Quante volte la poesia, l'arte figurativa o la musica hanno rappresentato la morte? Gli esempi non si contano e potremmo citare un gran numero di autori che, nel corso del tempo, ne hanno raffigurato il volto cogliendo le mille sfaccettature che esso ha e suscita in noi: dall'angoscia alla pietà, dal buio alla luce, dalla paura alla speranza, dalla sofferenza alla pace.
Da Dante e a Ungaretti, da Michelangelo a Congdon o da Bach a Messiaen, parecchi sarebbero i nomi da ricordare, senza ignorare altri contemporanei al di fuori dell'arte sacra. Se infatti questa per prima ci ha lasciato Crocifissioni, Deposizioni, Pietà, insieme a Passioni, Requiem o Stabat Mater, anche quella profana ha toccato l'argomento spaziando tra i vari generi compresa la narrativa e la poesia.
Tuttavia, se penso a un testo che della morte offre l'aspetto forse più inusitato, regalandoci tratti di una delicatezza a mio avviso inarrivabile, devo tornare indietro nel tempo a Francesco Petrarca (1304 - 1374) e ai versi conclusivi (vv.157 - 172) del suo "Trionfo della Morte".
Si tratta della terza sezione del poemetto allegorico "I Trionfi" scritto dal poeta come ideale cammino dal peccato alla redenzione, quasi ad emulare quello di Dante nella Divina Commedia. Lo dimostra anche il fatto che la metrica usata - terzine di endecasillabi incatenati - è simile. Tuttavia, a detta dei critici, l'ispirazione non raggiunge quella dantesca e il testo risente di una certa artificiosità ad eccezione di alcuni passi che sono un vero e proprio colpo d'ala. Proprio uno di questi è quello che oggi vi riporto nel quale affiora tutta la sensibilità che l'autore aveva già profuso nel Canzoniere.
"Poi che, deposto il pianto e la paura,
pur al bel volto era ciascuna intenta,
per desperazion fatta sicura,
non come fiamma che per forza è spenta,
ma che per se medesma si consume,
se n’andò in pace l’anima contenta;
a guisa d’un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca,
tenendo al fine il suo caro costume.
Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne’ suoi belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:
Morte bella parea nel suo bel viso."
È descritta qui la morte di Laura, la donna amata dal poeta, scomparsa a seguito della peste il 6 aprile 1348. Nulla tuttavia vi traspare dell'orrore che l'epidemia porta con sè, ma i termini e le immagini usate fanno di lei l'emblema di quella bellezza eterna che vince anche la morte.
Vediamo Laura che si spegne lentamente mentre le donne che la circondano, ormai certe che la fine è vicina, fissano lo sguardo sul suo volto. Il suo trapasso è dolcissimo, un calmo scivolare nella pace che il Petrarca descrive con paragoni mirabili: una candela che va consumandosi gradualmente (a guisa d'un soave e chiaro lume / cui nutrimento a poco a poco manca) e una nevicata sulle pendici di una collina (Pallida no, ma più che neve bianca / che senza venti in un bel colle fiocchi). Non c'è alcuna lotta in questa fine come talora potrebbe essere l'agonia (non come fiamma che per forza è spenta), ma soltanto abbandono (parea posar come persona stanca).
È una Laura della quale neppure la morte sfigura la soavità (tenendo al fine il suo caro costume): il suo trapasso infatti è simile a un sonno sereno (quasi un dolce dormir) che sfugge alla banalità con cui esso è comunemente considerato (era quel che morir chiaman gli sciocchi).
Significativi, a questo proposito, gli aggettivi che costellano il testo: bello ripetuto più volte e riferito al volto, al colle, al viso, agli occhi, alla morte, e poi caro, soave, chiaro, dolce, termini che ci restituiscono la quiete da cui Laura è pervasa (se n'andò in pace l'anima contenta).
Ma a rendere meglio l'idea di tale calma è la neve che fiocca in un bel colle, dove dettaglio a mio avviso efficacissimo è l'espressione senza venti: non la bufera o la tempesta, ma una sorta di fermo immagine fatto di pace e di quello stupore con cui, da bambini, si guarda dietro i vetri la magìa di una nevicata.
Poi quella luce che si era spenta ritorna, data proprio dal biancore della neve cui è paragonato il viso della donna (Pallida no, ma più che neve bianca). Si trasforma così in bellezza anche il morire (Morte bella parea nel suo bel viso), dissolvendo ciò che di drammatico o di macabro è sempre stato legato a tale evento.
Una Laura filtrata dallo sguardo d'amore del Petrarca - osservate che lieve carezza è il verbo parea! - e insieme creatura angelicata alla maniera dantesca, potremmo dire, ormai lontana da quella sensualità con cui era stata descritta nei sonetti più conosciuti del Canzoniere.
Per tale insieme di motivi, ho associato al testo l'immagine del viso di Ilaria del Carretto, particolare del celebre monumento funebre conservato nel Duomo di Lucca e opera di Jacopo della Quercia (1374 - 1438): scultura tanto affascinante da aver ispirato poeti come D'Annunzio e Quasimodo. È la soavità il suo tratto più vivo che, a mio avviso, può accomunare la morte di Ilaria a quella di Laura, facendo delle due donne - raffigurate ora in versi ora nel marmo - creature di luce destinate all'immortalità.
E per passare alla musica, è di Antonio Lotti (1667 - 1740) il brano che ho scelto per questo post: il "Kyrie" dalla "Missa del primo tuono".
Si tratta di un pezzo di splendida polifonia, a somiglianza di tanti altri del compositore veneziano distintosi soprattutto per aver scritto musica sacra.
Qui, la melodia si snoda lenta e malinconica nella tonalità di re minore in un suggestivo intreccio di voci che favorisce la meditazione. Il dettaglio che però mi ha fatto preferire questo brano ad altri è l'accordo in maggiore che conclude i due Kyrie all'inizio e alla fine del pezzo: un bellissimo passaggio che, dopo la tristezza precedente, si apre alla luce in modo struggente e, appunto, soavissimo.
Buon ascolto!
(La foto è presa dal web)

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