head" del compositore inglese Waldford Davies (1869 - 1941).
Si tratta di un pezzo brevissimo, simile a una sorta di antifona di apertura tesa a mettere sotto lo sguardo di Dio pensieri, parole e tutto ciò che nell'uomo è capacità di comprendere e sentire, come una sorta di cornice nella quale inscrivere ciò che vivremo. 
Una musica pacata e luminosa che si sofferma in particolare sulla parola heart (cuore) con un accordo più lungo che, nella sua armonia, esprime anch'esso  tensione e attesa verso un compimento.
Un inno che ha lo stile di un augurio all'inizio di un periodo nuovo, un nuovo giorno, un nuovo anno, e adatto - almeno così a me pare - anche a queste settimane di Avvento. Note e parole che mettono sotto un segno di sacralità, e al tempo stesso di concretezza, i giorni presenti e futuri.

Buon ascolto!

venerdì 30 novembre 2018

Una solennità che arriva da lontano

Solo tre minuti di musica oggi, ma sufficienti ad avvolgerci in un'atmosfera rarefatta, ad aprire sorprendenti squarci d'infinito e di soavità, in un clima di grande ampiezza e respiro.
Tuttavia - almeno geograficamente - dobbiamo volare lontano dagli autori che siamo soliti frequentare, perchè ci recheremo fino in Giappone ad ascoltare le note di due compositori contemporanei.

Si tratta di Yoko Kanno, classe 1964, e del marito Hajime Mizoguchi, nato nel 1960. Nomi forse in Occidente non conosciuti da tutti, ma in Oriente molto famosi: lui per essere violoncellista e compositore, ma soprattutto lei per aver scritto, suonato e arrangiato nel corso di una carriera trentennale, prima musiche per videogiochi e poi alcune tra le più memorabili colonne sonore di film di animazione giapponesi. 
Yoko Kanno si è trovata infatti a lavorare con registi della levatura di Shoij Kamawori prima e Shinichiro Wanatabe poi, dando prova di grande genialità nell' immedesimarsi in personaggi e situazioni attraverso la musica. 
Ma è stato su "I cieli di Escaflowne" - serie tv del 1996 in ventisei episodi, divenuta poi film di animazione - che Kanno ha dimostrato una spiccata disinvoltura nel catturare sensazioni e muoversi tra generi musicali diversi, dote divenuta in seguito uno dei suoi caratteri distintivi.

Confesso che non sono mai stata attratta da pellicole di fantasia e fantascienza, con storie di mondi alieni e dispositivi robotici da combattimento, anche se qui la lotta tra il bene e il male si conclude con la speranza che l'amore possa neutralizzare la tendenza dell'uomo alla guerra. 
Non mi aspettavo quindi una colonna sonora come questa che - invece - mi ha sorpreso e affascinato per la bellezza e la varietà dei brani che riecheggiano stili differenti conducendoci da un'epoca all'altra.
Yoko Kanno si muove infatti dall'orchestrazione classica all'elettronica, da pezzi romantici a brani dove aleggiano ricordi ora di musica araba, ora celtica, mentre altrove ci riporta al jazz o - indietro nel tempo - alla suggestione del gregoriano. Aspetti che testimoniano una formazione poliedrica che si allontana dalla tradizione esclusivamente giapponese, per accostarsi alla musica d'impronta occidentale rielaborandola liberamente.
Per questo, è stata definita dai critici un "camaleonte musicale", capace in modo insuperabile di cambiare genere aprendosi a ritmi e melodie diverse. 

Il brano che desidero condividere qui s'intitola "Eyes", tratto dall'album "Escaflowne - Over the Sky", primo cd della serie che la musicista ha realizzato in collaborazione con Hajime Mizoguchi.
Un pezzo di forte e immediata suggestione, dalla struttura peraltro molto semplice che si può suddividere in tre parti: il delicato tema iniziale in Do Maggiore, il passaggio centrale più maliconico dove affiora la voce acuta del violino solista, e il finale che riprende l'aria d'inizio con crescente intensità orchestrale.
Una musica che, se da un lato ci riporta echi tardoromantici, passaggi ora più intimi e ora più profondi che spalancano in noi squarci di mistero, dall'altro - come si osserva dallo spartito nel riquadro - presenta la struttura polifonica di un antico corale e di questo mi sembra abbia pure la solennità. 
Una solennità che ci accompagna fino alla conclusione dove il brano si chiude su di un accordo di tonica che risuona a lungo, pacatamente, mentre un profondo senso di pace va a pervaderci il cuore.

Buon ascolto!

venerdì 23 novembre 2018

Il bambino col tamburo

Francisco da Silva Romao (1834 -1895): "S.Cecilia"
Mi perdonerà Santa Cecilia, patrona della musica e dei musicisti, se tardo di un giorno a festeggiarla. Ma cercavo un' immagine che - al di là di quelle pubblicate negli anni scorsi - mi affascinasse davvero.
Infine ho trovato questa che vedete, opera di un artista brasiliano che ha rappresentato la Santa con tratti di particolare leggiadria e insieme di semplicità.
Qui, Cecilia è una fanciulla che suona con naturalezza e un'espressione mirabilmente assorta nel seguire la musica sullo spartito. Non ci sono aureole nè angeli, ma la Santa ha un serto di rose sul capo che ne sottolinea la grazia.

Oltre all'immagine però, cercavo anche un video che esprimesse la gioia che la musica sa offrire non solo ai professionisti del settore e agli appassionati, ma anche a chi passa per strada per caso e all'improvviso viene sorpreso e catturato dalla magìa dei suoni. Un video che testimoniasse il piacere di chi, magari, non ha mai frequentato una sala da concerto; di chi è ancora piccolo ma desideroso di imparare e di quei tanti che - pur non suonando - ascoltano facendo propria, attraverso la loro sensibilità, la forza comunicativa delle note.
Poichè infatti va al di là delle parole, il linguaggio dei suoni ci raggiunge tutti indistintamente e tocca corde profonde, simile a un potente catalizzatore che attiva in noi afflati di vita ancora nascosti o impensati.

L'ascolto, dunque.
Per questo, in omaggio a Santa Cecilia, ho scelto un video un po' particolare.
Si tratta di un flash mob dove un gruppo di musicisti - esattamente i componenti dell'australiana "Queensland Symphony Orchestra" - interpretano il "Bolero" di Ravel. Il brano, splendido e famosissimo, è interamente basato sull'esposizione di due temi che non hanno sviluppo, ma si ripetono per ben 18 volte a cominciare dal flauto, cui seguono gli altri strumenti che via via si sovrappongono fino agli ottoni e alle percussioni. Base ritmica è l'ostinato del tamburo che si allarga poi gradatamente a tutta l'orchestra in un progressivo crescendo fino al dissonante accordo finale.

Tuttavia non è sulla musica in sè che desidero soffermarmi, ma sulle reazioni che essa suscita in chi suona e in chi ascolta.
Avete visto che sorrisi sui volti dei vari interpreti e che trascinante entusiasmo su quello del loro direttore? E la risposta delle persone circostanti? 
È una piccola folla cosmopolita quella che si raduna ad ascoltare il concerto improvvisato. Certo c'è anche chi guarda e passa via, ma quasi sempre la musica prende, cattura, illumina, inducendo chi ascolta a partecipare con gioia, condivisione o anche semplice divertimento. 
Guardate i bambini, sensibili soprattutto al ritmo e subito pronti a lasciarsi coinvolgere con serietà e perseveranza! Osservate in particolare il primo che, all'inizio, tenta di imitare con qualche incertezza proprio il ritmo del tamburo. Poi però...
Poi però non perdete la conclusione, e non intendo quella del brano musicale, ma quella del video che va visto fino all'ultimo secondo!

Buona visione e buon ascolto!

venerdì 16 novembre 2018

Forse una tempesta...

J.Turner: "Tempesta di neve." - Londra, Tate Gallery.
Non mi capita spesso di andare a rileggere i post che ho già pubblicato.
Tuttavia, quando lo faccio e riascolto le musiche dei vari compositori, mi rendo conto sempre più di quanto l'andamento di questo blog sia altalenante. 
Non segue infatti una cronologia, nè un tema preciso e neppure un filo se non quello del cuore, della passione o delle mie scoperte musicali del momento. Ultimamente poi, vola dal passato remoto al presente o viceversa, da pezzi rinascimentali e barocchi ad altri dei nostri giorni, oscillando un po' proprio come un' altalena.

Allora per continuare così, oggi - dopo Bach e Dowland - torno molto più vicino a noi con un concerto scritto nel 1987 che ho scoperto nei giorni scorsi. 
È un brano dal quale sono stata subito affascinata perchè il suo andamento movimentato e nervoso, così come la crescente intensità che lo caratterizza, mi hanno dato la sensazione che l'autore vi abbia quasi riprodotto la furia di una tempesta. 
A dire il vero, non so se questo fosse il suo intento: non è infatti una musica a programma come tanti pezzi classici che - da Vivaldi, Beethoven, Ravel e Smetana - hanno descritto le stagioni, il temporale, dei giochi d'acqua o l'intero percorso di un fiume dalla sorgente alla foce.
No, qui non abbiamo alcuna indicazione in questo senso, ma la suggestione di una bufera che arriva a ondate successive, a mio avviso, rimane forte.

Si tratta del primo movimento del "Concerto per violino e orchestra n.1" di Philip Glass, classe 1937, compositore statunitense dalla produzione vastissima e poliedrica del quale tempo fa ho pubblicato qui tre brani.
Considerato a buon diritto tra gli esponenti più significativi del minimalismo musicale, se ne è poi allontanato tornando a forme più tradizionali come - appunto - quella del concerto i cui caratteri riflettono le radici della sua formazione classica, a cominciare dalla convenzionale suddivisione in tre movimenti.
Non solo. Il pezzo - scritto dal compositore in ricordo del padre - è in qualche modo anche un tributo ai gusti dell'uomo che, pur non avendo ricevuto una specifica educazione musicale, tuttavia amava molto la produzione violinistica dell'Ottocento, da Mendelssohn a Brahms.

Quella di Glass è una musica che ci getta nel dramma in modo immediato. 
Il brano infatti non ha vera e propria introduzione, ma ci coinvolge subito nei suoi accordi in minore pervasi da un senso di attesa, insieme all'andamento arpeggiato e ansimante del violino che - sostenuto da quello ancor più animato dell'orchestra - va esplorando una vasta gamma di possibilità espressive.
È un movimento che cresce per tutto il corso del pezzo, con passaggi ricchi di una concitazione dal ritmo cadenzato, costruito su di una ripetizione quasi ossessionante di accordi, tratto peraltro tipico dello stile del compositore. 
Ne deriva una progressiva intensità dinamica e timbrica che raggiunge momenti di notevole potenza.
Una tempesta? Forse, anche se nei punti in cui il ritmo si fa più acceso e scandito dalle percussioni, il brano potrebbe ricordare una danza sfrenata.
Tuttavia, intrecciato qua e là o alternato a tale movimento, emerge a volte un tema dolente affidato al violino e ripreso dal flauto, quasi un lamento desolato che affiora dove l'intensità orchestrale diminuisce, proprio come quando - nel pieno di un temporale - all'improvviso il vento cade. Così, il ritmo ansioso del brano va a poco a poco perdendosi in un finale molto più sommesso.

Una musica che ci parla con forza perchè, nel suo andamento reiterato e negli arpeggi simili quasi ad onde del mare, può evocare anche tempeste dell'anima. 
Note segnate da un'inquietudine angosciosa e straniante, capaci di interpretare lo sgomento esistenziale del nostro tempo, ma insieme di aprire spazi sconfinati dentro e fuori di noi.

Buon ascolto!

giovedì 8 novembre 2018

"Perchè Bach ci può salvare..."

(foto presa dal web)
Leggo sul "Corriere della Sera" del 6 novembre scorso una bella storia che desidero condividere qui.
Una storia in cui vicenda umana e artistica si intrecciano in modo mirabile, una testimonianza di sofferenza e di coraggio nel nome della musica, che diviene infatti la scintilla capace di dare salvezza anche in condizioni disumane.
È Susanna Tamaro, in un articolo intitolato appunto "Perchè Bach ci può salvare. Storia della pianista internata da Mao", a recensire "Il pianoforte segreto", romanzo di Zhu Xiao-Mei (ed. Bollati Boringhieri).

Si tratta di un libro-documento in cui l'autrice - nata a Shangai nel 1949 e oggi pianista di fama mondiale - racconta la propria vita a partire da quando, giovanissima studentessa di conservatorio, si trova ad affrontare gli anni della rivoluzione culturale di Mao Tse Tung. 
Colpevole di appartenere ad una famiglia borghese di intellettuali, è costretta a fare autocritica e, in un primo tempo, travolta dal regime non riesce a sottrarsi al plagio collettivo diventando così complice del movimento. 
In seguito, caduta in disgrazia, è internata per cinque anni in vari campi di lavoro e di "rieducazione". Qui sperimenta la durezza ma soprattutto la coercizione psicologica per cui è indotta a tradire valori, affetti, relazioni e rinunziare a tutto ciò che appartiene alla cultura occidentale.

Gliene deriva una disperazione di fronte alla quale tuttavia reagisce e si salva, attaccandosi con coraggiosa caparbietà alla sua passione per la musica. 
Riesce infatti a farsi portare - camuffato da credenza - il vecchio pianoforte di casa ormai scordato e a procurarsi degli spartiti col pretesto di imparare i canti consentiti dal regime. Approfittando dell'ignoranza dei suoi guardiani, riprende invece a suonare Bach e Chopin, nelle cui note attingerà la forza per resistere e per ritrovare se stessa. 
Potrà allontanarsi dalla Cina soltanto nel 1980. Oggi vive a Parigi ed è considerata una delle più grandi interpreti di Bach, in particolare delle "Variazioni Goldberg".

C'è un miracolo nella musica che ci tocca nel profondo. 
La storia di Zhu Xiao-Mei testimonia proprio quanto essa - così come altre forme di arte - sia nutrimento essenziale dell'anima, fonte di rinascita spirituale capace di salvare dall'abbrutimento, poichè va a risvegliare quell'armonia segreta che risuona in ognuno di noi.
È a questo proposito che Susanna Tamaro sottolinea l'attualità dell'esperienza  narrata in questo libro e auspica che esso venga letto nelle scuole per combattere il pericolo - vivissimo anche oggi - che la vita dell'uomo sia ridotta alla sola dimensione materiale e all'esclusiva soddisfazione degli istinti primari. A conclusione del suo articolo, parla infatti della cultura come della vera ricchezza che consente, in tempi bui, di illuminare il cammino.
Ma riporto direttamente le sue parole:

   "Pensando proprio al libro di Zhu Xiao-Mei possiamo trovare il coraggio di dire che l'assenza di cultura è una delle più grandi forme di povertà. Essere poveri di parole, di pensieri e di sentimenti vuol dire essere poveri nelle proprie relazioni e nella comprensione della realtà. La storia della pianista cinese dimostra con esemplare chiarezza che la storia ci può privare di tutto, della nostra cultura, della libertà, della dignità, spingendoci a vivere al limite dell'umano, ma non può spegnere l'anelito alla bellezza che è nascosto in ogni persona che abbia la forza d'animo di seguire la propria coscienza. Primo Levi è sopravvissuto ad Auschwitz grazie anche alle poesie imparate a memoria, Zhu Xiao-Mei non si è fatta sopraffare dalla bestialità dei campi di lavoro grazie alla musica di Chopin e a Bach che continuava a risuonare dentro di lei. Nell'opacità di questi tempi, forse è bene ricordare che solo l'arte e il riverbero della bellezza riescono a illuminare i momenti più bui della storia."

Nel video, interpretati mirabilmente proprio da Zhu Xiao-Mei, trovate - nell'ordine di esecuzione - alcuni pezzi tratti dai seguenti brani delle "Variazioni Goldberg BWV 988":   
- Aria 
- Variazione n.20 
- Variazione n.25 
- Variazione n.9.
Note bachiane ora piene di luminosa pace, ora di scintillante energia, ora di intensa meditazione.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 31 ottobre 2018

Disc jockey

(foto presa dal web)
Chi cerca trova, e chi rovista negli armadi riscopre a volte cose vecchie e dimenticate. Se poi a frugare non si va nei cassetti, ma nei documenti archiviati da tempo in computer, possono capitare simpatiche sorprese. 
Di più: magari si vanno a dissotterrare vecchi sogni e - guarda un po'! - a scoprire che, in qualche modo, si sono realizzati.
Ho ritrovato giorni fa un articoletto che avevo scritto in un angolo di web ormai sparito. Correva l'anno 2009 e questo blog non aveva ancora visto la luce. 
Vi manifestavo il desiderio di condividere musica e mi lasciavo andare a sogni un po' folli, senza tuttavia immaginare che - di lì a non molto - si sarebbero avverati. S'intitolava nientemeno che "Disc jockey" (!) e, se avete pazienza, lo potete leggere qui:

"Vorrei tanto fare il disc jockey.
Sì, proprio quello che intrattiene il pubblico radiofonico presentando brani di musica e commentandoli con vivacità e leggerezza. 
Non sto scherzando, nè mi ha dato di volta il cervello. Ci ho pensato l’altro giorno invece, mentre per l’ennesima volta ascoltavo il "Capriccio" della “Partita n.2 in do minore” di Bach con la sua perfetta struttura contrappuntistica, l’architettura delle voci che si inseguono come archi rampanti in una cattedrale gotica e il ritmo carico di dirompente energia. 
Così, ho sentito il desiderio di condividerne le bellezza con altri e ho pubblicato il pezzo su Facebook, accompagnandolo con due righe di presentazione che dicevano: "Buona giornata a tutti con questo Bach assolutamente splendido…” eccetera. 
È stato lì che l’idea mi ha folgorato: l’idea di uno spazio in cui poter proporre all'ascolto - un'oretta ogni mattina - i brani di musica classica che preferisco e che parlino al cuore. Insomma, un modo per aprire la giornata in serenità.

Lo so, la radio è piena di trasmissioni di questo tipo, condotte con spessore e competenza. Inoltre, proponendo brani classici invece che musica leggera sarei un DJ molto particolare e forse il termine non è neppure quello giusto, ma è giovane e mi diverte.
Comunque sia, il presentatore di musica fa un mestiere affascinante perchè a chi si appresta ad iniziare, magari senza grandi entusiasmi, una giornata di lavoro, regala ciò che di bello ha scoperto nella propria valigia di conoscenze.

A me basterebbe un piccolo spazio, dedicato a chi conosco e a chi amo, ma anche agli sconosciuti in ascolto capaci di lasciarsi sorprendere dalla bellezza. Sarebbe uno sprazzo di luce mattutina, un augurio teso a ricaricare dal profondo, a riportare il sole dissipando le nebbie che talora offuscano l'anima. Penso che mi sarebbe congeniale - vinta l’inevitabile emozione - parlare dietro un microfono ad un pubblico che non vedo ma che immagino alle prese col traffico cittadino o forse in treno o tra i mestieri di casa. 
Immagino che mi verrebbe facile chiudere gli occhi, sorridere e, seguendo il dettato del cuore, condividere le musiche che più amo: un'aria, un ritmo, un corale ad accompagnare il nostro sguardo sulla vita e a rasserenarlo dall’interno. 
Nella giornata che ci attende, incontreremo tante cose che andranno a interferire forse brutalmente con la nostra interiorità: tanto rumore contrabbandato per musica, tanto sconcertante squallore intorno a noi che vale davvero la pena attingere l’acqua sorgiva dei grandi per non dimenticare che cos'è la Bellezza e dare forza al nostro sorriso.

Non sceglierei brani troppo lunghi, ma solo quelli che almeno una volta abbiano parlato al mio cuore suscitando un'emozione che perdura, pezzi legati a un tratto del mio cammino e per qualche motivo radicati nell’anima. 
Proporrei, per esempio, il primo tempo del "Concerto per violino e orchestra in sol min." di Bruch che mi riporta, tumultuoso e romantico, agli anni della mia adolescenza; o il "Larghetto" della "Sinfonia classica" di Prokofiev che nel suo incedere elegante quasi di danza, apre l' anima a fremiti di vita nuova. 
O qualche aria dalle mozartiane "Nozze di Figaro"che liberi dalla prigione della tristezza, consentendo al nostro sguardo di recuperare trasparenza.
E naturalmente non potrebbe mancare Bach, in particolare nella pacificante pulsazione ritmica dell' "Adagio" per organo dalla "Toccata, adagio e fuga in Do maggiore". 
Ma sceglierei anche splendidi gioielli barocchi dalla brillante orchestrazione come l' "Arrivo della Regina di Saba" dal "Solomon" di Haendel o il corale che conclude il suo "Dettingen Te Deum" con le parole "Oh Lord in Thee have I trusted", Signore, in Te ho fiducia. E quale invocazione migliore per iniziare una giornata?...

Sto fantasticando, lo so. Non farò mai il disc jockey. A parte le tante trasmissioni di questo tipo, molta gente oggi, in casa e fuori, in treno o dando l’aspirapolvere, viaggia con l’ipod incorporato dove ascolta musica a tutto spiano e se la sceglie. 
Ma resta in me il desiderio di condividere con altri - in una radio, un network o altrove - la Bellezza che un giorno mi ha ferito, tesoro nascosto nell’infinita magìa delle note. Offrirla perché non se ne perda il sapore, quel fuoco che alimenta la vita, illumina la tua giornata e ti consente di custodire un sorriso nell’anima anche sotto un cielo carico di nubi."

Ecco, in questo articoletto che appartiene - diciamo così - alla preistoria, esprimevo un desiderio di condivisione che si è concretizzato un anno dopo nel presente blog, e mi piace pubblicarlo oggi perchè, proprio nei giorni scorsi - esattamente il 19 ottobre - "Gioire in Musica" ha compiuto otto anni!
Mai avrei creduto che l'esperienza iniziata con qualche esitazione potesse durare così a lungo, regalandomi tanta voglia di imparare e un entusiasmo che, grazie alla musica e ai lettori/ascoltatori che passano o sono passati di qui, non si è ancora spento.
Così, desidero concretizzare la mia gratitudine a tutti voi con un video un po' particolare e dando il benvenuto a un compositore nuovo.

Si tratta dell'inglese John Dowland (1563 - 1626), con uno dei suoi brani più conosciuti: "Now, o Now I needs must part...", dal "First Booke of Songes" del 1597. Il pezzo, segnato da dolce malinconia e - come altri dello stesso autore - incentrato sul tema della sofferenza d'amore per la separazione dalla persona amata, è stato interpretato nel tempo da vari musicisti tra i quali anche Angelo Branduardi. 
Ho preferito tuttavia la versione de "Les Canards Chantants", ensemble specializzato in polifonia rinascimentale, per la purezza e la trasparenza con cui le quattro voci vanno progressivamente sommandosi e fondendosi. 
Inoltre, il sottofondo del liuto, che ricorda qua e là la celebre "Greensleeves", ci riporta l'eco di arie di antichi menestrelli restituendocene l'atmosfera.

Ma la mia scelta è stata dettata anche dal fascino della clip-video. 
Qui infatti la musica si accompagna e s'intreccia a brevi sequenze che colgono aspetti della quotidianità, immagini di un viaggio che è poi la vita stessa, dove il ritmo pacato delle note diviene splendore che cammina con noi, da custodire nello sguardo e nell'anima.
  
Buona visione e buon ascolto!

martedì 23 ottobre 2018

In punta di piedi...

Sandra Maccaferri: "Notte di luna" - olio su tela.
Ripercorrere i luoghi amati da una persona, in mezzo ai quali ha costruito un pezzo della sua felicità, è un po' come ritrovarla, per quel mistero che consente a una parte di noi di rimanere laddove abbiamo radicato il cuore e il senso del nostro vivere.
È come se tutto rispecchiasse una presenza ed essa trasparisse persino dalle cose, non più oggetti estranei o lontani, ma ricchi di un calore che si fa quotidiano tramite di una memoria.

Proprio questa è la percezione che ha avuto il nostro gruppetto di blogger che, domenica 21 ottobre, si è recato a Spervara (MO) per rendere omaggio alla carissima amica Sandra che ci ha lasciato lo scorso giugno.

Grazie all'affetto e all'accoglienza del marito Franco, che ha voluto condividere con noi la casa e gli angoli di paesaggio che lei ha più amato e spesso riportato nel suo blog (http://sandramaccaferri.blogspot.com/), ci siamo ritrovati in un ambiente conosciuto e familiare. Eppure, istintivamente vi siamo entrati quasi in punta di piedi, come ci si addentra in un luogo dove sappiamo che, nella stanza accanto, una persona sta riposando. 
Guardandoci intorno, quella che abbiamo colto è stata infatti una presenza viva: negli oggetti e arredi ideati o scelti da lei, nei suoi bellissimi dipinti, nelle tante foto, nei segni dei suoi molteplici interessi che hanno reso la casa un luogo pieno di calore. Un mondo che è stato meraviglioso esplorare perchè ci ha testimoniato ancora una volta la grinta e l'irrefrenabile entusiasmo per la vita che ha caratterizzato l'esistenza di Sandra.
E naturalmente a questo proposito, ci è venuto spontaneo ricordare l'amicizia che legava lei e tutti noi alla carissima Ambra, volata via due anni fa ma anch'essa sempre presente nel nostro ricordo.
Una giornata tuttavia non triste, ma trascorsa in serenità e gratitudine, accolti e sapientemente guidati da Franco, cogliendo nelle sue parole il senso di un amore che oltrepassa il tempo e insieme godendo del legame di amicizia che - con gli anni e la condivisione delle vicissitudini di ciascuno - si è saldamente stabilito fra tutti noi.

Così, mi piace associare alla gioia di questo incontro un brano di Claude Debussy (1862 - 1918): l' "Arabesque n.1 in Mi maggiore L.66".
Si tratta di una famosa composizione di stile impressionistico, una musica dalle mille sfaccettature - andantino con moto, mosso, risoluto - dai toni e timbri diversi un po' come la conversazione del nostro piccolo gruppo ora vivace, ora più sommessa, nel dipanarsi dei vari argomenti e secondo i tratti della personalità di ciascuno. 
Un brano ora lieve, ora animato e palpitante che mi sembra adattarsi anche allo stile delle poesie di Sandra - ricche di delicatezza ma insieme di incisivo spessore - così come al movimento colorato, sognante e arioso che ha sempre caratterizzato i suoi dipinti.
Nella foto in alto, ne vedete uno intitolato "Notte di luna", un quadro originale nelle sue tinte e nella sua ispirazione: non scorgiamo infatti la luna, ma ne cogliamo il riflesso della luce sugli alberi e sulla vegetazione che assume tratti fantasiosi e suggestivi. 
Una composizione completata dai versi che Sandra aveva scritto proprio su questo tema e che riporto qui perchè - come il pezzo di Debussy - ci regalano la percezione di uno sguardo di grande profondità e insieme di straordinaria dolcezza.
                                  "Un sogno passa frusciando. 
                                                      Ha dita leggere.
                                                 Accarezza e consola 
                                      mentre gocce di luna svelano la notte." 
 
Buon ascolto!
 
 

martedì 16 ottobre 2018

Silenziosa, vibrante passione

(foto presa dal web)
Chissà perchè, talora, alcuni credono che parlare di passione significhi far riferimento a sentimenti espressi sempre con grande irruenza, o ad una sfera di comportamenti perennemente agitati, nel bene come nel male.
Lo dimostra il fatto che, anche nel linguaggio comune, la parola stessa è spesso associata all'idea di febbre o di violenza.

Che sia amorosa, politica, artistica o sportiva, della passione infatti si sottolinea di solito la forza, la suggestione, il dominio assoluto che essa può esercitare su di una persona, prendendo possesso del suo cuore e di tutte le sue facoltà. 
Il vocabolario, a proposito dei vari campi a cui il termine può essere applicato, parla di delirio, furore, sofferenza, tormento, impeto, slancio, e l'impulso di un'anima appassionata è definito come amore ardente o paragonato proprio a un fuoco che divampa con veemenza.

E non si pensa invece che l'intensità di un sentimento - se certo si può osservare anche attraverso le sue espressioni e manifestazioni esterne - non è meno profonda quando esso è vissuto nel silenzio, in una dimensione tutta interiore. Anzi, il silenzio e la solitudine talora ne affinano il tocco, ne accrescono la carica alimentandone a volte il fuoco segreto, forse per questo ancor più bruciante.
Lo si può constatare a più livelli. Senza divagare troppo, basta considerare il mondo della poesia, per vedere che non sempre la forza di una passione coincide col romantico "Sturm und Drang", e per scoprire quali sentimenti traboccanti possano abitare invece il cuore di personalità schive dall'esistenza magari apparentemente sbiadita. 
Un nome su tutti: Emily Dickinson, a proposito della quale non è un caso che il film uscito di recente sulla sua vita s' intitoli proprio "A Quiet Passion".  
Un titolo ossimorico che, nella sua contraddizione, ci restituisce il senso di una fecondità artistica nata da un silenzioso, progressivo sottrarsi alle convenzioni e ai contatti esterni. Un isolamento che non ha impedito alla poetessa americana di affermare se stessa, rendendo ancor più acuto il suo sguardo sulle cose e più vibrante il mondo di emozioni espresso dai suoi versi.

Sto divagando, lo so, ma a suggerirmi questi pensieri non è stata una lettura poetica, bensì un brano di musica che - seppur lontano da tali riferimenti nel tempo e nello stile - in realtà mi pare tanto intriso di struggente passione proprio quanto la melodia è misurata e lieve. 
Si tratta di una composizione famosissima, dalla quale non ero mai stata particolarmente affascinata come ascoltando questa interpretazione che per me ha avuto la freschezza della scoperta.
È il violinista Gidon Kremer a suonare qui "Oblivion", il pezzo forse più conosciuto di Astor Piazzolla (1921 - 1992) tratto dall'omonimo cd del 1998, in una lettura che, insieme ad un ritmo pacato, ci restituisce tutto il fascino e la sensualità del brano.
Qui la musica è un filo che si dipana sottile, un'aria sofferta cui ben si adatta il titolo "Oblivion" - oblio, dimenticanza - che, a maggior ragione, fa risaltare invece una passione sottesa, ora languida e malinconica, ora carezzevole e delicata anche dove il tema si fa più vivo.
A questo contribuisce l'interpretazione di Kremer che di ogni nota ci offre un suono misuratissimo, un tocco che nasce dal profondo, dalle prime battute fino alla conclusione in cui la melodia - così come all'inizio - si assottiglia tremante, simile quasi a una linea tratteggiata che via via si perde, a un ricordo che va a svanire nella memoria...
Un Piazzolla ricco di seduzione che ci porta via con sè nel suo ritmo sognante, sottolineato dai pianissimo e - qui in particolare - dalla morbidezza del violino.
Una musica appassionata che non si esprime in un gesto aggressivo, ma in un silenzioso, intensissimo moto dell'anima, simile a uno sguardo lieve eppur carico di sottintesi.

Buon ascolto!

lunedì 8 ottobre 2018

A proposito di follìa

Thierry Escaich e Richard Galliano  (foto presa dal web)
Chi frequenta questo blog forse ricorderà il brano di musica che ho pubblicato il 18 agosto scorso, all'atto di prendermi una piccola pausa estiva. 
Vi avevo lasciato in compagnia di Vivaldi e in particolare della "Sonata n.12 op.1 RV 63" detta "La follia" e interpretata dal Barrios Guitar Quartet.

Vale la pena di soffermarsi per qualche momento sull'origine di questo pezzo perchè, nel comporlo, Vivaldi si è rifatto ad un tema musicale più antico. 
Esso nasce in Portogallo tra il XVI e il XVII secolo, ma affonda le sue radici nel tardo Medioevo; inizialmente diffuso in ambito popolare, acquisirà col tempo un carattere colto e verrà ripreso da numerosi compositori dal periodo barocco in poi.
Si tratta di una danza composta da una base armonica e da una melodia lenta in tempo ternario simile a una passacaglia, sulla quale si possono innestare poi libere variazioni o improvvisazioni. Il termine follìa si riferisce infatti al suo andamento movimentato e talora sregolato, ma significa anche mania, idea fissa e in questo senso può riferirsi al carattere ostinato della base musicale.
Tra i musicisti più famosi che l'hanno rielaborata esplorandone ogni possibilità espressiva - a parte il già citato Vivaldi - troviamo Corelli, Lully, Geminiani, Bach ed Haendel che l'ha ripresa nella sua celeberrima Sarabanda inserita poi nella colonna sonora del film "Barry Lindon"; nell'Ottocento Beethoven, Liszt e Rachmaninov per arrivare ai nostri giorni con Vangelis.

Ma non è finita qui.
Le mie scorribande su youtube mi hanno portato a scoprire che anche il fisarmonicista Richard Galliano - di cui avete ascoltato di recente alcuni arrangiamenti - ne ha fatto una pregevole interpretazione insieme ad un'altra figura di primo piano: l'organista e compositore francese Thierry Escaich.
Fisarmonica e organo??? Precisamente: un duetto tra accordeon e organo da chiesa che può suonare sorprendente, ma con risultati a mio modesto avviso più che affascinanti.
Tratto dal cd "Aria" uscito nel 2017, il brano intitolato appunto "La follìa" prende spunto dal testo di Arcangelo Corelli (1653 - 1713) - riportato qui di seguito - al quale dobbiamo una delle versioni più raffinate di questo tema.

Ma ascoltiamolo la rielaborazione del duo Galliano - Escaich.
Dopo una severa e solenne introduzione dell'organo, è sulle note dell'accordeon che si apre il tema della melodia caratterizzato da tratti di profonda intimità. 
Se in un primo tempo esso procede lento, acquista poi un ritmo che si accende nelle successive variazioni dove i due strumenti si scambiano il ruolo armonico e melodico facendo emergere alternativamente la delicatezza e la trascinante vivacità dei vari suoni ed esplorandone tutte le possibilità timbriche. 
Splendido l'organo nei suoi registri più lievi, così come l'accordeon in quelli più acuti, due strumenti in fondo non lontanissimi, anche se differenti per dimensione e potenza sonora.
La lentezza iniziale del brano e un procedere quasi cadenzato vanno poi cedendo gradatamente il passo ad un ritmo sempre più scattante e vertiginoso che arriva a rasentare il parossismo e nel quale avvertiamo anche echi del tango di Piazzolla. Un' interpretazione che, se in alcuni punti sembra scompaginare e destabilizzare il tema quasi andasse a perdersi chissà dove, proprio in questo risulta tuttavia di uno splendore travolgente. 
Ci si avvia così verso il finale dove prosegue la sequenza dei forti passaggi dissonanti dell'accordeon, mentre l'organo conclude il brano su di un lunghissimo accordo di tonica.

Una fusione di antico e moderno, di virtuosismo e fantasia nella quale - almeno così a me pare - sta il pregio di tale arrangiamento capace di rielaborare un'eredità musicale che va da Corelli e Bach fino ad oggi. 
Una pagina di straordinaria modernità che, spaziando tra strumenti diversi, ci apre all'infinito mondo dei suoni.

Buon ascolto!