venerdì 20 luglio 2018

"L'equilibrio della lucertola"


Uscito tre mesi fa per i tipi della nuova editrice Solferino, l'ultimo libro di Giovanni Allevi - il quinto per la precisione - si distacca un po' da quelli che lo hanno preceduto incentrati sul rapporto del compositore con la musica, anche se un importante riferimento ad essa non manca.
Un po' diario, un po' favola, un po' riflessione filosofica, "L'equilibrio della lucertola" è un testo a più piani di lettura che nasce dalla presa di coscienza di quegli squilibri e di quella fragilità che - a somiglianza di tanti - il musicista avverte in sè.
Ma com' è tipico della sua personalità, di fronte a ciò che lo manda in crisi, Allevi non si allontana evadendo il problema, ma sceglie di attraversarlo per scandagliarne il messaggio oscuro e segreto, per ascoltare con l'anima e i sensi all'erta ciò che il problema stesso vuole comunicargli, nella sua dimensione di novità e di cambiamento.

Il libro si apre con una coraggiosa analisi dei motivi che possono destabilizzare un personaggio di fama, esposto quotidianamente al giudizio degli altri, ma anche al proprio. Ed è con una scrittura sobria ed essenziale, profonda e al tempo stesso lieve, che il compositore ci conduce in tale indagine, necessaria per andare con sincerità disarmante alla radice della sua inquietudine, cogliendo ciò che si annida sotto manifestazioni come l'ansia e il panico.
Un po' pirandellianamente, Allevi parte da un dettaglio quasi insignificante - si è accorto di non riuscire più a stare in equilibrio con un piede solo - per allargare poi il proprio pensiero dal piano fisico a quello esistenziale, dal microcosmo della sua singola esperienza agli eventi del macrocosmo.
Prende il via allora una sorta di diario dove, nella solitudine di un'isola dell'Atlantico in cui si è rifugiato, il musicista registra quotidianamente gli esercizi compiuti per recuperare l'equilibrio fisico. 
Ma insieme annota le proprie riflessioni sul fatto che lo squilibrio - quella sorta di asimmetria che talora cogliamo in noi - non è in fondo un dato negativo, perchè l'essere equilibrati non sta tanto in un'asettica equidistanza tra poli opposti, ma in uno sporgersi senza paura verso la vita. 

A guidarlo in questa analisi progressivamente più ampia è appunto la lucertola citata nel titolo, una sorta di immaginario guru che risponde agli interrogativi del compositore, conducendolo ad una considerazione più positiva della sfasatura interiore che egli avverte. In realtà, un dialogo di Allevi con se stesso, alla ricerca del senso profondo delle cose e di quella luce che si cela, a volte ancora più fulgida, tra le pieghe delle esistenze scombinate e sofferte.
Ma sarà anche la musica - nel cuore di una suggestiva quanto drammatica esperienza narrata nella parte finale del libro - ad illuminare il compositore come un dono dall'Alto e a svelarsi in tutta la sua potenza salvifica.

Così, proprio in riferimento ad essa, desidero condividere qui uno dei più recenti brani di Allevi. Si tratta del secondo movimento, "Adagio", del "Piano Concerto n.1" uscito lo scorso autunno nel doppio cd "Equilibrium".
È evidente da questo titolo che l'argomento del libro stava da tempo a cuore al musicista, anche se qui esso riguarda in particolare il rapporto tra le sue contrastanti anime musicali, quella classica e quella rock. Entrambi gli aspetti emergono infatti sia dal "Piano Concerto n.1" che - tra l'altro - ha come straordinario interprete l'americano Jeffrey Biegel, sia dai singoli pezzi contenuti nel cd dove solista è lo stesso Allevi.

Ma torno all'"Adagio". Non è un brano da ascoltare frettolosamente con l'animo ingombro da mille pensieri, ma una composizione che esige tempo, concentrazione e soprattutto silenzio. A differenza del primo e del terzo movimento del Concerto ricchi di scintillante esuberanza, queste note ci conducono infatti in un clima di intimità e di calma contemplativa. 
È una musica che esordisce sommessa e, dall'atmosfera quasi rarefatta dell'introduzione orchestrale fino al pacato dispiegarsi del tema e alla sua ripresa in successive delicatissime variazioni, va a pervaderci il cuore come una brezza leggera. E il suo ritmo lento e sognante, segnato qua e là da luminosi passaggi, ci regala un profondo respiro di pace.
Un "Adagio" che, se nella sua struttura e nella sua aura di romanticismo può ricordare certi pezzi di Chopin, ha tuttavia il timbro inconfondibile dell'ispirazione di Allevi che la splendida interpretazione di Jeffrey Biegel fa fiorire in tutta la sua intensità.

Buon ascolto!

giovedì 12 luglio 2018

Gli amici tedeschi

Mese di luglio, piena estate, clima già abbastanza caldo e tempo di villeggiatura almeno per alcuni. 
E allora un'aria di leggerezza vacanziera tira anche in questo blog che - se propriamente in ferie non va ancora - si concede tuttavia qualche momento di svago.

Il fatto è che, insieme agli esiti degli esami di maturità usciti in questi giorni con i nomi degli studenti distintisi per i loro risultati eccellenti, si è arricchito anche lo stupidario degli errori candidamente spiattellati da altri e puntualmente riportati poi sui giornali o sul web. 
E leggerli mi ha suscitato una certa ilarità perché, nonostante si tratti talora di vere e proprie sciocchezze, in tanti casi alcuni strafalcioni finiscono per tradursi in battute d'involontario umorismo.

Ignoravo però che esistessero anche stupidari musicali, dedicati alle risposte degli allievi agli esami di musica dalle medie fino al conservatorio.  
Confesso che vi ho letto tali assurdità che, se per un po' mi hanno fatto ridere di gusto - tipo "Le sinfonie di Beethoven sono tre: la terza, la quinta e la nona" - a livelli più alti mi hanno lasciato di stucco, soprattutto davanti a musicisti che muoiono e risorgono a distanza di secoli a piacimento del candidato.
Non intendo tuttavia dilungarmi su certe amenità, ma sottolineare il fatto che, in tempi neppure troppo lontani, a conoscere un minimo di storia della musica non erano solo gli allievi dei conservatori o comunque gli appassionati, ma un po' tutti. Almeno fino a un certo punto infatti, alcune nozioni erano patrimonio comune, a cominciare dall'opera conosciuta a menadito dai nostri genitori e nonni indipendentemente dal loro livello di studi. Verdi e Puccini erano di casa, come pure tanta musica sinfonica, ed era in famiglia che nascevano consuetudini e fiorivano passioni talora anche al di là dell'insegnamento scolastico. Ed era così che un primo insieme di conoscenze passava alle nuove generazioni.
È tanto vero che, citando i brani più famosi, non era neppure necessario ricordarne l'autore. Era ovvio che parlare di "Toccata e fuga in re minore" o di "Variazioni Goldberg" significasse riferirsi a Bach, o che citare la "Jupiter" fosse ricordare una sinfonia di Mozart e l' "Eroica" una di Beethoven. 
Non occorreva precisare che è stato Verdi a comporre "Il trovatore" e Vivaldi "Le quattro stagioni": bastava l' incipit di una romanza o un titolo perchè tutti riconoscessero il compositore.

Oggi però - senza nulla togliere alla competenza di tanti giovani e appassionati cultori di musica e al lodevole impegno di parecchi insegnanti! - in genere la cosa è un po' più difficilotta.
"Il trovatore" qualche volta si è trasformato nel "trovatello", le "Variazioni Goldberg" diventano spesso e volentieri le "Variazioni di Goldberg", mentre Bach è defenestrato dal mondo della musica senza troppi complimenti perchè scambiato per il medico ideatore dei fiori di Bach, appunto! 
Dite che esagero??? Niente affatto. 
Anni fa, ascoltando per caso una frase in cui avevo citato i "Brandeburghesi", una persona mi ha chiesto garbatamente se fossero dei miei amici tedeschi. 
Al momento ho sbarrato gli occhi, però devo confessare che, dopo un primo moto di sorpresa, la cosa mi è piaciuta. In fondo, tra le tante questa è carina, dai! Pensare agli splendidi concerti, pilastri del genio bachiano come a degli amici non è fuor di luogo, nè molto lontano dal vero! 
E capita a volte che siano proprio gli errori a svelarci aspetti inusitati delle cose, dimensioni che magari non avevamo considerato e che, nonostante tutto, arricchiscono il nostro rapporto con esse.

Così, oggi ho scelto un brano di Bach tratto proprio da uno dei miei "amici tedeschi": il terzo tempo, "Allegro", del "Concerto brandeburghese n.5 in Re maggiore BWV 1050".
Rigore e inventiva, ritmo e fantasia caratterizzano questo splendido pezzo in cui flauto traverso, violino e clavicembalo dialogano tra loro alternandosi e sovrapponendosi in precisissimi intrecci. Un po' fuga e un po' giga, con il brio danzante che si addice al movimento finale di una composizione barocca, il brano ci accompagna con la sua energia e ci risolleva l'anima con la sua vibrante vivacità. Proprio come farebbe un amico!

Buon ascolto!

mercoledì 4 luglio 2018

Straniante solitudine di un bacio

Mi ha sempre affascinato il dipinto che vedete qui, opera del norvegese Edvard Munch (1863 - 1944), intitolato "Il bacio con la finestra" e conservato presso il National Museum of Art di Oslo. 
Si tratta di una composizione conosciuta quasi al pari de "L'urlo" ma, se non fortemente drammatica come questo, certo altrettanto espressiva per una sorta di sottile angoscia che da essa traspare.

La caratteristica principale per cui il dipinto mi colpisce è la collocazione in esso dei due protagonisti. Non sono infatti al centro del quadro - come nei famosi Baci di Hayez, Klimt, Magritte o dello stesso Munch in un'altra sua creazione - ma appartati e protetti in quello che, forse, è un angolo dietro una tenda, quasi il loro fosse un bacio rubato, in segreto, fuori dal raggio di occhi indiscreti. 
E affascinante è pure il contrasto tra il chiaro e lo scuro, l'esterno e l'interno: fuori il mondo, le vetrine dei negozi nella luce azzurra della sera; dentro un'intimità segnata da un'ombra progressivamente più fitta e da un abbraccio. 
A creare tale impressione contribuisce anche la pennellata lunga e spessa tipica di Munch, che si traduce qui in un'onda avvolgente fatta di linee oblique che dalla tenda proseguono nelle braccia dell'uomo che circondano la donna, così come nell'abbandono di lei.

Ma dicevo che nell'opera leggo anche un che di vagamente angoscioso quasi fosse una rappresentazione a due facce.
Se da un lato infatti, mi prende lo splendore dei colori tutti giocati tra il blu e una trasparente gradazione di azzurro, dall'altro queste tinte possono farci percepire la freddezza di un'atmosfera nordica che le piccole luci gialle sulla strada non riescono a dissolvere. Sia all'interno che all'esterno, inoltre, l'ambiente è anonimo: si tratta certo di una città, ma è difficile dare un carattere preciso a ciò che si vede, così come alla stanza in cui la scena è inquadrata. 
E se l'abbraccio della coppia è forse segno di una passione intensa e rapinosa, al tempo stesso le due figure così ammantate d'ombra possono lasciare una cupa sensazione di tristezza come se il loro incontro preludesse ad una separazione. 
Di più. Quei due volti non solo accostati, ma addirittura fusi tra loro, indistinti quasi fossero una cosa sola ed efficacissimi pur nella loro inespressività, possono tuttavia parere anche vuoti. Un vuoto nel quale lo spettatore è forse portato a specchiare se stesso, mentre là fuori scorre una vita ignara e incurante del sentimento o del dramma che si compie nell'esistenza del singolo. E ne può derivare un senso di straniante solitudine.

Così, ho pensato di associare alle immagini un brano di musica che, per certi aspetti, può riflettere tale ambivalenza.
Si tratta di un valzer tradizionalmente considerato opera postuma di Chopin - la "Valse mélancolique in fa diesis minore" - ma in realtà composto da Charles Mayer (1799 - 1862), contemporaneo del musicista polacco e vicino al suo stile. 
In anni recenti è stato infatti scoperto lo spartito originale del Valzer di Mayer intitolato "Le régret", Valse-Etude mélancolique op.332 che presenta una stesura più ampia rispetto alla versione fino ad allora conosciuta.
Detto questo però, ho scelto qui il testo precedentemente attribuito a Chopin perchè oggetto di un'interpretazione a mio avviso incantevole che, nel suo andamento pacato, ne mette in luce ogni più delicata sfumatura, come per esempio a 1,10 dall'inizio. 
Il brano è giocato tra un tema intriso di malinconia - e lo dimostra anche il titolo dato da Mayer: "Le régret", il rimpianto - e altri passaggi animati da più accesa passione. Così come la stessa espressione "Valse mélancolique" associa l'idea gioiosa della danza a quella di un languido ritornello, ora sognante, ora pervaso di tristezza.

Buon ascolto!

mercoledì 27 giugno 2018

Sigle Rai

(foto presa dal web)
Chi di noi può vantare quella che si dice una certa età, ricorderà sicuramente l' "Intervallo" televisivo trasmesso dalla Rai.
Erano gli anni Sessanta quando questo breve intermezzo nasceva dalla necessità di riempire ora lo spazio vuoto tra un programma e l'altro, ora il silenzio di qualche improvvisa interruzione dovuta a problemi tecnici.

In attesa che la trasmissione riprendesse il più presto possibile, si susseguivano immagini fisse in bianco e nero: pecore in particolare, insieme a scorci di paesaggio e monumenti un po' da tutta l'Italia. Era una pausa distensiva accompagnata da buona musica e in fondo anche un modo di viaggiare attraverso le foto che spesso ritraevano luoghi famosi.
Più avanti, negli anni Ottanta, al bianco e nero si è sostituito il colore, ma un certo cambiamento si è registrato quando le immagini - invece di panorami e monumenti - hanno iniziato a riportare scorci di vita quotidiana, luoghi di lavoro, a volte treni e stazioni, compreso talora il degrado di certi ambienti.

Oggi, all'intervallo si sono sostituiti gli spot pubblicitari una volta affidati al mitico "Carosello", ma in qualche modo la vecchia formula non ha cessato di esistere ed è stata riproposta dal 2013 col titolo di "Intervallo 2.0"
Lo scopo è ormai solo commerciale, tuttavia dell'antica versione è rimasta la colonna sonora che tanti certo ricorderanno, fatta di musica squisitamente barocca. 
E proprio qui volevo arrivare! Si tratta infatti della "Toccata" dalla "Sonata VI in La maggiore" di Paradisi, poi della "Sarabanda" dal "Concerto n.4 dei Concerts Royaux" di Couperin e infine della "Passacaglia" dalla "Suite per clavicembalo n.7 HWV 432" di Haendel.

Così, oggi vorrei soffermarmi sul primo e più vivace dei tre brani, dando il benvenuto in questo blog al napoletano Pietro Domenico Paradisi (1707 - 1791), contemporaneo - come si vede dalle date - dei più celebri musicisti dell'epoca a cominciare dagli italiani Vivaldi, Scarlatti e Porpora del quale a Napoli Paradisi era stato allievo. 
Il pezzo è nato in realtà come secondo movimento, "Allegro", della "Sonata VI in La maggiore" e l'appellativo di "Toccata" gli è stato dato poi, certo per il suo andamento brillante e il vivacissimo andirivieni di note particolarmente melodiose soprattutto nella famosa versione per arpa. Ma il brano è stato eseguito nel tempo anche con altri strumenti solisti, come pianoforte, organo, chitarra, fisarmonica, e pure arrangiato in versione jazz nelle più recenti rivisitazioni.
Una toccata ricca di scintillante inventiva dove il tema si articola prima in luminosi crescendo, poi in modo più sommesso e - nella clip video che ho scelto - l'arpa è accompagnata dall'orchestra d' archi.
Se già mi piaceva al tempo del primo intervallo televisivo, ancor più mi prende oggi con la sua freschezza e la sua trasparenza, le voci che s'inseguono, si richiamano e riecheggiano quasi fosse un canone, mentre ne scaturisce la gioia sorgiva di un ruscello ricco di acque.

Buon ascolto!

martedì 19 giugno 2018

Eleganza francese

(foto presa dal web)
Sono sempre più convinta che, in questo piccolo spazio web, sia la musica a imporsi guidando le mie scelte, talora anche al di là delle mie intenzioni del momento.
Ero infatti orientata a pubblicare un brano diverso da quello che troverete, incerta tra una mazurka di Glinka e un valzer attribuito a Chopin. Avevo già scritto quasi tutto il post, quando ho risentito per caso il pezzo di oggi salvato nelle bozze diverso tempo fa, e mi ha catturato di nuovo con un fascino che ha superato di gran lunga quello del primo ascolto.

Scatta a volte una sintonia per cui comprendiamo al volo che cosa ci è più congeniale in un determinato momento e che cosa no, da quali melodie ci sentiamo di lasciarci prendere e quali invece - per quanto si adattino bene al discorso, al dipinto, all'immagine cui sono associate - non sono le nostre qui e ora. Non basta infatti che siano belle, devono suscitare uno scatto interiore immediato e insieme un amore che regga al passare del tempo, capace di sorprenderci anche a distanza di giorni.

Così, quando ieri sera a post quasi finito ho riascoltato per caso Rameau, ho capito che avrei dovuto ricominciare tutto da capo perchè era la sua musica che volevo, quasi mi parlasse dentro.
Di Jean Philippe Rameau (1683 - 1764) ho già pubblicato altri pezzi tra i quali la famosa e splendida "Gavotta con variazioni" che - se volete - potete ritrovare qui. La cito perchè il brano di oggi, anzi i due brevi brani che si susseguono nella clip video fanno parte della stessa composizione: la "Suite in la minore RTC 5". Si tratta in particolare della "Sarabanda" seguita dal brillante pezzo di bravura intitolato "Les trois mains".  
Tre mani? Proprio così, e posso immaginare che il motivo di un titolo tanto singolare derivi dalla difficoltà, ma anche dalla velocità di esecuzione che, insieme all'incrocio della sinistra sulla destra, può dare l'impressione che davvero le mani siano tre!
  
Entrambi i pezzi sono tutta una fioritura di trilli e abbellimenti che l'interpretazione della bravissima pianista esalta in modo particolare, ora facendoci percepire il silenzio tra le note lente e solenni della Sarabanda a cominciare dal suo splendido esordio, ora consentendoci di cogliere anche le sfumature più giocose del branetto successivo. 
Prima un'attitudine meditativa, poi un andamento più leggero che si anima fino a diventare vivacissimo, sottolineati dall'uso del pianoforte invece del clavicembalo e da un'interpretazione certo più morbida. Delicatezza e brio meravigliosamente coniugati insieme all'inconfondibile eleganza francese del compositore.
Una musica sulla quale soffermarsi senza fretta, per lasciarsi pervadere dalla sua pace così come dalla sua luminosa, scattante energia.

Buon ascolto!

lunedì 11 giugno 2018

Un garbo pensoso

Una straordinaria, variegata, multiforme passione per la Bellezza della vita, quella con la maiuscola e quella nascosta negli angoli più quotidiani dell'esistenza: questa è la Sandra che ho conosciuto!

Basta scorrere i post e le immagini del suo blog che potete trovare qui o la sua pagina Facebook, per scoprire la ricchezza della sua anima creativa. 
Dagli splendidi acquarelli caratterizzati da un particolare gusto per il colore, alla poesia, dall'amore per la natura ai viaggi, fino ai tanti incantevoli lavori a maglia, segno non solo di abilità manuale, ma soprattutto di fantasia ed eleganza. Ho sempre avuto la sensazione che per lei fosse sufficiente mettere gli occhi su di un gomitolo di lana per vedere già cosa ne potesse nascere, quale ricamo raffinato, quale intreccio sapiente di trame e di trafori.

E poi le tante fotografie della sua quotidianità, attraverso le quali ci ha permesso di entrare nel suo mondo sempre teso a cogliere il calore degli affetti, a testimoniare il suo gusto, il suo desiderio di rendere bella la vita. Mi sono permessa di prendere dalle sue pagine alcune istantanee come la foto che vedete a lato, per me tenerissima, dove sta insegnando a suonare il pianoforte all'adorato nipotino.
Ma Sandra non era solo questo. Era anche una donna schietta e arguta, ironica e grintosa, di una grinta che la malattia aveva moltiplicato facendo emergere da lei tutta la sua capacità di mettersi in gioco in ogni situazione e rendendola ancora più combattiva. "Resistere" era la sua parola d'ordine, come lo era stata anche della nostra carissima Ambra.

Mi piace tuttavia ricordare qui anche un altro tratto del suo carattere che ho potuto apprezzare una volta in cui, per qualche momento, ci siamo trovate noi due sole, a tu per tu. Ed è un tratto di pacatezza e di discrezione, potrei definirlo un garbo pensoso.
Eravamo alla fine di un incontro tra blogger tenuto a Milano alcuni anni fa e Sandra, diversamente dal solito, era da sola. 
A sera ci eravamo recate insieme alla stazione: i rispettivi treni erano più o meno allo stesso orario e nell'attesa ci eravamo fatte compagnia. 
Era un po' affaticata, forse la stanchezza di fine giornata o forse un'avvisaglia della malattia che l'avrebbe aggredita di lì a poco. Mi pareva ci fosse in lei un sotterraneo timore o una segreta consapevolezza che qualcosa nella sua vita stesse per cambiare. Mi aveva parlato infatti di alcuni "pensierini" così come li aveva definiti, che ogni tanto la prendevano, niente di più. Ma chiacchierando di noi, dietro il suo sorriso e il suo consueto garbo, avevo colto un grande spessore insieme a una capacità di leggersi dentro - e di leggerti dentro - come poche: una capacità dolce e non invasiva, ma delicata come il gesto di una carezza. E me n'era derivato un gran senso di vicinanza.

Per questo, a lei voglio dedicare una delle più belle musiche di Giacomo Puccini, un'aria ricca di leggiadrìa e al tempo stesso di passione come il famosissimo "Vissi d'arte" dalla "Tosca".
Ho dato qui la preferenza ad una versione solo strumentale perchè lo splendore di una voce solista non ci distolga dall'incanto di queste note e dalla loro intensità. Intense come le parole della stessa Sandra tratte da un suo post dell'otto marzo 2015 che anche altri amici blogger hanno citato, ma che voglio ricordare anch'io per il loro coraggioso richiamo all'essenziale:

"L' essere anaffettivi, questo è il vero cancro dell'esistenza e io sono immune.
Quando la mia via - come quella di tutti - troverà la meta, so fin d'ora quali e quanti tesori saranno miei per sempre."

Grazie di cuore, Sandra, e buon ascolto!

mercoledì 6 giugno 2018

Armonie di un fabbro

 Nicolas de Larmessin II (1638 -1694): "Allegoria di un fabbro".
Non c'è due senza tre...ed ecco ancora Haendel per la terza settimana di seguito, naturalmente però con un brano che per atmosfera e stile si distacca dai precedenti.
È la versatilità del compositore - come ricordavo la volta scorsa - che gli ha consentito di spaziare con grande ricchezza creativa tra opere teatrali, musica sacra, concerti e melodie per voce solista o oper coro, divenute veri e propri patrimoni dell'umanità.

Oggi allora, ho scelto un' "Aria con variazioni", ultimo movimento della "Suite n.5 in Mi maggiore HWV 430" per clavicembalo, anche se ho dato la preferenza alla morbidezza di una versione per pianoforte.
Si tratta di un pezzo molto celebre, adattato nel tempo a diversi strumenti solisti e intitolato "The Harmonious Blacksmith": "Il fabbro armonioso". 
Si sa con certezza che il titolo non è stato dato dal musicista, tuttavia sulla sua origine sono state formulate varie ipotesi, anche se spesso prive di reale fondamento. 
Forse deriva dal soprannome di un certo William Lintern, apprendista fabbro con una grande passione per la musica di Haendel. 
O forse un caso aveva portato il compositore a ripararsi dalla pioggia vicino a una fucina, dove era rimasto colpito dal suono e dal ritmo del martello sull'incudine, e si sa che per un musicista - soprattutto se è dotato di orecchio assoluto - ogni rumore anche udito casualmente sa tradursi in note precise. Francamente non so se Haendel avesse questa capacità, immagino di sì ed è sempre una cosa affascinante. Ricordo una giovanissima pianista che, sentendo in piazza la campana della chiesa mi diceva: "È un do diesis!" e io dentro di me pensavo: "Beata te!". 
Ma torniamo alla musica.

Il brano si compone di un'aria e cinque variazioni. 
L'esecuzione, a mio avviso particolarmente scandita, mentre conferisce una giusta pacatezza alla parte iniziale, diventa poi più animata mettendo sapientemente in luce gli accenti ritmici che ci permettono di apprezzare il tema enunciato alternativamente dalla mano destra e dalla sinistra.
Mi pare che il pezzo si ponga sulla scia di quelle composizioni di contemporanei di Haendel quali Daquin, Rameau, Couperin, per non parlare di Vivaldi, che hanno riprodotto in note i più svariati suoni presenti sia in natura che altrove. 
E proprio Couperin ha imitato il battere di un martello nel pezzo intitolato "Le Tic Toc choc ou les Maillottins" che - se volete - potete trovare qui.

Ma il ritmo e la vivacità del brano di Haendel mi fanno pensare anche a dei bambini che cantano o che giocano. C'è infatti a partire dall'aria iniziale un'atmosfera di allegria che può ricordare una filastrocca infantile. 
Ciò non ne sminuisce affatto il pregio, ma ci induce a pensare che anche le composizioni più articolate nascano spesso da uno schema armonico di grande semplicità, come del resto le famosissime "Dodici variazioni per pianoforte K.265" di Mozart e tanto altro ancora.

Buon ascolto!

 

giovedì 31 maggio 2018

"The King shall rejoice..."

Canaletto: "L'Abbazia di Westminster"
"The King shall rejoice...": il re si rallegrerà. 
Ispirate ai versetti iniziali del Salmo 20 (21), queste parole costituiscono il titolo e l'apertura del "Coronation Anthem HWV 260" di Georg Friedrich Haendel.
Si tratta del terzo del quattro Inni scritti dal musicista in qualità di compositore della Cappella Reale inglese, per l'incoronazione di re Giorgio II e della moglie Carolina, avvenuta a Londra nell'Abbazia di Westminster nel 1727.

Dunque ancora Haendel, ma dopo l'aria delicata e sublime della volta scorsa, oggi mi piace proporvi un brano di grande energia e vivacità, ricco di fasto come si addice ad una cerimonia d'incoronazione. Del resto, solo Haendel tra i musicisti dell'epoca poteva vantare uno stile capace di adattarsi di volta in volta alle esigenze del teatro, della polifonia sacra o di altre celebrazioni. 
E in effetti, qui il compositore si avvale di un organico sia corale che orchestrale di grande ampiezza, probabilmente per la necessità di adattarlo al riverbero spaziale del luogo in cui doveva esibirsi: l'Abbazia di Westminster.

La clip audio che ho scelto comprende i primi due dei quattro movimenti di cui l'Inno si compone. Una lunga introduzione ci conduce subito in un'atmosfera sfavillante, enfatizzata dagli ottoni e dal ripetersi di alcuni passaggi quasi a sottolineare una gioia ridondante, mentre dall'attacco del coro in poi, l'energia e la solennità del canto possono ricordare alcuni squarci del famosissimo "Hallelujah" del "Messiah". E tuttavia, nonostante come brano di apertura il pezzo sia giustamente pomposo, avvertiamo subito l'inimitabile leggerezza delle note di Haendel che ci sollevano dall'ambito puramente celebrativo per riempirci l'anima di luce.
Più pacato invece il secondo tempo che, pur essendo un Allegro come il precedente, ci trasporta in un clima di maggiore morbidezza e cantabilità, segnato com'è da un garbato ritmo di 3/4 che può ricordare un minuetto.

Così, mi piace associare a questa musica il dipinto del Canaletto (1697 - 1768) che vedete nella foto in alto, raffigurante l'Abbazia di Westminster come appariva nel 1749 e come certo l'ha vista anche Haendel. 
Davvero il quadro il cui titolo completo è "L'Abbazia di Westminster e il corteo dell'Ordine del Bagno" - ordine cavalleresco fondato da Giorgio I nel 1725 - ci fa entrare nel clima del tempo per apprezzare una scena di ambiente della quale il pittore ha riportato anche i minimi particolari, quasi fosse una cartolina che ci arriva dal Settecento.
E l'edificio religioso, ieri e oggi luogo delle incoronazioni dei sovrani britannici, insieme al Salmo da cui Haendel ha preso spunto ci ricorda l'antica dottrina secondo la quale la legittimazione dell'autorità del re viene da Dio. 

Riporto qui il testo dell'Inno:

"Il re si rallegrerà nella tua forza, o Signore! 
L'hai colmato di felicità per la tua salvezza!
Gloria e adorazione hai posto su di lui.
 
Gli sei venuto incontro con benedizioni eccellenti, e gli hai posto in capo una corona d'oro finissimo.
Alleluja."

Buon ascolto!

giovedì 24 maggio 2018

Fascino inglese

Cappella di San Giorgio - Windsor
Sarà che sto sognando le vacanze, che ho negli occhi foto di castelli, parchi dal fascino inglese, nonchè matrimoni reali e quanto di inglese in questi ultimi giorni ci è stato offerto in tv...sarà frutto dell'effetto d'insieme, ma oggi sono tornata a Haendel.

Per quanto infatti il compositore sia tedesco di origine, ha trascorso buona parte della sua vita in Inghilterra, tanto da diventare musicista della famiglia reale per la quale ha scritto brani sontuosi.
Scintillante, maestoso e solenne, nei suoi numerosi pezzi celebrativi ha saputo entrare nel vivo degli eventi da interpretare in note, tanto da farne scaturire l'intima gioia. Il suo stile è infatti festoso e fastoso: dalla "Musica sull'acqua" alla "Musica per i reali fuochi d'artificio", dal "Dettingen Te Deum" ai quattro "Coronation Anthem" primo dei quali è il famoso "Zadok the Priest".  
Ma è anche ricco di una vitalità che possiamo cogliere, tra l'altro, in diversi brani del "Messiah" a cominciare dal celeberrimo "Hallelujah", o dell'oratorio "Solomon". Certo ricorderete - tratta proprio da quest'ultimo - la sinfonia intitolata "L'arrivo della regina di Saba", una delle creazioni più esaltanti che la musica barocca ci possa offrire. Ed è solo un esempio.

Tuttavia, a fronte di pezzi esuberanti e grandiosi, nelle composizioni di Haendel troviamo anche una vena intima d'incomparabile dolcezza. Basti pensare al "Largo" dall'opera "Serse" o ad altre splendide arie come "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo".
Proprio un'aria ricca di singolare fascino ha accompagnato il recente matrimonio del Principe Harry con Meghan Markle, e in particolare l'ingresso della sposa nella cappella del Castello di Windsor.

Sì, ho visto anch'io alcune riprese di questo evento che ha suscitato clamore, curiosità e spesso anche gossip, ma devo dire che - se pure la cosa inizialmente non aveva destato in me particolare interesse - le immagini poi mi hanno affascinato. Incantevole certo la cornice ampia e verdissima del parco, la severa eleganza del castello, così come la gotica Cappella di San Giorgio - divenuta nel tempo simile a una cattedrale - che si affaccia su di una piazzetta raccolta, un piccolo borgo di case a graticcio. 
Ma incantevole anche la schietta festa delle tante persone convenute e splendidi gli sposi nella loro gioia e - mi è parso - nella loro spontaneità: insomma un evento solenne di grande suggestione, a cominciare dall'appassionato sermone del Vescovo Michael Curry.

Naturalmente, però, la mia curiosità si è appuntata sulle musiche che hanno accompagnato la cerimonia, un vero e proprio concerto con brani classici di ieri e di oggi: da Tallis a Fauré, da Schubert a Rutter, solo per citarne alcuni; e insieme, pezzi gospel come il conosciutissimo "Stand by me" di Ben E. King.
Ma non poteva mancare Haendel! 
È stato infatti il brano iniziale, "Eternal source of light divine", dell' "Ode for the Birthday of Queen Anne HWV 74" ad accompagnare - come scrivevo - l'ingresso della sposa nella Cappella di San Giorgio. Ed è proprio questo che desidero condividere con voi oggi.
Si tratta del pezzo di apertura di una cantata profana scritta dal compositore nel 1713, in occasione del compleanno della Regina Anna di Gran Bretagna che aveva favorito la ratifica della Pace di Utrecht stipulata nello stesso anno. Proprio la celebrazione della pace è il tema del testo dell'Ode, composta da sette strofe ognuna delle quali si conclude lodando "il giorno che donò alla luce la grande Anna, colei che ha concesso una pace duratura sulla terra".

Il brano, un'aria di rara leggiadria caratterizzata da un incedere lento e ricco di fascino, è interpretato qui da Elin Manahan Thomas, la stessa soprano che lo ha cantato durante la cerimonia nuziale. Una voce di insuperabile luminosità e nitidezza che sembra ora dialogare, ora fondersi con quella degli strumenti, conducendoci in un'atmosfera di sempre più alto splendore.

Buon ascolto!

giovedì 17 maggio 2018

Musica in un interno

Da tempo, avevo tra i miei documenti in computer la foto di un'opera di Silvestro Lega (1826 - 1895), artista appartenente al movimento dei Macchiaioli.
Si tratta del celebre dipinto intitolato "Il canto dello stornello", conservato a Firenze presso la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti: un'immagine che mi ha sempre preso per il fascino che da essa promana, ma che qualcosa mi aveva trattenuto finora dal pubblicare.

L'opera rappresenta un pacato quadretto di vita familiare in cui l'artista ha raffigurato al pianoforte la giovane cui era sentimentalmente legato e - dietro di lei - le sue sorelle una delle quali intenta a cantare. 
La pianista è al centro del dipinto e le altre due un poco più appartate; tuttavia le loro figure sembrano assumere un rilievo quasi plastico in rapporto allo sfondo della stanza. 
A destra fa da cornice un tendone e a sinistra la linea obliqua della tastiera ci conduce all'aperto, verso un paesaggio di dolci colline. Potrebbe essere maggio, coi primi caldi primaverili e la campagna - là fuori - marezzata di una luce che illumina anche l'interno, offrendoci un'immagine pacata e ariosa.

Mi ha sempre preso l'atmosfera ottocentesca di questo insieme, il richiamo ad un ambiente di altri tempi evidente nell'abitudine di far musica in famiglia,  nell'abbigliamento e nelle acconciature delle tre donne, fino a particolari come la colonnina tortile e il piccolo candelabro del pianoforte che indicano uno strumento di antica eleganza.
Ma catturano l'attenzione anche le stoffe di abiti e arredi, nell'ampiezza con cui si dispiegano e nella varietà di tessuti che va dalla minuta fantasia del vestito della pianista, ai quadretti della gonna di una delle due giovani e ai grandi fiorami del tendone.
Ne possiamo intuire persino la consistenza, ora più lieve nell'abito intero e quasi impalpabile nella camicetta chiara, ora invece più sostenuta, tanto che vengono in mente stoffe come mussola, crepella, taffetas, piquet, cretonne e via dicendo.
Una rappresentazione particolareggiata e realistica quindi - a ben guardare anche nella somiglianza dei tre profili - ma insieme un'immagine sulla quale indugiare per lasciarsi pervadere da un senso di antica pace.

Tuttavia - ed è questo il motivo per cui avevo esitato a pubblicare il dipinto - ho sempre avvertito un certo contrasto, quasi una sfasatura tra la serietà e la compostezza delle tre protagoniste e il titolo del quadro - "Il canto dello stornello" - che fa pensare invece a un più movimentato e spensierato clima di vivacità. 
Se ingrandendo la foto osserviamo lo spartito, vi scorgiamo certamente la scrittura musicale con la parte del pianoforte e del canto. 
Eppure, il mio pensiero non corre a uno stornello col suo stile talora satirico o scherzoso, ma alla dolcezza di una romanza. 
Me lo dicono i volti soavi e pensosi delle due giovani in piedi, pervasi da una sottile malinconia, quello più serio della pianista e la grande compostezza delle loro figure che ad alcuni critici ha ricordato lo stile di Piero della Francesca: radici toscane che, attraverso i secoli, si richiamano e s'intrecciano.

Così, passando alla musica, per accompagnare questo dipinto ho preferito una delicatissima melodia di un compositore contemporaneo a Silvestro Lega: Charles Gounod (1818 - 1893). 
Si tratta di "Serenade", brano d'impronta intensamente romantica e dal dolce ritmo di berceuse composto su di un testo poetico di Victor Hugo. Sono versi struggenti in cui lo scrittore contempla l'amata quando canta, quando ride e quando dorme e tale contemplazione, dissipando ogni pensiero negativo, diventa fonte di profonda armonia.
Ho scelto qui una versione per voce e pianoforte che mi pare rifletta l'aura di discrezione e pacatezza del dipinto. E davvero, nella realtà, le giovani ritratte da Silvestro Lega avrebbero potuto cantare questa "Serenade", perchè composta da Gounod esattamente undici anni prima del quadro!

Buon ascolto!

 

mercoledì 9 maggio 2018

La schietta gioia della musica

Quando la tecnica è magistrale, essa si traduce ben presto in gusto, lasciando il posto al piacere di far musica, alla pura gioia di suonare che prende l'esecutore e con lui coinvolge gli ascoltatori.
Ne parlavo qui poco tempo fa, in riferimento alla "Fuga alla giga BWV 577" di Bach e al suo bravissimo interprete, ma ritorno oggi sull'argomento, sia pure con un brano diverso. Molto diverso.

Si tratta infatti della famosissima "Czarda" del napoletano Vittorio Monti (1868 - 1922), una composizione che - come certo saprete - prende spunto da una danza diffusasi in Europa a partire dalla prima metà dell'Ottocento. 
La sua origine è popolare e colta insieme: popolare se pensiamo che il temine czarda indicava un ballo da osteria; e colta perchè ad essa si sono ispirate le danze ungheresi d'impronta gitana, rese poi famose da musicisti come Lizst, Brahms e Lehar.
Brio aggiunto al brio insomma: la vivacità insita nello spirito napoletano di Monti unita al trascinante ritmo ungherese e il tutto interpretato qui dal talento di un violinista polacco.

Solista è infatti Mariusz Patyra, già vincitore del Premio Paganini e splendido interprete che i lettori di questo blog ricorderanno per averlo ascoltato in alcune magistrali esecuzioni.
Come scrivevo anche in passato, ho sempre apprezzato non soltanto le sue doti di grande virtuoso del violino, ma soprattutto la straordinaria naturalezza e versatilità con cui fa fluire le note dallo strumento, riuscendo a coinvolgere l'ascoltatore nel gusto profondo della musica.
Ed è un gusto dalle molteplici sfumature, come possiamo osservare dal video dove insieme al rigore, alla concentrazione e all'attentissima coordinazione con le altre voci orchestrali, cogliamo in lui anche l'abbandono alla gioia e alle emozioni che - di passaggio in passaggio - questa musica gli ispira.

In effetti la "Czarda" di Monti è un pezzo molto vario, composto da parti con differenti tempi, tonalità che alternano il re minore al re maggiore, e sezioni lente che si avvicendano ad altre più mosse fino al brioso, vivacissimo finale.  Un classico pezzo di bravura, esuberante e scorrevole che il violinista, accompagnato da una vibrante orchestra d'archi, interpreta con nitidissima intonazione e perfetto tempismo. Una musica ricca di contrasti che l'interpretazione mette sapientemente in luce, giocando tra il forte di certi passaggi e alcuni intensi pianissimo, tra i frequenti glissati e gli staccati dove sembra talora che il canto del violino si faccia una cosa sola col solista fondendosi col suo respiro.
Un'esecuzione strepitosa da gustare fino in fondo in tutte le sfumature del brano come nel crescendo finale, ma segnata soprattutto dal piacere di suonare. Lo leggiamo in viso a Patyra: nel suo sorriso, nel garbo, nell'equilibrio tra entusiasmo e misura e - diciamolo! - anche nel suo schietto divertimento che coinvolge il pubblico, e noi che guardiamo, nel gioioso vortice della musica.

Buona visione e buon ascolto!

martedì 1 maggio 2018

"Dolce paese..."

Sfuma leggera la foschia sulle colline, dove l'azzurro si carica di una tonalità più cupa e il verde contrasta col cielo, la pietra scabra del pozzo e il cespo di fiori rosa, lì accanto.
È l'immagine che offre il mio calendario toscano che ho aggiornato stamattina, inaugurando il mese di maggio.
Dico toscano non solo perchè l'ho comprato lo scorso anno a Lucca per l'esattezza, ma per le foto che riportano angoli, scorci, monumenti o panorami un po' da tutta la regione.

A prima vista, questa che vedete sembra un'inquadratura della campagna senese - o forse anche maremmana - ondulata da dolci colline, con un cerchio di cipressi intorno a un rustico casale: luoghi che mi hanno sempre affascinato per la morbidezza con cui in essi si fondono elementi contrastanti. 
Qui infatti, la pietra rustica della vera da pozzo si sposa col verde del prato che ci regala invece una sensazione vellutata. E al tempo stesso quel verde - fresco come i germogli a primavera - si armonizza con un cielo che quasi prelude al temporale, mentre lo sfondo marezzato di luce ci consente di scoprire particolari di paesaggio che a prima vista non si notano. 
Se infatti ingrandiamo la foto, essa ci svela campi, sentieri, un fumo che biancheggia in lontananza e un lieve profilo di monti che può ricordare i versi carducciani del sonetto "Traversando la Maremma toscana": 

"...pace dicono al cuor le tue colline / con le nebbie sfumanti e il verde piano / ridente ne le piogge mattutine".

E l'immagine mi pare davvero la fisionomia di un "dolce paese" dalla riposante morbidezza, dove ritrovare antiche radici, placare ansie o nostalgie e sul quale fermare - insieme al poeta - uno sguardo rasserenato e commosso.

Ma essa mi riporta anche ad un brano di musica ora delicato come questo paesaggio, ma altrove ricco di contrasti evidenti nei frequentissimi passaggi tra il forte e il piano
Si tratta del primo movimento della "Sonata n.24 in Fa diesis maggiore op.78" di Ludwig van Beethoven, dedicata "A Thérèse von Brunswick", sua allieva e forse destinataria delle famosissime lettere che il compositore aveva dedicato all' "Immortale Amata".
In effetti, leggendo tali lettere - mai spedite e rinvenute tra i documenti del musicista dopo la sua morte - insieme a notazioni di vita quotidiana vi si trovano espressioni traboccanti di amore e sofferenza, speranza e nostalgia, sentimenti che la Sonata n.24 esprime efficacemente, inducendo alcuni studiosi ad ipotizzare che Thérèse sia stata destinataria anche degli scritti.

Questo che ascolterete è un primo tempo in realtà suddiviso in due parti: un "Adagio cantabile" introduttivo di sole quattro battute di accordi ascendenti, e un "Allegro ma non troppo", melodia luminosa, fatta di momenti di dolce intimità alternati ad altri più tempestosi e drammatici dove il tema è ripreso in tono minore.
Contrasti - appunto - come quelli del paesaggio in primavera, che spesso si ricompongono in soavità regalandoci insieme ricordi, nostalgie e tutte le sfumature di un appassionato sentimento d'amore. 

Buon ascolto!

 

domenica 22 aprile 2018

Abbandonarsi alla gioia

Avete presente i bambini quando giocano, corrono, ma soprattutto saltano? 
Saltano a volte così, per conto proprio, non necessariamente dietro a qualcosa come un pallone o - per esempio - per far festa a qualcuno. 
Saltano perchè sono felici, per manifestare la loro allegria, quell'allegria senza un preciso motivo se non l'essere vivi.

Ecco, il brano musicale di oggi mi fa pensare proprio a questo abbandonarsi alla gioia di vivere, ragione di fondo più sostanziale di tante altre contingenti ed effimere. A creare in me tale suggestione è il particolare ritmo del pezzo decisamente animato e danzante.

Si tratta della "Fuga alla Giga in Sol maggiore BWV 577" di Bach, qui eseguita dall'olandese Matthias Havinga, organista, pianista e docente al Conservatorio di Amsterdam, erede di quella generazione di organisti cui appartengono - per esempio - Ton Koopman e il compianto Gustav Leonhardt.
Mi pare che la bellezza e la singolarità del brano stiano proprio nel fatto che il compositore vi ha associato l'architettura della fuga al ritmo di una danza in tempo ternario come la giga, qui in particolare in 12/8. 
Di origine inglese o forse irlandese, tale danza si è diffusa in tutta Europa nel periodo barocco, conferendo particolare ritmo e vivacità ai vari brani, come possiamo notare in questo pezzo così movimentato e quasi saltellante.

Ma osserviamo la concentrazione appassionata del bravissimo interprete che pare letteralmente abbandonarsi all'onda della musica che ha dentro di sè - suona infatti a memoria - lasciandosene trasportare e immedesimandosi nel suo splendore!
Non solo mani e piedi si muovono con straordinaria scioltezza e altrettanta leggerezza su tastiere e pedaliera, ma tutto il suo corpo è coinvolto e accompagna l'andamento del brano. La tecnica - frutto certo di spiccate doti naturali, ma anche di esercizio costante - lascia qui spazio al piacere di suonare in totale fusione con lo strumento e con le note, quasi tra loro e l'interprete corra una passione reciproca. Lo cogliamo dai gesti, ma anche dall'ombra di sorriso che si disegna sul volto dell'organista.

C'è infatti un livello oltre il quale è solo la Bellezza a parlare, mentre il rigore si traduce in un gusto che rende partecipi anche noi, consentendoci - per quanto possibile - di entrare nel vivo del brano.  
Allora, per un misterioso sortilegio, tutti diventiamo Bach, la musica va oltre la musica e quel ritmo che già avvertiamo in corpo, si trasmette anche alla mente e al cuore lasciandovi dilagare - liberissima - la gioia.

Buona visione e buon ascolto!

domenica 15 aprile 2018

Un luminoso respiro

Van Gogh: "Ramo di mandorlo fiorito".
Mi mancava.
Incredibilmente, è dal mese di luglio dello scorso anno che non ho più pubblicato nulla di lui e mi sono resa conto che mi mancava.
Avevo nostalgia della luminosità delle sue note, di certi tempi lenti venati di malinconica dolcezza, ma soprattutto di quella sua attitudine pensosa, capace di metterci in sintonia con lo splendore segreto dell'esistenza.
Sto parlando di Mozart. 
Tornare alla sua musica è come ritrovare una misura nostra, un respiro interiore più calmo e più profondo, è aprirsi a una luce che viene dal cuore e si trasmette allo sguardo. O come riprendere un passo che col respiro procede in armonia, traducendosi in una serena percezione della realtà circostante, in un luminoso stupore verso il creato.
Per questo oggi vi propongo il secondo movimento, "Adagio", tratto dal "Divertimento n.2 in Re maggiore K.131": un brano che per certi aspetti può ricordare la leggiadria di altri pezzi ancora più famosi. Penso, per esempio, al terzo tempo della Serenata n.10 K.361 "Gran Partita", ma le citazioni si potrebbero moltiplicare.

Si somigliano gli Adagi di Mozart?
A me pare di sì: hanno spesso una struttura simile, una tessitura timbrica inconfondibile e sempre ci regalano un' aura tutta particolare che rende subito riconoscibile il compositore, come del resto accade anche per lo stile di altri artisti. E tuttavia ogni pezzo è diverso perchè Mozart vi ha saputo coniugare la bellezza in una molteplicità di modulazioni e di tratti simili ma al tempo stesso differenti, realizzando un mirabile ideale di unità nella varietà. 
Sette note soltanto - o dodici, se preferite - ma capaci di aprirsi all'infinito come  infinita è l'anima del compositore.
Così è pure in questo brano. Ascoltiamolo.

Luminosissimo il suo esordio con un la maggiore che introduce una breve scala discendente poi ripresa varie volte al suo interno. È come se la serenità scendesse proprio dall'alto, posandosi con un ritmo di pacata, danzante dolcezza sugli oggetti circostanti e sul nostro cuore. 
Ma anche dove la trasparenza talora si offusca e il tema si fa più ombroso ammantandosi di tristezza come nella seconda parte, il dialogo tra gli archi - in particolare tra primo e secondo violino - ci regala comunque un'incomparabile, terapeutica armonia.
Una melodia che ci tocca nel profondo come una primavera che, dopo il lungo inverno, si annunzia lieve e ci pervade con il fascino arioso di un ramo fiorito nel vento e con la leggerezza ricca di fremiti di queste note. 
Un brano da ascoltare a lungo perchè ci conceda pienamente il suo incanto trasparente eppure discreto, come un cielo nel quale sprazzi di sereno si alternano a qualche nube leggera che, a poco a poco, va a svanire.

Buon ascolto!

sabato 7 aprile 2018

Meraviglioso Vivaldi !!!

Beato Angelico: "Incoronazione della Vergine" (particolare)
Meraviglioso Vivaldi, sì!!!
E non solo per il timbro inconfondibile di tanti suoi brani o la struggente malinconia di altri; o ancora per la vena descrittiva delle "Quattro stagioni" e dei vari concerti dove l'armonia imitativa si dispiega in mille modi.
Ma meraviglioso anche per la drammaticità profonda, per il tocco lieve e al tempo stesso intensissimo col quale il compositore si è accostato a certi eventi cogliendone l'anima.
Sto pensando al brano dallo "Stabat Mater" RV 621 che ho pubblicato qui lo scorso Venerdì Santo e sul quale vorrei tornare brevemente, per sottolinearne la sublime bellezza. Andate a riascoltarlo, per favore.

"Eja Mater, fons amoris..." Oserei dire che nel dolore di Maria sotto la croce Vivaldi si è letteralmente inabissato, tentando di interpretare ed esprimere in note ciò che - in realtà - esprimibile non è. Ci sono infatti dimensioni esistenziali di cui la grandezza dell'arte sa essere specchio luminoso e altre che - al contrario - può solo adombrare. E il dolore di Maria è un oceano senza fondo.
Eppure, il desiderio espresso dal testo di condividere tale sofferenza - "me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeat" - si traduce per il compositore in un cammino simile a quello di chi si avventura sottoterra, nel buio, tra anfratti di rocce scabre, in un percorso sconosciuto dove la Madre si addentra seguendo il Figlio. E noi con Lei. 
È proprio qui, infatti, che la musica ci conduce attraverso sentieri tortuosi, per sorprendenti e inusitati cambiamenti di tonalità, ritmati dal violino con due note di fondo ripetute, secche, quasi sferzanti, di un'ineluttabilità che non lascia scampo.
Ma l'incanto di questo pezzo è sottolineato anche dalla straordinaria voce del controtenore Philippe Jaroussky che conferisce al brano una purezza ineguagliabile, quasi fossimo condotti a sfiorare il cuore di Maria.

Così, oggi ho scelto di nuovo un brano di Vivaldi, ma - questa volta - segnato dalla gioia, come si addice al tempo liturgico che stiamo attraversando.
Si tratta del "Laudate Dominum" RV 606, mottetto sul testo del Salmo 116 (117) col quale - tra gli altri - si sono misurati anche Monteverdi, Haendel e Mozart.
Mi ha colpito molto questa composizione, non solo per la vivacità e l'energia che si addicono ad un canto di lode, ma anche per un aspetto a mio avviso singolare. Diversamente da ciò che di solito si osserva altrove, il brano è giocato prevalentemente in tonalità minore e non maggiore come ci si aspetterebbe dal tema cui è dedicato.
Ad eccezione infatti di alcuni passaggi e dell'accordo finale, il pezzo è impostato in re minore e la luminosa assertività tipica dei toni maggiori è recuperata qui dalla trascinante vivacità del ritmo e da una tensione capace di far scaturire la gioia anche dagli anfratti più ombrosi della musica.
Un'esortazione, insomma, all'intensità della lode "quoniam confirmata est super nos misericordia eius", che mi sembra bello pubblicare proprio oggi, vigilia della Festa della Misericordia.
  
"Laudate Dominum omnes gentes
laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est
super nos misericordia eius,
et veritas Domini manet in aeternum.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio, et nunc et semper
et in saecula saeculorum.
Amen." 

Buon ascolto!