Ci sono poeti che leggiamo per la raffinatezza del linguaggio pur avvertendo la loro esperienza lontana dalla nostra, ed altri che invece sentiamo più vicini e congeniali per quella sotterranea sintonia che ci fa ritrovare noi stessi in qualcuno dei loro componimenti o anche solo in un verso. Sono quelle parole che talora ci ritroviamo dentro senza saperlo - magari studiate a scuola una vita fa - e che riaffiorano fuse col nostro vissuto e ormai parte di noi.
È toccante questa dimensione profonda e insieme quotidiana della poesia che coglie e fa risplendere la luce segreta delle cose più piccole o più usurate, e sono tanti gli scrittori che a tale riguardo si potrebbero citare.
Tra gli altri, trovo incantevoli alcuni testi del triestino Umberto Saba (1883 - 1957). Ad affascinarmi è il suo sguardo gentile sulla quotidianità più spicciola, uno sguardo simile a quello del poeta nella foto, profondo e al tempo stesso leggero come l'osservare discreto di chi posa una lieve carezza sulle cose per custodirle interiormente. Vi si coglie anche il velo di malinconia di chi ha conosciuto la sofferenza e ricordiamo che, negli anni della seconda guerra mondiale, date le sue origini ebraiche il poeta era stato costretto a vivere in clandestinità per sfuggire alla deportazione. Tuttavia dai suoi occhi traspare anche un che di pacato: la consapevolezza di chi, per raccontare di sè, ha trovato parole autentiche.
È una delle più famose la lirica che vi propongo - quasi una manifesto della poetica dell'autore - tratta dalla sezione Mediterranee del "Canzoniere", ed è significativo che, nel titolo dell'intera raccolta, Saba riprenda quello usato secoli prima dal Petrarca che vi aveva espresso la propria vicenda interiore.
Amai
Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.
Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.
Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.
Ha circa 63 anni il poeta quando compone questi versi e sembra volgersi indietro a considerare la propria esperienza facendo una sorta di bilancio esistenziale. Che cosa è stato importante per lui nella vita?
Indubbiamente il moto di amore che lo ha accompagnato e ancora lo accompagna quando scrive. Basta osservare l'esordio delle tre strofe: Amai...Amai... Amo... Amore per la parola, anzi, per trite parole ricusate da altri nelle quali Saba, al contrario, trova motivo d'incanto. Parole semplici come la rima fiore/amore già usata da lui nella celebre poesia "Trieste". Ma perchè mai la più antica difficile del mondo?
Perchè la facilità di una rima e l'abitudine all'uso, o all'abuso, di certi termini può trasformarne la semplicità in banalità e il confine, se ci pensiamo, è sottile. Tuttavia, quelle del poeta non sono parole casuali o distratte e il suo sguardo non si accosta alla realtà sorvolandola in superficie, ma ne coglie lo spessore anche senza la necessità di una forma ricercata e complessa. Traspare da questa scelta una velata polemica con lo stile certo raffinatissimo ma aulico e altisonante del D'Annunzio, e forse anche col linguaggo spesso oscuro degli ermetici al quale Saba contrappone il proprio desiderio di chiarezza espressiva.
Dopo l'aspetto formale, il poeta passa a considerare il contenuto delle sue parole: Amai la verità che giace al fondo. Il senso della sua comunicazione è attingere alla verità di noi stessi, a quell'identità profonda a volte nascosta che la sofferenza fa talora riaffiorare più viva. Punto di arrivo è dunque il centro del nostro mondo interiore da ritrovare con trepidazione e a cui tenersi avvinti perchè luogo della nostra autenticità.
Lo scopo non è solo introspettivo ma insieme fonte di apertura e comunicazione. Così, nell'ultima strofa, Saba si rivolge al lettore stabilendo con lui una sorta di dialogo e dichiarando di essere consapevole della positività del proprio intento: la mia buona / carta lasciata al fine del mio gioco. La parola poetica lo conduce infatti il più vicino possibile al nucleo profondo della persona: lezione umana oltre che artistica, in un mondo in cui comunicare - ieri ma soprattutto oggi - è talora un affastellare parole vuote.
E mi piace accostare questi versi alla musica di Mozart proprio per ciò che scrivevo sopra: per la mirabile semplicità di certe sue melodie che non è banalità, ma complessità risolta, punto di arrivo di una capacità di cogliere la scintilla segreta che anima ogni cosa e di restituircela con grazia ed eleganza.
Quello che sentirete è il celebre "Andantino" del "Concerto per flauto, arpa e orchestra K.299" scritto dal compositore a soli 22 anni: un'aria soave e cantabile dove si alternano i due strumenti solisti tra i quali - cosa rara per l'epoca e anche all'interno delle opere dello stesso Mozart - compare l'arpa. Se infatti altrove essa si limita a fare da accompagnamento, qui dialoga con l'orchestra alternandosi al flauto e regalandoci le innumerevoli sfumature del suo timbro melodioso.
Buon ascolto!
(La foto è presa dal web)











