lunedì 30 novembre 2020

Nel segno del sorriso

Mi bacchetterà, Santa Cecilia, per il ritardo imperdonabile - ben otto giorni - con cui quest'anno la celebro!
Ma ero tanto presa dal romanzo di
Cesare Picco su Bach - a proposito, se non lo avete ancora fatto, leggetelo! - che non sono stata capace di staccarmi dal libro per rispettare la ricorrenza.
Forse però, trattandosi di Bach che nel
Paradiso dei musicisti risplende certo di luce più fulgida, la Santa con me chiuderà un occhio.
Anzi, me li immagino - lei e il compositore - sedut
i proprio su scranni vicini a conversare piacevolmente, con un sorriso di intesa, di allemande, invenzioni e contrappunti o a suonare insieme un pezzo.

Dite di nooo??... Nel senso che in Paradiso non esistono scranni e non sappiamo bene come si svolgano le conversazioni? Che forse non occorre neppure parlare, ma nonostante ciò si comunica meglio di quaggiù?... E che ancora meglio sarebbe se non mi impelagassi in questo genere di discorsi?...
Vabbè, forse avete ragione, lassù avranno altri stili di arredamento e di linguaggio.
Però Bach e Santa Cecilia di certo non hanno smesso di suonare anche perchè, per me, in Paradiso si deve far musica...o non è il Paradiso!

Bene. Sostenuta da questa inoppugnabile certezza, sono andata a cercare un dipinto da dedicare alla Santa e ho scelto il quadro che vedete e che non conoscevo. Rappresenta una fanciulla mentre suona il violino seguendo lo spartito che le porge un angioletto: un'immagine di grande soavità e raffinatezza, evidenti soprattutto nel viso. Basti osservare l'elegante acconciatura dei capelli fermata da un monile, con una perla che pende sulla fronte quasi a simboleggiarne il candore. L' opera è di Marcantonio Franceschini (1648 - 1729), artista bolognese del periodo barocco che in essa ha inteso sì raffigurare "Santa Cecilia", ma anche "La Musica". E questa duplice identificazione mi pare molto bella.

Per il brano sono tornata invece a un compositore che adoro: Franz Joseph Haydn (1732 - 1809). È il "Quoniam Tu solus Sanctus" che vi propongo, dal "Gloria" della "Missa cellensis n.3 in Do maggiore Hob XXII 5" conosciuta anche come "Missa Sanctae Caeciliae", e interpretato da "Les Musiciens du Louvre" diretti da Marc Minkowsky.
Si tratta di una composizione della quale - tempo fa - avevo già pubblicato l' "Et resurrexit" dal
"Credo", e di un ensemble che mi ha sempre affascinato per la sua passione nel vivere la musica, come avevo scritto in questo vecchio post che - se volete - potete andare a vedere.

Ma torniamo al presente. È qui la splendida Lucy Crowe a interpretare il
"Quoniam...", dando prova di grande abilità vocale in un vivacissimo brano che è un vero e proprio pezzo di bravura, ma soprattutto illuminandoci dall'inizio alla fine con la sua fresca gioia e il suo sorriso. Un sorriso dove musica e preghiera di lode si fondono meravigliosamente nell'atto in cui è la voce umana a realizzare tale splendido connubio.
E come per il passato, anche qui possiamo osservare quanto - superato un certo livello
tecnico - l'esecuzione si traduca in gioia pura per chi ascolta, ma prima di tutto per chi canta o suona, realizzando così quella circolarità della bellezza che parte dalle note, arriva agli interpreti e si riverbera poi su di noi. Una circolarità continua e dinamica che avvolge tutti in un'onda di intensa empatia.
E ancora una volta, la musica ci riconcilia con la vita.

Buona visione e buon ascolto!

 

lunedì 23 novembre 2020

"Sebastian"

È sempre interessante rileggere un libro a distanza di tempo, perchè la diversità del momento - e spesso di stato d'animo - ce ne fa cogliere aspetti nuovi, consentendoci di apprezzate sfumature che magari la prima volta ci erano sfuggite e facendoci inquadrare la vicenda in un'altra luce. 

È stato per me il caso del testo che vedete qui in foto, intitolato "Sebastian": esordio letterario di Cesare Picco, classe 1969, pianista e compositore di fama internazionale.
Il lavoro - uscito poco più di un anno fa e dedicato a Johann Sebastian Bach - è
insieme documento e romanzo, biografia ma anche un po' favola che l'autore ha costruito senza seguire una rigorosa cronologia, ma alternando capitoli centrati sull'adolescenza del musicista, ad altri relativi agli anni della maturità e agli ultimi mesi segnati dalla perdita della vista.
Ma mentre, la prima volta che l'ho avuto in mano
, del libro mi aveva colpito soprattutto il lato per così dire favolistico, la mia recente rilettura mi ha fatto cogliere con maggior forza altri aspetti di grande spessore che Picco fa emergere da una scrittura avvincente e profondissima.

Protagonista del romanzo è appunto Bach, del quale l'autore delinea le fasi della formazione, insieme all'amicizia che lo lega al compagno di liceo Georg Erdmann e che li vedrà protagonisti di un viaggio dai contorni fantastici da Ohrdruf a Lüneburg. Ma lo scrittore segue poi Sebastian nel corso della sua esistenza fino all'affermazione come kapellmeister a Cöthen, al matrimonio con la seconda moglie Anna Magdalena, al successivo trasferimento a Lipsia in qualità di kantor e infine agli ultimi mesi di vita.

Nasce così un racconto in cui, oltre allo scrittore, voci narranti sono anche l'amico Georg e poi proprio Anna Magdalena.
La storia si dipana intorno agli anni dell'adolescenza in cui il giovane Bach mostra
precoci doti musicali intuite dalla delicatissima attenzione di Elias Herda, splendida figura di maestro che ordisce segrete trame per consentire al suo migliore allievo di proseguire gli studi nella Michaelisschule di Lüneburg.
E accanto a Sebastian quindicenne, Herda mette Georg di qualche anno più
grande: in apparenza per proteggerlo, ma in realtà per non spezzare la loro amicizia e consentire a entrambi di continuare gli studi musicali, superando le difficoltà economiche e i divieti posti dalla famiglia Bach. Inizia così per i due amici un viaggio avventuroso: trecento chilometri da percorrere a piedi tra varie insidie, ma anche indomabili speranze e sogni che talora andranno a sovrapporsi alla realtà.
Ma altri capitoli vedono Bach nel rapporto con la propria numerosa famiglia, poi segnato dalla malattia e oggetto di cruente
operazioni agli occhi, assistito con devozione dalla seconda moglie Anna Magdalena. Emerge qui un ritratto delicato e intenso di questa donna, del suo amore per Sebastian, così come della sua passione per la musica e della collaborazione col marito del quale trascrive attentamente le partiture.

Al di sopra di tutto, però, di Bach ragazzo e poi uomo maturo Picco
mette in luce la costante e appassionata ricerca del suono dell'universo, di quel codice segreto che attraversa cose e persone quasi il mondo, come un immenso spartito, fosse fatto di musica e percorso da vibrazioni che solo l'orecchio assoluto e il genio sanno cogliere.
Una ricerca che inizia dalle prime pagine del libro con la "Mappa dei suoni di Ohrdruf"
dove viene segnata la tonalità in cui risuona ogni angolo del paese, ogni albero, ogni strada, ogni muro...per arrivare alle ultime pagine in cui, ormai in punto di morte, Bach inizia ad avvertire - come afferma egli stesso - "il suono più puro e sconvolgente che abbia mai udito" e confessa ad Anna Magdalena: "È in quel suono che desidero perdermi".

Un romanzo profondo e toccante da far leggere - a mio avviso - anche a scuola. Nel racconto, infatti, Cesare Picco pone più volte l'accento su quel sentirsi "in divenire" tipico degli anni dell'adolescenza: anni di purezza e stupore, passione e impeto che talora regalano il coraggio di compiere un salto nel buio, quasi una sorta di rinascita per realizzare la propria vocazione. E man mano che si procede nella lettura, si coglie l'intensa poesia di tale ricerca.

Bello inoltre il fatto che ogni capitolo abbia per titolo una composizione bachiana, come fosse la colonna sonora più appropriata per comprendere il senso delle vicende narrate.
Così, ho scelto il brano di oggi proprio tra queste, un pezzo dolce e sorridente
che riconoscerete subito perchè è tra i più famosi ed eseguiti: il Corale "Jesu bleibet meine Freude" - Gesù rimane la mia gioia - che chiude la celebre "Cantata BWV 147".
È un'aria
che mi ha sempre colpito per la sua singolarità, costituita da una sorta di scambio tra parte corale e melodia. Mentre infatti, di solito, un coro canta su di un andamento musicale più movimentato rispetto agli accordi, qui invece il motivo ornato e fiorito - quello che più facilmente resta nella memoria - fa solo da introduzione e accompagnamento, mentre il coro canta su di un impianto armonico più fermo.
Un pezzo intriso di gioia contemplativa nel quale - ancora una volta - per Bach lo splendore
delle note si traduce nel sorriso dell'intero universo.

Buon ascolto!

 

lunedì 16 novembre 2020

Donne col libro - 11


È stata l'originalità il tratto distintivo che mi ha colpito nel dipinto di oggi: un'immagine che avevo da parte e covavo da tempo senza risolvermi a pubblicarla, incerta se dare spazio a pittori più celebri. Ma alla fine mi sono decisa perchè, nella nutrita serie di quadri famosi che raffigurano donne e libri, questo mi è parso decisamente diverso. Così, eccolo.

S'intitola "Domestica che legge in una biblioteca", si trova in una collezione privata e il suo autore è Edouard John Mentha, artista svizzero nato nel 1858 e morto probabilmente nel 1915 anche se la data va forse spostata più avanti.
Le sue opere comprendono raffigurazioni di paesaggi, interni e ritratti delineati con uno stile che s'ispira, in genere, alla pittura realista di fine Ottocento.

Qui, ci troviamo in una stanza: in realtà, non soltanto biblioteca, ma insieme laboratorio di scienze naturali o di zoologia.
Lo ricaviamo dalla presenza dei vari
uccelli impagliati che campeggiano in alto sopra uno scaffale, più giù dei pipistrelli, un teschio e alcune provette. Ma non manca - guarda un po' - anche un vaso coi pesci rossi.
Una vecchia stanza dall'aria polverosa data
dall'aspetto di volumi altrettanto vecchi e di album piuttosto consunti, atmosfera sottolineata peraltro dai colori spenti: una gamma di grigi e marroni, illuminata solo dal bianco del lungo grembiule della donna proprio al centro del quadro.

È lei la protagonista, ma - a dire il vero - sembra essere lì per caso e, se ci trovassimo ad aprire all'improvviso la porta del laboratorio, forse resterebbe sorpresa e spiazzata quasi fosse stata scoperta nel momento sbagliato.
È una domestica - dice il titolo del quadro - e possiamo immaginarla mentre
riordina e spolvera la stanza. Il dipinto la coglie invece in un atteggiamento insolito per le sue mansioni: ferma e tutta presa dalla lettura di un libro.

Curiosità, interesse o desiderio di una pausa?
Il fatto che resti in piedi sulla scala ci fa
percepire un senso di provvisorietà come se la donna volesse soddisfare un impulso momentaneo senza farsi scoprire, approfittando del fatto che nella stanza non c'è nessuno.
E m
i piace moltissimo questa sua curiosità che la induce a esplorare più da vicino, attraverso un libro, un mondo come quello del laboratorio di cui forse, col piumino che porta sotto il braccio, ha sempre toccato solo l'esterno.
Ma cosa conterranno invece - avrà
pensato qualche volta - quelle cartelle d'archivio e quei vecchi volumi allineati negli scaffali? Solo testi o anche illustrazioni? O forse segreti di sconosciute, oscure alchimie?

Pare assorta nella lettura la donna, quasi dimentica di ciò che ha intorno e che, per una volta, sta conoscendo da un altro punto di vista col piacere di addentrarsi nei misteri che ogni oggetto custodisce. Un ambiente come questo, infatti, non può non suscitare stupore, interrogativi o - magari - qualche lontano e vago raccapriccio di fronte ai resti delle varie creature.
Ma ci appare tranquilla la nostra amica lettrice, forse
solo desiderosa di prendersi una pausa di libertà nel bel mezzo del suo lavoro.

Così, per passare alla musica, ho pensato di dedicarle un brano che vuol dare un po' di colore ai toni spenti del quadro, sottolineando insieme quel simpatico guizzo di curiosità e trasgressione che possiamo intuire in questa donna col libro.
Si tratta
di un pezzo tra i più conosciuti di Domenico Scarlatti (1685 - 1757), autore ricordato prima di tutto per le sue celebri e numerosissime (555!) sonate.
Qui, vi propongo appunto la "Sonata in re minore K.9 L 413" nella quale sembra che il compositor
e - vissuto tra Napoli e la Spagna - abbia voluto giocare a nascondino con le note, trasfondendo in esse la vivacità scherzosa respirata in questi luoghi. E mi pare che l'interpretazione di Ivo Pogorelich sottolinei con estrema grazia tale aspetto, accentuando il contrasto tra parti più lente, scandite e ricche di abbellimenti, e altre più veloci e animate.
A dirmelo sono anche i toni sommessi delle terzine simili a passi cauti e furtivi, seguiti da rapidi passaggi in
sedicesimi, andamento che possiamo associare alla protagonista del dipinto: prima circospetta e guardinga - così almeno la immagina la nostra fantasia! - poi più svelta nell'aprire un libro.
Ma infine tranquilla e sicura nel soddisfare la propria curiosità di lettrice. 

Buon ascolto!


domenica 8 novembre 2020

Il fermacarte

Sta sulla scrivania del mio studiolo da non so quanto tempo - anni forse - con qualche interruzione relativa al periodo in cui ho risistemato la stanza. Allora lo avevo quasi dimenticato in un cassetto e l'ho riportato alla luce da non molto.
Parlo dell'oggetto che vedete: un fermacarte
comprato in un periodo così lontano che - al contrario di altri soprammobili di cui ho in mente benissimo la provenienza - non ricordo dove posso averlo acquistato. Forse in un negozio qui vicino, ma potrebbe darsi anche all'estero.
In ogni caso, la piccola etichetta incollata alla sua base non mi aiuta.
Però mi piace ancora come mi era piaciuto subito: una sfera trasparente che ricorda un
po' quelle con la neve che incantavano la mia infanzia.

Ma qui ad affascinarmi è stato quel preludio di primavera sotto vetro fatto di
piccoli nontiscordardimé - almeno così mi pare - che mi regalano un senso di freschezza, nonostante siano fiori secchi. Una sorta di natura morta casalinga, eppure per me vivissima perchè racchiude e rappresenta sogni e speranze.
Se infatti non ricordo il luogo dove l'ho comprato, ho ben presente invece
l'impulso che mi ha spinto a scegliere quel fermacarte e portarmelo a casa: paradossalmente - come scrivevo - un desiderio di freschezza al quale questo piccolo oggetto mi pareva rispondere nella sua semplicità.
E rivederlo sulla mia scrivania ha un significato di particolare speranza proprio og
gi che siamo un po' tutti fiori sotto vetro, in attesa di una primavera che ridia aria, fiato e respiro alle mille relazioni e attività che questo tempo - almeno sotto certi aspetti - ha di nuovo interrotto.

Allora, al mio piccolo fermacarte desidero associare una musica fatta di splendore e intimità: il "Notturno op.27 n.2 in Re bemolle maggiore" di Chopin. Sì, proprio quello di cui vedete le prime tre battute nel frontespizio di questo blog!
Si tratta di una pagina di rara limpidezza e cantabilità, un lento sostenuto ricco di arpeggi e di modulazioni insieme a una serie di delicatissimi trilli e abbellimenti: ariose fioriture di note che somigliano al soffio di un vento leggero o a un fremito d'ali. Un brano che ci introduce in un'atmosfera lieve come i colori dei fiorellini che vedete nella foto: dal viola al glicine, dal celeste al rosa, leggiadre sfumature al pari
del più dolce fraseggio di una melodia.
Eppure, dopo l'intimità iniziale, il pezzo si fa impetuoso ed energico, martellante come un grido
d'anima fermo e risoluto, come i sogni a lungo tempo trattenuti e
finalmente liberati, simili ad aquiloni che volano alti a garrire nell'azzurro.
Se infatti prima il compositore esprime la propria interiorità con toni di pacata
dolcezza, poi sprigiona invece una toccante potenza sonora, come se le svariate fioriture che coviamo nel cuore esplodessero improvvise in tutta la loro pienezza e autenticità.
Infine, il brano torna a farsi più lento - gli ultimi accordi appena sussurrati -
quasi Chopin, dopo aver colto il nucleo caldo della Bellezza ed essersene lasciato rapire, si ritraesse a custodirne nel segreto, con inquieta nostalgia, tutto l'incanto.

Buon ascolto!

sabato 31 ottobre 2020

"Ottobre - Canto d'autunno"

Siamo ormai alla fine di ottobre, accompagnati dai caldi colori dell'autunno ma pure dalle sue brume, e mi piace seguire il ritmo della natura intonando ad essa anche la musica.

Così, per il nostro ascolto ho scelto un brano di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893) tratto da "Le stagioni op.37b", composizione formata da dodici miniature pianistiche dedicate ai mesi dell'anno. Di questa raccolta avevo già pubblicato qualche tempo fa "Giugno", e torno oggi proprio col pezzo intitolato "Ottobre - Canto d'autunno".

Non è nuova nella musica, ma anche nell'arte figurativa e nella poesia, l'attenzione allo scorrere del tempo e delle stagioni così come esse si caratterizzano non solo nei diversi aspetti della natura, ma anche nei lavori dell'uomo legati al mondo agricolo e più in generale al suo modo di vivere.

Sul piano della poesia, mi vengono subito in mente i "Sonetti dei Mesi" scritti da Folgòre da San Gimignano alle soglie del Trecento, mentre su quello delle immagini innumerevoli sono le testimonianze sia di epoca medioevale che rinascimentale. Tre splendidi esempi sopra gli altri: le celebri miniature francesi dei fratelli Limbourg con il "Ciclo dei Mesi" conconservate al Castello di Chantilly; la decorazione pittorica attribuita al Maestro Venceslao nella Torre dell'Aquila al Castello del Buon Consiglio a Trento; e le sculture dell'Antelami nel Battistero di Parma che a ciascun mese associano i mestieri più tipici.
Cicli pittorici o scultorei sull'argoment
o troviamo inoltre a Ferrara, Lucca e Arezzo: testimonianze di un mondo come quello del passato in cui la vita - dai lavori agricoli alla guerra - nelle sue possibilità e nei suoi limiti era scandita dai ritmi delle stagioni.
Ma anche la musica ha tratto
spesso ispirazione da esse. Doveroso ricordare i celeberrimi quattro Concerti di Vivaldi, ispirati ai relativi sonetti scritti forse dallo stesso compositore e lo splendido Oratorio di Haydn intitolato appunto "Le stagioni". E arriviamo a quelle di Tchaikovsky.

La raccolta non è forse tra le composizioni più celebrate del musicista russo, tuttavia i vari brani hanno un carattere intimo e introspettivo che li colloca tra quelli eseguiti di frequente al pianoforte.
"Ottobre" è un pezzo soffuso di malinconia, che nel fascino del re minore riproduce il clima
dolce e talora brumoso di questo mese. Lo conferma anche l'indicazione in cima allo spartito - "Andante doloroso e molto cantabile" - insieme all'epigrafe che compare nell'edizione russa con i seguenti versi di Tolstoj: "Autunno, il nostro povero giardino sta cadendo tutto, le foglie ingiallite volano al vento".

Confesso che la prima volta che anni fa l'ho ascoltato, non mi aveva particolarmente colpito. L'ho risentito invece nei giorni scorsi nella pregevole interpretazione del Maestro Giuseppe Merli che qui vi riporto, e mi è sorta subito la curiosità di leggerne lo spartito. A volte infatti non basta ascoltare, occorre vedere come una musica si dipana nel suo movimento di note, contemplarne i tratti, se possibile entrare in essa suonandola, ed è proprio così che questo brano mi ha preso!
Ho già scritto in passato che leggere uno spartito è u
n po' come guardare negli occhi una persona e cogliervi bagliori d'anima. Quella musicale è infatti una scrittura immensamente rivelatrice: basta osservare per esempio un testo di Bach per riconoscere al primo sguardo l'ordine delle parti, le proiezioni, il gioco dei rimandi o dei temi prima enunciati e poi capovolti in totale simmetria.

Ma l'Ottocento è diverso e, sia pure nel rispetto di tempi e ritmi, la scrittura di tanti musicisti è aperta alla ricerca di particolari sonorità e più libera nei confronti delle regole compositive.
Ne deriva un andamento variato e multiforme che lascia maggiore spazio
all'interpretazione e a questo riguardo il brano di Tchaikovsky mi pare un esempio. La sua difficoltà, infatti, a mio avviso non sta tanto sul piano tecnico, ma proprio su quello interpretativo. È una musica da suonare prima di tutto con l'anima, poichè il fulcro della sua bellezza dipende anche da un'esecuzione che ne valorizzi ogni singola nota, sottolineando dinamiche, crescendo e diminuendo, le aperture luminose e l'intimo, delicato splendore della melodia.

Proprio per questo, tra le varie interpretazioni offerte da youtube, ho scelto quella di Giuseppe Merli. Pur essendo più sostenuta rispetto ad altre, sa restituirci con dolcezza il colore del brano, sottolineando i lievi spiragli di luce che si accendono qua e là, e insieme facendoci percepire la malinconia del tema nell'atmosfera indefinita di certe splendide dissonanze.
Un'aria più che mai affascinante in tutte le sue parti fino all'ultima nota che va a svanire, pianissimo, nell'incanto del silenzio. 

Buon ascolto!


venerdì 23 ottobre 2020

Red carpet

(Foto presa dal web)

Ebbene sì, cari amici, questo è un post un po' particolare! E benchè non ci troviamo nè al Lido di Venezia, nè a Cannes, nè ad altre manifestazioni cinematografiche, oggi desidero ugualmente far festa con voi srotolando il red carpet!!!

Che sta succedendo?... Intuisco nei lettori più fedeli e affezionati una vena di curiosità e vado subito a chiarire la ragione di questo mio preambolo. Il fatto è che, per esibire tanto di tappeto rosso, ho un motivo molto goloso che ho pensato a lungo se rendere pubblico o passare invece sotto silenzio, sia perchè non amo le autocelebrazioni, ma anche perchè il periodo - in effetti - non è proprio il più adatto...
Poi però mi sono detta che, insieme a me, il post avrebbe festeggiato voi che leggete e ascoltate, i tanti che si sono avvicendati qui nel tempo, e soprattutto la MUSICA, protagonista indiscussa di questo spazio. Sì perchè - e vengo finalmente al dunque - nei giorni scorsi, esattamente il 19 ottobre, il mio blog ha compiuto la bellezza di dieci anni!!!

Quando ho pubblicato il post che ha dato il via alla mia avventura di blogger e che per l'occasione vi riporto qui, mai avrei immaginato che l'impulso a condividere con altri la mia passione per la musica potesse diventare un'esperienza così duratura e coinvolgente.
Invece lo è ancora sia sul piano della comunicazione, che su quello dell'ascolto.
E mi riferisco non solo all'ascolto puro e semplice dei pezzi musicali, ma soprattutto a quel quotidiano guardarsi dentro per farne scaturire pensieri, reazioni ed emozioni, divenuto per me nel passare degli anni una sorta di salutare abitudine.
Un blog salva la vita allora?
Forse sì, se aiuta a tenersi desti nella voglia di imparare e se consente di rimuovere la pietra che talora ostruisce quella sorgente vitale che tutti abbiamo dentro. In questo senso la musica è un mondo di ricchezza inesauribile, capace di portare alla luce energie interiori sorprendenti che magari non pensavamo di possedere.
E poi, un blog che nasce dal cuore è anche un po' come una sorta di figlio e, ora che "a creatura" tiene dieci anni, mi ci sono più che mai affezionata
! 

Allora oggi, oltre che alla musica, dico GRAZIE a tutti coloro che nel tempo sono passati di qui: chi solo per una fuggevole occhiata, chi per condividere gusti ed esperienze di ascolto, chi - come ricorda appunto il titolo "Gioire in Musica" - per trovare un piccolo sprazzo di serenità. Senza dimenticare gli amici blogger che in questi anni sono volati via...ma che ricordo con particolare gratitudine e che - secondo me - dall'Alto fanno il tifo per noi.

Così, per festeggiare adeguatamente questi primi dieci anni (!), non solo vi regalo una sfilata virtuale sul mio red carpet, ma soprattutto vi invito a danzare sui ritmi sfrenati di un "Mambo" in compagnia della "Simon Bolivar Orchestra" diretta da Gustavo Dudamel.
Non è un mambo qualsiasi: infatti è tratto dal celebre musical "West Side Story" di Leonard Bernstein (1918 - 1990). Ma la sua esecuzione si trasforma qui in uno spettacolo ancor più movimentato ed entusiasmante perchè la vivacità della musica si sposa benissimo con l'anima festosa del pubblico latino-
americano, dell'orchestra e del suo bravissimo direttore. La "Simon Bolivar" è infatti il fiore all'occhiello del sistema delle orchestre giovanili venezuelane, come altrettanto venezuelano è Dudamel.
Guardando il video, inoltre, ci si rende conto di quanto sia vera la convinzione di alcuni compositori, come pure di certi critici, secondo la quale è proprio il pubblico a completare l'opera d'arte.
Ciò naturalmente non significa che, a porte chiuse, la musica non abbia più valore: pubblico è anche il singolo ascoltatore o il singolo musicista. Ma nella clip che vedrete la cosa si realizza in modo molto più plateale.
Esagerati? Certo, abituati come siamo alla composta ritualità dei nostri teatri e delle orchestre classiche, non possiamo non restare qualche istante senza fiato davanti a un'atmosfera che ricorda più uno stadio o un concerto rock.

Trovo tuttavia che l'esibizione, sia pure così chiassosa e sopra le righe nel suo irrefrenabile ritmo, abbia il pregio di dare libero sfogo alla gioia!
Ed è il motivo per cui l'ho scelta ad esprimervi il mio calorosissimo GRAZIE!

Dunque, applausi a tutti, buona visione e buon ascolto!

P.S. : Avviso ai naviganti: se il video risulta non disponibile, lo si può ugualmente aprire su youtube cliccando direttamente sulla clip. Grazie!


giovedì 15 ottobre 2020

Arcobaleno

Ha per me un fascino particolare la foto che vedete qui. Non è mia, ma l'ho presa dal sito web intitolato "L'occhio sul Granpa", del quale ringrazio l'autore che in esso riporta immagini quotidiane di un luogo che conosco da anni.

Lo scatto risale agli inizi di ottobre e ci offre la suggestione dell'autunno in montagna, dopo la prima ondata di freddo dei giorni scorsi. Non ci sono ancora i larici dorati a creare splendidi contrasti con le cime innevate: è una visione più cupa e meno sfolgorante questa, e tuttavia per me ricca di altrettanta bellezza, di un incanto che mi resta dentro. Guardarla, infatti, mi appaga come se con essa si creasse una straordinaria corrispondenza interiore. 

Il motivo è che amo profondamente questi luoghi e, se ci fate caso, nonostante sia diverso per inquadratura e colori, il panorama è quello dell'icona del mio profilo blogger la cui foto - stavolta scattata da me tanti anni fa! - riprende lo stesso paesaggio in una giornata estiva. Ma torniamo qui.
Davanti a noi si apre un'immagine fatta di contrasti: neve sulle cime e prati ancora verdi, nubi temporalesche e un lieve, sottile arcobaleno che attraversa il paesaggio a illuminarlo di speranza. Ai margini dell'ampia distesa erbosa si scorgono le ultime case del paese sulla strada che scende a valle; e dove i due versanti s'incontrano, nubi plumbee coprono il cielo nascondendo, là in fondo, un piccolo scorcio del Monte Bianco. Il "Granpa" infatti - il Gran Paradiso! - da qui non si vede perchè resta alle nostre spalle sulla sinistra.

Dico la verità, è proprio questo l'autunno in montagna che preferisco: non tanto uno sfolgorante caleidoscopio di colori caldi, ma l'atmosfera di quiete e solitudine che vedete, come se d'un tratto tutto si fosse fermato. E mi ricorda un inizio di settembre di qualche anno fa quando, dopo lunghe giornate di sole pieno, una mattina ci siamo svegliati sotto una coperta di nuvole basse, una sorta di tempo sospeso in attesa della pioggia, come se la stagione autunnale fosse arrivata d'improvviso, con le sue brume e la sua atmosfera di intimità e di silenzio.
 
Ma c'è di più. È quel lieve arcobaleno dopo il temporale, in apparenza così vicino e basso sui prati, a offrirmi suggestioni di speranza quasi quel paesaggio fosse un emblema della nostra condizione esistenziale di questi ultimi tempi. 
Un cielo plumbeo incombente sopra di noi, ma insieme la delicata bellezza della prima neve sulle cime e quel sottile arco di luce che sembra comprendere l'intero panorama in un delicatissimo abbraccio: un'immagine che, pur nel senso di solitudine che può comunicare - o forse proprio per quello - porta in sè un'infinita dolcezza e una riposante pace.
 
Così, ho sentito il desiderio di associare il panorama che vedete a un brano di Mozart che - a dire il vero - avevo già pubblicato anni fa. 
In genere non amo ripetermi e cerco musiche nuove rispetto al passato, ma contemplando la foto di questo autunno in montagna, mi sono affiorate dal cuore proprio le note dell'incantevole "Adagio" del "Concerto per pianoforte n.23 in La maggiore K.488", una delle più mirabili creazioni del compositore salisburghese, scritta nel 1786, cinque anni prima della sua morte.
Ha un grande fascino il canto del pianoforte con cui il brano si apre in forma di  "siciliana", danza lenta di ritmo ternario, qui in particolare di 12/8. È questa tipica, misuratissima semplicità mozartiana a farci percepire timbro e profondità di ogni singola nota, insieme all'afflato intimo e struggente del tema a cui l'orchestra conferisce poi spessore e intensità. 
Un'atmosfera di dolce malinconia data dall'iniziale tonalità di fa diesis minore  alternata al luminoso la maggiore, e sottolineata dall'interpretazione di Arthur Rubinstein che - oggi come anni fa - trovo ancora inarrivabile.

Buon ascolto!

giovedì 8 ottobre 2020

Donne col libro - 10

F. Frotzel : "The old bookcase",  Vienna - Galleria del Palazzo del Belvedere

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
È uno solo, questa volta, il dipinto su cui ho scelto di soffermarmi per la serie di post intitolata "Donne col libro". Ma è una rappresentazione che mi ha parlato al primo sguardo, forse perchè mi ci sono rispecchiata subito e in qualche modo ritrovata.
Si tratta di un quadro di Friedrich Frotzel (1898 - 1971), pittore viennese contemporaneo di Klimt e di Schiele, vissuto quindi in un periodo di grande fervore artistico, ma ricordato soprattutto per alcune nature morte e il quadro che vedete, probabilmente la sua creazione più celebre.

Una ragazza ritratta di spalle siede davanti a un vecchio armadio zeppo di libri altrettanto vecchi. Testi di scuola? Volumi antichi? Ricordi del passato?
A ben guardare, non sono solo libri - alcuni un po' squinternati o con la copertina usurata dal tempo - ma fogli, quaderni, cartellette, scartafacci affastellati nei vari ripiani in modo non sempre ordinato. Quello che vediamo sembra uno di quegli armadi che forse in tanti abbiamo avuto nelle nostre case o in una soffitta, dove conservare i ricordi che hanno segnato il nostro percorso scolastico e sui quali non è possibile ritornare senza soffermarsi con nostalgia.
 
L' immagine mi riporta alla mente i pomeriggi in cui - ormai anni fa - ho dovuto svuotare la vecchia casa in cui avevo trascorso la mia adolescenza e anch'io, come la protagonista del dipinto, ho indugiato a lungo su testi ritrovati, quaderni, diari...persino alcuni temi del liceo con tanto di giudizio del mio amatissimo professore di Italiano! 
Ricordi preziosi che ci restituiscono un mondo come se all'improvviso, ritrovando carta, grafia, note o appunti del passato, ci potessimo immergere nelle atmosfere di un tempo favoloso, distante e al tempo stesso vicino. Distante come capitoli di un libro ormai chiusi e vicino come possono esserlo reperti archeologici che ancora ci parlano, tanto sono radicati e vivono in noi.
 
Mi è capitato spesso di pensare a quanta ricchezza di vita ci possono restituire i vecchi libri che abbiamo in casa a cominciare dai testi di scuola, non solo per il contenuto che essi offrono, ma perchè - al pari di tanti altri oggetti - ci riportano quasi intatta l'atmosfera degli ambienti frequentati o il sapore di particolari eventi che ci hanno segnato. Del resto, la vita stessa somiglia a volte alle pagine di un libro: anni simili a capitoli aperti e poi conclusi, alcuni complessi e articolati come una sintassi ciceroniana, altri più brevi e stringati - tacitiani direi - e tuttavia talora non meno difficili da comprendere.
 
Giuseppe Maria Crespi (1665 - 1747): "Libreria"
Ma torniamo al dipinto. 
Non è nuova nel tempo la rappresentazione di libri nei loro scaffali. Possiamo tornare indietro fino alle tarsie lignee dello "Studiolo" di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino, o - circa due secoli dopo - al celebre quadro di Giuseppe Maria Crespi che vi riporto a lato, da cui forse Frotzel potrebbe aver tratto ispirazione. 
Qui tuttavia c'è di più.
 
C'è una ragazza che legge a conferire alla scena un senso di intimità. 
L'armadio è vecchio e consunto: lo si nota dalle ante e dal vetro smerigliato, segno di uno stile che ci riporta indietro nel tempo. E la protagonista è forse solo di passaggio - è sua la borsa sullo sgabello lì accanto? - come pure improvvisato sembra il sedile altrettanto vecchio su cui si è fermata.
Eppure qualcosa ci parla del suo coinvolgimento interiore nella lettura del libro che ha tra le mani. Un fazzoletto caduto a terra e rimasto lì, il suo capo chino sul testo e tutta la sua persona che quasi entra nell'armadio come in un antico abbraccio possono suggerirci che abbia trovato qui un luogo appartato, un rifugio dove restare sola a far fiorire ricordi di vite passate. 
E il suo essere di spalle, se da un lato concentra l'attenzione sulla libreria, dall'altro è un modo per escludere il mondo esterno, a parte noi che guardiamo e in qualche modo partecipiamo alla scena.
 
Ma ritrovare un ricordo o uno scritto è un po' come riascoltare una musica che si dipana col suo ritmo e le sue svariate tonalità, parlandoci anch'essa con un linguaggio diverso ma altrettanto incisivo, se non di più.
Così, mi piace associare al dipinto di Frotzel un delicatissimo brano di Franz Schubert (1797 - 1828): il secondo movimento, "Adagio", dal "Quintetto per archi in Do maggiore op.163 D 596".  
Scritto dal compositore poco prima della sua morte e considerato dai musicologi quasi una sorta di testamento spirituale, il Quintetto si caratterizza per la dilatazione delle forme e alcune scelte tonali innovative.
L' Adagio - di cui la clip audio riporta solo una parte - è una pagina elegiaca di grande intimità e tono intensamente romantico: una melodia fatta di note ribattute che salgono progressivamente, prima luminose e poi drammatiche, prima pacate e poi inquiete. Ma i vari passaggi dal sereno Mi maggiore al cupo Fa minore vanno quasi sempre a sciogliersi in dolcezza.  
Una musica che sembra esplorare gli angoli nascosti dell'anima, con la stessa acuta, struggente intensità di un lontano ricordo ritrovato.

Buon ascolto!

mercoledì 30 settembre 2020

"Lo sguardo dritto sui fiori"

Ha un titolo un po' singolare l'ultimo libro di Giovanni Allevi,
il sesto per l'esattezza: un saggio autobiografico e insieme filosofico pubblicato a fine agosto dall'editrice Solferino. "Revoluzione" è infatti una parola che indica volontà di cambiamento, fondendo in sè termini dalle sfaccettature diverse e un pizzico di follìa. Ma essa ci suggerisce inoltre che un'autentica crescita sia umana che culturale non può ignorare le radici del passato. Quella "E" che, in copertina, è rivolta all'indietro, sembra proprio simboleggiare che non esiste movimento realmente innovativo senza un ritorno all'antico e alla consapevolezza dei sogni più profondi, così come delle fragilità che ci caratterizzano.
Ma di che cosa si parla esattamente nel testo? 
Incentrato sui temi della creatività e dell'innovazione, il saggio ne tocca vari aspetti: da ciò che è innovativo in musica, fino al rapporto tra ispirazione e tecnica e alle problematiche poste dall'Intelligenza Artificiale applicata alla composizione; dagli equivoci cui oggi può portare un'esasperata ricerca del consenso, alla necessità di non far dipendere da esso il valore della nostra identità e del nostro agire. Ma ricorrente è anche il riferimento all'ansia che il compositore vive, segno ambivalente del desiderio di cambiare le situazioni che ci rendono infelici e al tempo stesso della paura che talora ci blocca.

Non è nuovo Allevi a questo tipo di considerazioni e - come in passato ma qui, mi pare, in modo ancor più efficace - fonde la dimensione autobiografica, fatta di introspezione e racconti di vita quotidiana, con un'intensa riflessione filosofica. Un testo impegnativo, da leggere e rileggere per coglierne in pieno ogni sfaccettatura, ma non per questo pesante.
La nitida scrittura del compositore coniuga infatti profondità e leggerezza, guidandoci in un percorso ricco di voli dell'immaginazione e di musica, dove rumori e voci intorno a noi si traducono immediatamente in note.
  
Il libro prende le mosse da alcune drammatiche esperienze. 
Un improvviso tremore alle mani durante un concerto e uno stato di ansia tormentosa cui si aggiungerà poi lo sconvolgimento causato dalla pandemia, sono gli eventi sui quali Allevi inizia a riflettere per tentare di rispondere agli interrogativi che tali accadimenti portano con sè.
Chi avesse letto il suo precedente saggio intitolato "L'equilibrio della lucertola" - di cui ho parlato tempo fa qui - osserverà che "Revoluzione" ne ricalca lo schema: momento di crisi, bisogno di isolamento, necessità di ricorrere a una guida spirituale e cammino introspettivo verso una risoluzione. E tuttavia, a mio avviso va oltre perchè, nel momento più drammatico della narrazione, qui il musicista individua il cammino per una rinascita interiore nell'apertura a ciò che è "altro da sè".
"Accudiscimi" è infatti l'invito che riceve in modo misterioso da un alberello ormai secco di bouganville. E il suo prendersi cura, con attenzione quotidiana e garbo da innamorato, di questa pianticella arida fino a quando essa non rifiorirà, lo condurrà a ritrovare gradatamente in se stesso la percezione di una rinascita e il coraggio della speranza in un tempo difficile come quello attuale. Sarà proprio la bouganville cui Allevi vorrà dare anche un nome - Maddalena - a iniziare con lui un dialogo facendogli da guida nell'intreccio delle sue ansie e dei suoi interrogativi: splendida metafora del fatto che accudire un altro essere vivente, sia esso persona o elemento della natura, è un far rifiorire anche la nostra anima.
  
Da qui in poi, sia pure nella problematicità dei temi trattati, il testo si vena di una positività sempre più intensa e convinta. Prendersi cura di Maddalena diventa inoltre il simbolo di un ritorno al silenzio, alla natura e al senso del sacro che essa porta con sè. Ma tante sono nel testo le considerazioni degne di nota, come l'esortazione a ritrovare in noi la tormentosa nostalgia di infinito che abita nel profondo di ciascuno e che è alla radice di ogni gesto artistico, così come la necessità di ricercare il sublime anche nel quotidiano.
Ma che cos'è per Allevi il sublime?  
Nell'ultima pagina del libro si legge:
"Tutti camminiamo sospesi sopra l'inferno. Il difficile è mantenere lo sguardo dritto sui fiori." 
Eccolo, il sublime: lo sguardo dritto sui fiori! La capacità di non distogliere gli occhi dalla bellezza anche in mezzo allo sfascio, la caparbia trasgressione di ricercare dentro di noi lo spessore del mistero contro quella logica che vorrebbe ridurci a numeri.

E a questo libro in cui il musicista si mette in gioco con disarmante sincerità, mi piace associare uno dei suoi brani più celebri e amati dal pubblico, intitolato appunto "Come sei veramente", tratto dal cd "No concept" (2005). Non si pensi però che il titolo abbia un significato sentimentale. Come ha talora spiegato Allevi stesso, l'ispirazione per questa sua musica è nata dal fascino di un'affermazione di Sant' Agostino: "Si conosce solo ciò che si ama". Una frase del filosofo che ha abbracciato e scandagliato la propria inquietudine come cifra della nostalgia d'infinito dell'uomo, collegando un'autentica conoscenza degli altri - e di se stessi - a uno sguardo di amore. E solo a quello.

Buon ascolto!

martedì 22 settembre 2020

"Oh, che armonico fracasso!"

A. Longhi: "Ritratto di Domenico Cimarosa" (Foto presa dal web)

Se vi piacciono gli ossimori, oggi eccone qua uno bellissimo e per giunta musicale!
È proprio l'espressione "armonico fracasso" che trovate nel titolo e che associa due elementi contrapposti: da un lato la luminosa e ordinata positività dell'armonia creata da piacevoli consonanze, e dall'altro quell'insieme di rumori forti, assordanti e confusi che definiamo appunto fraca
sso. Insomma, una contraddizione in termini!
Ma dove troviamo questa espressione e a che cosa è riferita?

Per rispondere, dobbiamo tornare indietro nel tempo, esattamente alla seconda metà del Settecento, e andare a scoprire un compositore nuovo per questo blog.
Si tratta di Domenico Cimarosa (1749 - 1801), esponente di spicco della scuola musicale napoletana e autore di un gran numero di opere comiche.
Ricordiamo prima di tutto "Il matrimonio segreto", certo la sua composizione più famosa: un dramma giocoso - ossimoro anche questo, direi! - che ebbe a suo tempo strepitoso successo e che lo ha reso celebre in mezza Europa. 
Ma la produzione del musicista comprende parecchie altre opere i cui titoli  - come "La villana riconosciuta", "Il vecchio burlato", "Le astuzie femminili", "Le nozze in garbuglio", "I finti nobili", "Il matrimonio per raggiro" solo per citarne alcuni - ci rivelano il gusto per la farsa, l'intrigo e il sotterfugio.

Feconda è la sua vena creativa, come la fresca e vivace immediatezza di tante sue arie, insieme al fatto che - pur prendendo spunto per i suoi personaggi dalla commedia dell'arte - ne ridisegna e ne approfondisce i caratteri a somiglianza di ciò che aveva fatto il Goldoni nelle sue opere teatrali. Proprio su di un libretto del commediografo veneziano, infatti, Cimarosa comporrà "La vanità delusa" e forse non è un caso che alla fine della sua vita si rechi a Venezia.

Tuttavia, il brano da cui è tratto l'ossimoro del titolo non è una vera e propria opera buffa, ma un semplice "Intermezzo" la cui genesi è incerta - Cimarosa doveva forse ampliare una composizione precedente? - e ignoto l'autore del libretto. S'intitola "Il Maestro di cappella" e la sua singolarità sta nel fatto che, insieme all'orchestra, c'è un solo personaggio in scena, protagonista di un monologo comico: una vivace e simpatica parodia del tipico compositore settecentesco - il Maestro di cappella, appunto - filone teatrale che vantava già i suoi precedenti con Mozart e Haydn.

Ma come si svolge? 

Dopo un recitativo in cui il protagonista presenta il brano che dovrà essere eseguito sotto la sua direzione, iniziano le prove che si rivelano però disastrose: gli orchestrali suonano in modo disordinato e non intervengono al momento giusto. Così il Maestro è costretto a canticchiare la parte di ciascuno strumento imitandone il suono con una serie di divertenti onomatopee, finchè gli esecutori non risponderanno correttamente ai suoi dettami. Una parte molto gustosa e ricca di armonia imitativa, in cui si passa in rassegna la varietà dei timbri presenti in un insieme orchestrale verso la fine del Settecento. 

Ma oltre alla musica, coinvolgenti anche la mimica e la gestualità dell'interprete - il bravissimo Enzo Dara - che col suo tono ora burbero, ora bonario, ma sempre enfatico, sottolinea l'intento parodistico della scena suscitando negli ascoltatori un sorriso.

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 14 settembre 2020

Donne col libro - 9

"Hotel sulla ferrovia" (coll. privata)




















"Donne col libro: solitudini in un interno".
Stavolta il sottotitolo di questo post potrebbe suonare proprio così.
Se infatti nei vari dipinti pubblicati finora, oltre ad essere fonte di riflessione o di svago, la lettura era vista come arricchimento culturale e strumento di emancipazione femminile, non sempre - tuttavia - le composizioni pittoriche che associano donne e libri hanno avuto questo intento. 
"Scompartimento C carrozza 293" - New York IBM Collection
E l'atto del leggere, così come talora significa vivo desiderio di apprendere o ricerca di uno spazio di silenziosa meditazione, altre volte può rappresentare anche un bisogno di fuga dalla realtà o un indizio di profonda solitudine.

È a questo riguardo che mi hanno colpito alcuni dipinti di un pittore di cui ho già parlato qui tempo fa, e che ha rappresentato in modo emblematico ansie, attese e in particolare solitudini della società del suo tempo: lo statunitense Edward Hopper (1882 - 1967).
 
"Vagone" - New York (coll. privata)
Non sono molte le composizioni in cui l'artista raffigura donne impegnate nella lettura, ma in ognuna di esse le protagoniste risultano prive di un minimo scatto di interesse o di un movimento di emozioni, ma sono invece chiuse in se stesse in un'attenzione al testo piuttosto asettica. 
Dai loro volti e dalle loro posture, infatti, non emerge altro che una compostezza ordinata e tuttavia inespressiva, quasi la lettura non fosse un elemento capace di modificarne il sentire, ma solo uno spazio in cui rinchiudersi per non dare adito alla comunicazione o perchè essa, forse, è divenuta impossibile.

"Hotel Lobby" - Indianapolis, Museum of Art
Si trovano tutte in un interno le lettrici qui rappresentate, tante e tali sono le stanze in cui Hopper le raffigura: in genere camere d'albergo, scompartimenti di treno o anticamere di hotel. 
Ma si tratta di spazi anonimi, luoghi di passaggio privi del calore che si respira abitualmente in una casa.
In tutti questi ambienti, infatti, manca la vivacità di un clima familiare, mentre avvertiamo un'atmosfera di freddezza talora accompagnata forse da una sottile ansia, l'ansia dell'attesa.

Certo, è difficile che in uno scompartimento di treno si possa avvertire la stessa aria di casa.
E tuttavia, rappresentare uno spazio così squadrato geometricamente, con una ripetitiva successione di finestre  come nel dipinto intitolato "Vagone", non fa che sottolinearne la freddezza.
Sono gelide simmetrie che vanno ad acuire il vuoto della solitudine, lo smarrimento dato da quel senso di provvisorietà che a volte ci coglie improvviso e che, invece di muoverci verso gli altri, talora ci blocca in un atteggiamento di sostanziale chiusura e incomunicabilità.
Non c'è movimento infatti nelle immagini di Hopper, non c'è dialogo, nè si guardano in viso le figure rappresentate. E, a questo proposito, mi pare emblematico il dipinto nel riquadro in alto, intitolato "Hotel sulla ferrovia" dove, in una camera d'albergo, l'uomo volge le spalle alla donna che legge e - in atteggiamento svagato o di voluta disattenzione - è intento a fumare.

Possiamo allora immaginare quanto il contenuto di un libro, con le vicende e i sentimenti che esso a volte offre, possa da un lato costituire un rifugio alla solitudine, ma dall'altro risultare talora interiormente esplosivo, se confrontato al silenzio esteriore.

Per questo, a commento musicale dei dipinti di Hopper ho scelto un brano di Bach: il "Preludio n.10 in mi minore BWV 855" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato", in un celebre arrangiamento del pianista russo Alexander Siloti che ha anche apportato al testo bachiano alcune modifiche. Lo ha trasposto infatti in si minore, e ha scambiato alcune figurazioni tra la mano sinistra e la destra.
 
Si tratta di un pezzo tristissimo e drammatico, qui nella magistrale interpretazione del compianto Ezio Bosso che proprio ieri avrebbe compiuto 49 anni.  
Ma, sia pure nella malinconia che lo caratterizza, il brano presenta un andamento progressivamente più concitato che sembra proprio esprimere il non detto, il fermento che talora ribolle in cuore nei momenti di solitudine e che, a volte, anche il contenuto di un libro può far emergere in tutta la sua veemenza. 
Le frequenti ripetizioni della frase musicale che costituisce il tema - ora in tonalità minore, ora maggiore - scandagliate in ogni possibile variazione melodica, se ascoltate alla luce dei dipinti possono infatti sembrare parole che vadano a riempire il silenzio degli ambienti disegnati da Hopper. Battute di un discorso che riecheggiano prima sommesse, poi con intensità sempre più dolorosa e vibrante quasi nel tentativo di infrangere un muro di incomunicabilità. 
Ma dopo una lunghissima pausa, l'affascinante accordo finale in maggiore apre forse alla comunicazione un lieve spiraglio.

Buon ascolto!

martedì 8 settembre 2020

Musica dal passato al presente

Foto prese dal web
Mi piace riprendere in mano questo blog e iniziare l'anno - diciamo così - di lavoro, con uno splendido brano di Ennio Morricone, insieme a un grintosissimo pezzo di Bach che - a dire il vero - avevo già pubblicato qui anni fa nella trascrizione per pianoforte.
Quelle bachiane sono note che risuonano dal passato al presente oltrepassando il tempo, ma oggi desidero offrirvele sia nella versione originale per organo, che in un arrangiamento orchestrale a mio avviso straordinario, come solo può esserlo una colonna sonora del Maestro Morricone.

L'accostamento di questi due grandi però non è mio, ma me lo ha offerto una lettera al "Corriere della Sera" del 7 luglio scorso - giorno successivo alla morte del compositore - nella quale si ricordava quanto Morricone nei suoi brani si sia ispirato a Bach e, in uno in particolare, al "Preludio in la minore BWV 543". 

È quindi allo sconosciuto autore della lettera che si firma "Guglielmo di Sens" che devo il mio grazie, per aver sollecitato la mia curiosità offrendomi insieme lo spunto per questo post.
Immagino che dietro un nome così altisonante si celi un architetto, dato che Guglielmo di Sens, vissuto nel XII secolo, è stato uno dei più celebri costruttori del suo tempo, artefice - tra l'altro - del coro della cattedrale di Canterbury. 
E mi piace questo accostamento tra architettura e musica di Bach perchè ogni brano del compositore tedesco, dai più semplici fino alle monumentali fughe, è strutturato con matematica precisione e al tempo stesso con un'armonia simile a quella di un'antica, mirabile costruzione slanciata verso l'alto.

Ma torniamo a Morricone. La colonna sonora in cui - come ricordava il nostro sconosciuto architetto - si è ispirato a Bach, è quella del film "Il Clan dei Siciliani": pellicola del 1969 per la regia di Henry Verneuil, interpretata fra gli altri da Jean Gabin, Alain Delon, Lino Ventura e Amedeo Nazzari.

Si tratta di una musica che intreccia temi diversi più volte ripresi e variati, che ci coinvolgono fin dall'inizio - e poi sempre più intensamente - in un' atmosfera languida ma molto accattivante.  
Il pezzo si apre con una lenta frase musicale: un malinconico passaggio discendente che parte dal la minore e qui ritorna, con sole quattro note: do - si - si bemolle - la. In apparenza un'introduzione, ma in realtà esso va ripetendosi simile a un mesto ritornello che fa da sottofondo al tema principale.
È proprio quest'ultimo a ispirarsi al "Preludio BWV 543", brano vibrante e acceso, costruito sulla pratica dell'antico ricercare e - a mio modesto avviso - non inferiore per bellezza e profondità alla celeberrima "Toccata e fuga in re minore BWV 565"

Del Preludio Morricone riprende l'esordio, la - do - la - mi, mantenendo la stessa tonalità della versione originale. Subito dopo tuttavia, ne intreccia il tema a quello precedente scambiandone i ruoli mentre, in una suggestiva fusione di passato e presente, fa riecheggiare anche le successive battute del pezzo bachiano. E sapientemente rielaborata da strumenti diversi man mano che l'organico orchestrale si amplia, affiora un'aria nostalgica che va a innestarsi su tutto l'insieme. 
Un pezzo chiaramente ispirato a quello bachiano, sul quale tuttavia Morricone costruisce mondi e atmosfere molto differenti.
Ne deriva una linea melodica essenziale eppure sempre nuova, dove - nel passaggio dall'energico rigore barocco ad un clima malinconico e un po' noir - Bach sembra mutarsi in un sommesso ritmo di tango e, intensa e struggente, ancora una volta la musica ci rapisce l'anima.

Buon ascolto!