Visualizzazione post con etichetta Haydn. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Haydn. Mostra tutti i post

giovedì 23 aprile 2026

Con lo sguardo e col sorriso

Non è stata solo la mia passione per Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) a farmi scegliere il video di oggi. In effetti, avevo già pubblicato diversi anni fa il brano che esso riporta, ma questa volta c'è un'interessante novità che a suo tempo avevo trascurato scegliendo un'esecuzione che esaltasse solo la vivacità e lo splendore del pezzo. Così non avevo fatto caso a certe registrazioni live che si soffermano anche sulla direzione in tutta la sua affascinante gestualità.

Allora rimedio oggi, ripresentandovi con immensa gioia il quarto movimento, "Allegro con spirito", dalla "Sinfonia n.88 in Sol Maggiore" del nostro amico Franz Joseph. La gioia, del resto, è una delle caratteristiche precipue di tanta sua musica e questo è forse uno dei brani più rappresentativi a tale riguardo, ricco di una freschezza e di un'ammiccante vivacità che, per certi aspetti, possono ricordare Mozart. Ma vengo alla parte più importante di questo post: la direzione del grande Leonard Bernstein (1918 - 1990). 

Sappiamo tutti che, al di là delle regole base della direzione orchestrale - dare il tempo, gli attacchi, le dinamiche e soprattutto stabilire un'intesa con chi suona - ogni Maestro ha poi un suo stile che si esprime nei gesti delle mani, nell'espressione del viso e talora nei movimenti di tutto il corpo. 
C'è chi usa la bacchetta e chi no, e come non ricordare Gergiev, famoso per sostituirla con uno...
stuzzicadenti? C'è chi sul podio è energico e scattante, chi si limita a pacati movimenti delle braccia e chi dirige certo con le mani, ma soprattutto con gli occhi. Dalla vivacità di Dudamel all'eleganza di Kleiber allo sguardo di acciaio di Karajan - solo per fare qualche esempio - tutti abbiamo spesso notato tali differenze. 

Ma al di là dei gesti, a volte plateali e altrove più misurati, ciò che affascina lo spettatore è spesso la gioia che essi esprimono, il gusto per la musica assaporata in ogni minimo passaggio cui l'orchestra dà forma. E vi si coglie una fusione di anime: da quella del compositore che ci parla dalla partitura a quella del direttore e degli orchestrali che la interpretano, fino al pubblico che, coi suoi silenzi o col suo entusiasmo, diventa parte attiva di una vita che fiorisce in una sorta di circolarità.

E Bernstein? La sua passione nel dirigere, da immenso direttore qual è stato, ha sempre coinvolto orchestrali e pubblico, ma il video di oggi ce lo mostra in maniera ancora più singolare. Troverete il finale della Sinfonia di Haydn eseguito due volte di seguito. Nella prima Bernstein dirige con la consueta eleganza talora quasi danzante che coinvolge tutto il corpo; ma nella seconda resta fermo, senza muovere mani nè bacchetta, ma solo gli occhi. 

E qui sta il bello perchè la sua espressione, nel seguire lo sviluppo e il ritmo del brano dando insieme l'attacco ai vari strumenti, si fa ora giocosa, ora ammiccante, ora seducente, ora spensierata e briosa o per qualche attimo ombrosa e scura. Non è solo competenza musicale quella che vediamo, ma vi cogliamo insieme la personalità di Bernstein, la sua originalità, il suo garbo e la sua ricchezza interpretativa. Questo ci suggerisce che il dato essenziale del dirigere è immergersi nella musica stabilendo un'intesa con chi suona non solo per guidarlo in una corretta esecuzione del pezzo, ma per condividere una passione che non è elemento accessorio, ma assolutamente essenziale! 

Certo, dirigere comporta anche fatica fisica, ma divenire una cosa sola con la musica è gioia impagabile. Lo vediamo dal modo in cui Bernstein guida l'orchestra col sorriso e con lo sguardo insieme ad un'emozione che si trasmette a tutti, simile a un'onda che si allarga a dismisura raggiungendo anche chi - come noi - sta dietro lo schermo di un computer. 

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

sabato 28 marzo 2026

Paradisi gloria














 

 

 

Non so se, in alto loco, perdoneranno il mo ritardo nel celebrare qui la festa dell'Annunciazione che cadeva il 25 marzo. Ma confido nella larghezza di cuore di quanti vivono ormai al di là delle esigenze del calendario. 
Così oggi vi presento Maria e l'Angelo in un dipinto di Dominikos Theotokopulos, più conosciuto come El Greco (1541 -
1614), artista di origine cretese ma vissuto anche in Italia dove è venuto a contatto col colorismo veneziano e poi in Spagna dove ha lavorato alla corte di Filippo II.

Pittore originalissimo, il cui stile predilige figure sinuose e allungate e una luce intensamente drammatica che talora può ricordare il Tintoretto, El Greco si distingue anche per tratti di notevole modernità rispetto al periodo in cui opera. Per rendersene conto basta osservare qui a lato la "Veduta di Toledo", dipinto molto rappresentativo sul quale tornerò in futuro. 
Non sapessimo che è stato realizzato nel 1610,
forse lo scambieremmo per un'opera di Cézanne o magari di Kandinsky.
Oltre ad una dimensione visionaria, infatti,
leggiamo nell'artista un predominio del colore sulle linee e una deformazione espressionistica volta a lasciare in secondo piano il realismo dell'oggetto raffigurato, per far emergere i sentimenti e le emozioni che esso può suscitare.

Così è anche per l' "Annunciazione" che vedete, conservata al Museo Thyssen Bornemisza di Madrid. Lo testimoniano le figure allungate, l'espressione estatica di Maria insieme all'atmosfera di misticismo, i contrasti luministici, ma direi soprattutto l'ambientazione in uno spazio più che mai visionario nel quale universo terreno e ultraterreno si fondono. 












C'è la corte celeste ad assistere all'annunzio portato alla Vergine, tra cherubini sotto e angeli musicanti sopra le nuvole, come potete osservare dalle foto. Una corte celeste che mi fa sempre pensare a quel Sermone di San Bernardo che ho già citato altre volte, nel quale il Santo immagina che tutta la creazione in cielo e in terra sia rimasta per un attimo col fiato sospeso in attesa del di Maria. 
Tecnicamente, gli angeli musicanti sono raffigurati in una sorta di folla confusa 
che, se rende il dipinto diverso dai concerti talora un po' ieratici degli artisti del passato, testimonia però la capacità del pittore di ambientare liberamente le figure nello spazio secondo la lezione del Barocco di cui siamo solo alle soglie. L'opera infatti è stata realizzata tra il 1596 e il 1600.

Interessanti anche le pennellate di colore sommarie, veloci e modernissime nei raggi che escono dalla colomba dello Spirito Santo che vedete qui a lato insieme a frotte di cherubini. Se ne sarà ricordato William Congdon nel realizzare alcune sue opere come la Natività?...
Ma colpisce anche l'espressività dei gesti dell'Angelo e
di Maria che ci restituiscono lo spessore dell'evento: una fanciulla estatica ma anche turbata, che forse intuisce - e certo intuirà in futuro meditando le Scritture e mettendo assieme i pezzi di quanto le accade - il destino di morte e resurrezione di Colui che deve nascere.

Proprio per questo - ma anche in considerazione della vicina Settimana Santa - nella scelta del brano di musica non ho pensato ad un "Et incarnatus est" come talora ho fatto in passato, ma allo "Stabat Mater" che Franz Joseph Haydn ha scritto nel 1767, e in particolare al "Quando corpus morietur".

Si tratta del movimento finale della composizione, che in realtà unisce due tempi caratterizzati da tratti musicali molto diversi: il "Quando corpus morietur" lento, cupo e struggente nella tonalità di Sol minore, e il "Paradisi gloria" decisamente vivace in un luminoso Sol maggiore. Vi si alternano solisti, coro e la voce del soprano che si fa ancora più smagliante in alcuni passaggi di coloratura.

Anche la struttura è differente: il primo è un Largo assai il cui tema iniziale può ricordare il celebre "Quando corpus morietur" che Pergolesi aveva scritto circa trent'anni prima e al quale forse anche Rossini si sarà ispirato nel 1842. 
È un pezzo meditativo che apre uno squarcio drammatico sulla realtà della morte, ma che non si ferma lì perchè il testo dello Stabat Mater - ricordiamo, attribuito a Jacopone da Todi (1208 - 1306) - prosegue con "fac ut animae donetur Paradisi gloria".

Così, la seconda sezione del brano - il "Paradisi gloria" seguito dall'Amen conclusivo - apre a una speranza che musicalmente Haydn ci restituisce attraverso una fuga grandiosa e scintillante che inizia dai bassi procedendo su su verso l'alto fino ai soprani. Una speranza ribadita con profonda convinzione in quel Paradisi perfettamente scandito - a ogni sillaba una nota - e insieme attraverso la durata che il compositore attribuisce al pezzo rendendolo più ampio del precedente. 
Il brano va poi a concludersi con le voci di tutti, in una coralità che ci fa percepire
gioiosamente ciò che l'Annunciazione prefigura.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web) 


martedì 6 maggio 2025

Il soffio ludico della creazione

Credo di averlo detto altre volte: nutro una profonda gratitudine per Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
Ma lo ribadisco ancora perchè le
sue note continuano a regalarmi una percezione che mi restituisce a me stessa, insieme a uno sguardo entrando nel quale posso cogliere lo splendore dell'esistenza. E lo fanno con quella intensa e gioiosa energia che sa volgere in positivo uno stato d'animo cupo o incerto, esercitando una vera e propria terapia interiore.
Certo, ciò accade con i tanti altri musicisti che negli anni ho apprezzato a cominciare da Bach e Mozart.
Ma vale anche per Haydn che mi è stato materialmente compagno di viaggio in diverse occasioni. Ne avevo già parlato qui, ma oggi mi permetto di aggiungere cosa a cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torno così a quel monumento musicale che è "La Creazione" che ho ascoltato assiduamente in anni lontani e della quale avevo già scritto in questo post.
Come dicevo in passato, si tratta di un oratorio per soli, coro e orchestra in cui
Haydn ha musicato un testo che fa riferimento al racconto biblico della Genesi, ad alcuni Salmi e al "Paradiso perduto" di Milton. Oggi desidero condividerne con voi altri due brani e in particolare il Trio "In holder Anmut stehn" e il successivo Coro "Der Herr ist groß in seiner macht" presi dal quinto giorno della creazione.

Purtroppo, pur essendo pezzi vicini non ho trovato un'unica clip che li riportasse insieme, così ne ho pubblicate due. Ma in entrambe, la splendida voce di Kathleen Battle sotto la direzione di Levine ci restituisce una morbidezza rara che dell'evento ci fa percepire la grandezza e al tempo stesso la mozione gioiosa.

Ma perchè ho scelto questi brani? Che cosa mi ha suggestionato in essi?
È una storia che nasce da lontano, dal giorno in cui mi sono imbattuta nel Salmo 104 in cui si loda Dio artefice del creato nella sua magnificenza di acque, terre, astri, monti, piante, animali e via dicendo. Ma al versetto 26, a proposito del mare grande e immenso, si dice: 

"Là viaggiano le navi e nuota il Leviatano che hai creato perchè vi si diverta".

È qui che sono rimasta con tanto d'occhi: nuota il leviatano che hai creato... PERCHE' VI SI DIVERTA???...Ma ho letto bene??? Ho cercato allora un'altra traduzione, ma diceva addirittura: "...PER  SCHERZARE  IN  ESSO" e ancora "il Leviatàn che tu hai plasmato PER  GIOCARE  CON LUI" !!!

Ora, sappiamo tutti - senza scomodare la lettura in chiave politica di Hobbs o altre interpretazioni allegoriche - che, nella tradizione biblica e non solo, il Leviatano è il feroce mostro marino simbolo del male, del caos primordiale, della potenza senza controllo, identificato talora con un dinosauro o un coccodrillo o un drago. Qualcosa insomma che incute il massimo del terrore, quasi fosse la bocca dell'inferno spalancata come appare in alcune miniature medioevali.
Scoprire invece che le parole del Salmo 104 ci dicono che Dio lo domina con una
tranquillità senza paragoni è stata per me fonte di profondo stupore, non perchè avessi dubbi sull'onnipotenza divina, ma perchè nel Salmo quest'idea è espressa con sorridente, ludica leggerezza, quella di chi ha vinto la paura!!!

Certo, ci muoviamo in un contesto in cui le parole del salmista non hanno pretesa di scientificità, ma quella che ci offrono è la prospettiva di un credente. I cenni al divertimento del Leviatano e a tale aspetto ludico della creazione hanno infatti lo scopo di sottolineare la potenza divina e il suo pieno controllo su ogni cosa, tanto da lasciare che le creature esistano con tranquillità, ciascuna a suo modo.
Ed è proprio questa incredibile larghezza di cuore - non saprei come definirla altrimenti - che mi ha folgorato perchè io da un mostro, dentro o fuori di me, sarei terrorizzata e lo terrei dietro le sbarre chiuso a doppia mandata di chiave. Il salmista invece afferma che Dio lo domina al punto da lasciarlo essere, senza paura alcuna. Fantastico!

Naturalmente, ho pensato subito in quale musica avrei potuto trovare una descrizione simile a quella del Salmo 104 e sono approdata così ai due pezzi dalla Creazione di Haydn che vi riporto. Il primo - il trio dove cantano a turno i tre arcangeli Gabriel (soprano), Uriel (tenore) e Raphael (basso) - elenca le opere create da Dio: colline, acque, uccelli, pesci, ciascuno con la propria bellezza. E a un certo punto, come recita il testo, "Vom tiefsten Meeresgrund Wälzet sich Leviathan Auf schäumender Well' empor" : dal profondo del mare emerge Leviatan sull'onda schiumosa.
Qui, dopo la morbida voce della soprano e quella energica del tenore, spetta a
quella più profonda del basso far risalire il Leviatano dall'abisso e sono proprio le note a darcene la viva percezione a 2,46 dall'inizio. 

Interessante notare la scala ascendente che indica l'affiorare del mostro in superficie, seguita subito dal salto di ottava discendente per significare che viene dal profondo. Come potete osservare, è proprio sulla parola Leviathan che si raggiunge la nota più alta per poi scendere mentre, se ci fate caso, l'orchestra riproduce il fremito delle acque mosse dall'emergere del mostro. Magnifico! E il senso di tale magnificenza ce lo offre la dolcezza con cui i tre arcangeli commentano subito dopo le opere create da Dio, Leviatano compreso: "Wie viel sind deiner Werk', o Gott! Wer fasset ihre Zahl?", quante sono le Tue opere, oh Dio! Chi può enumerarle? 

A questo punto, come risposta immediata a tale domanda si apre il secondo brano in cui solisti e coro prorompono in un vivacissimo inno di lode sulle parole "Der Herr ist groß in seiner Macht, Und ewig bleibt sein Ruhm": il Signore è grande nella Sua onnipotenza e la Sua gloria rimane per sempre.
Ascoltatelo e lasciatevene entusiasmare perchè - come scrivevo all'inizio - è ricco di
quel soffio di gioiosa energia capace di dissipare la tristezza cambiando il nostro sguardo interiore. 

Proprio lo stesso impulso festoso ho trovato nel dipinto del Tintoretto intitolato "La creazione degli animali" che vedete nelle immagini.
L'artista vi ha riprodotto infatti la tensione e l'impeto della corsa di pesci, volatili e
altri esseri viventi che sembrano slanciarsi gioiosamente nell'esistenza come se un vento li spingesse, incoraggiati dalla splendida mano benedicente di Dio Padre.
Il quale Dio ci appare quasi in volo, proteso nel movimento creativo che tutto coinvolge come a
dire: andate, crescete, moltiplicatevi, popolate la terra e - perchè no? - divertitevi!

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)



domenica 7 aprile 2024

Un caffè con Haydn

È possibile diventare amici senza conoscersi?
Intendo dire senza essersi mai visti,
 incontrati e parlati neppure dietro lo schermo di un computer dove - in realtà - possono nascere schiette amicizie sulla scorta di affinità di gusti, storie personali e via dicendo.
Si può?...
E se tra noi e l'altra persona ci fossero di mezzo dei secoli,
potrebbe sussistere ugualmente un rapporto tale da essere definito amicizia o almeno da somigliarle?

Se pensiamo alla passione che sanno suscitare in noi artisti, letterati, filosofi e tante figure del passato conosciute magari sui banchi di scuola e delle quali poi abbiamo approfondito la conoscenza e sperimentato l'aiuto, la risposta è sicuramente positiva. Al loro pensiero o al loro genio abbiamo attinto per nutrirci fino a stabilire talora una familiarità che ce le ha rese vicine. E se da un lato manca quella dimensione di quotidianità per cui non possiamo scambiarci un sorriso o incontrarci a bere un caffè, dall'altro è nato ugualmente un rapporto significativo. Magari non proprio paragonabile in tutto e per tutto all'amicizia; tuttavia profondo, duraturo e in certi casi anche più grande dell'amicizia stessa.

Ho in mente per esempio il Machiavelli che, nella lettera del 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori, raccontando i passatempi con cui occupa le giornate mentre si trova al confino, parla dei momenti serali in cui si dedica allo studio delle opere dei grandi del passato. Parole celebri quanto commoventi che riporto qui:

"Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro."

Un domandare e un rispondere, quello di cui parla il Machiavelli, un dialogare che è frutto splendido della cultura intesa prima di tutto come incontro - "tutto mi transferisco in loro" - capace di superare il tempo e offrire ristoro alla mente e all'anima. Ma ciò che vale per la poesia, la filosofia o la scienza si verifica anche con la musica che, in modo ancor più immediato delle parole, nutre il nostro cuore con la multiforme bellezza delle note. Scatta così con i musicisti più amati una familiarità capace di oltrepassare i secoli e accompagnarci nelle vicende quotidiane. 

Tutto questo discorsino per arrivare a un autore che qui conoscete da tempo, ma che io ho scoperto da adulta, ritrovandolo sul mio cammino in alcuni particolari momenti. Parlo di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
In gioventù, avevo ascoltato poco di lui: i movimenti più celebri di due sinfonie - "La
pendola" e "La sorpresa" - delle 104 (!) che ha scritto; e in seguito il toccante Poco adagio, cantabile del "Kaiserquartett", affascinante tema con variazioni diventato poi l'inno nazionale tedesco. Ma il bello della mia passione per Haydn doveva ancora arrivare.

Ero nel Duomo di Salisburgo anni dopo, quando ho sentito per la prima volta la sua "Mariazellermesse" : un ascolto a sorpresa perchè ero entrata per la Messa domenicale senza sapere che coincideva col concerto conclusivo del celebre festival della città. Nella chiesa gremita all'inverosimile avevo trovato posto solo sui gradini di una cappella laterale e lì le note del compositore, cantate da due corali, mi avevano preso fino alla commozione. Tornata a casa, avevo cercato il cd - youtube non esisteva ancora - ma il brano era in ristampa e avevo dovuto aspettare a lungo. Poi, quando finalmente è uscito, mi è parso di entrare in possesso di un tesoro.

Diverso tempo dopo, gli oratori "La Creazione" e "Le Stagioni" mi hanno fatto compagnia in un periodo difficile. Li ascoltavo alle sette del mattino, nei 40 minuti di pullman che separavano casa mia, dove avevo familiari malati, dal posto di lavoro. Salivo, mi sedevo, infilavo gli auricolari del walkman e partivo per un viaggio rigenerante in cui i brani di Haydn - ora grandiosi, ora più intimi - mi portavano altrove risanandomi interiormente.
Era stata una vera e propria musicoterapia, come se quelle note
avessero saputo ancor prima di me di che cosa avevo bisogno. Mi pareva infatti di riceverne non solo serenità interiore, ma insieme benessere fisico.
Come non esserne grata, allora, e non avvertire la vicinanza del compositore che
  entrava così nei gesti della mia quotidianità sostanziandola di rinnovata energia?
Gesti di ogni giorno sì, come la vita ordinaria che Haydn ha descritto in certe
sinfonie e che si evince da alcuni titoli quali: Il maestro di scuola, La gallina, Il fuoco, Il mattino, Il mezzogiorno, La sera, La caccia, La pendola, Gli addii, La sorpresa... tranquilli, mi fermo!

Allora oggi, in sintonia con quella quotidianità che ci vede all'inizio della primavera e apre le nostre giornate alla luce, mi piace condividere il primo movimento, Adagio-Allegro, della "Sinfonia n.6 in Re maggiore" detta "Le matin". Il suo esordio infatti ha proprio la luminosità del mattino e mi colpisce per due aspetti.
Il primo è l'introduzione che, dal pianissimo iniziale, raggiunge toni sempre più
grandiosi paragonabili al sorgere del sole, come accadrà poi in modo più articolato e maestoso nel brano di apertura de "La Creazione" dove dal caos appare la luce. Il secondo è l'attacco del flauto che, seguito dalla pronta risposta dell'oboe, sembra riprodurre il cinguettìo degli uccelli.

Poi il pezzo prosegue con freschezza primaverile e con quel garbo festoso tipico di tanta musica settecentesca, sviluppandosi intorno a un tema che riecheggerà in futuro in due sinfonie di Beethoven che tra i suoi maestri ha avuto anche Haydn. Ascoltate la melodia che esordisce a 1.05 dall'inizio e va poi ripetendosi in un energico Re maggiore: re la - fa re la...
Vi ricorda qualcosa? In una tonalità diversa e in un clima non così leggero come quello
di Haydn, a me vengono in mente due riferimenti. Il primo è il tema iniziale dell'Eroica, e qui i sacri testi di musica mi danno ragione; il secondo è l'aria su cui è costruito l'ultimo movimento della Pastorale. Qui i sacri testi tacciono: in effetti sono ritmi differenti, ma la somiglianza io la sento lo stesso.
E a proposito della vicinanza del compositore alla nostra vita, mi piace concludere
ricordando le considerazioni scritte da Haydn in una lettera:

"Spesso, quando sono in lotta con ostacoli di ogni genere, quando le forze declinano e mi è divenuto difficile perseverare nella via intrapresa, un sentimento segreto mi sussurra: vi sono quaggiù così pochi uomini lieti e contenti, dappertutto è dolore e angoscia; forse il tuo lavoro potrà essere qualche volta una fonte alla quale chi è oppresso dall'angoscia possa attingere per un istante un sollievo".  

Bella l'intenzione di intrecciare la sua musica all'esistenza di chi ascolta per dare sollievo! Proprio come un amico dal quale si riceve conforto in un momento di pausa, magari davanti a una tazzina di caffè.

Buon ascolto!

(La foto è mia, perchè oggi offro io!)

 

venerdì 22 marzo 2024

Specchi d'acqua - 3

Masolino da Panicale  : "Battesimo di Cristo" - Castiglione Olona
Nella carrellata di opere nelle quali - dal Medioevo in poi - i vari pittori hanno raffigurato degli specchi d'acqua riportando i tratti di un evento o all'interno di una descrizione di paesaggio, non possono mancare i fiumi. E come già ricordavo il mese scorso, è in particolare il Giordano ad essere stato rappresentato nei numerosi dipinti del "Battesimo di Cristo" che troviamo  soprattutto nei periodi in cui i temi pittorici erano in gran parte religiosi, anche se non manca qualche esempio più vicino a noi.
L'argomento infatti ricorre spesso nella pittura del passato, anche se in diverse opere il fiume non è
in evidenza con quella chiarezza che consente di coglierne caratteri e suggerire confronti con altri artisti. Per questo, tralascerò autori anche molto importanti quali Verrocchio, Leonardo, Raffaello, Lorenzo Lotto, Mantegna, El Greco e altri ancora, limitandomi a una breve carrellata delle opere che mi sono parse più idonee a far risaltare alcune differenze.

Anonimo del XIII sec. : "Battesimo di Cristo", Basilica di San Marco - Venezia













Consideriamo prima di tutto che la raffigurazione di uno specchio d'acqua è legata a quella del paesaggio. Come questo muta nel tempo non solo per i tratti più o meno naturalistici o fantasiosi, morbidi o stilizzati con cui è riprodotto, ma insieme per lo spazio che ad esso è dato nelle varie opere, così è anche di un corso d'acqua.
Lo dimostra uno dei più antichi esempi di "Battesimo di Cristo": il mosaico del XIII
secolo riportato qui sopra di un Anonimo del XIII secolo.
La stessa schematicità fantasiosa ed essenziale che troviamo nella raffigurazione
delle montagne e degli alberi è anche nelle onde del fiume: strisce sinuose e oblique nelle quali sono visibili i pesci oltre che una figura umana. Una schematicità tuttavia affascinante che, insieme al fondo oro, può ricordare le icone bizantine. 

Diversa nei tratti, seppure ancora in parte inverosimile, la rappresentazione delle onde nell'affresco dei primi del Quattrocento che vedete qui a lato e che ho già riportato altrove: opera attribuita al Maestro di San Bassiano e conservata nella chiesa di San Francesco a Lodi.
Ma tali esempi saranno superati ben presto da un'
iconografia ispirata ad un più marcato realismo e alla capacità di rendere le linee con tratti più plastici e sfumati.

Interessante fase di passaggio tra questi modi differenti di riprodurre il mondo delle acque, è costituita dalle opere di due pittori che - per quanto siano vissuti a un secolo di distanza - hanno trattato il tema del Battesimo con caratteri per certi aspetti simili: Giotto (1267 - 1337) e Masolino da Panicale (1383 - 1440).

Il fiume in entrambi i dipinti - quello di Giotto in un dettaglio qui a lato e quello di Masolino in grande in alto - è una distesa di onde verdi dalle quali traspare il corpo di Gesù che vi è parzialmente immerso.
Tratti senza dubbio più realistici, così come
l'impostazione prospettica che - per quanto approssimativa e ancora lontana dai calcoli matematici del pieno Quattrocento - ha comunque una sua efficacia.
Lo vediamo in particolare nell'opera di Masolino dove
è proprio il Giordano a segnare la profondità col suo andamento un po' sinuoso che si delinea dietro la vera e propria scena del Battesimo.

Tuttavia, la rivoluzione più significativa avviene con Piero della Francesca (1412ca. - 1492) al quale si ispireranno poi numerosi artisti rinascimentali.

Piero della Francesca: "Battesimo di Cristo" (part.) - Londra, National Gallery

Nella sua celebre tavola, l'acqua è davvero uno specchio e - se ci fate caso - l'ansa del Giordano riflette con grande limpidezza il cielo chiaro, le nuvole, la vegetazione e il colore vivace degli abiti di alcuni personaggi in secondo piano.
Un altro mondo rispetto al passato: un mondo fatto di
immobilità, compostezza e toni delicati che caratterizzano tutte le figure del dipinto, come si può osservare nell'immagine qui a lato.

Successivamente, numerosi altri pittori hanno rappresentato il fiume seguendo la stessa iconografia, ma conferendo al tratto pittorico morbidezza e plasticismo via via sempre maggiori.
Osserviamo qui sotto il particolare del "Battesimo di Cristo" del Perugino (1446 - 1523) e poi la foto dell'intero dipinto. 

Perugino: "Battesimo di Cristo"  (part.) - Kunsthistorisches Museum, Vienna

Se il dettaglio mette in luce la trasparenza dell'acqua e una rappresentazione sempre più realistica del fiume insieme alla vegetazione sulle sue sponde, vista nella sua interezza la tavola mostra tutta la lunghezza del Giordano col suo andamento sinuoso che diventa elemento portante del paesaggio segnando con molta verosimiglianza la prospettiva. 

La medesima caratteristica si può riscontrare anche nell'opera realizzata sempre dal Perugino sullo stesso tema e conservata nella Cappella Sistina in Vaticano, della quale ho riportato qui sotto un dettaglio della parte centrale.
Sono visibili distintamente le anse chiare e
serpeggianti del fiume che l'artista ha disegnato fino in fondo, a individuare la vastità di un panorama sempre più ricco di figure, edifici e vegetazione.

Proprio come scrivevo sopra, la rappresentazione dell'acqua si inquadra in quella del paesaggio che, col passare del tempo, non è più solo elemento secondario e accessorio, ma spazio al quale viene riservata sempre maggiore ampiezza.

Lo dimostrano i due dipinti successivi nei quali è evidente l'inversione di tendenza che si verifica nel rapporto tra figura umana e natura circostante. Se infatti nel Medioevo quest'ultima faceva solo da cornice, sia pure splendida, al tema rappresentato, col tempo essa prenderà sempre più spazio arricchendosi di affascinanti particolari. Saranno paesi, castelli, boschi e sull'acqua imbarcazioni o animali che talora - al di là di alcuni elementi di valore simbolico - poco hanno a che vedere con l'argomento del quadro, ma molto con la volontà di una riproduzione realistica dell'ambiente. Senza contare poi il fatto che, spesso, tale ambiente non è quello della Palestina, ma si ispira alla morfologia delle regioni di origine dei diversi artisti.

Maestro dell'Adorazione di Groote: "Battesimo di Cristo" - Collezione della Banca d'Italia  
 
Lo si osserva bene, a mio avviso, nella tavola che vedete qui sopra, attribuita al cosiddetto Maestro dell'Adorazione di Groote, artista fiammingo che opera agli inizi del Cinquecento. Qui, il rapporto tra figure umane e paesaggio è completamente capovolto rispetto al passato, e in mezzo a un panorama montuoso ampio e variato, tali figure risultano molto più piccole. Il fiume poi è un incantevole specchio d'acqua che disegna con grazia l'andamento del paesaggio, riflettendone le tinte giocate su sfumature di verde ora chiaro, ora più cupo. Non mancano inoltre splendidi particolari come nel dettaglio qui a lato: una felce che cresce sulla riva e due anatrelle che nuotano tranquille. 
Altrettanto significativo il quadro che vedete qui accanto. Si tratta del "Battesimo di Cristo" di Cima da Conegliano (1459 - 1517), conservato nella chiesa di San Giovanni in Bragora a Venezia e costruito con la stessa iconografia di tante opere coeve in cui la ricca natura circostante è raffigurata in una morbida atmosfera di serenità. Ma tale serenità tipicamente rinascimentale lascerà presto il posto a un clima pittorico molto differente, per svariati fattori tra i quali la diversa concezione della luce che si affermerà da Caravaggio in poi. Tuttavia prima ancora di lui, i mutamenti in atto sono già evidenti nel quadro riportato qui di seguito: il "Battesimo di Cristo" del Tintoretto (1518 - 1594) conservato a Venezia presso la Scuola Grande di San Rocco.
Ciò che colpisce è la grande drammaticità con cui è trattato il tema, una drammaticità che sembra quasi preludere alla Passione e che si riflette anche sull'ambiente e sulla rappresentazione del fiume. Le onde - a ben guardare molto realistiche - compaiono infatti dal buio per fugaci e improvvisi bagliori, in un clima fumoso e onirico che caratterizza diverse altre opere dell'artista. Ma sono soprattutto i forti contrasti luministici e le tinte scure e qua e là rossastre della composizione a conferire una patina di tragicità a quello che dovrebbe essere invece un evento gioioso.  
 
E per passare finalmente alla musica, ho preferito ispirarmi alla serenità dei dipinti precedenti scegliendo un pezzo di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) : il "Largo cantabile" dal "Concerto per pianoforte in Fa Maggiore n.3 Hob XVIII". 
Mi sono presa la briga - come del resto faccio spesso - di andare a vederne sul web la partitura: un modo - per così dire - di guardare negli occhi il brano osservandone tempo, dinamiche, abbellimenti e organico orchestrale. 
Così ho scoperto una composizione dalla scrittura nitidissima, di una chiarezza quasi mozartiana. E in effetti alcuni passaggi possono essere proprio assimilati a quelli del genio di Salisburgo. 
Originale l'introduzione che si apre su di una delicata melodia del violino solista. Di conseguenza sorprende - subito dopo - l'esordio del pianoforte che riprende la stessa melodia dolcemente ritmata e arricchita, qua e là, da una serie di trilli e abbellimenti. Sono proprio questi a condurci in un'atmosfera che sembra quasi imitare la scorrevolezza fluida dell'acqua, fatta di sonorità liquide e luminose in una sorta di affascinante sinestesia che ci cattura con garbo.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

lunedì 24 luglio 2023

Le mie città - 7

Norberto Proietti : "La Basilica superiore"

 








 

 

 


Ci sono città la cui particolare atmosfera non è solo quella che cogliamo all'interno
della loro cinta urbana o nei diversi quartieri, ma è un'aura che si estende anche al territorio circostante fondendosi col carattere di altri borghi vicini e con la natura della regione. Sono aspetti ricorrenti come fili che legano architetture, paesaggio e ritmi di vita in un insieme inscindibile. E se ciò può essere vero per tanti luoghi, penso che lo sia in modo particolare per molte località umbre che - per quanto tra loro differenti - offrono tutte allo sguardo e all'anima uno spettacolo di inimitabile pace con la pietra antica dei loro edifici immersa nel verde e nel silenzio.

Allora, tra le mie città, come non annoverare Assisi e insieme ad essa centri minori quali Spello, Trevi, Montefalco, Bevagna e altri? Sono piccoli borghi talora arroccati sopra un colle, talaltra affondati nel verde di boschi di lecci e ulivi, ma sempre ricchi di un fascino che spesso cresce e si diversifica col mutare della natura e dei suoi colori nelle varie stagioni.

"Senza titolo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono stata la prima volta ad Assisi che ero più o meno diciottenne, incantandomi di fronte agli affreschi di Giotto e non solo nella Basilica di San Francesco, ma anche percorrendo vie e scalinate tra le più riposte chiesette romaniche. Ho in mente tra le altre Santo Stefano col campanilino a vela e San Giacomo de Muro Rupto, nascosta all' interno di un monastero e dalla quale si sbucava direttamente sulle mura della città. Ci sono tornata poi in diverse occasioni, ma mi piace ricordarne una in particolare.

"Festa al villaggio"

 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Io e la compagna di università con la quale studiavo ci eravamo prese una settimana di vacanza-studio proprio ad Assisi per preparare un esame, latino se non erro: era stata una full immersion nella letteratura antica e nel silenzio, alternata a qualche passeggiata dentro e fuori città. Era giugno e ho ancora negli occhi il tappeto di ciclamini che ricopriva il terreno del bosco di faggi e di lecci, la mattina in cui a piedi eravamo salite all'Eremo delle Carceri : un sogno!
Ancora una volta, ad affascinarmi era l'Assisi più riposta e fatta di solitudine, dove
la semplicità della pietra romanica si fondeva all'incanto della natura e al vento che soffiava dal Subasio. Un luogo in cui sostare a lungo nel segno della quiete francescana tra colori e atmosfere forse uniche al mondo.

"Le stelle"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Atmosfere antiche e anche un po' fiabesche che ho ritrovato nelle opere di uno splendido artista. Si tratta di Norberto Proietti (1927 - 2009) conosciuto anche solo come Norberto, originalissima figura di pittore e scultore che ha posto Assisi e in generale il mondo umbro al centro del proprio interesse pittorico, essendo nato e vissuto per parecchi anni a Spello. Vi riporto qui alcune immagini nelle quali l'artista ci offre la sua visione di quel mondo con una tecnica che, se da un lato ricorda lo stile naïf, dall'altro lo supera sostanziandolo di nuova profondità.

"Il vento"

 

 

 

 

 

 

 

  


È la natura con i suoi ritmi a scandire il tempo in questi dipinti.
La luna, le stelle, la neve, il vento, prati verdi e alberi insieme ai lavori della
campagna sono dati ricorrenti in mezzo ad architetture che colgono l'anima semplice di tanti borghi, rocche e chiesette diroccate come quella del secondo dipinto riportato, che forse vuol riprodurre l'antica San Damiano.
Le case addossate le une alle altre, tipiche dell'urbanistica medioevale, formano
incastri di figure solide dove archi, linee rette e oblique s'intrecciano a creare spazi di affascinante profondità, come nei tre qudri riportati qui sotto: "Senza titolo", "Fontanella" e "Struttura". Architetture spoglie e massicce che ci dicono quanto Norberto abbia assorbito la lezione dei pittori del passato - da Giotto al Pinturicchio - dei quali aveva visto le opere proprio tra Assisi e Spello.

"Senza titolo"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E in mezzo a questo, tanti fratini operosi ora al lavoro, ora intenti al gioco come in "Festa al villaggio" dove sembrano addirittura pattinare sul ghiaccio! Un'attitudine gioiosa fatta di francescana letizia in un'atmosfera nella quale, non sempre ma spesso, i frati sono le uniche presenze umane ad animare il paesaggio in una compagine in cui neppure la tempesta di neve fa paura - osservate il dipinto intitolato "Il vento"! - ma è parte di un universo di fiaba.

"Fontanella"

 


Una visione del mondo forse ingenua ma meravigliosamente incantata. E mi piace commentare le immagini di Norberto con le parole di Vittorio Sgarbi che colgono  con particolare chiarezza l'essenziale della poetica dell'artista:

"Il Medioevo fa da sfondo fisico, temporale e spirituale ai dipinti dell'artista. Non è un Medioevo propriamente storico o filologico, ma è una categoria dell'anima alla quale Norberto attribuisce il merito di aver conseguito la perfetta equazione tra uomo, Dio e natura. Il Medioevo metafisico di Norberto è il migliore dei mondi possibili. È un'Umbria sublimata in un magico Eden quella del pittore (con l'assidua presenza dei fratini, piccoli e attivissimi come formiche), al cui confronto la vera regione, pur bellissima, sembra una copia naïve".  E ancora:

"...se il Medioevo metafisico dell'Umbria sublimata è il paradiso in terra, i monaci esprimono la condizione ideale attraverso la quale l'uomo può mettersi in relazione con esso per godere correttamente dell'armonia mundi. Ora et labora, pregare e lavorare, onorare la natura con la devozione religiosa e l'operosità manuale. E Francesco d'Assisi è il suo più alto modello morale e intellettuale E' questa la vera, unica santità a cui aspira il pacifico mondo di Norberto che non conosce dolore e peccato."

"Struttura"

Naturalmente ho pensato a lungo a quale musica associare a tali dipinti. Un mondo come quello umbro dal profondo afflato religioso forse richiederebbe un brano per organo o la pace di un Adagio barocco.
Ho spaziato così tra vari autori
, ma non mi convincevano non perchè i pezzi non fossero belli, ma perchè qui, insieme alla quiete francescana, mi pare che le immagini ci regalino anche una limpida gioia e un incanto simili a quelli di un bambino.

Così sono approdata a Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) che, tra Andantini e Serenate, in fatto di limpidezza la sa lunga e ho scelto un pezzo da un Divertimento, forma musicale in voga già nell'epoca barocca, usata spesso a scopo celebrativo e costituita da brani di grande leggerezza.
Un Divertimento?... qualcuno si chiederà forse un
po' stranito...Certo! Nell'apparente austerità di alcune architetture, c'è in realtà una gioia segreta espressa da quei fratini ora fermi e assorti, ora in movimento. Ma li avete visti mentre pattinano sulla neve e mentre, anche quando lavorano, sembrano danzare? Ecco!
Allora dedico a loro e a Norberto il bellissimo "Adagio" dal "Divertimento n.6 in Do
Maggiore Hob III: 6", brano conosciuto anche come "Quartetto per archi in Do maggiore n.6 op.1". Si tratta di una musica che, fin dalle prime battute, ci introduce in un clima di grande distensione e serenità sul dolce ritmo scandito dal violoncello. Un Haydn che talora arieggia qualche passaggio del celebre "Andante" della sua Sinfonia detta "La pendola" e altrove invece sembra Mozart.
In ogni caso, sempre ricco di un fascino che ci conduce in un mondo
sognante, ricco di quell' armonia mundi che Vittorio Sgarbi ravvisa nei dipinti del nostro artista umbro.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web. I dipinti di Norberto Proietti sono conservati a Spello nel Museo dedicato all'artista, ad Assisi presso la Galleria d'Arte San Francesco e in varie collezioni private.)

lunedì 14 novembre 2022

Stanze - 11


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è la prima volta che mi lascio affascinare dai dipinti del danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935). Ne ho già parlato infatti qualche tempo fa, in due post nei quali riportavo alcune opere dove l'artista ha raffigurato le stanze della propria casa, per anni oggetto privilegiato della sua attenzione, e che - se volete - potere ritrovare qui e ancora qui.  

Si tratta di ambienti tranquilli, dall'atmosfera sempre pacata sia che si trovino in piena luce che in penombra; arredi che possiamo riconoscere di volta in volta: dal lucido legno dei mobili ai vasi di fiori o alle porcellane; dai quadri alle pareti fino al candore di un tovaglia o alla tastiera di una spinetta.
Ambienti in cui è riposante entrare anche
solo con la fantasia, per sostarvi immersi nella lettura di un libro o intenti ad un lavoro di cucito, magari nella luce dorata del primo pomeriggio, nell'ora in cui i pensieri si dipanano senza affanno e il silenzio intorno è un'aura di pace.
Sono proprio "Visioni di
assorta tranquillità" quelle di Holsoe, come recita il titolo di uno dei miei vecchi articoli, e per questo non ho resistito al desiderio di parlarne ancora, anche se - naturalmente - ho scelto dipinti diversi rispetto al passato. 

Certo, lo stile e l'atmosfera complessiva delle stanze nelle quali ci muoviamo non cambiano, e così pure i mobili e le tante nature morte raffigurate qua e là sulle quali mi sono già soffermata a suo tempo; tuttavia ci sono altri caratteri ricorrenti che mi piace sottolineare.
Quali?
La luce prim
a di tutto, poi le finestre, i colori nelle loro sfumature e il modo in cui gli ambienti sono inquadrati.

Dolcissima quella luce che inonda le varie stanze scendendo a fiotti, riflettendosi sul pavimento e illuminando senza ferire lo sguardo ogni angolo della casa. Forse luce del mattino nei dipinti in cui è più nitida e trasparente; o del pomeriggio dove ci appare lievemente più calda.
Ma probabilmente anche luce del tramonto, nella suggestiva immagine che vedete qui a lato, dove i raggi del sole disegnano riquadri sul muro creando un'atmosfera di profonda intimità.

Bellissime, poi, le finestre chiare, presenti in
parecchi quadri e tutte molto simili nel loro garbato stile inglese. Oltre al tocco di grazia dei vasetti sui davanzali, vi traspare la vegetazione esterna con tratti talora appena accennati e sfumati da luminose pennellate a olio. Proprio la luce, infatti, dà rilievo e corpo alle sfumature di colore e anche se, in alcune opere, ci sono contrasti tra il chiaro e lo scuro dei mobili e dell'abito della donna, la tonalità di fondo è spesso quella di un beige luminoso, ora più caldo, ora più rosato.
In certe immagini poi, sembra quasi che Holsøe abbia giocato ad accostare varie gradazioni di bianco e di beige per farne risaltare tutte le somiglianze, ma anche le differenze dovute ai diversi materiali, quasi dovesse realizzare una sorta di pezzo di bravura sull'uso del colore.
Osserviamo, per esempio, il particolare del
dipinto qui a lato: "Interno con donna al tavolo".
Vi troviamo, l'uno accanto all'altro, il chiaro della tovaglia
e quello della porcellana, delle tende, dei fiori, delle cornici di porte e finestre: materiali diversi che - oserei dire - prendono rilievo e leggiadrìa proprio da tali accostamenti. Basta osservare come la maestria del pittore - pur nella patina un po' sfumata con cui rappresenta gli oggetti - riesce a rendere con efficace realismo la differente consistenza dei tessuti della tovaglia e delle tende: più compatto il primo, più impalpabile e leggero il secondo.

Ma trovo affascinante e singolare anche il modo in cui Holsøe ha inquadrato alcune stanze, cogliendo talora solo piccoli scorci e insieme aprendo prospettive verso altri spazi della casa.
Come osservavo in passato, si tratta di uno
schema iconografico ricorrente che potete vedere in questo particolare così luminoso qui a lato, nel quale semplicità e raffinatezza si coniugano meravigliosamente.

Ne è un chiaro esempio anche il dipinto nella foto grande in alto, intitolato semplicemente "Interno".
È la rappresentazione di un'intera stanza?
No, il punto in cui la muratura e le direttrici prospettiche
convergono è solo un angolo, sia pure anch'esso arredato con un tavolino, quadri e soprammobili. Tuttavia non  si tratta di uno spazio in sè completo, ma di un luogo di passaggio in cui la nostra attenzione è attirata dalle finestre e dalla porta aperta.
E sempre di passaggio è la stanzetta che si apre a sinistra, col soffitto più basso e la finestra più piccola: forse un pianerottolo o un disimpegno, ma ricco di una grazia che il pittore non manca di sottolineare: basta guardare come ha rappresentato le tendine raccolte in lieve trina di festoni.

Incantevole anche lo spazio che si dilata in nuove prospettive all'interno della casa, nel dipinto riportato qui accanto e intitolato "Lettura. La moglie del pittore". Dopo quella in primo piano, Holsøe vi individua infatti almeno altre due stanze, mostrando con tale iconografia non solo un'attenzione al mondo reale, ma anche la conoscenza della pittura olandese del Seicento, a cominciare dalle opere di Pieter De Hooch.

Mi fermo qui, anche se gli esempi - in apparenza simili, ma in realtà sempre diversi - si potrebbero moltiplicare attingendo alla ricca produzione di questo splendido artista. Ma lascio a chi legge, se vorrà, la gioia di approfondirne la conoscenza.

E per passare alla musica, ho cercato un brano che potesse rispecchiare l'atmosfera pacata di tali stanze, insieme alla dolcezza dei riflessi del sole sulle tende o al tocco della luce sui vari arredi: così, sono tornata al mio amato Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).

Quello che vi propongo è il terzo tempo - "Adagio" - dal "Quartetto per archi in fa minore op.20, n.5".
Siamo nel 1772, il compositore ha 40 anni e i
suoi Quartetti op.20, se da un lato riprendono forme care alla musica barocca come - per esempio - la fuga, dall'altro si staccano dal tono talora troppo salottiero e galante che caratterizzava certa musica d'intrattenimento per dar luogo invece a melodie di più intenso spessore.
Lo dimostra questo pezzo: un siciliano che
ci accompagna con dolcezza nel suo ritmo ternario di 6/8. Qui, i due violini si sovrappongono e s'intrecciano in un delicatissimo dialogo, l'uno enunciando il tema e l'altro impreziosendolo di virtuosistiche variazioni.
Ne deriva una melodia riposante, pensosa e ricca di
suggestione a somiglianza delle luci ed ombre delle stanze di Holsøe.

Buon ascolto!

(I dipinti qui riportati, conservati in collezioni private, nell'ordine s'intitolano: "Interno" - "Alla finestra del soggiorno" - "Sole in salotto" - "Interno con giovane donna che legge in una stanza illuminata dal sole" - "Interno con donna al tavolo" - "Lettura.La moglie del pittore" - "Aspettando alla finestra" - "Ragazza che legge accanto a una finestra aperta")

(Le foto sono prese dal web)