lunedì 29 gennaio 2024

Glenn!!!

Mi perdonerà Glenn Gould - dall'alto del paradiso dei musicisti dove certo si trova - per la confidenza che mi prendo di chiamarlo per nome.
Ma quando un talento, una dedizione,
uno stile sono così assoluti e travolgenti da parlare alla nostra vita, forse possiamo permetterci questa familiarità.
Se infatti una passione diventa contagiosa, se
un modo come il suo di entrare nella musica restituendocene l'essenza arriva a toccarci e riempirci di entusiasmo, allora l'interprete non è più un estraneo, ma una persona che col nostro cuore intrattiene una straordinaria vicinanza. E poco importa che non sia più con noi da oltre quarant'anni, perchè vive in ciò che ha suonato, come sono vivi tanti compositori del passato a cominciare da Bach del quale Gould ha lasciato celeberrime registrazioni.

Ma perchè dico questo? Perchè ho ritrovato su youtube un breve ma famosissimo filmato che ogni volta mi entusiasma. Così oggi lo condivido qui. 
Il video ci presenta il giovane Glenn mentre prova la "Sinfonia" che apre la "Partita n.2 in do
minore BWV 826" di Johann Sebastian Bach.
Siamo nel 1958, il pianista ha 26 anni ed è ripreso all'interno del proprio cottage in Canada. È in veste da camera, la tazza della colazione sul pianoforte, e sta studiando. Incuriosiscono sempre gli aspetti della vita privata e della quotidianità di un genio, ma ciò che il filmato ci offre va oltre la superficie per aprire squarci più profondi.

A colpirmi qui non è solo l'ambiente casalingo con i libri affastellati in uno scaffale, gli alberi mossi dal vento fuori dalla finestra e il cane. Stupisce certo l'incredibile velocità delle sue mani, frutto di una raffinatissima tecnica, ma ad affascinarmi è soprattutto la grinta di Gould, una grinta splendida e impressionante che ci parla del suo rapporto viscerale con le note.
Note che canta con voce piena e calda, come ha sempre fatto anche durante le
registrazioni quasi fosse sospinto da un insopprimibile moto dell'anima.
E cantando segna il tempo, sottolineando con forza e - oserei dire - con
spregiudicatezza il ritmo incalzante del pezzo bachiano.

La "Sinfonia" della Partita in do minore - termine che qui sta per brano introduttivo e non per composizione orchestrale come sarà poi - comprende due parti: un Grave adagio dalla costruzione polifonica simile a un corale e un Andante prima lento e scandito, poi vivacissimo nel suo andamento fugato.
Gould entra nel pezzo bachiano facendolo suo tanto da cantarlo sia mentre suona che quando si al
za dal pianoforte, senza che il filo della musica in lui s'interrompa ma continuando a ritmarlo per conto proprio. E si esercita - lo sentite - soffermandosi più volte sullo stesso passaggio, precisamente quello che apre la fuga, correggendosi con grinta quasi feroce e concentrazione assoluta come se tutto il suo essere vivesse in quelle note.

Suona risoluto e travolgente, ma al tempo stesso rigoroso e nitido negli staccati, lontano da interpretazioni pseudoromantiche, nella volontà di far emergere la struttura contrappuntistica dalla purezza esecutiva.
Un Bach, il suo, rarefatto e proprio per questo ancor più espressivo, come
dimostrerà il confronto tra le due letture delle Variazioni Goldberg, nel 1955 e poi nel 1981. Se infatti la prima è una vibrante prova di virtuosismo, la seconda, più lenta e ricca di pause, è una ricerca di essenzialità.

Ma mi piace anche l'ombra di sorriso che - nel filmato - per un attimo compare sul viso di Glenn mentre scandisce con delicatezza le prime note dell'Andante.
Un sorriso che vediamo più aperto nella bellissima foto qui a
lato che lo ritrae ancora tredicenne: un ragazzino gioioso, la destra sui tasti e accanto lo splendido cane che sembra avere per lui un gesto protettivo.

Tuttavia, tale gioia col passare del tempo cederà il passo alla malinconia. La foto in alto ci restituisce infatti lo sguardo già pensieroso di un giovane destinato a diventare un adulto ipocondriaco, che terrà lontano il pubblico sospendendo l'attività concertistica a soli 32 anni, e avrà abitudini un po' maniacali come quella di suonare su di una sedia così bassa che nessun musicista forse userebbe mai. 

Eppure, anche quelle che ai comuni mortali possono sembrare solo stravaganze avevano un loro senso finalizzato alla musica, a cominciare dalla gestualità talora enfatica con la quale Gould sottolineava il riverbero della singola nota o l'intensità di una pausa o di una ripresa. Lo si può osservare in questo video dove la mano sinistra sembra accompagnare e commentare con potente intensità espressiva lo splendore del pezzo che sta suonando: una Fuga dal secondo libro del Clavicembalo ben temperato.
Quella di Glenn è insomma l'arte di un genio ineguagliabile, un interprete che della propria
storia con la musica - in particolare quella di Bach - ha fatto un cammino di progressiva interiorizzazione, una sorta di ascesi di un tale spessore che forse riusciamo appena ad intuire.

Buona visione e buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

lunedì 22 gennaio 2024

Specchi d'acqua - 1


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nasce da lontano la suggestione che mi porta oggi a inaugurare una serie di post sull'acqua: dal mare ai fiumi e ai ruscelli, dalle tempeste alla pioggia o alle immagini riprodotte dai pittori, cantate dai poeti e spesso celebrate in note. Da Petrarca a D'Annunzio, da Ungaretti a Neruda - solo per citarne alcuni - l'acqua è stata più volte descritta per la sua trasparenza, il suono, la forza rigenerante o distruttiva e insieme per la sua capacità di segnare momenti forti della nostra esistenza. Così pure, le note o i colori che ne hanno fissato l'incanto - da Vivaldi a Ravel o da Giotto a Monet - ci riempiono spesso di stupore.

Quello dell'acqua nell'arte figurativa o in musica è un tema già ampiamente trattato, ma qui mi piace portare qualche esempio che esuli almeno in parte da quelli citati altrove, cercando invece il suo fascino in un semplice dettaglio o il vibrare delle onde in un brano nato magari con altri intenti.
Così, oggi vi propongo un dipinto celeberrimo in uno dei
suoi particolari più leggiadri. Lo avrete già riconosciuto: è la "Nascita di Venere" di Sandro Botticelli (1445 - 1510) conservato a Firenze, presso la Galleria degli Uffizi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al di là della figura della dea che l'artista ha dipinto a modello dell'antica statuaria greca ma con linee morbide e di più raffinata leggerezza, il mito della sua nascita dalle acque, cantato in seguito anche dal Foscolo, mi conduce a quel mare che qui non fa semplicemente da sfondo all'opera, ma è elemento essenziale sul quale si apre e si dipana tutta la scena.

E come si presenta? Osserviamolo: è una distesa incantevole e calma, se non fosse per quelle ondine increspate dal vento in una vibrazione che si propaga intorno rendendo più chiara e trasparente la superficie.
È il soffio di Zefiro ad animare tutta la
composizione. Dalla chiome di Venere - che ricordano i capei d'oro a l'aura sparsi di petrarchesca memoria - fino ai panneggi delle figure laterali, il vento crea infatti un dolcissimo movimento di linee che tuttavia non altera la compostezza dell'insieme.
Guardiamo per esempio con quale assoluta grazia e levità scendono i
fiori, quasi stessero planando sull'acqua con una leggiadrìa che ci riporta ancora al Petrarca e alla pioggia di fior da "Chiare, fresche, dolci acque"!
Un'immagine che - se può ricordare alcuni testi poetici del passato - riflette però i canoni di bellezza ideale della fine del Quattrocento, periodo in cui il Botticelli realizza il quadro. E a tali canoni
non sfugge la rappresentazione del mare.

Ma in quali particolari elementi consiste la novità? E come venivano raffigurati i vari corsi d'acqua nelle opere dei secoli precedenti?

Sia che fossero di argomento sacro come i numerosi dipinti sul tema del "Battesimo di Cristo", o profano come per esempio la "Veduta di città sul mare" e il "Castello sul lago" di Ambrogio Lorenzetti, l'acqua veniva spesso rappresentata da una serie di linee ricurve sovrapposte ad imitare il moto delle onde.
E se torniamo indietro nel tempo ad anni in cui
l'impostazione prospettica era ancora incerta, troviamo raffigurazioni di un realismo a dire il vero un po' arcaico.

Ve ne riporto solo un esempio qui a lato come termine di confronto: si tratta del "Battesimo di Cristo" realizzato dal cosiddetto Maestro di San Bassiano all'inizio del Quattrocento e conservato a Lodi nella Chiesa di San Francesco.
Solo un'ottantina d'anni separa quest'opera da quella
del Botticelli, ma in realtà sia sul piano prospettico che per altri caratteri c'è un abisso. Basta osservare il modo con cui l'autore ha reso l'acqua del fiume Giordano e i pesci al suo interno.

La "Nascita di Venere" è tutt'altra cosa. Qui, se realistica è la proporzione del mare fino alla linea dell'orizzonte, e altrettanto è la presenza dei giunchi verso la riva, quasi stilizzata è invece la resa delle spume: brevi tocchi essenziali, veloci guizzi di luce, bagliori più o meno fitti o marcati a rendere la superficie ora cupa, ora scintillante. Così pure, i colori tenui e le calibratissime sfumature tra il verde chiaro e il rosa dei fiori, dell'acqua e del cielo, ci regalano un'immagine di ampio respiro e inarrivabile bellezza.

Una visione incantevole dove il lieve fremito delle onde mosse da un vento leggero può ricordare il dantesco tremolar della marina, anche se questa del Botticelli non sembra un'alba nè siamo in Purgatorio.
Ma l'acqua rimanda anche a un significato di
purificazione perchè - come alcuni studiosi hanno affermato - lo schema dell'opera può far pensare a una sorta di trasposizione profana del tema del Battesimo di Cristo. E sembra quasi stabilire una corrispondenza fra l'idea cristiana della purificazione nell'acqua battesimale e il mito classico della nascita dal mare di una Venere non più simbolo di amore sensuale, ma ideale di bellezza spirituale secondo il pensiero neoplatonico dell'epoca.

E con quale musica celebrare allora il mirabile specchio d'acqua botticelliano?
Ci ho pensato a lungo.
A tutta prima, la mia scelta era caduta su Monteverdi: che cosa meglio di un madrigale come "Ecco mormorar l'onde" o "Zefiro torna" ? Poi non so, qualcosa non mi convinceva non nella bellezza dei brani in sè, ma per ciò che stavo cercando. Così, muovendomi nel grande mare della musica, sono approdata a Mozart con un pezzo che sto ascoltando da giorni e che mi è rimasto dentro.

Si tratta dell' "Andantino con espressione" dalla "Sonata n.9 in Re maggiore K.311" che qui trovate interpretato da Mitsuko Uchida, per la quale in questo periodo ho tradito alcuni miei miti come Andráss Schiff e Maria João Pires.
È un pezzo di grande delicatezza che, pur essendo nato con
intenti diversi rispetto alla descrizione di un corso d'acqua, a mio avviso può rispecchiarne comunque alcuni caratteri. Vi sono infatti trilli, acciaccature e passaggi sempre più ricchi di abbellimenti attraverso i quali è possibile ritrovare ora la vibrazione delle onde sulla superficie dell'acqua, ora l'atmosfera di intatta bellezza del dipinto.
Il brano si apre subito con una melodia dolcissima e pacata composta da due temi
e ripresa altre volte in modo progressivamente più ornato e impreziosito. Splendido il secondo tema che si dipana sostenuto dalle quartine della mano sinistra con un fugace passaggio in minore, com'è tipico della serenità mozartiana che non ignora qualche sprazzo di lieve malinconia.
Facile sul piano tecnico, il pezzo richiede tuttavia un'interpretazione molto attenta
alle dinamiche per dare alle note quell'espressione che l'indicazione agogica richiede.
Ultima notazione: l' Andantino mi ha preso non solo per la sua bellezza, non solo perch
è l'ho pure suonicchiato, ma anche per un preciso riferimento. Nella conclusione di alcune frasi musicali, riprende infatti l'analoga conclusione del piano assai dei violini nel Rondò del "Concerto per violino in Re maggiore n.4 K.218" che Mozart aveva composto due anni prima della Sonata.
Un concerto che è sempre stato uno dei miei preferiti fin dai tempi del liceo.
E come non riconoscerlo subito?...

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

sabato 13 gennaio 2024

Dirompente...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Immagino che in tanti abbiate riconosciuto subito, in questa immagine, un particolare della splendida "Adorazione dei Magi" di Giotto (1267 - 1337), nel ciclo di affreschi della Cappella degli Scrovegni a Padova.
È la cometa che sovrasta la capanna dove i Re venuti dall'Oriente
portano doni al piccolo Gesù. Probabilmente, l'artista vi ha voluto raffigurare la celebre cometa di Halley della quale aveva visto il passaggio, anche se gli studiosi non ne sono totalmente certi. Tuttavia non è su questo argomento che intendo soffermarmi, ma proprio sul dettaglio pittorico.

Osserviamolo: è un'immagine che fonde in modo straordinario semplicità ed efficacia e in pochi tratti - ora indefiniti, ora progressivamente più marcati - non solo rende splendidamente un'idea, ma ci riempie di emozione. E se non ne conoscessimo l'autore nè il periodo in cui è stata realizzata, potremmo forse scambiarla per un'opera moderna o contemporanea.
Certo, la grandezza di Giotto sta anche nella sua modernità fatta di pennellate
essenziali, capaci in pochi tocchi di dar vita, espressione, sentimenti alle figure umane e a tutta la compagine naturalistica che rappresenta. Ma c'è di più.

Qui non vediamo un astro dalla luminosità contenuta e tranquilla come in altre raffigurazioni pittoriche, ma una meteora dirompente a somiglianza di un oggetto che sta esplodendo. Il modo in cui è dipinta la coda della stella non sembra forse imprimerle velocità? E il cuore della cometa, animato da un fuoco interno e da quei raggi di luce che si irradiano intorno, non rappresenta una sorta di deflagrazione?
Osservare oggi questo particolare colpisce perchè, se è splendido sul piano pittorico,
può diventare inquietante per la terribile attualità di altre deflagrazioni che stanno devastando proprio la stessa parte di mondo in cui il dipinto è ambientato. Tuttavia, al di là di tale riferimento, la bellezza del dettaglio giottesco sta nel fatto che la forza esplosiva della stella è in realtà un ardente palpito di vita quasi che, attraverso di essa, l'artista abbia voluto rappresentare la sorpresa del creato e la sua corsa gioiosa a celebrare l'evento dirompente della nascita di Gesù. 

Nell'insieme dell'affresco, la qualità del particolare può forse sfuggire, ma il suo ingrandimento ci rivela quanto Giotto abbia fatto della cometa non un ornamento puramente accessorio, ma un segno forte a indicare Colui che è sceso nel mondo a salvarlo dal male.

Così, ho scelto di associare a questa immagine un brano del musicista estone Arvo Pärt intitolato proprio "Da pacem, Domine".
Si tratta di un antico testo liturgico le cui parole
- "Da pacem, Domine, in diebus nostris, quia non est alius qui pugnet pro nobis nisi tu Deus noster" - fanno riferimento a vari passi biblici.
Il pezzo è stato scritto dal compositore nel 2004 su iniziativa di Jordi Savall,
per ricordare le vittime degli attentati terroristici a Madrid dello stesso anno; ma è una preghiera che sottintende la sofferenza dell'intera umanità, nella convinzione che l'unica vera protezione è quella di Dio.
Il brano corale a quattro voci è costruito sulle note di un'antica antifona gregoriana, e se ciò da un lato è cosa insolita nello stile di Pärt, dall'altro dona al mottetto cadenze tipiche della musica rinascimentale.

Tuttavia, a mio modesto avviso, anche altre reminiscenze fanno la bellezza di questo canto. Il suo procedere lento, segnato da note ripetute e ritmate - quasi un grido che sembra racchiudere tutto il dolore del mondo - nel suo andamento in minore con qualche cenno di apertura in maggiore, mi suggerisce due riferimenti: l'intensità dell'esordio del "Requiem" di Mozart e l'atmosfera sublime di certi inni ortodossi.
Il pezzo è stato rielaborato in differenti versioni: per coro a cappella, coro e
orchestra d'archi così come per violoncelli, sassofoni e flauti dolci. Qui ho scelto l'interpretazione del Bundesjugendchor - Coro Federale della Gioventù che raccoglie cantori da tutti gli stati federali tedeschi - che mi è parsa particolarmente toccante.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

sabato 6 gennaio 2024

Los Reyes siguen la estrella...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono grata all'amico lettore Arrigo Lupo per la scoperta del brano di oggi. Come si vede infatti dai commenti della volta scorsa, è stato lui a segnalarmi il pezzo: un bellissimo corale per l'Epifania di Francisco Guerrero (1528 - 1599), autore di polifonia sacra tra i più rappresentativi nella Spagna rinascimentale. A dire il vero, pensavo di sentirlo e tenermelo ormai in serbo per il futuro, ma mi è piaciuto tanto che sono già qui a farvelo ascoltare!

Si tratta del brano a quattro voci intitolato "Los Reyes siguen la estrella" dalle "Canciones y villanescas espirituales" del 1589: un corale raffinato e suggestivo, ma di non facile esecuzione. Le varie voci infatti non sempre aprono insieme la stessa frase musicale, ma - come sentirete - si muovono talora in modo indipendente. Tuttavia, se ciò da un lato può costituire una difficoltà, dall'altro arricchisce la bellezza di questo canto con un andamento - tra l'altro - in linea col significato della strofa iniziale:

"I Re seguono la stella; / la stella segue il Signore; / e il Signore di loro e di lei / segue e cerca il peccatore."

Anche il testo, infatti, ci parla di una serie di movimenti in cui ognuno cerca qualcosa, in un cammino di salita e di discesa. I Magi seguono la stella che a sua volta segue il Signore; tuttavia il re del cielo non se ne sta assiso su di un trono, ma scende nel mondo in cerca del peccatore: un moto bellissimo espresso nel corale con un tempo quasi di danza (3/4) insieme alla complessità di alcuni intrecci vocali. 

Si parla dunque dei Magi venuti dall'Oriente a cercare il Bambino per rendergli omaggio secondo una tradizione che - dal Medioevo al Rinascimento ma anche più avanti - è stata oggetto di tante celebri raffigurazioni pittoriche.
Da Giotto a Michelino da Besozzo, da Gentile da Fabriano a Benozzo Gozzoli, dal Mantegna a Leonardo e in seguito ad altri artisti del Seicento, l' Adorazione dei Magi è stato un tema di grande fascino nel rappresentare i tre saggi che portano doni, ma spesso anche il corteo che li accompagna.

Così oggi, cedendo proprio a tale fascino, mi piace pubblicare una tavola di Zanobi Strozzi (1412 - 1468) intitolata "Il corteo dei Re Magi", ma conosciuta anche come "Il viaggio di Re Mago Baldassarre verso la Terra Santa" e conservata al Museo delle Belle Arti di Strasburgo.

Per quanto operi in pieno Quattrocento, insieme a qualche elemento iconografico nuovo troviamo nell'artista molti aspetti ancora tipici del Gotico internazionale.
Se infatti da un lato la descrizione
presenta già in parte caratteri realistici nel creare una profondità prospettica tra i vari piani, dall'altro ciò che Zanobi Strozzi dipinge è un mondo fantasioso e fiabesco, a somiglianza di certe immagini del Beato Angelico col quale peraltro aveva lavorato. Lo vediamo per esempio nella raffigurazione delle montagne, bizzarre e sproporzionate rispetto agli edifici o alle figure umane, o degli alberi talora troppo alti in rapporto al resto.

Ma è stato proprio questo aspetto di fiaba a prendermi subito, sia per l'abbigliamento del fastoso corteo nella vivacità dei suoi contrasti coloristici, che per quel cielo limpido e smaltato come un blu di lapislazzuli che va pian piano schiarendosi vicino al profilo delle colline.
O per l'architettura dei castelli sullo
sfondo, ricchi di torri e pinnacoli che sembrano presi dalle miniature fiamminghe o da qualche opera dell' Angelico. 

Un mondo bellissimo e luminoso nel quale talune disarmonie prospettiche sono compensate dallo splendore di certi dettagli che indicano il gusto descrittivo del pittore. Guardiamo per esempio il piccolo ponte semicircolare che s'inarca sopra un rio, o i vari animali disseminati qua e là nel paesaggio, così come l'attenta riproduzione di copricapi, mantelli e finiture in cui si nota la cura del particolare tipica di un miniatore quale in effetti Zanobi Strozzi è stato.

Un mondo cortese quello raffigurato dall' artista in un viaggio della fantasia che contrasta un po' con l'esperienza fatta, circa un secolo dopo, dal compositore Francisco Guerrero. Questi davvero si è recato a Gerusalemme in un pellegrinaggio che è stato però piuttosto avventuroso e che ha poi raccontato in un libro.

E la stella?...vi chiederete.
A ben guardare nella tavola di Zanobi
Strozzi non c'è, ma compare in un altro suo dipinto che vi riporto qui a lato, intitolato "Adorazione dei Magi" e conservato presso la Pinacoteca Vaticana.
La vedete?...Risplende in alto a sinistra
proprio sopra la Sacra Famiglia, piccola ma luminosa come un sole! 

 Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

lunedì 1 gennaio 2024

"If music be the food of love"

Caravaggio (1571 - 1610) : "I Musici" - Metropolitan Museum of Art, New York.  

Mi piace inaugurare l'anno nuovo celebrando la musica con le parole riportate qui di seguito, che poi potrete ascoltare sulle note di Henry Purcell (1659 - 1695). Si tratta di un testo teatrale di Henry Heveningham (1651 - 1700) al quale il compositore inglese ha dato vita in un brano vocale di grande raffinatezza intitolato "If music be the food of love, Z.379C".

"Se la musica è cibo dell'amore
canta fino a che io sia pieno di gioia
perchè allora muovi la mia anima che ascolta
a piaceri che non possono mai saziare.

I tuoi occhi, la tua grazia, la tua lingua proclamano
che tu sei musica in ogni parte.


I piaceri invadono l'occhio e l'orecchio
e i sentimenti che provo sono così violenti che feriscono
e tutti i miei sensi festeggiano
in un banchetto di suono.
Certo morirò per il tuo fascino
se non mi salvi tra le tue braccia!"

La musica vi è celebrata come cibo dell'amore, nel suo potere più che mai toccante di ispirare, commuovere, trasfigurare l'interiorità dell'essere umano suscitando una vera e propria fioritura d'anima. Essa nutre infatti l'amore con una ricchezza che alimenta sempre nuovo desiderio e un'intensa passione, come si può desumere dalle espressioni "piaceri che non possono mai saziare" e "banchetto di suono".
Sono parole ispirate a un importante precedente letterario: infatti, la parte
iniziale del testo di Heveningham riprende l'esordio del monologo del Duca Orsino ne "La Dodicesima notte" di William Shakespeare (1564 - 1616), col quale il nobile si rivolge proprio ai musicisti presenti sul palco:

"Se la musica è l’alimento dell’amore, seguitate a suonare, datemene senza risparmio, così che, ormai sazio, il mio appetito se ne ammali, e muoia.
Ancora una volta quella melodia! Aveva una cadenza languida. Giungeva al mi
o orecchio come la dolce brezza che spira su una sponda di violette, rubandone il profumo e diffondendolo attorno."

Sia nel primo che nel secondo testo - nonostante alcune differenze - si descrive l'esperienza inebriante di coloro che si accostano alla musica lasciandosene coinvolgere, permettendo alle note di aprire brecce e suscitare altra vita, quasi che i suoni siano parte di un atto creatore che sta all'origine di sentimenti più profondi.
Tale intreccio fra amore e musica è reso da Purcell con un brano
composto in tre versioni differenti, delle quali ho scelto la terza dove note e parole si coniugano in perfetta armonia. Una splendida scrittura per voce solista e basso continuo, qui interpretata da Emma Kirby e fatta di progressiva complessità e raffinati ornamenti che - ora più dolcemente, ora più intensamente - vanno ad ammaliare l'anima di chi se ne lascia catturare.

Buon ascolto e auguri di Buon Anno nel sorriso della musica!

(La foto è presa dal web)


lunedì 25 dicembre 2023

Buon Natale!!!


 


 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Giorgione (1478 - 1510) : "Adorazione dei pastori" (particolare) - National Gallery of Art - Washington.

 

Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759): "And the Glory of the Lord" dal "Messiah HWV 56".

domenica 17 dicembre 2023

Le mie città - 12


 

 

 


 

 

 

 

 

Alla fine di questa breve serie sulle città che sento più significative nel mio cammino, non può mancare Roma che ho visitato per la prima volta da adolescente. Lo so, non si può ridurre un luogo così ricco di storia, arte, fede e tante svariate vicende a un articoletto di poche righe; ma quella che desidero celebrare è la Roma filtrata dai miei occhi di ragazzina perchè vi ha lasciato un'impronta indelebile.
Non avevo ancora sedici anni la prima volta che mi ci sono recata: un viaggio di
gruppo di cinque giorni organizzato dalla mia parrocchia appositamente per i giovani, durante le vacanze di Natale: un'occasione di amicizia, riflessione e apprendimento al seguito di ottimi maestri che ci facevano da guida.
Un viaggio cui se ne sarebbero aggiunti molti altri.

Davanti ai miei occhi si era dispiegata una Roma fastosa e scenografica, nelle piazze, nelle fontane, nei gruppi scultorei, nella multiforme ricchezza artistica e nella bellezza di tanti angoli riposti davanti ai quali fioriva lo stupore. Una città spesso spazzata dal vento che rendeva più nitido il profilo delle tante cupole stagliate nel suo cielo e più suggestivi i tramonti al Parco degli Acquedotti. Ma interessante anche il colore locale, dalle bancarelle natalizie di piazza Navona ai presepi sulla scalinata di Trinità del Monti. 
Il primo anno, cuore della visita era stata la
città romana e paleocristiana, con i Fori Imperiali, le grandi basiliche e le catacombe. Ma il secondo anno - quello del quale ho un più vivo ricordo - il programma comprendeva la Roma rinascimentale e barocca: un meraviglioso itinerario tra le opere di Michelangelo, Bernini, Borromini e Caravaggio.

Come dimenticare la lezione affascinante e appassionata che il nostro insegnante di lettere del liceo - sì, a questi viaggi partecipava anche lui! - ci aveva fatto alla Galleria Borghese, di fronte al capolavoro del Bernini che rappresenta "Apollo e Dafne" ?
E poi di fronte all' "Estasi di Santa Teresa" in Santa
Maria della Vittoria e a quella della "Beata Ludovica Albertoni" in San Francesco a Ripa?
O nella chiesa di Sant'Agostino davanti alla "Madonna dei pellegrini" del Caravaggio? O ancora contemplando "San Matteo e l'angelo" in San Luigi dei Francesi?
Esperienze indelebili in luoghi che, negli anni, avrei poi
ripercorso più volte cercando di risvegliare in me, ma anche in altri, quel fuoco che mi era stato regalato allora, da ragazzina.
Roma, infatti, è stata la scoperta della Bellezza con la
maiuscola: non solo studiata sui libri, ma gustata dal vivo, nutrita dallo stupore e dal contatto bruciante con la passione altrui. 

Una scoperta non disgiunta da quel movimento interiore col quale si inizia a guardare in se stessi, intuendo i tratti della propria personalità in un'età e in un contesto in cui innamoramenti, amicizie, studio, arte, tutto si fonde in un unico appassionato moto dell'anima.

Già iniziavo ad amare la musica e il primo viaggio - oltre a Bach - aveva avuto in me la colonna sonora del "Largo" di Haendel che stavo ascoltando proprio in quel periodo.
E sempre di Haendel, a sorprendermi, erano state le note del "Messiah", la prima volta in cui eravamo
entrati in Santa Maria in Aracoeli, in un'atmosfera di sacralità che aveva riempito tutti di meraviglia. Ma anche altri compositori mi avrebbero suggestionato nel mio cammino ad esplorare il cuore della città.


 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

La giravamo molto spesso a piedi, talora non tutti ma solo un manipolo di fedelissimi dietro la ferrea guida e il passo da alpinista del nostro insegnante. E a sera, mentre i romani alle nove ancora cenavano, noi eravamo di nuovo a spasso per una Roma quasi vuota, allegramente padroni della città. Ma oltre ai momenti di ascolto, di riflessione e all'arte, c'era anche il divertimento: dopo averci sfinito a furia di camminare...il nostro prof. ci portava a mangiare il gelato da Giolitti! E non mancavano mai occasioni di baldoria.

Una sera, in piazza san Pietro avevamo fatto un girotondo! Mi sembra che non ci fossero ancora transenne e non ci era parso vero che lo spazio fosse tutto nostro.
Quella volta eravamo in ottanta (!)... e
avevamo formato due cerchi concentrici che si muovevano l'uno in senso contrario all'altro. Danzavamo cantando una famosa filastrocca: "La fuente de Tororò". Ve la ricordate ? La sanno anche i bambini. Ebbene, quella! Rigorosamente in portoghese! In mezzo al cerchio un solista canta, poi sceglie la damigella, ballano insieme mentre tutti battono le mani, infine al centro rimane lei e il gioco riprende.   
Solo che, dopo neanche un quarto d'ora...era arrivata la polizia a farci sloggiare! Si era alla vigilia del Sessantotto e un assembramento così chiassoso sotto le finestre del Papa aveva creato qualche sospetto.

Insomma, la mia Roma è stata questa: gioia di imparare e insieme di tuffarmi nella piacevolezza del vivere; contatto con il respiro di una città dai mille volti e una bellezza che oltrepassa i secoli per parlarci ancora.
Quanto stupore davanti alla "Pietà" di Michelangelo in San Pietro,
o ammirando - naso all'insù - la lanterna di Sant'Ivo alla Sapienza con la sua originalissima struttura a spirale!
Quale incanto ci avevano regalato i marmi
sinuosi e movimentati dei gruppi scultorei così come la pietra degli edifici più antichi! E tra le tante statue viste, non poteva mancare quella di Stefano Maderno che rappresenta "Santa Cecilia", nell'omonima chiesa in Trastevere.

Grande suggestione mi veniva dalla nascita di nuove percezioni e in questo anche la musica aveva avuto un ruolo essenziale. In quel periodo, oltre ai pezzi che ho già ricordato, stavo ascoltando il "Concerto n.1 in sol minore op.26 per violino e orchestra" di Max Bruch (1838 - 1920) e alcuni momenti del viaggio sono rimasti segnati in me attraverso le sue note.
Si tratta di una composizione d'impronta tardoromantica - forse la più celebre del musicista tedesco - della quale tanti anni fa ho pubblicato il primo tempo, ricordando, tra l'altro, proprio questa mia esperienza romana.
È tumultuoso e insieme dolce il brano iniziale:
un "Allegro moderato" che fa da introduzione al successivo "Adagio", alternando passaggi orchestrali di grande intensità a melodie delicate che si ripetono come se la contemplazione della bellezza non dovesse aver mai fine.
Così, sono andata a rileggere il post di undici anni fa e mi
perdonerete se oggi ripubblico la stessa musica e se, per illustrare ciò che ha suscitato in me, invece di cercare parole nuove riprendo quelle che avevo scritto allora. Ma non saprei esprimermi diversamente. Eccole :

"Mi rivedo ancora mentre - nella magnificenza di una piazza, col vento sul viso - le sue note mi risuonavano in cuore con un'ebbrezza che era quasi una percezione d'infinito. Gli accordi che mi riecheggiavano dentro, infatti, con la loro intensità, nel contesto di quella Roma incantata e grandiosa avevano toccato corde tanto profonde da farmi percepire l'alitare di una vita segreta e sconfinata al di là delle apparenze. Ed era stata per me una nascita interiore, un autentico afflato di primavera.

Ma anche al di là della mia piccola esperienza, sta davvero in un respiro di giovinezza lo splendore di questo concerto, un respiro che si va delineando non solo nella delicata melodia del violino e nel suo sviluppo dai toni struggenti, ma anche nel ritmo dei bassi, quasi battiti di un cuore pulsante sui quali lo strumento solista inanella le sue variazioni.
E da ultimo, nell'irruente e grandiosa apertura orchestrale verso la fine: un'onda intensamente romantica prima che il brano - che in realtà non ha conclusione - sfumi dolcemente nel successivo
Adagio."

Buon ascolto!

Le foto, tutte prese dal web, rappresentano nell'ordine:

1) Acquedotto Claudio 2) Fontanone dell'Acqua Paola 3) "Apollo e Dafne" del Bernini 4) "Estasi di Santa Teresa" del Bernini 5) Veduta aerea di Roma 6) Piazza San Pietro 7) "Pietà" di Michelangelo 8) Lanterna di Sant'Ivo alla Sapienza del Borromini 9) Veduta aerea di Piazza del Campidoglio.

venerdì 8 dicembre 2023

Il silenzio di Maria

Non tutti i periodi sono uguali, e possono esserci momenti in cui la nostra ricettività subisce cambiamenti e oscillazioni.
Dopo oltre 700 brani pubblicati nel blog in quest
i anni, ci sono giorni in cui - nonostante la musica scritta nel tempo sia un mare infinito - non mi è sempre facile trovare un pezzo nuovo che mi susciti un scatto di stupore immediato tale da renderlo mio.
Di conseguenza, capita a volte che la mia ricerca
 si faccia più difficile, dato che non pubblico mai un pezzo solo perchè è bello o universalmente celebrato. Deve prima toccarmi col suo splendore, giungendo a dissipare l'opacità che talora mi porto dentro.

Per contro, ci sono periodi in cui la musica mi parla invece con viva intensità e sono parecchi i pezzi che, già di prima mattina, mi si affacciano alla mente e al cuore - come ho scritto altre volte - "in gioiosa lista d'attesa" chiedendo con insistenza di essere pubblicati.
È proprio il caso del brano e del dipinto di oggi che avevo pensato di tenere in serbo
per Natale, ma - perdonatemi! - non ce l'ho fatta. A prendermi è stata prima l'immagine che vedete sopra e poi la musica di Rheinberger: due universi lontani nel tempo, ma che mi piace accostare qui.

L'immagine è un particolare della tavola riportata a lato: la "Madonna col Bambino, San Girolamo, Santa Caterina d'Alessandria e Angeli" del senese Matteo di Giovanni di Bartolo (1430 - 1495), conservata presso la National Gallery of Art di Washington.
Nonostante sia stata realizzata intorno al 1470
e l'artista mostri altrove capacità prospettiche già rinascimentali, qui il fondo oro e la dolcezza sinuosa delle linee rivelano la sua appartenenza all'antica tradizione pittorica senese. Raffinatezza ed eleganza, infatti, sono i caratteri predominanti dell'opera che possiamo cogliere sia nella sottigliezza del tratto che nella finezza di tanti particolari.

È stato il viso della Vergine ad affascinarmi subito per la soavità del suo profilo nitido e luminoso, dell'ovale appena sfumato e degli occhi dal taglio sottile in un' espressione di muto raccoglimento: quello di una giovane donna che contempla il Figlio, assorta e delicatamente compresa in se stessa.
Ma splendido è anche il copricapo: un velo impalpabile - quasi un pizzo che le
incornicia la fronte - e il manto scuro, elegantissimo, di una consistenza che sembra avere la morbidezza del velluto. Un'immagine di rara preziosità, come preziosa è l'aureola che appena intravvediamo e che rivela la conoscenza da parte dell'artista delle opere di alcuni miniatori a lui contemporanei.

Un'immagine che può indurci a ricordare anche la molteplicità di musiche dedicate nel tempo alla Vergine. Così, tra i numerosissimi brani e inni molti dei quali universalmente conosciuti, ho deciso di pubblicare la toccante "Ave Maria" di Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901), tratta dalla "Messa in Si bemolle maggiore op.172".
Anche in questo caso, è stato un irrefrenabile impulso del cuore a guidare la mia
scelta. Appena l'ho ascoltata infatti, come per il dipinto di Matteo di Giovanni sono stata sorpresa dalla sua bellezza, uno splendore polifonico che l'esecuzione del coro finlandese "Valchia" - a mio avviso - sa valorizzare.

Certo, diversi secoli separano l'opera del musicista da quella del pittore. Tuttavia, se da un lato il canto affidato alle voci maschili mostra un carattere di robustezza, dall'altro non viene meno la loro grande trasparenza. Inoltre, le modulazioni e le dinamiche del brano si snodano seguendo il significato del testo, ora venato da qualche ombra nell'intensità dell'invocazione, ora ricco di luminose aperture.
Ma è soprattutto la delicatezza estrema di alcuni pianissimo in cui le voci digradano
fino a spegnersi, a comunicarmi una soavità simile a quella con cui è raffigurata Maria nel dipinto: una giovane donna avvolta nel silenzio, un'immagine da contemplare a lungo in questi giorni che precedono il Natale.

Buon ascolto!

giovedì 30 novembre 2023

Jogging mit...

Sapevo da tempo che esistono raccolte di musiche rilassanti per favorire la meditazione, il sonno, la concentrazione, lo studio, ma anche per respirare meglio o ridurre lo stress. Youtube, a questo proposito, offre esempi in quantità.
Sono a volte brani classici opportunamente
scelti o altri che riproducono i suoni della natura, dallo scorrere dell'acqua fino al vento o al cinguettìo degli uccelli.

Non sapevo invece che esistessero pezzi selezionati appositamente tra quelli dei più celebri compositori per ritmare il passo di chi pratica jogging!

Oh bella...ti sei data allo sport??? Non proprio, però capisco bene il piacere di muoversi col sottofondo di una colonna sonora perchè, per quanto non sia una runner, anche solo camminando come faccio spesso, mi canticchio un brano per conto mio. È una sorta di riflesso involontario che si attiva quando esco di casa: appena fuori, automaticamente qualcosa in un angoletto del mio cervello clicca play e parte una musica. Ne avevo già parlato qua e là, perciò non mi dilungo.

Ho trovato interessante che esistano album già predisposti a tale scopo. Indovinate qual è il primo autore nel quale mi sono imbattuta???...
Ma Bach naturalmente con una scelta di brani che vanno dai Brandeburghesi alle
Suites orchestrali! Lo stavo pubblicando, ma poi, se mi è piaciuto il titolo "Jogging con Bach: correre al ritmo del barocco", non mi ha convinto la foto di copertina.
Il nostro amico Giovanni Sebastiano, in lunga livrea rossa e pantaloni corti, corre
sulla riva di un fiume - e già sarebbe stato meglio un ruscello! - con un'espressione svagata e un po' beota - non beata, proprio beota! - nella quale francamente non lo riconosco. Sorride felice, certo, ma di una felicità stereotipata da spot pubblicitario che non sono riuscita ad apprezzare.
Se proprio siete curiosi, andate su youtube a cercarlo.

Allora ho ripiegato - si fa per dire! - su Mozart! La foto che vedete, infatti, ne presenta un compostissimo ritratto accanto a una giovane donna in corsa.
Ma poi, fosse raffigurato anche in veste da runner - diciamocelo - a lui si perdonerebbe facilmente qualche bizzarrìa, qualche
marachella da bambino prodigio, non è così? E allora vada per Mozart!

Musica per jogging, dunque! Perciò deve avere il giusto ritmo: non troppo concitato per non scaravoltarsi in velocità, e neppure troppo lento altrimenti la cosa non ha più senso. Così, ho ascoltato i brani del CD, ma benchè quasi tutte le indicazioni fossero Rondò, Allegretto, Presto, non mi hanno convinto. Pezzi bellissimi, certo, ma non corrispondenti al mio passo, alla pulsazione interiore, alla voglia di guardarmi intorno mentre cammino e alla distensione che cerco. Così ho fatto di testa mia.

Diciamo che ho giocato in casa perchè il brano scelto è tra quelli che ho tentato di suonicchiare di recente, nonostante i miei limiti da eterna principiante. Ma a dire il vero ha anche un andamento che rispecchia quello della sottoscritta quando cammina di buon passo, ma poi s'incanta a guardarsi intorno. Insomma, a corserelle e fermatine.
Si tratta del primo movimento - "Allegro" - della "Sonata n.13 per pianoforte in Si
bemolle Maggiore K.333", pezzo di una serena trasparenza che resta inalterata anche nelle parti in minore, e che potete ascoltare eseguito dalla bravissima Ying Li.
Un'interpretazione affascinante per la leggerezza del tocco che fa emergere la gioia presente in queste note, con un ritmo veloce e
tuttavia meno meccanico di altri pur bravi pianisti. Ne deriva un'esecuzione morbida e sognante, resa da Ying Li ora sfumando piano o al contrario sottolineando certi passaggi, o rallentandoli lievemente pur nel rispetto del tempo di 4/4. Proprio i 4/4 infatti - al contrario di una misura ternaria più adatta a una danza - ritmano meglio il mio andare mentre la musica mi fiorisce dentro.

Così, l'interpretazione della pianista si armonizza non solo col mio passo, ma anche con quello sguardo interiore sulle cose che si attiva in me - e chissà in quanti altri - ogni volta che ci si mette in cammino.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 22 novembre 2023

La speranza di Gounod

Ha un viso bellissimo la "Santa Cecilia" dipinta da Pietro da Cortona (1596 - 1669) nel quadro che vedete, conservato alla National Gallery di Londra.
È un viso ovale
dalla delicata leggiadria di un antico cammeo e dalle proporzioni perfette, incorniciato da un serto di fiori quasi fosse il diadema di una regina.
L'espressione seria, lievemente malinconica, è quella di una fanciulla già consapevole, dolce e insieme sicura di sè.
Spicca questo suo carattere nella luminosa semplicità dei lineamenti e dell'incarnato, in contrasto con
l'opulenza barocca del raffinato panneggio e con l'oscurità dello sfondo.

Come nella tradizionale iconografia in uso dalla fine del Medioevo in poi che vede Cecilia protettrice della musica e alla quale avevo fatto cenno qui, a sinistra troviamo un organo, nelle sue mani uno spartito e la palma del martirio che può ricordare uno stilo per scrivere. Compositrice, dunque? Chissà!...Comunque sia, trovo che questa rappresentazione della Santa sia una delle più affascinanti per vari motivi.
Prima di tutto per il contrasto tra ombra e luce, tipico della pittura barocca di cui
Pietro da Cortona è significativo esponente. Da un lato infatti la luminosità del volto emerge - come scrivevo - dallo sfondo scuro, e dall'altro proprio quello sfondo si apre in una prospettiva più ampia nella quale scorgiamo delle architetture classicheggianti - probabilmente la Roma in cui Cecilia è vissuta - e uno sprazzo di cielo dalle tinte variegate.
Ma a colpirmi è soprattutto la posizione del capo della fanciulla che non guarda lo spettatore come in tanta ritrattistica del passato, ma si volge da una parte, forse assorta in un suo pensiero, forse ad ascoltare l'angioletto che la ispira o fissando fuori dal quadro qualcuno che non vediamo.
Si tratta di un carattere iconografico di
grande eleganza che conferisce intenso spessore psicologico al soggetto rappresentato e ci sollecita ad immaginarne la storia che non si esaurisce nel dipinto. Carattere che, oltre a imprimere movimento alla figura, ha il suo inizio in alcune opere di Leonardo a comiciare dalla celebre "Dama con l'ermellino" identificata in Cecilia Gallerani. Da Cecilia a Cecilia, dunque!

Così, nel giorno che la ricorda, ho deciso di festeggiarla con un brano di Charles Gounod, (1818 - 1893), compositore versatile e aperto a generi musicali diversi che talora si fondono tra loro, come nel pezzo sacro di oggi nel quale riecheggiano qua e là suggestioni operistiche. 
Mi riferisco infatti - come lo corso anno - alla "Messe solennelle de Sainte Cécile CG
56", opera che forse proprio per la sua versatilità, è stata subito accolta con molto favore non solo dal pubblico francese, ma anche all'estero.
Lo testimoniano le parole con cui, a suo tempo, Camille Saint-
Säens aveva descritto il crescendo di impressioni ricevute al suo ascolto:  

"Raggi luminosi, come l'alba su di un nuovo mondo, emanavano dalla 'Messe de sainte Cécile'. Dapprima si rimaneva abbagliati, poi incantati, poi sopraffatti."

Se in passato avevo pubblicato il "Benedictus", ora ho scelto il "Kyrie". Inizia pianissimo il brano e va poi progressivamente arricchendo la propria intensità, insieme al coro a quattro voci che interviene alternandosi ai tre solisti - soprano, tenore e baritono - qui diretti da George Prêtre.
Quella del Kyrie è una preghiera prima sussurrata e sommessa tanto da essere all'inizio quasi impercettibile, poi
gradatamente più forte fino a farsi vero e proprio grido di implorazione per tornare di nuovo pacata nel finale.
Tuttavia, non c'è particolare tristezza in questa musica che, nonostante le varie modulazioni in minore, si apre a toni di luminosa speranza attraverso un andamento che, in taluni passaggi, sembra salire verso l'alto.
E mi sembra da parte di Gounod uno splendido omaggio alla Santa.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

martedì 14 novembre 2023

Le mie città - 11


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è sempre facile parlare del proprio luogo di origine, non perchè manchino i ricordi, ma perchè talora sono anche troppi e ci coinvolgono a più livelli tanto intenso è il vissuto che ci portiamo dentro.
Mille osservazioni potrei fare sullo splendore della mia città natale che sorge in un verde angolo
di pianura, tra il cotto delle pievi romaniche disseminate nella campagna circostante e l'atmosfera raccolta di piazze e chiese che dal Medioevo ci conducono su fino al Rinascimento e oltre.
Sto parlando di Lodi, luogo ricco di storia e di un fascino
da scoprire piano, nell'ombra discreta dei suoi cortili e nella bellezza dei tanti edifici del passato.

Potrei ricordare i suoi più famosi gioielli artistici, dalla Chiesa dell'Incoronata fino alle ceramiche conservate al Museo civico.
Ma anche la campagna che la circonda ha
un suo splendore, a iniziare dalla suggestione del fiume Adda, insieme ai filari di pioppi che ne delimitano le rive, e ai campi che in certe ore della giornata ne fanno un luogo di profonda pace.

Tuttavia, la mia Lodi non è solo questa, ma abita anche in altri spazi. Vi sono nata e vissuta fino a 31 anni, poi mi sono trasferita altrove, non lontano per la verità.
Ma talora basta una piccola distanza a
mettere tra noi e un luogo amato quella nostalgia che allieta ogni ritorno e m' illumina d'immenso come ritrovassi una parte di me ogniqualvolta dalla stazione mi avvio piano verso i giardini pubblici e il centro.

Parlo della viva sensazione di essere a casa che tutti sperimentiamo quando un angolo di mondo ci entra nel cuore, perchè le sue pietre e i suoi tetti, i portici e le case, fino all'acciottolato sassoso di piazze e vie, diventano simili a una grammatica che portiamo scritta dentro e che ben comprendiamo. Ed è proprio questa profonda sintonia, questo dialogo segreto con la città a farla nostra per sempre.

Il mio dialogo con Lodi si è intrecciato quando ero bambina, ma nel tempo si è arricchito della lunga consuetudine con certi angoli per me ricchi di particolare fascino.
Sono alcune vie del centro storico tra le più defilate e nascoste
che amavo talora percorrere in solitudine e che mi svelavano segreti dettagli di bellezza: qui uno scorcio di verde in un cortile appartato, là una cornice in cotto; o ancora una bifora a vento o la semplice eleganza delle facciate delle tante casette di un tempo.
Ma era riposante anche incantarsi davanti al prezioso organo rinascimentale del tempio dell'Incoronata o rifugiarsi tra le prospettive aeree di certi soffitti barocchi, come quello della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

C'è un luogo, però, che amo al di sopra degli altri e che negli anni ha fatto di Lodi una città sempre più mia: è la splendida chiesa di San Francesco.
Edificio medioevale che nella struttura fonde stile romanico e gotico, è
celebre perchè custodisce le tombe di alcuni lodigiani illustri - la poetessa Ada Negri, il naturalista Agostino Bassi e il librettista Francesco De Lemene - ma anche per la facciata a vento e i numerosi affreschi dell'interno.

Sono opere che ci guidano in un itinerario pittorico che va dal Trecento al Settecento, talora frutto di mani sconosciute ma non per questo meno pregevoli. Suggestivo entrare in chiesa nelle giornate di sole, quando la luce dorata del pomeriggio gioca sui dipinti delle navate traendone i colori dell'arcobaleno.
Parecchi meriterebbero attenzione, a
cominciare dalle varie raffigurazioni di Maria, tra le quali mi piace ricordare la Madonna col Bambino del cosiddetto Maestro di Ada Negri, esempio di rara espressività e delicatezza che vedete qui a lato.

Ma quello che mi affascina da sempre, e che considero in qualche modo mio tale è l'affetto che mi lega ad esso, è l'affresco che vedete nella foto grande in alto e in un particolare qui sotto.
Raffigura lo "Sposalizio mistico di Santa
Caterina", opera della scuola di Giovannino de' Grassi (1350 - 1398), databile verso la fine del Trecento.
Non lo si vede subito all'interno della chiesa: è infatti
sotto l'arco ogivale della navata destra in corrispondenza della Cappella di San Bernardino e bisogna cercarlo. Ma una volta trovato, si resta incantati dalla sua leggiadrìa.

Osservatelo: spiccano i suoi colori e la sua luminosità sul fondo scuro dal quale l'affresco prende risalto. E se anche la figura di Santa Caterina, a destra in basso, non risulta quasi più visibile e se ne scorge solo una mano che sta per essere inanellata da Gesù Bambino, è l'immagine di Maria in mezzo a un aereo corteggio di angeli a costituire la vera grazia del dipinto.
Si china infatti lievemente verso Caterina - ma
anche verso ciascuno di noi - e la leggera curvatura del suo corpo che segue quella del Bambino ha una delicatezza ineffabile. È una giovane, bionda fanciulla che offre il suo Figlio con un' espressione indefinibile che sembra aprirsi al sorriso, ma insieme velarsi di una punta di pensosa mestizia, come si osserva a volte anche in altre raffigurazioni. E ne deriva un effetto di non comune soavità.

Nell'opera, notiamo inoltre una raffinatezza e un'eleganza che non rimandano tanto alla monumentalità giottesca che aveva fatto scuola in quegli anni, ma agli influssi del Gotico Internazionale già diffuso all'epoca anche nell'Italia del nord. Se da un lato infatti l'iconografia colloca la Madonna all'interno di una mandorla secondo moduli del passato, dall'altro la sottigliezza del tratto, le forme allungate insieme alla luminosità dei colori sono caratteri già nuovi che preludono - per esempio - allo stile di Masolino da Panicale, che lavorerà in Lombardia nella prima metà del Quattrocento.

E per esprimere in musica il senso di profonda gratitudine che provo per tutta la bellezza che la vita mi ha messo vicino, ho scelto oggi un brano di Bach che chi frequenta questo blog ricorderà di certo.
Se infatti anni fa ho pubblicato qui l'ultimo dei Sei Corali Schübler per organo, oggi vado all'origine di quel pezzo postando il secondo movimento, "Aria", della "Cantata BWV 137 Lobe den Herren, den mächtigen König der Ehren" (Loda il Signore, potente re di gloria) dalla quale il corale è stato tratto.

Da Bach a Bach quindi. Ma perchè?
Perchè mi è parso interessante vedere come le tre voci che l'organo sintetizza - due suonate sulle tastiere e il tema sulla pedaliera - nella Cantata siano nate invece per tre strumenti diversi. Il violino e il basso continuo infatti, fungono da accompagnamento, mentre la voce del
contralto (o talora del controtenore) fa da solista al quale è affidata la melodia.

Luminosissime e gioiose sono le note del brano nella tonalità di Sol Maggiore e nel loro ritmo un po' danzante, mentre - come già ricordavo in passato - nell'impianto accordale si annuncia già il tema di un'altra Aria più che mai celebre, quella della "Suite n.3 per orchestra BWV 1068" che Bach comporrà qualche anno più tardi.
Ma a prendermi è stato anche il testo cantato: con riferimento ad alcuni Salmi, esso
esprime infatti una costante esortazione alla lode della grandezza divina che guida, sostiene e protegge l'uomo.

Buon ascolto!

(Le foto, prese dal web, rappresentano dall'alto in basso: 1) Sposalizio mistico di Santa Caterina 2) Il fiume Adda a Lodi 3) Dettaglio di Piazza della Vittoria 4) Dettaglio della facciata del Duomo 5) Dettaglio della facciata della chiesa di San Lorenzo 6) Organo del tempio dell'Incoronata 7) Madonna col Bambino del Maestro di Ada Negri 8) Particolare dello Sposalizio mistico di Santa Caterina 9) Facciata della chiesa di San Francesco 10) Bifora a vento della chiesa di San Francesco.