giovedì 29 maggio 2025

Se lo sguardo è femminile - 5












 

 

 

 

 

 

 

 

Lo sguardo femminile di questo mese ci conduce in un teatro d'opera. 
Siamo a Parigi e autrice del dipinto che vedete è Mary Cassatt (1844 - 1926),
 artista statunitense trasferitasi a soli 29 anni in Francia. Qui è venuta a contatto col gruppo degli Impressionisti - in particolare con Degas - aderendo alle novità di cui essi erano portatori, tanto da meritare un posto di rilievo tra le pittrici che li attorniavano insieme a Berthe Morisot e a Eva Gonzales.
Come per le altre artiste, oggetto dei suoi quadri è stato spesso l'universo
femminile colto non solo all'interno delle mura domestiche e delle relazioni familiari - celebri, a tal proposito, i suoi dipinti incentrati sul rapporto madre-figlio - ma raffigurato anche nei luoghi di ritrovo esterni alla famiglia, nei limiti di ciò che all'epoca era consentito alle donne. Il teatro era appunto uno degli ambienti più frequentati anche dal pubblico femminile e Mary Cassatt vi ha inquadrato diverse opere tra le quali questa che vedete, intitolata "In the lodge" e conservata presso il Museum of Fine Arts di Boston.

Che cosa rappresenta?
In primo piano, ritratta di profilo, vediamo una donna elegante in abito scuro che, appoggiata alla balconata del palco, osserva col binocolo ciò che ha davanti; ma insieme, sullo sfondo, si apre un ampio scorcio di pubblico dove, in uno degli altri palchi, un signore sembra a sua volta puntare il binocolo su di lei.
Una raffigurazione di ambiente, ma in realtà
un gioco di sguardi che può avere molteplici sottintesi: interesse o semplice curiosità da una parte, indifferenza dall'altra, ma forse anche il piacere di guardare ed essere guardati, chissà! E la scena coinvolge anche noi che - sia pure dall'esterno - la osserviamo tentando di annodare fili di ipotetiche storie e addentrandoci nella sostanziale novità di tale iconografia.

Bella, raffinata e sicura ci appare la donna, certo esponente dell'alta borghesia, nel suo abito scuro, gli orecchini lucenti e il ventaglio nella sinistra. Con la destra regge il binocolo mentre il suo sguardo attento sembra tradire un lievissimo sorriso, quasi stia appagando una sorta di curiosità sottile, segreta e un po' golosa.

Viene il dubbio che oggetto della sua attenzione non sia lo spettacolo che si svolge sul palcoscenico, ma l'insieme degli spettatori o qualcuno di essi in 
particolare.

Oltre alla capacità di introspezione psicologica dimostrata dalla Cassatt, nell'opera è proprio quest'ultimo aspetto a colpirmi: il fatto che l'attenzione della pittrice sia focalizzata solo sul pubblico. Ma anche ipotizzando che la protagonista del dipinto stia davvero guardando la rappresentazione, non vediamo comunque ciò che accade sulla scena e ne deriva un esempio accattivante di spettacolo nello spettacolo. 
Insieme alla tecnica pittorica dal tratto sintetico ma
espressivo che si osserva nel dettaglio qui a lato, dalla lezione impressionista la Cassatt ha preso dunque la tendenza a rappresentare il pubblico di un evento più ancora che l'evento stesso. Tendenza realistica che fa balzare in primo piano la classe borghese della seconda metà dell'Ottocento, colta nei suoi luoghi di ritrovo, nelle sue abitudini e nei suoi svaghi.

Lo notiamo in diversi altri esempi da Renoir a Manet del quale - a tale proposito - è rappresentativo "Il balcone" che vedete qui a lato e che precede di una decina d'anni
 il quadro della Cassatt. 
Anche in quest'opera - ispirata peraltro a un dipinto di Goya - Manet non ha 
raffigurato ciò che una delle due donne sembra osservare avidamente e che immaginiamo possa essere un corteo o una parata nel boulevard sottostante, ma ha incentrato il dipinto proprio sulle persone al balcone: sui loro sguardi, sugli atteggiamenti e - perchè no? - sull'esibizione di un abbigliamento elegante che mette in evidenza la loro posizione sociale. 
Il salotto di casa si apre così ai viali della città dove vedere, ma soprattutto essere
visti, diventa una sorta di must del momento nella società che i pittori dell'epoca rappresentano.

È a questo clima un po' mondano e salottiero che si ispira la musica di oggi: la "Valse nonchalante in Re bemolle maggiore op.110" per pianoforte solo di Camille Saint-Saëns (1835 - 1921). Si tratta di un pezzo molto amato dal compositore che lo aveva scritto nello stile dei brani da caffè-concerto, una melodia seducente e dall'architettura lieve che è stata oggetto di varie trascrizioni anche orchestrali. Il tema si apre lento per animarsi con leggerissimi arpeggi e divenire più agitato, alternando poi a parti colme di passione altre più pacate che digradano infine verso il pianissimo. Un valzer che ci avvolge in un vortice di accattivante dolcezza con un passaggio a 2,48 dall'inizio che, sia pure lontanamente, può ricordare Chopin.

Tuttavia, al di là del carattere un po' frivolo del brano, ad orientare la mia scelta non è stato solo un dato musicale, ma insieme l'aggettivo nonchalante presente nel titolo. Trovo infatti che il termine che Saint-Saëns traduce in note si adatti molto bene all'immagine della donna col binocolo: il suo atteggiamento rivela infatti quella sicura e disinvolta noncuranza che la rende attraente e fa in buona parte la bellezza di questo dipinto.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 21 maggio 2025

A corserelle e a fermatine...

Scherzeremo anche oggi, come vedrete, ma il brano che vi propongo ha caratteri molto diversi dal precedente che ci ha regalato il fascino dei pizzicati nel movimento di una sinfonia di Tchaikovsky.

Stavolta, si tratta di un pezzo per pianoforte solo di Robert Schumann (1810 - 1856), precisamente il primo dei quattro "Klavierstücke op.32", intitolato appunto "Scherzo". Qui torniamo indietro nel tempo di una quarantina d'anni rispetto al brano di Tchaikovsky ed entriamo in un'atmosfera diversa da quella del compositore russo. E perchè mai lo pubblico? Perchè risponde maggiormente all'idea di scherzo improntata a leggerezza e vivacità cui facevo riferimento la volta scorsa, ma soprattutto per un altro aspetto che lo caratterizza: il ritmo.  

Se durante l'ascolto osserviamo lo spartito, noteremo che il brano, pur essendo tutto nel tempo di 3/4, presenta qua e là un andamento diverso: battute nelle quali qualcosa varia quasi stessimo danzando e a un tratto prendessimo la rincorsa o rallentassimo. Insomma un cambio di passo, quasi le corserelle e fermatine di manzoniana memoria!...
I 3/4, infatti, nella parte iniziale hanno un ritmo puntato e chi conosce la musica sa che
quel puntino dopo una nota significa che se ne aumenta la durata della metà del suo valore; poi dopo la nota più lunga ne troviamo una più breve. Qui all'ottavo puntato segue il sedicesimo e questo conferisce al brano un ritmo saltellante, un procedere a scatti che - i grecisti perdonino la mia illecita invasione di campo! - nelle due battute iniziali del brano mi ricorda la metrica del trimetro giambico: ∪ — ∪ — ∪ — ∪ — ∪ — ∪ —  breve-lunga per sei volte.  Il che non sarebbe neanche fuor di luogo in uno scherzo, dato che il trimetro giambico non era usato solo nelle tragedie ma anche nella commedia e nel dramma satiresco.

Ma torniamo al brano. Qui, dopo una vivacissima sequenza di note ascendenti e discendenti in questo ritmo, prima in tonalità maggiore poi in minore, la musica va invece allargandosi nel passaggio conclusivo della frase, terminando col segno del punto coronato a indicare un suono che dura molto più a lungo del valore della nota.
Segue poi una sezione più lenta, morbida, tra il malinconico e il giocoso - a mio
avviso la più bella! - nella quale la vivacità si smorza e le note puntate, più che movimento, esprimono una sorta di incanto quasi il compositore volesse sostare per qualche attimo a cogliere lo splendore della melodia.
In seguito, il tema iniziale riprende il suo andamento saltellante per mettersi a un
tratto a correre, come sentite per esempio nella battuta a 1.11 dall'inizio dove il ritmo cambia e si susseguono sei ottavi tutti uguali e staccati.

La foto in alto illustra molto meglio delle mie parole la differenza tra questi due ritmi: la prima battuta sia della mano destra che della sinistra, presenta due volte l'ottavo puntato seguito dal sedicesimo. Nella seconda invece, i puntini sono spariti e il passo è più regolare anche se la velocità aumenta: lo sentite dagli accenti che cambiano. Somiglia a una corsa che per un po' procede a saltelli, mentre verso la fine si fa precipitosa.

Così, alternando queste due parti il brano prosegue fino alla conclusione proprio con lo stile di uno scherzo. Ci comunica infatti un'idea di giocosa leggerezza, con qualche punta di lieve malinconia qua e là, dove la musica rallenta per farsi un po' pensosa prima di slanciarsi a riprendere la corsa.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

mercoledì 14 maggio 2025

Uno scherzo?...

Sì, oggi sono in vena di scherzi anche se il carnevale è passato da un bel po'.
Mi ha suscitato questo desiderio il dipinto di
Felice Casorati (1883 - 1963) che vedete qui accanto, intitolato "Scherzo: Fiordalisi", attualmente in mostra presso la Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Pr) nell'ambito della rassegna "Flora". 

Figura singolare e poliedrica quella di Casorati perchè alla passione per la pittura ha unito l'attività di grafico, scultore, architetto, scenografo, insieme a un notevole interesse per le arti decorative. Ma spicca in lui anche l'amore per la musica che aveva studiato in gioventù, rinfocolato poi dall'amicizia con alcuni compositori tra cui Alfredo Casella.

Nasce così in Casorati la tendenza a interpretare anche l'arte figurativa con sguardo musicale cogliendovi elementi quali l'armonia e il ritmo. Tendenza se vogliamo non nuova nei pittori dalla fine dell'Ottocento al Novecento e che possiamo ritrovare, per esempio, anche in Kandinsky e Klee. Ma basterebbe osservare il linguaggio che caratterizza certe opere per notare uno scambio tra termini pittorici e musicali come se i due piani si fondessero in una sorta di sinestesia.
Qualche esempio? Tra i musicisti,
Chopin scrive i Notturni, Mussorgsky i Quadri di un'esposizione, Debussy gli Arabesques e le Images; mentre tra i pittori Kandinsky compone le Improvvisazioni e Klee la Fuga in rosso.

Con Casorati troviamo lo Scherzo che qui non è burla o gioco ma, nelle intenzioni dell'artista, ha proprio un significato musicale. Il mazzo fiorito diventa infatti una sorta di tappezzeria nella quale la disposizione dei fiordalisi e dei colori ha un suo ritmo particolare. Musicalmente parlando, in passato lo Scherzo era una composizione leggera e vivace - parte di una sonata, un quartetto o una sinfonia - che a volte andava a sostituire il Minuetto. Nel tempo ha poi assunto un carattere più complesso e articolato, come possiamo notare nel secondo movimento della Nona Sinfonia di Beethoven e nei
quattro Scherzi di Chopin per pianoforte solo che sono ormai creazioni autonome. 

Anche sul piano strettamente pittorico, quello di Casorati non è un gioco, ma i suoi fiordalisi indicano un'atmosfera tra la realtà e il sogno.
Certo, vi potremmo vedere un richiamo al passato, quasi una lettura in chiave moderna
delle antiche nature morte con fiori insieme a quel riflesso nel vetro del vaso, dettaglio presente anche in alcuni dipinti barocchi. Inoltre, la fantasmagorìa di colori che emerge dal buio potrebbe ricordare le vetrate di alcune cattedrali.

Tuttavia qui l'atmosfera è diversa, le forme sono stilizzate dalla fantasia dell'artista, mentre il carattere precipuo del quadro è dato dal fascino del colore: un avvolgente punto di blu in cui lo sguardo affonda come in una superficie liquida per riaffiorare individuando piano la sagoma rotonda del vaso che emerge dal buio insieme ai due fiordalisi caduti ai lati.

E per commentare questa immagine, tra i vari Scherzi che il panorama della musica ci offre ne ho scelto uno che, in apparenza, poco ha a che fare col dipinto. Si tratta del terzo movimento della "Sinfonia n.4 in Fa minore op.36" di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893): un insieme di bizzarri, inafferrabili arabeschi che sembrano nati dalla fantasia del compositore magari in un momento di ebbrezza.
Tuttavia, a prendermi è stato il pizzicato degli archi col suo ritmo ostinato
prima all'inizio e poi nel corso del pezzo, intervallato solo dalla melodia esposta dai fiati; e non solo perchè il pizzicato mi è sempre piaciuto ma perchè, di primo acchito, attraverso di esso qui non è facile individuare il tema portante e dobbiamo entrare nel brano per abituarci all'ascolto.
Esattamente come per il dipinto di Casorati: in mezzo a tutto quel blu che sembra
abbagliarci, la vista si deve abituare per poter discernere poco per volta forme e dettagli arrivando a coglierne originalità e splendore.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)


martedì 6 maggio 2025

Il soffio ludico della creazione

Credo di averlo detto altre volte: nutro una profonda gratitudine per Franz Joseph Haydn (1732 - 1809).
Ma lo ribadisco ancora perchè le
sue note continuano a regalarmi una percezione che mi restituisce a me stessa, insieme a uno sguardo entrando nel quale posso cogliere lo splendore dell'esistenza. E lo fanno con quella intensa e gioiosa energia che sa volgere in positivo uno stato d'animo cupo o incerto, esercitando una vera e propria terapia interiore.
Certo, ciò accade con i tanti altri musicisti che negli anni ho apprezzato a cominciare da Bach e Mozart.
Ma vale anche per Haydn che mi è stato materialmente compagno di viaggio in diverse occasioni. Ne avevo già parlato qui, ma oggi mi permetto di aggiungere cosa a cosa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Torno così a quel monumento musicale che è "La Creazione" che ho ascoltato assiduamente in anni lontani e della quale avevo già scritto in questo post.
Come dicevo in passato, si tratta di un oratorio per soli, coro e orchestra in cui
Haydn ha musicato un testo che fa riferimento al racconto biblico della Genesi, ad alcuni Salmi e al "Paradiso perduto" di Milton. Oggi desidero condividerne con voi altri due brani e in particolare il Trio "In holder Anmut stehn" e il successivo Coro "Der Herr ist groß in seiner macht" presi dal quinto giorno della creazione.

Purtroppo, pur essendo pezzi vicini non ho trovato un'unica clip che li riportasse insieme, così ne ho pubblicate due. Ma in entrambe, la splendida voce di Kathleen Battle sotto la direzione di Levine ci restituisce una morbidezza rara che dell'evento ci fa percepire la grandezza e al tempo stesso la mozione gioiosa.

Ma perchè ho scelto questi brani? Che cosa mi ha suggestionato in essi?
È una storia che nasce da lontano, dal giorno in cui mi sono imbattuta nel Salmo 104 in cui si loda Dio artefice del creato nella sua magnificenza di acque, terre, astri, monti, piante, animali e via dicendo. Ma al versetto 26, a proposito del mare grande e immenso, si dice: 

"Là viaggiano le navi e nuota il Leviatano che hai creato perchè vi si diverta".

È qui che sono rimasta con tanto d'occhi: nuota il leviatano che hai creato... PERCHE' VI SI DIVERTA???...Ma ho letto bene??? Ho cercato allora un'altra traduzione, ma diceva addirittura: "...PER  SCHERZARE  IN  ESSO" e ancora "il Leviatàn che tu hai plasmato PER  GIOCARE  CON LUI" !!!

Ora, sappiamo tutti - senza scomodare la lettura in chiave politica di Hobbs o altre interpretazioni allegoriche - che, nella tradizione biblica e non solo, il Leviatano è il feroce mostro marino simbolo del male, del caos primordiale, della potenza senza controllo, identificato talora con un dinosauro o un coccodrillo o un drago. Qualcosa insomma che incute il massimo del terrore, quasi fosse la bocca dell'inferno spalancata come appare in alcune miniature medioevali.
Scoprire invece che le parole del Salmo 104 ci dicono che Dio lo domina con una
tranquillità senza paragoni è stata per me fonte di profondo stupore, non perchè avessi dubbi sull'onnipotenza divina, ma perchè nel Salmo quest'idea è espressa con sorridente, ludica leggerezza, quella di chi ha vinto la paura!!!

Certo, ci muoviamo in un contesto in cui le parole del salmista non hanno pretesa di scientificità, ma quella che ci offrono è la prospettiva di un credente. I cenni al divertimento del Leviatano e a tale aspetto ludico della creazione hanno infatti lo scopo di sottolineare la potenza divina e il suo pieno controllo su ogni cosa, tanto da lasciare che le creature esistano con tranquillità, ciascuna a suo modo.
Ed è proprio questa incredibile larghezza di cuore - non saprei come definirla altrimenti - che mi ha folgorato perchè io da un mostro, dentro o fuori di me, sarei terrorizzata e lo terrei dietro le sbarre chiuso a doppia mandata di chiave. Il salmista invece afferma che Dio lo domina al punto da lasciarlo essere, senza paura alcuna. Fantastico!

Naturalmente, ho pensato subito in quale musica avrei potuto trovare una descrizione simile a quella del Salmo 104 e sono approdata così ai due pezzi dalla Creazione di Haydn che vi riporto. Il primo - il trio dove cantano a turno i tre arcangeli Gabriel (soprano), Uriel (tenore) e Raphael (basso) - elenca le opere create da Dio: colline, acque, uccelli, pesci, ciascuno con la propria bellezza. E a un certo punto, come recita il testo, "Vom tiefsten Meeresgrund Wälzet sich Leviathan Auf schäumender Well' empor" : dal profondo del mare emerge Leviatan sull'onda schiumosa.
Qui, dopo la morbida voce della soprano e quella energica del tenore, spetta a
quella più profonda del basso far risalire il Leviatano dall'abisso e sono proprio le note a darcene la viva percezione a 2,46 dall'inizio. 

Interessante notare la scala ascendente che indica l'affiorare del mostro in superficie, seguita subito dal salto di ottava discendente per significare che viene dal profondo. Come potete osservare, è proprio sulla parola Leviathan che si raggiunge la nota più alta per poi scendere mentre, se ci fate caso, l'orchestra riproduce il fremito delle acque mosse dall'emergere del mostro. Magnifico! E il senso di tale magnificenza ce lo offre la dolcezza con cui i tre arcangeli commentano subito dopo le opere create da Dio, Leviatano compreso: "Wie viel sind deiner Werk', o Gott! Wer fasset ihre Zahl?", quante sono le Tue opere, oh Dio! Chi può enumerarle? 

A questo punto, come risposta immediata a tale domanda si apre il secondo brano in cui solisti e coro prorompono in un vivacissimo inno di lode sulle parole "Der Herr ist groß in seiner Macht, Und ewig bleibt sein Ruhm": il Signore è grande nella Sua onnipotenza e la Sua gloria rimane per sempre.
Ascoltatelo e lasciatevene entusiasmare perchè - come scrivevo all'inizio - è ricco di
quel soffio di gioiosa energia capace di dissipare la tristezza cambiando il nostro sguardo interiore. 

Proprio lo stesso impulso festoso ho trovato nel dipinto del Tintoretto intitolato "La creazione degli animali" che vedete nelle immagini.
L'artista vi ha riprodotto infatti la tensione e l'impeto della corsa di pesci, volatili e
altri esseri viventi che sembrano slanciarsi gioiosamente nell'esistenza come se un vento li spingesse, incoraggiati dalla splendida mano benedicente di Dio Padre.
Il quale Dio ci appare quasi in volo, proteso nel movimento creativo che tutto coinvolge come a
dire: andate, crescete, moltiplicatevi, popolate la terra e - perchè no? - divertitevi!

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)



martedì 29 aprile 2025

Se lo sguardo è femminile - 4












È opera della pittrice francese Marie Bracquemond (1840 - 1916) il dipinto di questo mese, intitolato "Sotto la lampada" e conservato in una collezione privata. Si tratta di una delle artiste più rappresentative del movimento impressionista, anche se si è formata sotto la guida di Ingres e quindi nel clima del Neoclassicismo. Tuttavia se n'è distaccata per orientarsi con splendidi risultati verso uno stile più autonomo e al tempo stesso più vicino a quello di Manet, Monet e Sisley, nonostante la disapprovazione del marito Felix Bracquemond, col cognome del quale la pittrice è poi divenuta celebre.

"Sotto la lampada" è una delle sue opere più affascinanti che ha come sottotitolo "Sisley e sua moglie cenano dai Bracquemond a Sèvres". In realtà, alcuni critici hanno messo in dubbio che quella raffigurata sia davvero la moglie del pittore. Se infatti la rappresentazione dell'uomo è veritiera e può ricordare il ritratto che di Sisley aveva fatto Renoir, la donna, più che della moglie, ha le fattezze della stessa Marie Bracquemond.

Ma, a parte questo, che cosa vediamo sotto la lampada? Una tavola apparecchiata con semplicità ed eleganza, sopra di essa lo sguardo intenso che Alfred Sisley rivolge alla donna, ma soprattutto cogliamo quell'aura indefinita, quel vibrare della luce talora netto e altrove indistinto che fa man mano affiorare gli oggetti dall'ombra e prender loro forma e consistenza. Proprio quest'aura mi ha affascinato guidandomi nella scelta del dipinto che - tra l'altro - associa due temi ai quali la pittrice ha dedicato numerose sue opere: il ritratto e la natura morta.

Qui infatti, prima ancora delle persone con i loro atteggiamenti, sono stati gli oggetti ad attirare la mia attenzione: dalla pila lucente di eleganti piatti di ceramica bianca e blu alle bottiglie e ai vasi di vetro, al cibo e ad altre stoviglie posate sulla morbida tovaglia chiara, che appaiono quasi più nitide delle persone stesse. Queste infatti sono di lato e se la donna non guarda in viso l'uomo ma sembra volgersi altrove, risulta più al centro l'espressione intensa di Sisley, la cui figura ha però un che di evanescente forse per effetto della luce della lampada o del vapore che sale dalla zuppiera.

Così pure, insieme a lui, sembrano affiorare lentamente dall'ombra anche piatti e quadri appesi alla parete retrostante, dei quali abbiamo percezione solo dopo aver osservato il dipinto con calma, come se anche noi spettatori dovessimo abituarci  a questo tipo di luminosità dai contorni sfumati.

Ma l'atmosfera indefinita e vibrante creata dalla pittrice può anche suscitare sogni ed ipotesi sul rapporto tra Sisley e la donna. Quello di lui - così almeno a me pare - è uno sguardo intenso e vivo, quasi teso a cercarla, e tuttavia non ricambiato. Lei infatti, più riservata o forse a disagio, sembra sfuggire volgendo gli occhi altrove e appoggiandosi alla tovaglia. Chissà!... 

Tuttavia, al di là di queste mie improbabili divagazioni, non può non colpirci anche la prova di bravura che vede accostati in poco spazio, proprio come in una natura morta, materiali diversi tra loro.
Per quanto non siano nuovi tali
accostamenti e fin dall'epoca barocca siano stati realizzati da numerosi artisti, mi pare che qui ci sia una raffinatezza tutta femminile nel cogliere squisitamente ogni minimo dettaglio.

Bellissima la stoffa setosa dell'abito a righe con i polsini bianchi di pizzo, e quella che s'intuisce invece più spessa e morbida della tovaglia! Così pure, splendido l'accostamento del metallo del mestolo, la ceramica della zuppiera, il vetro del bicchiere, il legno del macinino, il pane...oggetti che si valorizzano a vicenda nella diversità dei loro materiali.
Ma ancor più espressiva quella mano rosea appoggiata sulla tovaglia, mano nella quale
possiamo leggere forse una quieta padronanza o forse un senso inconscio di difesa dallo sguardo indagatore dell'uomo.
Ripeto: sono solo divagazioni suscitate dai molteplici aspetti di un quadro che,
pur presentandoci uno squarcio di semplice vita quotidiana, fa sognare. La Bracquemond ha infatti caricato la scena di una dimensione psicologica che la rende ancora più viva soprattutto se è vero che, nel riprodurre la donna, ha in realtà raffigurato se stessa.

E, passando alla musica, mi piace associare al dipinto un pezzo già pubblicato anni fa perchè mi pare adatto a rispecchiare l'atmosfera di queste immagini tra il formale e il familiare, tra riservatezza e sottile galanteria.
Così ho scelto il celebre "Salut d'amour op.12" di Edward Elgar (1857 - 1934). Il
brano, qui nella versione orchestrale, è una composizione squisitamente romantica che il musicista aveva donato alla futura moglie Alice come regalo di fidenzamento. È una melodia che si dipana dolcemente nel sognante andamento degli archi, senza ignorare tuttavia passaggi più animati nei quali la passione sembra quasi sul punto di traboccare per poi tornare a quietarsi.
Una dichiarazione d'amore, dunque, nella ferma luminosità del Mi maggiore,
garbata e galante quanto può esserlo un innamorato.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

lunedì 21 aprile 2025

Con gratitudine!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Papa Francesco che ci ha accompagnato in questi anni così difficili indicandoci costantemente la strada con essenzialità evangelica, dedico le parole che Andrea Grillo ha scritto a proposito del suo magistero:

"Di una Chiesa in uscita non potremo più fare a meno. Dell'ospedale da campo che dobbiamo imparare ad essere ha urgenza non solo il nostro tempo, ma la tradizione ecclesiale più viva."

E aggiungo una musica che, nonostante la tristezza per la sua morte, non vuole però essere funerea, ma solo segno di gratitudine.
Così ho scelto un brano che intende ripercorrere la giovinezza argentina di Jorge
Mario Bergoglio, testimoniando le sue passioni e il suo amore per le cose che fanno bella la vita nella concretezza del quotidiano, a cominciare dalla danza.
Si tratta del terzo dei "Tango
Études" di Astor Piazzolla (1921 - 1992), sei composizioni in cui aleggiano splendidi riferimenti bachiani. Il pezzo - molto conosciuto e qui nella versione per violino eseguita da Gidon Kremer - ha un andamento vivace, scattante e grintoso.
E lo dedico proprio alla grinta e alla perseveranza dimostrate da Papa Francesco fino
all'ultimo giorno, grata per il suo magistero in parole ed opere, e certa che dall'Alto continuerà a fare il tifo per noi.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

domenica 20 aprile 2025

Buona Pasqua!!!

 

 

 

 

 

 

 

Michail Nesterov (1862 - 1942) : "La tomba vuota".


Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594): "Gloria" dalla "Missa brevis".

venerdì 18 aprile 2025

Venerdì Santo

  

Matthias Grünewald (1480 - 1528) : Particolare della "Crocifissione" dall'Altare di Isenheim, Musée d'Unterlinden - Colmar. 

 

Anton Bruckner (1824 - 1896) : "Agnus Dei" dalla "Messa n. 2 in mi minore". 

domenica 13 aprile 2025

Quasi una ninna nanna

L'ascolto di César Franck, la scorsa settimana, oltre alla bellezza dei suoi brani mi ha riservato anche una piacevole sorpresa.
Avete presente quando, magari da anni, una musica vi gira in testa, non sapete che
cos'è e a tratti vi struggete di curiosità?
Ebbene, stavolta il tormentone veniva da lontano,
dall'epoca preistorica in cui facevo parte della schola cantorum della mia parrocchia. Ma qui occorre fare un bel salto indietro nel tempo.

Credo di aver già detto in passato quanto da bambina - sugli otto, dieci anni o giù di lì - amassi cantare nel coro della mia chiesa soprattutto quando, nelle Messe solenni, lo si faceva dalla balconata dell'organo seguendo la funzione da quel singolare punto di vista. A quell'età, per me e le mie compagne la cosa era fonte di divertimento anche se, praticamente appollaiate in poco spazio, dovevamo stare attente a non far scricchiolare troppo l'impiantito di legno sotto i nostri piedi. L'organo era proprio quello che vedete nella foto: il coro maschile stava a sinistra e quello femminile a destra del maestro, un giovane musicista di belle speranze che avrebbe poi fatto carriera.

Oltre ad alcuni inni a due voci, ci aveva insegnato un Kyrie, un Gloria e un Magnificat, ma non chiedetemi di chi perchè non l'ho mai saputo, forse di un autore dell'Ottocento. Però giuro che, nonostante l'epoca preistorica, la musica me la ricordo ancora tanto che ve la potrei canticchiare, anche se forse non è il caso. Il Kyrie era una melodia solenne e pacata che esordiva in tonalità maggiore, poi il Christe in minore e infine il Kyrie uguale a prima, come nella maggioranza dei casi.
Il Gloria invece era più animato, almeno all'inizio, ma quello che amavo di più era
il Magnificat nientemeno che a quattro voci: qui ce la mettevamo tutta per dare il meglio nei vari incastri vocali, nonostante qualche svarione in quel latino col quale nessuno, per il momento, aveva ancora dimestichezza. Dopo l'introduzione, interveniva la solista, splendida soprano poco più che ventenne della quale - a nostro dire - il maestro era innamorato. Insomma, eravamo bambine ma, oltre alla voce, avevamo anche la vista lunga.

La cosa più suggestiva, però, era senza dubbio il suono del vecchio organo dal quale ci sentivamo letteralmente attraversati soprattutto quando il maestro inseriva i registri più pieni. Un suono che, anche in seguito, mi ha sempre catturato tanto che mi ci perdevo dietro irrimediabilmente nel bel mezzo delle funzioni. È stato proprio durante queste celebrazioni che avevo sentito più volte quel brano sconosciuto fonte del mio tormentone, ritrovato poi giorni fa tra le musiche di César Franck (1822 - 1890).

Si tratta del movimento iniziale del "Preludio, Fuga e Variazioni op.18", pezzo d'impianto bachiano come quello della volta scorsa, del quale vi riporto sia la versione originale per organo che la suggestiva trascrizione per pianoforte.
È una composizione dall'andamento malinconico che, in qualche passaggio, può ricordare il
ritmo di una ninna nanna o di una dolce pastorale, per il suo bellissimo tempo ternario di 9/8 e il suo ritornare spesso sul tema iniziale ripreso poi anche nelle variazioni.
Ma la mia gioia non è stata solo il poter dare finalmente un nome alla melodia
depositata nella mia memoria, ma godere insieme dello splendore della trascrizione per pianoforte che, a mio avviso, ne valorizza il fascino. Qui la brava interprete sottolinea infatti le varie dinamiche, esaltando i contrasti tra i passaggi più incisivi in cui la musica si anima ed altri nei quali va invece a smorzarsi piano, con struggente dolcezza.
E sono grata a César Franck per avermi fatto tornare bambina o poco più.

Buon ascolto!

(La foto - che raffigura l'organo della Chiesa di San Lorenzo a Lodi - è presa dal web) 

 

domenica 6 aprile 2025

Il vento inquieto della primavera

Sono in treno, come spesso mi capita.
Chi mi legge qui sa bene che viaggiare in
treno mi piace e non solo perchè faccio dello scompartimento una casa e ci lavoro con calma. Negli anni dell'università riordinavo gli appunti delle lezioni; ora a volte rivedo qualche articolo che ho in cantiere nel blog. Ma più spesso osservo la campagna che scorre dal finestrino, magari ascoltando musica.

Sono proprio questi momenti passati senza far nulla in una sorta di attitudine contemplativa, lasciando vagare lo sguardo e i pensieri, a rigenerarmi interiormente. Tempi morti? In un certo senso sì, ma in realtà ricchi di una vita che - lasciate in un canto le pre-occupazioni più urgenti e complice il paesaggio - riaffiora libera e sorridente restituendomi a me stessa.

Nei giorni scorsi, mi è capitato invece di tornare a casa col pullman sostitutivo del treno, verso l'ora di pranzo. Era tanto che non prendevo l'autobus, lo facevo anni fa alla sera e quella mezz'ora o poco più di viaggio nella tana calda del mezzo, soprattutto d'inverno, era rilassante. Sapevo a memoria ogni curva della strada che attraversava paesi e campagne: qui il negozio di casalinghi, poi la farmacia, poi la piazza della chiesa, e dalle finestre illuminate nel buio serale intuivo la vita che vi si svolgeva dietro. 

L'altra mattina invece era primavera, con un cielo di nuvole ariose che svegliava il verde dei prati, disegnando nella pianura prospettive lontane e lasciando intravvedere alberi e cascinali. Più vicino, qualche arbusto già fiorito, qua e là cespi di forsizie nei giardini in un panorama pacato e riposante, simile a quello del dipinto di Van Gogh che vedete nel riquadro, intitolato "Paesaggio sotto un cielo nuvoloso".
Così, ho lasciato che il suo splendore m'invadesse senza opporre resistenza nè
spezzarne la suggestione. Sentivo la vita che riaffiorava come una linfa che rigenera i rami stecchiti dal freddo invernale e, man mano che l'autobus procedeva, mi pareva che qualcosa rifiorisse leggero anche in me, insieme al giallo dei fiori sul prato e al lieve refolo del vento inquieto.
Proprio quel vento inquieto, infatti, mi pareva segno della primavera con i suoi
sprazzi di luce ma anche la sua nuvolaglia, la carezza del sole e talora qualche scorcio plumbeo in lontananza: un vento che, dopo il lungo sonno invernale, smuoveva la campagna ridandole vita.

Sarà forse per questa inquietudine che sono stata affascinata dal brano che condivido oggi, dando il benvenuto nel blog a un autore nuovo.
Si tratta di César Franck (1822 - 1890) del quale tutti conosciamo, per averlo
magari anche cantato, il celebre "Panis angelicus", inno che il compositore ha scritto musicando la penultima strofa di un testo di san Tommaso per la festa del Corpus Domini. Bene. Da qui però non ero mai andata oltre nella conoscenza del musicista: così, sono rimasta gioiosamente sorpresa quando ho scoperto altri suoi brani.

Quello che vi propongo oggi è il movimento iniziale del "Preludio, corale e fuga op.21" per pianoforte solo, pezzo accattivante nel quale suggestioni romantiche si fondono a evidenti reminiscenze bachiane. I critici affermano che la passione di Franck per Bach si esprime nella struttura del brano che, oltre al preludio, comprende un corale e una fuga. Vero!
Ma a mio modesto avviso, anche il preludio stesso, nel suo andamento subito acceso,
simile a un fuoco che cova sotto la cenere per farsi poi sempre più dirompente, presenta svariati riferimenti al passato a cominciare da Bach.
Io ci sento riecheggiare alcuni passaggi del "Preludio n.21 in Si bemolle maggiore
BWV 866" dal I libro del Clavicembalo ben temperato, e al tempo stesso, sia pure con un ritmo diverso, il "Preludio in do minore BWV 999" che chissà quanti di noi hanno suonato da principianti.
Ma allontanandoci da Bach verso richiami romantici, qualche punto del brano mi ricorda
alcune animate riprese orchestrali del "Concerto in la minore op.54" di Schumann, come pure un certo virtuosismo di Liszt.

Mi pare quindi che lo splendore del pezzo di Franck stia nell'appassionante inquietudine che tutto lo percorre e che continuamente riaffiora, ora in passaggi lievi, ora in un moto vibrante e rapinoso, a volte con arpeggi di rigore bachiano, altrove con potenti note scandite che, forse, potrebbero aver ispirato Rachmaninov.
Un'inquietudine che sembra nascere da lontano, dal cuore della tonalità minore, e
che va progressivamente a scavare nell'anima di chi ascolta suscitando nuovi germogli di vita, a somiglianza del vento sui prati della mia campagna.

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)


domenica 30 marzo 2025

Primavera in città

Non sono riuscita, nei giorni scorsi, ad andare a vedere le magnolie che stanno fiorendo in tanti angoli di Milano, ma soprattutto dietro l'abside del Duomo e in piazza Tommaseo. E so che dovrei affrettarmi perchè la magia dura poco e tra non molto i fiori cederanno il posto alle foglie.
Allora, sono andata a prendere la foto qui a
lato - tratta dal bel sito web "Milano da vedere" - per incantarmi almeno con un'immagine davanti allo splendore e l'eleganza di queste piante.

È la primavera che sta esplodendo in ogni città, viale e giardino, illuminando ogni anfratto dei suoi colori. Ma di fronte a tanta bellezza che sempre rinasce, non può non risultare stridente il periodo che stiamo attraversando, segnato più che mai da guerre, distruzioni e sconcertanti mutamenti internazionali che stanno investendo la vita di tutti, a iniziare da coloro che ne sono più direttamente coinvolti. Così, a proposito di primavera, cedo la parola a un grande. 

Si tratta di Lev Tolstoj (1828 - 1910) e dell'esordio del celebre romanzo "Resurrezione". Qui, in una pagina bellissima, lo scrittore descrive il risveglio della natura che, per quanto deturpata dall'uomo, fa ugualmente il suo corso regalandoci quella magnificenza che l'umanità non sa più contemplare, impantanata com'è nel tormentare se stessa e gli altri ideando continui sistemi di sopraffazione.
Avevo letto il romanzo nei miei anni universitari senza però riprenderlo più in mano, ma ne ho
sentito di recente la presentazione su youtube in una delle avvincenti "Passeggiate nella letteratura" tenute da Don Paolo Alliata. Così, ho ritrovato quella pagina che oggi mi piace condividere qui perchè, pur essendo stata scritta alla fine dell'Ottocento, è di grande attualità. Eccola:

“Per quanto gli uomini, riuniti a centinaia di migliaia in un piccolo spazio, cercassero di deturpare la terra su cui si accalcavano, per quanto la soffocassero di pietre, perché nulla vi crescesse, per quanto estirpassero qualsiasi filo d’erba che riusciva a spuntare, per quanto esalassero fiumi di carbon fossile e petrolio, per quanto abbattessero gli alberi e scacciassero tutti gli animali e gli uccelli, la primavera era la primavera anche in città. Il sole scaldava, l’erba, riprendendo vita, cresceva e rinverdiva ovunque non fosse strappata, non solo nelle aiuole dei viali, ma anche fra le lastre di pietra, e betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie vischiose e profumate, i tigli gonfiavano i germogli fino a farli scoppiare; le cornacchie, i passeri e i colombi con la festosità della primavera già preparavano nidi, e le mosche ronzavano vicino ai muri, scaldate dal sole. Allegre erano le piante, e gli uccelli, e gli insetti, e i bambini. Ma gli uomini - i grandi, gli adulti - non smettevano di ingannare e tormentare se stessi e gli altri. Gli uomini ritenevano che sacro e importante non fosse quel mattino di primavera, non quella bellezza del mondo di Dio, data per il bene di tutte le creature, la bellezza che dispone alla pace, alla concordia e all’amore, ma sacro e importante fosse quello che loro stessi avevano inventato per dominarsi l'un l'altro”.      

C'è un contrasto evidente tra la ricchezza feconda della primavera ("betulle, pioppi, ciliegi selvatici schiudevano le loro foglie", "i tigli gonfiavano i germogli"); la sua capacità di guardare al futuro ("i passeri...già preparavano i nidi"); la sua ribellione contro i tentativi umani di soffocare anche un semplice filo d'erba, e il triste grigiore di un mondo che, distolto lo sguardo dalla bellezza, sa solo di distruggere.
Interessante anche il fatto che, insieme alla natura che rinasce festosa con erbe,
piante, uccelli e insetti, vengano citati i bambini, mentre i grandi e gli adulti - come sottolinea lo scrittore - sono incapaci di avere le giuste priorità e di stupirsi davanti alla bellezza data da Dio per il bene di ogni creatura. Essa infatti non offre un puro godimento estetico, ma "dispone alla pace, alla concordia e all'amore".

Ma non mi dilungo oltre, lasciando a voi di scoprire il fascino di questa pagina, insieme alle note della musica che ho scelto.
Ancora una volta è Edvard Grieg (1843 - 1907) con un delicatissimo brano per
pianoforte solo che tanti già conosceranno, intitolato "Alla primavera op.43 n.6" e tratto dalla sezione di Pezzi lirici scritta dal musicista nel 1886.
Sono note ora lievi, ora impetuose e pervase da quella freschezza che è uno dei
tratti distintivi del compositore norvegese.
Il pezzo si apre quasi timidamente, come quei fiori che sbocciano piano lasciando
intravvedere gradatamente la loro corolla. Ma la melodia prende poi forza fino ad esplodere in sonorità più intense e al tempo stesso dispiegandosi con ineffabile dolcezza come un fiore che schiude tutto il suo incanto. Il brano per certi aspetti può ricordare l'altrettanto famoso "Mormorio di primavera" scritto da Christian Sinding dieci anni dopo - che anni fa avevo pubblicato qui - anche se quest'ultimo, con le sue cascate di arpeggi, sembra più che altro imitare l'impeto gioioso di un corso d'acqua al tempo del disgelo.

Ma in entrambi i casi, è una primavera che ammanta il mondo di magnificenza, facendo sgorgare in continuazione una pienezza di vita che va a sovrastare la morte. Così, mi vengono in mente due riferimenti.
Il primo è al cap.28 de "I Promessi Sposi" quando, parlando delle conseguenze della
 carestia, il Manzoni osserva: "Intanto però cominciavano quei benedetti campi ad imbiondire".
Il secondo è il versetto della sequenza pasquale che dice: "Vita e morte si sono
affrontate in un prodigioso duello". E le magnolie fiorite ce lo ricordano ravvivando la speranza!

Buon ascolto!

 

domenica 23 marzo 2025

Se lo sguardo è femminile - 3


 
Lo sguardo femminile di questo mese è quello di Plautilla Nelli (1524 - 1588) - al secolo Polissena de' Nelli - pittrice fiorentina, secondo quanto scrive il Vasari, tra le prime ad essersi affermata in città nonostante avesse passato la vita in convento. Entrata infatti a soli 14 anni tra le domenicane di Santa Caterina da Siena, aveva avuto tuttavia modo di coltivare la passione per la pittura facendo riferimento ad alcuni disegni che possedeva del pittore Fra' Bartolomeo, come pure ad opere molto conosciute di artisti che avevano operato alla Scuola di San Marco. Il che ci riporta subito a nomi famosi, primo dei quali il Beato Angelico. 

Non era facile a quell'epoca essere una donna pittrice, soprattutto poi se si viveva all'interno di un convento. Ma capacità tecniche e una notevole intraprendenza avevano portato Suor Plautilla a istituire una vera e propria bottega d'arte entro le mura del convento stesso, col pretesto che la vendita dei quadri prodotti avrebbe potuto contribuire al sostentamento della comunità di suore.
Così fu tanto apprezzata che - come scrive il Vasari - "dipinse per le case de’ gentiluomini di Firenze tanti quadri che sarebbe troppo lungo a volerne di tutti ragionare.”  Del resto, le sue opere di carattere sacro erano ben accette dalle famiglie fiorentine che con queste adornavano le loro cappelle private.

Il dipinto che ho scelto è una delle due "Annunciazioni" attribuite alla pittrice dal Vasari, ma recentemente anche dalla studiosa statunitense Catherine Turrill che di Plautilla ha rivalutato la figura artistica.
L'opera - scoperta a Firenze nei depositi di Palazzo Vecchio e restaurata nel 2017 - in
apparenza non è diversa dalle tante tavole sullo stesso tema realizzate nel corso del tempo e soprattutto nel Cinquecento. L'iconografia è quella che si osserva anche altrove: architetture rinascimentali inquadrano i due protagonisti dell'evento, a volte separati da una colonna, mentre lo sfondo si apre su di un morbido paesaggio e dall'alto piove la luce dello Spirito Santo.
Così è anche nella rappresentazione di Plautilla. Ma allora perchè l'ho scelta e che
cosa mi ha colpito in essa di tanto speciale?




















Il fatto è che, mentre Maria ricalca atteggiamento e movenze simili ad altre raffigurazioni, l'Arcangelo Gabriele no! È stato proprio lui a prendermi con quegli occhi spalancati e lo sguardo serio e attento che potete osservare nella foto in alto.
Nella posa composta che lo vede in ginocchio col giglio tra le mani, niente di nuovo
rispetto al passato; ma nella sua espressione sì, perchè essa comunica un moto di stupore insieme a un senso di attesa unito, forse, a una punta di ansia. Sembra quasi che, consapevole dell'importanza dell'annunzio che reca, Gabriele si stia per un attimo interrogando su quale sarà la risposta della Vergine e resti lì sospeso, per qualche secondo, in trepida attesa. 

Il quadro mi fa venire in mente uno dei Sermoni di San Bernardo in cui il Santo afferma proprio questo. Riferendosi infatti all'Arcangelo che aspetta una risposta, immagina che non solo lui, ma l'intera corte celeste sia rimasta per qualche istante in sospeso, aspettando con ansiosa impazienza il consenso di Maria che avrebbe aperto un nuovo capitolo per tutta l'umanità. Come se tutta la creazione per un momento avesse trattenuto il respiro, in attesa di quel fiat che avrebbe cambiato la storia.
Ecco, mi pare che Suor Plautilla, a differenza di altri artisti, abbia sottolineato tale
aspetto facendo affiorare dallo sguardo di Gabriele, insieme al suo stupore fanciullesco di fronte a Maria, anche una lieve ombra di apprensione, cosa che la pittrice avrà desunto non solo dalla conoscenza dei Sermoni di San Bernardo, ma forse anche dalla propria capacità introspettiva.

E per passare alla musica, vi propongo un antico quanto conosciutissimo brano, il cui testo risale secondo alcuni al VI e secondo altri al IX secolo. Si tratta di "Ave Maris Stella", inno che veniva e viene ancora oggi cantato nelle festività mariane e che mi sembra adatto a questi giorni che precedono il 25 marzo in cui si celebra proprio l'Annunciazione.
Tra i tanti compositori che, dal Rinascimento ad oggi, lo hanno musicato, ho
scelto Edvard Grieg (1843 - 1907) per la bella armonizzazione del cantico in una serie di passaggi più sommessi alternati ad altri più accesi. Luminoso il cambio di tonalità alla quinta battuta dall'inizio sull' atque e poi ancora nella ripresa sull'ut.
Ma a dar vita alle note del compositore norvegese qui è soprattutto lo splendido
gruppo corale dei VOCES8 che, con delicatezza e intensità, raggiunge un suono in cui cogliamo sia le sfumature delle singole parti che l'equilibrio complessivo in un' interpretazione di sublime trasparenza.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

domenica 16 marzo 2025

La melodia nascosta

Da giorni mi risuona dentro - ma potrei dire anche mi tormenta - il brano che vado a pubblicare oggi: il "Preludio in Re maggiore op.23 n.4" di Sergej Rachmaninov (1873 - 1943). 

Il compositore torna di tanto in tanto a incantarmi con le sue musiche ricche di suggestione che talora ho pubblicato in questo blog, e non ha quindi bisogno di presentazioni. I suoi pezzi sono infatti conosciutissimi, a cominciare dai concerti per pianoforte - soprattutto il secondo e il terzo! - insieme a sinfonie, romanze, preludi, ma anche inni sacri ispirati alla liturgia ortodossa. Ricordiamo infatti che, nonostante il musicista si fosse stabilito negli Stati Uniti, non ha mai dimenticato le proprie radici e diversi suoi brani sono venati dalla tipica passionalità e profondità dell'anima russa.

Il preludio che ho scelto è parte di una raccolta che - insieme a quelli dell'op.32 e op.3 - ne comprende 24 che vanno ad esplorare le varie tonalità come avevano fatto Bach, Chopin, Skrjabin e come in seguito farà Shostakovich sia pure con criteri differenti nella disposizione del materiale.
Si tratta di un pezzo pervaso da un'atmosfera sognante, nella quale avvertiamo subito la lezione di Chopin,
insieme ad altre suggestioni che le note ci restituiscono ora chiare, ora più velate, a somiglianza di quei fiori che, pur essendo ancora in boccio, già fanno presagire la loro grazia.
E mi pare significativo ricordare che tale preludio appartiene a un periodo di
rinascita dopo che, nel 1897, la prima Sinfonia del musicista aveva ricevuto una stroncatura tale da farlo cadere in una cupa depressione. Lo stesso Rachmaninov, riferendosi a quell'episodio, in seguito dirà: 

"La mia fiducia in me stesso aveva ricevuto un colpo improvviso. Ore trascorse agonizzando tra dubbi e tristi pensieri mi avevano portato alla conclusione che avrei dovuto abbandonare la composizione".

Chi avesse ascoltato lo splendore dei Sei momenti musicali op.16 scritti solo un anno prima di tale crisi, può comprendere quanto profonda essa sia stata per condurre l'artista a perdere fiducia in se stesso nonostante avesse dato alla luce brani di simile bellezza. Ma a partire dal 1901, nuovi germogli nasceranno dalla sua ispirazione che lo porterà a comporre non solo il celebre Concerto n.2 op.18, ma anche i Dieci preludi op.23 tra i quali troviamo il pezzo di oggi.
Si tratta di un andante cantabile che, nel tempo di 3/4, ci conduce nell'atmosfera tardoromantica tipica delle creazioni del musicista. Il tema, intimo e nostalgico, sostenuto da larghi arpeggi, si sviluppa lento per culminare in accordi più forti e vibranti e poi di nuovo andare a spegnersi piano in un andamento che alterna dolcezza a drammaticità.

Tuttavia, ciò che mi colpisce maggiormente nel brano è l'esistenza di due melodie: una che si dipana nelle prime 18 battute e la seconda che interviene dalla battuta 19 alla 36 sovrapponendosi alla precedente e intrecciandosi ad essa. Ne deriva un triplice piano di scrittura che potete osservare dal video: gli arpeggi di accompagnamento suonati in chiave di basso, mentre in chiave di violino la destra ci presenta il primo tema e insieme il secondo che ne diventa quasi una sorta di variazione e abbellimento. Dopodichè, la melodia verrà ripresa e rielaborata una terza volta attraverso una serie di accordi della mano destra, punteggiati da note sulle ottave più alte.

Ma perchè, all'inizio del post, scrivevo che questo preludio mi tormenta?
Perchè al di là del riferimento a Chopin, la melodia che si apre alla battuta 19
va a suscitare in me anche altre reminiscenze musicali alle quali però, da giorni, non riesco a dare un nome preciso. Non è un vero e proprio tema, ma un'atmosfera che vi aleggia e che ora mi riporta ad altri pezzi dello stesso Rachmaninov, ora a Shostakovich e in certi momenti anche a Grieg.

O forse sono semplici consonanze, somiglianze armoniche che affiorano da lontano, melodie nascoste, motivi già sentiti altrove che s'intrecciano liberamente in noi. Voi che dite?... Cosa vi suggeriscono quei dolci passaggi dalla battuta 19 in poi?

Vi lascio con questo interrogativo augurandovi buon ascolto!

(Nella foto, presa dal web, Ritratto di Rachmaninov di Konstantin Somov)