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sabato 27 giugno 2026

La sedia di Glenn

Mi capita spesso di pensare, soprattutto negli ultimi tempi, che se un giorno dovessi cambiare nome a questo blog, lo chiamerei "La sedia di Glenn".

Che dite...troppo pretenzioso? 
E perchè mi è sorta questa strana idea? Quale
rapporto potrebbe mai esserci fra la sottoscritta e il mitico Glenn Gould (1932 - 1982), raffinatissimo interprete della musica di Bach e non solo? 
Come oso, sia pure ipoteticamente, accostare le
 spensierate divagazioni di questo piccolo spazio web a un pianista così ricco di originalità e genio da essere considerato uno dei più grandi di tutti i tempi? La cosa non suona forse un po' dissacrante? E perchè poi di Glenn m'interessa proprio la sedia?

Intanto perchè l'oggetto ha una storia singolare che molti di voi conoscono. Certo vi sarete accorti, dalle foto o dai video, che la posizione di Gould davanti al pianoforte è spesso inusuale nel senso che la sedia è più bassa del solito rispetto alla tastiera. Questo per esplicita volontà del pianista che al padre, che gliel'aveva costruita, aveva dato precise istruzioni. Per poter suonare al meglio infatti, Gould aveva disposto che la distanza dalla seduta al pavimento fosse di soli 35 cm., che lo schienale fosse rigido e la sedia pieghevole in modo da portarsela dietro senza difficoltà nei vari concerti. 

Certo Gould famoso, oltre che per la sua ipocondria, per la sua maniacale ricerca della perfezione, era un eccentrico. Ma evidentemente, anche se a noi può sembrare bizzarra, una seduta del genere gli facilitava la posizione davanti alla tastiera consentendogli maggiore scioltezza e facilità di movimento. Del resto, sappiamo tutti quanto sia importante sentirci a nostro agio in ciò che facciamo: è la comodità di trovare la posizione giusta, lo spazio più adatto per esprimerci, la nostra nicchia insomma dalla quale osservare meglio il mondo. Bella o brutta, ognuno ha la sua. La sedia del pianista esteticamente non è granchè, dalle foto sembra vecchia e consunta, tuttavia è servita allo scopo.

Ma io che c'entro?... C'entro perchè nel corso degli anni - e a ottobre saranno la bellezza di sedici! - mi sono resa conto che anche questo blog per me è un po' come la sedia di Glenn: una nicchia, uno spazio per tanti versi limitato che però mi esprime perchè è l'angoletto in cui mi ritrovo e dove - a contatto con la musica o talora con altre forme di arte - recupero motivazione, serenità e voglia di fare. Uno strumento piccolo e modesto certo, ma capace di farmi sentire a mio agio. Ci si può esprimere da mille angolature e magari ciò che ci rende il compito più facile sta a soli 35 cm. da terra o davanti a un computer. Da qui non suono, ma ascolto, osservo e condivido con gioia ciò che trovo proprio da questa postazione. Ecco spiegato l'arcano.

E allora godiamoci insieme il brano che ho scelto e che il nostro amico pianista, dall'alto - pardon! - dal basso della sua sedia, suona incantandoci. Non è di Bach il pezzo che ascolterete, ma di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827): sono infatti le "15 Variazioni e Fuga su di un tema in Mi bemolle maggiore op.35" conosciute anche come "Variazioni Eroica" che avrete sentito chissà quante volte dato che il loro tema ricorre anche nel finale della celebre terza Sinfonia. 
Ma quella che m'interessa qui è l'interpretazione di Gould che sembra godere al
massimo dello splendore della musica. Ne cogliete infatti la gioia nel lieve sorriso che gli si disegna in volto mentre la mano sinistra a tratti si solleva quasi a segnare il ritmo o, più ancora, a dirigere se stesso! Senza dimenticare le volte in cui canticchia a mezza voce la melodia come spesso gli accade.

Il video vi riporta solo un breve stralcio del pezzo. Trovate poi a questo link l'intera esecuzione che vi farà apprezzare la spaventosa bravura del nostro Glenn: non solo virtuoso del pianoforte, ma insieme interprete di genio straordinario. Seguendo l'andamento del brano la sua espressione è ora giocosa e divertita, ora tenera e sognante, ora energica e rigorosa come il braccio sinistro che si solleva in uno scatto improvviso e imperioso alla fine di certi passaggi.
E penso che anche Beethoven - dal Paradiso dei musicisti dove avrà recuperato un formidabile udito - sia grato di sentire la propria musica così splendidamente vissuta e valorizzata!

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

mercoledì 13 maggio 2026

Quando il rigore si fa poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una stanza luminosa e tranquilla dalle pareti spoglie ma non fredde, pochi arredi, una finestra, e al centro del quadro una donna e un bimba: una mamma che si fa aiutare dalla figlia a dipanare una matassa. 
Titolo del dipinto è infatti "L'educazione al lavoro" e autore è il toscano
Silvestro Lega (1826 - 1895), esponente tra i più famosi del gruppo dei Macchiaioli, nonostante dal loro stile si sia talora allontanato. 
La sua storia è segnata infatti da un'alternanza di adesione e distacco 
alla ricerca della propria identità artistica che il pittore troverà dal 1862 in poi all'interno del gruppo e in particolare della "scuola di Piagentina" insieme a figure di spicco come Fattori, Abbati, Signorini, Borrani e Sernesi.

Se in un primo tempo gli argomenti delle sue opere sono incentrati sulle vicende dell'Italia risorgimentale - celebri, tra gli altri, il suo ritratto di Garibaldi e quello di Mazzini morente - in seguito la sua attenzione si sposta su rappresentazioni di paesaggio insieme a temi più intimi legati alla vita e alle occupazioni quotidiane. Famose tra le opere di questo periodo "Il pergolato" e "Il canto dello stornello".

Proprio in tale ambito s'inquadra il dipinto che vedete, datato 1863, conservato in una collezione privata, ma attualmente esposto alla mostra sui Macchiaioli allestita al Palazzo Reale di Milano, dove ho potuto ammirarlo insieme a numerose altre opere dei pittori del gruppo.
È la luce il primo aspetto che colpisce, una luce che le
foto non riescono a riprodurre fedelmente, ma che dal vivo vi affascina subito facendovi entrare nell'atmosfera del quadro. Ci si trova così d'incanto in un mondo di pacatezza e di silenzio, in una stanza che ci riporta ad un passato vissuto o sognato dove gesti antichi, lontani ricordi, oggetti e arredi emanano la riposante calma di un altro tempo.

Quello dell'infanzia? Anche. Così torniamo a farci piccoli come la bimba che impara dalla madre a dipanare la matassa...e quante volte l'ho fatto anch'io! Tuttavia, mentre per me più che impegno era svago, qui c'è una serietà che non cogliamo solo dal titolo del dipinto che parla di educazione e lavoro, ma anche dall'espressione concentrata della piccola.

Ha occhi attenti e serissimi la bimba ma - a ben guardare - vagamente corrucciati e velati da una punta di timore: forse paura di non essere capace o ricerca dell'approvazione da parte della mamma? 
I bambini - si sa - hanno antenne sottili e 
penetranti che riescono a cogliere in una frazione di secondo l'atteggiamento di chi hanno davanti, fosse anche dietro una maschera. Il viso della mamma poi è per loro un libro aperto sul quale sanno leggere a fondo ogni moto d'anima. 
Tuttavia la donna è di spalle e ne vediamo l'espessione del
 viso solo di scorcio in un'inquadratura peraltro bellissima, illuminata com'è dalla luce e dal riflesso dell'abito chiaro che ha pieghe simili a un peplo. Spicca la sua figura al centro della composizione, ferma e pacata in muto dialogo con la figlia, mentre avvolge il filo teso intorno al gomitolo. 

Ad affascinarci poi è anche l'ambiente: una stanza semplice ed essenziale, avvolta dalla luce che viene dalla finestra e che evoca la tranquillità di lontani pomeriggi, magari in un casa di campagna dove le ore scorrono lente. E torna subito in mente la serenità che si respira nel celebre "Il canto dello stornello" dove le sorelle Batelli, con cui Lega si era imparentato, cantano al suono del pianoforte vicino alla finestra spalancata sul verde delle colline. 

Ma proprio seguendo il filo di questa pace sentiamo che lo stile del pittore non attinge solo ai caratteri dei Macchiaioli, ma torna indietro nel tempo a risvegliare suggestioni colte in altri artisti. 
Infatti, nella foto che vedete in alto, la donna campeggia al centro con una monumentalità e una compostezza che possono ricordare certe figure di Piero della Francesca, e la finestra più alta dalla quale piove la luce 
è un motivo ricorrente nel silenzio raccolto di tanti dipinti di Vermeer. 

Così pure, il tavolino sulla destra coperto da un pesante tappeto, oggetti vari e dei libri, è una sorta di natura morta, quasi un quadro nel quadro come vediamo per esempio in diversi artisti del periodo barocco. E il bellissimo cesto di vimini con la biancheria richiama lo stesso dettaglio presente in tante Annunciazioni del passato tra le quali quelle di Tiziano, Rubens, Carracci e Zurbaran, solo per citarne alcune.

C'è quindi da parte di Silvestro Lega uno sguardo rivolto ai secoli precedenti, in particolare dal Quattrocento al Seicento. Caratteri ottocenteschi quali la capacità di riprodurre la luce e la macchia di colore si fondono così con un linearismo più nitido e una costruzione degli spazi che sembra prendere ispirazione dai calcoli prospettici del primo Rinascimento. Ce lo dimostra anche la posizione della testa della donna che, se consideriamo l'altezza del quadro, pare calcolata in rapporto alla sezione aurea...chissà! 

Una costruzione matematica che, nella luce del dipinto, si fa poesia come poesia è il brano di musica che vi ho associato: il secondo tempo, "Largo", dal "Triplo concerto in Do maggiore op.56" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). Si tratta di un canto dolcissimo e al tempo stesso rigoroso nel quale si alternano violoncello, pianoforte e violino.
La luce che riempie il quadro di una riposante atmosfera di quiete in un primo 
momento mi aveva fatto cercare un pezzo di spensierata cantabilità. Poi però, osservando bene l'opera, vi ho colto quei richiami alla classicità del passato che mi hanno fatto scegliere Beethoven.

Il brano nasce per il musicista tedesco in un periodo di passaggio dall'estetica settecentesca un po' salottiera ai nuovi afflati romantici. Siamo nei primi anni dell'Ottocento e questo non è ancora il Beethoven titanico e tormentato che emergerà più avanti. Tuttavia, forse proprio per l'assenza qui di quell'impeto che ha reso poi celebre il compositore, questo Largo mi ha affascinato subito. C'è infatti una misura che governa la melodia, una dolce aura di classicità che - a mio modesto avviso - la rende adatta a commentare un dipinto come questo dove passato e presente si fondono e il rigore si fa poesia.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)
 


giovedì 16 ottobre 2025

Se lo sguardo è femminile -10



Sono stata a lungo incerta nella scelta del dipinto da pubblicare a proposito della pittrice di questo mese che è Artemisia Gentileschi (1593 - 1653). 
Si tratta di una delle più notevoli figure della prima metà del Seicento che, nella su
a produzione, si è misurata su soggetti sacri e profani, andando al di là dei temi rappresentati da altre artiste. 
La sua fama di pittrice è stata oscurata per un certo periodo dal fatto di essere f
iglia di Orazio Gentileschi - il che talora ha creato problemi di attribuzione delle sue opere - ma soprattutto dalla violenza subita da parte di Agostino Tassi e dal processo seguito alla denunzia di Artemisia. Infatti, se è stata giustamente ricordata per la sua coraggiosa ribellione, in passato tale vicenda ha lasciato in secondo piano il suo talento artistico. 

Gli studiosi che invece ne hanno rivalutato di recente la memoria come pittrice, hanno sottolineato caratteri stilistici che dimostrano la conoscenza delle opere di Michelangelo Buonarroti e del Caravaggio, ma che - a mio modesto avviso - vanno anche al di là dei canoni dell'epoca in cui Artemisia vive. Per questo sono stata incerta nella scelta, perchè i suoi dipinti riflettono un afflato artistico decisamente poliedrico.

In un primo tempo avevo deciso di pubblicare "Susanna e i vecchioni" - che trovate qui a lato - nella versione forse più famosa del 1610 conservata presso il castello di Weißenstein, in Baviera.
L'opera rivela infatti la disinvoltura dell'autrice
nell'ambientare le figure nello spazio ed è evidente il duplice richiamo michelangiolesco nella torsione del corpo della donna che ricorda il modulo della figura serpentinata e insieme nel gesto delle mani che può richiamare il personaggio di Adamo nella Cacciata dal Paradiso all'interno del Giudizio universale.

Poi, sempre tra i dipinti che vedono protagoniste le donne, mi aveva suggestionato anche "Giuditta decapita Oloferne", conservato al Museo di Capodimonte, per il suo chiaro riferimento all'opera analoga che il Caravaggio aveva realizzato circa dieci anni prima. 

Elementi comuni sono tinte come il rosso scuro e il forte contrasto luministico che rende ancor più drammatica la scena. Qui, lo sguardo di Artemisia è preciso e sicuro, quasi analitico, uno sguardo che non arretra neppure nel dipingere i dettagli più macabri come gli schizzi di sangue sul cuscino. 
Dunque, se è senza dubbio notevole l'abilità della pittrice, sul piano stilistico mi sembra di vedere caratteri 
già conosciuti. Per questo, la mia scelta si è orientata poi sull'opera riportata in grande, intitolata "Autoritratto come allegoria della pittura" e conservata a Londra presso la Royal Collection di Kensington Palace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui davvero mi pare che l'artista ci dica qualcosa di nuovo che va al di là della rielaborazione di ciò che ha acquisito nel tempo. 
Quali aspetti mi colpiscono nel dipinto? La modernità del tratto insieme alla
 capacità di far coesistere tale modernità con un'estrema precisione di dettagli; ma soprattutto l'identificazione di Artemisia con la pittura, cosa che anima la composizione a cominciare dall'impostazione prospettica. 
La protagonista infatti attraversa il quadro diagonalmente rivolta alla tela che
dipinge, mentre la luce che piove dall'alto batte sulla sua fronte e illumina il viso concentrato sull'opera che sta realizzando.

Un autoritratto singolare, se lo confrontiamo con i tanti esempi del passato dal Quattrocento al Cinquecento, ma possiamo arrivare anche a Rembrandt trovando sempre un' iconografia tutto sommato tradizionale. 
Che le persone ritratte guardino lo spettatore o si volgano altrove verso qualcosa 
che sta fuori dalla tela o che ne emerga il loro carattere, sono certo dati significativi; ma i vari soggetti sono sempre fermi e centro della composizione resta il loro viso, mentre qui la pittrice è in movimento, ripresa nel suo gesto creativo, tutta assorta a riportare sulla tela il frutto della propria ispirazione. Anche il fondo scuro privo di ornamenti, se da un lato riconduce a tanta pittura del Seicento, dall'altro offre un'essenzialità inedita. 
Un' iconografia nuova dunque, e sul piano tecnico tutt'altro che facile da realizzare
 data la posizione obliqua in cui Artemisia si raffigura.

Colgo inoltre una grande sicurezza nel suo tratto pittorico ora preciso e dettagliato come nel pendaglio al collo e nella ruche che orla il vestito, ora più veloce e sintetico, moderno al punto che la rappresentazione dei capelli potrebbe essere attribuita a un artista di epoca successiva. 
Non solo.

La poliedricità della pittrice mi pare evidente
anche nella raffigurazione dell'abito le cui pieghe sulla manica hanno un verde cangiante dai riflessi metallici quasi fosse un'armatura.

Ne emerge l'immagine di una donna forte e decisa, ribelle e tesa non tanto ad esibire se stessa nella propria avvenenza, quanto a far intuire l'ardore della sua vocazione artistica. Un'immagine che mi ha messo in cuore subito - stavolta senza incertezze - la musica di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827), compositore tormentato, autore di brani dai forti chiaroscuri come i dipinti di Artemisia che riportano - oscuro e sotterraneo ma non tanto - il segno del dramma dell'antica violenza. 

Per questo ho scelto il primo movimento della "Sonata per pianoforte in Re minore n.17 op.31" intitolata "La tempesta". 
L' incipit del brano è pervaso da un senso di attesa e si allarga su di un arpeggio che sembra venire da profondità lontane
È interrotto poi da passaggi improvvisi e concitati finchè si apre il primo tema: una melodia impetuosa e ascendente che va riecheggiando piano in una sorta di bellissìma risposta, e che sale poi di tonalità in un clima sempre più vibrante e drammatico. Segue un secondo tema più sereno e tutto va ripetendosi altre volte nel corso del pezzo. 
Una tempesta ricca di contrasti, dunque, che prima si annunzia sommessa e lontana e poi 
esplode impetuosa. Ma ogni volta che le note rallentano o vanno sulle ottave più basse, la musica diventa una sostanza magmatica simile a un fuoco sotterraneo o a quel fondo scuro e un po' rossastro del quadro di Artemisia.
Una tempesta che, nella vita di Beethoven, è stata la crescente
sordità, condizione che tuttavia non gli ha impedito di dare alla luce musiche sublimi. Allo stesso modo, il dramma della violenza subita che ha attraversato l'esistenza della pittrice, non ne ha represso la coraggiosa ribellione e la capacità di mobilitare le proprie energie. 
Energie che ha incanalato ancor più intensamente nella creazione artistica,
alimentando quel fuoco che, se nel dipinto resta forse un po' sottinteso, le note di Beethoven, nel potere universale della musica, ci aiutano a cogliere.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web) 

 

mercoledì 23 luglio 2025

Se lo sguardo è femminile - 7


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono state la grazia e la trasparenza della pennellata nel dipinto che vedete qui sopra ad orientare stavolta la mia scelta di sguardi femminili. E a proposito di questo "Autoritratto", conservato presso la National Gallery di Londra, potrei anche parlare di garbo ed eleganza. 
Autrice è 
Élisabeth Vigée Le Brun (1755 - 1842), artista francese che probabilmente tanti conoscono anche perchè le riproduzioni di alcuni suoi quadri a tema familiare hanno sempre avuto larga diffusione. È stata infatti una ritrattista dalla brillante carriera durante la quale ha dipinto non solo dame di corte divenendo la pittrice preferita della regina Maria Antonietta, ma anche opere che celebrano la maternità e gli affetti familiari, cosa singolare in un'epoca in cui il ruolo della donna era relegato in ambito privato. 
La rivoluzione francese poi l'ha costretta ad abbandonare Parigi, ma questo le
 ha consentito di girare per le corti europee, da Vienna a Londra, da San Pietroburgo a Roma e non solo, facendosi apprezzare ovunque.

Artisticamente, la Le Brun si colloca nel periodo neoclassico, e tuttavia le sue creazioni non hanno quel carattere di aulica freddezza che troviamo in talune opere dell'epoca, non soltanto perchè la pittrice predilige il tema del ritratto, ma anche per la sua abilità nel catturare la luce, cosa che dona ai suoi dipinti grande morbidezza. E a tal proposito, osserviamo questo suo autoritratto - peraltro non l'unico - in alcuni dettagli.

Sono gli occhi ma anche le labbra, è l'incarnato lievemente roseo del viso con il candore del collo, e insieme sono gli orecchini a riflettere la luce conferendo al viso della donna una grazia ariosa. Ma a creare tale effetto di trasparenza, è anche lo spazio aperto in cui il ritratto è ambientato, con il cielo azzurro da sfondo e quelle nuvole che forse sarebbero piaciute al Tiepolo.

Una grazia che si riflette anche nell'abbigliamento: dal cappello di paglia con la morbida piuma e un serto di fiori di campo, ai lievi volant del corpetto, ai capelli non raccolti in un'acconciatura elaborata ma lasciati andare al vento, fino allo scialle scuro che l'avvolge fatto di un tessuto leggero e impalpabile.

Ma non si può trascurare il dettaglio a mio avviso più importante di questo ritratto, quello che connota Élisabeth Le Brun non solo come giovane donna ricca di leggiadria - e ricordiamo che il dipinto la ritrae a ventisette anni - ma prima di tutto come pittrice: la tavolozza. 
Tavolozza, pennelli e colori sono infatti
infilati nella sua mano sinistra e pronti per essere usati dalla destra qui dolcemente in riposo, e dallo sguardo della pittrice del quale ora intuiamo meglio l'espressione.

E com' è lo sguardo di un pittore? È un occhio intuitivo che spesso sa andare al di là della superficie e delle apparenze, oltrepassando la barriera della pura fisicità per cogliere l'anima di ciò che rappresenta, sia esso persona od oggetto.
La Le Brun si sofferma sulle persone, ma
 il suo sguardo non ha nulla di formale come potrebbe suggerire un ritratto d'occasione. Va invece ad indagare con dolcezza la psicologia delle figure femminili rappresentate facendo talora affiorare il mondo degli affetti che ciascuna cela. Ma com'è lo sguardo di una pittrice quando ritrae se stessa?

Non è argomento su cui si possa generalizzare, mi limito perciò a osservare questo dipinto nel quale mi pare che l'artista abbia colto in sè quella serenità interiore di chi nella vita sta realizzando il proprio talento, ciò per cui si sente tagliato: in questo caso la pittura. Leggo infatti nello sguardo di Élisabeth una gioia pacata, non sfolgorante ma tenera, animata da una serietà pensosa, una dolce fermezza che cogliamo nei suoi occhi rivolti allo spettatore ad esprimere consapevolezza di sè. E mi pare che questa immagine rifletta insieme l'autenticità di chi fa del proprio lavoro non un abito puramente esteriore, ma una passione che nasce dal profondo.

E passando alla musica, la grazia garbata di questo dipinto mi ha fatto subito risuonare in mente un brano di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). 
Si tratta del primo movimento della "Sonata per pianoforte n.24 in Fa diesis 
maggiore op.78" detta "A Teresa" perchè dedicata a Teresa di Brunswick con la quale il compositore ebbe una grande intesa intellettuale. 
Il pezzo luminoso e dolce, è a tratti gioioso e animato, altrove malinconico, ma
sempre trasparente a somiglianza di questo dipinto. L'indicazione agogica di "Adagio cantabile - Allegro ma non troppo" si adatta davvero bene ad un tema che, dopo lenti accordi introduttivi, si apre in una melodia limpida che ci resta dentro proprio per la sua cantabilità. 
E se alcuni passaggi si fanno più accesi, Beethoven ne smorza subito la drammaticità per riportare la composizione ad una mirabile morbidezza che qui l'interpretazione di Alfred Brendel mette in splendida luce.

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

  

venerdì 15 novembre 2024

Specchi d'acqua - 11

È una tempesta lo specchio d'acqua di oggi, una superficie agitata da alti marosi che l'artista ha qui realizzato in modo efficacissimo. 
Si tratta del "Naufragio" di William Turner (1775 - 1851), opera conservata presso la Tate Britain di Londra.
Il primo immediato colpo d'occhio su questo dipinto mi dice subito quanta strada i vari artisti abbiano compiuto nel corso dei secoli nel riprodurre acque in movimento. Dalle raffigurazioni più semplici e stilizzate delle miniature medioevali a quelle del Rinascimento in cui il tratto pittorico si è arricchito di morbidezza e realismo, fino ai secoli più vicini a noi, l'abilità dei pittori si è sempre più raffinata nel rappresentare ora la profondità, ora il moto, ora riflessi e trasparenze delle onde. Basterebbe citare gli Impressonisti - peraltro non ultimi nel tempo - per comprendere la misura del cammino percorso. 
Del resto, che c'è di più mutevole di uno specchio d'acqua per offrire agli artisti un'ampia serie di soggetti cui ispirarsi?
 
 
Così oggi, mi piace soffermarmi sulla tempestosa immagine che vedete.
È stato il periodo barocco, dopo la compostezza rinascimentale, ad introdurre davvero il movimento nelle varie arti figurative, anche se già il Tintoretto aveva anticipato nei suoi dipinti tale tendenza. 
E insieme a questa, una libertà sempre più grande ha animato diversi pittori nel rappresentare il paesaggio e in esso il mare. Ricordo a questo proposito Rembrandt, Jan Peeters, Van de Velde il Giovane, poi Gaingsborough e Vernet, esponenti tra i più rappresentativi dei tanti che, tra il Seicento e il Settecento, hanno realizzato marine in tempesta o scene di naufragio.
 
 
Con questo dipinto di Turner, arriviamo ai primi dell'Ottocento - 1805, per la precisione - e la lotta impari dell'uomo contro la furia degli elementi s'inquadra nel clima romantico e in quella poetica del sublime nata alcuni decenni prima. Essa privilegia la rappresentazione di una natura maestosa, del senso del mistero e di tutti quei fenomeni che affascinano e provocano insieme turbamento per i loro aspetti terrificanti ed estremi. Così, le composizioni pittoriche si popolano di acque tempestose, eruzioni vulcaniche, terremoti, come pure di notturni in cui la luna rischiara un buio inquietante.
 

 
Nel "Naufragio" - peraltro non l'unica opera in cui ha raffigurato il mare agitato - Turner ci presenta alcune imbarcazioni che stanno per essere sommerse dai flutti e la lotta disperata dei naufraghi contro la sferza del vento e la forza delle onde. Onde che qui hanno perso la loro sagoma consueta per diventare un magma caotico e ribollente, informe e indefinito che l'artista realizza con un tratto pittorico modernissimo - quasi un anticipo di Astrattismo - capace di renderne la leggerezza ma anche il peso e l'ingovernabilità. La visione d'insieme ci restituisce infatti la percezione di un continuo movimento ondeggiante che circonda le barche da ogni lato, in un mare cupo dove le spume tra il bianco e il verdastro mandano lampi di luce sinistra, sotto un cielo scuro gravido di nubi. E tale contrasto accresce la tensione della scena.
Un'opera efficacissima, quindi, che rappresenta l'angosciosa concretezza di un naufragio e che a noi che la osserviamo oggi - a più di due secoli di distanza dal contesto dell'epoca in cui è stata concepita - non può non ricordare la tragedia di altri naufragi più vicini a noi, che hanno seminato e ancora seminano morte nel Mediterraneo.
 
Proprio questa drammaticità mi ha suggerito il brano di musica da associare al dipinto. Non una delle varie tempeste pur pregevoli che possiamo trovare nei concerti di Vivaldi o nella sonata di Beethoven che porta questo nome, ma - sempre di Ludwig van Beethoven - il tumultuoso e movimentato terzo tempo della "Sonata per pianoforte n.14 in Do diesis minore" nota per il suo Adagio iniziale intitolato "Al chiaro di luna".  
Una contraddizione? No, perchè a interessarmi qui non è l'atmosfera contemplativa di quel celebre pezzo, ma il "Presto agitato" finale. 
Si tratta di un brano in cui il tema, ricco di impetuosa veemenza, è una sorta di corsa inquieta e senza riposo, una travolgente cascata di arpeggi che vanno in crescendo e sembrano culminare in una deflagrazione. 
Ma al di là di questo, è il prevalere della tonalità minore a conferirgli un senso di forte tensione drammatica. E anche dove in taluni passaggi le note si placano, non viene meno quel costante dinamismo che fa di questa sonata - scritta nel 1801, a poca distanza e nello stesso clima artistico del dipinto di Turner - una delle espressioni più compiute della musica romantica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

giovedì 22 febbraio 2024

Specchi d'acqua - 2

Philippe de Thaon : "Bestiario"





 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Faccio seguito qui al post dello scorso gennaio nel quale parlavo del mare nella celebre "Nascita di Venere" del Botticelli, per tornare indietro nel tempo ad osservare il modo in cui l'arte ha raffigurato le onde e il loro moto nei vari specchi d'acqua. Così, mi piace proporre una breve carrellata di immagini.

Le fonti sono mosaici, icone, miniature, antiche mappe e carte nautiche all'interno di testi di carattere profano o - più spesso - religioso, dall'epoca romana al Medioevo. Sono storie di viaggi a cominciare da quello di Marco Polo in Cina, o dai pellegrinaggi in Terra Santa, cronache di battaglie navali, talora illustrazioni della Divina Commedia; ma spesso anche narrazioni bibliche come la storia del diluvio o quella di Giona inghiottito dalla balena, o episodi evangelici come la tempesta sedata e la pesca miracolosa. Tra questi, particolare attenzione va al Battesimo di Cristo - e quindi al fiume Giordano - tema che ha avuto molta fortuna nel tempo e al quale dedicherò magari in futuro un articolo a parte.

Materiale vastissimo quindi, dal quale ho scelto però poche immagini tra quelle che mi hanno colpito per la loro originalità. Sono raffigurazioni spesso diverse tra loro anche per le differenti tecniche con cui sono state realizzate, ma tutte affascinanti a volte per i tentativi di realismo, altrove per iconografie più fantasiose e un po' elementari che - tuttavia - in certi casi assumono caratteri vagamente avveneristici e di sorprendente modernità.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo dimostra il mosaico riportato qui sopra, dettaglio della "Chiamata di Pietro e Andrea" e parte della decorazione musiva della basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna. Siamo nel VI secolo d.C., eppure quel delfino che solca le onde ricurve, insieme alle tessere che le rappresentano nelle loro varie sfumature di verde, è davvero di grande modernità. Non ne conoscessimo l'epoca, potremmo scambiarlo per un manufatto dei nostri giorni.

Un'immagine in parte differente troviamo invece qui a lato nel mare del "Viaggio dei Magi", mosaico della volta del Battistero di San Giovanni a Firenze, realizzato dal cosiddetto Maestro della Maddalena intorno alla fine del 1200.
Anche qui, lo specchio d'acqua è formato da una serie ripetuta di onde
ricurve ad indicarne il movimento, in mezzo alle quali possiamo scorgere diversi pesci. Tuttavia l'effetto è ben diverso.

Ma la rappresentazione del mare è legata anche ad altri aspetti.
Nel mondo antico e medioevale era infatti considerato uno spazio misterioso da
guardare con timore, mentre la sua graduale esplorazione ne darà poi immagini via via più concrete e meno legate alle paure, ai simboli o alla fantasia. Resta comunque per parecchio tempo il luogo del pericolo, popolato da pesci ma anche da mostri, come possiamo osservare nella prima foto grande in alto, tratta dal "Bestiario" di Philippe de Thaon (XII sec.), conservato alla Kongelige Bibliotek di Copenaghen.

Lì, vediamo un mare verde in cui le onde sono semplici righe ondulate inframmezzate da pesci; ma ai lati si ergono due enormi draghi alati, minacciosi e aggressivi, grandi quasi come l'imbarcazione.

Questa foto più piccola a lato, intitolata "Balena gigante", è invece parte della Miscellanea teologica di Peraldo (XIII sec.) conservata alla British Library di Londra. Ma ricorrono anche qui più o meno gli stessi caratteri, a cominciare dalla evidente sproporzione tra l'enorme pesce e la barca.

Un mare calmo dalle onde simili a righe orizzontali, ma sempre
popolato di pericoli è quello rappresentato dal mosaico pavimentale di Aquileia, capolavoro di arte paleocristiana del IV sec. d.C.
Qui, in un bellissimo e celebre dettaglio, è
raffigurato Giona mentre viene gettato nelle fauci non di una balena, ma di una sorta di serpente marino dalle spire sinuose. 

Un animale ben diverso, ma - almeno nella fantasia di chi lo ha dipinto - più simile a una balena se non altro per le sue dimensioni, è rappresentato invece nella miniatura sottostante della metà del sec.XV.
Di particolare interesse è qui il modo in cui sono state realizzate le onde: piccole montagnette aguzze e stilizzate, in cima a ciascuna delle quali è possibile scorgere una breve arricciatura a rappresentare la spuma. Tratti simili e veloci, per certi aspetti un po' elementari, ma per altri ancora una volta modernissimi.

Ma tale iconografia mi sembra ancora più chiara nella foto successiva: una miniatura del XV secolo, tratta dal "Factorum et dictorum memorabilium Libri IX" di Valerio Massimo, conservato presso la Bibliothèque de l'Arsenal a Parigi.
Il testo dello scrittore latino vissuto tra il I sec.
a.C. e il I sec.d.C., ha avuto infatti immensa fortuna e diffusione nel Medioevo, ad opera di numerosi amanuensi che lo hanno anche arricchito di splendide miniature proprio come quelle che vedete.

Qui il copista ha voluto rappresentare un mare agitato che risulta efficacissimo. Infatti, quelle onde alte e insieme larghe, disposte in successione alternata, a mio avviso rendono magnificamente l'idea del beccheggio della navicella, ancor più della miniatura precedente dove sono più fitte ma al tempo stesso molto schematiche.

Un mare agitato e fantasioso dunque, in un'iconografia che ricorre spesso, come nella miniatura sottostante che - all'interno di altri testi - raffigura onde e navi durante la battaglia della Meloria tra le antiche Repubbliche marinare di Pisa e Genova.

Infine, per passare alla musica, ho scelto di associare a queste immagini il celebre terzo movimento, "Allegretto", dalla "Sonata per pianoforte in re minore n.17 op.31" detta "La tempesta" di Ludwig van Beethoven ( 1770 - 1827).
Il brano,
nel tempo ternario di 3/8 in cui le terzine si susseguono con ritmo ora tranquillo, ora più affannoso quasi quella del compositore fosse una corsa, dà l'impressione di una sorta di moto perpetuo. Ma tale ritmo, creato dalla successione degli arpeggi, mi suggerisce anche il movimento ondeggiante di un'imbarcazione sul mare e, dove la musica va facendoci più tempestosa e cupa, l'appressarsi di un pericolo dal cielo o dal profondo.
Diciamo la verità: forse Beethoven nel concepire la Sonata non pensava affatto a questo, ma pare fosse stato
ispirato dalla visione di un cavallo al galoppo. Inoltre, il termine tempesta, nella sua ampiezza, potrebbe indicare anche un evento interiore, una particolare fase compositiva portatrice di novità, chissà mai!
A me però piace associare queste note ricche di una grande varietà di arpeggi,
all'altrettanto vario andar per mare: uno specchio d'acqua ora calmo, ora intensamente agitato, ora scuro come un abisso che nasconde dei pericoli, ora per qualche istante luminoso. Del resto, la tonalità del brano è un malinconico re minore con qualche breve apertura qua e là in maggiore, come quando da un cielo coperto di nuvole filtrano i riflessi del sole sulle onde e, per un attimo, tutto s'illumina.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)





mercoledì 30 novembre 2022

Modernità di un ritratto

Leggo sul web la notizia che a Milano, all'ultimo piano della Torre PwC nel quartiere CityLife, è stato esposto al pubblico - e lo sarà ancora nei prossimi giorni - un celebre dipinto di Sandro Botticelli (1445 - 1510) : il "Ritratto di Giuliano de' Medici", proveniente dall'Accademia Carrara di Bergamo.
La mostra, intitolata appunto "Sguardi dalla Torre - Botticelli", consente di ammirare il capolavoro rinascimentale inserito qui in una cornice di arte contemporanea com' è appunto il grattacielo progettato da Daniel Libeskind.
Non so se potrò
visitarla, ma colgo l'occasione per soffermarmi su di un ritratto che ha spesso attirato la mia attenzione per la sua straordinaria modernità. 

Il dipinto è stato realizzato tra il 1478 e il 1480, probabilmente dopo la morte di Giuliano de' Medici ucciso nel corso della Congiura dei Pazzi e, oltre a questa, ne esistono altre due versioni in parte differenti e di incerta attribuzione, conservate l'una a Berlino e l'altra a Washington.
A colpirmi è la grande semplicità dell'opera che vedete, nitida e già moderna per
la sua epoca nel tratto disadorno e sottile, nelle ordinate campiture di colore e nella sua essenzialità spoglia ma elegantissima, capace di cogliere l'interiorità del protagonista rendendola viva.
Botticelli vi ha raffigurato Giuliano leggermente di tre quarti, gli occhi bassi
dall'espressione un po' altera o forse triste e pensosa, come di persona compresa in se stessa. Il suo capo è stagliato sul fondo azzurrino di un'apertura squadrata totalmente priva di ornamenti, dalla quale non si scorge alcun segno di paesaggio; altrettanto spoglio e severo è l'abbigliamento dell'uomo, una sorta di guarnacca rosso scuro fitta di pieghe che ritroviamo anche nelle opere del Mantegna e di Antonello da Messina.

Il dipinto, infatti, per alcuni caratteri iconografici, può ricordare certa ritrattistica coeva, ma qui mi pare che il Botticelli, rispetto ai suoi contemporanei, esalti maggiormente i valori di superficie, tanto che la testa di Giuliano sembra quasi intarsiata sullo sfondo. Inoltre, la linea che individua il profilo e i capelli ha un che di nervoso, una sorta di sinuosità angolosa, se mi si passa quest'espressione un po' contraddittoria. Ma ciò non turba l'aura dignitosa e solenne del ritratto.

Una rappresentazione di rara efficacia che non sarei lontana dal pensare possa aver ispirato anche artisti del Novecento.
Mi rendo conto che il mio è un riferimento azzardato, ma
ogni volta che vedo la bellissima "Maternità" realizzata da Gino Severini nel 1916 riportata qui a lato, non riesco a non pensare che, per qualche aspetto, l'artista possa essersi ispirato proprio al ritratto del Botticelli.
Il riferimento potrebbe non essere frutto di una chiara
consapevolezza da parte di Severini, ma solo un ricordo emerso dal passato, cultura che un giorno si è sedimentata in lui per tornar poi a rifiorire liberamente.
Qui, infatti, il tratto è più morbido, ricco di
plasticismo e di luce, così come differente è l'espressione nel viso della donna. Tuttavia, la linea nitida e pulita, lo sfondo spoglio e la scura chioma di capelli mi suggeriscono tale richiamo testimoniando - tra l'altro - il ritorno dell'artista alla tradizione figurativa del passato dopo l'adesione al Futurismo.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che alla severa compostezza del dipinto del Botticelli unisse l'aura morbida del quadro di Severini, rispecchiando l' eleganza di entrambe le opere, la prima giocata sul prevalere del linearismo, l'altra su forme più plastiche.
Così ho scelto la "Romanza n.1 in Sol Maggiore op.40 per violino e orchestra" di
Ludwig van Beethoven, scritta ai primi dell'Ottocento e spesso eseguita in coppia con quella in Fa Maggiore op.50, forse un po' più famosa per i numerosi arrangiamenti.
Questa in sol - tra le due la mia preferita - è un Andante dal ritmo
lento e solenne dove protagonista è subito il violino con una melodia semplice di grande cantabilità cui l'orchestra conferisce poi maggiore ampiezza e intenso spessore. Ma nel corso delle successive riprese, il tema si anima attraverso una sempre più ricca fioritura di note da parte dello strumento solista.
Una fioritura delicatamente sinuosa, ora più serena, ora più acuta e struggente, che nel finale si stempera in un largo respiro di pace.

Buon ascolto! 

(Le foto sono prese dal web)

martedì 9 agosto 2022

Stanze - 8


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'atrio spettacolare di una reggia? Il grandioso ingresso di una galleria d'arte? Lo scalone di un antico palazzo, l'abside di una sontuosa cattedrale o - perchè no? - la sala di accesso di una prestigiosa banca?
A colpo d'occhio, potremmo essere tratti in inganno dalla particolare, ricca architettura dell'ambiente che vedete: ampio, alto, articolato in più ordini e
loggiati, con nicchie e decorazioni che ricordano il fasto di tanti elementi rinascimentali e classicheggianti.
La seconda immagine mostra infatti in modo più chiaro i numerosi archi a tutto sesto che ritmano la costruzione e la copertura curvilinea a lacunari oltre la quale possiamo immaginare la grande cupola, tanto che - vista così - questa stanza potrebbe sembrare davvero l'interno di una chiesa.
Ma anche il salone delle feste di una
reggia dove in cima alla scala prendono posto i padroni di casa in attesa di dare il segnale perchè, nel grande spazio sottostante, si aprano le danze. Non vi pare ?
In realtà, si tratta dell'atrio della Stazione di Anversa Centrale,
edificio costruito tra il 1895 e il 1905 su progetto di Louis de la Censerie cui si deve proprio l'idea della cupola e dell'immensa sala di attesa che vedete.

Chi mi conosce sa quanto amo le stazioni ferroviarie, luoghi simbolo nel nostro essere in viaggio nell'esistenza, specchio delle tante vite che si sfiorano o s'intrecciano ogni giorno, costruzioni tanto significative da aver fatto talora da tema o da cornice a celebri film.
Le amo a cominciare da quella di Milano Centrale dove tante volte sono approdata
dagli anni della mia giovinezza, fino ad altre due affascinanti stazioni che tuttavia ho visitato solo di fretta: la St. Pancras di Londra, splendido esempio di neogotico vittoriano, e quella di Liegi progettata dall'architetto Calatrava in un'avveneristica struttura bianca che la fa più simile ad un'astronave. E insieme ai vasti ambienti interni, mi attirano anche gli spazi scanditi da grandi arcate in vetro e acciaio che coprono le zone riservate ai binari: spazi ormai simili in tante stazioni, da Milano a Berlino, a Lipsia e a Lisbona solo per citarne alcune.

Ma torniamo ad Anversa. Appena ne ho visto le foto sul web, questa particolare stanza mi ha preso subito per il suo aspetto sontuoso, le grandi dimensioni e la mescolanza di stili.
Si va infatti dai caratteri
neorinascimentali e neobarocchi di alcune strutture architettoniche, fino all'uso del vetro e ferro, materiali tipici dell'Art nouveau e quindi degli anni in cui la stazione è stata edificata.

Bellissima, a questo proposito, la vetrata semicircolare che chiude l'ambiente nella parte alta, illuminandolo e al tempo stesso fungendo da collegamento arioso con la zona retrostante dove arrivano i treni. Crea infatti una sorta di graduale alleggerimento della costruzione che, dalla muratura continua o quasi, passa alle gallerie e ai loggiati, per poi terminare col vetro della copertura dei binari che intravvediamo soltanto oltre l'arco centrale in cima alla scalinata.

Una complessità di ideazione e una monumentalità ancora molto lontane dall' architettura più lineare ed essenziale, ma non meno affascinante, di svariate stazioni contemporanee. E tuttavia interessante testimonianza di un'epoca di imponenza e di ricchezza quale è stata quella di Leopoldo II del Belgio, ricordato - oltre che per i tanti aspetti discutibili della sua gestione coloniale - anche come re costruttore

E, passando alla musica, quale brano potrebbe essere adatto ad una stanza così particolare come l'atrio di un stazione? In apparenza un non-luogo, in realtà un ambiente che si carica di volta in volta di vissuti intensi e di una sfaccettatura infinita di emozioni per i saluti, le attese, le malinconie e le gioie, le persone lasciate e ritrovate.
Così, ho pensato alla "Sonata in Mi bemolle maggiore n.26, op.81"
chiamata "Gli addii" di Ludwig van Beethoven. 

Gli addii, dunque, ma non solo quelli.
Infatti, i tre movimenti della composizione
evocano una storia: dal primo tempo intitolato "Das Lebewohl" (L'addio), al secondo "Die Abwesenheit" (L'assenza) fino all'ultimo "Das Wiedersehen" (Il ritorno). Una sonata che esprime quindi una pluralità di stati d'animo e di sentimenti. In questo caso partenza, assenza e ritorno sono quelli dell'Arciduca Rodolfo - allievo e protettore di Beethoven - costretto ad allontanarsi da Vienna durante l'occupazione francese nel 1809.
Qui vi riporto "L'addio": un Adagio - Allegro che esordisce con profonda malinconia, seguito però da una sezione più vivace e vigorosa, fino alla coda col suo moto discendente e ai due secchi accordi conclusivi.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

martedì 26 luglio 2022

Geografia del presente

Tutte le sere, quando nel mio nido d'altura prima di andare a dormire chiudo porte e finestre, non tralascio mai di sostare per qualche momento sul balcone che guarda verso il Gran Paradiso.
Di questa stagione fa chiaro fino a tardi e non è raro che, anche dopo le dieci di sera, i ghiacciai del massiccio riflettano ancora l'ultima luce, mentre intorno - nonostante di giorno il caldo arrivi anche qui - si leva un'aria fresca che ricrea. Ma non è solo per questo.

Ciò che in realtà più di ogni altra cosa mi suggestiona è il silenzio circostante insieme al buio che - al di là dei lampioni che illuminano il paesetto - avvolge tutta la vallata e sale, lungo i versanti fitti di abeti scuri, su su fino al pallido chiarore dei ghiacciai.
Così, mi affaccio per qualche istante al mio balconcino a rivolgere un saluto serale alla montagna: se vogliamo, una sorta di piccolo rito al quale sono affezionata perchè è come se un impulso segreto mi spingesse a farlo per prendere consapevolezza fino in fondo della fortuna di essere qui. E non si tratta solo della possibilità di sfuggire alle temperature di un'estate torrida, ma dell'esigenza di rendermi conto, aiutata dal maestoso silenzio della sera, dello splendore in cui sono immersa da ogni lato. Ed esserne grata. 

C'è talora, infatti, una sfasatura tra l'essere materialmente dentro a eventi, situazioni o luoghi, e il sentirsi davvero presenti ad essi. Manca a volte una corrispondenza profonda con ciò che viviamo, come se portassimo in noi un puzzle in cui alcune tessere sono andate fuori posto. Ne bastano poche che non hanno trovato la giusta collocazione e faticano ad inquadrarsi nello spazio a loro destinato e senza che ce ne accorgiamo creano un disagio oscuro. Magari abbiamo confuso l'azzurro del cielo con quello del mare, o le foglie degli alberi col verde del prato, o la neve di una pista da sci con quella che ricopre i tetti: sono esperta di puzzle, mi sono sempre piaciuti e so che è facile confondersi.
O ancora capita che in noi qualcosa non quadri come quando, da bambini, facevamo il gioco del quindici...qualcuno se lo ricorda? A me non riusciva mai e restava sempre una casella fuori posto!

Ecco, il mio saluto serale serve anche a questo, a recuperare la consapevolezza del presente, quando tante sfasature magari inconsce ci portano lontano, nella geografia non sempre chiara del nostro intimo, inducendoci a dimenticare che esiste un'altra geografia concreta e visibile che, qui e ora, non smette di parlarci.
La contemplazione del paesaggio, infatti, con il coinvolgimento dei sensi che essa
comporta, sa spesso ricucire i lembi dell'anima ricostruendo la sintonia di noi con noi stessi, azione esercitata con strumenti diversi ma ugualmente efficaci anche dalla musica.
Allora, sull'onda di questi pensieri oggi vi regalo un brano che mi pare possa fare da colonna sonora a queste mie sere in montagna.

Si tratta del "Larghetto"  dalla "Sinfonia n.2 in Re maggiore op.36" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827), pezzo dal carattere soavissimo e al tempo stesso maestoso, nel quale il compositore alterna ricordi della tradizione settecentesca a passaggi malinconici e talora solenni nei quali è già evidente l'impronta originale della sua ispirazione. Mi pare che la direzione di Karl Böhm metta in particolare evidenza tali aspetti, sottolineando da un lato le sfumature e la dolcezza di queste note insieme a qualche tocco di garbo salottiero, e dall'altro la maestosa solennità di alcuni passaggi - per esempio a 7.11 dall'inizio - o la delicatezza dello splendido finale. 

Un brano intriso di serenità che - come già mi è occorso di osservare per altri compositori e a testimonianza del potere catartico della musica - nasce in uno dei periodi più bui della vita di Beethoven, amareggiato da una delusione amorosa e dalla sordità che andava facendosi più acuta.
A noi regala invece un senso di riposante e soffusa leggerezza, a somiglianza del respiro fresco del vento nel magico silenzio della sera in montagna.

Buon ascolto!

(Foto di Marco Monticone presa dal web)