sabato 22 gennaio 2022

Stanze - 1















Sono molteplici le dimensioni che la vita ci costruisce intorno, le situazioni nelle quali ci invita - o talora ci costringe - a rimanere, gli spazi in cui ci conduce e con i quali ci avvolge, le stanze insomma che segnano i vari momenti della nostra esistenza. Spazi fisici ma anche interiori: ambienti di vita quotidiana con le loro differenti atmosfere, ma anche luoghi dell'anima o addirittura della fantasia poetica.
Il termine "stanze" infatti ha varie accezioni: si va dalle strofe di un testo - sono chiamate così, per esempio,
le celebri ottave ariostesche - fino alle dimore di cui parla Santa Teresa d'Avila nel suo "Castello interiore" come tappe dell'esperienza spirituale. Ma la parola si riferisce più spesso ai vari ambienti in cui viviamo, fossero anche quelli angusti di una prigione.

Mi sembra significativo, allora, che il primo esempio da riportare qui sia un affresco che raffigura proprio la "Liberazione di San Pietro dal carcere", tratto dalle celebri "Stanze" di Raffaello (1483 - 1520), all'interno dei Musei Vaticani.
Si tratta di una creazione pittorica che mi
ha sempre affascinato per lo splendore dell'angelo che assorbe tutta la nostra attenzione, e per il bellissimo controluce che Raffaello realizza in uno dei più celebri notturni della storia dell'arte. L' opera, dipinta nella "Stanza di Eliodoro", fa riferimento al racconto degli Atti degli Apostoli (cap.12, vv.6 -10) in cui Pietro - incarcerato durante una persecuzione - viene miracolosamente liberato da un angelo.
Ma poichè l'artista ha dovuto adattarsi al fatto che la parete - come si vede nella foto - è interrotta da un'apertura, ha suddiviso la scena in tre parti.
In quella centrale l'angelo scioglie Pietro
dalle catene, a destra lo conduce fuori dal carcere oltrepassando le guardie addormentate, mentre a sinistra alcuni soldati svegliano le sentinelle dopo aver scoperto la sparizione del prigioniero.

La stanza, qui, è dunque un carcere di cui vediamo subito l'intreccio delle sbarre scure attraverso cui è filtrata la scena. A colpirmi, prima di ogni altro elemento, è la luce che sembra sprigionarsi improvvisa e che si percepisce più viva proprio perchè contrasta con l'oscurità circostante. È l'aureola di luce mistica che avvolge il corpo dell'angelo e la cui intensità supera il chiarore della luna, della fiaccola e dei riflessi metallici delle armature dei soldati.

Pietro, in catene e sorvegliato da due guardie, sembra in preghiera come suggerisce il gesto delle mani, o forse è solo addormentato.
O forse ancora è in una sorta di
dormiveglia orante, in uno stato di interiore abbandono sospeso tra la realtà e il sogno, ma in apparenza ignaro dell'angelo che gli si è accostato e, chino si di lui, sembra esortarlo ad alzarsi. 

La stessa atmosfera onirica caratterizza anche la scena di destra in cui l'angelo conduce Pietro fuori dal carcere tenendolo per mano. Sono due figure molto diverse e contrastanti quelle che vediamo, perchè qui Raffaello ha rappresentato un giovane e un vecchio, dando probabilmente all'immagine del Santo le sembianze di Papa Giulio II ormai anziano e prossimo alla morte.

Inoltre, mentre la sagoma dell'apostolo emerge appena dall'ombra apparendo evanescente ed incerta, l'angelo è delineato invece con tocco plastico, come se Raffaello ci volesse dire che, in verità, la vicinanza del messaggero divino all'uomo è reale e concreta.
Nel suo splendore infatti, la veste rosata
avvolge una figura che ha volume e corposità; e tuttavia, la forza che promana dalla sua persona non sminuisce la soavità del suo sguardo e la dolcezza del suo procedere lento - il panneggio appena mosso - quasi in punta di piedi. 

Sono proprio questi dettagli ricchi di delicatezza a suggerirmi quale musica associare alle immagini: il brano s'intitola "My Angel" e fa parte dal recentissimo album "Estasi" di Giovanni Allevi.
Si tratta di una preghiera del
compositore all'angelo custode, una melodia che esordisce piano in sol minore, quasi uscisse lentamente dal buio. Non un grido altisonante, ma un'invocazione sommessa e a tratti anche dolente, che possiamo immaginare espressa ad occhi chiusi, più con l'anima che con le parole, simile al dormiveglia orante di Pietro in catene.
È un clima di profonda intimità quello che le note creano fin dall'inizio: poche semplici note - ora più scandite, ora quasi sussurrate - affiorano infatti da un silenzio
che non spezzano, ma che ci restituiscono con malinconica, struggente dolcezza. E quando la melodia si ripete su di un'ottava più bassa, si riempiono di rinnovato spessore.
Nella parte centrale del brano poi l'atmosfera si rischiara e gli accenti si fanno più
intensi e luminosi, ma il tema iniziale ritorna ancora con delicatezza: note misuratissime nel tocco, che sembrano esprimere la preghiera di chi scivola nel sonno abbandonandosi fiducioso a una speranza.

Nel post che fa da incipit a questo blog - ormai più di undici anni fa - scrivevo
che la musica abbatte le sbarre delle prigioni nelle quali talora ci troviamo a vivere e ci libera dalle catene materiali o metaforiche da cui possiamo sentirci avvinti, dando così ali al nostro vivere.
Le note di "My Angel", a mio avviso, sembrano perseguire questo intento: nella parte finale, infatti, digradano piano lungo la scala
cromatica, come se proprio dall'alto scendesse un senso di pace a pervadere l'anima e a liberarla.
Ed è magico il pianissimo con cui il brano lentamente si conclude risolvendosi, come un lieve
sospiro, in tonalità maggiore.

Buon ascolto!


6 commenti:

Gus O. ha detto...

I tuoi post sono interessanti.
Ciao Annamaria.

Stefyp. ha detto...

Ma che bello e interessante questo post! Mi intriga l'idea delle stanze e la scelta dell'affresco di Raffaello per aprire la carrellata delle proposte che ci farai. E' veramente ottima la combinazione tra musica e pittura: il richiamo della luce che si sprigiona dalla tela e il brano di Allevi così intimistico, ma anche così magico (come fai giustamente notare tu) interpretato con misura e trasporto che trasmette un senso di liberazione e di pace.
Buona domenica, cara Annamaria. Un forte abbraccio, Stefania

Annamaria ha detto...

Grazie di cuore , Gus, e buona domenica!

Annamaria ha detto...

Sono contenta, cara Stefania, che l'idea delle "stanze" ti piaccia. E' qualcosa che intriga anche me e ho già in mente - dopo questo inizio con Raffaell - altri esempi sui quali soffermarmi anche se non si tratterà sempre e necessariamente di opere d'arte.
Quanto alla musica, questo brano di Allevi mi è parso adattissimo alle immagini per la dolcezza malinconica che ispira e - come scrivi - per la misura e il trasporto con cui è interpretato.
Grazie di cuore e abbracci grandi!!!

giorgio giorgi ha detto...

Che bella la musica di Allevi! Per tutto il tempo mi ha fatto provare una sensazione di verticalità, l'ho proprio vista quasi fisicamente la preghiera che da me, dal basso, andava verso l'alto, verso il cielo, come una fiamma libera.
Poi ho letto la tua sensazione di discesa e prima mi è venuto da sorridere per il contrasto, ma poi ho pensato che salita e discesa erano collegate, percorrevano sempre la stessa strada, in fondo erano due modi diversa di esprimere la stessa cosa, che la spiritualità è esattamente così, qualcosa che esce da noi per salire in alto e che poi ci ritorna dentro scendendo dall'alto!

Annamaria ha detto...

E' esattamente così Giorgio! Salita e discesa sono collegate e questo brano in particolare mi pare ne sia un esempio. Prima c'è quella preghiera che sale con la sensazione di "verticalità" cui fai cenno, anche se io la sento più come un'invocazione sommessaa e intima, come un'implorazione che esce dal buio...Poi, l'atmosfera si rischiara e, alla fine, una pace scende dall'alto col meraviglioso pianissimo finale.
Grazie mille di aver condiviso le tue sensazioni e buon pomeriggio!