lunedì 3 agosto 2020

"Les oiseaux dans la charmille"

T.J.Wilcox: "Les oiseaux dans la chiarmille" (Foto presa dal web)
Oggi mi piace inaugurare il mese di agosto con un tocco di leggerezza, di grazia e di sorriso.
Così, vi propongo un brano musicale un po' insolito rispetto a quelli che pubblico abitualmente e un autore  nuovo per questo blog.

Diamo infatti il benvenuto a Jacques Offenbach (1819 - 1880): compositore tedesco naturalizzato francese, famoso per la sua ricca produzione tra cui numerosissime operette.
Quella che gli ha dato la massima celebrità tuttavia è una vera e propria opera di carattere comico-fantastico intitolata "I racconti di Hoffmann"
Si tratta di un lavoro il cui libretto prende ispirazione da testi di vari autori tra i quali spiccano appunto tre racconti del poeta romantico E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822). Dei cinque atti in cui la composizione è suddivisa, i più importanti sono quelli centrali ambientati in diverse città (Parigi, Monaco e Venezia) in cui Hoffmann - che qui da autore diventa anche personaggio - s'innamora di volta in volta di fanciulle differenti.

Musicalmente parlando, una delle arie più conosciute dell'opera è senza dubbio la "Barcarola" che inaugura il IV atto, una melodia lenta e nostalgica, dal ritmo uniforme che accompagna di solito il canto dei gondolieri e che Offenbach ambienta proprio a Venezia.
Ma senza nulla togliere a questo celebre brano, oggi ve ne propongo un altro altrettanto famoso, dal quale sono stata affascinata sia per la sua vivacità che per la grazia della bravissima interprete, soprano e attrice al tempo stesso come peraltro è opportuno che sia ogni cantante d'opera.

Siamo al secondo atto della composizione: qui, al centro di una complessa storia d'amore e di sotterfugi sta la bella Olympia, bambola meccanica costruita da uno scienziato con tale maestria che di lei s'innamora perdutamente il protagonista credendola una donna in carne ed ossa. 
Momento centrale dell'episodio è proprio la festa organizzata dall'inventore di Olympia per presentarla al pubblico, facendole cantare una melodia intitolata "Les oiseaux dans la charmille": gli uccelli sotto il pergolato.
Si tratta di una classica aria di coloratura, ricca di virtuosismi canori che presuppongono grande agilità vocale nell'interprete. 
Qui il testo, a dire il vero, è quello di una canzonetta romantica priva di particolare profondità, ma è proprio la musica - attraverso svariati abbellimenti, trilli e vocalizzi - che ha il compito di compensare la semplicità delle parole rendendo questo brano un vero pezzo di bravura. E se da un lato Offenbach ha arricchito di ornamenti musicali il tema della melodia, dall'altro spetta al soprano avere grande capacità interpretativa e soprattutto sicura padronanza vocale.
È proprio il caso della giovanissima Patricia Janečková - classe 1998 e nel video ancora diciottenne! - che, radiosa nella sua interpretazione, ci offre una prova a mio avviso incantevole, soprattutto nelle seconda parte del pezzo in cui la fioritura di note si fa più articolata e complessa. 
Perfetta la sua intonazione non solo nei numerosi acuti e vocalizzi, ma - cosa qui decisamente essenziale - anche nella capacità di accordare la voce ai movimenti a scatto tipici di un automa.

Buon ascolto, buona visione e - spero - buon divertimento!

domenica 26 luglio 2020

Lui e lei

Li vedo tutti i giorni nel mio paesetto di montagna, quando vado a bere il caffè in un mirabile angolo di verde: delicati e lievi come due giovani amanti un po' timidi, eppure tenaci nella loro leggerezza.
Sono due alberelli che osservo da tempo, due betulle che crescono in un prato dietro il quale scorre il torrente che, con suono fragoroso e continuo, sottolinea il silenzio circostante e la tranquillità del primo mattino.

Da tempo li ho chiamati "lui e lei" perchè, a differenza delle piante che crescono intorno, dritte e svettanti verso il cielo, intrecciano le loro chiome come fossero una coppia
Non nascono vicini: i loro tronchi sottili dalla bianca corteccia tipica delle betulle, sono ben distanziati; ma negli anni i rami si sono pian piano avvicinati a somiglianza di quelle persone che per un po' procedono isolate e poi intrecciano gradatamente relazioni con chi da tempo avevano accanto magari senza saperlo.  
Ma la loro presenza mi richiama alla mente anche le parole della volpe al Piccolo Principe sull'arte di creare dei legami:

"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
 
Potrebbe essere una coppia giovane, talora avviluppata da segreti pudori e che arrossisce anche al solo prendersi per mano. 
Altre volte invece, i due alberelli mi ricordano una di quelle coppie di una certa età e lunga consuetudine: lui un po' spampinato nei rami più alti e lei che gli si appoggia dolcemente, in certe mattine con un'inclinazione ancor più accentuata per il peso della pioggia della notte. Due alberelli che - come tutti - seguono l'andamento del cielo, esposti ora al sorriso ristoratore dell'azzurro, ora al vento o alla tempesta, in una dimensione di bellezza e insieme di provvisorietà che induce a pensare.
Stamattina, li attraversa il sole suscitando bagliori sulle foglie che sono tutte un palpitante luccichìo mentre, in controluce, appare più evidente il disegno dei loro rami lievemente allacciati. Ed è singolare come la natura - nel suo variegato splendore - sia vicina alla nostra umanità suggerendoci gesti, immagini, relazioni, dettagli di bellezza che ci parlano proprio dell'arte di creare dei legami.

Per questo, oggi ai miei alberelli desidero dedicare il "Larghetto" della "Serenata in mi minore per orchestra d'archi, op.20" di Edward Elgar (1857 - 1934): un pezzo di raffinata scrittura ma soprattutto di intenso romanticismo, forse tra i più celebri del compositore inglese.
Dopo un' introduzione pervasa da un clima nostalgico, il tema che si apre resta in sintonia con tale atmosfera attraverso accenti di profondo lirismo e tratti di intimità, sottolineati da misuratissime pause e sapienti pianissimo
Nella ripresa, tuttavia, Elgar ci regala un più energico e compiuto afflato di passione, per concludere poi tornando alla delicatezza iniziale.

Una musica ora scorrevole e luminosa, ora pacata e sommessa, che tuttavia sa scavare dentro: struggente malinconia e sprazzi di sereno si alternano infatti nel brano, ma - a mio avviso - è un vago senso di provvisorietà a conferire a queste note un fascino indicibile, degno quasi di un'aria pucciniana. È quella particolare malinconia che deriva dalla contemplazione di una bellezza destinata a sfiorire, mentre in ciascuno di noi abitano il desiderio e la nostalgia di una dimensione definitiva.

Buon ascolto!

sabato 18 luglio 2020

Donne col libro - 7


A.Renoir : "Ragazza che legge" Houston, Museo di Belle Arti.




















"Donne col libro, ovvero l'interesse": potrebbe intitolarsi così, questa volta, la piccola serie di dipinti - tre in tutto - che ho scelto tra la vasta gamma di esempi che la Storia dell'Arte ci offre.
Gli autori sono Renoir, Faruffini e Birney: un artista francese, uno italiano e uno statunitense pressocchè contemporanei, che hanno operato nella seconda metà dell'Ottocento o talora alle soglie del Novecento.

Della loro produzione sull'argomento mi hanno affascinato le figure femminili qui rappresentate: tre giovanissime donne in tre atteggiamenti e contesti diversi, eppure accomunate da un'attenzione vivida alla lettura e dal fatto di essere - in ciascun dipinto - le protagoniste assolute della rappresentazione.
Certo, ci sono anche i libri, e se nel primo quadro ne è raffigurato uno solo, negli altri sono parecchi: testi vecchi e nuovi, volumi antichi, tomi di biblioteca, libri di studio o romanzi...chissà! 
Ma nonostante questo, mi pare che l'attenzione dei pittori si sia incentrata non tanto sull'oggetto in sè, ma prima di tutto sulle persone che ne fruiscono: donne colte, che fanno della lettura ora un arricchimento interiore, ora una forma di svago, ma anche uno strumento di studio o di lavoro.

Osserviamo il quadro di August Renoir (1841 - 1919) intitolato "Ragazza che legge" e realizzato nel 1890. 
Mi pare sia poco più che una fanciulla la giovane raffigurata, che riempie con la propria presenza e col caldo colore del vestito buona parte dello spazio circostante. 
Pochi gli arredi intorno: la poltrona e il tendone le cui tinte richiamano quella dell'abito e quasi vi si fondono. Ma è proprio quest'ultimo, con la scollatura un po' arricciata e le maniche a sbuffo, a suggerirmi la giovane età della ragazza: forse un'adolescente attratta dai primi romanzi d'avventura o d'amore o da un testo di poesia. 
In realtà, non sappiamo che genere di libro stia leggendo, ma cogliamo il suo interesse dall'atteggiamento sereno e assorto, e dalle sue labbra leggermente socchiuse forse in un gesto di stupore. E mi pare che la composizione - peraltro non l'unica di Renoir su questo tema - si possa inquadrare bene tra le varie raffigurazioni del mondo borghese e soprattutto femminile ripreso spesso dall'artista e dalla pittura del secondo Ottocento.

F.Faruffini : "La lettrice" - Milano, Galleria d'Arte Moderna
Altra cosa - a mio avviso - è il quadro di Federico Faruffini (1831 - 1869) intitolato "La lettrice" e datato intorno al 1865.
Se l'attenzione assorta è la caratteristica della fanciulla di Renoir, qui la protagonista, pur sempre concentrata nella lettura, lo è tuttavia in modo diverso.
La giovane - forse Clara, donna con cui il pittore aveva una relazione, tant'è che non espose mai il quadro in vita - dimostra certamente interesse e forse piacere per ciò che legge, ma a me pare di scorgervi anche l'ombra di un atteggiamento critico.

Mi spiego: il suo non mi sembra l'abbandono di chi legge entrando in una storia e lasciandosene portar via, ma è lo sguardo di chi valuta e soppesa, l'attenzione di chi giudica e forse  confronta, data la quantità di libri affastellati sul tavolo.
Me lo suggerisce anche la posizione della testa leggermente tesa all'indietro, atteggiamento di chi non si lascia rapire totalmente da ciò che legge, ma - forse inconsciamente - frappone tra sè e il libro una distanza, quasi a rivendicare un'autonomia di giudizio.

Anche lo spazio che circonda la  protagonista è più ricco e articolato rispetto al dipinto di Renoir e, mentre da un lato ci riporta al passato, dall'altro ci riconduce agli anni in cui Faruffini vive.
Se infatti in secondo piano l'artista ha dipinto una natura morta - libri disordinati sulla scrivania, una candela, un'ampolla di vetro, un calamaio e un bicchiere con una viola del pensiero - ispirandosi alle tante opere del genere dal Seicento in poi, in primo piano ci regala un'immagine indubbiamente più moderna. 
La protagonista è presa in un momento di distensione in cui si rilassa leggendo, e ci appare come una giovane donna colta, disinvolta, libera e - rispetto ad altre raffigurazioni - anche un po' spregiudicata.
Ce lo suggeriscono il taglio fotografico che la riprende in un efficacissimo scorcio e soprattutto quella sigaretta accesa che la giovane tiene tra due dita, dati che ci testimoniano la vicinanza di Faruffini agli ambienti della pittura realista del secondo Ottocento e della Scapigliatura milanese.

Un'ambientazione per certi aspetti simile, ma un differente carattere della protagonista ci offre invece il dipinto di William Verplanck Birney (1858 - 1909) intitolato "The reader" e datato 1890.
W.V. Birney: "The reader" - Florida  (coll. privata)
Davanti a una scrivania stracolma di vecchi volumi talora un po' squinternati, con a lato un sottilissimo calice e un fiore, sta una giovane intenta alla lettura di un corposo testo.
Chi può essere? Una scrittrice? Una storica? Una giornalista? O una studiosa che desidera soddisfare un interesse personale?
Non lo sappiamo, ma di questa figuretta mi colpiscono il viso luminoso, la vivida attenzione e soprattutto la freschezza tipica di una persona desiderosa di apprendere.

Nonostante certi punti di contatto, anche questo dipinto si stacca dai precedenti. 
Quello della protagonista non è infatti il sereno abbandono della fanciulla di Renoir e neppure il piglio disinvolto e - se vogliamo - un po' critico della lettrice di Faruffini. 
Ma è la concentrazione seria di una giovane donna che forse cerca informazioni per motivi di studio o di lavoro.
Non si trova in casa propria in una pausa di distensione, ma probabilmente in una biblioteca a consultare vecchi testi, ed è pure di fretta. Lo dimostra il fatto che non si è neppure tolta il cappello e ha lasciato borsetta e guanti su di uno sgabello vicino. Una donna impegnata quindi, e ricca di un interesse per la lettura che sembra addirittura illuminare il suo viso.
Osservandola, mi viene in mente lo spirito appassionato e indipendente della celebre Jo March di "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", romanzi che - proprio negli Stati Uniti - Louisa May Alcott aveva già pubblicato tra il 1868 e il 1869. Chissà mai che, raffigurando questa giovane lettrice, Birney non vi si sia ispirato?

E per passare alla musica, in sintonia con le immagini vi propongo un brano di Gabriel Fauré (1845 - 1924): la "Fantasia in mi minore op.79" per flauto e pianoforte.
Si tratta di un pezzo che coniuga il tema - un'aria inizialmente dolce e malinconica - con una varietà di accenti che vanno dall'atmosfera di una romanza a parti più accese e ricche di vivacità. 
Per quanto non sia suddiviso in veri e propri movimenti, il brano si compone di sezioni diverse: dopo un inizio più romantico, infatti, la Fantasia - proprio com'è tipico di questo genere di composizioni - si vivacizza con un andamento che alterna passaggi qua e là scherzosi ad altri più meditativi, toni maggiori a toni minori.
E mi pare che un andamento così variato possa in fondo rispecchiare la molteplicità di spunti che ci possono offrire i libri con i loro generi diversi, ma anche - e soprattutto - la multiforme ricchezza di emozioni e sentimenti che la lettura stessa sa suscitare in noi come nelle protagoniste dei dipinti qui presentati.

Buon ascolto!

venerdì 10 luglio 2020

"You were a child"

Ci sono versi di poeti, stralci di testi magari brevissimi come fulminee illuminazioni, che talora ci restano dentro e riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo a interpretare una situazione, a identificare uno stato d' animo come noi meglio non potremmo.

Si tratta magari di ricordi lontani che pensavamo di aver dimenticato. 
Invece si sono depositati in noi quasi a nostra insaputa e talora - a distanza di tempo - si staccano come madrepore che da un fondale marino arrivano in superficie. Così prendono a parlarci fuori dal contesto in cui sono nati per diventare nostri. Del resto, prerogativa del linguaggio poetico è proprio la capacità di superare spazio e tempo per farsi universale, pur avendo origine da un impulso squisitamente soggettivo.

A me succede ogni tanto, soprattutto con i versi di Giuseppe Ungaretti che fotografano in modo essenziale e incisivo situazioni e moti interiori che il lettore può applicare anche a se stesso. Ed è stato qualche giorno fa che, riflettendo sulla pandemia e sulle prospettive future disegnate da vari esperti con l'incertezza che le contraddistingue, mi è affiorato da chissà dove questo verso ungarettiano:

"D'altri diluvi una colomba ascolto."

Un unico verso, ma in realtà un'intera poesia intitolata "La colomba" e formata proprio da un solo endecasillabo.
Non l'ho mai studiata a scuola, ma so da dove me ne deriva il ricordo perché me l' avevano chiesta - una vita fa! - all'esame di abilitazione. Francamente, non ho idea di cosa posso aver detto improvvisando su di un testo mai visto in precedenza, ma d'allora questo verso si è depositato in me lavorando in segreto, tant'è vero che è riaffiorato spontaneamente nei giorni scorsi.

La colomba nel racconto biblico annunzia la fine del diluvio universale, ma a me pare che qui, parlando di "altri" diluvi, il poeta faccia riferimento a sventure più recenti e vicine che egli stesso può aver vissuto - prima fra tutte la guerra - ma in rapporto alle quali avverte in sè segnali di salvezza. 
Me lo suggerisce il fatto che Ungaretti non scrive "una colomba attendo" - indice di una speranza, sia pure non ancora realizzata - ma proprio "ascolto", come se la fine dei diluvi fosse già in atto e andasse semplicemente colta prestando attenzione a una piccolo evento qual è il canto di una colomba. 
Un ascolto tuttavia anche interiore, quasi che la pace e l'armonia che essa simboleggia fossero da cercare prima di tutto in noi stessi, in un impulso profondo al quale dare spazio e voce.
Per questo, il verso ungarettiano mi comunica un senso di fiducia, come se la salvezza dalle varie tempeste della vita fosse già insita nella realtà, e il mondo fosse già stato riscattato in una dimensione che, però, non riusciamo a percepire e che solo l'intuizione di un poeta sa cogliere e anticipare.

E in parallelo con tali considerazioni, mi è tornato in mente un brano di musica di Giovanni Allevi tratto dal cd "Hope" - speranza, appunto! - uscito proprio verso la fine dello scorso anno. 
Il pezzo s'intitola "You were a child" - tu sei stato un bambino - e per certi aspetti è nuovo nello stile del compositore ascolano perchè, oltre che all'orchestra, è affidato ai "Pueri cantores" della Cappella Musicale del Duomo di Milano e al Coro dell'Opera di Parma.
A colpirmi è prima di tutto il testo, scritto dallo stesso Allevi, che recita così: 

"Please, remember when you were a child just like me
Everything was magic like a mirror of God
Now the world is crying for the lack of love
And the thirst for power has stolen your hearts.

See the world through my eyes
Remember when you were a child."

Non è nuova invece, nell'attività del compositore, l'attenzione verso il mondo dell'infanzia che qui è visto proprio come simbolo di uno sguardo di luce su tutto il creato. Nel canto, sono infatti i più piccoli a rivolgersi agli adulti chiedendo che essi - in un mondo che soffre per mancanza di amore e sete di potere - ricordino di essere stati bambini, recuperando quella dimensione di innocenza in cui la realtà era percepita come specchio di Dio.

Musicalmente, il brano si apre con una lunga introduzione per orchestra e coro: un canto senza parole che sembra arrivare dalla profondità di un mondo ignoto e lontano, da un buio che va dissolvendosi pian piano verso la luce, una sorta di caos primordiale che prelude però ad una nascita. 
Infatti, la parte sinfonica e corale, al culmine di un senso di intensa attesa, va a risolversi nella trasparenza di due splendide voci bianche con una semplicità che desta stupore. Il loro canto, prima pacato, si anima poi nell'esortazione conclusiva segnata da alcune vibranti dissonanze, e viene successivamente ripreso da tutto il coro con una leggiadrìa che lascia nell'ascoltatore un senso di profonda pace.
Dolcissimo, a mio avviso, il duetto finale dei piccoli solisti: un sorta di contrappunto che ci riporta alle radici classiche della musica di Allevi, e che si conclude con un acuto in cui strumenti musicali e voce umana si fondono diventando una cosa sola. 
Un canto che ci esorta a recuperare lo sguardo salvifico dei bambini, una luce di speranza nata dalla sapienza di un cuore di fanciullo come quello del compositore.

Buon ascolto!

lunedì 6 luglio 2020

Grazie, Maestro !



 

Ennio Morricone (1928 - 2020) : "Finale di concerto romantico interrotto"

martedì 30 giugno 2020

La Grivola

La "Grivola", m.3969, Massiccio del Gran Paradiso - (Foto presa dal web)
Primo pomeriggio di un giorno d'estate. 
La casa è immersa nel silenzio, ho schermato le finestre della mansarda per mantenere un minimo di frescura e guardo al computer le foto delle mie montagne, quelle in mezzo alle quali passo di solito le vacanze.

Quest'anno non sono ancora partita e, per quanto nei mesi scorsi lo abbia intensamente desiderato, ora che da giorni ormai i confini tra le regioni sono stati aperti e l'emergenza sanitaria sta diminuendo, stento a ingranare.
Sento che, prima di andar via, ho ancora bisogno di tempo, ma non si tratta della sindrome della capanna di cui hanno parlato esperti e psicologi. 
Benchè il virus non sia scomparso nè in Italia, nè tantomeno all'estero, la mia non è paura di uscire o ansia, e neppure bisogno di restare ancorata alle abitudini acquisite durante la quarantena. Anzi!
E allora? 
Allora forse dipende da questo periodo che tanti hanno definito "sospeso", con un'espressione un po' abusata ma in fondo vera. Siamo stati e siamo ancora pieni di interrogativi, in attesa che l'emergenza finisca, mentre in vacanza vorrei andare con l'animo libero, lontano da quella tensione oscura che mi strattona altrove impedendomi di vivere in pienezza il presente.
Qualcuno mi esorta a non preoccuparmi: saranno certo il silenzio e lo splendore delle mie montagne a risintonizzarmi con la pace che cerco. 
Ma io so che a farmi problema è anche lo scorrere del tempo che quest'anno - complice la pandemia - colgo con maggiore intensità, sensazione appunto non nuova che mi prende ogni volta che saliamo al mio paesetto. 

Mi accade proprio durante il viaggio. Quando, ormai verso la fine del percorso, si abbandona la pianura e dopo una serie di tornanti si entra in una vallata laterale, questa a un certo punto si stringe. Per qualche chilometro si sale ancora, poi a un tratto la strada scende e sembra inabissarsi in una forra, un cono d'ombra in mezzo a montagne alte e selvagge, mentre a lato scorre impetuoso il torrente. 
È allora che, alzando lo sguardo da quella profondità, stagliata nel cielo si scorge la Grivola con la sua forma a piramide, la punta sbreccata e il ghiacciaio che si apre a semicerchio come un teatro.

Ogni volta, arrivati a quel punto il cuore mi salta un battito perchè è lì che ho la sensazione tangibile del tempo che passa, inesorabilmente, quasi una voce mi dicesse: "Sei di nuovo qui, un altro anno è passato!" Ma se tornare può essere motivo di gioia, insieme avverto la corsa travolgente dei giorni e la percezione che il cuore non è pronto, come avessi lasciato dietro di me qualcosa di incompiuto prima di partire. E mi sento sospesa anch'io.
Il fatto è che ogni ritorno alla Bellezza - e uso volutamente la maiuscola - non può essere sbadato o distratto come capita per altre cose della vita. Non ci si può avvicinare a ciò che è sacro da turisti svagati o col cuore ingombro di pensieri, perchè lì è come se la natura - insieme alla sua - ci svelasse in modo ancor più manifesto anche la nostra sacralità.

Allora, per preparare il cuore, occorre un brano che ci conduca in alto dolcemente e senza strappi.
Così, oggi ho scelto il secondo movimento, "Largo", dal "Concerto in sol minore op.10 n.8" di Tomaso Albinoni (1671 - 1751), un pezzo che ci mette in sintonia con lo splendore in modo graduale, quasi le note ci prendessero per mano su di un sentiero tranquillo, dove il respiro non diventa affannoso e la contemplazione del paesaggio offre ristoro.
Nonostante il primo tempo del concerto sia in sol minore, il "Largo" si apre sulla luminosità del si bemolle maggiore. Ma bellissimo, a poche battute dall'inizio, il passaggio sulla dominante - fa maggiore - che ci regala il soffio di un'aria nuova, come se salissimo ad ammirare il panorama da un punto più alto.
Una musica che disegna paesaggi esteriori quindi, ma che sa accompagnarci anche per i tornanti del nostro cammino interiore.

Buon ascolto!

 

martedì 23 giugno 2020

Boogie-woogie???...

(Foto presa dal web)
Non è mia abitudine scrivere post di carattere celebrativo in occasione di particolari ricorrenze: mi sembrano a volte un po' forzati e formali. 
Inoltre - come chi mi legge avrà certo constatato - nella scelta degli argomenti e dei brani preferisco affidarmi alla spontaneità, saltando allegramente di palo in frasca per seguire l'impulso del momento.
 "Va' dove ti porta la musica" si potrebbe infatti intitolare questo blog, se volessi parafrasare il titolo di un famoso romanzo di Susanna Tamaro.

Del resto, se dei vari musicisti mi soffermassi a celebrare date di nascita o di morte, centenari, bicentenari e via dicendo, non mi basterebbe il calendario. Dovessi farlo però, inizierei da Bach col quale - lo sapevate? - condivido gioiosamente il mese di nascita! E a dire il vero non soltanto con lui, ma anche con Vivaldi, Haydn, Chopin, Smetana, Rimsky-Korsakov, Ravel e Piazzolla solo per citarne alcuni!
"Ma che?...Sei andata a cercare le date di tutti e inalberi queste coincidenze come un blasone di nobiltà???" - sento qualche vocetta un po' sconcertata. 
Perchè no???...Con alcuni compositori condivido addirittura giorno di nascita e segno zodiacale - vorrà pur dire qualcosa! - senza contare poi che ci sono quei musicisti che a marzo, invece di nascere, sono passati a miglior vita.

È tra questi ultimi che figura nientemeno che Ludwig van Beethoven e - a parte gli scherzi - proprio per lui oggi ho deciso di fare un'eccezione scrivendo un post celebrativo. I motivi sono due.
Il primo è appunto un anniversario: ricorrono nel 2020 i duecentocinquant' anni dalla nascita del compositore, venuto alla luce esattamente il 16 dicembre 1770 e morto il 26 marzo 1827. Ma il secondo motivo è musicalmente più goloso e accattivante. Per gli esperti non sarà certo una novità, ma per me che esperta non sono è stata una sorprendente e magnifica scoperta. Mi spiego.

Lo sapevate che è Beethoven l'inventore del boogie-woogie? E in qualche modo anche del jazz e del ragtime?
Ebbene, se per caso avete qualche dubbio, ve ne convincerete subito dopo aver ascoltato il brano di oggi che riporta alcuni passaggi dal secondo movimento della "Sonata per pianoforte in do minore n.32 op.111".  
Si tratta dell'ultima delle sue sonate, scritta in quella fase finale del suo itinerario compositivo, in cui dalle note emergono suggestioni e ritmi nuovi rispetto al passato classico-romantico in cui la sua musica s'inquadra. Suggestioni e sonorità che, se non hanno sempre ricevuto il plauso dei contemporanei del musicista - convinti talora che quel magma di suoni fosse incomprensibile e frutto della sua sordità - sono state invece apprezzate in seguito come vertiginose anticipazioni del futuro.

Se già è straordinario il fatto che il compositore abbia costruito armonie facendole riecheggiare soltanto nella sua mente senza poterne ascoltare il suono, ancor più unica è - nel suo caso - la conseguenza della sordità. 
Forse proprio questa, infatti, gli ha concesso una più profonda sensibilità insieme al bisogno di dare libero sfogo alla propria anima, facendone sgorgare ritmi e accordi al di là delle regole compositive della sua epoca. 
Del resto, intuizioni del futuro e sfaccettature innovative si ritrovano anche in altri lavori dell'ultima produzione beethoveniana, dalla mirabile "Sonata op.106" - che potete ritrovare qui - ad alcuni Quartetti. Ma veniamo al brano.

Il secondo tempo della Sonata da cui il pezzo di oggi è tratto porta l'indicazione di "Arietta - Adagio molto semplice e cantabile" e si sviluppa come un tema con variazioni. Inizia lento, simile a una ninna-nanna dolce e malinconica, di seguito un poco più animata, per culminare poi in una sezione molto accesa e tornare infine a un andamento più tranquillo in cui il tema viene riesposto con delicatezza di trilli e cromatismi.
Si tratta di un brano che meriterebbe ben più ampio spazio di considerazioni. 
Ma quello che mi interessa sottolineare qui oggi è il passaggio dalla seconda alla terza variazione dove, sul tempo di 12/32, inizia una serie di arpeggi dal ritmo puntato che suonano come vere e proprie anticipazioni jazzistiche. Certo è la velocità, ma sono soprattutto gli accenti e l'andamento sincopato che ce lo dicono, riportandoci - ascoltare per credere! - al ragtime di Scott Joplin, allo swing o alla scatenata vivacità del boogie-woogie. 
Un Beethoven quanto mai versatile, in cui avvertiamo tutta la conoscenza del passato rielaborata con prodigiosa spregiudicatezza e libertà creativa, soprattutto se pensiamo che la "Sonata op.111" è del 1822, in largo anticipo quindi sui generi musicali citati che nasceranno tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, peraltro non in ambito europeo.
Insomma, un grandioso "Va' dove ti porta la musica" questo di Beethoven, ricco di tempestosa e potente energia, a dispetto della totale sordità o forse - chi lo sa?! - proprio per questa!!!
 
Nella clip-audio trovate le battute finali della seconda variazione e poi - a 0.29 dall'inizio - il passaggio alla terza che ci conduce in maniera marcata ed inequivocabile alla ritmica del jazz. Se invece volete ascoltare l'intero secondo tempo della Sonata per avere una visione d'insieme del suo sviluppo, eccovi il link: https://www.youtube.com/watch?v=4JojN1ffvSE.

Buon ascolto!

martedì 16 giugno 2020

Donne col libro - 6

C.V.Holsøe: "Asleep" - coll. privata (foto presa dal web)





















È la terza volta che, in queste mie brevi divagazioni tra i pittori, torno al danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935), ma tra le varie rappresentazioni di donne col libro, non volevo tralasciare il dipinto che vedete, a mio avviso incantevole sia per il fascino dello stile che per una certa sua singolarità.
Si tratta di un'opera intitolata "Asleep" - Addormentata - e se non rischiassi di essere banale, oserei dire bella addormentata, tale è la pacata dolcezza di quest'immagine che rappresenta così bene il riposo.

Il dipinto raffigura infatti una donna giovane - o così a me pare - che sta dormendo, scivolata nel sonno mentre stava leggendo, e lo dimostra quel libro ancora aperto, abbandonato nelle sue mani.
Una rappresentazione di estremo fascino e per la semplicità dell'ambiente - la parete spoglia, pochi oggetti sul comodino e due sole tinte a far da contrasto al chiaro che campeggia al centro del quadro - e per i larghi tratti di pennello che si allontanano un po' da altre opere di Holsøe dal disegno più minuzioso e definito.
Una semplicità che - come osservavo in passato - diventa sinonimo di eleganza e lo cogliamo da svariati particolari: la nitidissima ampolla piena d'acqua col bicchiere, e il pizzo che orna il polsino della camicia da notte della donna dal tessuto finissimo, che ha insieme la lucentezza della seta e la levità dell'organza.

Ma la suggestione più forte, a mio avviso, viene dalla luce sulla parete chiara, dello stesso colore del cuscino, del lenzuolo, della camicia da notte e delle pagine del libro che la donna ha in mano. 
Bianco???...Sì e no, perchè in realtà è una tinta variegata, fatta di tanti colori in cui, nelle larghe pennellate che talora sembrano intersecarsi, si mescolano bianco e grigio, azzurro e rosa, a sottolineare ombre e riflessi nelle pieghe della stoffa e a costruirne lo spessore. 
Bellissimo, a questo riguardo, anche il cuscino che, tra luce e penombra, accoglie con la sua morbidezza la testa della donna. Ci consente infatti di percepire quasi fisicamente il suo abbandonarsi a quella profondità del sonno che avvolge i sensi e ne prende gradatamente possesso.

Un riposo sereno o vagamente accorato? 
Sul suo viso che a me pare di un'incantevole soavità, quasi in sotterranea armonia con la trasparenza dell'acqua e il bianco circostante, possiamo cogliere pace e insieme sfinimento, quiete ma forse anche il velo di una sottile, recondita angoscia che va dolcemente placandosi.
  
Certo, per comprenderne meglio lo stato d'animo, dovremmo tornare al libro, ma non sappiamo che cosa la donna stesse leggendo e le nostre possono essere solo ipotesi.
Non sembra un libro nuovo: forse un diario, o un testo letto e sfogliato più volte. Ci sono storie alle quali si ritorna di tanto in tanto per lasciarsene portar via: descrizioni o intrecci che ci prendono per mano immergendoci non solo con la mente e col cuore, ma con tutti i sensi in un'atmosfera che all'improvviso scopriamo profondamente nostra. La lettura, infatti, ci riporta ad un angolo segreto del cuore ed è bello che ciò accada nei momenti che preludono al sonno, come nel dipinto riportato. 
Forse in quel libro la donna ha cercato consolazione, forse ricordi, lontane suggestioni o forse ancora vi ha trovato una pacificante sintonia, come quando un testo rivela magicamente noi a noi stessi. E mi piace immaginare che quelle pagine si siano inoltrate nel suo vissuto magari sofferto, andando a lenire stanchezza o angoscia e consentendole un riposo più sereno.

Così, a questa immagine di soave abbandono ho associato la musica di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893). Quello che ho scelto, tuttavia, non è un brano da  "La bella addormentata" come avevo pensato all'inizio, ma dalla "Sinfonia n.6 in si minore op.74", la celebre "Patetica".
Si tratta della prima parte del quarto movimento, "Adagio lamentoso - Andante", un pezzo che, per il suo procedere lento e la malinconia che lo caratterizza, è stato talora definito funereo e considerato quasi un presagio della morte del compositore. 
Tuttavia, al di là di questo, quella che vi avverto è un' atmosfera onirica che sembra affiorare dall'inconscio, insieme a una grande intensità orchestrale che si allarga progressivamente in ondate di commozione che ci accompagnano sempre più forti e struggenti. Sensazioni che forse solo il sonno e il sogno sanno farci vivere, ma che queste note riescono ad ampliare e a restituirci ora in passaggi lenti e angosciosi, ora in tratti in cui la musica sale invece con impeto e straordinaria potenza evocativa. 
  
Buon ascolto!
(Potete trovare qui la seconda parte del brano: https://www.youtube.com/watch?v=nmxrRJfdmxI )

lunedì 8 giugno 2020

Nuvolaglia

(Foto prese dal web)
Guardo la nuvolaglia del mattino, rimasta in cielo dopo il temporale.
Promette o inganna? 
Dà speranza o prelude a nuove minacce? 
Segna la fine della tempesta o è soltanto un'illusione?
Chissà!...
Anima però i tratti del paesaggio, consentendoci di coglierne aspetti grandi e piccoli, la vastità insieme a certi dettagli della sua bellezza che diversamente passerebbero inosservati. E anche questo è vita.

La nuvolaglia si specchia nelle pozzanghere, apre inusitati sprazzi di azzurro, sveglia più nitidi i colori, ricordando i cieli che si vedono in prossimità dell'oceano. E non importa se magari da noi il mare non c'è, perchè disegna prospettive sognanti, ci invita ad alzare gli occhi ed evoca i poeti: "...Nuvole in viaggio, chiari/reami di lassù! D'alti eldoradi/malchiuse porte!...".

A.Mantegna: "Adorazione dei pastori" (part.)
La nuvolaglia spalanca l'orizzonte, restituisce profondità, respiro e insegna a guardare lontano, regalandoci la percezione che la vita è immensa e non finisce dove arriva il nostro sguardo. Sollecita l'immaginazione, la fantasia, il cuore, ma ci conduce anche alle soglie di un ignoto che non conosciamo. 
E questo può far paura.

V.Van Gogh: "Campo di grano con cipressi"
La nuvolaglia è volubile, inquieta, pronta ad aprirsi al più luminoso azzurro, ma anche a rabbuiarsi improvvisa o a sfrangiarsi al primo refolo di vento. Ci regala così paesaggi più che mai marezzati di ombre e di luci, angoli cupi come repentini malumori e riflessi di sole che covano speranze.
Ma insieme ci porta a scoprire i tratti più riposti di un panorama: casette in mezzo alla boscaglia o addossate a un pendio, grigi profili di colline lontane, mentre emergono sorprendenti sfumature di giallo e di verde in mezzo ai prati.

Masolino: "Il miracolo della neve" (part.)
La nuvolaglia ricorda le prospettive di pittori antichi e moderni. 
Talora ci conduce fra cieli d'oro o di cobalto percorsi da nubi fiabesche, simili a misteriose presenze extraterrestri. 
Ma insieme ci riporta alla mente l'affascinante leggerezza delle atmosfere di Constable o le nuvole corpose e avvolgenti di Van Gogh, fantasiose figure che sembrano ghermirci, riassorbendoci nel quadro quasi anche noi ne fossimo parte.

C.Monet: "Il bacino di Argenteuil"
Corre veloce nel vento la nuvolaglia, come in un dipinto di Monet: a volte impeto gioioso che ci fa tendere al lontano orizzonte, ma talora pungente e recondito desiderio di casa, quasi che gli elementi della natura sapessero parlarci nel profondo, rivelandoci chi siamo e dove stiamo andando.
Evocano infatti - quelle nuvole - mille vite non vissute, remoti luoghi della nostra infanzia, scenari perduti o magari soltanto sognati, e forse per questo ancor più veri di quelli reali.
   
J.Constable: "Cloud Study"
La nuvolaglia è simile a un cuore inquieto, a una preoccupazione che rode segreta, ma dopo il temporale fa nuovo il paesaggio, turbinosa e animata come le note di un concerto di Rachmaninov.
Ed è proprio un famoso brano del compositore russo che ho scelto da associare a queste immagini: il primo movimento - "Moderato" - dal suo "Concerto in do minore n.2 op.18 per pianoforte e orchestra".
Si tratta infatti di una pagina molto conosciuta, percorsa da una vibrante passionalità tardo-romantica che si dispiega nel susseguirsi e nell'intrecciarsi dei due temi: il primo energico e maestoso ma in tonalità minore - il do appunto - e il secondo più dolcemente sfumato nella relativa maggiore, il mi bemolle.

Il pezzo si apre con accordi iniziali di grande drammaticità e, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, il tema è annunciato dall'orchestra mentre l'accompagnamento è affidato agli arpeggi del pianoforte.
Subito dopo tuttavia, lo strumento assume via via un ruolo preponderante fino a diventare protagonista assoluto, anche per la scrittura irta di difficoltà tecniche, lirica e virtuosistica insieme. 
Un brano in cui le note attraversano una ricca gamma di emozioni, ora tempestose, ora pervase da struggente malinconia, ora aperte a sprazzi di luminosità. Note che ci offrono un paesaggio musicale movimentato e mutevole, proprio come nuvole portate dal vento che animano il cielo dopo un temporale.
 
Buon ascolto!

domenica 31 maggio 2020

Sulle ali di Skrjabin

Gian Lorenzo Bernini: "Estasi di Santa Teresa d'Avila" (foto presa dal web)
Mi è capitato nei giorni scorsi di riascoltare un celebre brano di Alexander Skrjabin (1872 - 1915) che - se volete - potete ritrovare qui: lo "Studio in re bemolle minore op.8 n.12".
Si tratta di un pezzo che mi ha sempre affascinato per la sua atmosfera tempestosa, ma non avevo mai fatto caso all'indicazione agogica posta in cima allo spartito, che recita "patetico" facendo riferimento proprio alla passione davvero travolgente espressa da queste note.

Ma che cosa sono le indicazioni "agogiche"?
La parola, di origine greca, si riferisce a quelle didascalie che indicano l'andamento espressivo di un brano, da non confondere con le dinamiche. 
Mentre infatti queste ultime si trovano all'interno del pezzo a segnarne i mutamenti di intensità sonora - dal pianissimo al fortissimo con tutte le gradazioni intermedie per intenderci - le notazioni agogiche, in genere, sono poste all'inizio, ad esprimere il carattere del brano e la velocità, precisata a volte anche dall'indicazione del metronomo.

Si tratta di didascalie che conosciamo tutti: talora molto brevi - Allegro, Largo, Presto, Moderato, Andante e via dicendo - ma spesso accompagnate da una terminologia più specifica. Allegro maestoso non è la stessa cosa che Allegro scherzando, così come un Adagio barocco richiederà un' esecuzione diversa da un Adagio romantico. Ma per questo genere di osservazioni vi rimando a un mio vecchio post che potete ritrovare qui.

Allora perchè mai oggi torno sull'argomento?
Perchè, ascoltando Skrjabin, mi sono resa conto che, tra le notazioni agogiche dei diversi compositori, le sue sono quelle più inconsuete, fantasiose e bizzarre che si possano trovare. A volte poste in cima al pezzo e scritte in italiano - da sempre la lingua della musica! - altre volte all'interno del brano stesso, insieme alle note di dinamica e talora in francese.
Andiamo così dal tempestoso, piacevole, tenebroso, affannato, esaltato di alcuni Studi, al drammatico del brano che ascolterete. Ma il culmine, a mio avviso, si raggiunge in alcune Sonate dalle quali vi riporto vari esempi che il compositore ha annotato in francese per tutto il corso dei brani.

"Sonata n.10 op.70":

"très doux, pur...avec une ardeur profonde et voilée...lumineux vibrant...avec émotion...inquiet...haletant...avec élan...avec une joyeuse exaltation... avec ravissement et tendresse...avec une volupté douloureuse...avec une joie subite ...de plus en plus radiuex...trè doux...en s’éteignant peu è peu...avec une douce ivresse...frémissant, ailé...avec une douce langeur de plus en plus éteinte"

"Sonata n.7 op.64":
  
"mystérieusement sonore...avec une sombre majesté...avec une céleste volupté...très pur, avec une profond douceur...mystérieusement sonore...   animé ailé...très animé, ailé...étincelant...très pur, ave douceur...menaçant...
avec trouble...tres doux, joyeux, étincelant...vol joyeux...de plus en plus sonore et animé...come des éclairs...Foudroyant...avec une sombre majesté... orageux...une céleste volupté...très pur, avec une profonde douceur... mystérieusement sonore...ondoyant... animé ailé... avec éclat... mystérieusement sonore... avec une volupté radieuse, extatique...en un vertige  ...fulgurant...avec une joie débordante..."


"Sonata n.6 op.62":

"Mystérieux, concentré...Avec une chaleur contenue...Souffle mystérieux...onde caressante...concentré...ailé...Un peu plus lent...Le rêve prend forme (clarté, douceur, pureté)...Avec entraînement...Ailé tourbillonant...L’épouvant surgit...  Avec trouble...appel mystérieux...De plus en plus entraînant, avec enchantement...Joyeux, triomphant...Joyeux...Sombre...Epanouissement de forces mystérieuses...Avec une joie exaltée...Effondrement subit...ailé...Un
peu plus lent...Tout devient charme et douceur...Avec entraînement...Ailé, tourbillonnant...L’épouvante surgit, elle se mêle à la danse délirante..."


La cosa che più colpisce è il gran numero di espressioni usate da Skrjabin, certo a indicare l'andamento delle varie battute, ma forse anche nel tentativo di inseguire l'essenza della musica, quasi fosse un'entità inafferrabile che le parole riescono solo a sfiorare mostrando il loro limite in rapporto ai suoni. 
Parole che ci dicono quale sensibilità dovrà avere l'esecutore per interpretarle, e insieme quale potente carica emotiva abbia avuto in sè il compositore che ha messo così intensamente in gioco la propria anima.
Lo cogliamo attraverso la continua ripetizione di alcune espressioni: celeste voluttà, gioia, purezza, dolcezza e soprattutto mistero! Sembra che il musicista - di cui è nota peraltro la tendenza al misticismo - qui sia stato colpito da una freccia d'amore, improvvisa come un fulmine nel cuore di un temporale, fonte di un'ebbrezza prima dolorosa e man mano sempre più dolce ed estatica.
E a suggerirmi ancora quanto le note ci conducano in alto è l'aggettivo "ailé" - alato - a testimonianza del fatto che la musica ha davvero ali per condurci in un'atmosfera visionaria o nell'ebbrezza di un'estasi contemplativa.

Il brano che ascoltiamo oggi, tuttavia, non è tratto dalle composizioni citate sopra, ma da una precedente che mi ha affascinato in modo particolare.
Si tratta del primo tempo della "Sonata in fa diesis minore n.3 op.23": una sorta di musica a programma che Skrjabin ha intitolato "Stati d'animo" e nella quale le indicazioni agogiche sono seguite da una spiegazione. 
Qui, il movimento iniziale - "Drammatico" - è definito infatti dalla seguente didascalia: "L'anima libera e selvaggia gettata nel mulinello della sofferenza e della lotta".
Il pezzo è caratterizzato da un malinconico tema dal ritmo puntato e teso, e successivamente da alcune aperture qua e là più melodiche che, forse, possono aver suggestionato addirittura Rachmaninov. Mi pare infatti che un'eco lontana di tali aperture torni in alcuni passaggi del suo celebre Terzo Concerto, scritto circa dieci anni più tardi. 
Ma la mia scelta è stata dettata anche dall'interpretazione di Vladimir Horowitz che ci restituisce la drammaticità del fa diesis minore sottolineando con sapienza ogni minima sfumatura di queste note, insieme - naturalmente - ai contrasti tra pianissimo e fortissimo e alla morbidezza dei crescendo e diminuendo.

Buon ascolto!

sabato 23 maggio 2020

Visioni di assorta tranquillità

 "Interno con una finestra aperta"  - (Foto prese tutte dal web)

























Faccio riferimento al recente post intitolato "Donne col libro - 5" in cui ho riportato un dipinto del danese Carl Holsøe (1863 - 1935), per addentrarmi oggi in altre opere dello stesso artista che - indipendentemente dall'argomento della volta precedente - ho molto apprezzato.
Se nel vecchio articolo parlavo del clima di certi quadri e della rappresentazione di interni dal sapore antico, qui vorrei soffermarmi su alcuni di essi che - incuriosita dallo stile dell'autore - sono andata man mano scoprendo.

Sono splendide composizioni conservate anch'esse, come il dipinto della volta scorsa, presso collezioni private.
Scrivevo allora che, con tutta probabilità, l'artista aveva preso a modello la propria casa e sono parecchi i dipinti in cui vi ha delineato stanze nelle quali vediamo talora una figura femminile intenta a leggere o impegnata in altri piccoli lavori. 
Ma se in certi casi essa è chiaramente la protagonista della scena, più spesso è solo un elemento dell'ambiente, riassorbita - oserei dire - nella pacata armonia che il pittore le ha creato intorno, formata da arredi e spazi che sembrano comunque vivere di vita propria.
Ne è testimonianza il fatto che, anche quando il quadro è privo di figure umane, non risulta vuoto o in qualche modo incompleto, ma - almeno così a me pare - ugualmente ricco di un incanto che promana dalla luce che si riflette dolcemente sugli oggetti e dal colore chiaro di porte e pareti.
"Vista dalla finestra"
Osserviamo per esempio il dipinto nel riquadro in alto, intitolato "Interno con una finestra aperta", e poi quello qui a lato: "Vista dalla finestra".
Nel primo, è rappresentato un semplicissimo vano, forse solo una stanza di passaggio che, di per sè, potrebbe non avere un suo preciso carattere.
Invece Holsøe ne ha fatto un angolo raccolto, con un fascino creato dai pochi ma eleganti arredi, dalla finestrella che si apre sul giardino e dalla prevalenza di una calda tinta chiara.

Così pure nel secondo, la sedia vuota rivolta al giardino, lungi dal lasciare un senso di tristezza, mi sembra invece un sommesso invito a chi guarda perchè entri nel quadro, almeno con la fantasia. Non mi pare infatti che la scena evochi alcuna mancanza, ma - con tutta probabilità - quella sedia attende proprio noi, desiderosi di affacciarci alla pace della finestra aperta verso la folta vegetazione esterna.
 "Interno con giardino" 
Angoli silenziosi dunque, da contemplare come in un sogno, e pervasi da un'atmosfera di pacificante tranquillità che cogliamo anche in altre creazioni dell'artista.

Ed è il tema della natura morta quello che da esse affiora, tema che, se a volte è il perno attorno al quale sono costruiti interi dipinti, altrove - come osservavo la volta scorsa - appare solo in piccoli dettagli che vanno a impreziosire, qua e là, lo spazio riprodotto.
Ne derivano interni semplici ed eleganti, che ci diventano a poco a poco familiari proprio attraverso la rappresentazione di mobili, vasi, specchi e oggetti vari che - di quadro in quadro - riusciamo a ravvisare come immagini di un mondo ormai nostro nel quale è bello ritrovarsi.
"Donna che legge in un interno"
Incantevoli quelle ceramiche disposte su tavolini di mogano, ma altrettanto affascinanti gli scorci luminosi che - da una porta o da una finestra aperta - lasciano trasparire prospettive ariose su giardini pieni di sole, dandoci la percezione di una quiete in cui si vorrebbe essere immersi.
Rasserenanti sensazioni di tranquillità, che queste immagini ci trasmettono anche attraverso il contrasto tra ambienti ombrosi e altri illuminati dal sole che disegna lievi riquadri sul pavimento o si riflette sui tendaggi leggeri.
Sembra davvero di percepire la frescura delle stanze in primo piano mentre, nello spazio retrostante, una luce più viva riscalda mobili e arredi, offrendoci insieme il luminoso respiro della vegetazione esterna.

"Interno con ortaggi su di una sedia" 
E mi pare sia proprio uno schema iconografico ricorrente quella prospettiva che si apre verso le camere in secondo piano.
La ritroviamo in svariate opere del pittore tra le quali il dipinto intitolato - "Interno con ortaggi su di una sedia" - che rappresenta, tra l'altro, un ambiente decisamente diverso rispetto a quello di altre composizioni, rivelando un'insolita vena popolare nel suo stile, come fosse una sorta di eccezione.
Il quadro ci offre infatti uno spazio più semplice e spoglio, quasi povero - forse lo scorcio di una cucina o di una vecchia dispensa - contraddistinto da un intonaco più scuro rispetto ad altre opere, ma non per questo meno privo di fascino. Una rappresentazione che sembra confermare un secondo aspetto nello stile di Holsøe, anche sul piano della tecnica pittorica
Qui infatti, la pennellata è più larga e meno sottile, mentre sono i colori e la luce a dare spessore alla muratura e agli oggetti, con esiti che - se da un lato ci riportano al passato - dall'altro risultano modernissimi.

Si tratta di suggestioni della pittura di interni del Seicento olandese, o delle nature morte del francese Chardin, che Holsøe - a due secoli di distanza - ci restituisce pervase da una patina di più vaga nostalgia. 
Ma al tempo stesso sono tratti che, per certi aspetti, potrebbero avere ispirato anche Giorgio Morandi o addirittura di Mark Rothko.
A sollecitarmi questi richiami è da un lato la semplicità degli oggetti sulla rustica mensola, e dall'altro sono le larghe campiture di colore con la netta divisione orizzontale fra le due tinte della parete.
 
Ma quelle nature morte - la vecchia sedia impagliata col cesto di ortaggi, i recipienti a terra e altro vasellame sulla mensola - potrebbero anche rappresentare un vero e proprio studio dell'artista sul modo di raffigurare materiali diversi - legno, paglia, vetro, metallo, terracotta - e sulla luce che essi sembrano emanare.
"Interno con donna seduta" 
Uno studio che possiamo osservare anche nei dipinti già esaminati come pure in questo che vedete a lato: "Interno con donna seduta".

Qui, la splendida zuppiera in ceramica dipinta è accostata al vetro del vaso di fiori, allo specchio e al legno del tavolino, mentre - poco più in là - la finezza della stoffa celeste dell'abito della donna contrasta col rustico intreccio del cesto di vimini, come possiamo osservare dalle foto dei particolari.
Altri soprammobili sullo sfondo e i quadri alle pareti completano il dipinto, insieme alla luce calda che illumina la stanza in secondo piano.

Anche questo - quindi - uno scorcio di vita quotidiana all'interno della casa, colto con una pacatezza e un' armonia che avvolgono persone e arredi, con i medesimi tratti di levità e assorta eleganza che abbiamo già osservato sopra.
 
E per accostare una musica al clima assorto di tali immagini, ho scelto oggi un brano di Chopin.  
Si tratta del celebre "Andante spianato in Sol maggiore" che precede l'altrettanto famosa "Grande Polacca brillante in Mi bemolle maggiore op.22" già pubblicata qui anni fa.
Concepito inizialmente dal compositore come pezzo a sè stante e caratterizzato dall'atmosfera malinconica e crepuscolare di un notturno, l'Andante è stato solo successivamente inserito dallo stesso Chopin come introduzione al brillante dinamismo della polacca.

È un clima di rarefatta delicatezza quello che contraddistingue la melodia e ci conduce pian piano in un'aura di più intensa intimità.
Mentre la mano sinistra è impegnata in una serie di arpeggi che ci accompagnano per tutto il corso del brano, la destra ci presenta un tema in cui ogni nota ha una sua misura che, qui, il magico tocco di Arthur Rubinstein mette in particolare evidenza. 
E anche quando dalla lentezza iniziale il pezzo si anima, tale attenzione a sottolineare la minima sfumatura non viene mai meno.

Frutto forse del meraviglioso effetto del "rubato": quel procedimento musicale che, in una battuta, tende al alterare leggermente il tempo prima con un lievissimo accelerare e poi con un rallentare - o viceversa - che ne accrescono l'espressività, mettendo in gioco le emozioni dell'anima.

Buon ascolto!