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sabato 18 luglio 2026

Scale

Scale, eh?...Per parlarne ero partita diligentemente dalla musica, sulla scorta di certi ricordi di bambina alle prese con gli esercizi di Carl Czerny che - confesso - allora trovavo solo noiosi e che ho riscoperto invece in età più che matura per pubblicarne qui un paio di brani. 
Ma chissà perchè - sarà forse il caldo a favorire libere
 divagazioni - all'improvviso mi sono tornate in mente altre scale dei miei anni giovanili, rimaste nei miei pensieri con un vago sapore di favola.

Mese di luglio di tanti anni fa. Eravamo in giro per la Francia: uno di quei viaggi in cui programmi l'itinerario e poi parti alla sperindio senza prenotare un hotel. Cose che si fanno da giovani.
Comunque, eravamo sempre riusciti a dormire senza
 grossi problemi finchè una sera, nel cuore della Borgogna, non c'era stato verso di trovare un albergo libero. Vai e vai in mezzo alla campagna, erano venute le dieci, scendeva il buio e già temevamo di dover fare chissà quanti chilometri in cerca di qualche grosso centro abitato quando, proprio come accade nelle favole, si era aperta una radura nel bosco ai margini della quale era comparso uno chalet dalla facciata a graticcio, vecchiotto ma grazioso. 

Incredibile ma vero, il posto c'era: una stanza su nella mansarda dell'edificio, un locale in verità un po' strettino, ma si sa che i Francesi sono bravissimi a ricavare ambienti anche in poco spazio. Felici e obnubilati da quella sorpresa per noi fiabesca - dalla camera tappezzata di carta da parati a fiori al bosco circostante e al silenzio rotto solo dal suono di un ruscello che scorreva lì dietro - con bagagli e salmerie ci eravamo arrampicati su per la ripida scala senza far caso a un dettaglio di cui, la mattina dopo, avremmo preso coscienza con sbigottimento.

La scala infatti non era ripida...era ripidissima, quasi verticale e soprattutto i gradini non avevano profondità sufficiente per poggiare comodamente i piedi. La sera non ci avevamo fatto troppo caso per la gioia di aver finalmente trovato dove posare il capo e poi perchè un conto è salire...ma scendere è ben peggio!!! Per di più con i bagagli!!! Ascensori?...Ma per carità! La dimora era d'antan
Mi rivedo quindi, la mattina dopo, ferma in cima a quella lunga gradinata mentre
medito come fare: scivolare disinvoltamente a cavallo del corrimano come si faceva da ragazzini o scendere girata di schiena? Sarebbe stato, si fa per dire, comodo se avessi avuto uno zaino. Ma avevo una valigia pesante! Lanciarla dall'alto facendola atterrare nell'atrio non mi pareva il caso ma, in qualunque modo l'avessi tenuta, sarebbe caduta giù e io con lei.
Così, ero rimasta lì imbambolata.
 In compenso, in un viaggio successivo con due care amiche - stavolta in Olanda - quando ci si era presentata una situazione identica eravamo state prese da una crisi di irrefrenabile ridarola che, a pensarci, mi viene anche adesso mentre scrivo. 

Ma alla fine poi come avrò fatto? Se non ricordo male, mi era venuto in aiuto mio marito accollandosi il peso della mia valigia: all'epoca eravamo freschi di matrimonio e non penso che volesse lasciarmi lì per il resto dei miei giorni. Perlomeno non allora. 
Comunque il giorno dopo, una volta usciti dal grazioso chalet al limitare del bosco,
eravamo andati a Vézelay a visitare la celebre basilica di Santa Maria Maddalena affrontando anche la salita - e soprattutto la discesa! - dalla torre campanaria. Ma questa è un'altra storia.

Chiedo scusa per la lunga divagazione che mi ha preso la mano e torno 
immantinente alla musica!
Dunque, scale dicevamo... e il brano tutt'altro che noioso che mi è venuto in mente è un pezzo di Franz Schubert (1797 - 1828) che peraltro ho già pubblicato quattro anni fa. Si tratta del famoso "Improvviso n.2 in Mi bemolle maggiore op.90 D 899" che inizia con una sequenza di scale discendenti e ascendenti insieme a una serie di terzine adattissime ad esercitare le dita con 
scioltezza e ritmo. Carl Czerny avrebbe approvato.
Scherzi a parte, è un brano veloce e scorrevole tanto che in passato l'avevo
paragonato a una sorta di moto perpetuo. La parte iniziale in tonalità maggiore è molto luminosa ma, a mio avviso, affascinanti anche i passaggi in cui con grande dolcezza passa in minore. Più incisiva, marcata e talora cupa invece la sezione centrale, mentre quella finale ritorna sul gioioso tema di apertura. 
Mentre quattro anni fa avevo scelto la pregevole interpretazione di Maria Joao Pires
, oggi pubblico il brano eseguito dal bravissimo Murray Perahia in un video che non solo ci mostra l'agilità delle sue mani alle prese con le scale, ma anche la leggerezza del suo tocco. Meravigliosi certi passaggi rallentati quando il brano passa in minore, così come l'alternanza di pianissimo e fortissimo fino ad un finale sempre più concitato e veloce.

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

domenica 9 aprile 2023

Buona Pasqua!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Beato Angelico (1395 - 1455) : "Noli me tangere", iniziale miniata dal "Graduale di San Domenico" - Firenze, Museo di San Marco.

 

Franz Schubert (1797 - 1828) : "Gloria" dalla "Messa in Sol maggiore D.167".

martedì 7 marzo 2023

La saggezza di Merlino

"La cosa migliore da fare quando si è tristi è imparare qualcosa. E' l'unica cosa che non fallisce mai.
Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere
che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C'è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare.
Impara perchè il mondo si muove e cosa lo muove. Questa è l'unica cosa per cui la
mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non sarà mai torturata, nè spaventata o intimidita, nè sognerà mai di pentirsene.
Imparare è l'unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare!"
(T.H.White)

Da giorni, ho in testa e nel cuore le parole che ho riportato qui sopra e che Terence Hanbury White nel suo libro "La spada nella roccia" mette in bocca al Mago Merlino mentre istruisce il giovane Semola, futuro re Artù.
Al di là dell'epopea fiorita nel tempo intorno alla figura di Artù - fatta di tanti dati leggendari e qualche incerto elemento storico -
tutti lo conosciamo se non altro per aver visto lo splendido film di animazione che la Disney, non senza qualche aggiunta umoristica, ha tratto proprio dal libro di White.
Ma le parole che avete letto mi hanno colpito soprattutto per la loro straordinaria
saggezza e attualità quasi l'intenzione dell'autore fosse quella di suggerire un rimedio ai mali del suo tempo e insieme del futuro. Non dimentichiamo, infatti, che il testo è uscito nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Imparare, dunque? Sì, imparare come antidoto contro la tristezza, la vecchiaia, il dolore, la solitudine, il disonore e la devastazione del mondo. Imparare per reagire all'aggressione di ciò che ci distrugge fisicamente ma spesso anche interiormente. Imparare perchè è azione creativa, ricostruttiva, possesso eterno che nessuno ci potrà togliere.

E che cosa imparare? Perchè il mondo si muove e cosa lo muove, afferma Merlino: tema infinito e complesso che va a indagare i progressi delle scienze e insieme la dimensione creativa di ogni lavoro o ambito di impegno. Ma ci porta anche a scavare in noi alla ricerca del motore segreto delle cose, dalle piccole alle grandi, dai gesti quotidiani a quell' insaziabile nostalgia che conduce alle soglie del mistero, dando origine alle più splendide opere d'arte.
E nel cuore profondo di tale ricerca, come non pensare a Dante e all'Amor che move il sole e l'altre stelle?
Certo Merlino istruisce un giovane, ma White ha lo sguardo lungo e vede lontano,
suggerendomi quanto imparare sia antidoto alla tristezza di ogni età, perchè è alimentare lo stupore e non smettere mai di mettersi in gioco, magari anche iniziando a suonare uno strumento o una nuova musica.

Allora, oggi vi regalo il brano sul quale nel mio piccolo - anzi piccolissimo - sto mettendo le mani proprio in questi giorni. Così torniamo a Franz Schubert e al pezzo della volta scorsa: la "Sonata per pianoforte in La maggiore n.13, D 664" della quale ora sto imparando il secondo movimento.
Meno vivace e molto più pacato dell' Allegro finale che avete già ascoltato, questo
Andante inizia nell'ombra, ma prosegue con passaggi di grande delicatezza insieme a luminose aperture che sembrano anticipare Chopin e dalle quali scaturisce una limpida gioia.
Un brano romantico nel quale il compositore ci conduce attraverso i diversi colori
di un sentimento che affiora piano dal profondo, si fa strada dolcemente e va ad esplodere ora ridondante e gioioso, ora acuto e drammatico, infine di nuovo assorto e sommesso.
A offrircelo è ancora una volta Mitsuko Uchida che, col suo tocco, fa affiorare tutto
l'incanto del genio schubertiano che muove queste note.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

lunedì 27 febbraio 2023

Ritrovarsi fra le note

Sono infinite le suggestioni che la musica ci offre, ora portandoci fuori di noi, ora invece inabissandoci nelle onde più o meno alte e tempestose delle nostre emozioni.
Ci consente infatti di attingere a quel
nucleo segreto in cui ritroviamo magicamente noi stessi e la nostra unità interiore, sperimentando talora gli effetti di una vera e propria musicoterapia, come spesso mi è capitato di osservare in passato.

Davvero le note hanno questo potere ? Certo! Ognuno di noi ne avrà provato tante volte l'efficacia e mi limito a ricordare soltanto lo splendido Adagio della Serenata K.361 "Gran partita" di Mozart che, per me, è uno degli esempi più luminosi a questo riguardo. Ma ciascuno di noi ha una sua sensibilità che lo rende più o meno ricettivo ad uno stile o ai caratteri di un compositore come pure alle fluttuazioni del momento.

Così, le fluttuazioni del momento oggi mi hanno portato a Franz Schubert (1797 - 1828) e a una deliziosa composizione della quale conoscevo solo il pacatissimo secondo movimento, mentre l'ultimo mi ha sorpreso per il clima del tutto differente improntato ora alla serenità giocosa di un ruscello, ora all'impeto tumultuoso di una cascata. La cosa non è certo una novità perchè, nella prassi compositiva di sonate e sinfonie perlomeno da Mozart in poi - ma se vogliamo andare indietro anche nelle suites barocche - i tempi finali sono spesso molto animati, veloci e vivacissimi. Ma questo di Schubert mi ha colpito anche per la sua particolare grazia.

Si tratta dell' Allegro conclusivo della "Sonata per pianoforte in La maggiore n.13, D 664". Il brano, costruito come composizione bitematica tripartita in un tempo di 6/8, si apre con una melodia di giocosa leggerezza, seguita da passaggi agitati e impetuosi che si collegano al secondo tema: un'aria cantabile prima scandita e danzante, poi più movimentata. Il tutto viene esposto due volte mentre nella terza il tono si fa decisamente più drammatico e concitato per riprendere poi, nella coda, la dolcezza iniziale.
La composizione, scritta da Schubert nel 1819, mi sembra fondere in mirabile
equilibrio l'armonia del classicismo con l'impeto romantico dello Sturm und Drang. Ci sento infatti il garbo, la delicatezza e la misura delle creazioni mozartiane, soprattutto dove la melodia va in minore, ma anche - passatemi l'espressione - il piglio imperioso di Beethoven nei momenti in cui l'andamento si fa drammatico, irruento e ricco di sonorità quasi orchestrali. Il tutto fuso ed elaborato in splendida sintesi dal genio schubertiano.

Entrare in queste note è un meraviglioso perdersi e ritrovarsi nel loro andirivieni, mentre ogni volta mi evocano una serie di luminose immagini: bimbi che giocano saltando felici, fiori di campo a primavera, farfalle in volo in vortici di ariosa leggerezza. Una musica che esordisce spensierata a somiglianza di un rivo canoro, per poi farsi torrente impetuoso, e tornare di nuovo serena e danzante.
Un pezzo che mi piace ascoltare in questi nostri tempi tutt'altro che spensierati,
per ritrovare angoli di bellezza a cui dissetare il cuore.
A ciò contribuisce la mirabile interpretazione di Mitsuko Uchida che, col suo tocco,
sa conciliare forte e piano, velocità e sfumature più lente, energia e morbidezza, consentendoci di apprezzarne al meglio l'incanto.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 3 luglio 2022

Fare del buon pane...

Sì, l'avete riconosciuta!
È lei, Maria
João Pires: pianista portoghese classe 1944, da sempre una delle più delicate interpreti di musica classica del nostro tempo. Delicata nel tocco, nel fraseggio, nella sua capacità di equilibrare energia e dolcezza e di far cantare le più piccole sfumature di uno spartito.

Bambina prodigio e concertista in giovanissima età, ha suonato con le
orchestre più prestigiose al mondo e la sua carriera è segnata da numerosi riconoscimenti e mirabili incisioni di autori tra i quali spiccano Chopin, Mozart, Schubert e Bach.

Di lei, splendida donna ieri e oggi, mi hanno sempre colpito la discrezione e la riservatezza, ma più ancora quella capacità di vivere interiormente la musica che - se pure è dote insita in ogni autentico musicista - affiora dal suo sguardo in modo ancora più intenso e immediato. È un processo di interiorizzazione che si trasmette alle note e che fa delle sue interpretazioni un vero e proprio fluire d'anima.
All'apparenza fragile e minuta, a me è sempre parsa tuttavia una di quelle donne fatte di fil di ferro, dotate di un' energia prodigiosa e capaci di fronteggiare ogni imprevisto. Il più famoso, registrato in un video divenuto virale che vi riporto qui, si è verificato durante un' esibizione ad Amsterdam, se non erro nel 1999.

È in programma un concerto di Mozart ma, alle prime note dell'introduzione, la pianista si accorge con terrore che l'orchestra sta suonando un pezzo diverso da quello per cui si è preparata e del quale non ha con sè neppure lo spartito. Tenta di farlo intendere al direttore che è Riccardo Chailly il quale la incoraggia con calore a suonare lo stesso: si tratta infatti di un concerto che lei stessa ha eseguito nella stagione appena precedente e certo sarà ancora vivo nella sua memoria. Così - in apparenza calma, ma possiamo immaginare con quale tumulto in cuore - la Pires inizia a suonare e porta a termine una interpretazione perfetta, senza errori nè il minimo vuoto di memoria.
Memoria quindi, ottime capacità interpretative, ma anche prontezza di spirito e nervi
saldi all'ennesima potenza!

Da qualche anno la pianista ha ridotto la sua attività concertistica e ha scelto di dedicarsi all'insegnamento della musica e del canto corale ai più piccoli e più svantaggiati. Sulle motivazioni di tale scelta e sul significato che ha per lei la musica, mi piace riportare qualche stralcio di un'intervista fattale da Giuseppe Videtti e pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2018. Alle domanda su quali rinunce la pianista ha dovuto affrontare per diventare una delle più acclamate interpreti del mondo la Pires risponde:

«Non parlerei di sacrifici ma di sforzi. Ho lavorato sodo per uno scopo: la ricerca del mio mondo spirituale; la musica è il solo mezzo che ho per entrare in contatto con me stessa, qualcosa che va oltre il pubblico, il palcoscenico, la standing ovation; la musica è il confine tra il materiale e il soprannaturale, il linguaggio che mi aiuta a decifrare l’inconosciuto».

E più avanti:

«L’istruzione è l’unica risorsa che il genere umano ha per salvarsi. Ho sempre pensato che sia indispensabile investire nelle scuole, l’ho sentito come un dovere. Viviamo in un mondo sempre più materiale in cui i valori traballano, le tradizioni sono trascurate, la storia dimenticata, le arti relegate a una élite o strumentalizzate a fini commerciali. Dobbiamo aprire gli occhi e renderci conto che questo ci condurrà al disastro. Investire sulle scuole e sui bambini vuol dire lavorare per un mondo popolato da cittadini consapevoli».

E ancora:

Dobbiamo insegnare ai bambini a lavorare per la loro felicità prima che per il profitto. E ai giovani artisti, insegnare a trovare la libertà all’interno dei propri limiti. È un percorso spirituale, non materiale».

Una donna dai valori saldi, ma al tempo stesso capace di far fronte ad aspetti pratici della vita. Dicono che nella fattoria dove attualmente risiede, in Brasile, sappia fare anche dell' ottimo pane. Del resto, lei stessa ha dichiarato:

«Fare del buon pane e suonare bene è un po’ la stessa cosa».

Ed è bellissimo che il far musica sia paragonato all'offerta di un nutrimento cosi essenziale!

Allora ascoltiamola in un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che molti conosceranno magari per averlo suonato. Si tratta del celebre "Improvviso in Mi bemolle maggiore n.2 op.90 D 899": pezzo molto vario nel suo andamento, che si apre con una leggerissima fioritura di note, un andirivieni degno di un moto perpetuo, ma che va facendosi poi drammatico rivelando il tormentato mondo interiore del musicista. Un brano considerato talora dai contemporanei di Schubert come pezzo di puro intrattenimento o finalizzato solo allo studio e non all'attività concertistica, mentre in realtà ha un'intensità e un afflato romantico che vanno ben al di là del semplice esercizio.

Poichè in passato - qualche volta e indegnamente - ho tentato di suonicchiarlo, ho sempre ascoltato su youtube varie esecuzioni di questo Improvviso, senza trovarle però pienamente soddisfacenti: ora tecnicamente perfette ma troppo accademiche, ora buttate un po' là con sonorità a volte eccessive.
L' interpretazione di Maria
João Pires invece - a mio modesto avviso - da un lato riesce a tradurre la leggerezza in un soffio di note lieve come un respiro e, dall'altro, sa arricchire i passaggi più sonori con calibrata energia e profonda intensità drammatica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

venerdì 25 marzo 2022

"Vergine Madre..."

Giovanni di Paolo : "Annunciazione"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bella la coincidenza che, dallo scorso anno, ha istituito il "Dantedì" proprio il 25 marzo, giorno in cui si celebra anche la festa dell'Annunciazione.
Così, oggi mi piace riportare qui un'immagine tratta dalle miniature della "Divina
Commedia" conservate nel "Manoscritto Yates Thompson 36" presso la British Library di Londra e realizzate da Giovanni di Paolo (1398ca. - 1482).
L'artista, esponente della scuola pittorica senese e vicino agli influssi
del Gotico internazionale, nell'ultima parte della sua vita si è dedicato alla miniatura della "Divina Commedia" e in particolare del "Paradiso", inserendosi tra i primi nella serie degli illustratori del testo che - nel tempo - conta autori che vanno da Botticelli a Doré, da William Blake fino ai fumetti.

Tra i tanti episodi rappresentati, ho scelto questa immagine nella quale Giovanni di Paolo accosta la figura di Dante proprio all'Annunciazione.
Ci troviamo nell'ultima parte del viaggio dantesco: il Poeta,
accompagnato da Beatrice, giunge nell' Empireo, il più alto dei cieli, sede di Dio, dei cori angelici e della candida rosa, luogo in cui sono le anime purificate e simili a luce.
Qui, a fargli da guida è San Bernardo che gli spiega la disposizione dei vari beati, in cima ai quali risplende
la Vergine con l'arcangelo Gabriele che ne contempla la gloria.
Segue, nel canto XXXIII, la celebre preghiera che il Santo rivolge a Maria.
E mi sembra bello riportarla interamente, sia per le coincidenze cui accennavo sopra
 relative al 25 marzo, sia per la drammaticità del momento attuale che coinvolge ogni uomo in cerca di speranza e di salvezza, come Dante nel suo viaggio ultraterreno. Eccola:

«Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d'etterno consiglio, 

tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.


Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.

Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.

La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.

In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate. 

Or questi, che da l'infima lacuna
de l'universo infin qui ha vedute
le vite spiritali ad una ad una,

supplica a te, per grazia, di virtute
tanto, che possa con li occhi levarsi
più alto verso l'ultima salute.

E io, che mai per mio veder non arsi
più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi
ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

perché tu ogne nube li disleghi
di sua mortalità co' prieghi tuoi,
sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

Ancor ti priego, regina, che puoi
ciò che tu vuoli, che conservi sani,
dopo tanto veder, li affetti suoi.

Vinca tua guardia i movimenti umani:
vedi Beatrice con quanti beati
per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

(Paradiso, canto XXXIII, vv. 1 - 39)

Come commento musicale, ripropongo un brano pubblicato otto anni fa, ma che trovo sempre affascinante: l' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Messa n.6 in Mi bemolle maggiore D.950" di Franz Schubert (1797 - 1828).
Come osservavo in passato, si tratta di un Andante pastorale in 12/8,
un tempo composto che conferisce al pezzo un lieve ritmo di danza, inframmezzato però dal "Crucifixus" affidato al coro, dove l'atmosfera si fa tragica e cupa.
Il pezzo è a tre voci, ma mentre il primo e il secondo tenore si alternano nella
parte iniziale, il soprano, intervenendo e intrecciandosi agli altri due solisti dopo la drammatica parentesi corale, ci restituisce una soavità rasserenante e una dolcezza che apre alla speranza.

Ho trovato stavolta una clip video che riporta lo spartito musicale e mi sembra
possa essere interessante per quanti sanno leggere la musica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)


sabato 14 agosto 2021

In cerca di leggerezza - 8



 

 

 

 

 

 

 

È un'immagine dell'Assunzione quella con cui oggi proseguo nella mia ricerca di leggerezza e insieme vi lascio l'augurio di un sereno Ferragosto. Di solito, per questa data non mi dilungo in un articolo, ma stavolta il quadro mi ha colpito in modo così particolare che ho pensato di far coincidere i saluti per la festa - e le vacanze del blog - con qualche osservazione sul dipinto.

Si tratta di un'opera di Lorenzo Lotto (1480 - 1556/57) intitolata "Assunzione della Vergine" e conservata a Milano presso la Pinacoteca di Brera. Il quadro è lo scomparto centrale della predella della "Deposizione di Cristo" realizzata dall'artista per la chiesa di San Floriano a Jesi e oggi conservata al Museo Civico della città.

Che cosa mi ha colpito in essa e perchè parlo di leggerezza? Facciamo un passo indietro.
Due sono le tradizioni e le iconografie cui i pittori nel tempo si sono ispirati nel
trattare questo tema: la Dormitio Virginis e l'Assunzione.
La prima vede Maria stesa in un sepolcro e addormentata, mentre Gesù accoglie
tra le sue braccia la piccola anima della Madre dormiente, Madre che solo poi verrà portata in cielo anche col corpo. Troviamo diversi esempi di Dormitio prima di tutto nella tradizione bizantina, ma in seguito anche in Italia con Giotto, Paolo Veneziano, il Beato Angelico ed altri artisti dal Medioevo fino alle soglie del Rinascimento.
Da qui in poi, alla Dormitio si sostituisce l'Assunzione in cui
Maria è portata in cielo dagli angeli mentre, nella parte sottostante della scena, gli apostoli assistono sorpresi all'evento. Un celebre esempio è l' "Assunta" del Tiziano conservata nella chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia.

Anche il Lotto - in quest'opera che precede di pochissimi anni quella del Tiziano - si ispira alla tradizione rinascimentale, ma a mio avviso con alcuni tratti di originalità e di realismo che mi piace sottolineare.
Non è infatti direttamente sulla figura di Maria che si appunta qui la sua attenzione. La Vergine, inserita nella sua mandorla di luce e di angioletti, risulta già quasi lontana dal resto. È invece sul gruppo degli apostoli in primo piano che mi pare si soffermi il pittore, mettendone in evidenza gesti e atteggiamenti che tornano però ancora in qualche modo a parlarci di Lei.

Sono gesti di sorpresa, di saluto e di preghiera che ricorrono anche nei successivi dipinti sull'argomento dove - tra l'altro - lo stesso artista ha creato immagini molto più movimentate e scenografiche. E come lui, altri pittori. 
Ma in quest'opera mi pare che il Lotto si sia ispirato anche ad un senso di concretezza e ad un'attenzione alla realtà che esula da certe rappresentazioni in cui le figure - se pure non sono composte e ieratiche - risultano comunque fissate in una iconografia sempre simile.
Mi spiego subito.

A parte il gruppo centrale riportato sopra e raffigurato in preghiera, se ci fate caso l'ultimo apostolo a destra si infila un paio di lenti per vedere meglio: solo sorpresa e sbalordimento o anche incredulità? Altri poi si sbracciano nel salutare Maria con la stessa libera vivacità con cui ci si comporterebbe proprio con una persona di famiglia. 

Infine, in secondo piano rispetto alla scena principale, dalla strada in collina sta scendendo un'altra figuretta che sembra correre a perdifiato giù per il sentiero accorgendosi di essere in ritardo. Ne osserviamo infatti il panneggio agitato e scomposto per la velocità e le braccia spalancate nella corsa, come se l'evento che si sta compiendo fosse un appuntamento fissato cui non mancare assolutamente.
Secondo quanto raccontano i Vangeli apocrifi, si
tratterebbe di San Tommaso, che arriverà proprio in ritardo, ma per il quale la Vergine lascerà scivolare in dono la propria cintura come reliquia e simbolo del legame tra cielo e terra.

Insomma, l'evento dell'Assunzione, sia pure in tutta la sua sacralità, qui attraverso la raffigurazione dei vari apostoli più ancora che della Vergine stessa, è calato nella vita quotidiana fatta - come per ognuno di noi - di sorprese, ritardi, fretta, dubbi, incredulità, e insieme di legami ricchi di gioia e di tutta l'intensità di sentimenti che essi possono offrire.
Ce lo suggeriscono quelle mani che sventolano verso Maria, animate da una familiarità che - senza nulla togliere al rispetto e alla devozione che gli apostoli nutrivano per Lei - rendono l'idea del profondo rapporto che, nel tempo, doveva essersi creato tra loro e la Madre del Salvatore.
Qualcuno potrà dire che quelle mani alzate servono invece per schermarsi dalla luce che promana sempre più intensa dalla Vergine man mano che sale al cielo.
Può darsi. Ma ciò non contraddice comunque i tratti di
umanità presenti nel dipinto.
Una Maria, quindi, più che mai calata nel quotidiano, e se
pure il Lotto la rappresenta un po' lontana, in realtà ce ne restituisce la vicinanza e la concretezza attraverso il comportamento degli apostoli tutt'altro che ieratico.

E come spesso accade in un'opera d'arte, è proprio la presenza di certi dettagli di per sè non strettamente necessari ai fini della comprensione dell'evento raffigurato, ad essere invece rivelatrice del senso profondo della rappresentazione. Mi pare infatti che i particolari qui riportati ci regalino un'atmosfera di leggerezza che attenua quella sorta di distacco o di lontananza che talora possiamo percepire nel rapporto con certe figure evangeliche, restituendocene non solo la grandezza, ma anche l'umanità. 

Ignoro se questa mia piccola analisi possa essere - diciamo così - teologicamente testata, ma nell'ambito familiare del mio blog penso sia accettabile una lettura del dipinto un po' sorridente e leggera.
E per passare alla musica, ho scelto di associare alle
immagini uno splendido brano di Franz Schubert (1797 - 1828): la "Salve Regina" in Si bemolle maggiore D.386".
Si tratta di un pezzo forse meno conosciuto della
celeberrima "Ave Maria", ma a mio avviso ricco di uguale bellezza. Soavità ed energia vi si susseguono infatti in un insieme di grande intensità, esaltato dall'alternanza di tonalità maggiore e minore.
Una Regina invocata non soltanto nella lontananza di una
nicchia di altare, ma nella consapevolezza di una vicinanza sorprendente, come il testo e la musica ci dicono e come alcuni particolari del dipinto del Lotto possono suggerire.

Vi auguro quindi buona Festa dell'Assunzione e buone vacanze!
Anche questo blog va in ferie per qualche settimana.

Buon ascolto!

(Tutte le immagini sono prese dal web)

 

venerdì 15 gennaio 2021

In compagnia di Schubert

Oggi, nella mia ormai quotidiana navigazione su youtube in cerca di musica, mi sono soffermata su Franz Schubert (1797 - 1828).
Stavo tentando di identificare un brano sentito per caso, sere fa, nella colonna
sonora di un programma televisivo: poche battute di sottofondo e poi basta come spesso capita. Ma è stato sufficiente perchè rimanessi incantata a inseguire quelle note nella memoria come un vero e proprio tormentone, finchè non avessi dato loro autore e titolo.
Così - dopo non molto devo dire - ho
ritrovato un celebre pezzo di Schubert: la "Fantasia in fa minore D 940 per pianoforte a quattro mani", una melodia che esordisce malinconica e poi vivace e più variata, come appunto il carattere di una fantasia richiede. Ma spesso succede che la musica ci prenda per mano e ci conduca ancora più in là delle nostre intenzioni e dunque l'ho seguita.
Da Schubert a Schubert sono arrivata così al brano che oggi vi propongo: la
"Sonata in la minore per pianoforte e arpeggione D821". 

Arpeggione??? Sì: si tratta di uno strumento musicale ad arco e con sei corde, inventato da un liutaio viennese nei 1823 con caratteristiche simili in parte alla chitarra classica e in parte al violoncello.
Per diffonderne l'uso, al compositore austriaco fu subito commissionata la Sonata
che citavo e che rimane forse l'unico pezzo scritto a tale scopo.
In realtà, fu pubblicata parecchi anni dopo la morte di Schubert, quando ormai
l'uso dell' arpeggione era tramontato, anche se è rimasto vivo presso alcuni gruppi che suonano con strumenti d'epoca.
Al di là di questo, però, ci resta una composizione decisamente pregevole.

Il pezzo, in tre movimenti, è divenuto celebre soprattutto nella trascrizione per violoncello e pianoforte che ascolterete, ma ne esistono altre versioni dove ora è l'arpa a fare da solista, ora la viola, ora la chitarra o il contrabbasso.
Qui, della Sonata ho scelto il secondo movimento, un "Adagio" pacato e riposante
che vi invito a gustare nell'interpretazione di due straordinari solisti: Mstislav Rostropovitch e Benjamin Britten.

C'è una profonda serenità e un luminoso senso di pace nella tonalità di Mi maggiore sulla quale si apre il brano. Dopo una brevissima introduzione, il tema esordisce nitido con quattro note che ricordano molto da vicino l'inizio del "Larghetto" della "Seconda Sinfonia" di Beethoven e, anche se i due brani poi si dispiegano diversamente, l'apertura sembra regalarci lo stesso atteggiamento contemplativo. Non sono rari del resto in Schubert tali riferimenti, a cominciare dall' "Andante con moto" del suo "Quartetto per archi D810" conosciuto come "La morte e la fanciulla", la cui scansione ritmica ci riconduce ancora a Beethoven e in particolare al celebre "Allegretto" della "Settima Sinfonia".

Ma, tornando al nostro "Adagio", se anche la melodia si snoda poi in un'alternanza di tonalità maggiore e minore declinando verso passaggi più malinconici, a prenderci resta soprattutto il particolare timbro del violoncello fatto di una profondità e una delicatezza che creano affascinanti chiaroscuri.
Così pure, ci accompagna la lentezza del ritmo in cui durata e intensità di ogni
nota sono attentamente calibrate: uno Schubert dallo sguardo luminoso, ma insieme intimo e assorto.
E se alla fine della clip audio la musica s'interrompe di colpo, è perchè il
brano non ha una vera e propria conclusione, ma la cadenza del violoncello va poi a risolversi direttamente nell'Allegretto finale.

Buon ascolto!

 

giovedì 8 ottobre 2020

Donne col libro - 10

F. Frotzel : "The old bookcase",  Vienna - Galleria del Palazzo del Belvedere

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
È uno solo, questa volta, il dipinto su cui ho scelto di soffermarmi per la serie di post intitolata "Donne col libro". Ma è una rappresentazione che mi ha parlato al primo sguardo, forse perchè mi ci sono rispecchiata subito e in qualche modo ritrovata.
Si tratta di un quadro di Friedrich Frotzel (1898 - 1971), pittore viennese contemporaneo di Klimt e di Schiele, vissuto quindi in un periodo di grande fervore artistico, ma ricordato soprattutto per alcune nature morte e il quadro che vedete, probabilmente la sua creazione più celebre.

Una ragazza ritratta di spalle siede davanti a un vecchio armadio zeppo di libri altrettanto vecchi. Testi di scuola? Volumi antichi? Ricordi del passato?
A ben guardare, non sono solo libri - alcuni un po' squinternati o con la copertina usurata dal tempo - ma fogli, quaderni, cartellette, scartafacci affastellati nei vari ripiani in modo non sempre ordinato. Quello che vediamo sembra uno di quegli armadi che forse in tanti abbiamo avuto nelle nostre case o in una soffitta, dove conservare i ricordi che hanno segnato il nostro percorso scolastico e sui quali non è possibile ritornare senza soffermarsi con nostalgia.
 
L' immagine mi riporta alla mente i pomeriggi in cui - ormai anni fa - ho dovuto svuotare la vecchia casa in cui avevo trascorso la mia adolescenza e anch'io, come la protagonista del dipinto, ho indugiato a lungo su testi ritrovati, quaderni, diari...persino alcuni temi del liceo con tanto di giudizio del mio amatissimo professore di Italiano! 
Ricordi preziosi che ci restituiscono un mondo come se all'improvviso, ritrovando carta, grafia, note o appunti del passato, ci potessimo immergere nelle atmosfere di un tempo favoloso, distante e al tempo stesso vicino. Distante come capitoli di un libro ormai chiusi e vicino come possono esserlo reperti archeologici che ancora ci parlano, tanto sono radicati e vivono in noi.
 
Mi è capitato spesso di pensare a quanta ricchezza di vita ci possono restituire i vecchi libri che abbiamo in casa a cominciare dai testi di scuola, non solo per il contenuto che essi offrono, ma perchè - al pari di tanti altri oggetti - ci riportano quasi intatta l'atmosfera degli ambienti frequentati o il sapore di particolari eventi che ci hanno segnato. Del resto, la vita stessa somiglia a volte alle pagine di un libro: anni simili a capitoli aperti e poi conclusi, alcuni complessi e articolati come una sintassi ciceroniana, altri più brevi e stringati - tacitiani direi - e tuttavia talora non meno difficili da comprendere.
 
Giuseppe Maria Crespi (1665 - 1747): "Libreria"
Ma torniamo al dipinto. 
Non è nuova nel tempo la rappresentazione di libri nei loro scaffali. Possiamo tornare indietro fino alle tarsie lignee dello "Studiolo" di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino, o - circa due secoli dopo - al celebre quadro di Giuseppe Maria Crespi che vi riporto a lato, da cui forse Frotzel potrebbe aver tratto ispirazione. 
Qui tuttavia c'è di più.
 
C'è una ragazza che legge a conferire alla scena un senso di intimità. 
L'armadio è vecchio e consunto: lo si nota dalle ante e dal vetro smerigliato, segno di uno stile che ci riporta indietro nel tempo. E la protagonista è forse solo di passaggio - è sua la borsa sullo sgabello lì accanto? - come pure improvvisato sembra il sedile altrettanto vecchio su cui si è fermata.
Eppure qualcosa ci parla del suo coinvolgimento interiore nella lettura del libro che ha tra le mani. Un fazzoletto caduto a terra e rimasto lì, il suo capo chino sul testo e tutta la sua persona che quasi entra nell'armadio come in un antico abbraccio possono suggerirci che abbia trovato qui un luogo appartato, un rifugio dove restare sola a far fiorire ricordi di vite passate. 
E il suo essere di spalle, se da un lato concentra l'attenzione sulla libreria, dall'altro è un modo per escludere il mondo esterno, a parte noi che guardiamo e in qualche modo partecipiamo alla scena.
 
Ma ritrovare un ricordo o uno scritto è un po' come riascoltare una musica che si dipana col suo ritmo e le sue svariate tonalità, parlandoci anch'essa con un linguaggio diverso ma altrettanto incisivo, se non di più.
Così, mi piace associare al dipinto di Frotzel un delicatissimo brano di Franz Schubert (1797 - 1828): il secondo movimento, "Adagio", dal "Quintetto per archi in Do maggiore op.163 D 956".  
Scritto dal compositore poco prima della sua morte e considerato dai musicologi quasi una sorta di testamento spirituale, il Quintetto si caratterizza per la dilatazione delle forme e alcune scelte tonali innovative.
L' Adagio - di cui la clip audio riporta solo una parte - è una pagina elegiaca di grande intimità e tono intensamente romantico: una melodia fatta di note ribattute che salgono progressivamente, prima luminose e poi drammatiche, prima pacate e poi inquiete. Ma i vari passaggi dal sereno Mi maggiore al cupo Fa minore vanno quasi sempre a sciogliersi in dolcezza.  
Una musica che sembra esplorare gli angoli nascosti dell'anima, con la stessa acuta, struggente intensità di un lontano ricordo ritrovato.

Buon ascolto!

martedì 30 gennaio 2018

Bar della stazione

E. Manet: "Un café en place du Theatre Francais"
Più di un mese è già trascorso dall'inizio dell'inverno e le giornate, pian piano, si stanno allungando.
Bello alzarsi col chiaro e scoprire l'azzurro - quando c'è - appena fuori dalla finestra: la casa si riempie di luce e se ne avvantaggia anche l'umore.
Eppure, sembrerà strano, ma ogni tanto ho nostalgia di quelle mattine in cui mi svegliavo presto e uscivo ancora col buio.
Qualche anno fa, una volta alla settimana frequentavo un corso a Milano e avevo il treno verso le 7,30. Da casa mia alla stazione c'è un bel pezzetto di strada che di buon passo macino in dieci minuti o poco più. Considerata la distanza e l'imprescindibile necessità di passare al bar a dare la sveglia ai miei neuroni col primo espresso della giornata, alle sette mi catapultavo fuori nel buio e nel freddo, talora anche nella nebbia. 
Ma al mio arrivo, venivo ripagata dalla cornice calda e luminosa del bar della stazione dove prendevo con calma il mio caffè e un pezzetto di brioche.

Qualcuno penserà che preferire un luogo estraneo come questo - una sorta di porto di mare - alla familiare cucina di casa sia una scelta che mette tristezza. E invece no!  
Anche adesso, se mi capita di dover prendere un treno di prima mattina, l'idea del caffè in stazione mi rallegra. So bene che la colazione con cui si inaugura la giornata dovrebbe essere uno spazio di serenità per conciliare il cuore con gli impegni che verranno e - se si può - è meglio scegliere una cornice che abbia il tocco del calore e del garbo.
Da questo punto di vista, il mio bar della stazione è perfetto: stanza ampia, luminosa e banco che si allunga ad angolo onde evitare che la gente resti in coda. L' arredamento - diciamolo - non è gran che, un ambiente semplice come tanti, ma a renderlo speciale è l'accoglienza che vi si respira.
Lo gestiscono due ragazzi ventenni o poco più che - quasi fossero persone di famiglia - conoscono a memoria le abitudini di tutti i pendolari del mattino, compresi i saltuari come me.
C'è Giuseppe (ndr.: nomi di fantasia ovviamente) a cui il caffè piace bollente, Claudia che ha spesso il treno in ritardo, ma si rintana in un angolo e vuole il cappuccio solo all'ultimo minuto: il ragazzo del banco lo sa tanto che, quando lei arriva, lancia un'occhiata al quadro dei treni in partenza e uno a lei per regolarsi. C'è Giovanna a cui tener da parte - quando si può - la sfogliatina alla mela e poi ci sono io che voglio sempre un sacchetto per metter via il resto della brioche che non mangio subito. Ma ormai non ho bisogno neppure di chiedere perchè, prima ancora che fiati, tutto mi viene posato accanto con discrezione e un sorriso.

Certo, sono attenzioni normali in qualunque altro bar soprattutto con i clienti assidui, ma qui respiri un calore accogliente che ti mette a tuo agio. E poi non c'è quel concitato vociare di altri locali e nessuno ti obbliga ad attaccar discorso: se vuoi parlare, parli, se vuoi restare nel tuo brodo mentre lo specchio dietro al banco ti rimanda un'espressione assonnata, padronissimo.
In genere, però, io mi guardo intorno: mi piace osservare come la gente inizia la giornata. E di solito sono piccoli gesti: chi dà un'occhiata ai giornali, chi messaggia sul cellulare, chi invece carbura lento e si concentra sul caffè, e chi si scalda le dita intorno alla tazzina come faccio sempre io.
Poi, quando esco per avviarmi al binario, incrocio i miei studenti, gli ex. 
Ci salutiamo di corsa ma con grandi sorrisi chiedendo notizie dei rispettivi impegni, e ci auguriamo buona giornata con un cameratismo ormai alla pari, come navigati lupi di mare che tornano ciascuno alla propria barca per riprendere il viaggio.

Momenti di quotidianità spicciola che mi sono tornati in mente in questi giorni e ai quali ho voluto dare una colonna sonora. Non un brano vivace o altisonante, ma una musica tranquilla, quasi un sottofondo in armonia con chi al mattino - magari non ancora del tutto sveglio - si affida a una sua interiore routine di abitudini.
Così, ho pensato ad un pezzo conosciutissimo di Franz Schubert (1797 - 1828): il "Momento musicale in fa minore op.94 n.3" per pianoforte solo, qui interpretato da David Fray. 
Si tratta di un brano molto breve, una composizione orecchiabile segnata da un ritmo che sembra proprio accompagnare il nostro cammino e da una melodia che - alternando tonalità minore a maggiore - s'insinua in noi come un ritornello conosciuto e vagamente ballabile.
Ho scelto questa interpretazione perchè risulta più pacata rispetto ad altre a mio avviso troppo scandite e veloci. Il pianista ci restituisce infatti un'aria - e un'aura - ricche di morbidezza: il suo è un giocare sugli staccati e sulle dinamiche del pezzo, facendone affiorare il piano e il forte, la lieve malinconia e la luminosità,  con tocchi ora leggeri, ora nitidi e passaggi qua e là dolcemente più lenti. 
Un David Fray concentratissimo che sembra quasi suonare solo per sè, meditando in cuore la cantabilità e il ritmo di queste note come una sorta di leitmotiv della giornata.

Buon ascolto!

mercoledì 4 marzo 2015

Trasparenza

Capita di osservare talora nel comportamento altrui - ma a volte anche in noi stessi - un'accattivante immediatezza molto simile alla spontaneità, che tuttavia si rivela poi superficiale e priva di spessore.
Si tratta in realtà di quella sbadataggine che spinge, in certe situazioni, a dire la prima parola che ci passa per la testa o fare la prima cosa che ci viene in mente così, senza pensarci troppo.

Ma c'è - al contrario - un'immediatezza affascinante come un miracolo, nella quale si percepisce che parole, azioni, gesti della persona che abbiamo davanti sono una cosa sola in profonda unità con tutto il suo essere. 
Discorsi e comportamenti sgorgano allora come acqua sorgiva che affiora limpida e altrettanto limpida scorre poi tra i ritmi della quotidianità; e non importa che si tratti - a volte - anche di minime cose, ma tutto è luminosamente e splendidamente vero.
E' un atteggiamento di semplicità, una sorridente effusione del profondo, una vera e propria trasparenza del cuore simile a quella dei bambini quando ancora non si sono conformati al mondo degli adulti. Immediatezza, del resto, significa proprio assenza di artificio perchè ciò che siamo arrivi agli altri in modo diretto, non mediato da qualsivoglia condizionamento, difesa o paura. 
Siamo noi e siamo liberi.

Tuttavia non sempre ciò accade e a volte è una vera conquista far sì che le parole non siano buttate là distrattamente o il sorriso non sia una maschera, un elegante schermo dal giudizio degli altri, ma un moto del cuore capace di vera comunicazione. Dico un sorriso, ma vale per qualunque altro gesto, e capita a tanti - penso - che una trasparenza facile in certe situazioni, diventi problematica in altre.
Tutti abbiamo sperimentato però che l'assenza di artificio si fa strada in noi man mano che riusciamo a ritrovarci, riconducendo ad unità ciò che facciamo con ciò che siamo. In tal modo, anche i ruoli che ci si trova a ricoprire nei vari settori della vita e nelle diverse relazioni, non andranno ad appesantirci come corazze o costumi di scena, ma lasceranno trasparire la luce di una comunicazione autentica.

Credo che la musica - come del resto tutte le arti - abbia molto a che fare con quel processo che porta a risvegliare tale autenticità facendo affiorare in superficie il nucleo più profondo di noi stessi, come in un mare così trasparente da consentirci di vederne il fondale. 
Leggendo un testo poetico o contemplando una gemmazione di colori in un dipinto, accade che si ridesti in noi una vita che non pensavamo di avere, ma talora il linguaggio delle note ha una sua particolare immediatezza capace di coinvolgerci e toccarci ancora più a fondo.

Mi è capitato spesso di osservare quanta autenticità sappiano offrire per esempio i vari interpreti, siano essi direttori, solisti o singoli orchestrali, quale intensità comunicativa abbiano i loro gesti e il loro modo di vivere la musica insieme alle emozioni che essa regala. 
Ma se ciò è vero per compositori ed esecutori, vale anche per noi che ascoltiamo, e sempre - se alla musica affidiamo il cuore - saremo condotti a scoprire di noi aspetti che non conosciamo e una sensibilità che forse non immaginiamo neppure di possedere.

Così, oggi mi piace proporvi un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che mi pare particolarmente adatto a far emergere da noi questa trasparenza. 
Si tratta del primo movimento, "Allegro", dalla "Sinfonia n.5 in Si bemolle maggiore D 485", un pezzo che ci prende subito con la sua concitata scorrevolezza, i suoi passaggi delicati o segnati da crescente energia e la sua atmosfera di gioiosa attesa.
Non c'è introduzione, se si eccettuano i brevi accordi iniziali dei fiati, e il brano si apre con un tema nitido e cantabile, di classica bellezza, che si ripete e riecheggia con grazia ed equilibrio quasi mozartiani.
La melodia - ricca di vivacità e insieme di straordinaria leggerezza - ci accompagna consentendoci di entrare in essa come in un fiume limpido e di lasciarci portare dalla sua freschezza primaverile fino a seguirla come se già ci appartenesse, ad appropriarcene come se la musica stessa nascesse da noi.

E' questo - credo - il segreto che in fondo ci rivela a noi stessi e fa sgorgare la nostra musica, il canto nascosto che ci abita. 
Un canto che - per ciascuno di noi - non è necessariamente fatto di note, ma di parole, emozioni, gesti, sguardi, di tutto un vivere in sintonia profonda con ciò che siamo e capace di rifletterlo in luminosa trasparenza.

Buon ascolto!

venerdì 28 marzo 2014

Prospettive

Piermatteo d'Amelia: "Annunciazione", Museo Stewart-Gardner, Boston
Marzo: mese della primavera, della natura che rinasce aprendosi a un nuovo ciclo di vita, e mese dell'Annunciazione.

Così, è proprio pensando a questa ricorrenza trascorsa da soli tre giorni, che vorrei soffermarmi su alcuni dei numerosissimi dipinti che, nel tempo, sono stati dedicati all'evento che essa ricorda e celebra.

Non è solo la rappresentazione del fatto in sè, seppur grandioso, a colpirmi, ma l'ambientazione in cui esso, di volta in volta, è stato inquadrato dopo che dal fondo oro delle tavole più antiche - pensiamo per esempio a Simone Martini - è stato inserito in un contesto più realistico.

Da Giotto al Beato Angelico, tutti ricordiamo le stanzette ordinate in cui l'Angelo si presenta a Maria che legge e prega nel silenzio di una cornice architettonica talora semplice come la cella di un monastero, talaltra più ricca e adorna come una dimora signorile.
Solitamente più movimentata la figura dell'angelo, mentre più composta e a volte quasi ritrosa, quella della Vergine. Poche aperture di paesaggio ai lati o sullo sfondo e talora una finestrella o una porta - Maria è sempre Ianua Caeli - dalla quale giunge un raggio di luce o la colomba dello Spirito Santo.

Tuttavia nel tempo - nel passaggio dal Medioevo al Rinascimento e oltre - di pari passo con l'acquisizione da parte dei vari artisti di una sempre più sicura capacità di collocare le figure nello spazio, assistiamo a una progressiva uscita di queste dalla stretta cornice di alcuni interni. 

Fra' Bartolomeo: "Annunciazione" - Cattedrale di Volterra
Vengono situate infatti in ambienti più ampi e ariosi o sotto porticati che le inquadrano in luminose prospettive, o talvolta anche all'aria aperta come farà, ad esempio, Leonardo.

Ma non è di questo che oggi voglio parlare. Desidero invece fermare la mia attenzione su alcuni dipinti realizzati nel cuore del Rinascimento sempre sul tema dell' Annunciazione, che disegnano meravigliose prospettive proprio al centro del quadro. 
Sono quattro opere in particolare, realizzate da autori tra loro contemporanei anche se non tutti destinati ad ugual fama : 
Piermatteo d'Amelia (1448 -1508) Fra' Bartolomeo (1472 - 1517) Pietro Perugino (1448 - 1523) e Raffaello Sanzio (1483 - 1520).

Si tratta di composizioni dalla struttura ordinata che ritraggono - com'è tradizione - l'Angelo da un lato e la Vergine dall'altro. 
Ma mentre numerose altre rappresentazioni raffigurano la Vergine raccolta nella sua stanzetta e l'Angelo - sia fuori o dentro la casa di Maria - incorniciato comunque dalla luce di un'apertura, nei dipinti che vediamo qui lo spazio esterno si apre invece al centro.
E proprio al centro - esattamente dove va a posarsi lo sguardo dello spettatore - invece del pilastro o della colonnina che a volte separano i due personaggi, troviamo una prospettiva profondissima che si apre verso la natura e il mondo là fuori, uno spazio che ci conduce oltre, quasi al di là della scena rappresentata. 
Una prospettiva che dà ampiezza e luminosità, spessore e respiro: punto da cui tutto s'irradia e a cui tutto ritorna. 

Desta interesse una simile iconografia e mi fa riflettere perchè non si sofferma, in realtà, sui due protagonisti della scena, ma si spinge oltre, lasciando intendere che l'Annunciazione crea un'attesa che rimanda altrove. 
Perugino: "Annunciazione"- Santa Maria Nuova, Fano
E mi suggerisce che quello spazio al centro non è un vuoto da riempire a caso, ma il significato ultimo dell'evento perchè è proprio al mondo che esso s'indirizza.

Così, in fondo ad ariosi loggiati rinascimentali e ad una pavimentazione che segna uno spazio misurato con matematica proporzione tra figure, edifici e oggetti, si aprono di volta in volta paesaggi che ci conducono oltre. 
Sono le colline e i due alberelli che s'intravvedono nel dipinto di Piermatteo d'Amelia al di là della porta classicheggiante e in fondo a una meravigliosa fuga di riquadri sul pavimento. 
E' la visuale più varia e articolata della composizione di Fra' Bartolomeo dove, oltre all'albero e alle colline, possiamo scorgere torri, campanili, una cupola e un ponte, segni insomma di una vera e propria città.

Ma ci fa spaziare con lo sguardo anche la morbidezza della campagna verdeggiante dipinta dal Perugino, con le differenti tonalità di colore che scendono dalle alture fino all'orizzonte sconfinato.
E così pure ci porta lontano il paesaggio indistinto e dai contorni incerti che dipinge Raffaello, rendendo omaggio allo sfumato leonardesco da un lato, ma precorrendo dall'altro quella che sarà - di lì a poco - la pittura tonale degli artisti veneti. 

Tutto ci conduce al di là, in mirabili aperture cui fa da sfondo il cielo, come l'evento altrettanto mirabile dell'Incarnazione che - seppur nato nel silenzio assorto di Maria - non può restare poi chiuso tra mura. 
Sembra infatti che le varie composizioni - sia pure nelle loro differenze formali - vogliano significare che l'Angelo e la Vergine sono testimoni di un mistero più grande che si compirà andando a deflagrare in quel mondo laggiù, in mezzo a quel fervore di vita dal quale ormai non c'è più separazione.
Raffaello: "Annunciazione" - Pala Oddi (predella), Città del Vaticano
Quasi a dire che, dal momento del di Maria, non esiste più frattura tra sacro e profano perchè ogni spazio è divenuto sacro, a iniziare da quello in cui si gioca l'esistenza dell'uomo nella sua concretezza quotidiana. 

Per questo, mi piace commentare le immagini qui riportate, con un brano che celebra proprio l'evento che esse rappresentano: l' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Messa n.6 in Mi bemolle maggiore D 950" di Franz Schubert (1797 - 1828). 

Si tratta di un Andante pastorale in 12/8 caratterizzato dalla presenza di tre solisti - primo e secondo tenore e poi il soprano - che introducono con entrate successive uno splendido canone. 
Il pezzo alterna momenti di delicata dolcezza ad altri più intensi e drammatici e la melodia che si dispiega con grande fluidità, quasi come un lieve passo di danza, contrasta poi con la rievocazione della morte in croce e della deposizione.
Qui infatti subentra il coro e la musica, in tonalità minore, assume accenti più forti e tragici.

Incantevole, a mio avviso, l'intreccio delle voci, così come la morbidezza del tema iniziale che, col suo ritmo, ci regala un senso di riposante abbandono. 
E mi sembra che la dolcezza di queste note si fonda con lo splendore delle immagini riportate, offrendoci uno spazio su cui indugiare in serena contemplazione.
 
Buon ascolto!