sabato 28 marzo 2026

Paradisi gloria














 

 

 

Non so se, in alto loco, perdoneranno il mo ritardo nel celebrare qui la festa dell'Annunciazione che cadeva il 25 marzo. Ma confido nella larghezza di cuore di quanti vivono ormai al di là delle esigenze del calendario. 
Così oggi vi presento Maria e l'Angelo in un dipinto di Dominikos Theotokopulos, più conosciuto come El Greco (1541 -
1614), artista di origine cretese ma vissuto anche in Italia dove è venuto a contatto col colorismo veneziano e poi in Spagna dove ha lavorato alla corte di Filippo II.

Pittore originalissimo, il cui stile predilige figure sinuose e allungate e una luce intensamente drammatica che talora può ricordare il Tintoretto, El Greco si distingue anche per tratti di notevole modernità rispetto al periodo in cui opera. Per rendersene conto basta osservare qui a lato la "Veduta di Toledo", dipinto molto rappresentativo sul quale tornerò in futuro. 
Non sapessimo che è stato realizzato nel 1610,
forse lo scambieremmo per un'opera di Cézanne o magari di Kandinsky.
Oltre ad una dimensione visionaria, infatti,
leggiamo nell'artista un predominio del colore sulle linee e una deformazione espressionistica volta a lasciare in secondo piano il realismo dell'oggetto raffigurato, per far emergere i sentimenti e le emozioni che esso può suscitare.

Così è anche per l' "Annunciazione" che vedete, conservata al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid. Lo testimoniano le figure allungate, l'espressione estatica di Maria insieme all'atmosfera di misticismo, i contrasti luministici, ma direi soprattutto l'ambientazione in uno spazio più che mai visionario nel quale universo terreno e ultraterreno si fondono. 












C'è la corte celeste ad assistere all'annunzio portato alla Vergine, tra cherubini sotto e angeli musicanti sopra le nuvole, come potete osservare dalle foto. Una corte celeste che mi fa sempre pensare a quel Sermone di San Bernardo che ho già citato altre volte, nel quale il Santo immagina che tutta la creazione in cielo e in terra sia rimasta per un attimo col fiato sospeso in attesa del di Maria. 
Tecnicamente, gli angeli musicanti sono raffigurati in una sorta di folla confusa 
che, se rende il dipinto diverso dai concerti talora un po' ieratici degli artisti del passato, testimonia però la capacità del pittore di ambientare liberamente le figure nello spazio secondo la lezione del Barocco di cui siamo solo alle soglie. L'opera infatti è stata realizzata tra il 1596 e il 1600.

Interessanti anche le pennellate di colore sommarie, veloci e modernissime nei raggi che escono dalla colomba dello Spirito Santo che vedete qui a lato insieme a frotte di cherubini. Se ne sarà ricordato William Congdon nel realizzare alcune sue opere come la Natività?...
Ma colpisce anche l'espressività dei gesti dell'Angelo e
di Maria che ci restituiscono lo spessore dell'evento: una fanciulla estatica ma anche turbata, che forse intuisce - e certo intuirà in futuro meditando le Scritture e mettendo assieme i pezzi di quanto le accade - il destino di morte e resurrezione di Colui che deve nascere.

Proprio per questo - ma anche in considerazione della vicina Settimana Santa - nella scelta del brano di musica non ho pensato ad un "Et incarnatus est" come talora ho fatto in passato, ma allo "Stabat Mater" che Franz Joseph Haydn ha scritto nel 1767, e in particolare al "Quando corpus morietur".

Si tratta del movimento finale della composizione, che in realtà unisce due tempi caratterizzati da tratti musicali molto diversi: il "Quando corpus morietur" lento, cupo e struggente nella tonalità di Sol minore, e il "Paradisi gloria" decisamente vivace in un luminoso Sol maggiore. Vi si alternano solisti, coro e la voce del soprano che si fa ancora più smagliante in alcuni passaggi di coloratura.

Anche la struttura è differente: il primo è un Largo assai il cui tema iniziale può ricordare il celebre "Quando corpus morietur" che Pergolesi aveva scritto circa trent'anni prima e al quale forse anche Rossini si sarà ispirato nel 1842. 
È un pezzo meditativo che apre uno squarcio drammatico sulla realtà della morte, ma che non si ferma lì perchè il testo dello Stabat Mater - ricordiamo, attribuito a Jacopone da Todi (1208 - 1306) - prosegue con "fac ut animae donetur Paradisi gloria".

Così, la seconda sezione del brano - il "Paradisi gloria" seguito dall'Amen conclusivo - apre a una speranza che musicalmente Haydn ci restituisce attraverso una fuga grandiosa e scintillante che inizia dai bassi procedendo su su verso l'alto fino ai soprani. Una speranza ribadita con profonda convinzione in quel Paradisi perfettamente scandito - a ogni sillaba una nota - e insieme attraverso la durata che il compositore attribuisce al pezzo rendendolo più ampio del precedente. 
Il brano va poi a concludersi con le voci di tutti, in una coralità che ci fa percepire
gioiosamente ciò che l'Annunciazione prefigura.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web) 


sabato 21 marzo 2026

Coltivare parole - 3



Da cosa nasce cosa, lo sappiamo. E l'ispirazione per questo post mi è venuta da una semplice parola della poesia di Antonia Pozzi pubblicata il mese scorso. È stato quel "giuncheto" a riportarmi subito alla mente i versi di Dante Alighieri (1265 - 1321) nella Divina Commedia e in particolare la fine del I Canto del Purgatorio quando il poeta, per poter salire alla montagna dalle sette balze, deve sottoporsi a un rito di purificazione. 
Una scena letta più volte ma che non smette mai di affascinarmi.

È l'atmosfera del luogo a colpirmi prima di ogni altra cosa. 
Siamo nell'Antipurgatorio e, dopo le tenebre e gli orrori infernali alla fine dei quali
Dante e Virgilio erano tornati a riveder le stelle, ora sono i colori dell'alba, intensi e insieme delicati, a rasserenare il nostro sguardo e a stupirci con la loro trasparenza. 
"Dolce color d'orïental zaffiro" scrive il poeta al verso 13, riportandoci alla raffinata 
gradazione di antiche pietre preziose. Non è ancora luce piena, ma il magico incanto dell'alba rasserena l'anima in un cielo d'inarrivabile purezza nel quale si scorgono quattro stelle, simboli delle virtù cardinali. 
In tale atmosfera, appare Catone Uticense che, 
convinto da Virgilio in nome di quella libertà che Catone stesso aveva stimato più della vita, permette a Dante l'ascesa alla montagna del Purgatorio, non prima però che il poeta abbia compiuto un rito di purificazione e di umiltà lasciandosi lavare il viso con la rugiada del mattino e cingere i fianchi con un flessibile giunco. 
Proprio qui desidero soffermarmi, ecco il testo:

"Questa isoletta intorno ad imo ad imo,
là giù colà dove la batte l’onda,
porta di giunchi sovra ’l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda
o indurasse, vi puote aver vita,
però ch’a le percosse non seconda."
(vv.100-105)

Catone indica loro una spiaggia alla base della montagna dove, proprio nel punto in cui il terreno è più molle, crescono dei giunchi e solo la flessibilità di queste piante acquatiche consente loro di resistere all'impeto delle onde. 
È la delicatezza della descrizione ad affascinarmi: un quadretto naturalistico in uno
spazio più basso e appartato (ad imo ad imo), lontano (là giù)nel quale possiamo immaginare l'azzurro dell'acqua e il chiaro delle spume, insieme al grigio della fanghiglia sulla riva e alle sfumature di verde o marrone del giuncheto. 
Tinte lievi e pacate che, più che ai miniatori del XV sec. che - come si vede nella
foto - hanno creato immagini dai colori vivaci, a mio avviso sarebbero piaciute a De Nittis. Un panorama che Dante definisce a partire da ciò che si vede, ma anche da ciò che si sente, come il suono ritmato delle onde sulla battigia che riecheggia piano nel verso "là giù colà dove la batte l'onda".

Ma avverto anche un senso di intimità in tale descrizione che fonde elementi paesaggistici con l'intensità del momento in cui il poeta si avvia a proseguire il proprio viaggio in un'atmosfera soffusa di speranza. È la luce protagonista di questi versi: non ancora il vivido fulgore del Paradiso, ma la luminosità discreta di un nuovo cammino che inizia con incertezza ma insieme con fiducia, come accade nelle fasi di passaggio dell'esistenza di cui tutto il Purgatorio è in qualche modo emblema. Bellissimi i seguenti versi:

"L’alba vinceva l’ora mattutina
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il tremolar de la marina."
(vv.115-117)

I due viandanti si mettono in cammino mentre l'alba vince progressivamente l'ombra della notte ed è a questa luce ancora incerta che Dante scorge il mare. Sì, il mare, di cui coglie da lontano il palpitare delle onde! Non dice semplicemente che lo vede, ma che lo riconosce dal movimento di luce e di acque (conobbi il tremolar della marina): percezione delicatissima, forse solo un barlume simile a quello di chi si sta svegliando
Non so se ci sia immagine più efficace ad esprimere lo stupore e il sollievo che Dante
deve aver provato dopo la sudicia, soffocante e angusta oscurità infernale! Ora invece torna la luce e con essa il respiro, l'apertura verso un orizzonte spaziale più ampio (di lontano).

La scena mi ricorda quanto la visione del mare nel tempo sia stata liberatoria, nella storia come nella poesia. Ho in mente, in un contesto diverso e certo più impetuoso, l'urlo di felicità dei mercenari greci, "Thalatta! Thalatta!" (Mare! Mare!), quando - come narra Senofonte nell'Anabasi - tornando dalla Persia nel 401 a.C. dall'alto del monte Teche avvistarono finalmente le acque del Mar Nero e sentirono il ritorno a casa più vicino. 
Ma ritrovo quasi uguale il verso dantesco nella poesia "I pastori" ("O voce di colui che
 primamente / conosce il tremolar della marina!") dove il D'Annunzio descrive il momento in cui il primo dei pastori transumanti dall'alto dei monti abruzzesi vede il mare e ha un grido di gioia. 

Ma torno al testo e in particolare a Virgilio che, seguendo le indicazioni di Catone, da uno spiazzo erboso ancora in ombra prende la rugiada della notte e con essa lava il viso di Dante purificandolo dalla caligine infernale:

"Noi andavam per lo solingo piano
com’om che torna a la perduta strada,
che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose."

Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
" (vv.118-132)

La scena si svolge in un'atmosfera di solitudine (solingo piano...lito diserto) e il mare che mai non vide navigar sue acque / omo, che di tornar sia poscia esperto è lo stesso in cui si è inabissato Ulisse al canto XXVI dell'Inferno. 
Ciò in apparenza potrebbe comunicare un senso di sgomento. Tuttavia, questa a me
 non pare la solitudine straniante che ha circondato l'eroe e i suoi compagni nel loro folle volo, ma solo la trasposizione esterna del silenzio interiore di chi, come Dante, sta ritornando a la perduta strada.

"Quivi mi cinse sì com’altrui piacque
 oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse."
(vv.133-136)

Qui, Virgilio coglie dal terreno un giunco, per la sua flessibilità simbolo di umiltà e sottomissione, e con esso cinge i fianchi di Dante che solo in tale disposizione d'animo potrà iniziare la salita. La scena è semplice e severa come un rituale, e di nuovo avvertiamo l'eco del canto di Ulisse in quel com’altrui piacque, riferito a una volontà superiore che tutto governa.

Immagine conclusiva è il prodigio per cui la pianta del giunco rinasce subito dopo dopo essere stata colta: segno della vita nuova alla quale Dante si sta avviando e simbolo di resurrezione anche perchè l'alba che qui il poeta descrive è quella del giorno di Pasqua. Sono versi che, per certi aspetti, ci rivelano un Dante pittore che tuttavia fonde sempre l'attenzione al paesaggio e al dettaglio naturalistico con un significato spirituale più alto.

E con quale musica commentare le toccanti parole del poeta? La scelta non è stata facile, ma alla fine sono tornata a una delle mie passioni più antiche, a un brano che spesso ho cercato sulle note di una tastiera prima ancora di averne in mano lo spartito. Si tratta dell' Adagio dalla "Toccata, adagio e fuga in Do maggiore BWV 564" di Bach che ho pubblicato agli esordi del blog.

Il suo ritmo, segnato dagli accordi della pedaliera e dall'intensità dell'organo, mi fa pensare a un cammino più o meno erto: a quello di Dante prima di tutto, ma - piccolo piccolo - anche al mio nell'addentrarmi gradatamente nel variegato mondo della musica. È un brano che mi accompagna da tempo e mi parla quasi avesse la regolarità di un respiro o di un passo tranquilo o di un discorso pacato, e penso possa essere così anche per altri che l'ascoltano. Sono infatti note dall'afflato meditativo che ci consentono di osservare la realtà da un angolo di visuale che ce ne svela lo spessore e la meraviglia. 

Mi si obietterà che il panorama in cui Dante si muove, per quanto non sfolgorante, è però luminoso e questo Adagio è invece in tonalità minore. Vero. Tuttavia, ciò che Bach ci comunica a me non pare tristezza, ma un senso di profondo raccoglimento simile al silenzio interiore del poeta di cui parlavo sopra. E se il paesaggio del Purgatorio è talora chiaroscurale, anche l'Adagio s'illumina qua e là con lievi aperture, oltre ad alcuni passaggi conclusivi che risolvono dolcemente in tonalità maggiore.

Buon ascolto!

(La foto, presa dal web, rappresenta Dante e Virgilio nella scena descritta. La miniatura, conservata alla Biblioteca Apostolica Vaticana, è opera di Guglielmo Giraldi, XV sec.)

sabato 14 marzo 2026

Non solo Mozart

Multiforme è sempre stato il panorama della musica: da pezzi che ci caricano di energia invitandoci magari alla danza, ad altri che ci conducono verso sconfinate profondità e ad altri ancora che sanno ricucire i lembi dell'anima con tale dolcezza che non finiremmo mai di ascoltarli.  
Proprio in rifermento a questi ultimi, ho spesso ricordato l'intensità terapeutica di
 certi brani di Mozart, a cominciare dal terzo tempo della Serenata Gran Partita K.361 o dal mirabile Adagio del Concerto per clarinetto K.622, solo per fare qualche esempio.

Ma oggi, a prendersi cura della mia giornata regalandomi una sorprendente distensione, è il compositore francese Gabriel Fauré (1845 - 1924) col "Cantique de Jean Racine op.11" nel quale tante volte mi ero imbattuta su youtube senza tuttavia ascoltarlo fimo in fondo con la dovuta attenzione. 
Si tratta di un brano per coro misto scritto in origine con l'accompagnamento di
pianoforte e organo. Qui lo trovate invece in una versione orchestrale che sostiene il canto dei meravigliosi VOCES8 e del loro ensemble coristico diretto da uno dei componenti.

Il testo che Faurè ha messo in musica a soli diciannove anni è opera del poeta Jean Racine (1639 - 1699) che, a sua volta, aveva tradotto liberamente l'antico inno "Consors paterni luminis" attribuito a sant' Ambrogio. Vi troviamo un'invocazione a Dio perchè diffonda sul mondo il fuoco della Sua grazia disperdendo l'inferno, risvegliando coloro che si sono sviati e ricolmando gli oranti di ogni benedizione. Eccolo:

"Verbe égal au Très-Haut, notre unique espérance,
jour éternel de la terre et des cieux,
de la paisible nuit nous rompons le silence;
Divin Sauveur, jette sur nous les yeux;
répands sur nous le feu de ta grâce puissante
que tout l'enfer fuie au son de ta voix.
Dissipe le sommeil d'une âme languissante
qui la conduit à l'oubli de tes lois!
O Christ sois favorable à ce peuple fidèle
pour te bénir maintenant rassemblé;
reçois les chants qu'il offre
à ta gloire immortelle,
et de tes dons qu'il retourne comblé."

Sul piano strettamente musicale, dopo una pacata introduzione dell'orchestra in cui il tema è annunciato dagli archi e accompagnato dal suono melodioso dell'arpa, il pezzo di Fauré si dipana dolce e cantabile in un riposante andamento ripreso poi dalle voci e da altri strumenti. Se l'impianto è ancora quello classico di certi suoi pezzi giovanili, il compositore ci restituisce tuttavia anche un'impronta romantica ricca di una soavità che - a mio modesto avviso - può ricordare lo stile usato da Mendelssohn in certi pezzi corali come per esempio il Salmo 42.

Bellissimo l'attacco scalato del coro che inizia dai bassi per arrivare alle voci più alte arricchendosi progressivamente di armonioso spessore. Il brano si dipana quindi con una luminosa parte iniziale in tonalità maggiore, poi quella centrale più ombrosa e intensa in minore per concludersi di nuovo in un clima di serenità. Splendide le riprese del tema da parte del corno e dell'oboe in un procedere non privo di una certa solennità. 
A regalarci un ampio respiro è proprio questo senso di calma e di pace insieme alla
 coesione delle voci che il live ci restituisce in pieno e alla gioia che coinvolge tutti: coristi, orchestrali e direttore.

Un brano che dispone alla serenità, ma al tempo stesso mi suscita, acuto e tormentoso, il desiderio di poterlo cantare un giorno con qualche formazione corale e non solo dietro lo schermo di un computer. Ma per il momento resta un sogno, come i tanti che nutro in questi tempi difficili.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

sabato 7 marzo 2026

"La grande zolla"

Da parecchio tempo, in lista d'attesa tra le immagini da pubblicare, avevo il celebre acquerello di Albrecht Dürer (1471 - 1528) intitolato "La grande zolla", e finalmente oggi mi sono regalata la gioia di condividerlo con voi.
L'opera - conservata
all' Albertina Museum di Vienna - insieme all'altrettanto famoso Leprotto testimonia l'attenzione dell'artista verso il mondo della natura qui raffigurato con estremo realismo.

Dürer, pittore tedesco tra i più famosi, ma insieme incisore e studioso di matematica, si muove nell'ambito del Rinascimento del quale ha fatto propri i caratteri durante i suoi numerosi viaggi che, da Norimberga, lo hanno condotto sia in altre città tedesche che in Italia, in particolare a Venezia. Ma occorre sottolineare anche il suo talento precoce e la sua apertura a differenti ambiti della rappresentazione: dal ritratto al paesaggio, a temi sacri, mitologici e naturalistici. E in ogni ambito va rimarcata la grande cura per il dettaglio che lo avvicina agli artisti fiamminghi.

Proprio tale minuziosa precisione mi attira in quest'opera che, nel suo piccolo, rappresenta un mondo. 
Decisamente accurata è infatti la raffigurazione della zolla 
dal fogliame fino alle radici, in una fusione di splendore artistico ad attenzione scientifica che colloca a pieno diritto il quadretto nell'approccio alla realtà tipico del mondo rinascimentale.

È la bellezza colta in quei dettagli che ci potrebbero anche sfuggire e che l'artista riporta invece davanti al nostro sguardo con esattezza e insieme con stupore. In apparenza una semplice zolla di terra con le piante selvatiche che vi attecchiscono, ma in realtà il folto delle sue erbe - tra le quali riconosciamo tarassaco, piantaggine e pratolina - è una sorta di bosco in cui si incrociano steli dalle diverse infiorescenze e fogliame dalle varie gradazioni di verde.

Immaginiamo per un momento di essere un insetto tra quel fogliame: esso ci apparirà proprio come una boscaglia intricata, un groviglio disordinato e in certi punti misterioso e oscuro nel quale è facile perdersi. Al tempo stesso, questo acquerello mi fa tornare bambina davanti alle prime enciclopedie illustrate e mi riporta al sogno di entrare in quel mondo naturalistico, di aggirarmi come una piccola Alice nel paese delle meraviglie tra erbe alte e spazi minuscoli che per qualche momento si dilatano solo per me.

Ma tale descrizione pittorica precisissima, vero pezzo di bravura quasi il Dürer fosse un esperto di botanica, mi ricorda anche la pagina altrettanto minuziosa di un altro artista che tutti conosciamo non certo come botanico, ma come letterato: Alessandro Manzoni.

Mi riferisco alla descrizione che l'autore fa della vigna di Renzo quando, al cap.33 de "I promessi sposi", il giovane torna al suo paesello e trova casa e orto devastati prima dai birri, poi dai Lanzichenecchi e infine dai compaesani che in quel terreno ormai abbandonato venivano a far legna. 
Certo, una vigna non è una semplice zolla e 
l'intento dello scrittore nella sua ampia descrizione ha forse significati più profondi che alludono alla dimensione caotica della natura quando è lasciata a se stessa. Al di là di questo tuttavia, il linguaggio ci rivela un Manzoni inusitato e sorprendente, e se alcuni termini come marmaglia e guazzabuglio sono gli stessi che in altri punti del romanzo attribuisce alle persone, sul piano botanico le sue conoscenze sono precisissime.
Riporto qui qualche stralcio della descrizione: 

"Era una marmaglia d'ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d'avene salvatiche, d'amaranti verdi, di radicchielle, d'acetoselle, di panicastrelle e d'altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d'ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l'uno con l'altro nell'aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri.(...)"

Insomma, realismo anche quello del Manzoni forse unito alla volontà di comporre un pezzo di bravura. E proprio tale varietà di ispirazione unita allo splendore estetico - del Dürer sul fronte pittorico e del Manzoni su quello letterario - mi hanno fatto pensare al brano di oggi.

Si tratta del primo tempo, Allegro, della "Sonata in La maggiore op.17 n.5" di Johann Christian Bach (1735 - 1782): sì, proprio uno dei numerosi figli del celeberrimo Giovanni Sebastiano. A dedicarsi alla musica non è stato l'unico: insieme a lui infatti troviamo anche i fratelli maggiori Wilhelm Friedemann, Carl Philipp Emanuel e Johann Christoph Friederich, ma certo - forse anche perchè più giovane degli altri - ha assorbito in misura minore i tratti tipici dello stile paterno. Ascoltandone infatti le composizioni, cogliamo un clima differente, molto più vicino al classicismo che ai canoni della musica barocca.

Il brano che ho scelto ne è un limpido esempio, soprattutto nell'interpretazione ricca di espressività di Daniil Trifonov, che accentua liberamente la dolcezza del pezzo variandone talora il ritmo con una sorta di rubato, almeno così a me pare. La morbidezza melodica e l'intensità di certi passaggi sono tali che, se non sapessimo che l'autore è un Bach, saremmo forse tentati di attribuire il brano a Mozart che - tra l'altro - aveva conosciuto Johann Christian e ne era stato grande estimatore. In effetti, non è fuor di luogo ipotizzare che lo stesso Mozart si sia talora ispirato a lui. Ascoltate, per esempio, la frase musicale a 2,22 dall'inizio - ma non solo - e ditemi se non è la stessa che ritroviamo poi in un passaggio del primo tempo del celebre Concerto per pianoforte K.488.

Insomma, un brano simile a un quadretto musicale raffinato e morbido, preciso e vario nell'alternanza di luci ed ombre e in quei frequenti trilli che s'inanellano a somiglianza dell'intrecciarsi degli steli e del fogliame nella grande zolla erbosa.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)