"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
Ioannes Mokos (1680 - 1724): "Dormitio Virginis", Metropolitan Museum of Art - New York.
Sulle note di un antico inno in onore di Maria e con questa tavola di Ioannes Mokos, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie! Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana. Arrivederci!
Fa un caldo esagerato, lo sappiamo tutti e non occorre ribadirlo. Ma se penso al clima degli anni passati, insieme a considerazioni strettamente meteorologiche mi affiora anche il ricordo di ciò che le temperature di una volta consentivano di fare. Parlo di altre estati in cui i pomeriggi non erano momenti da passare - diciamo così - agli
arresti domiciliari per sfuggire all'afa, ma ore in cui si poteva stare
all'aria aperta su di un sentiero, un prato o in una radura ombrosa a leggere,
dormire o contemplare il paesaggio. Si godeva così di quella calma che concilia il riposo, allarga il respiro e aiuta a cogliere le tante meraviglie che la natura ci offre.
Proprio in questa dimensione un po' nostalgica, mi è tornata in mente una poesia di Giovanni Pascoli
(1855 - 1912) letta tante volte a scuola e che, nella brevità
di sole due strofe, riesce a immergere il lettore nel cuore di un
paesaggio d'incantata solitudine e di silenzio. Eccola:
Dall'argine
"Posa il meriggio su la prateria. Non ala orma ombra nell’azzurro e verde. Un fumo al sole biancica; via via fila e si perde.
Ho nell’orecchio un turbinìo di squilli, forse campani di lontana mandra; e, tra l’azzurro penduli, gli strilli della calandra."
Nel
testo, tratto dalla raccolta Mirycae del 1891, notiamo subito il punto di vista del poeta che contempla la campagna da un argine, cogliendo prima ciò che vede e poi ciò che sente con un liguaggio che, se per certi versi può sembrare semplice, in realtà è raffinatissimo.
È il verbo iniziale "Posa" - di cui soggetto è "il meriggio" - a comunicarci la sensazione di calma e di
silenzio dei momenti in cui ogni attività cessa e tutto resta fermo,
immobile. Immaginiamo che sia un giorno d'estate o di primavera
inoltrata, in quelle ore pigre di un primo pomeriggio assolato che talora
conciliano il sonno: sembra infatti che il Pascoli descriva il
paesaggio da ciò che vede a fior di ciglia, socchiudendo gli occhi mentre riposa. E che cosa vede? Un prato verde, uno spazio immoto e silenzioso in cui nulla turba la quiete dell'ora, e dove quel filo
di fumo descritto in gradazione decrescente - unico dettaglio in movimento che biancheggia, si assottiglia e
svanisce nell'aria - in realtà non fa che sottolineare l'immobilità circostante.
Ma una gradazione simile, a sottolineare la solitudine del luogo, è anche nel verso precedente: "Non ala orma ombra nell'azzurro e verde". Si va infatti dall'ala che è parte visibile di un corpo, all'orma che è ciò che resta del suo passaggio e poi all'ombra
che, rispetto all'orma che si imprime nel terreno, è un riflesso lieve e impalpabile. Inoltre, il Pascoli usa in questo verso quello stile nominale per cui il verbo è sottinteso e restano in evidenza i soggetti. Non una descrizione teorica, quindi, ma pennellate impressionistiche con cui mira a ricreare la scena perchè il lettore se ne senta parte. All'interno di essa ci sono poi colori ricchi di freschezza - dal verde del prato all'azzurro del cielo e al bianco del sottile filo di fumo - che illuminano il paesaggio. Non avvertiamo infatti quel senso di vuoto talora dato dalla solitudine, ma solo il magico incanto della natura, simile a quello dei fiori di alta montagna che offrono la loro bellezza anche dove nessuno li vede.
La seconda strofa è incentrata invece sui suoni: prima lontani e confusi, poi più vicini e netti. Qui entra in gioco il poeta come soggetto e davvero possiamo immaginarlo disteso sul prato a registrare ogni minima percezione. Sente infatti riecheggiare in sè il suono dei campanacci di una mandria già passata (Ho nell'orecchio): un insieme di suoni confusi e in movimento (turbinìo) della cui identificazione tuttavia non è sicuro (forse) e che vengono da una certa distanza (lontana). Una percezione indeterminata quindi, resa con il consueto linguaggio ricco di sfumature. Ma a tale sensazione indefinita si contrappongono netti i versi acuti della calandra sospesi nel cielo quasi a sovrastare il poeta. Se prima l'intensità degli squilli risultava attenuata dal termine turbinìo e dal forse, ora gli strilli con la loro carica onomatopeica sembrano riecheggiare più improvvisi e vicini. Raffinatezze di linguaggio che non si possono disgiungere dal ritmo con cui sono costruite le due strofe, composte ciascuna da tre endecasillabi e un quinario che, con la sua brevità e il suo andamento piano, sembra ricondurci a una dimensione di profonda quiete.
E parlando di quiete, torno ancora una volta a Mozart col secondo movimento, Adagio, dal "Concerto n.3 in Sol Maggiore per violino e orchestra K.216". Hanno sempre un grande fascino gli Adagi mozartiani - sia che li troviamo in un brano orchestrale che in una sonata per pianoforte - perchè c'è in essi un incanto che il compositore coniuga in una molteplicità di sfumature sottolineandone ora la serenità, ora la malinconia, ora la dimensione sognante, ora la profonda pace. Direi che sono i due ultimi aspetti a caratterizzare questo brano, affascinante per la sua purezza espressiva dovuta anche alla sostituzione degli oboi con i flauti nell'organico orchestrale. Ne deriva un pezzo luminoso e pacato come un tranquillo pomeriggio d'estate, una melodia nata dal magico genio del compositore che ha scritto il Concerto K.216 - insieme agli ancor più celebri K.218 e K. 219 - a soli diciannove anni!
Giusto per portarmi avanti, avevo cercato tempo fa un brano di musica per la festa dell'Assunzione da pubblicare appunto il giorno di Ferragosto. Così, avevo trovato e tenuto da conto un pezzo di un autore nuovo per questo blog: "Priez pourpaix" di Francis Poulenc (1899 - 1963). Si tratta di un'invocazione alla Vergine Maria, scritta in origine per voce solista e pianoforte, ma in seguito rielaborata anche per coro. Ascoltandola però, mi è sembrata tanto profonda e ricca di suggestione che non sono riuscita ad aspettare altri giorni e quindi ho deciso di regalarvela subito. La composizione infatti non solo mi è parsa pregevole sul piano musicale, ma anche più che mai adatta al tragico periodo che il mondo sta vivendo, segnato da guerre sempre più sanguinose e da discussioni che - anche di recente - si sono aperte sul tema della pace, sul suo significato più autentico e sui modi più opportuni per ristabilirla.
Musicista originale ed eclettico, formatosi nella Parigi della prima metà del Novecento ricca di fermenti culturali, Poulenc ha creato talora contaminazioni tra i vari stili. Inoltre, come ha saputo essere ironico e giocoso in certi pezzi di carattere profano, altrettanto è stato profondissimo nelle numerose composizioni sacre, la più celebre delle quali è l'opera "I dialoghi delle Carmelitane" su libretto di Georges Bernanos. Precedente a questa è il brano di oggi scritto dal compositore nel 1938, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, mettendo in musica una poesia del XV secolo di Charles d'Orléans (1394 - 1465) della quale vi riporto il testo:
"Priez pour paix, douce Vierge Marie, Reine des cieux, et du monde maîtresse, faites prier, par votre courtoisie, Saints et Saintes, et prenez votre adresse vers votre Fils, requérant sa haultesse qu'il Lui plaise son peuple regarder, que de son sang a voulu racheter, en déboutant guerre qui tout dévoie; de prières ne vous veuillez lasser: priez pour paix, le vrai trésor de joie."
L' invocazione si rivolge a Maria perchè solleciti instancabilmente tutti i Santi a pregare e chieda al Suo Figlio di allontanare la guerra ripristinando la pace, definita nel testo "vero tesoro di gioia".
Lento e pacatissimo l'esordio del coro in un mesto fa minore, caratterizzato da un andamento ripetitivo che mi ha ricordato quello di alcuni canti di Taizé. E chissà mai che siano state anche le note di Poulenc ad ispirare in seguito - intorno agli anni Settanta - le celebri composizioni di Jacques Berthier! A parte questo però, il fascino di "Priez pour paix" è dato soprattutto dalla particolare armonia ricca di splendide dissonanze che conferiscono all'invocazione spessore e drammaticità, nonostante qualche apertura in tonalità maggiore. Sono note ora più dolci, ora più intime e accorate, che riflettono una vasta conoscenza degli autori del passato e in particolare della polifonia. Poulenc infatti, più che al contesto musicale e alle avanguardie della prima metà del Novecento in cui già si stava affermando la Scuola di Darmstadt con la dodecafonia, nelle composizioni sacre sembra ispirarsi all'intensità spirituale di alcuni autori rinascimentali e successivamente di Bach.
Del brano trovate qui un suggestivo arrangiamento per coro a cappella guidato da una direzione misuratissima e al tempo stesso entusiasmante.
Buon ascolto!
(La foto, che raffigura il compositore, è presa dal web)