"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
Riprendo oggi - dopo una piccola pausa - la pubblicazione del blog, con un brano che mi sta affascinando ogni giorno di più e la cui scoperta è stata per me un vero regalo per aprire settembre con gioia.
Mi è sempre piaciuto sottolineare certi momenti dell'anno, come l'inizio o la fine di un periodo di lavoro, con un piccolo segno: una musica, un libro o anche solo una tovaglia nuova per il tavolo della cucina. E per quanto ora sia già in pensione da un po' di tempo, alcune abitudini mi sono rimaste. Così, mi sono domandata su quali note sarebbe stato bello riprendere il nuovo anno - si fa per dire - di lavoro. Vero è che la presenza di questo blog e la cadenza più o meno settimanale che mi sono data per pubblicare, mi aiutano a tener desta l'attenzione alla musica non solo in determinate occasioni, ma sempre. Ciò non toglie tuttavia che, nei giorni scorsi, mi sia chiesta ugualmente: "E come ricominciamo a settembre? Su quali ritmi chiudiamo le ferie e riprendiamo le attività?". Perdonerete il plurale che non è maiestatis,perchè è come se parlassi ai tanti compositori che mi passano, di tempo in tempo, nella mente e nel cuore, per dire: "Insomma, che facciamo?... Apriamo con Bach, Mozart, Haydn...o col tema della Pantera Rosa che fa capolino da un angolo della mia testa sinuoso e ammiccante, in attesa che, un giorno o l'altro, mi decida a pubblicarlo?".
La risposta non si è fatta attendere e pochi giorni fa ho ritrovato un brano che avevo ascoltato tempo addietro ma avevo accantonato, sa il cielo perchè. Si tratta di un pezzo di AntonioVivaldi: l'Adagio cantabile dal "Concerto in Sol maggiore RV 314a",che fa parte della serie di musiche che il compositore veneziano ha dedicato a Johann Georg Pisendel (1687-1755), illustre violinista tedesco, suo allievo e amico. Un pezzo breve ma incantevole, del quale ho riportato in foto la parte iniziale dell'aria affidata al violino, per consentirvi di apprezzarne la struttura e permettere a chi sa leggere uno spartito di seguirne almeno in parte l'andamento.
Che cosa mi ha colpito in questo brano? Prima di tutto lo splendore ritmico del pizzicato, lieve ma ben scandito sia in apertura che in chiusura del pezzo, e capace di immergerci subito in un clima di profonda intensità. Un ritmo simile a un respiro calmo ma insieme sostenuto che introduce poi la bellissima melodia: un'aria cantabile nella malinconia del sol minore, ma non per questo priva di mordente. Il tema è orecchiabile tanto che - a tutta prima - potremmo avere la sensazione di averlo già sentito, soprattutto nell'esordio; invece si fa poi sorprendente, inaspettato e non privo di momenti di vero incanto, come a 1.09 dall'inizio, nel passaggio dal do diesis al do naturale.
Tuttavia, ciò che mi attira maggiormente in questo Adagio è - se mi si passa l'espressione - l'andamento grintoso del violino che inanella un'aria sempre nuova, sottolineata anche dai numerosi abbellimenti non scritti sul testo e introdotti dal solista. Una grinta che fa di questo brano un pezzo a mio modesto avviso attualissimo, simile a un canto d'anima che si accende vivido, tra il pizzicatoiniziale e quello finale che va mirabilmente a svanire nel segno di una sola, singola nota. Ma simile anche a una danza: del resto, non sarebbe la prima volta che la musica del compositore veneziano diventa colonna sonora di una moderna coreografia. Qui me la immagino come un incantevole passo a due dalle movenze morbide e flessuose, sinuose ed eleganti: ora lento, ora più movimentato e acceso, splendido. E me lo vedo davanti seguendo, nota per nota, il fascino del genio vivaldiano.
Beato Angelico (1395 - 1455): "Assunzione della Vergine e Dormitio della Vergine" - Boston, Isabella Stewart-Gardner Museum.
Con un dipinto dell'Angelico e sulle note di W. Byrd, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie! Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana. A presto!
William Byrd (1543 - 1623): "Assumpta est Maria", Graduale e Alleluia.
"Ma no, dai...che ti prende?" è stata la reazione di una persona amica quando io, fresca fresca, le ho mostrato l'immagine che avevo scelto per questo post della serie delle mie città, che è appunto quella che vedete qui sopra. E ancora: "Stai scherzando?!...". Quando poi ha capito che facevo proprio sul serio, ha insinuato che per il caldo mi avesse dato di volta il cervello, e del resto non sarebbe la prima volta che mi lascio prendere da un impeto di follia agostana. Ma in che modo spiegare a lei, che mi elencava diligentemente - come se non le sapessi - le belle città di cui ho parlato finora, che a me questa immagine piace davvero? E che dalprimo momento che l'ho vista, come recitavano le vecchie dichiarazioni d'amore ottocentesche, non faccio che pensarla? Vabbè, non esageriamo, ho anche altro per la testa, ma siccome quando ho in cantiere un post una sotterranea parte di me già se lo immagina covando la gioia della condivisione, posso dire che sì, anche quando faccio altro c'è un filo costante che dentro di me lavora al blog. Insomma, amica a parte, avrete capito che a me questa città-astronave piace moltissimo! E forse è arrivato il momento di sbrigliare i sogni e la fantasia!
Bene. Quello che vedete è uno degli schizzi intitolati "Architetture" diMattias Adolfsson
(classe 1965), grafico e illustratore svedese, noto per i suoi
disegni dettagliati e stravaganti a inchiostro e acquerello.
Si tratta di case e città sospese nello spazio in agglomerati dalle forme più fantasiose e bizzarre: ora disposte lungo una linea serpentinata come un treno, ora in un insieme a forma di sfera o di mappamondo o anche di inquietanti robot.
Agglomerati, dicevo, perchè le varie architetture rappresentate che evocano spesso stili del passato o edifici talora conosciuti, sono addossate le une alle altre senza spazi intermedi quasi a formare un blocco unico come si vede anche dalle foto riportate.
"Ma ti piacciono ???..." incalza incredula l'amica. No, queste a lato non mi piacciono, le trovo un po' soffocanti e le pubblico solo per dare atto a chi legge del particolarissimo stile dell'autore, ma quella in alto sì!
"Ma da che tipo di costruzioni sono formate queste - diciamo così - città?". Se ci fate caso, niente di modernissimo o di nuovo, e se stravagante è l'idea di agglomerare edifici quasi fossero mondi a sè stanti sospesi nello spazio, più che mai tradizionali sono invece i riferimenti architettonici che ricalcano i vari stili del passato.
Lo si osserva bene anche nell'opera in alto in primo piano, la mia splendida città - astronave! Sono tutti pezzi incastrati tra loro che, a una prima impressione, possono sembrare parti di un motore con bulloni, viti e guarnizioni; avete notato i due comignoli in fondo a destra simili a due tubi di scappamento? Ma non è un motore, bensì un blocco urbano con case, chiese, campanili, cupole, tetti e finestre. Non solo, ma l'insieme è costruito in modo che ogni lato, anche quello sottostante, presenti una sua facciata: a sinistra quella che sembra una chiesa gotica, a destra una sorta di abbaino e sotto - lo vedete vero? - un tempio greco con tanto di frontone e di colonne. Il tutto sormontato da una grande cupola diciamo rinascimentale. Insomma, una città impossibile che può nascere solo da un sogno o dalla fantasia.
"In pratica, un facsimile del nostro mondo in rotta verso l'ignoto degli spazi siderali, un mondo chiuso in se stesso, inanimato, senza un segno della presenza della natura...ma che avrà mai di bello?" torna a incalzare l'amica. Devo riconoscere che non ha torto. Forse queste bizzarre creazioni sono il simbolo di ciò che siamo diventati: un mondo contratto in se stesso quasi non avesse più respiro, simile a un'entità mostruosa e disumana.
Oppure, penso io riferendomi alla foto in alto, un mondo in viaggio - come del resto ciascuno di noi - col fascino e i timori di ogni rotta verso l'ignoto. Un mondo che porta con sè il proprio passato senza ignorarlo: un passato ora luminoso, ora oscuro, per certi versi città delle fate, per altri città delle streghe. E infine non posso tacere la particolare impressione che l'insieme mi lascia. Se infatti nei vari incastri architettonici la muratura è pesante per il suo spessore, la visione complessiva mi regala un senso di grande, sognante leggerezza. Insomma, una tecnologia che diventa arte.
Così, mi piace aggiungere un passo di Italo Calvino tratto da "Le città invisibili" che a mio avviso può commentare opportunamente questa immagine svelandone il fascino:
"… É delle città come dei
sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più
inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio,
una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure,
anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le
prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra … Anche le
città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l'una né
l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o
le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. "
(pp. 49-50).
E a quale ritmo di musica si muoverà la mia fantastica città-astronave?
Confesso che in un primo tempo avevo pensato al celebre incipit del poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, inserito tra l'altro nella colonna sonora del film "2001: Odissea nello spazio". Poi, anche alle musiche di Hans Zimmer nel film "Interstellar". Ma non mi convincevano.
Infine sono approdata al secondo movimento - "Largo" - della Sinfonia n.9 in mi minore op.95 "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak (1841 - 1904).
Benchè si tratti di un brano dall'afflato spesso dolce e nostalgico - e non sia la prima volta che compare in questo blog - l'ho scelto per quel meraviglioso esordio orchestrale, fatto di accordi stranianti che ci comunicano subito un senso di lontananza e di isolamento, quasi la musica stessa fosse in rotta verso l'ignoto.
Vero è che il nuovo mondo cui si allude nel titolo della sinfonia è l'America dove il compositore l'ha scritta. Ma la suggestione con cui queste note - ora lievi come una ninna nanna ora più animate - ci pervadono, può condurci anche altrove, verso spazi infiniti e indefiniti, facendoci avvertire la malinconia di un distacco insieme allo spessore della storia che il nostro mondo porta con sè. Una storia di città affollate e convulse, fatte di assurdità, ma anche di bellezza e - come afferma Calvino - di desideri.
Il titolo e la foto di questo post faranno forse ipotizzare che il mio pensiero sia già oltre la folle estate che stiamo attraversando e che ha portato caldo bruciante da un lato e tanti disastri dall'altro. Ma il mio non è un inquieto desiderio di autunno e - anche se si tratta della stagione che amo di più - spero ancora contro tutte le previsioni dei meteorologi che il tanto amato anticiclone delle Azzorre risorga dalle sue ceneri portandoci giornate estive in cui le carezze del sole e del vento possano essere solo piacevoli.
Motivo di questo post è invece il fatto che - tra le mie svariate passioncelle musicali - ne nutro una tutta particolare per Richard Galliano, celebre fisarmonicista di cui ho parlato in tempi recenti e del quale ho pubblicato alcuni brani quasi agli esordi di questo blog. Un
musicista versatile, capace di guardare ai grandi del passato - Bach,
Vivaldi e Mozart in primis - ma anche di collaborare con autori contemporanei a iniziare da Astor Piazzolla. Di Galliano non solo mi affascinano le composizioni, ma anche certi arrangiamenti di pezzi famosi rivisitati con quel tocco di struggente intensità che il musicista sa trarre con maestrìa dal suo strumento. Si parla infatti di un prima e un dopo Galliano, a significare il modo in cui ha valorizzato la fisarmonica a proposito della quale lui stesso ha affermato: "Era il mio desiderio più caro: dare un giusto spazio a questo strumento ingiustamente qualificato come il "pianoforte dei poveri", mentre la mia fisarmonica è sempre stata uno "Steinway con le cinghie".
Il brano di oggi, rivisitazione del celebre "Les feuilles mortes" - o "Autumn Leaves" nella versione inglese - composto da Joseph Kosma nel 1946, ci riporta al clima di tanta musica francese anche per il testo di Prévert, le interpretazioni di Edith Piaf, Ives Montand e molti altri che l'hanno reso più che famoso. È proprio in questo clima che Galliano affonda le radici unendo l'anima un po' jazz e un po' crepuscolare del brano con le proprie divagazioni. Ma non sono da dimenticare gli altri tre componenti del Tangaria Quartet, tra i quali mi sento di sottolineare la bravura di Sebastien Surel al violino per il suo modo accattivante di duettare con la fisarmonica. Un' interpretazione affascinante che esplora il pezzo facendone emergere un ventaglio di svariate suggestioni e interessanti richiami. Non ultimo quello che mi riporta alla celebre "Moon over Bourbon street"di Sting, inducendomi a pensare che il cantautore inglese - nonostante il clima del suo brano sia molto più noir che nostalgico - in certi passaggi possa essersi ispirato al famosissimo pezzo di Kosma. Ma il motivo della mia scelta non si ferma qui.
Ascoltate bene "Les feuilles mortes", coglietene la struttura, le frasi musicali di quattro note che si ripetono in tonalità diverse e ne costituiscono il tema. Magari canticchiatevelo piano se non lo avete già fatto! Sentite che ci sono delle progressioni? Che cosa vi ricordano? Tante cose probabilmente perchè, su certe strutture musicali o su di una simile base accordale è facile impostare un tema o delle variazioni sia melodiche che ritmiche. Ma tra queste, è quasi immediato riandare a Bach!
Tranquilli...lo so che qualcuno penserà che con la ricerca di derivazioni bachiane per ogni dove sono un po' fissata, ma stavolta ho dalla mia la voce autorevole di un Maestro. Dopo aver ascoltato il pezzo nella versione di Galliano, prendetevi il tempo per guardare anche il secondo video che vi ho allegato. Si tratta di un breve stralcio di una puntata de "La Gioia della Musica", trasmissione televisiva condotta da Corrado Augias che, avvalendosi della competenza di alcuni direttori d'orchestra - Speranza Scappucci e Aurelio Canonici - e di svariati strumentisti dell'Orchestra Sinfonica della RAI, presenta ogni volta un brano di classica in alcuni suoi caratteri.
Nel video riportato, relativo ai legami tra musica jazz e Bach - e che si apre tra l'altro con pochi secondi di un'esibizione dei miei amatissimi Swingle Singers! - il Maestro Canonici ci fa ascoltare un tema barocco tipicamente bachiano e lo trasforma poi, variandone il ritmo, in un pezzo d' impronta jazz. Ma sul piano della melodìa che cosa ne viene fuori?... Lo sentirete e giudicherete voi.
Ci sono città la cui particolare atmosfera non è solo quella che cogliamo all'interno della loro cinta urbana o nei diversi quartieri, ma è un'aura che si estende anche al territorio circostante fondendosi col carattere di altri borghi vicini e con la natura della regione. Sono aspetti ricorrenti come fili che legano architetture, paesaggio e ritmi di vita in un insieme inscindibile. E se ciò può essere vero per tanti luoghi, penso che lo sia in modo particolare per molte località umbre che - per quanto tra loro differenti - offrono tutte allo sguardo e all'anima uno spettacolo di inimitabile pace con la pietra antica dei loro edifici immersa nel verde e nel silenzio.
Allora, tra le mie città, come non annoverare Assisi e insieme ad essa centri minori quali Spello, Trevi, Montefalco, Bevagna e altri? Sono piccoli borghi talora arroccati sopra un colle, talaltra affondati nel verde di boschi di lecci e ulivi, ma sempre ricchi di un fascino che spesso cresce e si diversifica col mutare della natura e dei suoi colori nelle varie stagioni.
"Senza titolo"
Sono stata la prima volta ad Assisi che ero più o meno diciottenne, incantandomi di fronte agli affreschi di Giotto e non solo nella Basilica di San Francesco, ma anche percorrendo vie e scalinate tra le più riposte chiesette romaniche. Ho in mente tra le altre Santo Stefano col campanilino a vela e San Giacomo de Muro Rupto, nascosta all' interno di un monastero e dalla quale si sbucava direttamente sulle mura della città. Ci sono tornata poi in diverse occasioni, ma mi piace ricordarne una in particolare.
"Festa al villaggio"
Io e la compagna di università con la quale studiavo ci eravamo prese una settimana di vacanza-studio proprio ad Assisi per preparare un esame, latino se non erro: era stata una full immersion nella letteratura antica e nel silenzio, alternata a qualche passeggiata dentro e fuori città. Era giugno e ho ancora negli occhi il tappeto di ciclamini che ricopriva il terreno del bosco di faggi e di lecci, la mattina in cui a piedi eravamo salite all'Eremo delle Carceri: un sogno! Ancora una volta, ad affascinarmi era l'Assisi più riposta e fatta di solitudine, dove la semplicità della pietra romanica si fondeva all'incanto della natura e al vento che soffiava dal Subasio. Un luogo in cui sostare a lungo nel segno della quiete francescana tra colori e atmosfere forse uniche al mondo.
"Le stelle"
Atmosfere antiche e anche un po' fiabesche che ho ritrovato nelle opere di uno splendido artista. Si tratta di Norberto Proietti (1927 - 2009) conosciuto anche solo come Norberto, originalissima figura di pittore e scultore che ha postoAssisi e in generale il mondo umbro al centro del proprio interesse pittorico, essendo nato e vissuto per parecchi anni a Spello. Vi riporto qui alcune immagini nelle quali l'artista ci offre la sua visione di quel mondo con una tecnica che, se da un lato ricorda lo stile naïf, dall'altro lo supera sostanziandolo di nuova profondità.
"Il vento"
È la natura con i suoi ritmi a scandire il tempo in questi dipinti. La luna, le stelle, la neve, il vento, prati verdi e alberi insieme ai lavori della campagna sono dati ricorrenti in mezzo ad architetture che colgono l'anima semplice di tanti borghi, rocche e chiesette diroccate come quella del secondo dipinto riportato, che forse vuol riprodurre l'antica San Damiano. Le case addossate le une alle altre, tipiche dell'urbanistica medioevale, formano incastri di figure solide dove archi, linee rette e oblique s'intrecciano a creare spazi di affascinante profondità, come nei tre qudri riportati qui sotto: "Senza titolo", "Fontanella" e "Struttura". Architetture spoglie e massicce che ci dicono quanto Norberto abbia assorbito la lezione dei pittori del passato - da Giotto al Pinturicchio - dei quali aveva visto le opere proprio tra Assisi e Spello.
"Senza titolo"
E in mezzo a questo, tanti fratini operosi ora al lavoro, ora intenti al gioco come in "Festa al villaggio"dove sembrano addirittura pattinare sul ghiaccio! Un'attitudine gioiosa fatta di francescana letizia in un'atmosfera nella quale, non sempre ma spesso, i frati sono le uniche presenze umane ad animare il paesaggio in una compagine in cui neppure la tempesta di neve fa paura - osservate il dipinto intitolato "Il vento"! - ma è parte di un universo di fiaba.
"Fontanella"
Una
visione del mondo forse ingenua ma meravigliosamente incantata. E mi
piace commentare le immagini di Norberto con le parole di
Vittorio Sgarbi che colgono con particolare chiarezza l'essenziale della poetica dell'artista:
"Il Medioevo fa da sfondo fisico, temporale e spirituale ai dipinti
dell'artista. Non è un Medioevo propriamente storico o filologico, ma è
una categoria dell'anima alla quale Norberto attribuisce il merito di
aver conseguito la perfetta equazione tra uomo, Dio e natura. Il
Medioevo metafisico di Norberto è il migliore dei mondi possibili. È
un'Umbria sublimata in un magico Eden quella del pittore (con l'assidua
presenza dei fratini, piccoli e attivissimi come formiche), al cui
confronto la vera regione, pur bellissima, sembra una copia naïve". E ancora:
"...se il Medioevo metafisico dell'Umbria sublimata è il paradiso in
terra, i monaci esprimono la condizione ideale attraverso la quale
l'uomo può mettersi in relazione con esso per godere correttamente
dell'armonia mundi. Ora et labora, pregare e lavorare, onorare la natura
con la devozione religiosa e l'operosità manuale. E Francesco d'Assisi è
il suo più alto modello morale e intellettuale E' questa la vera, unica
santità a cui aspira il pacifico mondo di Norberto che non conosce
dolore e peccato."
"Struttura"
Naturalmente ho pensato a lungo a quale musica associare a tali dipinti. Un mondo come quello umbro dal profondo afflato religioso forse richiederebbe un brano per organo o la pace di un Adagio barocco. Ho spaziato così tra vari autori, ma non mi convincevano non perchè i pezzi non fossero belli, ma perchè qui, insieme alla quiete francescana, mi pare che le immagini ci regalino anche una limpida gioia e un incanto simili a quelli di un bambino.
Così sono approdata a Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) che, tra Andantini e Serenate, in fatto di limpidezza la sa lunga e ho scelto un pezzo da un Divertimento, forma musicale in voga già nell'epoca barocca, usata spesso a scopo celebrativo e costituita da brani di grande leggerezza. Un Divertimento?... qualcuno si chiederà forse un po' stranito...Certo! Nell'apparente austerità di alcune architetture, c'è in realtà una gioia segreta espressa da quei fratini ora fermi e assorti, ora in movimento. Ma li avete visti mentre pattinano sulla neve e mentre, anche quando lavorano, sembrano danzare? Ecco! Allora dedico a loro e a Norberto il bellissimo "Adagio" dal "Divertimento n.6 in Do Maggiore Hob III: 6", brano conosciuto anche come "Quartetto per archi in Do maggiore n.6 op.1". Si tratta di una musica che, fin dalle prime battute, ci introduce in un clima di grande distensione e serenità sul dolce ritmo scandito dal violoncello. Un Haydn che talora arieggia qualche passaggio del celebre "Andante" della sua Sinfonia detta "La pendola" e altrove invece sembra Mozart. In ogni caso, sempre ricco di un fascino che ci conduce in un mondo sognante, ricco di quell' armonia mundi che Vittorio Sgarbi ravvisa nei dipinti del nostro artista umbro.
Buon ascolto!
(Le foto sono prese dal web. I dipinti di Norberto Proietti sono conservati a Spello nel Museo dedicato all'artista, ad Assisi presso la Galleria d'Arte San Francesco e in varie collezioni private.)
Ogni promessa è debito, e mi sono accorta che - nonostante sia passato parecchio tempo - non ho ancora pubblicato il terzo movimento di un brano del quale vi avevo gioiosamente regalato i primi due.
Si tratta del "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" del nostro amico Bach, come certo avrete già arguito dalla sigla che indica la catalogazione delle sue opere: Bach Werke Verzeichnis. Un brano nato per liuto o per cembalo, come recita l'indicazione dello stesso compositore, ma poi interpretato anche al pianoforte, all'organo o alla chitarra. Del primo tempo avevo pubblicato due versioni - per liuto e per organo - e del secondo solo quella per chitarra; oggi per l'Allegro conclusivo torno all'interpretazione della bravissima Ana Vidovic: dunque, ancora chitarra.
Devo confessare che, se si eccettuano gli anni della mia giovinezza, non è uno strumento che nel tempo mi abbia particolamente affascinato soprattutto se confrontato con altri come pianoforte, violino o violoncello. Tuttavia, trovo che il suo timbro e la melodiosità che i vari esecutori ne sanno trarre ben si adattino a determinate musiche e in particolare a quelle barocche. Non è la prima volta infatti che pubblico dei pezzi bachiani nella versione per chitarra, il che conferisce ad essi quel piglio agile e scattante che mi pare possa accordarsi anche con lo stile del nostro Giovanni Sebastiano.
Dicevo degli anni della giovinezza perchè è stato il periodo in cui avere in mano una chitarra e accompagnare una canzone poteva costituire un ruolo, un modo per avere una propria fisionomia in un gruppo. Per questo anch'io desideravo possederne una e imparare a suonicchiarla. Frequentavo allora il primo anno di università e avevo supplicato mio padre che me la comprasse. Lui non aveva detto di no, ma aveva posto la condizione che prendessi 30 all'esame di Storia romana, cosa che, considerata la severità del docente, equivaleva a una risposta negativa! 30 in Storia romana??... Ma mai e poi mai ci sarei arrivata!! Ricordo ancora un'amica che una volta, nel chiostro dell'università, mi aveva additato con ammirazione una ragazza dicendomi sottovoce: "Vedi quella? Ha preso 29 con Garzetti!..." E io mi ero fatta piccola piccola.
Il professor Albino Garzetti - di cui ancora ricordo il rigore, la precisione, il piglio severo e soprattutto la puntualità - faceva lezione tre volte alla settimana alle 8,30 in una delle più belle aule ad emiciclo dell'ateneo. Guai ad arrivare in ritardo dopo il suono della campanella, si rischiava di essere freddati dal suo sguardo di acciaio! Perciò, chi entrava in ritardo lo faceva a suo rischio e pericolo, pregando il cielo che i cardini della vecchia porta non cigolassero e acquattandosi nel banco più vicino a mo' di volpe che si rintana. Così, per non dovermi mimetizzare da volpe, io tre volte alla settimana, dalla mia cittadina di provincia prendevo il treno delle 7, scendevo a Milano Centrale, mi facevo tre quarti d'ora di tram - la linea 2 del metrò sarebbe arrivata l'anno seguente - e un breve tragitto a piedi per piazzarmi puntuale al primo banco prima del suono della fatidica campana. Il corso era sul'imperatore Tiberio visto attraverso gli scritti di Tacito, di dispense non si aveva notizia, per cui prendevo appunti a manetta con la solerte alacrità di un topo di campagna.
Ora voi direte: ma perchè ci racconti tutto questo? Che c'entra con la chitarra? C'entra invece!!! Perchè contravvenendo a tutti i più funesti presagi, il 30 poi l'ho preso davvero!!! Ricordo ancora la mia sorpresa mentre, incredula, firmavo il voto! Incredula sì, perchè nell'emozione del momento non mi era parso di aver fatto una prova particolarmente brillante. E mi è rimasta sempre una convinzione: che il voto, più che l'esito dell'esame, avesse voluto premiare quel diligente topo di campagna che ero allora, puntuale ad ogni lezione, senza mai un'assenza per tutta la durata del corso.
Così la chitarra è stata mia! Nessuno pensi però che i miei genitori, per aver posto quella condizione, non fossero generosi! Tutt'altro! Credo che avessero avuto solo timore che uno strumento musicale come quello, ricco di una leggerezza che invitava a stare in compagnia, mi potesse distogliere dallo studio, niente di più. E l'esito del mio esame li aveva rassicurati. Volete sapere se poi l'ho suonato? Certo che l'ho suonato, imparando i più comuni giri di accordi e cimentandomi, quando ero in vena, nel celebre Giochi proibiti - solo la prima parte però - che adoravo! Poi dopo qualche anno, la chitarra è rimasta a prendere polvere in un angolo della mia stanza. Soltanto più avanti avrei scoperto che esistevano altre splendide composizioni per questo strumento, a cominciare da quelle di Joaquin Rodrigo e dalle Variazioni su di un tema di Mozart di Fernando Sor.
Bene. Così oggi torno ad Ana Vidovic e al suo meraviglioso Allegro bachiano: un brano che mette subito di buonumore - non so se anche a voi fa questo effetto - veloce, spigliato e ricco di vitalità. Mi piace la naturalezza dell'interprete, compostissima nella sua capacità di modulare forte e piano dando risalto ad alcune note con l'agilità delle sue mani, come del resto scrivevo anche in passato. Un Bach di grande freschezza del quale la chitarra fa fiorire la particolare eleganza e dove velocità e ritmo si sposano con garbo.
La mia navigazione su youtube mi regala spesso interessanti sorprese soprattutto quando, trovato il brano che cercavo, mi attardo ad ascoltare altri pezzi dello stesso autore, senza peraltro escludere alcuni arrangiamenti.
Ho sempre amato le rivisitazioni dove l'antico si unisce al nuovo, la solennità del passato si sposa a ritmi più vicini a noi e magari l'uso di strumenti diversi da quelli originali conferisce al pezzo un fascino inusitato. Quanti compositori barocchi sono stati spesso ripresi in chiave contemporanea! Basterebbe ricordare solo Bach, arrangiato dal jazz, dal rock fino alla breakdance e via dicendo. Certo, non tutte le rivisitazioni sono sempre accettabili, ma trovo che talora ce ne siano di veramente suggestive.
Provate ad ascoltare, per esempio, il brano di Sting intitolato "You Only Cross My Mind in Winter" dove il cantante riprende la Sarabanda dalla VI Suite per cello. E come dimenticare poi i miei amatissimi Swingle Singers, celebre gruppo vocale che cantava Bach a tempo di jazz e che mi ha iniziato alla sua musica quando avevo sedici anni? Ma affascinante anche la "Sinfonia n.11 in sol minore BWV 797"ripresa da Richard Galliano alla fisarmonica e Gary Burton al vibrafono in un duetto davvero intrigante.
Proprio Richard Galliano -del quale ho pubblicato giorni fa l'arrangiamento di una famosa canzone francese - mi ha offerto lo spunto per il pezzo di oggi. È stato infatti navigando tra i suoi brani che ne ho trovato uno in cui, insieme a Paolo Fresu e Jan Lundgren, si cimenta nella rivisitazione di un altro grande della musica: Claudio Monteverdi (1567 - 1643). Si tratta del madrigale "Sì dolce è il tormento" - splendidaquantocelebre aria barocca dal "Quarto scherzo delle ariose vaghezze SV 332" del1624 - inserito nell'album "Mare Nostrum II" del 2016. Un bel salto cronologico che testimonia, da parte dei tre arrangiatori, interesse per il passato insieme alla versatilità delle loro scelte e del loro far musica.
Ma iniziamo da Monteverdi. Qui il compositore cremonese ha messo in note un testo poetico del contemporaneo Carlo Milanuzzi che parla del tormento di un innamorato per una donna, ahimè, indifferente. L' innamorato tuttavia persevera tenacemente nel proprio sentimento da un lato sentendosene appagato, ma dall'altro ripiegandosi sulla sofferenza del rifiuto nella sola speranza che, una volta morto, la donna possa pentirsi della propria durezza. Un testo ricco di contrasti a cominciare dall'ossimoro "dolce tormento", e che ricalca i temi della lirica del Petrarca e dei suoi tanti imitatori del Cinquecento.
Se dolcissima nella sua malinconia è la musica con cui Monteverdi dà vita al testo, altrettanto suggestiva è - a mio modesto avviso - la rivisitazione che vi presento. Qui il brano non ha bisogno di parole perchè sono i tre interpreti ad avvicendarsi come solisti: prima la tromba di Fresu, poi la struggente fisarmonica di Galliano e infine il pianoforte di Lundgren. Ma il pezzo prosegue poi con un intreccio nel quale - di volta in volta - i tre strumenti fungono ora da solisti, ora da accompagnatori, alternando ciò che di rigoroso o languido, di severo o dolce questa melodìa offre, fino alla conclusione che la fisarmonica suggella con timbri quasi da organo.
Un brano da ascoltare piano lasciando che la sua sottile malinconia ci pervada, per cogliere quanto di moderno i tre interpreti hanno sviscerato in Monteverdi, da un lato senza alterarne la compostezza, ma dall'altro restando sostanzialmente se stessi nella particolare atmosfera che ciascuno sa trarre dal proprio strumento. E non è cosa da poco.
Vi allego due video: uno con la rivisitazione del brano e l'altro con l'originale.
Sono grata all'amica Donatella che, appassionata com'è delle meraviglie della natura, tempo fa aveva pubblicato sul web l'immagine che vedete. Ma che cosa rappresenta?
A tutta prima, potremmo pensare a un quadro di arte astratta, a una vetrata dipinta o forse alla fantasiosa arcata di un modernissimo edificio. Ma vi potremmo scorgere anche un viso, un mosaico, una cascata di perle o il dettaglio di un prezioso gioiello smaltato. Se poi guardassimo l'immagine in orizzontale, riusciremmo a ravvisarvi anche un occhio e forse altro ancora.
Invece è l'ingrandimento di un'ala di libellula. Se infatti la osserviamo attentamente, notiamo come i piccoli elementi da cui è composta costituiscano la ramificazione delle nervature dell'ala, una superficie fatta di pezzi di varia dimensione che vanno a incastrarsi l'uno accanto all'altro come tessere di un puzzle. Un puzzle dalla fantasiosa varietà di forme, colori, lucentezza e sfumature che solo una mente superiore, nella sua perfezione, può aver pensato e messo in atto. Un gioiello assoluto che ci sarà passato davanti chissà quante volte...eppure nascosto perchè solo un obiettivo fotografico di particolare potenza ce lo può svelare.
C'è infatti nella creazione uno splendore che si riflette anche in ciò che ordinariamente non riusciamo a vedere: albe e tramonti in luoghi estremi quasi mai toccati dall'uomo o fioriture su monti dove pochi arriveranno o - come in questo caso - piccole meraviglie nascoste che tuttavia esistono. È l'Infinito che qui si specchia nel finito, il macrocosmo nel microcosmo a rallegrarlo con la sua leggiadria. Sono impronte dall'Alto tutte da scoprire, piccoli segni disseminati in natura che vanno al di là delle parole, a somiglianza del ritmo numerico della sequenza di Fibonacci che troviamo già presente nella struttura di piante, fiori, conchiglie ecc.
Al di là delle parole, sì. E mi viene da pensare anche alla dimensione infinita del cuore umano, abitato dalla nostalgia di una pienezza tanto grande che talora non trova spazio di comunicazione in un discorso e - senza nulla togliere al valore della parola poetica - cerca altri strumenti espressivi a cominciare dalla musica. Per questo oggi ho scelto il brano di Giovanni Allevi intitolato proprio "Quel che non ti ho detto",tratto dall'album "Estasi" uscito nel 2021. Ma a chi si rivolge qui il compositore nella sua intenzione di comunicare attraverso le note? Il suo è un messaggio dedicato alla persona amata o un dialogo con la musica stessa e con quell'Infinito verso cui essa ci conduce? In ogni caso, il brano celebra la magia dei suoni capaci - come ogni artista sa bene - di scandagliare gli abissi dell'anima e di farsi voce laddove le parole non bastino o una segreta timidezza ci fermi.
Musica come discorso allora, con una sua parte introduttiva (se ci fate caso, dall'inizio del brano fino a 0,48), un tema e un andamento sintattico cui le varie sfumature, le pause, i crescendo o i pianissimo, conferiscono la giusta intonazione insieme a un luminoso riverbero. Esordisce delicatamente qui il tema, per poi animarsi alternando passaggi di intima dolcezza ad altri di crescente intensità. Note che, nella ripresa, si fanno sommesse come a cercare un'espressione più compiuta o a vincere un'iniziale pudore prima di abbandonarsi alla passione. Ma poi sembra che non bastino mai, tanto la melodia torna di nuovo a ripetersi quasi carezzasse un essere amato circondandolo di più profonda tenerezza.
Un brano che in certi punti può ricordare la soavità di Chopin, ma che - a mio modesto avviso - in alcuni passaggi conclusivi rimanda a Puccini. Chi tuttavia avesse dimestichezza con la musica di Allevi, potrà ravvisarvi anche l'atmosfera di pezzi come"Lovers"o come l' "Adagio" del suo "Concerto per pianoforte e orchestra n.1". Note sgorgate dalla sensibilità del compositore che, al culmine di certi passaggi ascendenti, va sfumandone lievemente il suono regalandoci tutta la suggestione di un discorso musicale come il suo, profondo e delicato, appassionato e sognante.
Avete mai sperimentato il fascino di una grande metropoli di notte, o sotto il cielo plumbeo di un temporale o quando, mentre si spegne l'ultimo rosa del tramonto, si accendono i lampioni? Certo che l'avrete fatto, chissà quante volte! L'atmosfera cambia e l'ombra, come nasconde i contorni degli edifici, altrettanto fa affiorare le suggestioni che la luce ha dissolto. Sembra strano, ma spesso è proprio il buio a rivelare dimensioni che diversamente ci sfuggono e che non appartengono solo alla realtà che ci sta davanti, ma prima di tutto a noi stessi tanto che le proiettiamo su di essa. Per questo oggi, per parlare di una città che amo come Parigi, ho scelto immagini che la riproducono nella suggestione della sera o della notte e che, accanto ad aspetti comuni a mille altre metropoli, ne affiancano altri d'inconfondibile attrattiva.
Ho visitato Parigi varie volte, girandone viali e piazze anche di sera e ricavandone sensazioni contrastanti: il suo fascino è infatti quello di un luogo vivace ma anche intimo, scenografico e raccolto ad un tempo. Tuttavia, al di là di questo, nell'immaginario mio e forse di altri la città resta prima di tutto un simbolo della piacevolezza del vivere e dello splendore dell'arte, un mondo dove la bellezza si coniuga in una miriade di svariati modi, dal vibrare dei colori nei paesaggi degli Impressionisti alla grandiosità degli edifici gotici e non solo. Un patrimonio prezioso che appartiene a tutti tanto che, in quel terribile lunedì dell'aprile 2019 quando in tv ho visto
crollare il pinnacolo della cattedrale di Notre-Dame, ho vissuto
l'evento come fosse cosa mia e il furioso incendio mi stesse distruggendo un pezzo di cuore.
Edouard Cortès : "Place Vendôme sotto la pioggia"
Impossibile però sintetizzare in poche righe l'anima di una tale città, così ho scelto di osservarla attraverso lo sguardo di alcuni pittori che amo e che hanno colto particolari aspetti del suo fascino.
Il primo è l'impressionista Camille Pissarro (1830 - 1903) di cui vedete in alto "Boulevard Montmartre di notte", forse il più conosciuto della serie di dipinti in cui l'artista ha raffigurato il famoso viale parigino cogliendone l'animazione e la vivacità anche di giorno. Ma se alla luce la pennellata è più nitida e precisa, nel buio della sera piovosa, rischiarata dalle vetrine colorate e dalla fila di lampioni bianchi che disegnano la prospettiva, essa ci offre il riverbero indefinito che danno le cose attraverso il velo della pioggia. Tutto, dalle persone, alle auto, al selciato lucido, è realizzato con un tratto veloce e sintetico eppure capace di cogliere l'essenziale di ogni forma e restituircelo nella sua vita vibrante. Una vita che si dispiega nell'ampia e ariosa visuale dall'alto, nel blu scuro del cielo e nell'intenso viavai della sera, ma che s'intuisce anche dietro le finestre o nelle mansarde che appena s'intravvedono.
Proprio il viavai della sera è quello che possiamo osservare nel dipinto di un altro artista legato questa volta al Postimpressionismo: "Place Vendôme sotto la pioggia" di Edouard Cortés (1882 - 1969). Non scorgiamo molto della piazza se si eccettua la colonna, ma colpisce quel cielo disfatto, ingombro di nuvole che si riflettono nel grigio dell'asfalto e delle pozzanghere mentre la gente si muove in carrozza o sotto l'ombrello. Un dipinto che a prima vista sembra scuro e invece - osservato più a lungo - svela i suoi dettagli quasi potessimo entrare nel contrasto tra il grigio dell'ambiente e le luci rossastre delle vetrine e, in questo scorcio di vita urbana sotto un temporale, nutrissimo un segreto desiderio di casa.
Molto diversa è invece l'atmosfera nelle due opere che vedete qui a lato del russo Evgeny Lushpin, classe 1966: la prima intitolata "Over the Roofs of Paris" e la seconda "Rendezvous on Rue du Mont Cenis". Sono dipinti certo, ma di effetto incredibilmente fotografico sia per la sottile nitidezza della pennellata che per le inquadrature. Proprio per il realismo di tante sue raffigurazioni urbane,
Lushpin è stato paragonato allo statunitense Hopper, ma l'uso della luce e il punto di
vista creano spesso una sorta di illusionismo. Qui infatti lo sguardo dell'artista offre della metropoli una visione realistica e fiabesca insieme.
Osserviamo per esempio la città vista dall'alto dei tetti: certo una distesa di edifici che arriva fino alla Tour Eiffel e poi all'orizzonte. Ma a colpire l'immaginazione sono le tante mansarde illuminate a cominciare da quelle in primo piano, le loro luci rossastre, la vita che vi s'intuisce e la loro architettura complessa che si articola in piani, cupole e abbaini. È uno sguardo che, più che sulla metropoli, si addentra al suo interno come se un occhio misterioso ne scrutasse il cuore dall'alto. Ma l'impressione cupa che ne può derivare viene dissolta dalla spolverata di neve sui tetti che ci restituisce un'atmosfera di fiaba e una dimensione di intimità.
Sia pure in modo diverso, anche "Rendezvous on Rue du Mont Cenis" ci presenta una ricerca di intimità. Sono famose in tante raffigurazioni quelle scale nel quartiere di Montmartre e il tema del quadro - un appuntamento, se fate caso anche qui sotto la pioggia - ci riporta a quel romanticismo parigino divenuto nel tempo una sorta di luogo comune tanto da rasentare la banalità.
Ma il dipinto non è banale. Certo, un appuntamento...ma dove sono le persone o, forse, gli amanti? In apparenza il paesaggio è vuoto e invece in fondo alla scalinata, a guardar bene, si scorgono due figurette vicine sotto un ombrello. Poco lontano altre due sembrano avvicinarsi, ma ciò che colpisce è la loro piccolezza. C'è una sproporzione evidentissima tra il tema del quadro - un appuntamento - e la la lunga scalinata dove le figure umane quasi si perdono. Ma se ciò può creare un senso di solitudine e di straniamento, ancor più significativa diventa la ricerca di una vicinanza nel cuore di tale solitudine.
Così, in linea con quel romanticismo tipico di certe atmosfere parigine, ho scelto un brano di un autore contemporaneo di grande classe sia nelle sue creazioni che negli arrangiamenti. Si tratta del celebre fisarmonicista Richard Galliano, classe 1950, che nell'album intitolato "Valse(s)" uscito nel 2020, ha meravigliosamente rivisitato un vecchio e famoso testo della cantautrice Barbara (1930 - 1997): "Ma plus belle histoire d'amour". Qui tuttavia non ci sono le parole della canzone, ma solo note che indugiano liberamente sulle emozioni esprimendo il senso di una vicenda esistenziale. Col particolare timbro della sua fisarmonica, Galliano valorizza infatti la tradizionale musette francese ora ritmando la melodia, ora rallentando con delicatezza certi passaggi per farcene cogliere l'intimità, quasi lo strumento diventasse una voce che sussurra ripercorrendo piano l'incanto di una storia d'amore. Suggestivo
anche il video che l'accompagna e che, nella cornice di una stanza scura, vede una coppia mentre balla al
suono della canzone con movenze ora lievi, ora appassionate.
La musica come possibilità di introspezione quindi o - per usare le parole dello stesso Galliano - come "medicina dell'anima" : un'aria di grande dolcezza chepotrebbe anche risuonare nel cuore delle figurette del quadro di Lushpin, laggiù, in mezzo alla città sconfinata.
Ci sono molteplici modi di esprimere la gioia che proviamo ascoltando musica, modi che variano in rapporto alla sensibilità del singolo, ma insieme al luogo, al contesto, all'interpretazione e certo al genere del brano eseguito. Come ho detto spesso in passato, altro è essere in uno stadio, altro trovarsi in una prestigiosa sala da concerto.
Ma al di là di questo, esiste anche una partecipazione legata al carattere di un popolo più o meno incline a manifestare le proprie emozioni. Se infatti in Estremo Oriente il pubblico è in genere più riservato, se in Occidente è vivace ma pur sempre composto, nel mondo sudamericano l'atteggiamento di chi ascolta costituisce invece un'eccezione per la sua marcata esuberanza.
Abbiamo assistito proprio qualche sera fa - durante il Concerto per Milano in piazza Duomo - all'esibizione del tenore peruviano Juan Diego Florez che a un certo punto ha fatto cantare il pubblico nel quale, tra l'altro, erano presenti tanti suoi connazionali. È sempre entusiasmante per uno spettatore essere direttamente coinvolto all'interno di una performace, e tali eccezioni a volte si sono verificate anche nei più famosi templi della musica. Ho in mente Riccardo Muti che nel 2011 - nientemeno che alla Scala! - ha diretto gli ascoltatori nel celebre "Va' pensiero" o ancora penso al tradizionale battimani che accompagna certi brani durante il Concerto di Capodanno al Musikverein di Vienna. Nè si può dimenticare il calorosissimo e commovente saluto tributato dal pubblico berlinese al Maestro Abbado dopo l'ultima sua esibizione con la Filarmonica della città nel 2013. Un apprezzamento per la musica quindi e insieme un segno di gratitudine per chi se ne fa portatore, una partecipazione fatta di gesti che partono dal cuore e da un'adesione totale a ciò che si riceve.
Per questo, oggi mi piace condividere qui un video che non esito a definire entusiasmante. Si tratta del venezuelano Gustavo Dudamel che dirige la SimonBolivar Symphony Orchestra nell'esecuzione della "Marcia di Radetzky" di Johann Strauss padre (1804 - 1849), proprio il brano del battimani viennese. Stavolta però la mia attenzione non si ferma alla musica qui splendidamente ritmata nella sua vivacità, ma va alle reazioni degli ascoltatori, alla direzione più che mai briosa di Dudamel e in particolare a un suo gesto che potrete apprezzare solo se guarderete il video fino alla fine.
C'è un'indole latino-americana che porta a manifestare la gioia in modo assolutamente festoso. Le immagini che oggi vi propongo non sono tra le più chiassose e movimentate che si possano trovare: ci sono brani infatti che suscitano entusiasmi ancora più irrefrenabili. Tuttavia vedrete che, nel mezzo dei calorosi applausi tributati all'orchestra, a un certo punto Dudamel s'immerge in un vero e proprio bagno di folla per andare ad abbracciare e portare sul palco un signore anziano. Non è un gesto formale, ma il segno di una gioia palpabile che nasce dal cuore ed è coralmente condivisa.
La persona a cui rende omaggio è Josè Antonio Abreu (1939 - 2018), colui che - come scrivevo qui in passato - col proprio sistema di educazione musicale pubblica e gratuita ha aperto il mondo delle note a tanti giovanissimi provenienti anche da famiglie povere. Ciò, se da un lato ha consentito loro di imparare un mestiere riscattandosi da condizioni sociali ed economiche incerte, dall'altro ha promosso la formazione di numerose orchestre giovanili venezuelane tra le quali una delle più affermate è la Simon Bolivar. Dudamel viene proprio da questa scuola ed è significativo vedere qui l'anziano e il giovane, il maestro e l'allievo, chi ha aperto una strada e chi la sta percorrendo con successo, abbracciati nel segno della gratitudine per il cammino compiuto e uniti dalla gioia della musica. Un'onda di entusiasmo che, partendo dai protagonisti e dal pubblico, raggiunge anche noi che guardiamo e allarga il cuore!
Hanno ridato in tv la scorsa settimana "Le ali della libertà", celebre film uscito nel 1994 per la regia di Frank Darabont, con Tim Robbins e Morgan Freeman. Benché l'avessi già visto parecchi anni fa, non ho voluto perderlo per un motivo ben preciso: se infatti nel 2010 ho creato il mio blog, il merito va proprio a questa pellicola che me ne ha fornito lo spunto e alla quale, a suo tempo, avevo dedicato il post d'inizio.
Nel breve articoletto di esordio, facevo cenno alla durezza della vicenda ambientata nel penitenziario di Shawshank dove Andy, il protagonista, viene rinchiuso a scontare due ergastoli per un duplice omicidio che in realtà non ha commesso. In una quotidianità fatta sia di violenze da parte di alcuni detenuti e di una delle guardie, sia di ipocrisia da parte del direttore del carcere, la lotta non è solo quella di conquistare la libertà materiale cercando una via di fuga, ma prima di tutto la necessità di mantenersi vivi e liberi interiormente. Andy lo farà evitando di vendicarsi delle aggressioni subite, facendo amicizia con Red, mettendo al servizio degli altri le proprie competenze di ex bancario e potenziando la biblioteca del luogo con ripetute richieste di libri e dischi che, finalmente, un giorno vengono esaudite.
È a questo punto del film che si svolge la scena a mio avviso più toccante che - se volete - potete ritrovare qui. Nella gioia di condividere lo splendore della musica, pur sapendo di violare le regole e consapevole che avrebbe duramente pagato tale trasgressione, mentre i detenuti sono in cortile per l'ora d'aria Andy fa loro ascoltare dall'altoparlante un brano di Mozart. Si tratta dell'aria "Che soave zeffiretto", una delle più suggestive da "Le nozze di Figaro", checome una magìa scende dall'alto su tutti suscitando improvviso stupore. Seguirà la durissima punizione, ma nel buco in cui Andy verrà confinato, grazie alle note di Mozart custodite nella mente e nel cuore come lui stesso dirà poi, riuscirà a resistere.
Proprio questa sequenza ha fatto nascere in me l'idea di condividere musica in un blog. Ma se l'avevo già detto nel post d'inizio, perchè ora - a quasi tredici anni di distanza mese più mese meno - lo racconto di nuovo? Perchè, nonostante la conoscessi, la scena rivista sere fa mi ha suscitato di nuovo profonda commozione. Come già a suo tempo e forse ancora più intensamente, ho colto infatti quanto
la bellezza della musica sappia generare stupore e abbattere le sbarre di tante prigioni interiori, liberando in noi energie latenti e impensate. E come allora, ho colto la gioia del protagonista di farsi ad ogni costo altoparlante nel condividere tale bellezza, capace di risvegliare una luce di umanità anche nel chiuso di un carcere.
Così, oggi mi piace tornare al Mozart de "Le nozze di Figaro" proponendovi però un brano diverso da quello pubblicato a suo tempo. Si tratta della celebre aria di Cherubino "Non so più cosa son, cosa faccio" dal I attodell'opera. Al di là del fatto che, rappresentando Cherubino un giovane paggio alle prese con i primi turbamenti amorosi, il suo ruolo musicale è stato spesso affidato alla voce femminile di mezzo soprano, l'aria mi ha colpito anche per un particolare riferimento che coglierete facilmente. Ascoltandola, noterete subito la marcata somiglianza con l' esordio di uno dei pezzi più conosciuti del compositore salisburghese: la "Sinfonia n.40 K.550".
Brani diversi certo, perchè l'aria di Cherubino è in un luminoso mi bemollemaggiore, mentre la Sinfonia scritta da Mozart due anni più tardi, nel 1788, esordisce in sol minore con un tocco di malinconia quasi preromantica. Ma nonostante la differente atmosfera, tra i due pezzi si coglie una netta somiglianza ritmica perchè entrambi costruiti sullo schema dell'anapesto. Si tratta di una forma metrica della poesia greca e latina costituita da due brevi e una lunga (∪ ∪ —), corrispondenti a due sillabe atone seguite da una sulla quale cade l'accento tonico, e traducibili in cellule ritmiche anche sul piano musicale.
Quanto al testo del brano, esso esprime lo smarrimento dell'animo adolescenziale alle prese con i primi innamoramenti, le contrastanti emozioni e l'insopprimibile desiderio di manifestarle. Ed espressioni come "Or di foco, ora sono di ghiaccio" insieme al bisogno di sfogare il proprio sentimento in dialogo con la natura, possono ricordare i versi del Petrarca nel sonetto "Pace non trovo..." o in "Solo e pensoso..." o ancora nella canzone "Di pensier in pensier, di monte in monte". Non dimentichiamo, a questo proposito, che il librettista de "Le nozza di Figaro" - Lorenzo Da Ponte - era italiano.
Un brano fatto quindi di concitazione e soavità che la voce di Cecilia Bartoli modula splendidamente, alternando acuti a toni più confidenziali e sommessi.