mercoledì 16 febbraio 2022

Stanze - 2

Antonello da Messina: "San Gerolamo nello studio" (particolare)













 

È uno studio la stanza di oggi, l'ambiente di una casa che più mi affascina perchè per me è sinonimo di quiete appartata, silenzio, riflessione e di tanti, tanti libri. Un angolo in cui inabissarsi nella lettura, dove rifugiarsi a pensare, circondati e - oserei dire - avvolti da oggetti con i quali si sia stabilita una familiarità di lunga data; un luogo in cui sostare non solo per la necessità, ma soprattutto per il piacere dello studio.
E a questo scopo, ho sempre preferito stanze non troppo grandi che favorissero una
certa intimità e dove i libri fossero a portata di mano.

Il dipinto che vedete ci presenta invece un ambiente diverso, di dimensioni più ampie e articolate, ma ugualmente affascinante nella sua originalità.

Si tratta di una celebre opera di Antonello da Messina (1430 - 1479) : il "San Gerolamo nello studio" conservato alla National Gallery di Londra.
Numerosi sarebbero i dati da riportare su questo quadro per il quale l'artista ha
probabilmente preso spunto - oltre che dal suo maestro Colantonio - dalla pittura fiamminga e in particolare da un dipinto analogo di Van Eyck; ma qui mi piace soffermarmi proprio sullo spazio in cui Antonello ha ambientato la composizione.

È una stanza del tutto singolare per vari motivi, a cominciare dalla sua struttura architettonica che vediamo inserita in un' ulteriore cornice muraria dipinta dall'autore. La prima impressione è proprio il contrasto tra il quadro di piccole dimensioni - 45,7 x 36,2 cm. - e lo spazio che invece al suo interno si dilata, articolandosi prospetticamente in diversi ambienti. Ma singolare è anche l'adozione di due differenti stili architettonici: gli archi a tutto sesto nella parte inferiore della grande stanza, e quelli gotici nelle vele del soffitto.

Sembrerebbe l'interno di una casa e al tempo stesso di una cattedrale: al centro è situato infatti il vano aperto dedicato allo studio, con ai lati corridoi e finestre che ci conducono sullo sfondo, verso il paesaggio e la vita del mondo esterno.
Ma le bifore lobate e le arcate ogivali che coprono
il vasto ambiente gli conferiscono la severità e la solennità di un luogo sacro.

Proprio tali aspetti mi sembrano la cifra più significativa del dipinto, perché dalle caratteristiche dell'architettura vanno a riflettersi sulla figura del Santo. Rappresentato da Antonello probabilmente mentre lavora alla traduzione in latino della Bibbia - la "Vulgata" - e tuttavia non inserito nel contesto dell'epoca in cui è vissuto (IV - V sec. d.C) ma in quello quattrocentesco dell'artista, Gerolamo ci appare qui serio e concentrato nella lettura.

E insieme all'espressione severa del volto, solenne è anche l'abito: l'ampio mantello rosso con cui Antonello lo riveste insieme al cappello cardinalizio posato lì accanto.
È come se, scegliendo di
rappresentarlo in questa iconografia e non in quella di penitente nel deserto come altri pittori avevano fatto, l'artista avesse voluto inquadrarlo in ambito umanistico, mettendo in luce il valore della missione culturale a cui Gerolamo ha dedicato tutta la propria esistenza. 

Interessante, a questo proposito, il particolare delle pantofole lasciate dal Santo ai piedi della scaletta, come se salire quei gradini per immergersi nello studio richiedesse la dignità di un cambio d'abito, sia mentale che fisico.
Una dignità dello studio che, nel tempo, ha ispirato anche altri uomini di
cultura e che mi ha ricordato il Machiavelli quando - nella lettera al Vettori del 1513 - parla dei panni reali e curiali con cui si vestiva al momento di dedicarsi alla lettura dei classici. Chissà mai che non avesse presente questo dipinto realizzato da Antonello quasi quarant' anni prima?!

San Gerolamo mi pare quindi nello studio in duplice senso: fisicamente nella stanza, ma spiritualmente nell'impegno di fine traduttore e interprete delle Sacre Scritture nel quale è immerso. E il fatto che cuore della composizione sia proprio il lavoro sui testi è suggerito da una piccola ma evidente asimmetria. Al centro esatto del dipinto infatti, non sta il Santo, perchè - a ben guardare - la colonnina della bifora in alto, peraltro sfasata rispetto alla divisione degli scaffali, non è in asse con lui, ma col libro che sta leggendo.

Inoltre, intorno alla sua persona anche gli animali e gli oggetti, con i loro molteplici significati simbolici, sembrano sottolineare il valore culturale e religioso del suo compito. Ne deriva una rappresentazione ricca di dettagli nella quale Antonello ci offre ora scorci di nature morte, ora aperture di paesaggio, rivelando un gusto del particolare che rimanda da un lato ai caratteri della pittura fiamminga, e dall'altro a un realismo e una libertà prospettica pienamente rinascimentali.

Ce lo suggeriscono gli animali in primo piano e - nell'ombra, sotto le arcate della parte destra del quadro - il leone che quasi sempre affianca il Santo in numerose rappresentazioni ispirate a un'antica leggenda.
Ce lo suggeriscono gli oggetti posti
sugli scaffali del mobile in legno che fa da scrivania e libreria insieme: uno spazio che, all'interno della grande stanza, recupera una dimensione di intimità e, tra elementi rettilinei e curvilinei, costituisce una vera e propria architettura. Basta infatti osservarne la parte inferiore che poggia sul pavimento disegnato in prospettiva, per vedere come il pittore abbia creato un effetto di profondità.

Ma ce lo dicono anche i tanti libri aperti che arricchiscono l'interno della stanza, i vasetti con le pianticelle, fino al crocifisso e all'asciugamano appeso alla parete.
Nè si possono dimenticare i
particolari che delineano il panorama esterno: dagli uccelli che volano in cielo dietro le bifore, ai due splendidi paesaggi sullo sfondo.
Ed è mirabile come, in uno spazio esiguo,
Antonello abbia rappresentato un mondo così ampio e variato, fatto di prati, alberi, edifici, un corso d'acqua solcato da due barche e altri dettagli ancora, fino a quelle colline che si aprono verso l'orizzonte con un respiro arioso. 

Una stanza quindi che ci mostra interno ed esterno insieme, quasi fossero spazi segnati da due differenti dimensioni, una sacra e l'altra profana.

E passando alla musica, ho sentito subito che, per meglio entrare in sintonia con l'atmosfera dello studio di San Gerolamo, mi occorreva un brano che avesse rigore e severità.
Così, sono tornata ancora una volta a Bach e del compositore tedesco ho scelto il "Preludio
n.12 in fa minore BWV 857" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato".
Si tratta di una melodìa pacata e austera nella quale
due voci si intrecciano con intensità crescente, andando ad esplorare con continuità e scorrevolezza ogni possibile approfondimento del tema.

Ho scelto qui la versione per organo non solo perchè la particolare sonorità dello strumento mette in luce la struttura polifonica del brano, ma anche perchè mi pare si adatti meglio al dipinto che vede la stanza dello studio in parte simile all'interno di una chiesa.
Ma, oltre alla struttura architettonica, il carattere di sacralità è insito nella figura stessa di Gerolamo e soprattutto nel modo con cui Antonello lo raffigura, cogliendo la sua profonda dedizione allo studio.

Buon ascolto!

(Tutte le foto sono prese dal web)

mercoledì 9 febbraio 2022

Bookshop

Ho sempre nutrito un'insana passione per i bookshop dei musei, quei negozi che, a fine percorso, consentono di acquistare non solo guide, libri d'arte e poster, ma anche articoli di cartoleria insieme a varia oggettistica relativa alle opere viste.

Qui, ho sempre fatto incetta soprattutto di cartoline perchè - anni fa - le usavo a scuola insieme ad altra documentazione, per illustrare agli studenti i vari periodi storico-artistici con immagini che fossero eloquenti ancor prima delle parole. In un cassetto della mia libreria, conservo infatti proprio le cartoline delle più significative opere d'arte conservate in tante città - Firenze, Venezia, Ravenna, Siena, Roma, Parigi, Vienna e altre ancora - insieme alle guide delle gallerie visitate.
Tornavo da ogni viaggio con un carico prezioso di materiale che avrei poi condiviso,
per ripercorrere lo splendore di un itinerario culturale.
E anche se oggi, ormai, la documentazione che mi porto a casa consiste soprattutto
in foto scattate col cellulare, non per questo la mia passione per i bookshop è venuta meno.

Ricordo - anni fa - il mio incanto al "Museo d'Orsay" a Parigi, davanti agli splendidi volumi sulla pittura impressionista; e in seguito al "Museo Condé " nel Castello di Chantilly di fronte a un testo, che avevo poi comprato, con le riproduzioni delle miniature del Ciclo dei Mesi dei fratelli Limbourg.
Al bookshop dell' Ermitage di San Pietroburgo invece, per la serie "E quando mi
capita ancora di venire qui?..." avevo indugiato un po' troppo.
Così ero rimasta in fondo alla comitiva e naturalmente ero uscita dalla parte
sbagliata: invece che nel grande piazzale d'ingresso, ero finita sul lato dove scorre la Neva e per ritrovare il gruppo avevo dovuto fare il giro dell'intero isolato...non so se mi spiego! Senza contare il fatto che la telefonata a mio marito per dire che stavo arrivando e che - per carità! - mi aspettassero al pullman, mi era costata un patrimonio.

Ma perchè queste divagazioni in libertà? Perchè tutti i santi giorni, quando sono davanti ai fornelli, ho sotto gli occhi la presina che vedete in foto e che - pure lei! - viene dal bookshop di un museo, precisamente del "Museo Nazionale Giuseppe Verdi" di Villa Pallavicino nei dintorni di Busseto.
C'ero stata qualche anno fa d'inverno e ricordo ancora il freddo di quelle sale.
In ognuna di esse erano ricostruite le scenografie originali delle opere del
compositore, insieme a costumi e dipinti dell'epoca, ma - dico la verità - non mi avevano poi affascinato più di tanto. Mi era piaciuta invece - quella sì! - la Sala di Musica col pianoforte a coda e un altoparlante dal quale erano diffuse note verdiane. Giuro che da lì, freddo a parte, non me ne sarei più andata.

Finito il giro, ero finalmente approdata al bookshop, piccolo ma strapieno di materiale: libri sulla
vita e le opere del compositore, testi di critica musicale, confronti con altri musicisti, cd con vari interpreti, partiture...insomma, avevo davvero l'imbarazzo della scelta. Ma, avete presente quando non si riesce a decidere? E per di più una vocetta segreta vi dice: "Ma sei sicura che poi leggerai 'sti libri senza accantonarli in un cassetto?"
Ecco, è stato questo dubbio a trattenermi. Cosi, me ne stavo andando a mani
vuote quando, davanti allo scaffale dell'oggettistica, lo sguardo mi è andato alla presina che vedete qui sopra e qualcosa, di colpo, mi ha bloccato:  

"Di quella pira l'orrendo foco"...??? Ma certo!!!

Verdi dovrà farsene una ragione, ma il collegamento tra le parole della celebre aria del "Trovatore" e la presina fatta apposta per non scottarsi mi è parso talmente azzeccato che non ho potuto fare a meno di comprarla subito, senza ripensamento alcuno. Detto e fatto dunque, anche se - sotto gli occhi allibiti della cassiera - ero stata colta da una crisi di irrefrenabile ilarità perchè io stessa mi rendevo conto di come alla fine, tra tutta la documentazione del bookshop, avessi scelto - dai diciamocelo! - la cosa più sciocca. Ma insomma, è andata così.
Del resto, la presina è graziosa e riporta pure le note iniziali del brano: mi
mi mi mifamifamiiiii, do do do sollasollasooool...e se volete potrei anche continuare ma forse è meglio di no. 

Allora, oggi facciamo una veloce incursione nella lirica, e per giunta con la voce del nostro grande Pavarotti che, nonostante la tragicità del momento in cui canta nei panni di Manrico, ha sempre un'energia capace di mettermi di buon umore.
Si tratta appunto dell'aria "Di quella pira..." dal terzo atto dell'opera "Il trovatore"
di Giuseppe Verdi (1813 - 1901).
Il brano è una celeberrima cabaletta - classico pezzo di bravura collocato di solito
nella parte finale di un atto o di una scena - che nel tempo ha dato modo ai vari tenori di mostrare la propria abilità e potenza vocale.
Qui, in particolare, Pavarotti ci dà la possibilità di apprezzare due splendidi do di
petto che riconoscerete facilmente, il primo sulla te di teco e il secondo alla fine nel grido all'armi. In realtà, tali acuti non sono previsti nell'originale partitura verdiana, tuttavia sono ormai entrati nella tradizionale prassi canora di tanti tenori al punto da essere sempre molto attesi dal pubblico, e anche dalla sottoscritta.

Buon ascolto!

 

mercoledì 2 febbraio 2022

Semi sotto la neve

Louis Dewis : "Snow in Auvergne"













 

Sarà forse perchè i giorni della merla di questo strano inverno ci hanno accompagnato - almeno qui da me - senza neve, che oggi mi piace contemplare il dipinto che vedete.
Come per altre immagini, lo tenevo da parte da tempo pregustando la gioia
di pubblicarlo al momento giusto per condividerne lo splendore e il silenzio.
Sì, è un paesaggio pieno di silenzio, non solo per la presenza della neve e la mancanza di figure umane e di
movimento, ma anche per il biancore della campagna e il grigio-rosato del cielo che creano un clima particolare.

Si tratta di una composizione di Louis Dewis (1872 - 1946), pittore belga del periodo post-impressionista.
È singolare al vita di questo artista che,
nonostante abbia mostrato fin da bambino grande predisposizione per la pittura, è stato ostacolato dal padre che lo ha avviato invece al mondo degli affari. È arrivato così a gestire una catena di grandi magazzini che ha fatto la sua fortuna economica.
La passione per i pennelli tuttavia non lo
ha mai abbandonato, anche se è rimasto una sorta di artista della domenica che, al di là dell'apprezzamento dei critici, dipingeva più che altro per se stesso.
Ed è forse questo dato a conferire alle sue
opere una particolare connotazione intima, come si può osservare dai suoi numerosi quadri di argomento paesaggistico.

Il dipinto che vedete è appunto uno di questi: s'intitola "Snow in Auvergne" ed è conservato al Museum of Art di Orlando, in Florida.
Qui, Dewis ha rappresentato un sentiero
in mezzo alla campagna innevata, tra vecchi casolari ed alberi spogli. Contemplando il panorama, sembra quasi che siamo invitati anche noi a incamminarci per quella stradetta solitaria, ad attraversare piano il paesaggio lievemente ondulato, lasciandoci pervadere dalla sua quiete così come dai suoi colori tenui e sfumati.

Mi immagino di percorrerlo in un momento in cui il cuore avverta il bisogno di essere rasserenato. Accade spesso che la natura intorno a noi sappia infondere pace e i paesaggi innevati sono tra i panorami più straordinari a questo riguardo.
Non per niente la neve è stata oggetto di attenzione da parte di tanti
Impressionisti - Monet e Sisley tra i primi - le cui opere certo Dewis conosceva.

Ma se da un lato, nei suoi quadri l'artista si ispira prima di tutto a Corot, dall'altro il suo tratto pittorico denso e corposo lo pone in linea con un più profondo realismo che - non pago della pura riproduzione del singolo istante - attraverso la memoria tende a creare risonanze emotive in ciò che raffigura.
È anche questo il motivo per cui Dewis raramente dipingeva dal vivo.
La sua pennellata, infatti, è ancor più materica di quella dei suoi
predecessori. Basta osservare i particolari qui riportati per comprendere quanto luce e colori siano fusi in un impasto che, pur senza cogliere i dettagli delle varie immagini, ce ne restituisce la bellezza con intensa suggestione.

Come scrivevo sopra, nella patina di colori lievemente rosata quasi fosse una luce crepuscolare, regna l'incanto del silenzio; e così pure nei vecchi casali addormentati nella campagna, alcuni in primo piano, altri da scoprire in lontananza, disseminati qua e là.
Ma il cielo fosco nel quale si addensano
cupe nubi, non infonde tristezza: al contrario, il paesaggio nella sua atmosfera di sogno e di attesa, mi induce a pensare a come l'inverno, sotto lo stupore della neve, custodisca semi di rinascita e di speranza insieme al desiderio di un calore che affiori dall'anima.

Così, mi piace associare alle immagini un brano di Chopin tra i più leggiadri: il "Notturno in sol minore op.37 n.1".
Il pezzo si compone di tre parti: in apertura una dolce melodia sognante, ripetuta poi con tratti più intensi e toccanti; nel mezzo, una sezione che può ricordare l'atmosfera pacata e solenne di un antico corale; infine la ripresa del tema iniziale meravigliosamente articolato e sfumato.
Struggente e malinconico, ma non privo di squarci luminosi, questo brano
mi pare abbia il pregio di una non comune ricchezza di sonorità chiaroscurali, caratteristica peraltro tipica del compositore ma qui - a mio avviso - molto più evidente. Me lo suggeriscono le delicate fioriture di arpeggi, i frequenti passaggi dalla tonalità minore alla maggiore, dal pianissimo al forte e viceversa, e il talento di Chopin - ma anche del suo straordinario interprete - nel coniugare talora il clima intimo del brano con un respiro di note più energico e vivo.
Note che mi riportano al paesaggio dipinto da Dewis, dove il nostro sguardo
s'inoltra nella solitudine della campagna innevata, tra nubi cupe e squarci di luce, a covare segreto furtivi presagi di un tempo di rinascita.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

venerdì 28 gennaio 2022

Perchè sia sempre giorno di memoria

















 

Marc Chagall (1887 - 1985) : "Crocifissione bianca" - Chicago, Art Institute.

 

Fréderich Chopin (1810 - 1849) : "Preludio in si minore n.6 op.28".

sabato 22 gennaio 2022

Stanze - 1















Sono molteplici le dimensioni che la vita ci costruisce intorno, le situazioni nelle quali ci invita - o talora ci costringe - a rimanere, gli spazi in cui ci conduce e con i quali ci avvolge, le stanze insomma che segnano i vari momenti della nostra esistenza. Spazi fisici ma anche interiori: ambienti di vita quotidiana con le loro differenti atmosfere, ma anche luoghi dell'anima o addirittura della fantasia poetica.
Il termine "stanze" infatti ha varie accezioni: si va dalle strofe di un testo - sono chiamate così, per esempio,
le celebri ottave ariostesche - fino alle dimore di cui parla Santa Teresa d'Avila nel suo "Castello interiore" come tappe dell'esperienza spirituale. Ma la parola si riferisce più spesso ai vari ambienti in cui viviamo, fossero anche quelli angusti di una prigione.

Mi sembra significativo, allora, che il primo esempio da riportare qui sia un affresco che raffigura proprio la "Liberazione di San Pietro dal carcere", tratto dalle celebri "Stanze" di Raffaello (1483 - 1520), all'interno dei Musei Vaticani.
Si tratta di una creazione pittorica che mi
ha sempre affascinato per lo splendore dell'angelo che assorbe tutta la nostra attenzione, e per il bellissimo controluce che Raffaello realizza in uno dei più celebri notturni della storia dell'arte. L' opera, dipinta nella "Stanza di Eliodoro", fa riferimento al racconto degli Atti degli Apostoli (cap.12, vv.6 -10) in cui Pietro - incarcerato durante una persecuzione - viene miracolosamente liberato da un angelo.
Ma poichè l'artista ha dovuto adattarsi al fatto che la parete - come si vede nella foto - è interrotta da un'apertura, ha suddiviso la scena in tre parti.
In quella centrale l'angelo scioglie Pietro
dalle catene, a destra lo conduce fuori dal carcere oltrepassando le guardie addormentate, mentre a sinistra alcuni soldati svegliano le sentinelle dopo aver scoperto la sparizione del prigioniero.

La stanza, qui, è dunque un carcere di cui vediamo subito l'intreccio delle sbarre scure attraverso cui è filtrata la scena. A colpirmi, prima di ogni altro elemento, è la luce che sembra sprigionarsi improvvisa e che si percepisce più viva proprio perchè contrasta con l'oscurità circostante. È l'aureola di luce mistica che avvolge il corpo dell'angelo e la cui intensità supera il chiarore della luna, della fiaccola e dei riflessi metallici delle armature dei soldati.

Pietro, in catene e sorvegliato da due guardie, sembra in preghiera come suggerisce il gesto delle mani, o forse è solo addormentato.
O forse ancora è in una sorta di
dormiveglia orante, in uno stato di interiore abbandono sospeso tra la realtà e il sogno, ma in apparenza ignaro dell'angelo che gli si è accostato e, chino si di lui, sembra esortarlo ad alzarsi. 

La stessa atmosfera onirica caratterizza anche la scena di destra in cui l'angelo conduce Pietro fuori dal carcere tenendolo per mano. Sono due figure molto diverse e contrastanti quelle che vediamo, perchè qui Raffaello ha rappresentato un giovane e un vecchio, dando probabilmente all'immagine del Santo le sembianze di Papa Giulio II ormai anziano e prossimo alla morte.

Inoltre, mentre la sagoma dell'apostolo emerge appena dall'ombra apparendo evanescente ed incerta, l'angelo è delineato invece con tocco plastico, come se Raffaello ci volesse dire che, in verità, la vicinanza del messaggero divino all'uomo è reale e concreta.
Nel suo splendore infatti, la veste rosata
avvolge una figura che ha volume e corposità; e tuttavia, la forza che promana dalla sua persona non sminuisce la soavità del suo sguardo e la dolcezza del suo procedere lento - il panneggio appena mosso - quasi in punta di piedi. 

Sono proprio questi dettagli ricchi di delicatezza a suggerirmi quale musica associare alle immagini: il brano s'intitola "My Angel" e fa parte dal recentissimo album "Estasi" di Giovanni Allevi.
Si tratta di una preghiera del
compositore all'angelo custode, una melodia che esordisce piano in sol minore, quasi uscisse lentamente dal buio. Non un grido altisonante, ma un'invocazione sommessa e a tratti anche dolente, che possiamo immaginare espressa ad occhi chiusi, più con l'anima che con le parole, simile al dormiveglia orante di Pietro in catene.
È un clima di profonda intimità quello che le note creano fin dall'inizio: poche semplici note - ora più scandite, ora quasi sussurrate - affiorano infatti da un silenzio
che non spezzano, ma che ci restituiscono con malinconica, struggente dolcezza. E quando la melodia si ripete su di un'ottava più bassa, si riempiono di rinnovato spessore.
Nella parte centrale del brano poi l'atmosfera si rischiara e gli accenti si fanno più
intensi e luminosi, ma il tema iniziale ritorna ancora con delicatezza: note misuratissime nel tocco, che sembrano esprimere la preghiera di chi scivola nel sonno abbandonandosi fiducioso a una speranza.

Nel post che fa da incipit a questo blog - ormai più di undici anni fa - scrivevo
che la musica abbatte le sbarre delle prigioni nelle quali talora ci troviamo a vivere e ci libera dalle catene materiali o metaforiche da cui possiamo sentirci avvinti, dando così ali al nostro vivere.
Le note di "My Angel", a mio avviso, sembrano perseguire questo intento: nella parte finale, infatti, digradano piano lungo la scala
cromatica, come se proprio dall'alto scendesse un senso di pace a pervadere l'anima e a liberarla.
Ed è magico il pianissimo con cui il brano lentamente si conclude risolvendosi, come un lieve
sospiro, in tonalità maggiore.

Buon ascolto! 

venerdì 14 gennaio 2022

Singolari intrecci musicali

Ieri ho disfatto il presepio.
In teoria, secondo una tradizione ormai in disuso, andrebbe tenuto fino al
 2 febbraio, festa della Presentazione al Tempio e insieme della Candelora che, nel vecchio calendario liturgico, concludeva il tempo del Natale.
Qualche volta in passato ho atteso proprio
quella data, invece quest'anno, mossa da esigenze pratiche, l'ho smontato prima anche se un po' mi dispiace.

Come scrivevo in un vecchio post sullo stesso argomento, il giorno in cui si disfa il presepio insieme ai vari addobbi natalizi, per me è sempre uno dei più tristi dell'anno. Per di più, tempo fa segnava anche la fine delle mie vacanze e la ripresa del lavoro con tutti i pensieri e gli impegni conseguenti, mentre oggi che sono da anni in pensione, il ritorno a un periodo - diciamo così - ordinario è meno traumatico.
Ciò non toglie, però, che riporre nelle varie scatole statuine, muschio, angeli, stelle e capanna,
non mi susciti qualche momento di riflessione più che altro sui giorni che passano troppo in fretta. Sembra sempre di aver fatto le stesse cose appena ieri...non è così?!
Forse anche per questo, a me che ho sempre più bisogno di lentezza non è mai
piaciuto quel detto sull'Epifania che tutte le feste si porta via.
No, calma! Il Natale - quello vero e non contrabbandato dal consumismo - non si
fa portare via dal calendario! Così, anche se l'atmosfera esteriore della festa è ormai svanita, oggi vi propongo un brano ancora in parte natalizio.

Si tratta di una sorta di singolare contaminazione tra due pezzi molto conosciuti con un risultato a mio avviso entusiasmante.
Autore di questa rielaborazione
è Paul Fey, organista tedesco appena ventiduenne che, nonostante la giovane età, ha già al suo attivo alcuni incarichi presso la Thomaskirche e la Propsteikirche di Lipsia.
Dotato di verve interpretativa e di capacità d'improvvisazione, Fey ha
preso due brani decisamente famosi e nella sua "Toccata on Adeste fideles" ha fatto qualcosa che può sembrare un po' un gioco:...li ha sovrapposti, intrecciandoli l'uno all'altro!
Il primo, suonato talora ai matrimoni e riconoscibile per la sua effervescente energia, è la "Toccata" dalla
"Sinfonia n.5 op.42" di Charles-Marie Widor (1844 - 1937), che - tra l'altro - ho già pubblicato anni fa.
Il secondo è il celeberrimo "Adeste fideles" attribuito, sia pure con qualche incertezza,
a John Francis Wade (1711 - 1786).

Fey inizia dal pezzo di Widor che fa da introduzione e accompagnamento, ma è l' "Adeste fideles" ad entrare poi come vero e proprio tema del brano.
Contrariamente a quanto ci aspetteremmo, la "Toccata" - che costituisce per così dire la base musicale - è suonata sulle tastiere manuali, mentre la melodia dell' "Adeste fideles" che invece è il tema, sulla pedaliera.
Interessante il fatto che qui il nostro organista riproduca lo stesso scambio di ruoli
presente nella versione originale della "Toccata" in cui alla parte manuale - tra arpeggi della destra e accordi della sinistra - Widor ha riservato proprio la funzione di accompagnamento, mentre il tema viene suonato sulla pedaliera.
Inoltre Fey, non solo intreccia i due brani, ma in taluni passaggi crea anche un'armonizzazione nuova rispetto ai
testi originali, riprendendo la melodia natalizia in tonalità minore e aprendo squarci inusitati fino alla bellissima, solenne e grandiosa conclusione.

Un'operazione affascinante e forse per i puristi un po' discutibile.
A me tuttavia piace proporvela, perchè mi è parso apprezzabile questo giovane
organista che sbriglia la propria fantasia a trarre dall'antico il nuovo e, da bellezza, altra sfolgorante bellezza. 

Qualora il video non si aprisse in tutti i dispositivi, vi lascio il link del collegamento a youtube:

https://www.youtube.com/watch?v=7Eciero_f5Y

 Buon ascolto!

(Nella foto, presa dal web, particolare dell' "Adorazione dei Magi" di Gentile da Fabriano. Firenze, Uffizi)

 

venerdì 7 gennaio 2022

Innamorarsi di Bach

Oggi, mi piace inaugurare il nuovo anno con un brano che ho scoperto nei giorni scorsi e che rivela ancora una volta l'infinita e multiforme grandezza del genio di Johann Sebastian Bach.

Accade spesso che il mio vagabondare sul web mi riservi luminose sorprese e questo pezzo mi pare proprio un regalo di buon augurio per l'anno appena iniziato. Così, affido alle sue note l'andamento dei giorni futuri come a un ritmo da custodire interiormente perchè riaffiori spontaneo a illuminare il nostro sguardo sulle cose colmandolo di bellezza.

Sto parlando della "Fantasia in la minore per clavicembalo BWV 904", brano che - insieme alla successiva Fuga - è stato scoperto e pubblicato solo un'ottantina d'anni dopo la morte del compositore anche se, a fronte di un iniziale successo, non ha sempre riscosso la stessa popolarità di altre sue creazioni. In realtà - a mio modesto avviso - è un Bach di cui innamorarsi sia per la costruzione polifonica del pezzo che per il suo andamento così meravigliosamente variato.
Come dicevo, si tratta di una Fantasia, termine che qui non è riferito tanto a un generico
carattere di improvvisazione, quanto al suo legame con l'antica polifonia corale. E a questo proposito, mi pare significativo che la prima parte del brano anticipi proprio strutture polifoniche presenti anche altrove: in particolare, le ritrovo in una della "Variazioni Goldberg" - la 22 per la precisione - che il compositore scriverà diversi anni più tardi.
Un Bach i cui moduli compositivi si ripetono spesso, ma che
risulta sempre nuovo per la sua capacità di parlarci col toccante linguaggio dell'anima.
Un Bach di cui innamorarsi per lo splendore del cammino su cui ci conduce con
mano spesso rigorosa ed energica, ma talora più delicata aprendo inusitati squarci di luce.

Di questa Fantasia ho scelto l'interpretazione al pianoforte di Víkingur Ólafsson che - più ancora di altri - mi pare faccia affiorare lo splendore del brano.
La continua ripresa del tema, ora più sommesso, ora decisamente più energico,
ora alleggerito da un lieve staccato, è infatti un filo che si dipana, un sentiero che si snoda davanti a noi, in taluni passaggi quasi una sorta di aria con variazioni che va esplorando angoli e anfratti di un cammino, fino al delicatissimo finale in La maggiore. E il genio bachiano vi affiora per la sua capacità di attingere meraviglie anche da un tema che, se ridotto all'essenziale, è in realtà semplicissimo. 

Ma cogliamo la capacità di rendere bello e unico l'elemento più semplice anche dalla foto del sigillo che Bach imprimeva sul testo delle sue composizioni: un disegno armonioso, elegante, simmetrico, una piccola opera d'arte perfetta nelle sue proporzioni. Vi si ravvisano facilmente, intrecciate da sinistra a destra e poi al contrario, le sue iniziali - J S B - mentre la corona che completa il fregio, lungi dall'essere indice di megalomania, fa riferimento all'espressione "Christus coronabit crucigeros", uno dei motti con cui Bach siglava i suoi spartiti.
Così pure, la centralità della figura di Cristo appare dalla lettera greca "chi" - χ
- iniziale di Χριστός, che si forma dall'incrocio centrale delle due S.
Una professione di fede inserita in tanti manoscrit
ti a dichiarare la profonda intenzionalità dalla quale è animata la sua musica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

venerdì 31 dicembre 2021

Ricalcola il percorso...

Ringrazio l'amica Cristina che - quale fan della celebre Lucrezia uscita dalla fantasia e dai fumetti di Silvia Ziche - ha pubblicato su Facebook la vignetta che vedete. Una figura simpatica quella di Lucrezia, fatta di ironia e disincanto, ma non per questo priva di uno sguardo concreto sulle cose e di una sua saggezza.

Mi ha colpito perchè, proprio ieri, in macchina con mio marito nella fitta nebbia padana, per orientarci su strade che in realtà conosciamo come le nostre tasche, abbiamo dovuto usare il navigatore. Confesso che per questo strumento di bordo ho sempre nutrito una proverbiale allergia anche quando parla con suadente voce femminile. Tuttavia, devo riconoscere che ci ha portato alla destinazione giusta perchè, ogni volta che con tono soave diceva una cosa mentre noi ingannati dalla nebbia ne facevamo un'altra, rimodulava prontamente l'itinerario.
È stato allora che la frase con la quale dava l'ordine - "Ricalcola il
percorso" - mi è risuonata dentro in modo nuovo, quasi potesse rivestire un senso capace di andare al di là della necessità momentanea. 

Ricalcolare il percorso in effetti può significare tante cose: far fronte a un imprevisto, optare per un cambiamento, esercitare una forma di autocritica, ma anche ridefinire scopi e mete da raggiungere valutando equipaggiamento, tempi, risorse e limiti del viaggio.
Ricalcolare il percorso può anche indurre a scelte non facili e forse è un esercizio che abbiamo già compiuto altre volte. Ma se capita che ci si
perda per strada, o si proceda nella nebbia, o che tanti sogni debbano essere ridimensionati come sta accadendo da quasi due anni a questa parte, il navigatore continua a suggerirci che la strada per arrivare alla nostra meta può essere ancora ricalcolata. C'è speranza insomma!
Poi, tornata a casa, ho scoperto la vignetta di Silvia Ziche pubblicata dalla mia
amica. Coincidenze? Forse. Così ora sono qui a condividerla con voi in questo scorcio di fine anno come augurio per quello nuovo.

E per sottolineare in musica questo passaggio, ho scelto un brano corale che ho nel cuore da tempo. Si tratta del mottetto a quattro voci "Exultate justi in Domino" di Ludovico Grossi da Viadana (1564 - 1627), compositore spesso ricordato col solo nome del suo luogo di nascita.
A dire il vero, il canto - che riprende i versetti iniziali del Salmo 33 - è spesso eseguito in occasione della festa dei Santi e, ad essere
rigorosi, non è adatto a una fine d'anno per la quale sarebbe più consono un "Te Deum".
Ma, ricalcolando appunto il percorso, ho deciso di variare l'itinerario musicale
concedendomi una piccola trasgressione: allora eccolo qua.
Il mottetto è vivace e animato come una danza e, con la sua bellezza, ci suggerisce la
meta su cui fissare l'attenzione e verso la quale orientare il cammino. Affascinante il modo in cui le voci si avvicendano e s'intrecciano gioiose, nell'invito a cantare e suonare moltiplicando la lode a Dio.
Un brano capace di far fiorire in noi il sorriso e, magari, di indicare la strada per il futuro radioso cercato dalla Lucrezia della vignetta, e certo anche da tanti di noi.

Buon ascolto e Buon ANNO!

(La foto è presa dal web)

 

sabato 25 dicembre 2021

Buon Natale!!!



















Federico Barocci (1535 - 1612) : "Natività" - Madrid, Museo del Prado.

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750) : "Gloria sei dir gesungen" dalla Cantata BWV 140.

mercoledì 22 dicembre 2021

Inverni

Giunti alle soglie dell' inverno, anche se meteorologicamente il freddo è già arrivato da giorni, oggi mi piace ricordare alcune composizioni musicali dedicate proprio a questa stagione.

Se numerose sono le emozioni che, di tempo in tempo, la musica ci ha regalato e svariati i temi in cui si è addentrata, la descrizione della natura è uno di quelli che hanno suscitato più volte l'interesse dei compositori.
C'è infatti un filo che, dal Rinascimento in
poi, attraversa i secoli arrivando fino al Novecento.
È un'attenzione ai fenomeni e ai suoni della natura in un primo momento
riprodotti solo per onomatopea - come fa nel Cinquecento Clément Janequin con "Le chant des oiseaux" - poi ricreati con maggiore ampiezza descrittiva e infine colti nei loro effetti emotivi ed evocativi.
Penso - solo per citarne alcuni - a diversi brani di Vivaldi o di Haendel; al
temporale nella Sinfonia "Pastorale" di Beethoven o all'incanto della sua Sonata "Al chiaro di luna"; allo scorrere dell'acqua ne "La Moldava" di Smetana e in certi brani di Debussy e Ravel; alla "Sinfonia delle Alpi" di Richard Strauss e via dicendo. Brani diversi fra loro proprio per l'intento dei vari compositori ora di descrivere, ora di evocare, ora di tradurre in note la realtà esterna, ora invece di riprodurne l'eco e le risonanze interiori.

Ma l'attenzione alla natura ha preso spesso in considerazione anche il succedersi delle stagioni con gli eventi meteorologici che le contraddistinguono. Celeberrimi a questo riguardo, i quattro Concerti di Vivaldi, esempio di musica a programma in cui, sulla traccia dei sonetti dedicati appunto alle varie stagioni, il compositore ne ha descritto in note i caratteri.
Tuttavia, se pure è il più famoso, Vivaldi non è il solo ad aver affrontato
l'argomento. Ricordiamo dopo di lui Haydn con l'Oratorio "Le stagioni" per soli, coro e orchestra; Tchaikovsky con i dodici brani per pianoforte dedicati ai mesi che portano appunto il titolo di "Stagioni op.37"; e su su fino ad Astor Piazzolla con la suite "Cuatro Estaciones portenas", opera di atmosfera molto diversa dalle precedenti e ispirata al tango argentino.

Oggi però, all' interno di questo tema, desidero soffermarmi in particolare sull'inverno. Ricordiamo a questo proposito Purcell con l'aria "Now Winter comes slowly"; ancora Tchaikovsky con la Sinfonia n.1 intitolata "Sogni d'inverno"; poi l'esuberante "Valzer dei pattinatori" di Waldteufeld fino a una composizione dal clima del tutto differente che è appunto "Invierno porteno" del già citato Piazzolla.
In tali brani, ora è il carattere complessivo della stagione ad essere messo in luce,
ora un singolo aspetto: il ghiaccio, il freddo tempestoso, la neve, il calore del fuoco o l'atmosfera di sogno. A questo proposito, non possiamo dimenticare l'incanto assoluto del "Largo" dell'Inverno di Vivaldi che potete trovare qui, dove il pizzicato dei violini descrive mirabilmente le gocce di pioggia, mentre la melodia ci restituisce un'aura di contemplazione e intimità.

Il brano di oggi, tuttavia, è in netto contrasto con il "Largo" vivaldiano non solo per il differente contesto cronologico e musicale in cui si ambienta, ma anche per la sua tempestosa irruenza. Si tratta dello "Studio in la minore n.11 op.25" di Chopin, chiamato "Winter wind" - Vento d'inverno - che qui ho pubblicato nella magica interpretazione di Maurizio Pollini.
Nati come esercizi per la destrezza, la resistenza e la velocità delle mani, in realtà
gli Studi del compositore polacco - sia dell'op.10 che dell'op.25 - si caratterizzano per la fusione di ardite sfide tecniche da un lato e intensa musicalità dall'altro, cosa che li ha resi subito a pieno diritto veri e propri pezzi da concerto.
Questo che vi propongo è un brano di vertiginosa difficoltà, non solo per la
velocità che - a parte le prime quattro battute - la sua esecuzione richiede, ma per la necessità che, nell'inarrestabile cascata di note, le mani lavorino in modo pressoché indipendente. Dopo le prime quattro lentissime battute, la melodia irrompe impetuosa proprio come un vento sferzante, una tempesta che non dà tregua; e mentre la destra si produce in una sequenza ininterrotta di scale e arpeggi, la sinistra con i suoi accordi riprende il tema delle battute iniziali costruendo la melodia.
Un pezzo di Chopin ricco di impeto romantico e capace di trasformare il virtuosismo in vero linguaggio artistico.

Buon ascolto!

(La foto, presa dal web, riproduce il dipinto di F.Goya intitolato "L'inverno" o "La tempesta di neve", conservato al Museo del Prado, a Madrid). 

 

mercoledì 15 dicembre 2021

In cerca di leggerezza - 12








Giunta a dicembre, e così pure alla fine di questa serie di post in tema di leggerezza, mi piace regalarvi un' immagine un po' fiabesca che mi affascina da tempo. Ma la sua luce, i colori, il modo con cui è disegnato il paesaggio e il fatto che sia il dettaglio di un dipinto che raffigura una Madonna, mi hanno indotto ad aspettare la vicinanza del Natale.
Tuttavia, anche se la Vergine è col Bambino, non si tratta di una Natività, ma di
una splendida tavola di Giovanni di Paolo (1398ca. - 1482), intitolata "Madonna dell'Umiltà" e conservata presso la Pinacoteca nazionale di Siena.

L'artista, esponente della scuola senese e al tempo stesso vicino allo stile del Gotico internazionale, ci offre raffinatissime opere nelle quali caratteri ancora tipici della pittura del Medioevo si fondono con le prime novità prospettiche del Quattrocento. E il dipinto che vedete, databile intorno al 1435, si pone in questa linea.

Come potete osservare dalla foto qui
accanto, Maria, chiusa in un manto scuro dalle linee sinuose ed eleganti, i capelli raccolti in un'elaborata acconciatura che va confondendosi con l'aureola, siede nel mezzo di un giardino.
Il riferimento all'umiltà è legato proprio al
fatto che non è in trono, ma sul terreno - humus, appunto - anche se appoggiata su di un panno che sembra riccamente decorato. Intorno, la circonda un piccolo frutteto - classico esempio di hortus conclusus che nell'arte sacra simboleggia la verginità - mentre, nel paesaggio retrostante, si scorgono due castelli fortificati e un corso d'acqua. Sullo sfondo, infine, a contrastare col colore scuro che caratterizza il resto della rappresentazione, campi coltivati e colline chiare si stagliano contro un cielo dalle tinte sognanti e piene di luce.

È stato quest'ultimo particolare di paesaggio a incantarmi, proprio per la commistione tra realtà e sogno.
Da un lato la concretezza degli
appezzamenti di terreno ben definiti e disegnati in modo da creare una profondità; poi gli alberelli scuri e gli stormi di uccelli - ci sono, ci sono, ingrandite la foto! - che popolano il cielo; ma dall'altro la fantasiosa raffigurazione di quelle collinette coniche tutte uguali e un po' stilizzate che sembrano uscite da un libro di favole. Tentativi di impostazione prospettica, certo, tuttavia ancora incerti e che nell'insieme ci riportano indietro nel tempo, alla fiabesca inventiva dei miniatori medioevali.
Del resto, Giovanni di Paolo non è nuovo a questo tipo di rappresentazione: un
paesaggio simile troviamo infatti anche nello sfondo di una celebre "Adorazione dei Magi" dipinta successivamente che potete ritrovare qui.

Ma nella "Madonna dell'Umiltà", dietro il paesaggio collinare, ad affascinarmi più di ogni altro aspetto è il cielo con i suoi colori digradanti dal blu cobalto al celeste, fino a una sfumatura più chiara, lievemente più calda e quasi rosata.
Un dettaglio di assoluto incanto, un particolare in cui affondare gli occhi e il cuore per lasciarsi pervadere dallo splendore di queste tinte smaltate e dalla leggerezza della rappresentazione.

Un paesaggio terreno e paradisiaco
insieme, che mi fa tornare con la memoria a certe immagini dei libri della mia infanzia.

Ma osservando le fasce orizzontali che vanno progressivamente schiarendosi dall'alto fino all'orizzonte, mi vengono in mente anche altri riferimenti, uno più antico e l'altro più recente. Il primo è quel "dolce color d'orïental zaffiro" di cui parla Dante nel I Canto del Purgatorio quando, dopo essere uscito dall' aura morta infernale, rivede finalmente il cielo di una tonalità tanto trasparente e luminosa da ricordare una preziosa gemma orientale.
Il secondo richiamo ci porta invece al Novecento perchè - prese a sè - le fasce
orizzontali di colore potrebbero aver ispirato, chissà!, anche certo espressionismo astratto presente, ad esempio, nei dipinti di Mark Rothko.

E per passare alla musica, torno a un brano che ho già pubblicato qui tra i primi, la bellezza di undici anni fa. Ma non posso non condividerlo ancora perchè - a mio avviso - in fatto di gioia e di leggerezza è uno dei pezzi più significativi che l'intero panorama musicale ci possa offrire.
Si tratta del celeberrimo coro "For unto us a Child is born" dal "Messiah HWV 56" di
Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759), nel quale il compositore ha messo in musica i versetti del profeta Isaia al cap.9, che prefigurano la nascita di Cristo. Qui, le varie voci che si inseguono ora con delicata freschezza, ora con grandiosa solennità ci conducono davvero in un'atmosfera d' impagabile gioia.
Interessante il fatto che l'aria non sia originale, ma appartenga a questo  Duetto 
intitolato "No, di voi non vo' fidarmi" che lo stesso Haendel aveva scritto in precedenza e che, insieme ad altre melodie, ha riutilizzato all'interno del "Messiah". La cosa non deve stupire perchè, nell'epoca barocca, era prassi abbastanza consueta che un musicista riproponesse altrove arie che in precedenza avevano avuto successo. E non dimentichiamo che Haendel aveva composto il celebre Oratorio nell'arco di poche settimane.

Detto questo, vi lascio alle due clip video. Due perchè la prima è l'esecuzione della London Symphony Orchestra diretta da Sir Colin Davis che avevo proposto a suo tempo; la seconda invece è un' interpretazione dal ritmo più veloce - forse anche troppo - ma che ho apprezzato per l'entusiasmo e la gioiosa leggerezza con cui il direttore, Anthony Walker, guida il coro.
Non sapendo quale scegliere - la più scandita e misurata o la più 
trascinante? - le ho pubblicate entrambe anche perchè, sia nella prima che nella seconda, alcuni coristi sorridono e il direttore canta con loro.
Ma - e qui sta il bello!- lo splendore della musica è tale che, alla fine, ci ritroviamo a sorridere di cuore anche noi!

Buona visione e buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

mercoledì 8 dicembre 2021

"Le regole del pianoforte"

Uscito lo scorso ottobre per i tipi dell'editrice Solferino, "Le regole del pianoforte" è il settimo libro del compositore Giovanni Allevi.
Tuttavia il titolo non deve trarre in inganno il lettore,
inducendolo a pensare che si tratti di un testo tecnico rivolto solo agli addetti ai lavori.
Sono regole, certo, trentatré regole illustrate in
altrettanti capitoli, ma - come precisa il sottotitolo - finalizzate a una vita fuori dall'ordinario.
E se rispetto ad alcuni dei precedenti libri del musicista
- cito i più recenti: "L'equilibrio della lucertola" (2018) e "Revoluzione" (2020) - la struttura narrativa qui è differente, sempre intensi sono tuttavia i riferimenti esistenziali e filosofici.

Il testo si apre con svariate indicazioni pratiche sul modo di accostarsi al pianoforte, ma il pensiero del compositore spazia poi sul significato dell'essere artisti e su quanto lo strumento possa divenire specchio per conoscere se stessi. Di ogni regola infatti Allevi indaga il senso profondo, lo spessore e la valenza esistenziale, perchè una musica che non voglia essere semplice intrattenimento nasce sempre da vertiginosi abissi.
E se da un lato suonare esige che ci si metta in gioco perchè le dita siano
espressione dell'anima, dall'altro il pianoforte ci pone di fronte alle nostre fragilità, a quella parte oscura di noi che non possiamo ignorare. Essere artisti è dunque atto rivoluzionario e coraggioso.

Interessante il fatto che il libro sia stato pensato ancora una volta in tempo di pandemia, per l'esigenza del compositore di sintetizzare i cardini della propria esperienza trentennale a tu per tu col pianoforte, in un periodo in cui l'emergenza lo ha tenuto lontano dal palco.
Ma il senso del testo sta anche nel suo offrire indicazioni per una disciplina
interiore cui tenersi legati nei momenti difficili, nei quali il rischio - oltre al virus - è quello dell'omologazione o della scelta di ciò che appare più facile e più immediato. Proprio a questo proposito, a mio avviso sarebbe importante che il libro fosse letto anche dagli adolescenti perchè, nel segno del pianoforte, Allevi ha disegnato in realtà un percorso di crescita che valorizza l'unicità di ciascuno. E una vita fuori dall'ordinario, oggi, è proprio quella di chi cerca il proprio talento - qualunque esso sia - e vi resta fedele senza cedere alle lusinghe della facilità o dell'immediatezza.
Nel capitolo intitolato "Cerca il tuo suono" si legge infatti:

"Tu hai potenzialmente il tuo suono perchè nessuno ha vissuto i tuoi amori, le tue gioie, le delusioni, i momenti di incertezza. Nessuno ha il timbro della tua voce, le pause, le grida e i sussurri. Nessuno ha il tuo modo di porsi nei confronti del mondo, il tuo essere timido o estroverso, intellettuale o fisico. Nessuno ha il peso del tuo braccio, la leggerezza o la pressione delle tue dita. (...) Cerca allora il tuo suono a partire dalla tua voce parlata e dai tumulti dell'anima" (pagg.55 - 56). 

È muovendo dunque dalle ombre del cuore che ciascuno è incoraggiato a scrivere la propria musica per cercare luce e colmare la distanza fra cielo e terra, come ogni artista - secondo Allevi - è chiamato a fare. E basta leggere i titoli dei vari capitoli per notare che non sono semplici enunciati, ma ardenti esortazioni proprio in questo senso: "Sii un guerriero", "Guarda in faccia le tue paure", "Sii rivoluzionario!", "Tocca il tuo abisso"...fino alla regola finale "Fai della tua vita un'opera d'arte!". Esortazioni in cui brilla un fuoco che - a pag. 12 del testo - fa dire al compositore: "...grazie alla musica ritroviamo noi stessi e facciamo esperienza del divino in fondo alla nostra anima".

Proprio quest'ultima osservazione mi suggerisce il brano da associare al libro. Tratto dal recentissimo album "Estasi", s'intitola "Mindfulness", termine che sottolinea la piena attenzione al presente e la consapevolezza di sè.
Qui Allevi ha creato un pezzo intensamente meditativo, costruito su di una ritmica
di arpeggi ininterrotti che vanno esplorando armonie di grande respiro.
Un brano sostenuto e insieme delicato ascoltando e riascoltando il quale,
intrecciata alle sue note, si avverte l'onda segreta del celebre preludio bachiano che apre il I Libro del "Clavicembalo ben temperato".
Un'onda che scompare e riappare simile a un fiume sotterraneo, un preludio che
Allevi sembra aver interiorizzato al punto da farlo riaffiorare liberamente fuso alle sua musica, reinterpretandone ritmi, accenti e armonie alla luce della propria sensibilità e della propria inventiva.

Ma le suggestioni che "Mindfulness" ci regala vanno oltre il riferimento a Bach.

La voce del pianoforte ci presenta infatti sonorità energiche e profonde sulle ottave p
basse della tastiera, che vanno a sciogliersi in incantati pianissimo su quelle più alte. È proprio qui che il compositore ha creato i passaggi più delicati e sommessi: note lievissime e sussurrate che aprono squarci di sognante intimità. E possono suggerire la dolcezza di certe sere invernali, la magìa della neve, lo stupore di uno sguardo di bambino o il silenzio intatto della notte.
Immagini che la musica evoca riportandoci nel profondo di noi stessi e al tempo
stesso in una dimensione metafisica. Un po' come ci suggerisce la copertina del libro nella sua grafica, con i tasti che finiscono per librarsi in volo.

Buon ascolto!