giovedì 22 gennaio 2026

Coltivare parole - 1

Ho insegnato per anni in un istituto tecnico agrario a studenti che si avviavano a conoscere l'arte della coltivazione dei campi, quindi il tema con cui apro questo post mi è familiare.

Solo che, a suo tempo, invece di parlare di aratura, erpicatura o irrigazione, il mio compito era spiegare ai ragazzi che, non solo fuori, ma anche dentro di noi esiste un campicello da coltivare, una capacità comunicativa da svegliare, un cuore e una mente da nutrire attraverso lo studio di letterati e poeti. Del resto, coltivazione e cultura etimologicamente sono parenti e l'insegnante è simile a un agricoltore che semina. Tante sono poi le variabili che intervengono sulla crescita, sia nel mondo agricolo che in quello della comunicazione, e non sempre riusciamo a sapere quanto i semi si radicano e quando daranno frutto. Ma l'esperienza mi dice che, se anche ciò non accade sui banchi di scuola, nel tempo i frutti arrivano, e splendidi! 

Ma che cosa consente ai semi di mettere radici? Se i ragazzi di oggi sono per molti aspetti più problematici di quelli di una volta e in apparenza noi - una vita fa - eravamo diversi, nella sostanza però non nutrivamo sempre un amore viscerale per le materie di studio, nè eravamo esenti dalla stupidera dell'etàPerò ascoltavamo e, al di là dei sussulti di ribellione che potevamo covare verso la severità di certi docenti, non smettevamo di aver fiducia in loro che consideravamo comunque punti di riferimento.

Del resto anch'io che poi ho fatto l'insegnante, se pure il mio percorso scolastico è andato avanti senza intoppi, qualche problemino l'ho avuto. 
Una volta che l'ho detto in classe, i miei allievi delle superiori mi avevano regalato 
un'attenzione che neanche quando spiegavo Pirandello. Sapere che in seconda media la prof. aveva preso 4 in latino perchè praticamente non aveva fatto i compiti, non è cosa da poco! È come sollevare un velo sul bello della diretta! O, per restare con Pirandello, è la vita che sguscia fuori dalla forma!
Ma ciò che a loro era parso più incredibile era che del misfatto io ricordassi ancora
giorno mese ed anno! Era il 23 febbraio del 19... ve lo risparmio, per la precisione un venerdì, e in famiglia eravamo reduci da un trasloco. Il trasloco, si sa, è impegnativo, così in altre faccende affaccendata mia mamma non mi aveva controllato i compiti. Io, felice e beota com'ero - beota sì, non è un errore! - per la pigrizia di cercarle sul vocabolario, avevo tradotto le frasi in latino lasciando in bianco le parole che non sapevo. E chi era stata interrogata il giorno dopo?... 

Ma una volta approdata al liceo, nonostante avessi ottimi insegnanti, non è che delle lezioni riuscissi a capire sempre tutto. Studiavo - questo sì! - ma materie come fisica e chimica mi erano ostiche, e neppure stravedevo per la poesia nonostante fossi innamorata cotta del prof. di italiano. 
In quegli anni, compariva ogni tanto in tv Ungaretti e quando prendeva a declamare
"Veglia", la sua pronunzia calcata in modo espressionistico per sottolineare le allitterazioni del testo, suscitava in me solo una grande ilarità. Quindi, figuratevi!... Però a scuola ascoltavo e quei semi gettati dagli insegnanti si erano depositati quasi a mia insaputa, lasciandomi nel cuore soprattutto la passione di alcuni di loro nel comunicare. 

Tutto questo discorsino per dire che anche in me qualcosa si è radicato nel tempo, e oggi provo una sottile nostalgia per poeti e letterati dei quali qui non ho mai parlato forse per una sotterranea forma di pudore. Senza andare lontano o allargarmi troppo, sono stati certi testi letti a scuola ma anche poi per conto mio, a restarmi dentro riaffiorando vivi di tempo in tempo. 
Proprio tra questi, vorrei ricordarne alcuni nella serie di post mensili del nuovo anno che ho
intitolato "Coltivare parole", cercando però di non fare la prof. nella convinzione che - in confronto a quella di altri lettori - la mia è solo una piccola esperienza.

Allora, concludendo questo post introduttivo, vi regalo due testi a cui sono molto affezionata. Il primo, che risale circa al 1346, è tratto da una lettera del Petrarca a Giovanni Anchiseo : 

 "(...) Ecco: non riesco a saziarmi di libri. E sì che ne posseggo un numero probabilmente superiore al necessario; ma succede anche coi libri come con le altre cose: la fortuna nel cercarli è sprone a una maggiore avidità di possederne. Anzi coi libri si verifica un fatto singolarissimo: l'oro, l'argento, i gioielli, la ricca veste, il palazzo di marmo, il bel podere, i dipinti, il destriero dall'elegante bardatura, e le altre cose del genere, recano con sé un godimento inerte e superficiale. I libri ci danno un diletto che va in profondità, discorrono con noi, ci consigliano e si legano a noi con una sorta di familiarità attiva e penetrante (...)".

Il secondo è un passo dalla lettera del 10 dicembre 1513 scritta dal Machiavelli a Francesco Vettori: 

"(...) Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.(...)".

In entrambi, gli autori sottolineano il valore della lettura ritenuta più preziosa di tanti beni materiali perchè ci conduce alla scoperta di noi stessi e ci libera dagli affanni. Ma è insieme dialogo con persone vive attraverso le loro parole alle quali accostarsi con tutta calma. Bellissimo e in certo qual modo solenne quel cambiarsi d'abito di cui parla Machiavelli: un invito a non essere distratti o frettolosi, ma a predisporre il cuore come si fa per un incontro importante!

Certo anche la musica aiuta a preparare il cuore e in particolare quella di Mozart in alcuni pezzi che sanno di miracolo tanto sono ricchi di leggiadrìa. Allora torno a un brano del compositore salisburghese già pubblicato quasi 11 anni fa precisamente qui, che mi pare ricco di quell'intensità necessaria a far fiorire i tanti semi depositati in noi. 
Si tratta del quarto movimento, Adagio, dal "Divertimento n.15 in Si bemolle
maggiore K.287". Nel vecchio post parlavo di semplicità e della pace terapeutica che questo brano ci regala. È infatti una melodia intrisa di calma mentre il soave ritmo dei pizzicati ci accompagna ricucendo ferite o ricomponendo lembi dell'anima. E insieme può preparare il terreno ad accogliere le parole dei grandi, così come l'agricoltore dissoda il campo che dovrà ricevere la semente.

Buon ascolto!

(La foto - particolare del mese di Ottobre, tratta dal Ciclo dei Mesi dei Fratelli Limbourg e conservata presso il Museo Condée a Chantilliy - è presa dal web.)

 

Nessun commento: