lunedì 9 settembre 2019

Solitudine amica

(Foto presa dal web)
Ritorno qui dopo una piccola pausa e, per prima cosa, desidero ringraziare l'amico blogger Bruno Pernice - del sito dtdc (di testa, di cuore) - che col suo ultimo post mi ha offerto lo spunto per il mio articoletto di oggi.
Nel suo simpatico racconto, cita infatti un pezzo di musica che da qualche anno non mi era più capitato di sentire e che sono andata prontamente a riascoltare, ritrovandovi tutto il fascino che mi aveva catturato a suo tempo.

Si tratta della "Cavatina" di Stanley Myers (1930 - 1993), compositore inglese conosciuto per le sue colonne sonore e in particolare per questo brano, divenuto famoso come commento musicale del film "Il cacciatore"
La pellicola, che certo ricorderete, racconta una drammatica e cruda vicenda di guerra, ma anche una struggente storia di amicizia in cui s'intrecciano sogni, delusioni e nostalgie che la "Cavatina" - tema portante della colonna sonora - ci restituisce con intensità.
Ma, come accade per tante altre musiche, spesso la loro bellezza non resta legata al contesto che ne ha segnato l'origine, ma - soprattutto a distanza di tempo - va oltre e ci accompagna altrove, lungo strade diverse e tutte nostre.
Così, al di là delle vicende del film che esso commenta, questo brano si è ammantato per me di un fascino nuovo. Vi ho colto in realtà una grande pace, una dolcezza che induce a un respiro più calmo, insieme a un'aura meditativa che pacatamente ci guida in una dimensione di solitudine amica.

Composto originariamente da Myers per pianoforte e poi trascritto per chitarra da John Williams, il pezzo è stato oggetto di altre numerose trascrizioni tra cui una cui sono state aggiunte le parole. 
Qui tuttavia, ho scelto ancora la versione per piano solo perchè - a mio avviso - ne mette maggiormente in luce l'intensità e, più di altre, sembra riecheggiare qualche tema caro alla musica classica. Del resto, anche il termine "cavatina" - breve aria di entrata in scena di un personaggio, tipica del melodramma dal XVIII sec. in poi - trae origine dal passato. Senza azzardare troppi paragoni, questo di Myers potrebbe essere un nostalgico Sogno d'amore dei nostri giorni cui abbandonarsi con dolcezza, come ci si lascia portare da una ninna-nanna o da una danza che segua lieve i ritmi dell'anima.
La melodia infatti si dipana lenta sulla base di semplicissimi arpeggi che le conferiscono calma e continuità. Essa si snoda ora luminosa, ora vagamente malinconica, con uno splendore che possiamo cogliere anche grazie all'esecuzione che alterna tocchi più nitidi ad altri dove il tema sfuma leggero. Un pezzo ricco di un'intimità che va facendosi sempre più intensa e, attraverso le note più basse e i progressivi passaggi di tono, sembra davvero scavare nel profondo.
Ultima precisazione: contrariamente allo spartito della "Cavatina" che vedete in foto e che riporta la tonalità originaria di Mi maggiore, la versione che ascolterete è in Mi bemolle maggiore, con un risultato che - a mio modesto avviso - non altera, ma sottolinea il fascino del brano.

Buon ascolto!

giovedì 15 agosto 2019

Buon Ferragosto!!!

A. Carracci: "Assunzione della Vergine" (particolare) - Madrid, Museo del Prado.















Con un dipinto del Carracci (1560 - 1609) e sulle note di Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.


A presto!

 

Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611) : "Ave Maria".

venerdì 9 agosto 2019

Bach in jazz

Carlo Maria Barile (Foto presa dal web)
Non ho l'abitudine di ripetermi ripubblicando, magari a distanza di tempo, lo stesso brano musicale. 
Mi piace sempre cambiare e, anche se il numero delle musiche che pian piano si sono sommate in questo blog è già considerevole, cerco ogni volta di allargare lo sguardo a nuovi stimoli e magari a nuovi autori.
Tuttavia, talora si possono fare delle eccezioni, soprattutto se sono giustificate da un'interpretazione particolare o da un determinato arrangiamento che presenti il pezzo sotto un'ottica differente.

È il caso di una delle composizioni più conosciute - e forse anche più eseguite - di Bach: il "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 846" del primo libro del "Clavicembalo ben temperato", famoso non solo perchè apre una delle opere più gigantesche del compositore tedesco, ma anche perchè è stato preso da Gounod come base per la sua celeberrima "Ave Maria".
Lo avevo pubblicato tempo fa proprio qui, splendidamente eseguito da Tzvi Erez, insieme a un altrettanto famoso studio di Schumann, perchè quest'ultimo mi pareva prendere spunto proprio dal preludio bachiano ed esserne un po' - diciamo così - la risoluzione in chiave romantica.
Oggi però lo ripubblico volentieri perchè - andando a zonzo su youtube come spesso mi capita - ho scoperto che, in un recentissimo concerto, questo pezzo è stato oggetto di una splendida improvvisazione jazz, e la cosa ha destato il mio interesse. Interprete è Carlo Maria Barile, giovane musicista di sicuro talento, già affermato a livello internazionale come organista classico, compositore e insieme pianista jazz, dimensioni differenti che convivono integrandosi perfettamente nella sua poliedrica personalità musicale.

Pur essendo numerosissimi gli artisti contemporanei che hanno arrangiato Bach con svariati tipi di contaminazione, l'interpretazione del Maestro Barile mi sembra particolarmente affascinante perchè cattura subito l'ascoltatore con una fantasia inesauribile che va oltre la semplice rielaborazione ritmica del brano, pur restando rispettosa del testo. Le sue improvvisazioni infatti - al di là della vivacità talora anche molto accesa di certe performances - non sono mai estreme perchè, se da un lato la sua inventiva fa fiorire le note con grande spontaneità, dall'altro - a ben ascoltare - è possibile riconoscere e seguire facilmente l'impianto armonico dell'originale. 
Inoltre, dal suo modo di suonare affiora a volte il ricordo di certi temi con variazioni di stampo barocco, coniugati però con la sensibilità di chi ha dentro il sapore della musica contemporanea. E ascoltarlo diventa solo gioia.

Nonostante qui il clima musicale sia inizialmente molto pacato, è possibile riconoscere tali caratteri anche nella rielaborazione del preludio bachiano.  
Il Maestro Barile ne esegue la versione originale all'inizio e alla fine, mentre la parte centrale della sua esibizione è dedicata proprio all'arrangiamento jazz.
È una passione dolce e progressivamente più intensa quella che il pianista vi esprime, tendendo un filo tra passato e presente e trasfondendo nel rigore bachiano la ricchezza della propria sensibilità.  
Vi si respira un'atmosfera di morbida dolcezza, talora vagamente danzante, declinata in un andirivieni di note nelle quali - ancora una volta - si può ravvisare la struttura armonica su cui Bach ha costruito il testo, insieme a qualche richiamo, qua e là, a ciò che ne ha tratto in seguito Gounod.
E l'inventiva dell'interprete è bellezza che si aggiunge a bellezza.

Buon ascolto!

sabato 3 agosto 2019

La lezione degli orti

Non ho il pollice verde - devo averlo già detto in passato - e benchè mi piacciano molto piante e fiori, non sono capace di farli durare se non per il periodo necessario perchè si completi la fioritura e a volte anche alcuni giorni in più.
Ma in confronto a chi mantiene e fa riprodurre da un anno all'altro il verde di casa, sono decisamente una frana. 
Lo so: le piante vanno amate, con loro si deve parlare - ho alcune amiche che lo fanno! - e vi assicuro che anch'io le curo e me le covo. 
Ma che volete? Temo sia un amore non ricambiato.

Piante ornamentali a parte, però, col passare del tempo, ogni tanto rispolvero l'idea di farmi un orto. 
Pare che dedicarvisi a una certa età abbia ampi benefici non solo in termini di produzione di ortaggi, ma anche sul carattere.
Dico rispolvero perchè - ad essere sincera fino in fondo - anni fa avevo tentato l'esperimento. Non ho un giardino tutto mio, ma ampi balconi dove, nell'arco della giornata, si alternano sole e ombra a volontà. Così, avevo pensato di sistemare la terra nelle cassette da frutta e voilà!, lì mettere a dimora le varie piantine. Detto e fatto. Così, per cominciare avevo scelto le fragole, pregustando un raccolto abbondante.
Ne sono nate tredici, di numero. Belle, buone, rosse al punto giusto...ma tredici. Poi le piante non hanno voluto più saperne di fruttificare.
Mi direte: ma la terra era quella giusta?...e il concime ?...l'acqua? l'esposizione???
Calma per favore, una cosa per volta, credete pure che ho fatto il possibile. Però, quando dopo il fatidico numero tredici non è nato più nulla, ho desistito.

Tuttavia, mi dev'essere rimasto dentro un desiderio inquieto di orto, perchè una delle passeggiate che più apprezzo qui, nel paesetto di montagna dove passo le vacanze, è proprio quella che costeggia i numerosi orti della zona.
Sono appezzamenti di terreno talora piccoli - magari ricavati da uno spazio estremamente ridotto - altre volte di più ampie dimensioni, ma sempre ben curati e spesso circondati da fiori come usa qui, con verdure rigogliosissime che, dalle foto che ho scattato, potete osservare nelle loro svariate gradazioni di verde.
Vi sono patate, carote, insalatine varie, coste, piselli, aglio, salvia, zucche e zucchine di cui nel tempo ho potuto seguire la crescita. Mentre infatti un mese fa spuntavano ancora timidamente dal terreno - va detto che qui siamo a più di 1700 metri! - ora lo ricoprono con cespi fitti e folti che sono una gioia per gli occhi. Li guardo e vi assicuro che faccio il tifo perchè ogni piantina possa giungere a maturazione senza danni dopo che, qualche anno fa, una violenta grandinata - fenomeno peraltro raro in questa valle - aveva letteralmente triturato fiori e verdure.
L'evento aveva gettato nella costernazione abitanti e turisti perchè un orto, qui, non è soltanto una fonte di sostentamento e un piccolo cespite di guadagno, ma anche un segno di attenzione e di perseverante cura del paesaggio, una delle tante dimensioni della bellezza del quotidiano. 
Una bellezza umile ma non meno preziosa di altre, che s'inserisce nella grandiosità e nella magnificenza del panorama circostante con un suo rasserenante splendore.

Forse per questo, quando è stato il momento di scegliere una musica da associare al piacere offerto dal verde degli orti, d'istinto ho pensato a Mozart e alla tranquillità riposante e insieme pensosa di certi suoi brani. 
Mi è poi venuto in mente che, anche nel bellissimo film "Il mio amico giardiniere" che ho recensito qui qualche anno fa, una delle colonne sonore della pellicola è proprio Mozart con il secondo tempo del "Concerto per clarinetto in La maggiore", il famosissimo K.622 ! E allora...
Allora del compositore salisburghese oggi ho scelto il "Concerto per flauto in Sol maggiore K.313" nel suo  secondo movimento "Adagio ma non troppo".

Si tratta di un pezzo rasserenante e cantabile che si snoda con ritmo tranquillo come nella mia passeggiata tra gli orti di montagna, dove la terra ancora insegna a scrutare il cielo in paziente attesa, insieme al piacere di veder nascere dei germogli, seguirne la crescita quotidiana e raccogliere con gioia i frutti.
Un Adagio che, nella calma e nella dolcezza del flauto solista, ci aiuta a ritrovare il giusto respiro. Ci accompagna così in un procedere privo di affanno, mentre ci guardiamo intorno lasciando che gli occhi si posino un po' pigramente sul panorama e si riempiano di colori, magari indugiando sul giallo dei fiori di zucca che occhieggiano tra il verde.

Buon ascolto!

venerdì 26 luglio 2019

Sul podio

Felix Mildenberger (foto presa dal web)
Mi piacerebbe tanto fare il direttore d'orchestra!!!
No, tranquilli, non mi ha dato alla testa il caldo torrido di questi giorni...
O forse sì!!!
Scherzi a parte, quando vedo su youtube alcuni dei miei direttori preferiti - Karajan, Bernstein, Kleiber e il francese Marc Minkowsky, fondatore de "Les musiciens du Louvre", che adoro! - penso sempre all'immenso fascino di una professione come questa che, nel dar vita ad una composizione, consente di stabilire un rapporto profondissimo con la partitura e l'intero organico strumentale.

Certo, si tratta di un ruolo che - forse ancora più di altri - esige anni di studio, perchè dirigere non è solo padroneggiare un insieme di musicisti, ma sapere prima di tutto con chiarezza dove condurli. Per questo, fra i vari termini che traducono in altre lingue la parola direttore, mi piace molto l'inglese conductor che - più ancora del tedesco dirigent - dà l'idea di una guida che ti prende e ti porta da un luogo all'altro, verso una meta, attraverso il cammino disegnato da un testo musicale. Un viaggio attraverso la musica insomma, dove ad essere condotti sono orchestrali e pubblico, ma in fondo anche lo stesso direttore che porta e, a sua volta, è portato dallo splendore delle note.

Tutto questo discorsino per dire che, tra le varie proposte culturali di Rai 5, mi hanno molto interessato, nel giugno scorso, le puntate del programma intitolato "Il Sogno del podio", docu-talent show dedicato all’edizione 2018 della “Donatella Flick LSO Conducting Competition”.
Si tratta di un contest in cui venti giovani direttori d'orchestra under 30, selezionati tra numerosi altri musicisti europei, si sono misurati nelle fasi finali di un concorso presso la Guildhall School of Music & Drama e al Barbican Centre di Londra. E al vincitore è stata offerta l'opportunità di diventare per un anno assistente del direttore della prestigiosa LSO, la London Symphony Orchestra.

Durante le puntate della trasmissione condotta da Milly Carlucci, i singoli candidati sono stati presentati attraverso i tratti sommari della loro vita e del loro percorso di formazione, ma vi sono stati anche spazi riservati ai membri della giuria che andava a esaminarli. 
Il clou del programma però era ovviamente il momento in cui i vari concorrenti si misuravano con una partitura da eseguire e davanti a un'orchestra alla quale davano le indicazioni o le correzioni più opportune, come accade in sede di prove.

A tutta prima, ho trovato il programma interessante perchè era un'ulteriore occasione per ascoltare musica: da Mozart a Stravinsky, da Tchaikovsky a Kodaly e via dicendo. Ma più osservavo la passione e la competenza di questi giovani e il loro modo di affrontare l'orchestra, più mi chiedevo quali sarebbero stati i criteri di giudizio usati dalla giuria per valutarne le capacità. La conoscenza della partitura o l'entusiasmo? La prontezza e l'esattezza del gesto o quel magnetismo che talora è la dote naturale con cui un direttore cattura l'attenzione dei vari musicisti e ne fa un organico coeso capace di muoversi al suo cenno?
Certo, non è facile valutare in base al breve stralcio che la trasmissione mostra, soprattutto per chi - come la sottoscritta che non è un'esperta del settore - può basare il proprio giudizio solo su dati esteriori. Tuttavia, mi sono lasciata prendere, diciamo così, dal gioco e ho voluto provare a mettermi nei panni della giuria, lavoro indubbiamente difficile anche per direttori di fama perchè questi ragazzi, ciascuno a suo modo, erano tutti bravi! 
Attraverso le loro personalità, riuscivano infatti a comunicare una diversa eppure ugualmente intensa passione e competenza musicale. Mi sono piaciuti in particolare i loro sguardi limpidi e schietti, talora più scintillanti nel loro entusiasmo, altre volte più tranquilli e pacati, ma sempre animati da un fuoco interiore e da una perseveranza non comune.

Devo dire che, davanti ad alcune delle prime selezioni, ho avuto l'impressione che la giuria premiasse soprattutto la capacità di padroneggiare la situazione con lo sguardo e con un gesto talora eccessivamente plateale rivolto all'intera orchestra, mentre io avrei privilegiato l'attenzione nel guidare in tutti i particolari le varie sezioni strumentali.
Poi, però, nel susseguirsi delle puntate fino alla conclusione, mi sono resa conto che i giovani selezionati rispondevano davvero ad entrambe le esigenze: la sicurezza del gesto ora misurato e preciso, ora fortemente espressivo, grande prontezza di sguardi e la capacità di guidare con minuziosa attenzione ogni singolo strumento cui la partitura desse rilievo.
Mi pare infatti che proprio a questi requisiti risponda la direzione del giovane vincitore: il tedesco Felix Mildenberger, classe 1990, che vedete nella foto e di cui, aprendo il seguente link, potrete apprezzare una prova mentre dirige la "Jupiter" di Mozart: 
https://www.youtube.com/watch?v=yIHpnsNNQtI

Io però, senza nulla togliere alla bravura e all'entusiasmo del giovane vincitore, desidero concludere con un brano diretto da uno dei massimi esponenti che la storia della musica del XX secolo ricordi: Carlos Kleiber.
È il quarto movimento, "Allegro ma non troppo", della "Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore op.60" di Ludwig van Beethoven
Si tratta di un pezzo brioso e concitato che la direzione magistrale di Kleiber ci restituisce attraverso un' attenzione gioiosa ora all'intero organico, ora al singolo strumento, e che fa dell'orchestra un insieme straordinariamente vivo e coeso. Ma lasciamo spazio alle immagini.

Buona visione e buon ascolto!

 

mercoledì 17 luglio 2019

Due piccole rughe trasversali

(Foto presa dal web)
Ho due piccole rughe trasversali sulle dita.
Me le sono scoperte ieri mentre mi guardavo distrattamente la mano sinistra. Sono sul medio e l'anulare, prima delle falangette.
Strano - ho pensato - perchè non sono quelle rughette orizzontali che si formano sempre sulle giunture, ma due sottilissimi segni obliqui proprio nel mezzo dove, al contrario, la pelle del dito dovrebbe essere più liscia.
Ma - chissà perchè? - non le ho fatte risalire a probabili segni dell'età o alla necessità di una crema, soprattutto ora che il caldo estivo inaridisce la pelle.
Mi sono venute in mente, invece, le due cicatrici che aveva mia mamma esattamente su quelle due dita a causa di un incidente casalingo.

Avrò avuto cinque o sei anni e abitavamo ancora in una vecchia casa.
Una volta, aprendo una scatola di pomodori pelati per fare il sugo, mia mamma si era tagliata proprio con l'orlo della scatoletta. 
Ricordo il sangue che usciva copioso dalle due ferite: avrebbe dovuto correre al pronto soccorso a farsi medicare e dare dei punti, ma non le era neanche passato per la testa. Era quasi sera e mio papà doveva tornare di lì a poco. 
Il giorno dopo sarebbe andata dal medico a fare l'antitetanica, ma al momento si era disinfettata e fasciata alla bell'e meglio e tutto era finito lì.
Le era rimasto però il ricordo di quell'incidente: due segni bianchi trasversali sul medio e l'anulare della mano sinistra.
Ogni tanto poi, nel corso degli anni, se le capitava di guardarsi le dita mentre magari eravamo sedute sul divano del soggiorno a chiacchierare, mi diceva:
"Hai visto? Ho ancora le cicatrici di quella volta là: ti ricordi?". E a me pareva di sentire nelle sue parole quasi una punta di orgoglio. Sì, mi ricordavo.

Strano questo ritorno del passato che ci afferra all'improvviso, sull'onda di un particolare quotidiano in apparenza insignificante. 
Nella mia gestione spesso veloce e talora un po' maldestra delle operazioni di cucina, non mi è mai capitato di tagliarmi in modo così vistoso. 
Così, quelle due rughette tanto somiglianti a due sottilissime cicatrici di vecchia data mi hanno fatto pensare a come talvolta la vita ci disegni addosso eventi e memorie. Sono misteriose alchimie di passato e presente, lievi carezze dall'esistenza altrui quasi che, insieme al gruppo sanguigno e al colore degli occhi, ereditassimo proprio disegnato - o talora anche inciso nel nostro corpo - il vissuto di chi ci è stato accanto. 
O forse tutto questo si costruisce nel tempo, come se esistesse anche un dna delle vicende della vita, capace di passare da persona a persona strada facendo, reso sempre più evidente dagli anni.

E ripensando a questo piccolo episodio della mia infanzia, mi è risuonato dentro un brano nel quale avverto forza, ma al tempo stesso delicatezza e nostalgia, quell'attitudine dolce e struggente della musica quando sembra che le note si accompagnino a noi.
È Bach a condurci con mano ferma in questo cammino, quasi ci facesse percorrere un sentiero in sintonia con pensieri e ricordi, per curve e anfratti, passaggi difficili e aperture di panorama. Una mano ferma che ci sostiene anche quando la voce acuta del violino ci fa vibrare dentro, lungo un percorso segnato da varietà e insieme continuità.
Si tratta del secondo movimento, "Andante", dal "Concerto per violino e orchestra in la minore BWV 1041", pezzo caratterizzato dal dialogo tra il basso ostinato, lento e solenne, e il solista che va a inanellare luminose e virtuosistiche figurazioni. 
Ne deriva una fusione di forza e di dolcezza, di severità e di grazia dove la melodia si muove attraverso una molteplicità di accenti che è quella stessa della vita con i suoi misteriosi intrecci, come Bach - nella sua guida sapiente - sa benissimo.

Buon ascolto!

martedì 9 luglio 2019

Una straordinaria lezione di ascolto

(Foto presa al web)
Credo di aver già parlato altre volte delle caratteristiche di un insieme orchestrale, sia come ambito nel quale ogni strumento è chiamato a fare la propria parte, sia come organico dove ogni componente deve sapersi coordinare con gli altri seguendo nel contempo le indicazioni del direttore.
A nessuno sfugge che si tratta di un'attività complessa nella quale la concentrazione richiesta non è finalizzata solo alla correttezza della singola esecuzione, ma si allarga a coinvolgere la necessità di armonizzarsi con gli altri rispettando tempi, ritmi, dinamiche e tutte le indicazioni fornite dalla partitura.
Proprio per questo, hanno sempre suscitato la mia ammirazione le orchestre giovanili, dove tanti ragazzi hanno la possibilità di coltivare la propria passione arrivando a cimentarsi con programmi spesso molto impegnativi.
Numerose in Italia e all'estero sono le formazioni di questo tipo che hanno avuto promotori famosissimi quali - ad esempio - Claudio Abbado, fondatore dell'Orchestra Mozart. Ma oggi, al di sopra di tutte, desidero ricordarne una nata da un'idea dalla quale anche il Maestro Abbado ha poi preso spunto.

Ci trasferiamo in Venezuela e parliamo di José Antonio Abreu, creatore - nel 1975 - di un progetto chiamato "El sistema".
Si tratta di una rivoluzionaria iniziativa didattica, finanziata dal governo venezuelano, che prevede un sistema di educazione musicale pubblica, libera e gratuita per bambini di tutti i ceti sociali. 
Occorre entrare nel contesto locale per comprendere quanto fosse urgente anni fa - e quanto continui ad esserlo ancora oggi - la necessità di strappare i più giovani dalla strada, offrendo loro una terapia contro il disagio e la possibilità di un futuro lontano dalla povertà e dal crimine.
Da tale esperienza, diffusasi nel tempo in tanti altri stati, è nata una pluralità di orchestre che, oltre a realizzare lo scopo artistico e insieme sociale del progetto, hanno fatto emergere numerose personalità musicali quali - solo per fare qualche esempio - Diego Matheuz e Gustavo Dudamel.

Ed è qui che volevo arrivare, a Gustavo Dudamel
Venezuelano, classe 1981, violinista e attualmente direttore sia della "Los Angeles Philarmonic" che della "Orquesta Sinfonica Simon Bolivar" - la più rappresentativa tra le formazioni giovanili fondate da Abreu - Dudamel è oggi conosciuto in tutto il mondo a cominciare dall'Italia dove, proprio lo scorso giugno, si è esibito anche alla Scala.
Così, per mettere in luce le sue doti di direttore, invece della pura e semplice esecuzione di un brano, tra le clip video offerte da youtube mi è parso interessante scegliere quella che riporta una prova-lezione. Si tratta infatti di una vera e propria scuola di ascolto - "School of listening" è il titolo dell'evento - dalla quale emerge il suo modo di rapportarsi all'orchestra insieme alla chiarezza con cui spiega l'intreccio dei vari strumenti nel pezzo.

È proprio la sezione giovanile della "Simon Bolivar" a provare qui il terzo movimento della "Sinfonia n.1 in Re maggiore" detta "Il titano" di Gustav Mahler (1860 - 1911), brano famosissimo perchè parodia in forma di marcia funebre - e ovviamente in tono minore - del celebre tema di "Fra Martino".
Anche se Dudamel si esprime quasi sempre in inglese e le scritte in sovraimpressione sono in spagnolo, non è difficile comprendere il senso della sua lezione che mira a illustrare la costruzione del pezzo, la sua struttura a canone, il modo in cui i diversi strumenti fondono marcia e melodia, il ruolo di pizzicati, percussioni e via dicendo.

Ma oltre alla sua competenza di direttore, emerge da lui anche un entusiasmo decisamente contagioso, un insieme di forza, dolcezza e simpatia che gli derivano certo dal calore e dalla vivacità della sua origine latino-americana, ma anche da un evidente desiderio di condivisione dello splendore della musica. Così pure, il suo atteggiamento nei confronti degli orchestrali mi pare improntato a un'autorevolezza che nasce da dentro, segnata da quella spontaneità e comunicativa tipiche di chi è stato toccato da una grande passione.
La prova-lezione diventa così un po' per tutti - compresi noi che guardiamo dietro lo schermo di un computer - un'occasione di gioioso apprendimento.

Se poi desiderate godervi il seguito di questa "Scholl of listening" tenuta da Dudamel al Festival di Salisburgo del 2008, potete trovare le altre due parti aprendo i seguenti link:

https://www.youtube.com/watch?v=nJ6BsHUe0u0&t=8s 

https://www.youtube.com/watch?v=PwKfpEs98rg&t=12s

Buona visione e buon ascolto!

domenica 30 giugno 2019

Portando a spasso il cane...

G.Balla (1871 - 1958): "Dinamismo di un cane al guinzaglio"
Orecchiabile il brano di oggi, orecchiabile al punto che ci resterà dentro per un po' come un simpatico tormentone - provare per credere! - ma insomma, stavolta è così.
Il fatto è che, dopo aver dato il benvenuto qui a George Gershwin col pezzo pubblicato otto giorni fa, me ne sono andata un po' a zonzo tra le sue note.

Conosciamo tutti "Rapsodia in blu", "Un americano a Parigi", le musiche per l'opera "Porgy and Bess" tra cui "Summertime" per citare alcuni dei suoi brani più famosi, senza dimenticare il celebre "Concerto in Fa". Tuttavia, la produzione del compositore americano, nonostante sia vissuto solo 38 anni, è molto più vasta e poliedrica. Se la volta scorsa ho pubblicato un pezzo scritto da Gershwin a soli 19 anni, quello di oggi manco a farlo apposta è uno degli ultimi, composto un anno prima della sua morte per la colonna sonora del film "Shall We Dance".

Si tratta di "Promenade - Walking the dog", brano nato per clarinetto e orchestra e poi oggetto di svariati arrangiamenti.
È una musica scorrevole, ritmata e spensierata che sembra proprio voler riprodurre l'atteggiamento talora meditabondo, talaltra un po' svagatello di chi porta a spasso il cane: un'abitudine che consente infatti di abbandonarsi ai propri pensieri, ma anche di lasciar correre l'occhio intorno cogliendo tanti particolari della realtà circostante.
Lo dimostra la gustosissima sequenza tratta proprio dal film che citavo, con protagonisti Fred Astaire, Ginger Rogers e...i cani appunto, dove la musica di Gershwin - nell'adattamento per piano solo fatto successivamente da Jack Gibbons - s'innesta all'azione scenica in modo che la mimica degli attori, cani compresi, si fonda perfettamente con l'andamento delle note.

Ma al di là della simpatica sequenza del film, confesso che mi prende molto anche l'interpretazione del brano per clarinetto e pianoforte. 
È il solista a modulare il tema sull'onda di un' accattivante ispirazione jazz, mentre il piano lo fa riecheggiare sottolineandone marcatamente il ritmo un po' scanzonato. Una musica grintosa, ma non priva di qualche parentesi più languida, che ci conduce - per così dire - un po' qua e un po' là, come seguendo il fiuto di un cane che corre dietro a svariate sollecitazioni.
Un brano leggero ma irresistibile, che testimonia quanto sono vari gli argomenti che la musica può interpretare, soprattutto se si tratta della colonna sonora di un film del quale - come in questo caso - deve seguire la trama mettendone in luce il sorridente umorismo.
Una melodia che, nel suo ironico e ammiccante intreccio di note, è ricca di armonia imitativa e al tempo stesso di quella svagata spensieratezza che fa bella la vita.

Buona visione e buon ascolto!

sabato 22 giugno 2019

Il tocco di Jeffrey

(Foto presa dl web)
Mi perdonerà il Maestro Jeffrey Biegel - se mai un giorno dovesse trovarsi a passare di qui - per la confidenza con cui nel titolo l'ho chiamato per nome!
Ma dalla volta in cui ho avuto occasione di ascoltarlo dal vivo, ne ho colto non solo la straordinaria bravura da vero virtuoso del pianoforte, ma anche l'umanità trasparente, unita ad un'accattivante cordialità nel suo modo di accostarsi alla musica.
È stato verso la fine del 2017, al Teatro Dal Verme di Milano, dove ne ho potuto apprezzare le doti di finissimo interprete nell' esecuzione del "Piano Concerto n.1" di Giovanni Allevi, che tra l'altro ha anche inciso.

Sempre il modo di avvicinarsi alla musica e di farla nostra rivela chi siamo: vale per tutti i compositori, ma anche per gli interpreti che, suonando, ci regalano certamente il senso profondo delle note di un altro autore, filtrandolo però attraverso la propria sensibilità e il proprio modo di dialogare con le note. 
Una dimensione soggettiva ineliminabile anche in coloro che, con la bravura e la finezza di cui sono dotati, sanno immergersi in un testo musicale fino a farne una riproduzione fedele e a rispettarne l' originalità.
Ma la passione, il gusto di suonare e il tocco restano assolutamente personali.

Ecco. Del Maestro Jeffrey Biegel - americano, classe 1961 - ho avuto l'impressione di un interprete capace di associare grande padronanza del pianoforte ad altrettanta semplicità, pronto a regalare al pubblico, con rigore e insieme leggerezza, tocco sicuro e al tempo stesso delicato, le più diverse meraviglie del mondo delle note.
Si tratta infatti di un musicista versatile: non solo pianista, considerato tra i più talentuosi e brillanti di questi anni, ma anche compositore, arrangiatore e insegnante. La sua formazione classica lo ha condotto a realizzare numerosi progetti per contribuire alla conoscenza degli autori del passato, ma non gli ha impedito di dedicarsi anche alla musica contemporanea valorizzando i più recenti compositori insieme a brani dei generi più svariati. 
Insomma, un'attività dalle mille sfaccettature.

Proprio tale versatilità dimostra qui Biegel nell'esecuzione di un pezzo di George Gershwin (1898 - 1937). 
Il nome del compositore statunitense ci riporta subito non soltanto al mondo della classica, ma anche a quello del jazz, del blues, del musical e del ragtime
A quest'ultimo genere, in particolare, si riferisce il brano che ho scelto oggi: "Rialto Ripples", scritto da Gershwin a soli 19 anni, un rag in cui il musicista -  rifà un po' il verso a Scott Joplin.
Si tratta infatti di una musica ballabile, pervasa da una contagiosa e scanzonata vena di allegria, ottimo rimedio per i momenti un po' così...per quelle mattine che stentano a partire, quando - ma diciamolo piano perchè non ci sentano! - neppure Bach e Mozart possono nulla e urge un piano B per far decollare la giornata!
Di tale vivacità, non priva di qualche ammiccante punta di umorismo, Biegel mette sapientemente in luce i tratti. La sua interpretazione sottolinea infatti i contrasti tra forte e piano, facendone risaltare col suo tocco ritmica e accenti. Un'esecuzione dalla quale traspare la matrice classica del pianista e che di conseguenza risulta - a mio avviso - più misurata rispetto ad altre.
Ma insieme alla capacità di Biegel di padroneggiare le differenti dinamiche del testo, è evidente anche il gusto con cui suona. 
La sua è infatti una comunicativa sobria ma non per questo meno efficace, che ci restituisce il senso di un dialogo con la musica fatto di partecipazione attentissima e talora divertita.

Buon ascolto!

venerdì 14 giugno 2019

I ponti di Hopper

"Le bistrot"
C'è spesso in tanti pittori - al di là dei principali caratteri iconografici che li hanno resi celebri - qualche motivo ricorrente, talora un semplice dettaglio secondario, che tuttavia si ripete come parte integrante del loro modo di rappresentare la realtà.
Ricordate il treno nei dipinti di De Chirico? 
Quel trenino sbuffante che compare all'orizzonte di tante sue piazze famose, in apparenza senza alcun nesso col resto, ma che rimanda a un dato autobiografico? Ecco! Ma potremmo citare anche Ottone Rosai con i suoi vicoli sempre il curva, o Cézanne con il Mont Sainte-Victoire e altri ancora.

"Pomeriggio di giugno"
Così, nell' attenzione verso le opere di Edward Hopper (1882 - 1967) che mi ha portato a scrivere già tempo fa un paio di post, non avevo mai fatto caso ad un particolare che invece ricorre spesso nei suoi dipinti.
Conoscevo Hopper come pittore della solitudine metropolitana e di quella sospensione esistenziale che si traduce in attesa, di quel senso di provvisorietà che gli fa riprodurre squarci di vita incompleti come partenze, treni, strade o finestre, che rimandano a un dentro e un fuori, un prima e un dopo e attendono un compimento.
Ma non avevo mai notato che, nei panorami che l'artista delinea sia quando raffigura il tessuto urbano che altrove, vi sono spesso anche dei ponti.

Perchè mai? Che cosa lo ha condotto verso tale rappresentazione? 
Forse l'immagine inconscia di un luogo familiare, un ambiente visto e sognato che ritorna magari attraverso un semplice richiamo, o tutto ciò sottintende un senso più profondo? 
"Scompartimento C, Carrozza 293"
Non lo so con certezza, ma non mi pare un dettaglio trascurabile, data la frequenza con cui ricorre non solo nei dipinti esplicitamente dedicati a questo tema, ma anche in opere in cui è una semplice citazione en passant - ma proprio per questo ancor più significativa - come nel paesaggio che appare dal finestrino nel quadro qui a lato. 
Sembra infatti che Hopper, nel delineare la realtà circostante, lo inserisca con naturalezza quasi inconsapevole, come se la presenza del ponte facesse parte del suo immaginario.
"Le Quai des Grands Augustins"
Molteplici potrebbero essere le considerazioni sul significato di questa immagine: spazio di collegamento e insieme metafora di apertura e di incontro tra esseri umani, ma anche luogo di sogni romantici così come di oscure tentazioni. 
Tuttavia non intendo addentrarmi in un discorso che mi porterebbe lontano, ma solo osservare i ponti che l'artista ha raffigurato nei loro colori, forme ed effetti.

Per quanto i dipinti che vedete qui - ad eccezione di "Manhattan Bridge" che è successivo - siano stati realizzati nel corso di pochi anni, dal 1907 al 1913 a seguito di alcuni viaggi del pittore a Parigi, vi si possono ravvisare caratteri diversi che lasciano sensazioni del tutto differenti.
"Le Pont des Arts"
Dalla luce al colore, fino alla struttura stessa del ponte e dei suoi materiali, vi sono mutamenti notevoli. 
Troviamo ponti di pietra dal massiccio spessore e strutture in ferro più aeree e snelle che Hopper rappresenta con tratto veloce; vi sono colori chiari e forme semplici, così come costruzioni più articolate e pesanti dove l'ombra prevale sulla luce.
Si va dalla levità di alcune opere come "Le bistrot", "Pomeriggio di giugno" e "Les Pont des Arts", fino alla cupa atmosfera di "Bridge in Paris".
"Bridge in Paris"
Se infatti nelle prime è evidente un certo influsso dell'Impressionismo non tanto nel vibrare della pennellata, ma più che altro nella chiarità dei colori e nell'idea di una pittura en plein air, "Bridge in Paris" sembra invece contraddire tutto ciò e creare un ponte sotto le arcate del quale ci si addentra come nel buio arcano di un tunnel. 
Rispetto agli altri, oltre al colore e ai materiali, cambia infatti anche il punto di vista che, dal basso, ce ne offre una visuale diversa e carica di mistero.
"Bridge on the Seine"
Sono opere nelle quali, al di là delle suggestioni ricevute da Hopper nei suoi soggiorni parigini - e la capitale francese nei primi decenni del Novecento è un incrocio di fermenti culturali - domina la visione dell'artista con quel senso di solitudine e sgomento che la caratterizza.
Osserviamo, per esempio, il bellissimo "Le bistrot". Al di là delle due figurette intente a bere in un angolo, è proprio la solitudine a campeggiare nel paesaggio totalmente deserto. Colori chiari, certo, ma anche un clima di indefinita malinconia e un orizzonte quasi vuoto: la strada, il fiume, il ponte con quei quattro alberelli (cipressi?...) agitati da un vento leggero e un taglio obliquo che mi ricorda un po' i quadri di Munch nella loro inquietudine.
"Queensborough Bridge"
Un taglio in realtà fotografico che ritroviamo pressocchè in tutti i dipinti qui riportati e che riproduce in tal modo solo una parte - a volte più ampia, a volte ridotta a uno scorcio - dei vari ponti che risultano così incompleti. 
Ma del resto, un ponte è già di per sè un elemento incompleto perché la sua presenza rimanda ad altro: ad acqua che scorre sotto le sue arcate, a necessità di collegamenti e al fermento di vita sulle rive che esso unisce.
"Manhattan Bridge"
E mi pare che il taglio di tali rappresentazioni, accrescendone il senso di incompiutezza, rimandi anche in questo caso a quella "tranche de vie" - per dirla alla francese nonostante Hopper sia statunitense - che il pittore ha sempre raffigurato dipingendo, come scrivevo sopra, strade, finestre, treni e attese.

Allora, in omaggio al clima di queste opere e insieme a quanto di parigino alcuni dipinti rappresentano, oggi vi propongo un brano di un compositore francese.  
Si tratta di Erik Satie (1866 - 1925), precursore del minimalismo e iniziatore di quella che viene chiamata musica d'ambiente poichè l'atmosfera da essa creata viene considerata quasi più importante della musica stessa. 
Il genere è nuovo e avrà poi fortuna nel corso del Novecento: famosissime a questo proposito le sue "Gymnopedies" e le "Gnossiennes" inserite anche nella colonna sonora in alcuni recenti film.
Il pezzo che ho scelto è la "Gnossienne n.1 in fa minore" prima di una serie di sette composizioni per piano solo. Resta un po' un mistero l'origine di questo titolo coniato dallo stesso Satie, forse con riferimento al termine greco gnosi.  
Si tratta di una delicatissima melodia dal procedere lento e dal tono malinconico vagamente orientaleggiante, ricca di trilli e caratterizzata da una serie di contrasti tra il piano e il forte
La sua struttura è semplice, ma il tono minore, le frequenti ripetizioni del tema e alcune affascinanti dissonanze possono lasciare una percezione di smarrimento e di indefinita malinconia.

Buon ascolto!

(I dipinti di Hopper qui riportati sono tutti conservati presso il "Whitney Museum of American Art" di New York, ad eccezione di "Scompartimento C, carrozza 293" che si trova alla Collection IBM Corporation e "Queensborough Bridge" in una collezione privata) 
N.B. Se avete l'impressione che la musica non si senta, niente paura! Il brano comincia a 0,24 dall'inizio della clip video. Occorre un pochino di pazienza, ma poi questa interpretazione ci ripaga. Grazie!!!

 

mercoledì 5 giugno 2019

A piccoli passi

N.Lancret (1690 - 1743) : "Minuetto".
Nonostante ami molto la musica di Mozart insieme a quella degli autori suoi contemporanei, non ho mai nutrito una particolare predilezione per la forma del minuetto che, proprio nell'arco del Settecento, trova gli esempi più famosi.
Nato un secolo prima in Francia in ambiente popolare, è divenuto poi  ballo di corte e si è diffuso anche altrove, reso famoso da compositori quali Lully, Boccherini, Mozart, Haydn e il giovane Beethoven, mentre successivamente la sua fortuna andrà diminuendo. 
Lo troviamo quindi inserito, in un primo momento, all'interno delle varie suites barocche e più avanti nelle sonate o nelle sinfonie dell'epoca classica, sostituito poi dallo scherzo.
Il termine minuet deriva dal francese pas menu, passo minuto, e si riferisce proprio al modo di incedere a piccoli passi che caratterizza questa danza dal ritmo ternario, pacata e ricca di garbo. Graziosa e galante sono i primi aggettivi che mi vengono in mente per definirla: una danza di coppia fatta di inchini, cerimonie e riverenze, quasi una sorta di rito di corteggiamento dove però si mantengono le distanze e manca l'appassionata vivacità di altri balli. 
Una danza misurata insomma, come misurati sono i piccoli passi, ora a destra, ora a sinistra, avanti e indietro, che richiedono da parte di chi li esegue molta attenzione perché venga rispettata una perfetta sincronia.

Dicevo appunto che il minuetto non mi ha mai particolarmente attirato, forse per questo suo tono tipicamente salottiero e talora un po' lezioso al quale ho preferito spesso altri generi, o perché richiama un po' la musica d'occasione.
Tuttavia - proprio nell'arco dell'Ottocento, quando la sua fortuna va a svanire - si possono trovare esempi ricchi di notevole fascino.
È il caso del brano di oggi: il "Minuetto" dalla "Suite n.2 dell'Arlesiana" di Georges Bizet (1838 - 1875), già scritto dal compositore per l'opera "La jolie fille de Perth", e dopo la sua morte, inserito da Ernest Guiraud nelle musiche di scena di questa Suite
Si tratta di una melodia luminosa, un "Andantino quasi allegretto" dal ritmo riposante ma vivo, dal procedere sostenuto ma non troppo, e ricco di passaggi che indugiano nel sottolinearne la dolcezza. Ce lo dicono anche il diminutivo e il vezzeggiativo dei due termini con quell'allegretto attenuato dal quasi, che sottintende una vivacità smorzata e una musica soffusa di particolare grazia.

Qui è il flauto di Emmanuel Pahud a regalarci lo splendido tema del brano: un'aria di grande leggiadrìa scandita con leggerezza nelle sue successive fioriture e - dopo un intermezzo orchestrale più deciso e solenne - ripresa con nitida luminosità fino alla conclusione.
Una melodia fatta di piccoli passi rasserenanti, note talora ribattute e qualche lieve passaggio più lento a sottolinearne l'eleganza. 
E mentre qua e là risuona un'eco della mozartiana "Aria di Papageno" del primo atto del "Flauto magico", la dolcezza carezzevole del tema rispecchia invece i caratteri squisitamente romantici della musica francese dell'Ottocento.

Buon ascolto!

martedì 28 maggio 2019

Provviste per l'estate

G.De Chirico: "Piazza d'Italia" (Foto presa dal web)
No, non ho sbagliato stagione scrivendo il titolo di questo post, anche se di solito - quando si parla di provviste - siamo abituati a pensare alle necessità imposte dall'inverno con i suoi giorni dal tempo più inclemente, almeno qui da noi.
Ma non mi sto neppure riferendo al clima che - forse - ci farà indossare il golfino di lana anche durante i prossimi mesi, a giudicare dalle stranezze meteorologiche di questo maggio così inconsueto.

Parlo invece dell'estate come periodo di ferie - per chi ne può usufruire - o comunque di quella pausa, lunga o breve che sia, che tutti aspettiamo per trovare spazi di riposo e di svago o magari anche di solitudine.
Personalmente, amo la solitudine e oserei dire che talora la cerco, soprattutto quando ci mette a contatto con lo splendore della natura e con un ritmo di vita meno affannoso, capace di restituirci a noi stessi.
E tuttavia mi rendo conto che essa ha spesso due facce: può essere silenzio incantato o annoiato grigiore, pausa di serena meditazione o abisso di vuoto come quella piazza di De Chirico nella foto in alto, dove il contrasto netto tra sole e ombra sembra accentuarne l'effetto.

Indubbiamente, è una condizione che favorisce l'emergere di energie più fresche o di nuove risorse interiori - pensiamo solo a quante opere d'arte ha prodotto! - ma talora può anche immergerci in una palude di tristezza o di rammarico. E se spesso è occasione per rivedere il nostro vissuto sollecitando in noi desideri e sogni, a volte sottolinea assenze e rischia di disorientare. 
Non è sempre facile scandagliare il magma che ci portiamo dentro, ma se in certi momenti ciò fa emergere in noi spaccature e sofferenze feconde perchè andranno poi a tradursi in vita, in altri capita che si resti lì, ripiegati in se stessi o apparentemente isteriliti in un senso di frustrazione che la solitudine spesso amplifica in un'onda sempre più larga.

Allora occorrono provviste anche per l'estate: legna per il fuoco e cibo per l'anima perchè chi prevede giorni di un cammino impervio come un sentiero di montagna abbia almeno scarponi, piccozza e borraccia, insomma un buon equipaggiamento. 
E che cosa meglio di libri e musica? Compagni di strada che si affiancano a noi,  pronti a sostenerci, a corroborarci come una buona grappa alpina, dissipando nebbie e restituendoci sogni, prospettive e sorriso. 
Del resto, senza andare troppo in là, penso che tutti noi, in previsione di un periodo di vacanza, facciamo provvista di letture e musiche scelte con cura cui affidare i nostri giorni di ferie, o talora anche per contrastare ombre e pensieri che certe pause possono favorire.

Bene. Allora, nello zaino di chi si appresta ad affrontare un periodo un po' così...oggi mi permetto di suggerire un brano che amo molto.
Torno a Bach naturalmente, un Bach che ci sa regalare fondamenta e contrafforti a prova di terremoti interiori e che nel pezzo che segue costruisce un'architettura articolata, grandiosa e complessa. 
Si tratta dell' "Ouverture" della "Suite per orchestra n.1 BWV 1066", che ci regala uno spazio sonoro solenne e disteso, sottolineato dalla luminosa e assertiva tonalità di Do maggiore. Un brano tripartito, costruito da due parti lente e maestose, intervallate da una fuga di straordinaria leggerezza che anticipa con la sua vivacità i successivi movimenti di danza.
Una pezzo brillante che, se può ricordare il lusso e la spensieratezza delle feste di corte come è stato rilevato da alcuni musicologi, non per questo è privo di quella profondità e dello splendore creativo tipicamente bachiano.
Una musica che lascia una percezione di gioiosa apertura e vibrante energia, capace di regalarci il necessario equipaggiamento interiore per trasformare ogni eventuale solitudine in una dimensione incantata.

Buon ascolto!

lunedì 20 maggio 2019

Altre stagioni

(Foto presa dal web)
Attraversavo martedì scorso la mia pianura della quale conosco palmo a palmo angoli e vedute, e a un tratto sono stata colpita da un panorama inconsueto.
Procedendo verso nord, in fondo alla  campagna aperta, percorsa dal vento freddo di questi giorni, vedevo all'orizzonte lo spettacolo delle Prealpi bianche per le recenti nevicate.
Ma al tempo stesso, in primo piano avevo ciuffi rossi di papaveri che, disseminati tra il verde dei campi e sul ciglio della strada, da certe angolature andavano a stagliarsi proprio contro le lontane cime innevate. 
Papaveri e neve: è stato questo l'anacronistico panorama che, pur nella sua bellezza, mi ha lasciato una sensazione straniante.

C'è spesso un modo in cui ci appaiono le cose - i fiori, il cielo, la campagna, il paesaggio intorno a noi - che ce le rende familiari, una sorta di abitudine che le fa diventare cornice rassicurante del nostro cammino, perchè in essa ci ritroviamo ravvisando i consueti tratti della nostra vita.
Ma quei papaveri stagliati contro le montagne innevate, giorni fa, per un attimo mi hanno dato un senso di straniamento come se l'immagine, accrescendo la sfasatura cronologica di questo clima invernale a maggio, non appartenesse più a una sequenza di fenomeni conosciuti a cui riandare, ma fosse segno o presagio di un tempo nuovo. 
Un tempo in cui inoltrarsi con vaga inquietudine, quasi nel succedersi dei vari mutamenti climatici avessimo la percezione di un ignoto che sgomenta, di una dimensione esistenziale che si dilata oltre i confini entro i quali siamo soliti riconoscerci e sulla quale - più che mai - non abbiamo il controllo.
Certo, è un fatto di cui abbiamo già consapevolezza: siamo piccoli e abitiamo uno spazio infinito dai contorni sfrangiati. Ma talora basta un'immagine, una particolare inquadratura di paesaggio a darcene - come in un flash improvviso - una percezione più viva e insieme ambigua che, se da un lato va ad acuire un senso di incertezza esistenziale, dall'altro apre forse squarci verso il nuovo.

È proprio sull'onda di tali sensazioni che oggi desidero tornare a Max Richter con un brano dalla sua ricomposizione delle "Quattro stagioni" di Vivaldi: lavoro senza dubbio interessante anche se azzardato, dove l'artista, nel suo approccio ai celebri concerti, tenta di fondere ambient music ed elettronica con lo stile vivaldiano.
"Riscriverli - ha affermato Richter - è stato come guidare attraverso un meraviglioso paesaggio conosciuto usando una strada alternativa per apprezzarlo di nuovo come la prima volta".
Il risultato a cui approda - almeno nel brano che vi propongo qui - delinea un paesaggio sonoro e ci immerge in un clima musicale ben lontani dall'atmosfera e dal gusto barocco. Tuttavia, la sua lettura dei testi vivaldiani, fatta con sensibilità e strumenti nuovi, ha il pregio di sviscerarne ogni risorsa espressiva creando affascinanti suggestioni.

Dell'opera ho scelto un pezzo molto breve: il secondo movimento, "Adagio", dell'"Estate" - "Concerto n.2 in sol minore RV315" - del quale ho riportato anche la versione originale.
Qui, se Vivaldi ci fa sentire la cupa calma che precede il temporale alternata all'eco lontana del tuono che si avvicina, Richter, dando al brano una ritmica cadenzata e dilatando ulteriormente la voce degli archi, ne fa scaturire un canto ancor più angoscioso. Certo, anche Vivaldi esprime un senso d'intensa malinconia, ma è come se la sua musica sapesse dare un nome alle cose, mentre Richter le coglie in quella dimensione originaria e straniante in cui non hanno ancora identità, o almeno così a me pare. 
Se infatti il compositore veneziano articola il pezzo secondo una squisita armonia descrittiva riferendosi ai versi del sonetto corrispondente, Richter tratteggia invece un paesaggio in cui ogni definizione resta incerta, portandoci ai margini di uno spazio sconfinato che è altra cosa rispetto alla creazione vivaldiana. 
E sembra aprire squarci di un mondo sconosciuto, delineando nuove stagioni dentro e fuori di noi.

Buon ascolto!