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domenica 12 luglio 2026

Coltivare parole - 7



Mi è sempre piaciuto il garbo delle poesie del livornese Giorgio Caproni (1912 - 1990), quel tratto di eleganza che si accompagna a una lieve ironia e a un tocco di leggerezza, senza per questo ignorare i grandi temi della vita con la loro profondità. La sua è la sapienza di un linguaggio che sa fondere passato e presente con tale agilità di parole da rendere i suoi versi intensi e al tempo stesso talora giocosi. Al di là dei riferimenti che vi possiamo leggere, Caproni ha infatti una cifra tutta sua, riconoscibile nella semplicità del lessico e nella bellezza dell'andamento ritmico. Il suo è stato definito proprio uno "stile musicale" non solo perchè lui stesso aveva imparato a suonare il violino, ma perchè intendeva trasferire la musicalità dalle note alla parola.

Vissuto nell'arco del Novecento che ha visto la nascita dei movimenti di avanguardia e in particolare dell'Ermetismo, Caproni dopo una prima adesione si distacca dal linguaggio spesso criptico di autori come Ungaretti e Montale, preferendo quello più semplice e quotidiano di Saba e ricostruendo una versificazione talora più legata al passato. Per la sua leggerezza ritmica i critici hanno spesso ricordato l'antica poesia provenzale e stilnovista, mentre i temi trattati ci conducono nel cuore della vita del poeta: dall'affetto per la madre Annina all'attaccamento alla natìa Livorno e alla suggestione del mare, dalla vita come viaggio a riflessioni filosofiche sul destino dell'uomo e talora a una forma di smarrimento esistenziale. Interrogativi che Caproni esprime con uno stile giocoso come nella poesia intitolata "Cadenza" (dalla raccolta "Il muro della terra", 1975) che qui vi riporto:

"Tonica, terza, quinta,
settima diminuita.
Rimane così irrisolto
l’accordo della mia vita?" 

A chi s'intende un pochino di musica non sfuggirà che - mentre la tonica è la nota che indica la tonalità, la terza dice se maggiore o minore e la quinta con le altre due ci dà un accordo ben definito - la settima diminuita resta invece in sospeso. Gli accordi di settima solitamente precedono quello conclusivo, ma se la musica finisce sulla settima - per di più diminuita e quindi dissonante - viene a mancare qualcosa, come se un interrogativo restasse senza risposta, irrisolto appunto! Ecco lo stile musicale applicato alla vita!

Ma, al di là di questo, il testo che desidero condividere oggi è un altro: è la poesia intitolata "Per lei", dalla raccolta "Il seme del piangere" (1950-58) tutta dedicata alla madre del poeta Anna Picchi.

Per lei

Per lei voglio rime chiare,
usuali: in -are.
Rime magari vietate,
ma aperte: ventilate.
Rime coi suoni fini
(di mare) dei suoi orecchini.
O che abbiano, coralline,
le tinte delle sue collanine.

Rime che a distanza
(Annina era così schietta)
conservino l’eleganza
povera, ma altrettanto netta.
Rime che non siano labili,
anche se orecchiabili.
Rime non crepuscolari,
ma verdi, elementari. 

Hanno quasi l'andamento di una filastrocca questi versi segnati da frequenti rime e da un ritmo che mi ha preso subito. Non ci tragga però in inganno uno stile così leggero perchè non è sinonimo di superficialità, ma capacità di tradurre con immediatezza creativa il profondo impulso del cuore. 
Sono versi scritti dopo la morte della madre amatissima che Caproni evoca qui con
 tratti di ragazza. Attraverso le tante rime prima baciate e poi alternate, riusciamo infatti ad intravvedere la figuretta di Annina che vi affiora con levità ed eleganza. È proprio il garbo del poeta-figlio a volerne cogliere aspetti esteriori e interiori, la sua luminosità (rime chiare) insieme alla sua delicatezza ariosa e colorata (rime ...ventilate...suoni fini (di mare)... orecchini...coralline...collanine). 

Così pure, la seconda strofa ce ne fa balenare l'autenticità (Annina...così schietta) insieme alla semplicità che viene dal cuore (l'eleganza povera, ma altrettanto netta). Infine, emerge il desiderio del poeta di celebrarla in modo non superficiale (rime che non siano labili), sottolineandone il carattere privo di ogni ripiegamento su se stessa, ma ricco di una primaverile attitudine alla gioia (rime non crepuscolari, ma verdi).

Si potrebbe ipotizzare che in questo desiderio del figlio di cantare la madre in leggerezza possa esserci una velata polemica verso certa poetica decadente di alcuni autori del primo Novecento. Tuttavia, ancora più forti sono per me altri due riferimenti che sento in questi versi.
Il primo è nell'esordio della poesia: "Per lei voglio rime chiare / usuali: in -are"
che mi ricorda il celebre "M'incantò la rima fiore / amore" da "Amai" di Umberto Saba col suo richiamo a un lessico di semplicità quotidiana. 
Ma il secondo che - va detto - non trova conferma nel parere dei critici, a mio
modestissimo avviso è il riecheggiare in questi versi di un guizzo futurista che mi riconduce ad Aldo Palazzeschi. Quello di Palazzeschi è stato un futurismo originale e non aggressivo, sostanziato di un'ironia ora sorridente e giocosa, ora disincantata che troviamo per esempio in "Lasciatemi divertire","La passeggiata", oppure "Sole" e "Chi sono?".  

La stessa venatura di pensosa leggerezza avverto nel testo di Caproni che fa poesia dicendo in realtà come dovrebbe essere la sua poesia: priva di un linguaggio artificioso ma costruita con rime semplici (elementari), simili a una filastrocca che ti resta dentro (orecchiabili), magari una punta irriverenti (vietate) ma comunicative (chiare). Rime che rispecchino l'eleganza ariosa della madre e che rimangano nel tempo a testimoniarne la freschezza di creatura eternamente giovane, come la vede il figlio.

Così, al garbo dei versi di Giorgio Caproni mi piace associare quello di Mozart nel primo movimento "Allegro moderato" dalla "Sonata per pianoforte n.10 in Do maggiore K.330". Si tratta di una composizione scritta probabilmente a scopo didattico, forse per una sua allieva o per la sorella Nannerl. Ricco di scale, arpeggi, trilli e frequenti staccati sia pure all'interno di una struttura piuttosto semplice, il pezzo ci regala quell'atmosfera tipicamente mozartiana che inizia dall'apparenza talora un po' salottiera e galante dell'epoca per approdare alla serenità più profonda e pensosa tipiche dello stile del compositore. 
Qui, la bella interpretazione di Mitsuko Uchida col suo tocco misurato e lieve ne
sottolinea la leggerezza e l'atmosfera spesso giocosa, alternata qua e là a parentesi in tonalità minore soffuse di lieve malinconia. E mi pare che sia Caproni che Mozart, al di là dei riferimenti al contesto culturale del loro tempo o del passato, in queste composizoni abbiano splendidamente attinto all'originalità della loro ispirazione artistica. 

Buon ascolto!

(La foto, che riproduce un dipinto di Massimo Campigli intitolato "Busto (Le perle)", è presa dal web. Qui le collanine non sono coralline...ma dai, pazienza!) 

mercoledì 27 maggio 2026

Parlare con gli oggetti...

Sono sempre più convinta che il mio computer sia vivo. 
Lo so, l'ho scritto anche in passato quando quello vecchio si bloccava proprio nei mo
menti in cui avevo fretta o, se accanto a me c'erano persone di cui aveva soggezione, diventava di una lentezza insopportabile.
Così, mi toccava parlargli con garbo, pregarlo di non 
farmi i dispetti, di non essere permaloso o timido. Allora tornava a fare il bravo e io mi rasserenavo felice di aver esercitato la virtù cristiana della pazienza...Insomma, piccole scaramucce come in tutte le migliori famiglie.

Poi, dopo alcuni anni, è arrivato il momento in cui ho dovuto cambiarlo ma la cosa non è stata indolore perchè sì, era anziano, ma si è spento un mattino all'improvviso, lasciandomi costernata e interdetta davanti allo schermo irrimediabilmente nero.
Con quello nuovo che ho ora le cose vanno bene e non ha bisogno di troppe
raccomandazioni. Ha i suoi gusti, questo sì: se pubblico qualcosa che non gli piace s'impunta e non vuole andare avanti, ma un po' come tutti noi. Però, mi persuado sempre più che, data la frequenza con cui lo uso, abbia maturato una conoscenza di me che a volte mi sorprende. Perchè mai dico questo??? Perchè mi capisce!!!  

Non sto parlando dell'intelligenza artificiale che talora uso sia pure con riluttanza. Certo, l'AI risponde con garbo inaspettato a tante richieste manco fosse il genio della lampada e un paio di volte mi ha aiutato a risolvere problemi informatici con istruzioni davvero precise. 
Ma nutro delle perplessità sull'uso che se ne potrebbe fare non solo perchè talora
 presenta inesattezze, ma perchè se da un lato velocizza tante ricerche - e ricordo solo le preziose applicazioni in campo medico - per il resto, e per fortuna!, mai potrà sostituire l'essere umano nella consapevolezza di sè e nella percezione di quel limite che, per esempio, ha consentito al Leopardi di regalarci l'Infinito. Il discorso è complesso e certo non può essere liquidato in poche righe, ma sono convinta che l'AI non potrà mai avere le molteplici sfumature del cuore umano, le sue emozioni e quell'intensa sensibilità offerta dall'esperienza dell'amore e del dolore.

A questo proposito, penso con preoccupazione a quanti adolescenti oggi vi ricorrono non solo per fare i compiti evitando di usare il proprio cervello, ma spesso anche per sfogare problemi e disagi cercando in essa un interlocutore. Le statistiche sono davvero allarmanti. 
Ma mi mette tristezza anche semplicemente Alexa, nonostante capisca che la sua presenza può essere di aiuto agli anziani soli, può impedirmi di
 bruciare la cena sul fornello e mandare a fuoco la casa, può ricordarmi l'orario delle medicine o inserire la mia musica preferita, il che già non è male... 
Tuttavia, tale servizievole precisione non potrà mai sostituire il marito che brontola
- e col quale poi brontoli pure tu - o il rumore dei suoi passi per la casa. Dare aiuto sì, sostituire no! Siamo tutti molto più di una somma di algoritmi, magari perfetta ma chiusa e opaca: siamo invece pezzi unici anche con le loro crepe e fratture, oserei dire proprio per queste. Ma è da qui - come ha detto qualcuno - che passa la luce.

Torno quindi al mio computer che sta dando prova di conoscermi, anche senza bisogno dell' AI. Penso invece che si tratti di quell'attitudine per cui la lunga frequentazione è tale che alla fine ci si parla: noi con le cose e loro con noi, esattamente come fanno i bambini che dialogano con un amico immaginario o con gli oggetti quasi magicamente essi prendessero vita. Ecco! Il rapporto col mio computer sta diventando proprio così e la cosa mi piace. Volete un esempio?

Stamattina mi ero svegliata con la luna storta. Ma quando l'ho aperto e ho cliccato Gioire in Musica, la prima pagina che mi è comparsa su Google s'intitolava "Canzoni del buonumore" come se già lui sapesse cosa mi serviva. Visto?...E mi ha anche fatto proposte differenti andando sia sul pop-rock che sul classico: da un lato "Walking on sunshine" di Katrina & The Wawes, sull'altro fronte Rossini con "Largo al factotum". Non male direi.

Io però, alla fine di un post come questo che ascrivo volentieri alla lista di quelli demenziali, avrei un'altra idea. Siccome mi piace pensare che il nostro umanizzare le cose abbia a che fare con lo sguardo fresco e fantasioso dei bambini, con un retaggio della nostra infanzia che, per fortuna, l'età adulta non ha spento, torno a Mozart e a un pezzo che il musicista ha composto alla bellezza di otto anni!
Si tratta del primo tempo, "Allegro molto", dalla "Sinfonia n.1 in Mi bemolle
maggiore K.16" che ho già pubblicato quasi nove anni fa e che trovate qui. Passa il tempo, eh???... Ma torno volentieri a questo brano che ha tutta la vivacità di un bimbo che vuole sfogarsi a giocare. 
Pare che la composizione sia stata scritta mentre la famiglia Mozart era in
Inghilterra in una pausa forzata dell'attività concertistica perchè il padre Leopold era malato. Al piccolo Wolfgang Amadeus non restava quindi che stare in casa a comporre musica. Lo immaginate mentre dice a se stesso un po' immusonito: "Uffa!...Oggi mi tocca scrivere la mia prima sinfonia!" magari sognando corse, divertimenti e marachelle insieme alla sorella Nannerl ? 

Scherzo naturalmente, ma queste note mi pare rappresentino bene proprio il desiderio di un bambino di correre e saltare in libertà in un empito di gioia sfrenata. Lo sentite anche voi che prima gira in tondo e poi si lancia alla rincorsa di una farfalla?... 
So che non c'entra, ma mentre scrivo - e sto proprio ascoltando il brano - mi è
comparsa in mente una sequenza di uno dei film della serie di Don Camillo. Ricordate quando il sacerdote va a prendere in collegio uno dei figli di Peppone? Va per rimproverarlo ed esortarlo a studiare, ma si accorge ben presto che il piccolo nel chiuso della scuola si è intristito e ha solo bisogno di stare a contatto con la natura per riprendere il sorriso e la sua consueta vivacità. Passeranno così la giornata in campagna dove il bimbo si divertirà a correre, saltare, giocare a rimbalzello e, se non ricordo male, anche a fare gli scivoloni. 
Ecco, l'Allegro di questa Sinfonia è riuscito a rendere la gioia fresca e soprattutto
autentica dell'infanzia con note efficacissime e sorprendenti se pensiamo che sono state scritte da uno scriccioletto di otto anni.
Che dite, avrà parlato con gli oggetti anche il piccolo Mozart?...Io dico di sì.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)  

venerdì 3 aprile 2026

Venerdì Santo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giovanni Bellini (1430 - 1516) : "Cristo morto sorretto da due angeli" - Venezia, Museo Correr.

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791): "Agnus Dei" dal "Requiem K.626".

giovedì 22 gennaio 2026

Coltivare parole - 1

Ho insegnato per anni in un istituto tecnico agrario a studenti che si avviavano a conoscere l'arte della coltivazione dei campi, quindi il tema con cui apro questo post mi è familiare.

Solo che, a suo tempo, invece di parlare di aratura, erpicatura o irrigazione, il mio compito era spiegare ai ragazzi che, non solo fuori, ma anche dentro di noi esiste un campicello da coltivare, una capacità comunicativa da svegliare, un cuore e una mente da nutrire attraverso lo studio di letterati e poeti. Del resto, coltivazione e cultura etimologicamente sono parenti e l'insegnante è simile a un agricoltore che semina. Tante sono poi le variabili che intervengono sulla crescita, sia nel mondo agricolo che in quello della comunicazione, e non sempre riusciamo a sapere quanto i semi si radicano e quando daranno frutto. Ma l'esperienza mi dice che, se anche ciò non accade sui banchi di scuola, nel tempo i frutti arrivano, e splendidi! 

Ma che cosa consente ai semi di mettere radici? Se i ragazzi di oggi sono per molti aspetti più problematici di quelli di una volta e in apparenza noi - una vita fa - eravamo diversi, nella sostanza però non nutrivamo sempre un amore viscerale per le materie di studio, nè eravamo esenti dalla stupidera dell'etàPerò ascoltavamo e, al di là dei sussulti di ribellione che potevamo covare verso la severità di certi docenti, non smettevamo di aver fiducia in loro che consideravamo comunque punti di riferimento.

Del resto anch'io che poi ho fatto l'insegnante, se pure il mio percorso scolastico è andato avanti senza intoppi, qualche problemino l'ho avuto. 
Una volta che l'ho detto in classe, i miei allievi delle superiori mi avevano regalato 
un'attenzione che neanche quando spiegavo Pirandello. Sapere che in seconda media la prof. aveva preso 4 in latino perchè praticamente non aveva fatto i compiti, non è cosa da poco! È come sollevare un velo sul bello della diretta! O, per restare con Pirandello, è la vita che sguscia fuori dalla forma!
Ma ciò che a loro era parso più incredibile era che del misfatto io ricordassi ancora
giorno mese ed anno! Era il 23 febbraio del 19... ve lo risparmio, per la precisione un venerdì, e in famiglia eravamo reduci da un trasloco. Il trasloco, si sa, è impegnativo, così in altre faccende affaccendata mia mamma non mi aveva controllato i compiti. Io, felice e beota com'ero - beota sì, non è un errore! - per la pigrizia di cercarle sul vocabolario, avevo tradotto le frasi in latino lasciando in bianco le parole che non sapevo. E chi era stata interrogata il giorno dopo?... 

Ma una volta approdata al liceo, nonostante avessi ottimi insegnanti, non è che delle lezioni riuscissi a capire sempre tutto. Studiavo - questo sì! - ma materie come fisica e chimica mi erano ostiche, e neppure stravedevo per la poesia nonostante fossi innamorata cotta del prof. di italiano. 
In quegli anni, compariva ogni tanto in tv Ungaretti e quando prendeva a declamare
"Veglia", la sua pronunzia calcata in modo espressionistico per sottolineare le allitterazioni del testo, suscitava in me solo una grande ilarità. Quindi, figuratevi!... Però a scuola ascoltavo e quei semi gettati dagli insegnanti si erano depositati quasi a mia insaputa, lasciandomi nel cuore soprattutto la passione di alcuni di loro nel comunicare. 

Tutto questo discorsino per dire che anche in me qualcosa si è radicato nel tempo, e oggi provo una sottile nostalgia per poeti e letterati dei quali qui non ho mai parlato forse per una sotterranea forma di pudore. Senza andare lontano o allargarmi troppo, sono stati certi testi letti a scuola ma anche poi per conto mio, a restarmi dentro riaffiorando vivi di tempo in tempo. 
Proprio tra questi, vorrei ricordarne alcuni nella serie di post mensili del nuovo anno che ho
intitolato "Coltivare parole", cercando però di non fare la prof. nella convinzione che - in confronto a quella di altri lettori - la mia sia solo una piccola esperienza.

Allora, concludendo questo post introduttivo, vi regalo due testi a cui sono molto affezionata. Il primo, che risale circa al 1346, è tratto da una lettera del Petrarca a Giovanni Anchiseo : 

 "(...) Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale. I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante (...)".

Il secondo è un passo dalla lettera del 10 dicembre 1513 scritta dal Machiavelli a Francesco Vettori: 

"(...) Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.(...)".

In entrambi, gli autori sottolineano il valore della lettura ritenuta più preziosa di tanti beni materiali perchè ci conduce alla scoperta di noi stessi e ci libera dagli affanni. Ma è insieme dialogo con persone vive attraverso le loro parole alle quali accostarsi con tutta calma. Bellissimo e in certo qual modo solenne quel cambiarsi d'abito di cui parla Machiavelli: un invito a non essere distratti o frettolosi, ma a predisporre il cuore come si fa per un incontro importante!

Certo anche la musica aiuta a preparare il cuore e in particolare quella di Mozart in alcuni pezzi che sanno di miracolo tanto sono ricchi di leggiadrìa. Allora torno a un brano del compositore salisburghese già pubblicato quasi 11 anni fa precisamente qui, che mi pare ricco di quell'intensità necessaria a far fiorire i tanti semi depositati in noi. 
Si tratta del quarto movimento, Adagio, dal "Divertimento n.15 in Si bemolle
maggiore K.287". Nel vecchio post parlavo di semplicità e della pace terapeutica che questo brano ci regala. È infatti una melodia intrisa di calma mentre il soave ritmo dei pizzicati ci accompagna ricucendo ferite o ricomponendo lembi dell'anima. E insieme può preparare il terreno ad accogliere le parole dei grandi, così come l'agricoltore dissoda il campo che dovrà ricevere la semente.

Buon ascolto!

(La foto - particolare del mese di Ottobre, tratta dal Ciclo dei Mesi dei Fratelli Limbourg e conservata presso il Museo Condée a Chantilliy - è presa dal web.)

 

mercoledì 16 luglio 2025

Inquietudini di un diciassettenne.

Aveva diciassette anni Wolfgang Amadeus Mozart quando compose la "Sinfonia n.25 in sol minore K.183" della quale oggi mi piace condividere qui il primo movimento. 
Era il 1773 e, come testimonia il
numero d'opera, il ragazzo aveva già al suo attivo numerose sinfonie, senza contare minuetti e piccoli pezzi che aveva iniziato a scrivere a soli cinque anni. Bambino prodigio, come tutti sappiamo, e non semplicemente per la precocità della sua attitudine musicale, ma anche per la chiarezza compositiva che fa delle sue partiture un vero miracolo di equilibrio e luminosa armonia. Ma non è questo il punto su cui desidero soffermarmi.

M'interessa invece la tonalità in sol minore di questa sinfonia che - insieme alla più celebre n.40 K.550 - costituisce un'eccezione nel complesso delle altre 39 tutte in maggiore. Dell'argomento ho già parlato lo scorso anno prendendo in esame il primo tempo della n.40 considerata la Grande per la sua maturità espressiva, mentre la n.25 è detta la Piccola. Si tratta infatti di un'opera giovanile in cui Mozart - come ricordavo in passato - prende spunto dal sinfonismo di Franz Joseph Haydn. Opera, tra l'altro, fortemente criticata dal padre Leopold forse perchè non strutturata secondo i dettami dello stile galante e della frivolezza di tante composizioni dell'epoca.

Però...Però ascoltandola e cogliendone la concitazione iniziale, mi sorgono altre considerazioni che me la fanno valorizzare non meno delle successive. 
È acceso e drammatico l'esordio, sostenuto - come si vede nella foto - da note ribattute, e il tema impetuoso e passionale, prima forte, poi ripreso più sommessamente dal bellissimo canto dell'oboe, esprime con intensità i tormenti di un ragazzo sul finire dell'adolescenza. Certo, un Allegro con brio in minore suona un po' contraddittorio, ma forse l'espressione indica solo la vivacità scorrevole del brano.
Suggestivi i due intervalli discendenti iniziali (sol - re  e  mi - fa#), soprattutto il
secondo che, dal mi bemolle, ci conduce giù fino a un angoscioso fa diesis con uno splendido salto di settima diminuita. Così pure, la successiva fragorosa esplosione in tonalità maggiore col suo tema più solare - lo stesso che più avanti sarà ripreso invece in minore - non fa che confermare la crisi di un animo adolescenziale che, come è tipico dell'età, vive i contrasti senza mezze misure ma in modo netto e assoluto.

Reduce da alcuni viaggi in Italia e a Vienna utili per la conoscenza di altri musicisti, ma deludenti sul piano della ricerca di un'occupazione stabile presso qualche corte, il diciassettenne Mozart ritorna nel 1773 nel chiuso dell'ambiente salisburghese. Ma il desiderio di nuove vie più personali e più consone al proprio talento insieme alle suggestioni preromantiche del periodo lo portano lontano dalla frivolezza dello stile decorativo richiesto talora dai committenti, e l'uso della tonalità minore sembra esprimere proprio tale desiderio segnato da inquieta introspezione.
Nonostante alcune aperture, l'impressione che resta ascoltando il primo
movimento della K.183 è infatti il predominare di un'atmosfera drammatica e di un impeto che - in seguito - Mozart smorzerà fondendo serenità e tristezza, luci ed ombre in quel mirabile equilibrio che tutti conosciamo. 
Basti confrontare questo esordio così netto e oserei dire quasi tagliente con il clima
 di soffusa malinconia delle prime battute della K.550 scritta quindici anni dopo.
Una sinfonia, la K.183, che segna quindi la fine dell'adolescenza e insieme una
svolta verso la maturità artistica, sia per la padronanza delle strutture compositive che per l'intensa volontà del giovane musicista di dar voce più compiuta e autentica alla propria anima. 

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

lunedì 30 giugno 2025

Annunci, stravaganze e sberleffi

Prendo spesso il treno, chi mi conosce lo sa.
L'ho scritto alcune volte anche in questo blog
dicendo che nella dimensione del viaggio mi sono sempre ritrovata come a casa mia. Sarà perchè mio nonno paterno - che purtroppo non ho conosciuto - era capostazione, ma qualcosa da lui devo aver ereditato se il mondo delle ferrovie mi è così familiare. 

Ciò non toglie che di questi tempi - tra scioperi, ritardi e cancellazioni improvvise - viaggiare non sia sempre piacevole. Ma al di là di tali disagi, a volte mi capita di notare anche alcune incongruenze, cose da poco in realtà che però francamente non so motivare. Si tratta di annunci un po' strani. Ve ne riporto due il primo dei quali risale a qualche mese fa.

"Il treno delle 13,21 per Pavia partirà dal binario 1 invece che dal binario 4."

Dove mai sta l'incongruenza? mi direte. L' avviso è chiaro e preciso quanto basta. Peccato però che venisse diramato alle nove del mattino...e tutti i santi giorni in cui mi trovavo in stazione a quell'ora, sentivo l'altoparlante annunciare immancabilmente il cambio di binario per chi intendesse partire alle 13,21. 
Ora mi chiedo quale idea abbiano le ferrovie dei propri passeggeri. Forse quella di soggetti ans
iosi che, per timore di perdere il treno, si recano in stazione minimo quattro ore prima? Ce ne sono, per carità: un mio zio, ultimo nato del nonno capostazione, era così, ma mica tutti...

Oppure le ferrovie ci considerano tanto disimpegnati e svagati da non consultare un orario o da fare una sola cosa al giorno: di conseguenza, se oggi prenderò il treno, tutta la giornata dovrà ruotare attorno a questo considerevole evento e allora non è affatto strano che alle nove del mattino si venga informati di un cambio di binario alle 13. Questa sì che è solerzia, che dite?...Dev'essere proprio così, altrimenti qualcosa non torna.

Il secondo esempio è di questi ultimi giorni. L'annuncio stavolta arriva di pomeriggio, nell'ora sonnolenta in cui preferirei abbioccarmi sul divano e invece a volte sono in stazione sperando che il mio treno sia puntuale, per fiondarmici dentro a dormicchiare sotto il tiro di un'aria condizionata da ghiacciaia. Ma prima che il mio locale arrivi, in mezzo ai vari avvertimenti, dall'altoparlante risuona sempre la seguente informazione:

"Il pullman sostitutivo del treno delle 14,30 per Cremona è previsto in partenza dalla postazione in cui è stato previsto".

Chiaro, eh??? La prima volta sono rimasta un attimo interdetta chiedendomi se avessi sentito bene. Nei giorni successivi mi sono resa conto che l'avviso è registrato quindi sempre uguale, incongruenze comprese: non un indirizzo, una via, un banale dal piazzale della stazione giusto per chi fosse nuovo del posto, anche se un pullman si vede...Alla fine però ho riso perchè mi è venuto in mente il film con Totò e Peppino a Milano e la famosa battuta: 

"Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?".  

Ecco, più o meno siamo lì e quell'avviso potrebbe essere la risposta adeguata alla stravaganza della domanda. 

Così, agli annunci incoerenti e alla disimpegnata divagazione che vi ho ammannito oggi, adatta solo a una giornata torrida come questa, ho scelto di associare un altrettanto bizzarro brano di Mozart. 
Si tratta dell'ultimo tempo, "Presto", dal Divertimento in Fa Maggiore "Ein musikalischer Spaß K.522
", detto anche "I musicanti del villaggio". Sì, proprio uno spasso, uno scherzo musicale che rimanda alla vena ludica del Mozart più leggero. Ma non è solo gioco, qui ci sono anche ironia e sarcasmo. Infatti il compositore fa il verso ad alcuni suoi colleghi enfatizzando banalità, sentimentalismi, goffaggine ed errori di tanti gruppi orchestrali di paese.

Vi confesso che questo brano NON mi piace. È scandalosamente ripetitivo, gli archi e gli ottoni a volte sono calanti, altre volte sparano troppo, e se riuscite ad arrivare alla conclusione senza tentazioni omicide nei miei confronti, sentirete gli accordi finali così stonati che più non si può. 
Allora perchè lo pubblico? Perchè c'è aria di vacanza, fa un caldo spaventoso e soprattutto - lo
avrete già capito - questo di oggi è un post demenziale.

Ma insieme mi piace testimoniare che, nella poliedricità del suo genio, Mozart ha scritto anche brani parodistici: ironie e sberleffi fatti da chi della musica aveva però una conoscenza perfetta. Il Presto infatti per le sue trovate armoniche potrebbe essere anche un pezzo di bravura, ma proprio perchè lo scopo è una presa in giro, è volutamente esagerato e privo di quel misurato equilibrio che è la cifra dello splendore mozartiano in tante altre opere, divertimenti compresi. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

venerdì 6 giugno 2025

Funambolico Mozart !

Di norma, nella storia della musica, i compositori vengono classificati come rinascimentali, barocchi, classici, romantici ecc. a seconda che la maggioranza delle loro opere s'inquadri nello stile e nel contesto di un certo periodo. Tuttavia, ciò non toglie che ognuno di essi si sia espresso con una libertà che talora esula da catalogazioni libresche per guardare al passato o precorrere invece un futuro ancora sconosciuto.

Per questo motivo, a volte possiamo avere delle sorprese. Qualche esempio? Pensiamo alla sconvolgente modernità dei "Madrigali" di Gesualdo da Venosa vissuto tra il Cinquecento e il Seicento. Oppure al brano introduttivo de "La Creazione" di Haydn che, se non conoscessimo l'autore, saremmo tentati di attribuire ad un musicista di fine Ottocento tanto è ricco di suggestioni nuove. Ma pensiamo anche a Beethoven e alla sua "Sonata op.111" che nel secondo movimento anticipa addirittura il ritmo del boogie-woogie!

Insieme allo stile, tuttavia, sono anche i sentimenti e le emozioni a conferire particolare espressività a certi brani e in questo senso si può affermare che quasi tutti i compositori abbiano nel loro DNA una gamma di sfaccettature molto più ampia dei caratteri in cui vengono abitualmente incasellati. 
Qualche esempio anche qui?

Pensiamo a Rossini celebre per il brio e l'allegria di tante opere, ma se
ascoltiamo il "dum pendebat Filius" del suo "Stabat Mater", troviamo una tragicità che mette i brividi. Pensiamo a Bach che, famoso per la severità e il rigore matematico dei suoi brani, ha pezzi danzanti e in qualche caso addirittura giocosi. Ma non possiamo dimenticare Mozart che ha toccato svariati tasti - è proprio il caso di dirlo - nell'ambito delle nostre percezioni: dalla leggerezza di divertimenti e sinfonie al magico incanto di serenate e concerti, alla malinconia struggente di tanti adagi, fino alla potenza tragica del "Requiem" con i singhiozzi del Lacrimosa. E come talora ha guardato indietro, qualche volta ha anticipato il futuro.

Così almeno mi è parso scoprendo il brano di oggi: la "Piccola Giga in Sol Maggiore K.574", composizione giocosa e funambolica che mi sono meravigliata di non aver mai pubblicato in tanti anni di blog. 
Per prima cosa il pezzo ci riconduce al passato. Il termine giga, infatti, in campo squisitamente musicale indica una
vivace danza in tempo ternario tipica della musica barocca che troviamo in Bach, Haendel e non solo.

Proprio da Haendel pare che qui Mozart abbia preso ispirazione, in particolare dall'ultimo tempo della "Suite n.8 in fa minore HWV 433". Se ci fate caso, l'esordio è simile, anche se poi il compositore salisburghese prosegue con maggiore libertà. Le tre voci che s'intrecciano nel brevissimo pezzo sembrano riprodurre un gioco di bambini che saltellano, s'inseguono in allegria o si lanciano in una danza sfrenata, e l'interpretazione di Alexander Lonquich ne rende con efficacia l'andamento fatto di ritmo, vivacità e leggerezza.  
Anche l'immagine della clip audio - "Il funambolo" di Paul Klee - ci mostra molto
opportunamente un acrobata in equilibrio sul filo mentre lo circondano aeree scale affacciate nel vuoto. 

Altrettanto funambolico è il celebre dipinto di Joan Mirò che vedete in alto e che ho voluto associare alle note di questo brano. S'intitola "La ballerina" e l'autore, nella sua visione surrealista, ne ha reso il movimento attraverso figure geometriche e notazioni musicali. Non c'è una danza, ma l'essenza stessa della danza, rappresentata da sottili cerchi intrecciati e da un corpo stilizzato che può ricordare una chiave di violino dove il ricciolo interno inizia dal cuore. In realtà, nella parte alta mancherebbe un pezzetto...ma lo possiamo aggiungere con la fantasia, non è così?

Bene. Ma, se guardamo alle note, dove esattamente il brano di Mozart anticipa questo movimento un po' bizzarro esprimendosi con tratti più moderni rispetto al classicismo della sua epoca? 
Se fate caso al susseguirsi delle terzine, vi accorgerete che a un certo punto c'è una sfasatura di ritmo perchè gli 
accenti, che di solito vanno sulla prima nota della terzina, si spostano. La cosa è più facile da sentire che da spiegare perchè in alcuni passaggi tale sfasatura è molto evidente all'ascolto. Sembra infatti che per qualche istante il percorso del tema non sia più prevedibile e una certa stabilità venga meno: effetto splendidamente calcolato da un compositore capace di padroneggiare così bene l'equilibrio delle note da permettersi di fingere di perderlo.
Sta proprio qui - a mio modesto avviso - il Mozart più moderno, in questa libertà di
oltrepassare regole che conosce benissimo, in una sintassi musicale giocata sugli equilibrismi proprio come un acrobata che si affaccia sul vuoto. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

mercoledì 25 dicembre 2024

Buon Natale!!!



El Greco (1541 - 1614) : "Adorazione dei pastori" (part.) - Museo del Prado, Madrid.

 

"Dona nobis pacem" : canone attribuito a Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791) e qui eseguito, oltre che dal coro, dalla robusta voce del direttore e dal pubblico. Al di là della resa non sempre perfetta, il canto mi colpisce perchè l'invocazione alla pace va progressivamente crescendo fino a diventare un grido sempre più sonoro, potente e condiviso!

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

martedì 15 ottobre 2024

Incanto di un sol minore

In tanti anni di blog - e fra qualche giorno saranno la bellezza di quattordici! - mi accorgo di non aver mai pubblicato alcune musiche più che mai famose, divenute nel tempo patrimonio di tutti e in qualche modo simbolo dei loro autori.
Mi riferisco, per esempio, alla "Toccata e fuga
in re minore" di Bach, al "Largo" di Haendel, alla "Quinta" e alla "Nona" di Beethoven, alla "Polacca in La bemolle maggiore op.53" di Chopin e non solo.
Il fatto è che di tali opere si sono dette tante e tali cose che, se mi ci mettessi
anch'io che non sono nessuno, mi parrebbe di aggiungere solo banalità.
E siccome qui non ho mai avuto intenzione di fare la storia della musica, ma semplicemente di
condividere considerazioni più piccole e insieme più personali, su certe celebri composizioni ho sempre glissato. 

Oggi tuttavia, tirata per la giacca dal mio blog che, giunto ormai alle soglie dell'adolescenza, comincia a scalpitare avanzando qualche pretesa, mi sono decisa a pubblicare il brano forse più popolare di Wolfgang Amadeus Mozart: la "Sinfonia in sol minore n.40 K.550" nel suo incantevole primo movimento. Ma non è tanto sul fascino di quest'opera che vorrei soffermarmi e neppure sulla sua costruzione armonica, ma su di un aspetto che mi ha sempre colpito: la tonalità.

Sappiamo tutti quanto ogni tonalità abbia un proprio carattere che la rende particolare e unica, tanto che cambiare quella originaria di un pezzo significa compromettere parte del suo fascino, perchè certi tratti di bellezza sono legati a precise frequenze sonore e a una coerenza interna al brano che non andrebbe modificata.
Ma mi riferisco anche alla grande differenza tra i toni maggiori, luminosi, sereni,
esuberanti, assertivi, e quelli minori che inclinano verso la malinconia, l'incertezza o l'ombra. Ragion per cui, in un complesso di 41 sinfonie di cui 39 scritte da Mozart in tonalità maggiore, davanti alla K.550 in sol minore - insieme alla K.183 - mi sono chiesta il motivo di tale scelta.

Dopo composizioni dal clima brillante ispirate ora alle ouvertures italiane, ora alla dialettica tra stile dotto e stile galante, qui l'atmosfera cambia.
È l'inizio a catturarci subito - come vedete dalla foto - con quella mezza battuta di accompagnamento affidata alle viole simile quasi a un sospiro che precede l'esposizione del tema. Non è l'incipit solare o salottiero di tanti pezzi del passato e, se anche l'indicazione agogica recita "Allegro molto", le note ci immergono subito in un'atmosfera di malinconia tesa e nostalgica, come sgorgassero da un movimento d'anima angoscioso.
Allegro molto ? Forse, se si vogliono rispettare i canoni che assegnavano al primo
tempo di una sinfonia un carattere di vivacità. Tuttavia, proseguendo nell'ascolto, le note si fanno sì concitate, ma drammatiche. Non è olimpica serenità, non è più certezza di una felicità esistenziale, ma un senso di affanno, un gorgo di inquietudini segnato da qualche sprazzo di luce insieme a parecchie ombre. 

Siamo nel 1788 e sono in parte le cupe vicende esistenziali di un Mozart trentaduenne che morirà solo tre anni dopo, a influenzare il tono di questa composizione. Ma al tempo stesso è il clima culturale dell'epoca che dalle certezze illuministiche sta piegando verso altre concezioni della vita dove il prevalere del sentimento sulla ragione, la percezione del mistero che avvolge l'esistenza umana e il bisogno dell'individuo di contrastare il proprio destino si fanno sempre più consistenti. È l'affermarsi del movimento preromantico, con le sue ombre e insieme il suo impeto - lo Sturm und Drang - a segnare anche la musica cominciando da Haydn e poi Mozart soprattutto in questa fase della sua vita.
Se infatti la tonalità minore della K.183 - scritta a soli diciassette anni - può essere
attribuita all'influsso della musica di Haydn che il compositore salisburghese conosceva e stimava, la K.550 è frutto di una sensibilità preromantica ormai più matura e consapevole. E l'incipit della sinfonia lo spiega meglio di tante parole.

Sulla particolare scelta del sol posso dire solo che è una tonalità soffusa di tristezza, ma non tragica come il re minore al quale Mozart affiderà il suo Requiem. Una tonalità malinconica ma, a mio avviso, qui ancora morbida.
Del resto, il sol minore è stato usato spesso sia nel periodo barocco che in quello classico
ma anche in seguito con esiti ora pervasi di tristezza, ora invece più energici.
Qualche esempio? Si va dal famoso Adagio di Albinoni al Magnificat RV 611 di Vivald
i e ai tre tempi della sua celebre Estate. Lo troviamo in Bach col Concerto BWV 1058 e la piccola Fuga BWV 578. Poi ricordiamo le Sinfonie n.39 e n.83 di Haydn, per passare al periodo romantico con la Ballata n.1 op.23 di Chopin, il Concerto per violino di Bruch fino a Brahms e a Rachmaninov con svariate altre opere.
Solo pochi esempi, dicevo. Lascio a chi lo desidera il compito di divertirsi proseguendo nella ricerca.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 14 agosto 2024

Buon Ferragosto!









Francesco Botticini (1446 - 1498): "Assunzione della Vergine" (part.) - Londra, National Gallery.

Sulle note di un canone di Mozart e con questo dettaglio della tavola di Botticini dove, nella tomba di Maria, al posto del suo corpo c'è una fioritura di gigli, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie! Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.
A presto!

 

 Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791) : "Ave Maria K.554"

domenica 21 luglio 2024

Pomeriggi d'estate

I pomeriggi d'estate che amo - veri o sognati - sono lontani dal chiasso e dalla confusione.  Sono quelli passati nell'ombrosa frescura di un rustico casale, leggendo un libro, le persiane appena accostate e dietro la campagna che si stende a perdita d'occhio.
O in solitudine davanti al mare, proprio sulla battigia a inebriarsi di vento e spume bianche,
col suono della risacca simile a una musica sempre nuova che non si smetterebbe mai di ascoltare.
I pomeriggi d'estate sono anche quelli trascorsi in un
giardino, a lasciarsi assordare dal canto delle cicale sotto un albero, o passeggiando con un'amica in un prato marezzato di fiori, mentre ci si scambia garbati pensieri, facendosi ombra con un vezzoso ombrellino che sarebbe piaciuto a De Nittis.

I pomeriggi d'estate non hanno orologi che mettano fretta e le ore sono scandite dalla luce che muta piano o dal passaggio quieto delle nuvole sui monti, mentre ci s'incanta nel gioco di ravvisarne forme e somiglianze.
Ha passi lenti il tempo, respiri larghi e profondi, interminati silenzi nei quali inabissarsi con dolcezza come
il Leopardi nel suo testo più celebre.

Ma sono anche quelli descritti dal Pascoli nella poesia "Dall'argine", dove la campagna è immobile e unico segno quasi impercettibile di vita è un filo di fumo che "al sole biancica" assottigliandosi piano fino a svanire. Un'eco lontana di campanacci si perde nell'aria, mentre ci ridesta più alto il verso acuto di un uccello. E non occorre meno dello splendore di certi paesaggi di Van Gogh a rendere l'atmosfera di calma pomeridiana creata dal poeta.

I pomeriggi d'estate sono quelli passati in una vecchia cucina tra rustici arredi, a somiglianza della "Laitière" di Vermeer, con una finestra di vetro molato in alto da dove piove la luce, mentre il fiotto di latte che esce dalla brocca, avvitato su se stesso, sembra scorrere all'infinito.
E mi vengono in mente le ore tranquille passate
tanti anni fa in una casa di mezza montagna, le stanze avvolte nella silenziosa penombra del riposino pomeridiano. Mi ci rivedo mentre - poco più che bambina - sgaiattolo via piano dalla camera a godermi uno sprazzo di solitudine proprio nel cucinino, occhieggiando da una finestrella il verde di un orto là fuori e insieme rubacchiando in frigorifero del buon gelato.

I pomeriggi d'estate inanellano sogni in libertà come il piacere d'intonare un coro tra amiche, magari uno stornello che risuoni gioioso dalla finestra aperta sulla campagna; o come il desiderio di lasciarsi avvolgere da musiche piane e sommesse nella quiete che talora prelude al sonno.

Per questo, i pomeriggi d'estate amano la carezza di Mozart che stempera ansie e tensioni guidandoci verso un dolce abbandono.
Così, tra i tanti brani che si possono associare a
queste ore di una giornata estiva, mi pare che nessuno sia più adatto del mirabile "Adagio" del "Concerto per clarinetto in La maggiore K.622", pezzo che ho già pubblicato diversi anni fa, ma sul quale oggi ritorno volentieri.  

Si tratta di una musica dalla soavissima atmosfera contemplativa, scritta dal compositore pochi mesi prima della morte, in un periodo molto cupo. Ed è sempre sorprendente notare come certi miracoli di serenità e di equilibrio, capaci come pochi di regalarci un senso di profonda consolazione, siano fioriti invece in fasi esistenziali particolarmente difficili.
È trasparente e sottile,
intenso e sognante il tema principale esposto in apertura dal clarinetto e ripreso poi dall'orchestra in un andamento in cui alcuni passaggi inducono proprio a larghi respiri che danno sollievo all'anima. Un tema cantabile in cui Mozart sfrutta tutte le possibilità espressive di uno strumento solista che, all'epoca, non aveva ancora raggiunto la perfezione attuale. Segue - a partire da 2.50 dall'inizio - una seconda melodia con uno splendido andirivieni di note che toccano anche i toni bassi del clarinetto, prima che il brano torni a riproporre il tema iniziale.
Un Adagio sublime nella sua pace, un vero e proprio refolo di aria fresca nel forte della calura
pomeridiana.

Buon ascolto!

(Le foto, prese dal web, raffigurano nell'ordine i seguenti dipinti: 1) De Nittis: "Nel grano" 2) Van Gogh: "Campo di grano con cipresso" 3) Vermeer: "La laitière" 4) Lega: "Il canto dello stornello")


sabato 6 luglio 2024

Il canto della colomba

"D'altri diluvi una colomba ascolto".

È stata questa poesia di Ungaretti, formata da un solo endecasillabo e intitolata "Una colomba", a venirmi in mente nei giorni scorsi davanti alle immagini dell'alluvione che ha devastato la val di Cogne e alcune sue frazioni. 

Quello del poeta, tratto dalla raccolta "Sentimento del tempo", è un testo che a scuola non avevo mai studiato, ma mi è rimasto impresso da quando me lo hanno chiesto - ormai secoli fa - all'esame di abilitazione. Non ricordo, presa un po' alla sprovvista, quale spiegazione avessi affastellato, ma d'allora quel verso mi segue e mi torna in mente in tante circostanze col suo significato che possiamo fare nostro in differenti contesti. Qui Ungaretti, nel riferirsi alla colomba che nella narrazione biblica simboleggia la fine del diluvio universale, manifesta una speranza. Altri sono stati i diluvi della sua vita, a iniziare dalla prima guerra mondiale, ma perseverante in lui è la fiducia in una rinascita annunziata dalla presenza della colomba e dal suo canto: scrive infatti "ascolto".

Così, questo verso mi è riaffiorato dalla memoria anche nei giorni scorsi, davanti alle rovinose immagini dei torrenti in piena viste in tv. Mi riferisco in particolare a località come Valnontey e alla splendida Valmiana - per me luogo del cuore da una vita, piccolo angolo di paradiso ai piedi del Gran Paradiso - della quale vedete sopra una mia vecchia foto che ne ritrae uno splendido scorcio.
E se anche il paesetto in cui vado d'estate è sul versante opposto e non ha subito
danni, non può non ferirmi il disastro che ha devastato proprio questi prati insieme al lavoro di una comunità montana già provata in passato da eventi simili. Una comunità tenace che in questi giorni si sta mobilitando per sanare i danni di un'alluvione che, in certi punti, ha sconvolto la fisionomia del paesaggio. E per me che - come a volte mi è occorso di dire - ho spesso la sensazione di appartenere ai luoghi, è come un pezzo di vita che si sfalda. 

Ma l'indomabile tenacia dei valligiani e il testo di Ungaretti inducono alla speranza. Così, nella scelta della musica da associare a questo post, non ho voluto rattristarmi ulteriormente, ma guardare al futuro immaginando una natura rinnovata in tutto il suo splendore.
In un primo tempo avevo pensato a un brano di Vivaldi dalla sua Estate che alterna
passaggi talora malinconici a esplosioni tempestose; in seguito, a un pezzo dalla Pastorale di Beethoven con l'irrompere del temporale e la successiva gioia del ritorno al sereno.

Invece poi ho scelto Mozart con l' Andante cantabile della "Sinfonia in Do maggiore n.41 K.551 - Jupiter" perchè l'ho sentito più congeniale alla speranza di veder presto ricomposta la magnificenza di questi luoghi.
È pur vero che anche qui il brano non è privo di tratti drammatici e cupi insieme a frequenti chiaroscuri
, ma altrove le sue note hanno davvero una dolce cantabilità.
E mi restituiscono ora la brezza leggera di certe mattine, ora il passaggio lento delle
nuvole sui monti, ora un lieve cinguettìo di uccelli, ora il volo breve delle farfalle celesti sul sentiero che tante volte ho percorso e che la piena del torrente ha spazzato via.
Note di rasserenante soavità che mi sembra possano celebrare il ritorno alla vita annunziato dal canto della colomba ungarettiana.

Buon ascolto!

 

giovedì 14 marzo 2024

A proposito di divertimento

Il web mi riserva sempre delle sorprese, e le mie frequenti scorribande su youtube ogni volta si rivelano ampiamente fruttuose.
Così, stante il fatto che nel pubblicare musica
non seguo un ordine cronologico, ma quello dell'umore, del tempo, della passione per tanti brani compresi quelli che cerco di suonicchiare, oggi mi ritrovo con vari pezzi di autori diversi - come dico spesso - in gioiosa lista d'attesa.
Da Bach a Rachmaninov, da Vivaldi a Mozart e
- perchè no? - ancora a Scarlatti, la provvista che mi attende è molto nutrita.

Bene. Complice il ritorno di un sole già primaverile dopo le piogge torrenziali dei giorni scorsi, oggi ho voglia di leggerezza. Così nella mia riserva di pezzi ho scelto un bel Divertimento di Mozart.
Sul significato di questo termine in ambito musicale credo di aver già fatto qualche cenno altrove
. Si tratta di un genere molto in voga nel Settecento, composto da una sequenza di movimenti diversi, spesso scritti per celebrare svariate ricorrenze, talora eseguiti all'aperto o durante un banchetto e improntati quindi a un clima di festosa leggerezza.

Una parola interessante divertimento, non solo nel suo significato di svago e distrazione, ma soprattutto per la sua etimologia che - dal latino divertere o devertere - indica un volgersi altrove, cambiando direzione o argomento o atmosfera o tono. E mi sembra proprio adatta a definire la successione di movimenti - tra loro, appunto, diversi - che compongono questo genere musicale come Allegro, Andante, Adagio, Minuetto, Trio, Rondò, Presto, solo per citarne alcuni.

Quando ancora andavo a scuola ma ero già - diciamo così - dall'altra parte della barricata, ogni tanto ai miei alunni che si lamentavano di una mattinata pesante dicevo che passare da una lezione di italiano a una di matematica, poi a scienze, a chimica o inglese, non era altro che...divertimento! Esattamente quel de-vertere, che distoglie l'attenzione da un argomento volgendo la mente ad altro oggetto, come recita nientemeno che la Treccani!
A dire il vero, qualcuno di loro mi guardava male...e per certi aspetti lo posso capire. Però sapevano che il mio era un
modo di alleggerire la lezione col sorriso, anche se quella che poteva sembrare una battuta in realtà non lo era.

Bene. Chiedo scusa per la diversione e torno subito al brano che è lo splendido "Allegro di molto" dal "Divertimento per archi n.2 in Si bemolle Maggiore K.137" di un Mozart appena sedicenne.
Il brano esordisce fondendo una vivacità spumeggiante a quella gioiosa e giocosa
freschezza trasfusa dal compositore nelle prime sinfonie che aveva iniziato a scrivere a otto anni!!!
Certo, questo è un pezzo d'intrattenimento dalla vena un po' salottiera e non vi
possiamo cercare lo spessore drammatico o l'intensità di altre successive creazioni. Tuttavia, quando si parla di un genio come Mozart, per quanto nel suo itinerario musicale si possano ravvisare le fasi di un cammino verso la maturità artistica, mi sembra sempre difficile classificare i brani giovanili come frutto di un'ispirazione ancora acerba. Ci sono pezzi scritti dal musicista appena diciannovenne che possono essere considerati veri e propri capolavori: basti pensare, solo per fare qualche esempio, ai Concerti per violino K.218 e K.219!
A volte la giovinezza, con le sue speranze e il suo sguardo rivolto al futuro, offre
ventate di leggerezza e cristalline trasparenze di straordinario splendore e, se pure nel trascorrere del tempo l'ispirazione si approfondisce, queste restano come una sorta di luminoso prodigio.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

lunedì 22 gennaio 2024

Specchi d'acqua - 1


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce da lontano la suggestione che mi porta oggi a inaugurare una serie di post sull'acqua: dal mare ai fiumi e ai ruscelli, dalle tempeste alla pioggia o alle immagini riprodotte dai pittori, cantate dai poeti e spesso celebrate in note. Da Petrarca a D'Annunzio, da Ungaretti a Neruda - solo per citarne alcuni - l'acqua è stata più volte descritta per la sua trasparenza, il suono, la forza rigenerante o distruttiva e insieme per la sua capacità di segnare momenti forti della nostra esistenza. Così pure, le note o i colori che ne hanno fissato l'incanto - da Vivaldi a Ravel o da Giotto a Monet - ci riempiono spesso di stupore.

Quello dell'acqua nell'arte figurativa o in musica è un tema già ampiamente trattato, ma qui mi piace portare qualche esempio che esuli almeno in parte da quelli citati altrove, cercando invece il suo fascino in un semplice dettaglio o il vibrare delle onde in un brano nato magari con altri intenti.
Così, oggi vi propongo un dipinto celeberrimo in uno dei
suoi particolari più leggiadri. Lo avrete già riconosciuto: è la "Nascita di Venere" di Sandro Botticelli (1445 - 1510) conservato a Firenze, presso la Galleria degli Uffizi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al di là della figura della dea che l'artista ha dipinto a modello dell'antica statuaria greca ma con linee morbide e di più raffinata leggerezza, il mito della sua nascita dalle acque, cantato in seguito anche dal Foscolo, mi conduce a quel mare che qui non fa semplicemente da sfondo all'opera, ma è elemento essenziale sul quale si apre e si dipana tutta la scena.

E come si presenta? Osserviamolo: è una distesa incantevole e calma, se non fosse per quelle ondine increspate dal vento in una vibrazione che si propaga intorno rendendo più chiara e trasparente la superficie.
È il soffio di Zefiro ad animare tutta la
composizione. Dalla chiome di Venere - che ricordano i capei d'oro a l'aura sparsi di petrarchesca memoria - fino ai panneggi delle figure laterali, il vento crea infatti un dolcissimo movimento di linee che tuttavia non altera la compostezza dell'insieme.
Guardiamo per esempio con quale assoluta grazia e levità scendono i
fiori, quasi stessero planando sull'acqua con una leggiadrìa che ci riporta ancora al Petrarca e alla pioggia di fior da "Chiare, fresche, dolci acque"!
Un'immagine che - se può ricordare alcuni testi poetici del passato - riflette però i canoni di bellezza ideale della fine del Quattrocento, periodo in cui il Botticelli realizza il quadro. E a tali canoni
non sfugge la rappresentazione del mare.

Ma in quali particolari elementi consiste la novità? E come venivano raffigurati i vari corsi d'acqua nelle opere dei secoli precedenti?

Sia che fossero di argomento sacro come i numerosi dipinti sul tema del "Battesimo di Cristo", o profano come per esempio la "Veduta di città sul mare" e il "Castello sul lago" di Ambrogio Lorenzetti, l'acqua veniva spesso rappresentata da una serie di linee ricurve sovrapposte ad imitare il moto delle onde.
E se torniamo indietro nel tempo ad anni in cui
l'impostazione prospettica era ancora incerta, troviamo raffigurazioni di un realismo a dire il vero un po' arcaico.

Ve ne riporto solo un esempio qui a lato come termine di confronto: si tratta del "Battesimo di Cristo" realizzato dal cosiddetto Maestro di San Bassiano all'inizio del Quattrocento e conservato a Lodi nella Chiesa di San Francesco.
Solo un'ottantina d'anni separa quest'opera da quella
del Botticelli, ma in realtà sia sul piano prospettico che per altri caratteri c'è un abisso. Basta osservare il modo con cui l'autore ha reso l'acqua del fiume Giordano e i pesci al suo interno.

La "Nascita di Venere" è tutt'altra cosa. Qui, se realistica è la proporzione del mare fino alla linea dell'orizzonte, e altrettanto è la presenza dei giunchi verso la riva, quasi stilizzata è invece la resa delle spume: brevi tocchi essenziali, veloci guizzi di luce, bagliori più o meno fitti o marcati a rendere la superficie ora cupa, ora scintillante. Così pure, i colori tenui e le calibratissime sfumature tra il verde chiaro e il rosa dei fiori, dell'acqua e del cielo, ci regalano un'immagine di ampio respiro e inarrivabile bellezza.

Una visione incantevole dove il lieve fremito delle onde mosse da un vento leggero può ricordare il dantesco tremolar della marina, anche se questa del Botticelli non sembra un'alba nè siamo in Purgatorio.
Ma l'acqua rimanda anche a un significato di
purificazione perchè - come alcuni studiosi hanno affermato - lo schema dell'opera può far pensare a una sorta di trasposizione profana del tema del Battesimo di Cristo. E sembra quasi stabilire una corrispondenza fra l'idea cristiana della purificazione nell'acqua battesimale e il mito classico della nascita dal mare di una Venere non più simbolo di amore sensuale, ma ideale di bellezza spirituale secondo il pensiero neoplatonico dell'epoca.

E con quale musica celebrare allora il mirabile specchio d'acqua botticelliano?
Ci ho pensato a lungo.
A tutta prima, la mia scelta era caduta su Monteverdi: che cosa meglio di un madrigale come "Ecco mormorar l'onde" o "Zefiro torna" ? Poi non so, qualcosa non mi convinceva non nella bellezza dei brani in sè, ma per ciò che stavo cercando. Così, muovendomi nel grande mare della musica, sono approdata a Mozart con un pezzo che sto ascoltando da giorni e che mi è rimasto dentro.

Si tratta dell' "Andantino con espressione" dalla "Sonata n.9 in Re maggiore K.311" che qui trovate interpretato da Mitsuko Uchida, per la quale in questo periodo ho tradito alcuni miei miti come Andráss Schiff e Maria João Pires.
È un pezzo di grande delicatezza che, pur essendo nato con
intenti diversi rispetto alla descrizione di un corso d'acqua, a mio avviso può rispecchiarne comunque alcuni caratteri. Vi sono infatti trilli, acciaccature e passaggi sempre più ricchi di abbellimenti attraverso i quali è possibile ritrovare ora la vibrazione delle onde sulla superficie dell'acqua, ora l'atmosfera di intatta bellezza del dipinto.
Il brano si apre subito con una melodia dolcissima e pacata composta da due temi
e ripresa altre volte in modo progressivamente più ornato e impreziosito. Splendido il secondo tema che si dipana sostenuto dalle quartine della mano sinistra con un fugace passaggio in minore, com'è tipico della serenità mozartiana che non ignora qualche sprazzo di lieve malinconia.
Facile sul piano tecnico, il pezzo richiede tuttavia un'interpretazione molto attenta
alle dinamiche per dare alle note quell'espressione che l'indicazione agogica richiede.
Ultima notazione: l' Andantino mi ha preso non solo per la sua bellezza, non solo perch
è l'ho pure suonicchiato, ma anche per un preciso riferimento. Nella conclusione di alcune frasi musicali, riprende infatti l'analoga conclusione del piano assai dei violini nel Rondò del "Concerto per violino in Re maggiore n.4 K.218" che Mozart aveva composto due anni prima della Sonata.
Un concerto che è sempre stato uno dei miei preferiti fin dai tempi del liceo.
E come non riconoscerlo subito?...

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)