giovedì 24 settembre 2026

Coltivare parole - 9










Ci sono poeti che leggiamo per la raffinatezza del linguaggio pur avvertendo la loro esperienza lontana dalla nostra, ed altri che invece sentiamo più vicini e congeniali per quella sotterranea sintonia che ci fa ritrovare noi stessi in qualcuno dei loro componimenti o anche solo in un verso. Sono quelle parole che talora ci ritroviamo dentro senza saperlo - magari studiate a scuola una vita fa - e che riaffiorano fuse col nostro vissuto e ormai parte di noi.
È toccante questa dimensione profonda e insieme quotidiana della poesia che coglie e fa risplendere la luce segreta delle cose più piccole o più usurate, e sono tanti gli scrittori che a tale riguardo si potrebbero citare. 

Tra gli altri, trovo incantevoli alcuni testi del triestino Umberto Saba (1883 - 1957). Ad affascinarmi è il suo sguardo gentile sulla quotidianità più spicciola, uno sguardo simile a quello del poeta nella foto, profondo e al tempo stesso leggero come l'osservare discreto di chi posa una lieve carezza sulle cose per custodirle interiormente. Vi si coglie anche il velo di malinconia di chi ha conosciuto la sofferenza e ricordiamo che, negli anni della seconda guerra mondiale, date le sue origini ebraiche il poeta era stato costretto a vivere in clandestinità per sfuggire alla deportazione. Tuttavia dai suoi occhi traspare anche un che di pacato: la consapevolezza di chi, per raccontare di sè, ha trovato parole autentiche.

È una delle più famose la lirica che vi propongo - quasi una manifesto della poetica dell'autore - tratta dalla sezione Mediterranee del "Canzoniere", ed è significativo che, nel titolo dell'intera raccolta, Saba riprenda quello usato secoli prima dal Petrarca che vi aveva espresso la propria vicenda interiore. 

Amai 

Amai trite parole che non uno
osava. M’incantò la rima fiore
amore,
la più antica difficile del mondo.

Amai la verità che giace al fondo,
quasi un sogno obliato, che il dolore
riscopre amica. Con paura il cuore
le si accosta, che più non l’abbandona.

Amo te che mi ascolti e la mia buona
carta lasciata al fine del mio gioco.

Ha circa 63 anni il poeta quando compone questi versi e sembra volgersi indietro a considerare la propria esperienza facendo una sorta di bilancio esistenziale. Che cosa è stato importante per lui nella vita?
Indubbiamente il moto di amore che lo ha accompagnato e ancora lo accompagna
quando scrive. Basta osservare l'esordio delle tre strofe: Amai...Amai... Amo... Amore per la parola, anzi, per trite parole ricusate da altri nelle quali Saba, al contrario, trova motivo d'incanto. Parole semplici come la rima fiore/amore già usata da lui nella celebre poesia "Trieste". Ma perchè mai la più antica difficile del mondo?

Perchè la facilità di una rima e l'abitudine all'uso, o all'abuso, di certi termini può trasformarne la semplicità in banalità e il confine, se ci pensiamo, è sottile. Tuttavia, quelle del poeta non sono parole casuali o distratte e il suo sguardo non si accosta alla realtà sorvolandola in superficie, ma ne coglie lo spessore anche senza la necessità di una forma ricercata e complessa. Traspare da questa scelta una velata polemica con lo stile certo raffinatissimo ma aulico e altisonante del D'Annunzio, e forse anche col linguaggo spesso oscuro degli ermetici al quale Saba contrappone il proprio desiderio di chiarezza espressiva. 

Dopo l'aspetto formale, il poeta passa a considerare il contenuto delle sue parole: Amai la verità che giace al fondo. Il senso della sua comunicazione è attingere alla verità di noi stessi, a quell'identità profonda a volte nascosta che la sofferenza fa talora riaffiorare più viva. Punto di arrivo è dunque il centro del nostro mondo interiore da ritrovare con trepidazione e a cui tenersi avvinti perchè luogo della nostra autenticità. 

Lo scopo non è solo introspettivo ma insieme fonte di apertura e comunicazione. Così, nell'ultima strofa, Saba si rivolge al lettore stabilendo con lui una sorta di dialogo e dichiarando di essere consapevole della positività del proprio intento: la mia buona / carta lasciata al fine del mio gioco. La parola poetica lo conduce infatti il più vicino possibile al nucleo profondo della persona: lezione umana oltre che artistica, in un mondo in cui comunicare - ieri ma soprattutto oggi - è talora un affastellare parole vuote.  

E mi piace accostare questi versi alla musica di Mozart proprio per ciò che scrivevo sopra: per la mirabile semplicità di certe sue melodie che non è banalità, ma complessità risolta, punto di arrivo di una capacità di cogliere la scintilla segreta che anima ogni cosa e di restituircela con grazia ed eleganza. 
Quello che sentirete è il celebre "Andantino" del "Concerto per flauto, arpa e
orchestra K.299" scritto dal compositore a soli 22 anni: un'aria soave e cantabile dove si alternano i due strumenti solisti tra i quali - cosa rara per l'epoca e anche all'interno delle opere dello stesso Mozart - compare l'arpa. Se infatti altrove essa si limita a fare da accompagnamento, qui dialoga con l'orchestra alternandosi al flauto e regalandoci le innumerevoli sfumature del suo timbro melodioso.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

martedì 15 settembre 2026

Scanzonata nonchalance...

Oggi vi propongo una chicca invitante almeno quanto quella della scorsa settimana, e per qualcuno forse anche di più. 
Si tratta ancora una volta di un live, un video
tratto da un'edizione del celebre Concerto per Milano che da anni si svolge alle soglie dell'estate in Piazza Duomo, con programmi di musica sinfonica - e in qualche caso lirica - che spaziano dal passato al presente. 
L' iniziativa è conosciuta da tutti anche perchè l'evento è teletrasmesso e vede come
protagonista la Filarmonica della Scala diretta da Riccardo Chailly, ogni volta insieme a solisti di primissimo piano: da Martha Argerich a Lang Lang, da Maxim Vengerov a David Garrett solo per citarne alcuni.   

Garrett, appunto. È stato propro lui, giorni fa, a comparirmi davanti su youtube con quella sua aria un po' sorniona e la suprema disinvoltura di chi è un fuoriclasse e lo sa, mentre alla fine del Concerto per Milano del 2015 suonava il famoso "Carnevale di Venezia op.10" di Niccolò Paganini (1782 - 1840). Un'esibizione brevissima, un piccolo pezzo di bravura che il solista ha offerto al pubblico come bis, facendo cantare il suo prezioso violino nelle difficoltose variazioni che il brano prevede e suscitando calorosissimi applausi.

Paganini mi perdonerà se non mi soffermo sul suo Carnevale che non mi ha mai particolarmente affascinato, neppure quando me lo imponevano al pianoforte tra le sonatine per principianti, anzi, forse proprio per quello. Nè mi soffermo sulla bravura di Garrett che già mi aspettavo insieme al suo look volutamente un po' tragressivo.  
Certo, se sul piano del rigore interpretativo la critica è divisa e talora i
puristi arricciano il naso, la sua tecnica resta straordinaria insieme alla facilità con cui sa trarre una miriade di suoni dal violino. Non dimentichiamo che a soli 13 anni (!) ha firmato un contratto con la prestigiosa Deutsche Grammophon. Bambino prodigio insomma!

Tuttavia in questo video, oltre sua alla grande agilità, a prendermi sono stati anche altri aspetti. 
Bello all'inizio del brano il gesto di Chailly che, dopo aver guidato l'orchestra nell'introduzione,
quatto quatto se n'è andato lasciando l'intera scena al solista. Immagino che tutto fosse preparato per dare all'ospite il maggior rilievo possibile, ma pure all'interno di questo spettacolo nello spettacolo, mi sono piaciuti i tanti sorrisi dei protagonisti e soprattutto quelli con cui gli orchestrali hanno seguito l'esibizione mentre sostenevano il brano con i loro pizzicati. Guardateli, ci sono inquadrature in cui attenzione, gioia e un senso di ammirato stupore si disegnano sui vari volti, dai più giovani agli anziani, con quella spontaneità che viene dal profondo, come spesso capita quando si ascolta musica e la bellezza apre il cuore al desiderio di farne parte.

Tante volte abbiamo osservato quanto, superato un certo livello di difficoltà tecniche, le note sgorghino naturali come acqua che scorre e suonare divenga un'esperienza di gioia profonda e comunicativa. Qui pare proprio che tale meraviglia si sia realizzata e che lo studio che, dietro l'apparente leggerezza, avrà segnato intensamente l'esperienza musicale di Garrett, si sia tradotto in maestria, divertimento e in quella scanzonata nonchalance che fa parte del suo stile.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

martedì 8 settembre 2026

Riprendiamo col botto!

Torno dalle ferie con la gioia di proporvi un brano di stupefacente varietà che ho scoperto da poco, dato che il video che vedrete si riferisce a un concerto tenutosi il 21 luglio scorso in Svizzera, al Verbier Festival
.
Sono solo tre minuti scarsi, un breve 
estratto da un pezzo di più largo respiro ma, appena l'ho sentito, ho deciso d'istinto che a settembre avrei riaperto il blog proprio con questo.

Ma che cos' ha di particolare? Intanto sono variazioni che arrangiano un brano composto a sua volta da altre variazioni, e già questo è fonte di duplice fascino: da un lato un tema articolato in mille modi, e dall'altro arrangiato con l'uso di strumenti, ritmi e forme diverse dall'originale che ne possano sviscerare ulteriore bellezza. Ma nel video che vedrete, entrano in gioco anche le interpretazioni del solista e del direttore che - come sempre, ma in questo caso più che mai - costituiscono, ciascuna per aspetti differenti, un meraviglioso valore aggiunto.

Entriamo allora nel vivo dando il benvenuto in questo blog a un nuovo autore. Si tratta dell'ungherese Ernst Dohnányi (1877 - 1960), figura dalle molte sfaccettature essendo stato, oltre che compositore, anche pianista, direttore d'orchestra e insegnante. Tra le numerose composizioni che ci ha lasciato, ho scelto le sue "Variazioni su di una ninna-nanna per pianoforte e orchestra op.25" che rielaborano le celeberrime " Dodici variazioni in Do maggiore sulla canzone Ah, vour dirai-je, Maman K.265" di Wolfgang Amadeus Mozart con le quali tanti musicisti in erba si sono almeno in parte misurati.

Confesso che il tema mozartiano nella sua spoglia semplicità che vedete nella foto non mi ha mai entusiasmato, mentre il modo in cui il compositore salisburghese lo ha poi rielaborato mi prende molto di più. Si arricchisce infatti di abbellimenti, infiorettature, arpeggi, scambi tra mano destra e sinistra nel suonare il tema e l'impianto accordale, trasposizioni in minore e via dicendo: tutti espedienti tecnici per variarne la resa pianistica ora più virtuosistica, ora decisamente più intima. E - per la vostra gioia - eccovi appunto l'intero originale mozartiano.

Diverso è l'effetto del brano di Ernst Dohnányi sia perchè, oltre che al pianoforte, è affidato all'orchestra, ma anche perchè il musicista ungherese lo ha rielaborato di volta in volta secondo forme differenti. L'intera composizione che, se volete, potete ascoltare qui, è formata da una maestosa parte introduttiva, poi dall'esposizione del tema ripreso anche nel finale, e in mezzo da 11 variazioni. 
Sono proprio queste ad offrirci il meglio della fantasia del musicista che con esse
non solo amplia la prospettiva del pezzo originale attraverso sonorità e timbri orchestrali, ma adotta di volta in volta forme diverse tra cui la marcia, il valzer, la fuga, la passacaglia, attraversando le epoche con esiti ora drammatici, ora squisitamente giocosi. Andatevi a sentire, per esempio, la quarta variazione e resterete incantati, ma anche quelle successive alternano suggestioni che possono ricordare ora Prokofiev, ora Beethoven o addirittura qualche brano della celebre Fantasia di Walt Disney. Per certi aspetti un Mozart irriconoscibile, ma una composizione indubbiamente affascinante.

Tuttavia il bello, a mio modestissimo avviso, non è ancora questo. È proprio nell'estratto che vi propongo: una piccola chicca tutta da gustare che, dopo la parte introduttiva, inizia davvero col botto: un fortissimo accordo cui segue l'esposizione del tema insieme alle prime tre variazioni. Purtroppo il video s'interrompe proprio nel bel dialogo tra il pianoforte e l'orchestra, ma pur nella sua brevità, è sufficiente a farci apprezzare l'inventiva del compositore e la passione degli interpreti. 
A proposito, avete visto l'espressione del giovane solista giapponese Mao Fujita? 
Nel suo sguardo ammiccante, nei suoi occhi sgranati mentre a fior di labbra canticchia la melodia, possiamo leggere sorpresa, stupore, gioia, divertimento insieme a una grande partecipazione emotiva. E tutta la prima variazione ci regala un'atmosfera giocosa che potremmo anche immaginare come colonna sonora di un vivace cartone animato, mentre più disteso e romantico è il resto. 
E il dinamismo del direttore Gabor Takács-Nagy? Sarà perchè vi colgo una vaga
somiglianza col celebre Philippe Leroy, ma mi è stato subito simpatico nel suo sorriso e nella gestualità rigorosa e vivacissima. 

Insomma, musica e interpreti davvero entusiasmanti e capaci di toccare anche noi con la loro gioiosa energia.

Buon ascolto!