mercoledì 27 maggio 2026

Parlare con gli oggetti...

Sono sempre più convinta che il mio computer sia vivo. 
Lo so, l'ho scritto anche in passato quando quello vecchio si bloccava proprio nei mo
menti in cui avevo fretta o, se accanto a me c'erano persone di cui aveva soggezione, diventava di una lentezza insopportabile.
Così, mi toccava parlargli con garbo, pregarlo di non 
farmi i dispetti, di non essere permaloso o timido. Allora tornava a fare il bravo e io mi rasserenavo felice di aver esercitato la virtù cristiana della pazienza...Insomma, piccole scaramucce come in tutte le migliori famiglie.

Poi, dopo alcuni anni, è arrivato il momento in cui ho dovuto cambiarlo ma la cosa non è stata indolore perchè sì, era anziano, ma si è spento un mattino all'improvviso, lasciandomi costernata e interdetta davanti allo schermo irrimediabilmente nero.
Con quello nuovo che ho ora le cose vanno bene e non ha bisogno di troppe
raccomandazioni. Ha i suoi gusti, questo sì: se pubblico qualcosa che non gli piace s'impunta e non vuole andare avanti, ma un po' come tutti noi. Però, mi persuado sempre più che, data la frequenza con cui lo uso, abbia maturato una conoscenza di me che a volte mi sorprende. Perchè mai dico questo??? Perchè mi capisce!!!  

Non sto parlando dell'intelligenza artificiale che talora uso sia pure con riluttanza. Certo, l'AI risponde con garbo inaspettato a tante richieste manco fosse il genio della lampada e un paio di volte mi ha aiutato a risolvere problemi informatici con istruzioni davvero precise. 
Ma nutro delle perplessità sull'uso che se ne potrebbe fare non solo perchè talora
 presenta inesattezze, ma perchè se da un lato velocizza tante ricerche - e ricordo solo le preziose applicazioni in campo medico - per il resto, e per fortuna!, mai potrà sostituire l'essere umano nella consapevolezza di sè e nella percezione di quel limite che, per esempio, ha consentito al Leopardi di regalarci l'Infinito. Il discorso è complesso e certo non può essere liquidato in poche righe, ma sono convinta che l'AI non potrà mai avere le molteplici sfumature del cuore umano, le sue emozioni e quell'intensa sensibilità offerta dall'esperienza dell'amore e del dolore.

A questo proposito, penso con preoccupazione a quanti adolescenti oggi vi ricorrono non solo per fare i compiti evitando di usare il proprio cervello, ma spesso anche per sfogare problemi e disagi cercando in essa un interlocutore. Le statistiche sono davvero allarmanti. 
Ma mi mette tristezza anche semplicemente Alexa, nonostante capisca che la sua presenza può essere di aiuto agli anziani soli, può impedirmi di
 bruciare la cena sul fornello e mandare a fuoco la casa, può ricordarmi l'orario delle medicine o inserire la mia musica preferita, il che già non è male... 
Tuttavia, tale servizievole precisione non potrà mai sostituire il marito che brontola
- e col quale poi brontoli pure tu - o il rumore dei suoi passi per la casa. Dare aiuto sì, sostituire no! Siamo tutti molto più di una somma di algoritmi, magari perfetta ma chiusa e opaca: siamo invece pezzi unici anche con le loro crepe e fratture, oserei dire proprio per queste. Ma è da qui - come ha detto qualcuno - che passa la luce.

Torno quindi al mio computer che sta dando prova di conoscermi, anche senza bisogno dell' AI. Penso invece che si tratti di quell'attitudine per cui la lunga frequentazione è tale che alla fine ci si parla: noi con le cose e loro con noi, esattamente come fanno i bambini che dialogano con un amico immaginario o con gli oggetti quasi magicamente essi prendessero vita. Ecco! Il rapporto col mio computer sta diventando proprio così e la cosa mi piace. Volete un esempio?

Stamattina mi ero svegliata con la luna storta. Ma quando l'ho aperto e ho cliccato Gioire in Musica, la prima pagina che mi è comparsa su Google s'intitolava "Canzoni del buonumore" come se già lui sapesse cosa mi serviva. Visto?...E mi ha anche fatto proposte differenti andando sia sul pop-rock che sul classico: da un lato "Walking on sunshine" di Katrina & The Wawes, sull'altro fronte Rossini con "Largo al factotum". Non male direi.

Io però, alla fine di un post come questo che ascrivo volentieri alla lista di quelli demenziali, avrei un'altra idea. Siccome mi piace pensare che il nostro umanizzare le cose abbia a che fare con lo sguardo fresco e fantasioso dei bambini, con un retaggio della nostra infanzia che, per fortuna, l'età adulta non ha spento, torno a Mozart e a un pezzo che il musicista ha composto alla bellezza di otto anni!
Si tratta del primo tempo, "Allegro molto", dalla "Sinfonia n.1 in Mi bemolle
maggiore K.16" che ho già pubblicato quasi nove anni fa e che trovate qui. Passa il tempo, eh???... Ma torno volentieri a questo brano che ha tutta la vivacità di un bimbo che vuole sfogarsi a giocare. 
Pare che la composizione sia stata scritta mentre la famiglia Mozart era in
Inghilterra in una pausa forzata dell'attività concertistica perchè il padre Leopold era malato. Al piccolo Wolfgang Amadeus non restava quindi che stare in casa a comporre musica. Lo immaginate mentre dice a se stesso un po' immusonito: "Uffa!...Oggi mi tocca scrivere la mia prima sinfonia!" magari sognando corse, divertimenti e marachelle insieme alla sorella Nannerl ? 

Scherzo naturalmente, ma queste note mi pare rappresentino bene proprio il desiderio di un bambino di correre e saltare in libertà in un empito di gioia sfrenata. Lo sentite anche voi che prima gira in tondo e poi si lancia alla rincorsa di una farfalla?... 
So che non c'entra, ma mentre scrivo - e sto proprio ascoltando il brano - mi è
comparsa in mente una sequenza di uno dei film della serie di Don Camillo. Ricordate quando il sacerdote va a prendere in collegio uno dei figli di Peppone? Va per rimproverarlo ed esortarlo a studiare, ma si accorge ben presto che il piccolo nel chiuso della scuola si è intristito e ha solo bisogno di stare a contatto con la natura per riprendere il sorriso e la sua consueta vivacità. Passeranno così la giornata in campagna dove il bimbo si divertirà a correre, saltare, giocare a rimbalzello e, se non ricordo male, anche a fare gli scivoloni. 
Ecco, l'Allegro di questa Sinfonia è riuscito a rendere la gioia fresca e soprattutto
autentica dell'infanzia con note efficacissime e sorprendenti se pensiamo che sono state scritte da uno scriccioletto di otto anni.
Che dite, avrà parlato con gli oggetti anche il piccolo Mozart?...Io dico di sì.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)  

mercoledì 20 maggio 2026

Coltivare parole - 5


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà che ho avuto un nonno capostazione, ma qualcosa di lui nel mio DNA dev'essere rimasto se il mondo delle ferrovie mi affascina tanto e mi è familiare da sempre. Del resto, stazioni e treni portano in sè le molteplici suggestioni di partenze, ritorni, attese, speranze o addii che hanno segnato e segnano spesso la nostra quotidianità nel viaggio dell'esistenza. Ne ho parlato anche altre volte.
Non potevo non soffermarmi quindi sulla seguente poesia di Vincenzo
Cardarelli (1887 - 1959). Eccola:

"Passaggio notturno"  (1936)

"Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch'io riveggo di notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odor di stoppie bruciate
m'investe alla stazione.
Antico e sparso odore
simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io vo non so dove.
M'è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra ch'io sorvolo
come un ignoto, come un traditore."

Il poeta ci parla della suggestione che il suo paese natale esercita su di lui mentre vi passa in treno nella notte, quasi di nascosto, senza fermarsi. 
È la terra della sua infanzia e delle sue radici a farsi presente per qualche momento durante il viaggio, nelle luci della collina sopra la ferrovia. 
Così egli è assalito da una miriade fuggevole di percezioni che si fanno voce, come l'odore di stoppie bruciate che sembra chiamarlo
: elementi concreti che si fondono a sensazioni tanto acute da divenire un segno familiare - "antico" egli scrive - che gli fa ritrovare il suo mondo. 
Non è nuovo nella letteratura il fatto che determinati stimoli sensoriali sappiano
suscitare vivi ricordi: un esempio su tutti è la madeleine di proustiana memoria. Nel testo del Cardarelli però protagonista non è un sapore, bensì un odore che con una sinestesia un po' funambolica egli trasforma in voce, anzi in voci tutte interiori.

"Giace lassù la mia infanzia": così esordisce il primo verso in cui il verbo giace, se pure adombra un senso di morte, indica tuttavia una stagione esistenziale ancora ferma nella memoria del poeta, in contrasto con la corsa del treno che lo porta via e con la veemenza delle sensazioni da cui è preso. L'odore di stoppie infatti lo "investe" e un tempo della vita prende corpo in quella percezione per lui inconfondibile.

Tuttavia, se vivo e pregnante è il ricordo dell'infanzia, la seconda parte del testo è pervasa da profonda tristezza e a contrastare con i versi precedenti si apre con un "Ma". Incertezza, solitudine e desolazione caratterizzano lo stato d'animo del poeta portato lontano dalle proprie radici. 
"Ma il treno fugge"...e come non ricordare il Petrarca nel sonetto "La vita fugge et non
s'arresta una hora" insieme a quanti dopo di lui hanno avvertito l'inesorabile scorrere del tempo? Del resto, anche nel titolo il termine "Passaggio" indica un'instabilità che sfocia poi nel verbo "sorvolo" e in un senso di smarrimento esistenziale: "Io vo non so dove". E ad esso si aggiunge la solitudine del Cardarelli per l'impossibilità di confidare ad altri il proprio stato d'animo. Se infatti un amico c'è, "non si desta neppure" e ne cogliamo tutta la lontananza psicologica.
Fortissimo, di conseguenza, il sentimento espresso nei versi finali dove il poeta è afferrato dalla consapevolezza di essere divenuto nel tempo per la propria terra non solo uno sconosciuto spaesato e privo di legami ("come un ignoto") ma - ecco la parola più forte! - addirittura un "traditore".

Proprio in questa sensazione di tradimento - a mio avviso - sta il cuore del testo che sottintende il valore delle nostre radici intese come fedeltà a ciò che ognuno di noi, nel profondo, ha percepito di sè. Se il mondo dell'infanzia talora ci ha segnato con un'impronta indelebile, nel tumulto spesso straniante dell'esistenza la nostalgia di un luogo e di una tale stagione della vita può richiamare la necessità di un ritorno a noi stessi. 
Il dolore di non poter corrispondere - o non aver corrisposto - a questo richiamo
genera nel Cardarelli un sentimento angoscioso che tuttavia è insieme amore per la terra natale e, per quanto senta di averla tradita, percezione di un sotterraneo, indistruttibile legame con essa: "Nessuno pensa o immagina / che cosa sia per me / questa terra materna ch'io sorvolo / come un ignoto, come un traditore.".

Lo sottolinea anche il linguaggio. Infatti, da quella collina del secondo verso, il paese diventa alla fine questa terra materna, luogo verso il quale - al di là della fuga del treno che lo porta via - il poeta avverte una vicinanza del cuore. Significativa, a tale riguardo, l'ambientazione notturna come se, nel momento più intimo della giornata, per qualche momento egli potesse guardare in se stesso cogliendo la propria verità. E forse anche per questa consapevolezza raggiunta, sul piano metrico il canto si scioglie nel ritmo compiuto dei due splendidi endecasillabi finali.

Così, seguendo la percezione struggente degli ultimi versi della poesia, non ho avuto dubbi sulla musica da associarle. 
Sono tornata allora a un brano di Robert Schumann (1810 - 1856): 
il terzo movimento, "Andante espressivo", dalla "Sinfonia n.2 in Do Maggiore op.61" che già avevo pubblicato dodici anni fa. Il motivo della mia scelta, più che ai lenti passaggi fugati che caratterizzano la sezione centrale del pezzo, è legato al tema iniziale ripreso poi più volte nel corso del brano. 
Quello che mi colpisce infatti - come scrivevo già qui a suo tempo - è l'esordio
intensissimo e rapinoso in un malinconico do minore dove la musica, con ripetuti e ampi intervalli ascendenti e discendenti, si fa simile a un mare che ci sovrasta in ondate successive. 
Sono onde che talora aprono squarci angosciosi alternati a brevi sprazzi di luce, delicati 
passaggi in tonalità maggiore che attingono alla profondità del non detto insieme a una straordinaria intensità orchestrale che sembra anticipare certe inquietudini del Novecento. 
Onde inquiete, appunto, come il cuore del poeta dove queste note ci consentono di
addentrarci cogliendo, forse ancor più vivamente delle parole, la sua pulsazione segreta.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

mercoledì 13 maggio 2026

Quando il rigore si fa poesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una stanza luminosa e tranquilla dalle pareti spoglie ma non fredde, pochi arredi, una finestra, e al centro del quadro una donna e un bimba: una mamma che si fa aiutare dalla figlia a dipanare una matassa. 
Titolo del dipinto è infatti "L'educazione al lavoro" e autore è il toscano
Silvestro Lega (1826 - 1895), esponente tra i più famosi del gruppo dei Macchiaioli, nonostante dal loro stile si sia talora allontanato. 
La sua storia è segnata infatti da un'alternanza di adesione e distacco 
alla ricerca della propria identità artistica che il pittore troverà dal 1862 in poi all'interno del gruppo e in particolare della "scuola di Piagentina" insieme a figure di spicco come Fattori, Abbati, Signorini, Borrani e Sernesi.

Se in un primo tempo gli argomenti delle sue opere sono incentrati sulle vicende dell'Italia risorgimentale - celebri, tra gli altri, il suo ritratto di Garibaldi e quello di Mazzini morente - in seguito la sua attenzione si sposta su rappresentazioni di paesaggio insieme a temi più intimi legati alla vita e alle occupazioni quotidiane. Famose tra le opere di questo periodo "Il pergolato" e "Il canto dello stornello".

Proprio in tale ambito s'inquadra il dipinto che vedete, datato 1863, conservato in una collezione privata, ma attualmente esposto alla mostra sui Macchiaioli allestita al Palazzo Reale di Milano, dove ho potuto ammirarlo insieme a numerose altre opere dei pittori del gruppo.
È la luce il primo aspetto che colpisce, una luce che le
foto non riescono a riprodurre fedelmente, ma che dal vivo vi affascina subito facendovi entrare nell'atmosfera del quadro. Ci si trova così d'incanto in un mondo di pacatezza e di silenzio, in una stanza che ci riporta ad un passato vissuto o sognato dove gesti antichi, lontani ricordi, oggetti e arredi emanano la riposante calma di un altro tempo.

Quello dell'infanzia? Anche. Così torniamo a farci piccoli come la bimba che impara dalla madre a dipanare la matassa...e quante volte l'ho fatto anch'io! Tuttavia, mentre per me più che impegno era svago, qui c'è una serietà che non cogliamo solo dal titolo del dipinto che parla di educazione e lavoro, ma anche dall'espressione concentrata della piccola.

Ha occhi attenti e serissimi la bimba ma - a ben guardare - vagamente corrucciati e velati da una punta di timore: forse paura di non essere capace o ricerca dell'approvazione da parte della mamma? 
I bambini - si sa - hanno antenne sottili e 
penetranti che riescono a cogliere in una frazione di secondo l'atteggiamento di chi hanno davanti, fosse anche dietro una maschera. Il viso della mamma poi è per loro un libro aperto sul quale sanno leggere a fondo ogni moto d'anima. 
Tuttavia la donna è di spalle e ne vediamo l'espessione del
 viso solo di scorcio in un'inquadratura peraltro bellissima, illuminata com'è dalla luce e dal riflesso dell'abito chiaro che ha pieghe simili a un peplo. Spicca la sua figura al centro della composizione, ferma e pacata in muto dialogo con la figlia, mentre avvolge il filo teso intorno al gomitolo. 

Ad affascinarci poi è anche l'ambiente: una stanza semplice ed essenziale, avvolta dalla luce che viene dalla finestra e che evoca la tranquillità di lontani pomeriggi, magari in un casa di campagna dove le ore scorrono lente. E torna subito in mente la serenità che si respira nel celebre "Il canto dello stornello" dove le sorelle Batelli, con cui Lega si era imparentato, cantano al suono del pianoforte vicino alla finestra spalancata sul verde delle colline. 

Ma proprio seguendo il filo di questa pace sentiamo che lo stile del pittore non attinge solo ai caratteri dei Macchiaioli, ma torna indietro nel tempo a risvegliare suggestioni colte in altri artisti. 
Infatti, nella foto che vedete in alto, la donna campeggia al centro con una monumentalità e una compostezza che possono ricordare certe figure di Piero della Francesca, e la finestra più alta dalla quale piove la luce 
è un motivo ricorrente nel silenzio raccolto di tanti dipinti di Vermeer. 

Così pure, il tavolino sulla destra coperto da un pesante tappeto, oggetti vari e dei libri, è una sorta di natura morta, quasi un quadro nel quadro come vediamo per esempio in diversi artisti del periodo barocco. E il bellissimo cesto di vimini con la biancheria richiama lo stesso dettaglio presente in tante Annunciazioni del passato tra le quali quelle di Tiziano, Rubens, Carracci e Zurbaran, solo per citarne alcune.

C'è quindi da parte di Silvestro Lega uno sguardo rivolto ai secoli precedenti, in particolare dal Quattrocento al Seicento. Caratteri ottocenteschi quali la capacità di riprodurre la luce e la macchia di colore si fondono così con un linearismo più nitido e una costruzione degli spazi che sembra prendere ispirazione dai calcoli prospettici del primo Rinascimento. Ce lo dimostra anche la posizione della testa della donna che, se consideriamo l'altezza del quadro, pare calcolata in rapporto alla sezione aurea...chissà! 

Una costruzione matematica che, nella luce del dipinto, si fa poesia come poesia è il brano di musica che vi ho associato: il secondo tempo, "Largo", dal "Triplo concerto in Do maggiore op.56" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). Si tratta di un canto dolcissimo e al tempo stesso rigoroso nel quale si alternano violoncello, pianoforte e violino.
La luce che riempie il quadro di una riposante atmosfera di quiete in un primo 
momento mi aveva fatto cercare un pezzo di spensierata cantabilità. Poi però, osservando bene l'opera, vi ho colto quei richiami alla classicità del passato che mi hanno fatto scegliere Beethoven.

Il brano nasce per il musicista tedesco in un periodo di passaggio dall'estetica settecentesca un po' salottiera ai nuovi afflati romantici. Siamo nei primi anni dell'Ottocento e questo non è ancora il Beethoven titanico e tormentato che emergerà più avanti. Tuttavia, forse proprio per l'assenza qui di quell'impeto che ha reso poi celebre il compositore, questo Largo mi ha affascinato subito. C'è infatti una misura che governa la melodia, una dolce aura di classicità che - a mio modesto avviso - la rende adatta a commentare un dipinto come questo dove passato e presente si fondono e il rigore si fa poesia.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)
 


martedì 5 maggio 2026

La traboccante felicità di Lea

Come ho già scritto in diverse occasioni compresa la volta scorsa, è sempre bello cogliere nei vari interpreti della musica la gioia di suonare, di dirigere o di cantare. 
Così oggi proseguo nel piacere di condividere qui
 altri esempi dopo quello dei coristi dei VOCES8.

Nelle mie navigazioni su youtube, infatti, sono approdata alle performances di una solista che già conoscevo, ma della quale non avevo ancora esplorato lo spessore artistico.

Si tratta di Lea Desandre, classe 1993, mezzosoprano di origine italo-francese e interessante interprete di musica rinascimentale e barocca, ma non solo. Ascoltando svariati brani cantati da lei - da Purcell a Haendel, da Rameau a Vivaldi o da Mozart ad Haydn - cogliamo l'incanto della sua voce, la sua freschezza appassionata insieme a una grazia fanciullesca che si esprime nel sorriso e in un empito di traboccante felicità. 

Ce lo dimostra il brano di Purcell che trovate proprio qui, tratto dall'opera "The Fairy Queen" e intitolato “Now the night is chased away". 
Notiamo fin dall'inizio quell'irrefrenabile attitudine gioiosa e giocosa che porta la Desandre a 
muoversi ritmando col corpo il procedere della musica e traendone un andamento quasi sincopato. C'è infatti una suprema libertà interpretativa che la solista può permettersi per la sua padronanza della partitura, per la straordinaria vocalità, ma insieme per quella fusione di vita e arte che appartiene ai grandi. 
E qui la musica si fa proprio vita perchè ciò che la nostra Lea ci offre non è
semplicemente un ruolo, ma lo splendore di una melodia così profondamente interiorizzata da riaffiorare in lei non solo con la voce, ma con tutta la persona, dal sorriso alle movenze. Movenze ricche di un'eleganza che potrebbe esserle derivata, oltre che da doti innate, dalla danza classica studiata per dodici anni. 

Ma non mi fermo qui e vi propongo anche un altro brano in cui tali caratteri, a mio modesto avviso, sono ancora più evidenti.
Nel video che troverete, la Desandre canta un pezzo di un autore nuovo per questo blog.
Si tratta dell'aria "Vieni, corri, volami in braccio" dal terzo atto dell' "Antiope" di Carlo Pallavicino (1630 - 1688). 
Siamo in piena epoca barocca e il compositore - attivo non solo a Padova e a
Venezia, ma anche a Dresda al servizio dei principi di Sassonia - scrive l'opera alla fine della sua vita senza riuscire però a terminarla. La vicenda, ricca di figure mitologiche, si basa sul libretto del figlio di Pallavicino, Stefano Benedetto, dove Antiope è regina delle Amazzoni, guerriera forte ma non priva di una delicata femminilità, duplice aspetto che la Desandre ci restituisce con versatilità nel corso dell'opera. 

Qui la vediamo immergersi nella musica seguendone il ritmo con viva espressività e un'attitudine danzante, accompagnando la melodia con gesti delle mani quasi a dirigerla e articolando le dita come a suonare uno strumento. E proprio con ogni strumento la sua voce duetta in una fresca fioritura di virtuosismi e con una maestria che, superate le difficoltà tecniche, si fa pura gioia, sorriso e meravigliosa leggerezza.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)