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domenica 19 febbraio 2023

Le mie città - 2

A. Inganni: "Il Naviglio di via Vittoria col ponte di via Olocati"











 

Quante volte ho già detto che amo Milano? Tante probabilmente, perchè è una città che - benchè non ci abiti nè ci sia nata - nel tempo mi ha regalato il suo molteplice fascino, come molteplici sono i quartieri, gli ambiti delle sue attività e i suoi splendidi musei.
Ne ho visto modificarsi negli anni la fisionomia, da quando mia mamma mi ci
portava che ero ancora bambina fino ad ora, ma nel tempo vi ho anche coltivato interessi e amicizie che hanno approfondito il mio legame col suo mondo.
Oggi Milano è una fusione sempre più evidente di passato e contemporaneità: da opere d'arte di
assoluta bellezza a uno skyline ogni giorno più irto di avveneristici grattacieli; da botteghe storiche che ancora sopravvivono lottando con la crisi economica, fino al rumoreggiare di piazze e stazioni animate da una folla cosmopolita.
Ma c'è anche una dimensione più intima e discreta, signorile e appartata, dove la pietra
liberty di tanti palazzi si ammanta di spalliere di gelsomini: una città fatta di silenzi che scopriamo inoltrandoci in certe corti ombrose del centro storico o in periferia, dove alcuni angoli hanno ancora sapore di paese.

È la Milano che porto nel cuore per averla girata a piedi tante volte negli anni universitari, quando la movida non esisteva, corso Como confinava con la campagna e i Navigli nelle sere invernali erano solo nebbia e solitudine. 

Una Milano d'altri tempi che sopravvive in alcune strade e alcuni scorci, come d'altri tempi sono le immagini di quei pittori dell'Ottocento o del primo Novecento che ci restituiscono la pacata bellezza di una città d'acque, quando la cerchia dei Navigli intorno al centro storico era scoperta.
Sono artisti come Angelo Inganni, Giovanni
Migliara, Emilio Gola, Mosè Bianchi, Arturo Ferrari e Giovanni Segantini - solo per citarne alcuni - i cui dipinti testimoniano un'attenzione al quotidiano e un respiro di intimità nel quale mi piace immergermi. Per questo, ho scelto qui opere di un passato che - per quanto cronologicamente non mi appartenga - trovo interessante perchè mi consente di scoprire, nelle immagini di ieri, angoli ed edifici che ancora oggi sono parte significativa del tessuto urbano.

È di Angelo Inganni (1807 - 1880) il dipinto intitolato "Il Naviglio di via Vittoria col ponte di via Olocati", conservato in una collezione privata. Si tratta di una delle tante vedute realistiche della città che il pittore riproporrà anche in versioni di poco differenti. Il Naviglio è il centro di attrattiva del quadro, ma è soprattutto la neve a donare fascino e intimità al panorama, velandolo di un'atmosfera particolare e di una lieve foschia che si addensa sullo sfondo.

La prospettiva si apre verso di noi come se potessimo navigare sopra uno dei barconi in primo piano, e mentre la casa di ringhiera a sinistra ci riporta quasi in campagna o in un ambiente popolare, a destra la lunga schiera di edifici di diversa altezza rende meglio l'idea di un contesto cittadino.
Ma sono le tante figurette rappresentate - i barcaioli, la donna col bimbo che attende
sulla riva, quella sul ballatoio e i passanti - insieme ad altri dettagli che, a mio avviso, collocano il pittore nella fase di passaggio da un vedutismo urbano attento all'esattezza della riproduzione, a uno stile che prelude invece alla pennellata degli Impressionisti.

Sempre per ritrovare nella città di ieri quartieri ed edifici che sopravvivono ancora oggi, tra le tante opere dei vari artisti, mi piace riportarne tre, conservate tutte presso le Civiche Raccolte Storiche del Comune di Milano.

A. Inganni: "Veduta del Naviglio di San Marco"   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora Angelo Inganni è l'autore del quadro intitolato "Veduta del Naviglio di San Marco". Qui l'opera, molto pacata e ariosa, riproduce lo scorrere del Naviglio in una zona più signorile, come notiamo dagli edifici, dalla bella fiancata della chiesa di San Marco con le absidi delle cappelle laterali e da altri eleganti dettagli descrittivi. Un panorama riposante nel quale è piacevole inoltrarsi in un'atmosfera di tranquillità a misura d'uomo.

A. Ferrari : "Il laghetto dell'Ospedale"


 

 

 

 

 

 

 

 

 


Di Arturo Ferrari (1861 - 1932) è invece "Il laghetto dell'Ospedale" detto anche "Laghetto di Santo Stefano".
Qui siamo molto vicini al centro della città. Ce lo dicono due elementi dello sfondo: la
guglia del Duomo sulla quale ingrandendo la foto si vede la Madonnina, e un campanile - probabilmente proprio quello della chiesa di Santo Stefano - mentre l'ospedale cui si riferisce il titolo del quadro è certo la Ca' Granda, oggi sede dell'Università Statale. Il laghetto rappresentato, risalente al XIV secolo, era stato già interrato a metà dell'Ottocento e Arturo Ferrari, intorno al 1905, ne fa una ricostruzione sulla base dei documenti e della sua fantasia pittorica.

Nonostante siamo nel centro storico, l'ambiente è popolare come suggerisce la casa di ringhiera coi panni stesi, mentre sul piano tecnico, dalla pennellata luminosa e dalla resa dell'acqua ci rendiamo conto che la lezione degli Impressionisti è già stata assimilata.

A. Ferrari: "Il Verziere".
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Concludo ancora con un quadro di Arturo Ferrari : "Il Verziere".
Anche se non rappresenta i Navigli ma la piazza del mercato - in milanese el verzée -
il dipinto mi è ugualmente caro. Proprio nelle vicinanze di questo quartiere infatti, avevano abitato per qualche tempo i miei genitori appena sposati. E mi tornano in mente i tanti racconti di mia mamma che, da siciliana verace, aveva dovuto familiarizzarsi col dialetto milanese non senza qualche difficoltà iniziale che ricordava con un sorriso.

E a questa mia Milano, come non dedicare un brano di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) che, nonostante alcuni contrasti, con la città ha avuto un rapporto privilegiato e che proprio a Milano si è spento ed è sepolto?
Ho scelto allora il "Preludio" del I atto della "Traviata", pezzo famosissimo e struggente come
pure quello del III atto al quale lo accomuna il primo tema. Ma mentre l'atmosfera musicale dell' Ouverture del III atto è costantemente pervasa da grande tristezza, qui alla malinconia dell'esordio segue il motivo sereno e appassionato dell'aria "Amami, Alfredo". 

Indubbiamente, con le opere di Verdi e col Teatro alla Scala Milano è diventata anche città della musica, tuttavia ho preferito un video non girato sul quel palcoscenico più che mai celebre, ma presso l'Auditorium, durante una fase di registrazione del brano da parte della Filarmonica scaligera diretta da Riccardo Chailly.
L' evento non ufficiale, come si nota dall'abbigliamento dei musicisti, mi
comunica infatti quel senso di quotidiana laboriosità che è una delle doti tradizionalmente attribuite a Milano e per certi aspetti mi piace ancora di più.

Buon ascolto!

 

mercoledì 9 febbraio 2022

Bookshop

Ho sempre nutrito un'insana passione per i bookshop dei musei, quei negozi che, a fine percorso, consentono di acquistare non solo guide, libri d'arte e poster, ma anche articoli di cartoleria insieme a varia oggettistica relativa alle opere viste.

Qui, ho sempre fatto incetta soprattutto di cartoline perchè - anni fa - le usavo a scuola insieme ad altra documentazione, per illustrare agli studenti i vari periodi storico-artistici con immagini che fossero eloquenti ancor prima delle parole. In un cassetto della mia libreria, conservo infatti proprio le cartoline delle più significative opere d'arte conservate in tante città - Firenze, Venezia, Ravenna, Siena, Roma, Parigi, Vienna e altre ancora - insieme alle guide delle gallerie visitate.
Tornavo da ogni viaggio con un carico prezioso di materiale che avrei poi condiviso,
per ripercorrere lo splendore di un itinerario culturale.
E anche se oggi, ormai, la documentazione che mi porto a casa consiste soprattutto
in foto scattate col cellulare, non per questo la mia passione per i bookshop è venuta meno.

Ricordo - anni fa - il mio incanto al "Museo d'Orsay" a Parigi, davanti agli splendidi volumi sulla pittura impressionista; e in seguito al "Museo Condé " nel Castello di Chantilly di fronte a un testo, che avevo poi comprato, con le riproduzioni delle miniature del Ciclo dei Mesi dei fratelli Limbourg.
Al bookshop dell' Ermitage di San Pietroburgo invece, per la serie "E quando mi
capita ancora di venire qui?..." avevo indugiato un po' troppo.
Così ero rimasta in fondo alla comitiva e naturalmente ero uscita dalla parte
sbagliata: invece che nel grande piazzale d'ingresso, ero finita sul lato dove scorre la Neva e per ritrovare il gruppo avevo dovuto fare il giro dell'intero isolato...non so se mi spiego! Senza contare il fatto che la telefonata a mio marito per dire che stavo arrivando e che - per carità! - mi aspettassero al pullman, mi era costata un patrimonio.

Ma perchè queste divagazioni in libertà? Perchè tutti i santi giorni, quando sono davanti ai fornelli, ho sotto gli occhi la presina che vedete in foto e che - pure lei! - viene dal bookshop di un museo, precisamente del "Museo Nazionale Giuseppe Verdi" di Villa Pallavicino nei dintorni di Busseto.
C'ero stata qualche anno fa d'inverno e ricordo ancora il freddo di quelle sale.
In ognuna di esse erano ricostruite le scenografie originali delle opere del
compositore, insieme a costumi e dipinti dell'epoca, ma - dico la verità - non mi avevano poi affascinato più di tanto. Mi era piaciuta invece - quella sì! - la Sala di Musica col pianoforte a coda e un altoparlante dal quale erano diffuse note verdiane. Giuro che da lì, freddo a parte, non me ne sarei più andata.

Finito il giro, ero finalmente approdata al bookshop, piccolo ma strapieno di materiale: libri sulla
vita e le opere del compositore, testi di critica musicale, confronti con altri musicisti, cd con vari interpreti, partiture...insomma, avevo davvero l'imbarazzo della scelta. Ma, avete presente quando non si riesce a decidere? E per di più una vocetta segreta vi dice: "Ma sei sicura che poi leggerai 'sti libri senza accantonarli in un cassetto?"
Ecco, è stato questo dubbio a trattenermi. Cosi, me ne stavo andando a mani
vuote quando, davanti allo scaffale dell'oggettistica, lo sguardo mi è andato alla presina che vedete qui sopra e qualcosa, di colpo, mi ha bloccato:  

"Di quella pira l'orrendo foco"...??? Ma certo!!!

Verdi dovrà farsene una ragione, ma il collegamento tra le parole della celebre aria del "Trovatore" e la presina fatta apposta per non scottarsi mi è parso talmente azzeccato che non ho potuto fare a meno di comprarla subito, senza ripensamento alcuno. Detto e fatto dunque, anche se - sotto gli occhi allibiti della cassiera - ero stata colta da una crisi di irrefrenabile ilarità perchè io stessa mi rendevo conto di come alla fine, tra tutta la documentazione del bookshop, avessi scelto - dai diciamocelo! - la cosa più sciocca. Ma insomma, è andata così.
Del resto, la presina è graziosa e riporta pure le note iniziali del brano: mi
mi mi mifamifamiiiii, do do do sollasollasooool...e se volete potrei anche continuare ma forse è meglio di no. 

Allora, oggi facciamo una veloce incursione nella lirica, e per giunta con la voce del nostro grande Pavarotti che, nonostante la tragicità del momento in cui canta nei panni di Manrico, ha sempre un'energia capace di mettermi di buon umore.
Si tratta appunto dell'aria "Di quella pira..." dal terzo atto dell'opera "Il trovatore"
di Giuseppe Verdi (1813 - 1901).
Il brano è una celeberrima cabaletta - classico pezzo di bravura collocato di solito
nella parte finale di un atto o di una scena - che nel tempo ha dato modo ai vari tenori di mostrare la propria abilità e potenza vocale.
Qui, in particolare, Pavarotti ci dà la possibilità di apprezzare due splendidi do di
petto che riconoscerete facilmente, il primo sulla te di teco e il secondo alla fine nel grido all'armi. In realtà, tali acuti non sono previsti nell'originale partitura verdiana, tuttavia sono ormai entrati nella tradizionale prassi canora di tanti tenori al punto da essere sempre molto attesi dal pubblico, e anche dalla sottoscritta.

Buon ascolto!

 

domenica 6 dicembre 2020

Poesia di una città


Mi auguro che in tanti conosciate il sito web dal quale ho tratto queste foto.
È la pagina Facebook intitolata "Semplicemente Milano di Andrea Cherchi" nella quale il fotografo - che qui ringrazio - pubblica quotidianamente
splendide immagini della città.
Sono scorci di una metropoli della quale coglie mirabilmente il
carattere e insieme la poesia, il respiro delle diverse attività e lo splendore dell'arte, le vie affollate come gli angoli più discreti e appartati dove talora il verde offre - a sorpresa - l'illusione di essere in campagna. Scatti che riprendono i monumenti del centro storico o gli scorci della vecchia Milano, come pure le stazioni e le periferie. 

Ma non è raro che le sue foto fermino anche squarci di vita vissuta, immagini di un'umanità colta al volo nei gesti quotidiani, antiche botteghe simbolo di lunga operosità e tradizione, insieme alla Milano dei tram e dei grattacieli più arditi nelle cui vetrate si specchia il cielo.
E poi ariose prospettive e panorami
dall'alto, che ci regalano il respiro ancora più ampio di una città dove mille vite e mille storie s'intersecano. Una metropoli vista con ogni tempo e in ogni stagione, dal sorgere del sole al tramonto dove la luna gioca tra i pinnacoli del Duomo, fino alla notte che riempie di solitudine e malinconia le strade vuote.

E immergendoci nell'atmosfera della foto qui a lato, vengono in mente le parole di quella canzone di Giorgio Gaber che dice: "Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un pochino più tristi", a restituirci inquieta e pungente la voglia di casa.
Una Milano amata e multiforme, nella quale lo sguardo
di Andrea Cherchi coglie la bellezza dove essa risplende, ma pure dove è nascosta e va cercata nei dettagli che solo l'occhio acuto del fotografo sa scandagliare per farne affiorare la vita oltre le apparenze.

Ma quella di Cherchi è anche la Milano ferita dal Covid che le sue immagini ci testimoniano nella desolazione di certe piazze vuote, così come nella resistenza caparbia di una città che non si lascia domare.

E i suoi scatti sono intrisi di quella poesia che nasce quando cerchiamo la bellezza e la condividiamo con altri perché resti perno e punto fermo del nostro vivere, proprio come fa il fotografo regalandoci ogni giorno - instancabile - il fascino di un gesto, di una strada o di un pezzo di cielo.

Una città che - proprio a causa del Covid - domani avrà una "prima" della Scala diversa da quella tradizionale, ma una Milano che non si arrende e persevera nella volontà di offrire a tutti lo splendore della musica anche in questi giorni difficili. Se non potrà essere un'opera lirica ad inaugurare la stagione scaligera come per il passato, l'evento sarà comunque straordinario e di portata forse ancora più ampia.
Sarà un concerto a platea vuota, ma in realtà con un pubblico molto più vasto, anche se - come ha affermato Riccardo Chailly - "mancherà il momento emotivamente forte di misurarsi con l'intensità degli applausi".
Un segno di resistenza nel nome dell'arte, un ricco programma di musica e non solo, in un percorso verso la speranza. E significativo di tale speranza è il titolo dell'evento, "A riveder le stelle", che ci riconduce all'ultimo verso dell' "Inferno" di Dante e - in sostanza - alla capacità dell'arte di aiutarci ad uscire dai vari inferni che talora ci troviamo ad attraversare.

Così, a questa Milano che tanto amiamo, desidero dedicare un brano di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) in cui il compositore ha fatto riferimento proprio a Dante e alla "Divina Commedia", musicando i versi della celebre preghiera di San Bernardo a Maria nel Canto XXXIII del "Paradiso".

Si tratta del terzo dei "Quattro pezzi sacri" scritti dal musicista intorno al 1890 e intitolato "Laudi alla Vergine Maria" : brano per coro a cappella per quattro voci femminili, due soprani e due contralti.
Una musica davvero celestiale, ricca di passaggi di grande intensità ma anche di leggiadrìa, scritta su quel testo sublime che tutti
conosciamo: "Vergine Madre, figlia del tuo Figlio..." e che potete seguire, verso per verso, nella clip video.

Un canto che mi sembra bello dedicare - alla vigilia della sua festa - alla grande città che vive proprio all'ombra e sotto il manto della sua celebre Madonnina.

Buon ascolto!

venerdì 7 ottobre 2016

Un viso pensoso di fanciulla

Andrea Mantegna: "Presentazione di Gesù al tempio"
Prima di lasciare che i ricordi delle mie scorribande estive svaniscano nella bruma autunnale, desidero regalarvi lo splendore di un dipinto che ho avuto la possibilità di ammirare lo scorso agosto a Berlino.

Si tratta di una tavola di Andrea Mantegna (1431 - 1506), conservata in quello scrigno di tesori pittorici che è la Gemaldegalerie, luogo veramente magico non solo per il pregio delle opere esposte, ma anche perchè ve ne sono numerosissime di artisti italiani. 
Si procede infatti attraverso un itinerario di bellezza che da Giotto conduce al Beato Angelico, a Masaccio, al Mantegna, e poi a Crivelli, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Caravaggio, solo per citare alcuni dei pittori più rappresentativi.  
Una raccolta ben più ampia di quanto riportasse la mia guida e che è stata per me fonte di sorpresa ad ogni sala.  
Che gioia poter contemplare dal vivo la "Dormitio Virginis" di Giotto, incantarsi di fronte al "Trittico del giudizio universale" dell'Angelico o ritrovare predelle di antiche pale d'altare, conosciute solo sui libri di storia dell'arte magari nei lontani tempi del liceo!

Ma torniamo al Mantegna
Insieme alla "Madonna col bambino dormiente" e al "Ritratto del Cardinale Ludovico Trevisan", sono rimasta particolarmente affascinata dalla tavola che raffigura la "Presentazione di Gesù al tempio".
E' un dipinto del quale a tutta prima colpisce la severità, forse per lo sfondo scuro e i colori contrastanti ma non vivaci che vanno dal nero a una svariata gamma di beige.
Ma a restare impressi sono poi i volti dei personaggi che - come sempre in Mantegna - hanno una profonda espressività in cui dolcezza e forza, severità e malinconia si fondono in modo mirabile.  
Sono i contrasti che essi manifestano a costituire - a mio avviso - gli elementi più vivi del quadro, contrasti molteplici che si colgono tra il volto di una giovanissima Maria e quello dell'anziano Simeone, insieme a differenze di sguardi, di espressione, di atteggiamento
Simeone che accoglie il bambino e Maria che sembra trattenere a sè il piccolo col gesto della mano. Il volto barbuto e autorevole del sacerdote, i suoi occhi severi, quasi corrucciati, e quelli della Vergine pensosi e forse un po' smarriti, nel viso di fanciulla che stringe a sè un bimbo avvolto in fasce da morticino.

Una rappresentazione dalla quale traspare un reiterato richiamo alla morte: nella fredda cornice marmorea in cui la scena è inserita, nel Bambino stesso, nel nero dello sfondo ripreso anche dal manto di Maria e nello sguardo di Simeone che sembra attraversarla, mentre le predice che una spada le trapasserà il cuore.
Anche i volti dei personaggi in secondo piano che emergono dall'ombra, riflettono la consapevolezza di un dramma al quale la Vergine pare offrirsi con la semplicità e il candore pensoso del suo volto di fanciulla.
Un dipinto pieno di compostezza e di silenzio, nel quale il rilievo statuario delle figure e i tocchi di raffinatezza nei panneggi damascati, se accrescono la solennità della scena, non distolgono però dalla percezione di un senso di tristezza.
Giovanni Bellini: "Presentazione al tempio"
Atmosfera che risulta ancor più evidente se si confronta questa tavola con quella di Giovanni Bellini qui a lato - conservata a Venezia presso la Fondazione Querini Stampalia - che prende spunto proprio dal Mantegna. L'opera ha infatti una struttura compositiva molto simile, ma tinte vivaci che rivelano una diversa sensibilità luministica e coloristica che si avvicina di più ai caratteri della pittura veneta.

E per passare alla musica, confesso che - prima di scegliere la clip audio - sono stata molto incerta, non perchè manchino composizioni ispirate a Maria, anzi, ma perchè da giorni mi risuonano dentro le note di quel canto sublime e famosissimo che è "La Vergine degli Angeli" tratto da "La forza del destino" di Giuseppe Verdi (1813 - 1901).
Non so se un brano simile si possa accostare a un tema come la presentazione al tempio, probabilmente no. Sarebbe più adatto per una festa dell'Assunzione, magari a commento di uno dei tanti dipinti dove Maria è portata in cielo proprio dagli angeli. 
Ma - lo scrivevo prima - in questi giorni le note del coro verdiano hanno continuato ad avvolgermi con il loro fascino dolce e forte, con la delicatezza dei sottovoce e la potenza dei crescendo.  
Allora eccolo, per voi e per me: un coro lieve come una brezza e intenso come una preghiera. Un canto nato tra le nebbie padane, dolce e forte, pervaso da quella fusione di robustezza e malinconia che è il segreto della musica di Verdi ma che - in fondo - possiamo leggere anche in queste immagini del Mantegna.

Buon ascolto!

martedì 15 ottobre 2013

Emozioni

"Entrano grandi. 
 Escono immortali." 
Così recita il manifesto che nei giorni scorsi pubblicizzava la stagione 2013/2014 del Teatro alla Scala di Milano e penso che non ci siano parole più vere e appropriate per descrivere la parabola artistica ed esistenziale di chi l'ha reso così celebre.

E' stata infatti la sensazione di entrare in contatto con una grandezza che non muore quella che ho provato giovedì 10 ottobre, quando il teatro ha aperto i suoi battenti a chiunque volesse visitarlo. Una splendida occasione che mi ha consentito di accedervi liberamente in coincidenza col bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) e all'interno del complesso di celebrazioni verdiane di questo periodo.

Ho vissuto così un momento di profonda emozione, in un luogo capace di toccare il cuore di ogni persona superando tempi e mode, perchè più che mai abitato dall'anima di chi lo ha reso grande.
Un luogo che ha assorbito l'incanto della musica a tal punto che la passione di chi le ha dato vita sembra esservisi materializzata per magìa.
Questo è ciò che ho percepito aggirandomi prima nel foyer, poi affacciandomi dai vari palchi a contemplare lo spettacolo del teatro stesso, a scattare furtivamente una foto (ma rigorosamente senza flash!), mentre dallo schermo allestito nel ridotto si diffondevano immagini e note delle più prestigiose esecuzioni della Messa da Requiem di Verdi.

Certo, alla Scala ero già stata in altre occasioni e assistere ad un'opera o ad un concerto è un'esperienza indubbiamente più ricca che consente di vivere in pienezza tutto il fascino del teatro.
La prima volta ero andata con la scuola a vedere il "Faust" di Gounod. 
Avevo sedici anni, l'abitino elegante delle grandi occasioni e gli occhi sgranati dalla sorpresa mentre, da un palco vicino all'orchestra, seguivo la direzione appassionata di Georges Pretre e un'incantevole Mirella Freni nel ruolo di Margherita.
Ma anche giovedì scorso - nonostante l'ambiente non mi fosse nuovo - non riuscivo a non provare stupore in mezzo a tanta altra gente, tanti altri volti sui quali leggevo riflessa la mia stessa gioia.
Era l'emozione di potersi aggirare tra i palchi come tra le stanze di casa propria, di riconoscere all'interno del museo i ritratti di musicisti e interpreti - Verdi, Donizetti, Puccini e poi Toscanini, la Callas, la Tebaldi.... - come fossero immagini di famiglia, di parenti neppure troppo lontani ai quali la musica ci aveva legato in modo indissolubile rendendoli ormai nostri. 

O forse ero io che non riuscivo a non sorridere, tanto mi sentivo ricolmata di commozione osservando ogni oggetto e ogni arredo cui mi pareva che la musica avesse conferito una sorta di sacralità. Dall'antica spinetta che porta dipinta la scritta ammonitrice: "Indocta manus, noli me tangere!" al pianoforte di Liszt o ai dipinti che celebrano Giuseppe Verdi, colui che - come scrisse mirabilmente il D'Annunzio - "pianse ed amò per tutti".

E di Verdi, appunto, desidero condividere qui un brano della "Messa da Requiem" : il potentissimo "Rex tremendae majestatis", in un allestimento che vede sul palcoscenico dei protagonisti d'eccezione proprio dal Teatro alla Scala.
E se essa è un luogo il cui solo nome è una consacrazione di grandezza per gli artisti che vi sono entrati e per coloro che ancora vi entreranno, a sua volta è divenuta grande proprio grazie ad essi e a quanti nel tempo hanno offerto e offrono al mondo un contributo di appassionato amore per la musica.
Un amore capace di regalarci anche in una battuta di poche note lo splendore dell'universo intero.
Un amore che si trasmette come un vivissimo DNA, da anima a anima, a tutti noi.

Buon ascolto! 

giovedì 27 gennaio 2011

Memorie

Ho sempre pensato che una delle più importanti facoltà dell’uomo, anzi forse proprio la più importante e preziosa - più ancora dell’intelligenza o della sensibilità - sia la memoria.
Senza la possibilità di ricordare infatti, non resterebbe in noi segno alcuno non solo degli eventi della storia, ma neppure di noi stessi.
Senza la memoria non saremmo in grado di riconoscere i volti di coloro che amiamo e la rete di sentimenti che ad essi ci lega. Non sapremmo neppure chi siamo, non potremmo scaldare il cuore al calore dei ricordi, nè ritrovare quel sorriso interiore dato dalla consapevolezza di possedere una ricchezza di cui essere grati.
Ma non ci si può portare sempre dentro tutto, e anche le memorie talora vanno sottoposte a un processo di selezione, perché lo spessore dei ricordi possa diventare luce e non fardello insostenibile al nostro andare. Ci possono essere infatti memorie dolorose che, a un certo punto, è bene gettarsi dietro le spalle : ricordi che, a volte, coltivano solo rancore e ci vedono per così dire seduti sulla riva del fiume ad aspettare il cadavere del nemico.
Esistono tuttavia memorie altrettanto dolorose che, al contrario, vanno tenute vive perché ricordano quanta fragilità abita il nostro cuore e quanto è breve il passo perché l'essere umano si trasformi in una creatura diabolica. A volte il confine è labile, la linea sottile, il cammino insidioso anche oggi, forse più di quanto pensiamo; a volte, per entrare “nella selva oscura” basta che l'uomo sia solo “pien di sonno”, il sonno dell’indifferenza, della dimenticanza o della ragione.
Per questo, anche qui tra le mie piccole pagine, desidero celebrare oggi, 27 gennaio, il "Giorno della Memoria".
E se ri-cor-dare non è atto puramente mnemonico, ma significa restituire al cuore, ha senso affidare tale ricordo alla voce della musica che sempre sa parlare al cuore e riempirci l’anima della sua bellezza permettendoci di riscoprire - contro ogni barbarie - i tratti dell’angelo che, nel segreto, ci abita.
Ci accompagna il sublime e intensissimo “Lacrimosa” dal “Requiem” di Verdi di cui proprio oggi ricorre l'anniversario della morte.
Buon ascolto!