"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
Nel cercare su youtube alcuni brani di
atmosfera autunnale, nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un pezzo di
Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) che ricordavo vagamente di aver ascoltato in un concerto di Rai 5, ma sul quale non mi ero mai soffermata. Invece, stavolta ha subito catturato il mio
interesse.
Alla musica del compositore mi sono accostata per la prima volta a diciassette anni, ascoltando il "Concerto per violino in mi minore op.64", uno dei capolavori della letteratura violinistica dell'Ottocento, del quale mi sono subito innamorata. La composizione mi aveva parlato
soprattutto col suo Andante, pezzo di mirabile dolcezza, oggetto di svariati arrangiamenti il più celebre dei quali, che potete ritrovare qui, è addirittura all'interno di un'opera rock. Poi di Mendelssohn ho sempre ascoltato volentieri alcune "Romanze senza parole" tra lepiù ricche di efficacia pittorica, e qualche pezzo corale. Delle Sinfonie mi piace molto l'Italiana, con la sua luminosità mediterranea e il piglio vivace che riecheggia qua e là certi ritmi della nostra tradizione popolare. Ma raramente sono andata oltre.
Giorni fa invece, a incantarmi è stato il terzo movimento - Adagio - della "Sinfonia n.3 in la minore op.56" detta "Scozzese" perchè nata dopo un viaggio in Scozia dal quale il compositore ha preso ispirazione anche per l'ouverture "Le Ebridi". La Scozzese, frutto di lunga elaborazione, segue l'Italiana di nove anni e ci introduce in un clima molto diverso, originato dalla suggestione del paesaggio nordico, da una luce differente così come da differenti colori. Quelle di Mendelssohn sono impressioni simili a diari di viaggio che il compositore oltre che sulla tela - si dilettava infatti anche di pittura - fermava in note. Qui, tali impressioni si dipanano quasi senza soluzione di continuità nei quattro tempi della sinfonia: lo dimostra l'apertura di questo Adagio che somiglia al prosieguo di un discorso già iniziato e ci introduce piano al delicatissimo tema.
Prendetevi del tempo e ascoltatelo senza fretta, in un momento tranquillo. C'è un' impagabile soavità in questa melodia, accompagnata al suo esordio dal pizzicato degli archi, mentre nelle
riprese successive è sostenuta da una più ricca e articolata orchestrazione. È un'aria di grande morbidezza e intensità, che ora declina verso sonorità dissonanti e crepuscolari, ora si apre alla luce a somiglianza di certe immagini della campagna scozzese con tinte sfumate e atmosfere nordiche, spazi immensi e solitudini sconfinate. Un'aria che si dipana dolcemente andando a culminare in alcuni splendidi intervalli di settima maggiore (la - sol#) - il primo dei quali a 1,48 dall'inizio - ripresi poi nel corso del brano a ricreare riposanti aperture di paesaggio con un respiro musicale più ampio.
Alternate alla dolcezza di questo primo tema, vi sono tuttavia alcune parti di atmosfera decisamente diversa, caratterizzata da toni cupi e funebri, insieme a ritmi molto più energici e cadenzati. Un contrasto di fronte al quale suona ancor più significativa, nella sua delicatezza, la melodia iniziale coniugata in mille sfumature espressive, come se Mendelssohn avesse inteso trasporre in note la morbidezza della sua abilità di acquerellista.
L'autunno si sta aprendo con la sua ricchezza di sfumature: colori caldi e brume mattutine, cieli variegati di nuvole e paesaggi più dolcemente assolati che mi affascinano anche perchè, talora, mi riportano all'infanzia. Mi rivedo nei miei pomeriggi di bambina a raccogliere castagne lungo il viale che costeggia i giardini pubblici nella città in cui abitavo: una fila di ippocastani da un lato e il rustico muretto di cinta delle serre di un fiorista dall'altro. Nel giro di alcuni anni, al posto delle serre sarebbero sorti dei condomini dove si è poi trasferita la mia famiglia: uno spazio aperto sul verde dei giardini, adornato proprio sotto casa da una fila di ciliegi giapponesi che a primavera mettevano grappoli di fiori rosa. Lì ho abitato per parecchio tempo con grande gioia.
Eppure, i pomeriggi di questo inizio d'autunno in cui il sole non ferisce più lo sguardo e il verde inizia a sfumare nel ruggine, mi ricordano il periodo della mia infanzia in cui su quel viale le case non c'erano ancora. Vi sono talora sensazioni che appartengono solo ai bambini: momenti di felicità intatta, a volte invece oscure ansie, o percezioni in cui il mondo esterno per qualche istante parla con rara
intensità della vita a cui si affacciano. Percezioni che magari con
l'età crediamo di aver dimenticato, ma che restano sedimentate in
noi e talora riaffiorano portando alla luce il nucleo vivo della nostra identità.
Avrò avuto cinque o sei anni, forse ai giardinetti mi accompagnava mia mamma o qualche persona di famiglia. Ma a me è rimasto impresso quel viale fiancheggiato dal rustico muretto di cinta lungo il quale mi incamminavo nella luce dorata del pomeriggio con in mano un cestino, cercando le castagne che occhieggiavano a terra dai ricci pungenti. Avevo in cuore la gioia di scoprire la natura della quale coglievo - sia pure in modo ancora elementare - la bellezza, intuendo al tempo stesso qualcosa di me e del mio aprirmi alla vita. Erano momenti di semplice quotidianità, eppure nella mia percezione di bambina mi sembrava di avvertire per un istante il palpito della vita nel suo farsi, ora con gioiosa pienezza, ora con una punta d'inesprimibile ansia.
Oggi da anni non abito più lì, ma gli ippocastani ci sono ancora e quel ricordo mi raggiunge con incomparabile dolcezza. Da sempre, ogni volta che torno su quel viale in questa stagione, ho l'abitudine di prendere da terra una castagna e conservarla. Camminando, studio prima con lo sguardo quale posso raccogliere: non una qualsiasi, ma una tra le più belle, magari appena uscita dal riccio, con la superficie di un bel marrone caldo, lucido, al tatto lievemente oleosa. Poi mi chino a prenderla con gesto un po' furtivo quasi la mia fosse una trasgressione, la metto in tasca e me ne vado in giro felice come se custodissi un talismano o un tesoro prezioso: non un semplice ricordo, ma una parte di me, un nucleo segreto, un'impronta indistruttibile nella quale ancora mi riconosco.
Così, per associare a questo ricordo una musica che ne rispecchi almeno in parte l'atmosfera, ho scelto un brano di Robert Schumann (1810 - 1856) intitolato "Eintritt": primo dei nove pezzi per pianoforte raccolti sotto il titolo di "Waldszenen op.82" (Scene dalla foresta). Si tratta di una composizione che - a dire il vero - ho già pubblicato parecchi anni fa e sapete che non amo ripetermi. Ma questa volta il mio ricordo legato all'infanzia mi ha condotto ancora a Schumann che ha scritto parecchio per i più piccoli a cominciare dal suo Album per la gioventù e le sue Kinderszenen. Vero è che "Eintritt" si riferisce all'universo della natura, tuttavia lo sguardo con cui il compositore ci restituisce in note il mondo della foresta è tutto interiore e delinea quella visione incantata e talora un po' magica che hanno proprio i bambini. Non è infatti la riproduzione puramente descrittiva o imitativa dei vari aspetti della natura come nel tempo hanno fatto altri musicisti, ma una sorta di viaggio visionario che Schumann fa in se stesso, non privo di suggestioni romantiche e ricco dello stupore di quel fanciullino che - dirà poi Pascoli - è in ciascuno di noi. Una musica fatta ora di ritmi più scanditi, ora invece di toni più sommessi e che - come ricordavo in passato - alterna luci ed ombre in una splendida varietà di colori e sfumature. Particolarmente apprezzabile - a tale riguardo - l'interpretazione di Mitsuko Uchida che del brano sottolinea le dinamiche, mettendo così in luce la delicatezza e la splendida eleganza del tema. Una musica non priva, qua e là, di tratti lievi e giocosi che a mio avviso possono adattarsi anche alla semplicità del piccolo ricordo della mia infanzia, rifiorito nella morbidezza di questi primi giorni autunnali.
Dopo
le singolari immagini della mia città-astronave pubblicate il
mese scorso, oggi proseguo con i dipinti di un artista che
trovo molto originale. Anche qui la fantasia dell'autore si è sbrigliata, ma con intenti ed effetti diversi, e anche se le sue opere raffigurano panorami che richiamano alla mente paesaggi reali e talora monumenti famosi, il modo in cui li assembla va decisamente oltre la realtà, verso una sorta di accattivante e fiabesco surrealismo. Si tratta di Michiel Schrijver, classe 1957, olandese formatosi in Inghilterra e poi tornato ad Amsterdam dove, dopo essersi occupato di grafica a scopo commerciale, si è dedicato alla pittura come artista autonomo.
Le sue opere rappresentano in gran parte panorami: piccoli borghi arroccati su di un colle o in riva al mare, affascinanti paesetti che possono ricordare qualche antico villaggio toscano o le città della Costiera amalfitana o la Liguria delle Cinque Terre, ma anche scorci delle isole greche. Schrijver ci conduce infatti in una sorta di viaggio pittorico attraverso lo splendore di tanti luoghi che, se da un lato raffigura in un contesto reale, dall'altro però trasfigura con la propria fantasia.
Linee curve intrecciate a linee rette, geometrie solide e colori prevalentemente chiari, stesi con uniformità, derivano certo dal suo passato di grafico e illustratore. Tuttavia, lo stile così particolare dei suoi panorami, se si eccettua qualche aspetto un po' naïf, mi sembra tutt'altro che ingenuo, ma un tantativo di andare oltre la realtà, sottintentendo valenze e significati al di là della semplice apparenza.
Lo colgo da certi motivi ricorrenti, dalla scelta del punto di vista, dalla citazione di vari monumenti storici, da qualche incongruenza e insieme da alcuni titoli non puramente descrittivi che aprono a interpretazioni di più ampio spessore.
È il mare il denominatore comune a molti dipinti e così pure sono le colline su cui si arroccano paesi dall'aspetto fiabesco che sembrano usciti da un libro illustrato per bambini o da un gioco di costruzioni. Proprio questo è uno degli aspetti che mi ha più affascinato la prima volta che mi sono imbattuta nelle opere di Schrijver, e che ha risvegliato ricordi della mia infanzia rendendo subito mie queste piccole città.
E insieme alla presenza dell'acqua, a ricorrere nei vari quadri sono barche, porticcioli, fari e a volte anche grandi navi. Elemento comune a tanti panorami è poi una piccola linea ferroviaria, proprio da gioco di costruzioni, che attraversa i paesetti passando sotto e dentro le case o arrestandosi di botto quasi il viaggio fosse terminato.
Ma troviamo spesso anche altissimi ponti e viadotti dalle linee ricurve che vanno che collegare i vari borghi in un contesto ora luminoso, ora notturno e un po' inquietante. In ogni caso, tutti dati di realtà. Eppure...
Eppure ad essa si intrecciano a volte aspetti fantasiosi ed enigmatici: nel dipinto qui a lato, un viadotto s'interrompe misteriosamente sul vuoto; le navi sono talora più grandi degli edifici e altrove le barche fuoriescono dalla finestra o dal portone di casa. In alcune immagini compaiono le figure di un saltimbanco o di un acrobata, collegabili alla presenza colorata di una giostra o di una ruota panoramica visibili qua e là. Così pure, ogni tanto si scorgono animali - elefanti in particolare, ma non solo - e a volte piccoli fogli bianchi che volano nell'aria portati dal vento. Una compagine strana e straniante insomma, fatta di minimi ma ripetuti dettagli - una tempesta in arrivo, una costruzione lasciata a metà, un'evidente sproporzione di forme - che, a ben guardare, contrastano con l'atmosfera di fiabesca intimità delle immagini più solari e luminose.
E come sono raffigurate le persone? Che parte hanno in tali rappresentazioni? Qui entra in gioco il punto di vista dal quale
si pone il pittore e che è spesso uno sguardo sulle cose dall'alto o
dal basso, ma raramente al loro livello. In ogni caso, gli esseri umani che popolano queste piccole
città sono estremamente minuscoli in rapporto agli edifici e al mondo circostante, sia che vengano rappresentati a gruppetti e in gesti di reciproca accoglienza, sia che vengano colti in solitudine, magari
affacciati a una finestra o in attesa davanti a una porta come in
certi quadri di Hopper.
Al contrario, grandiose
sono spesso le architetture che - quando non si limitano alle semplici, deliziose
casette tutte simili e addossate le une alle altre - diventano
sproporzionate e talora incombenti. Ciò accade in particolare nei casi in cui Schrijver raffigura le altissime arcate di certi viadotti o imita monumenti conosciuti, come in alcune opere che però non ho riportato, dove troviamo costruzioni che ricordano il Colosseo e il Ponte di Brooklin. Ma accade anche quando, ai colli sui quali colloca i suoi paesetti, dà una struttura di spirale conica che può far pensare alla Moschea di Samarra e insieme ad alcune raffigurazioni della torre di Babele, come vedete nell'immagine qui a lato.
Ricordi di viaggio? Forse. Ma al di là di ciò che è conosciuto, i paesaggi di Schrijver non sembrano inscriversi fino in fondo nella realtà del passato, e neppure nelle fantasie che guardano al futuro. Ne deriva così la sensazione di trovarsi in una sorta di terra di mezzo, tra un mondo in qualche modo perduto e l'attesa di un universo nuovo.
Ce lo testimoniamo anche i titoli di alcune opere quali per esempio: "Waiting for a new era" o "Story of lost time" o ancora "An unknown memory", a significareil ricordo di un mondo non più presente e l'attesa di una nuova dimensione ancora sconosciuta nel viaggio dell'esistenza. Forse è questa la funzione di certi elementi raffigurati talora privi di logica apparente, volti probabilmente a sottintendere un senso recondito o - come Montale avrebbe detto - a "scoprire uno sbaglio di Natura / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene". In ogni caso, dettagli sempre ricchi del fascino accattivante del mistero e della dimensione onirica, che fa emergere e associa ricordi come l'onda del subconscio suggerisce.
Proprio per esprimere sul piano musicale tale duplice aspetto delle opere di Schrijver, dopo lunga ricerca ho scelto un brano di Jean Sibelius (1865 - 1957). Dopo lunga ricerca, sì, perchè mi occorreva un pezzo che non fosse soltanto luminoso per riflettere la semplicità quasi infantile e fiabesca di certe rappresentazioni, ma che insieme rispecchiasse la sensazione di sgomento e la percezione di ignoto che comunicano alcune immagini piuttosto enigmatiche.
Così, sono approdata al compositore finlandese del quale ho scelto il suggestivo "Improvviso per archi op.5 n.5" che anni fa avevo già pubblicato in una versione più breve e molto arpeggiata per pianoforte solo. D'impatto molto differente è la presente interpretazione. Il pezzo è costituito infatti da tre sezioni che associano i due aspetti di cui parlavo sopra: la prima e la terza decisamente malinconiche sull'onda della tonalità di mi minore, mentre quella centrale caratterizzata dai timbri solari del mi maggiore insieme a un ritmo talora di danza. È proprio l'orchestra d'archi a creare, fin dalle prime battute, quel clima straniante che - a mio avviso - può legarsi all'atmosfera di certi dipinti, ai loro affascinanti interrogativi e al senso di mistero da cui talora sono pervasi. Poi la melodia s'illumina e si rasserena in passaggi più gioiosi per tornare, nella parte finale, a farsi di nuovo meditativa e aperta a sonorità indefinite.
I titoli dei 12 dipinti riportati in foto - titoli che però non sempre ho potuto trovare - sono i seguenti nell'ordine con cui compaiono nel post :
Riprendo oggi - dopo una piccola pausa - la pubblicazione del blog, con un brano che mi sta affascinando ogni giorno di più e la cui scoperta è stata per me un vero regalo per aprire settembre con gioia.
Mi è sempre piaciuto sottolineare certi momenti dell'anno, come l'inizio o la fine di un periodo di lavoro, con un piccolo segno: una musica, un libro o anche solo una tovaglia nuova per il tavolo della cucina. E per quanto ora sia già in pensione da un po' di tempo, alcune abitudini mi sono rimaste. Così, mi sono domandata su quali note sarebbe stato bello riprendere il nuovo anno - si fa per dire - di lavoro. Vero è che la presenza di questo blog e la cadenza più o meno settimanale che mi sono data per pubblicare, mi aiutano a tener desta l'attenzione alla musica non solo in determinate occasioni, ma sempre. Ciò non toglie tuttavia che, nei giorni scorsi, mi sia chiesta ugualmente: "E come ricominciamo a settembre? Su quali ritmi chiudiamo le ferie e riprendiamo le attività?". Perdonerete il plurale che non è maiestatis,perchè è come se parlassi ai tanti compositori che mi passano, di tempo in tempo, nella mente e nel cuore, per dire: "Insomma, che facciamo?... Apriamo con Bach, Mozart, Haydn...o col tema della Pantera Rosa che fa capolino da un angolo della mia testa sinuoso e ammiccante, in attesa che, un giorno o l'altro, mi decida a pubblicarlo?".
La risposta non si è fatta attendere e pochi giorni fa ho ritrovato un brano che avevo ascoltato tempo addietro ma avevo accantonato, sa il cielo perchè. Si tratta di un pezzo di AntonioVivaldi: l'Adagio cantabile dal "Concerto in Sol maggiore RV 314a",che fa parte della serie di musiche che il compositore veneziano ha dedicato a Johann Georg Pisendel (1687-1755), illustre violinista tedesco, suo allievo e amico. Un pezzo breve ma incantevole, del quale ho riportato in foto la parte iniziale dell'aria affidata al violino, per consentirvi di apprezzarne la struttura e permettere a chi sa leggere uno spartito di seguirne almeno in parte l'andamento.
Che cosa mi ha colpito in questo brano? Prima di tutto lo splendore ritmico del pizzicato, lieve ma ben scandito sia in apertura che in chiusura del pezzo, e capace di immergerci subito in un clima di profonda intensità. Un ritmo simile a un respiro calmo ma insieme sostenuto che introduce poi la bellissima melodia: un'aria cantabile nella malinconia del sol minore, ma non per questo priva di mordente. Il tema è orecchiabile tanto che - a tutta prima - potremmo avere la sensazione di averlo già sentito, soprattutto nell'esordio; invece si fa poi sorprendente, inaspettato e non privo di momenti di vero incanto, come a 1.09 dall'inizio, nel passaggio dal do diesis al do naturale.
Tuttavia, ciò che mi attira maggiormente in questo Adagio è - se mi si passa l'espressione - l'andamento grintoso del violino che inanella un'aria sempre nuova, sottolineata anche dai numerosi abbellimenti non scritti sul testo e introdotti dal solista. Una grinta che fa di questo brano un pezzo a mio modesto avviso attualissimo, simile a un canto d'anima che si accende vivido, tra il pizzicatoiniziale e quello finale che va mirabilmente a svanire nel segno di una sola, singola nota. Ma simile anche a una danza: del resto, non sarebbe la prima volta che la musica del compositore veneziano diventa colonna sonora di una moderna coreografia. Qui me la immagino come un incantevole passo a due dalle movenze morbide e flessuose, sinuose ed eleganti: ora lento, ora più movimentato e acceso, splendido. E me lo vedo davanti seguendo, nota per nota, il fascino del genio vivaldiano.
Beato Angelico (1395 - 1455): "Assunzione della Vergine e Dormitio della Vergine" - Boston, Isabella Stewart-Gardner Museum.
Con un dipinto dell'Angelico e sulle note di W. Byrd, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie! Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana. A presto!
William Byrd (1543 - 1623): "Assumpta est Maria", Graduale e Alleluia.
"Ma no, dai...che ti prende?" è stata la reazione di una persona amica quando io, fresca fresca, le ho mostrato l'immagine che avevo scelto per questo post della serie delle mie città, che è appunto quella che vedete qui sopra. E ancora: "Stai scherzando?!...". Quando poi ha capito che facevo proprio sul serio, ha insinuato che per il caldo mi avesse dato di volta il cervello, e del resto non sarebbe la prima volta che mi lascio prendere da un impeto di follia agostana. Ma in che modo spiegare a lei, che mi elencava diligentemente - come se non le sapessi - le belle città di cui ho parlato finora, che a me questa immagine piace davvero? E che dalprimo momento che l'ho vista, come recitavano le vecchie dichiarazioni d'amore ottocentesche, non faccio che pensarla? Vabbè, non esageriamo, ho anche altro per la testa, ma siccome quando ho in cantiere un post una sotterranea parte di me già se lo immagina covando la gioia della condivisione, posso dire che sì, anche quando faccio altro c'è un filo costante che dentro di me lavora al blog. Insomma, amica a parte, avrete capito che a me questa città-astronave piace moltissimo! E forse è arrivato il momento di sbrigliare i sogni e la fantasia!
Bene. Quello che vedete è uno degli schizzi intitolati "Architetture" diMattias Adolfsson
(classe 1965), grafico e illustratore svedese, noto per i suoi
disegni dettagliati e stravaganti a inchiostro e acquerello.
Si tratta di case e città sospese nello spazio in agglomerati dalle forme più fantasiose e bizzarre: ora disposte lungo una linea serpentinata come un treno, ora in un insieme a forma di sfera o di mappamondo o anche di inquietanti robot.
Agglomerati, dicevo, perchè le varie architetture rappresentate che evocano spesso stili del passato o edifici talora conosciuti, sono addossate le une alle altre senza spazi intermedi quasi a formare un blocco unico come si vede anche dalle foto riportate.
"Ma ti piacciono ???..." incalza incredula l'amica. No, queste a lato non mi piacciono, le trovo un po' soffocanti e le pubblico solo per dare atto a chi legge del particolarissimo stile dell'autore, ma quella in alto sì!
"Ma da che tipo di costruzioni sono formate queste - diciamo così - città?". Se ci fate caso, niente di modernissimo o di nuovo, e se stravagante è l'idea di agglomerare edifici quasi fossero mondi a sè stanti sospesi nello spazio, più che mai tradizionali sono invece i riferimenti architettonici che ricalcano i vari stili del passato.
Lo si osserva bene anche nell'opera in alto in primo piano, la mia splendida città - astronave! Sono tutti pezzi incastrati tra loro che, a una prima impressione, possono sembrare parti di un motore con bulloni, viti e guarnizioni; avete notato i due comignoli in fondo a destra simili a due tubi di scappamento? Ma non è un motore, bensì un blocco urbano con case, chiese, campanili, cupole, tetti e finestre. Non solo, ma l'insieme è costruito in modo che ogni lato, anche quello sottostante, presenti una sua facciata: a sinistra quella che sembra una chiesa gotica, a destra una sorta di abbaino e sotto - lo vedete vero? - un tempio greco con tanto di frontone e di colonne. Il tutto sormontato da una grande cupola diciamo rinascimentale. Insomma, una città impossibile che può nascere solo da un sogno o dalla fantasia.
"In pratica, un facsimile del nostro mondo in rotta verso l'ignoto degli spazi siderali, un mondo chiuso in se stesso, inanimato, senza un segno della presenza della natura...ma che avrà mai di bello?" torna a incalzare l'amica. Devo riconoscere che non ha torto. Forse queste bizzarre creazioni sono il simbolo di ciò che siamo diventati: un mondo contratto in se stesso quasi non avesse più respiro, simile a un'entità mostruosa e disumana.
Oppure, penso io riferendomi alla foto in alto, un mondo in viaggio - come del resto ciascuno di noi - col fascino e i timori di ogni rotta verso l'ignoto. Un mondo che porta con sè il proprio passato senza ignorarlo: un passato ora luminoso, ora oscuro, per certi versi città delle fate, per altri città delle streghe. E infine non posso tacere la particolare impressione che l'insieme mi lascia. Se infatti nei vari incastri architettonici la muratura è pesante per il suo spessore, la visione complessiva mi regala un senso di grande, sognante leggerezza. Insomma, una tecnologia che diventa arte.
Così, mi piace aggiungere un passo di Italo Calvino tratto da "Le città invisibili" che a mio avviso può commentare opportunamente questa immagine svelandone il fascino:
"… É delle città come dei
sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più
inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio,
una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure,
anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le
prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra … Anche le
città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l'una né
l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o
le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. "
(pp. 49-50).
E a quale ritmo di musica si muoverà la mia fantastica città-astronave?
Confesso che in un primo tempo avevo pensato al celebre incipit del poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, inserito tra l'altro nella colonna sonora del film "2001: Odissea nello spazio". Poi, anche alle musiche di Hans Zimmer nel film "Interstellar". Ma non mi convincevano.
Infine sono approdata al secondo movimento - "Largo" - della Sinfonia n.9 in mi minore op.95 "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak (1841 - 1904).
Benchè si tratti di un brano dall'afflato spesso dolce e nostalgico - e non sia la prima volta che compare in questo blog - l'ho scelto per quel meraviglioso esordio orchestrale, fatto di accordi stranianti che ci comunicano subito un senso di lontananza e di isolamento, quasi la musica stessa fosse in rotta verso l'ignoto.
Vero è che il nuovo mondo cui si allude nel titolo della sinfonia è l'America dove il compositore l'ha scritta. Ma la suggestione con cui queste note - ora lievi come una ninna nanna ora più animate - ci pervadono, può condurci anche altrove, verso spazi infiniti e indefiniti, facendoci avvertire la malinconia di un distacco insieme allo spessore della storia che il nostro mondo porta con sè. Una storia di città affollate e convulse, fatte di assurdità, ma anche di bellezza e - come afferma Calvino - di desideri.
Il titolo e la foto di questo post faranno forse ipotizzare che il mio pensiero sia già oltre la folle estate che stiamo attraversando e che ha portato caldo bruciante da un lato e tanti disastri dall'altro. Ma il mio non è un inquieto desiderio di autunno e - anche se si tratta della stagione che amo di più - spero ancora contro tutte le previsioni dei meteorologi che il tanto amato anticiclone delle Azzorre risorga dalle sue ceneri portandoci giornate estive in cui le carezze del sole e del vento possano essere solo piacevoli.
Motivo di questo post è invece il fatto che - tra le mie svariate passioncelle musicali - ne nutro una tutta particolare per Richard Galliano, celebre fisarmonicista di cui ho parlato in tempi recenti e del quale ho pubblicato alcuni brani quasi agli esordi di questo blog. Un
musicista versatile, capace di guardare ai grandi del passato - Bach,
Vivaldi e Mozart in primis - ma anche di collaborare con autori contemporanei a iniziare da Astor Piazzolla. Di Galliano non solo mi affascinano le composizioni, ma anche certi arrangiamenti di pezzi famosi rivisitati con quel tocco di struggente intensità che il musicista sa trarre con maestrìa dal suo strumento. Si parla infatti di un prima e un dopo Galliano, a significare il modo in cui ha valorizzato la fisarmonica a proposito della quale lui stesso ha affermato: "Era il mio desiderio più caro: dare un giusto spazio a questo strumento ingiustamente qualificato come il "pianoforte dei poveri", mentre la mia fisarmonica è sempre stata uno "Steinway con le cinghie".
Il brano di oggi, rivisitazione del celebre "Les feuilles mortes" - o "Autumn Leaves" nella versione inglese - composto da Joseph Kosma nel 1946, ci riporta al clima di tanta musica francese anche per il testo di Prévert, le interpretazioni di Edith Piaf, Ives Montand e molti altri che l'hanno reso più che famoso. È proprio in questo clima che Galliano affonda le radici unendo l'anima un po' jazz e un po' crepuscolare del brano con le proprie divagazioni. Ma non sono da dimenticare gli altri tre componenti del Tangaria Quartet, tra i quali mi sento di sottolineare la bravura di Sebastien Surel al violino per il suo modo accattivante di duettare con la fisarmonica. Un' interpretazione affascinante che esplora il pezzo facendone emergere un ventaglio di svariate suggestioni e interessanti richiami. Non ultimo quello che mi riporta alla celebre "Moon over Bourbon street"di Sting, inducendomi a pensare che il cantautore inglese - nonostante il clima del suo brano sia molto più noir che nostalgico - in certi passaggi possa essersi ispirato al famosissimo pezzo di Kosma. Ma il motivo della mia scelta non si ferma qui.
Ascoltate bene "Les feuilles mortes", coglietene la struttura, le frasi musicali di quattro note che si ripetono in tonalità diverse e ne costituiscono il tema. Magari canticchiatevelo piano se non lo avete già fatto! Sentite che ci sono delle progressioni? Che cosa vi ricordano? Tante cose probabilmente perchè, su certe strutture musicali o su di una simile base accordale è facile impostare un tema o delle variazioni sia melodiche che ritmiche. Ma tra queste, è quasi immediato riandare a Bach!
Tranquilli...lo so che qualcuno penserà che con la ricerca di derivazioni bachiane per ogni dove sono un po' fissata, ma stavolta ho dalla mia la voce autorevole di un Maestro. Dopo aver ascoltato il pezzo nella versione di Galliano, prendetevi il tempo per guardare anche il secondo video che vi ho allegato. Si tratta di un breve stralcio di una puntata de "La Gioia della Musica", trasmissione televisiva condotta da Corrado Augias che, avvalendosi della competenza di alcuni direttori d'orchestra - Speranza Scappucci e Aurelio Canonici - e di svariati strumentisti dell'Orchestra Sinfonica della RAI, presenta ogni volta un brano di classica in alcuni suoi caratteri.
Nel video riportato, relativo ai legami tra musica jazz e Bach - e che si apre tra l'altro con pochi secondi di un'esibizione dei miei amatissimi Swingle Singers! - il Maestro Canonici ci fa ascoltare un tema barocco tipicamente bachiano e lo trasforma poi, variandone il ritmo, in un pezzo d' impronta jazz. Ma sul piano della melodìa che cosa ne viene fuori?... Lo sentirete e giudicherete voi.
Ci sono città la cui particolare atmosfera non è solo quella che cogliamo all'interno della loro cinta urbana o nei diversi quartieri, ma è un'aura che si estende anche al territorio circostante fondendosi col carattere di altri borghi vicini e con la natura della regione. Sono aspetti ricorrenti come fili che legano architetture, paesaggio e ritmi di vita in un insieme inscindibile. E se ciò può essere vero per tanti luoghi, penso che lo sia in modo particolare per molte località umbre che - per quanto tra loro differenti - offrono tutte allo sguardo e all'anima uno spettacolo di inimitabile pace con la pietra antica dei loro edifici immersa nel verde e nel silenzio.
Allora, tra le mie città, come non annoverare Assisi e insieme ad essa centri minori quali Spello, Trevi, Montefalco, Bevagna e altri? Sono piccoli borghi talora arroccati sopra un colle, talaltra affondati nel verde di boschi di lecci e ulivi, ma sempre ricchi di un fascino che spesso cresce e si diversifica col mutare della natura e dei suoi colori nelle varie stagioni.
"Senza titolo"
Sono stata la prima volta ad Assisi che ero più o meno diciottenne, incantandomi di fronte agli affreschi di Giotto e non solo nella Basilica di San Francesco, ma anche percorrendo vie e scalinate tra le più riposte chiesette romaniche. Ho in mente tra le altre Santo Stefano col campanilino a vela e San Giacomo de Muro Rupto, nascosta all' interno di un monastero e dalla quale si sbucava direttamente sulle mura della città. Ci sono tornata poi in diverse occasioni, ma mi piace ricordarne una in particolare.
"Festa al villaggio"
Io e la compagna di università con la quale studiavo ci eravamo prese una settimana di vacanza-studio proprio ad Assisi per preparare un esame, latino se non erro: era stata una full immersion nella letteratura antica e nel silenzio, alternata a qualche passeggiata dentro e fuori città. Era giugno e ho ancora negli occhi il tappeto di ciclamini che ricopriva il terreno del bosco di faggi e di lecci, la mattina in cui a piedi eravamo salite all'Eremo delle Carceri: un sogno! Ancora una volta, ad affascinarmi era l'Assisi più riposta e fatta di solitudine, dove la semplicità della pietra romanica si fondeva all'incanto della natura e al vento che soffiava dal Subasio. Un luogo in cui sostare a lungo nel segno della quiete francescana tra colori e atmosfere forse uniche al mondo.
"Le stelle"
Atmosfere antiche e anche un po' fiabesche che ho ritrovato nelle opere di uno splendido artista. Si tratta di Norberto Proietti (1927 - 2009) conosciuto anche solo come Norberto, originalissima figura di pittore e scultore che ha postoAssisi e in generale il mondo umbro al centro del proprio interesse pittorico, essendo nato e vissuto per parecchi anni a Spello. Vi riporto qui alcune immagini nelle quali l'artista ci offre la sua visione di quel mondo con una tecnica che, se da un lato ricorda lo stile naïf, dall'altro lo supera sostanziandolo di nuova profondità.
"Il vento"
È la natura con i suoi ritmi a scandire il tempo in questi dipinti. La luna, le stelle, la neve, il vento, prati verdi e alberi insieme ai lavori della campagna sono dati ricorrenti in mezzo ad architetture che colgono l'anima semplice di tanti borghi, rocche e chiesette diroccate come quella del secondo dipinto riportato, che forse vuol riprodurre l'antica San Damiano. Le case addossate le une alle altre, tipiche dell'urbanistica medioevale, formano incastri di figure solide dove archi, linee rette e oblique s'intrecciano a creare spazi di affascinante profondità, come nei tre qudri riportati qui sotto: "Senza titolo", "Fontanella" e "Struttura". Architetture spoglie e massicce che ci dicono quanto Norberto abbia assorbito la lezione dei pittori del passato - da Giotto al Pinturicchio - dei quali aveva visto le opere proprio tra Assisi e Spello.
"Senza titolo"
E in mezzo a questo, tanti fratini operosi ora al lavoro, ora intenti al gioco come in "Festa al villaggio"dove sembrano addirittura pattinare sul ghiaccio! Un'attitudine gioiosa fatta di francescana letizia in un'atmosfera nella quale, non sempre ma spesso, i frati sono le uniche presenze umane ad animare il paesaggio in una compagine in cui neppure la tempesta di neve fa paura - osservate il dipinto intitolato "Il vento"! - ma è parte di un universo di fiaba.
"Fontanella"
Una
visione del mondo forse ingenua ma meravigliosamente incantata. E mi
piace commentare le immagini di Norberto con le parole di
Vittorio Sgarbi che colgono con particolare chiarezza l'essenziale della poetica dell'artista:
"Il Medioevo fa da sfondo fisico, temporale e spirituale ai dipinti
dell'artista. Non è un Medioevo propriamente storico o filologico, ma è
una categoria dell'anima alla quale Norberto attribuisce il merito di
aver conseguito la perfetta equazione tra uomo, Dio e natura. Il
Medioevo metafisico di Norberto è il migliore dei mondi possibili. È
un'Umbria sublimata in un magico Eden quella del pittore (con l'assidua
presenza dei fratini, piccoli e attivissimi come formiche), al cui
confronto la vera regione, pur bellissima, sembra una copia naïve". E ancora:
"...se il Medioevo metafisico dell'Umbria sublimata è il paradiso in
terra, i monaci esprimono la condizione ideale attraverso la quale
l'uomo può mettersi in relazione con esso per godere correttamente
dell'armonia mundi. Ora et labora, pregare e lavorare, onorare la natura
con la devozione religiosa e l'operosità manuale. E Francesco d'Assisi è
il suo più alto modello morale e intellettuale E' questa la vera, unica
santità a cui aspira il pacifico mondo di Norberto che non conosce
dolore e peccato."
"Struttura"
Naturalmente ho pensato a lungo a quale musica associare a tali dipinti. Un mondo come quello umbro dal profondo afflato religioso forse richiederebbe un brano per organo o la pace di un Adagio barocco. Ho spaziato così tra vari autori, ma non mi convincevano non perchè i pezzi non fossero belli, ma perchè qui, insieme alla quiete francescana, mi pare che le immagini ci regalino anche una limpida gioia e un incanto simili a quelli di un bambino.
Così sono approdata a Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) che, tra Andantini e Serenate, in fatto di limpidezza la sa lunga e ho scelto un pezzo da un Divertimento, forma musicale in voga già nell'epoca barocca, usata spesso a scopo celebrativo e costituita da brani di grande leggerezza. Un Divertimento?... qualcuno si chiederà forse un po' stranito...Certo! Nell'apparente austerità di alcune architetture, c'è in realtà una gioia segreta espressa da quei fratini ora fermi e assorti, ora in movimento. Ma li avete visti mentre pattinano sulla neve e mentre, anche quando lavorano, sembrano danzare? Ecco! Allora dedico a loro e a Norberto il bellissimo "Adagio" dal "Divertimento n.6 in Do Maggiore Hob III: 6", brano conosciuto anche come "Quartetto per archi in Do maggiore n.6 op.1". Si tratta di una musica che, fin dalle prime battute, ci introduce in un clima di grande distensione e serenità sul dolce ritmo scandito dal violoncello. Un Haydn che talora arieggia qualche passaggio del celebre "Andante" della sua Sinfonia detta "La pendola" e altrove invece sembra Mozart. In ogni caso, sempre ricco di un fascino che ci conduce in un mondo sognante, ricco di quell' armonia mundi che Vittorio Sgarbi ravvisa nei dipinti del nostro artista umbro.
Buon ascolto!
(Le foto sono prese dal web. I dipinti di Norberto Proietti sono conservati a Spello nel Museo dedicato all'artista, ad Assisi presso la Galleria d'Arte San Francesco e in varie collezioni private.)
Ogni promessa è debito, e mi sono accorta che - nonostante sia passato parecchio tempo - non ho ancora pubblicato il terzo movimento di un brano del quale vi avevo gioiosamente regalato i primi due.
Si tratta del "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" del nostro amico Bach, come certo avrete già arguito dalla sigla che indica la catalogazione delle sue opere: Bach Werke Verzeichnis. Un brano nato per liuto o per cembalo, come recita l'indicazione dello stesso compositore, ma poi interpretato anche al pianoforte, all'organo o alla chitarra. Del primo tempo avevo pubblicato due versioni - per liuto e per organo - e del secondo solo quella per chitarra; oggi per l'Allegro conclusivo torno all'interpretazione della bravissima Ana Vidovic: dunque, ancora chitarra.
Devo confessare che, se si eccettuano gli anni della mia giovinezza, non è uno strumento che nel tempo mi abbia particolamente affascinato soprattutto se confrontato con altri come pianoforte, violino o violoncello. Tuttavia, trovo che il suo timbro e la melodiosità che i vari esecutori ne sanno trarre ben si adattino a determinate musiche e in particolare a quelle barocche. Non è la prima volta infatti che pubblico dei pezzi bachiani nella versione per chitarra, il che conferisce ad essi quel piglio agile e scattante che mi pare possa accordarsi anche con lo stile del nostro Giovanni Sebastiano.
Dicevo degli anni della giovinezza perchè è stato il periodo in cui avere in mano una chitarra e accompagnare una canzone poteva costituire un ruolo, un modo per avere una propria fisionomia in un gruppo. Per questo anch'io desideravo possederne una e imparare a suonicchiarla. Frequentavo allora il primo anno di università e avevo supplicato mio padre che me la comprasse. Lui non aveva detto di no, ma aveva posto la condizione che prendessi 30 all'esame di Storia romana, cosa che, considerata la severità del docente, equivaleva a una risposta negativa! 30 in Storia romana??... Ma mai e poi mai ci sarei arrivata!! Ricordo ancora un'amica che una volta, nel chiostro dell'università, mi aveva additato con ammirazione una ragazza dicendomi sottovoce: "Vedi quella? Ha preso 29 con Garzetti!..." E io mi ero fatta piccola piccola.
Il professor Albino Garzetti - di cui ancora ricordo il rigore, la precisione, il piglio severo e soprattutto la puntualità - faceva lezione tre volte alla settimana alle 8,30 in una delle più belle aule ad emiciclo dell'ateneo. Guai ad arrivare in ritardo dopo il suono della campanella, si rischiava di essere freddati dal suo sguardo di acciaio! Perciò, chi entrava in ritardo lo faceva a suo rischio e pericolo, pregando il cielo che i cardini della vecchia porta non cigolassero e acquattandosi nel banco più vicino a mo' di volpe che si rintana. Così, per non dovermi mimetizzare da volpe, io tre volte alla settimana, dalla mia cittadina di provincia prendevo il treno delle 7, scendevo a Milano Centrale, mi facevo tre quarti d'ora di tram - la linea 2 del metrò sarebbe arrivata l'anno seguente - e un breve tragitto a piedi per piazzarmi puntuale al primo banco prima del suono della fatidica campana. Il corso era sul'imperatore Tiberio visto attraverso gli scritti di Tacito, di dispense non si aveva notizia, per cui prendevo appunti a manetta con la solerte alacrità di un topo di campagna.
Ora voi direte: ma perchè ci racconti tutto questo? Che c'entra con la chitarra? C'entra invece!!! Perchè contravvenendo a tutti i più funesti presagi, il 30 poi l'ho preso davvero!!! Ricordo ancora la mia sorpresa mentre, incredula, firmavo il voto! Incredula sì, perchè nell'emozione del momento non mi era parso di aver fatto una prova particolarmente brillante. E mi è rimasta sempre una convinzione: che il voto, più che l'esito dell'esame, avesse voluto premiare quel diligente topo di campagna che ero allora, puntuale ad ogni lezione, senza mai un'assenza per tutta la durata del corso.
Così la chitarra è stata mia! Nessuno pensi però che i miei genitori, per aver posto quella condizione, non fossero generosi! Tutt'altro! Credo che avessero avuto solo timore che uno strumento musicale come quello, ricco di una leggerezza che invitava a stare in compagnia, mi potesse distogliere dallo studio, niente di più. E l'esito del mio esame li aveva rassicurati. Volete sapere se poi l'ho suonato? Certo che l'ho suonato, imparando i più comuni giri di accordi e cimentandomi, quando ero in vena, nel celebre Giochi proibiti - solo la prima parte però - che adoravo! Poi dopo qualche anno, la chitarra è rimasta a prendere polvere in un angolo della mia stanza. Soltanto più avanti avrei scoperto che esistevano altre splendide composizioni per questo strumento, a cominciare da quelle di Joaquin Rodrigo e dalle Variazioni su di un tema di Mozart di Fernando Sor.
Bene. Così oggi torno ad Ana Vidovic e al suo meraviglioso Allegro bachiano: un brano che mette subito di buonumore - non so se anche a voi fa questo effetto - veloce, spigliato e ricco di vitalità. Mi piace la naturalezza dell'interprete, compostissima nella sua capacità di modulare forte e piano dando risalto ad alcune note con l'agilità delle sue mani, come del resto scrivevo anche in passato. Un Bach di grande freschezza del quale la chitarra fa fiorire la particolare eleganza e dove velocità e ritmo si sposano con garbo.
La mia navigazione su youtube mi regala spesso interessanti sorprese soprattutto quando, trovato il brano che cercavo, mi attardo ad ascoltare altri pezzi dello stesso autore, senza peraltro escludere alcuni arrangiamenti.
Ho sempre amato le rivisitazioni dove l'antico si unisce al nuovo, la solennità del passato si sposa a ritmi più vicini a noi e magari l'uso di strumenti diversi da quelli originali conferisce al pezzo un fascino inusitato. Quanti compositori barocchi sono stati spesso ripresi in chiave contemporanea! Basterebbe ricordare solo Bach, arrangiato dal jazz, dal rock fino alla breakdance e via dicendo. Certo, non tutte le rivisitazioni sono sempre accettabili, ma trovo che talora ce ne siano di veramente suggestive.
Provate ad ascoltare, per esempio, il brano di Sting intitolato "You Only Cross My Mind in Winter" dove il cantante riprende la Sarabanda dalla VI Suite per cello. E come dimenticare poi i miei amatissimi Swingle Singers, celebre gruppo vocale che cantava Bach a tempo di jazz e che mi ha iniziato alla sua musica quando avevo sedici anni? Ma affascinante anche la "Sinfonia n.11 in sol minore BWV 797"ripresa da Richard Galliano alla fisarmonica e Gary Burton al vibrafono in un duetto davvero intrigante.
Proprio Richard Galliano -del quale ho pubblicato giorni fa l'arrangiamento di una famosa canzone francese - mi ha offerto lo spunto per il pezzo di oggi. È stato infatti navigando tra i suoi brani che ne ho trovato uno in cui, insieme a Paolo Fresu e Jan Lundgren, si cimenta nella rivisitazione di un altro grande della musica: Claudio Monteverdi (1567 - 1643). Si tratta del madrigale "Sì dolce è il tormento" - splendidaquantocelebre aria barocca dal "Quarto scherzo delle ariose vaghezze SV 332" del1624 - inserito nell'album "Mare Nostrum II" del 2016. Un bel salto cronologico che testimonia, da parte dei tre arrangiatori, interesse per il passato insieme alla versatilità delle loro scelte e del loro far musica.
Ma iniziamo da Monteverdi. Qui il compositore cremonese ha messo in note un testo poetico del contemporaneo Carlo Milanuzzi che parla del tormento di un innamorato per una donna, ahimè, indifferente. L' innamorato tuttavia persevera tenacemente nel proprio sentimento da un lato sentendosene appagato, ma dall'altro ripiegandosi sulla sofferenza del rifiuto nella sola speranza che, una volta morto, la donna possa pentirsi della propria durezza. Un testo ricco di contrasti a cominciare dall'ossimoro "dolce tormento", e che ricalca i temi della lirica del Petrarca e dei suoi tanti imitatori del Cinquecento.
Se dolcissima nella sua malinconia è la musica con cui Monteverdi dà vita al testo, altrettanto suggestiva è - a mio modesto avviso - la rivisitazione che vi presento. Qui il brano non ha bisogno di parole perchè sono i tre interpreti ad avvicendarsi come solisti: prima la tromba di Fresu, poi la struggente fisarmonica di Galliano e infine il pianoforte di Lundgren. Ma il pezzo prosegue poi con un intreccio nel quale - di volta in volta - i tre strumenti fungono ora da solisti, ora da accompagnatori, alternando ciò che di rigoroso o languido, di severo o dolce questa melodìa offre, fino alla conclusione che la fisarmonica suggella con timbri quasi da organo.
Un brano da ascoltare piano lasciando che la sua sottile malinconia ci pervada, per cogliere quanto di moderno i tre interpreti hanno sviscerato in Monteverdi, da un lato senza alterarne la compostezza, ma dall'altro restando sostanzialmente se stessi nella particolare atmosfera che ciascuno sa trarre dal proprio strumento. E non è cosa da poco.
Vi allego due video: uno con la rivisitazione del brano e l'altro con l'originale.