lunedì 24 aprile 2023

Le mie città - 4

F. Guardi : "Cannaregio e il Ponte dei tre archi"

Non si può parlare in poche righe di Venezia, città che ti regala un incanto destinato a restarti dentro, e ogni volta che la rivedi dispiega ai tuoi occhi altra bellezza suscitando sempre nuovo stupore. Ma ho tanti ricordi che me la rendono cara e non posso non annoverarla tra i miei luoghi del cuore.
Ci sono stata la prima volta a quattordici anni, e poi in parecchie occasioni
tra gite scolastiche, viaggi con amici o altre evenienze, ultima delle quali la laurea magistrale a Ca' Foscari di una cara persona di famiglia.

Di Venezia avevo già scritto tempo fa precisamente qui, parlando degli angoli che più mi affascinano: non tanto quelli famosi e fastosi del centro, ma quelli dei sestieri dall'atmosfera più popolare dove, in certi miei sogni adolescenziali, immaginavo di fuggire, di nascondermi o di perdermi.
Ho sempre pensato che Venezia sia la città più adatta nella quale perdersi,
per abbandonarsi a ciò che essa ci presenta di rio in rio, di calle in calle: prospettive, riflessi, luci e ombre, contrasti tra il bianco del marmo e il cotto di case, ponti e sotoporteghi. Un luogo in cui lasciar andare ansie e pensieri per concederci al suo cuore segreto e addentrarci nel labirintico andirivieni di calli e campielli dove ogni svolta apre mondi dal molteplice incanto.

  
Ma quando la città ha iniziato ad essere davvero mia?
Non la prima volta in cui ho visto piazza San Marco peraltro in una giornata radiosa,
 ma una sera d'inverno, appena arrivata con degli amici che avrei dovuto portare in giro il giorno dopo. Sul vaporetto che ci conduceva in centro, ero rimasta all'aperto pensando ingenuamente di ripassare la serie di palazzi che si affacciano sul Canal Grande immaginandomi già come guida: di qui la Ca' Pesaro...di là la Ca' d'Oro e via dicendo. Ma era dicembre, faceva freddo, era buio e per di più una fitta nebbia si addensava sui canali laterali illuminati da qualche fioco lampione che rendeva ancor più evidente l'oscurità circostante!
Eppure, quei palazzi ridotti ad ombre, la solitudine dell'ora, ma soprattutto il silenzio
rotto dallo sciabordare dell'acqua mi avevano preso in modo irrimediabile, esercitando su di me un fascino che ancora dura. Era quella la mia Venezia in cui fuggire, rifugiandomi dove le specchiature marmoree di chiese e palazzi si confondevano con la pietra corrosa delle fondamenta e i ponti inarcati sui canali aprivano prospettive inusitate.

Per questo, nella scelta di un dipinto che la rappresentasse qui, ho avuto molte incertezze. Meglio le cartoline del Canaletto o la pennellata vibrante e luminosa degli Impressionisti? Meglio la città colta nelle sue evanescenze da Turner o negli angoli più poveri da Sargent? Poi ho pensato alla suggestione dell'acqua che fa di Venezia un luogo unico al mondo, un miracolo di splendore e insieme di precarietà, e sono tornata a uno dei miei antichi amori: Francesco Guardi (1712 - 1793).











A cominciare dal suo meraviglioso "Gondole sulla laguna" del quale ho già parlato qui, la maggioranza dei suoi dipinti ci presenta infatti in primo piano l'acqua dei vari canali disseminata proprio di gondole, mentre la città, se non resta ai margini, è spesso in secondo piano. Tante sarebbero le opere da ricordare in cui l'artista ne ritrae i molteplici scorci, ma una tra le mie preferite è questa, intitolata "Cannaregio e il Ponte dei tre archi" e conservata presso la National Gallery of Art di Washington.

Un sestiere lontano da San Marco quello delle fondamenta di Cannaregio dove ancora oggi si trova il ponte che ha ispirato l'artista, forse meno celebre di quelli sul Canal Grande, ma che il Guardi ci ha restituito in un'immagine di grande semplicità ed eleganza. Colpiscono, infatti, quei tre archi a tutto sesto sotto i salienti che ne movimentano il profilo, facendone una splendida rappresentazione dal fascino barocco. E il cotto rossastro della muratura contrasta con la cornice bianca che ne disegna e sottolinea il perimetro.

Le due sponde presentano edifici a destra più semplici e popolari, mentre sulla sinistra gli alti e tipici camini veneziani fatti a tronco di cono rovesciato - come vediamo per esempio nelle tele del Carpaccio - ci indicano la presenza di palazzi nobiliari.
Ma del dipinto amo anche l'atmosfera densa del cielo e il colore verdino dell'acqua
nella quale si specchiano barche e case in un riflesso indefinito che dà ulteriore fascino alla rappresentazione.
E mi pare che, se da un lato ciò può essere un'eredità della pittura tonale del
Cinquecento che proprio in Veneto ha avuto il suo centro, dall'altro conferisca all'opera un'aura già preromantica. Del resto, quella del Guardi non è la riproduzione esatta di Venezia a somiglianza dei quadri del Canaletto, ma un'immagine che l'artista ha filtrato attraverso la propria sensibilità e le proprie emozioni.

Ed è seguendo la suggestione dell'acqua nel suo movimento che ho scelto il brano di oggi. È Vivaldi naturalmente, col mirabile "Andante" del "Concerto in Si bemolle maggiore a due cori RV 583, per archi e violino discordato".
Il termine discordato si riferisce a un' accordatura leggermente diversa dal solito
nella quale una corda dello strumento viene abbassata di tono allo scopo di variarne il timbro dando alla musica un effetto talora più intenso o dissonante; l'espressione a due cori si riferisce invece alla presenza di due complessi strumentali.
Il pezzo ha un ritmo lento e un tono struggente che creano subito un clima
meditativo. Sopra un accompagnamento sempre uguale - quasi una sorta di ostinato simile al moto ondoso dell'acqua lagunare - il violino solista inanella una melodia dolcissima e di rara delicatezza. L'aria si sovrappone alla base creata dagli archi e, dal pianissimo iniziale, si ripete arricchendosi di trilli e variazioni di progressiva intensità senza tuttavia perdere la sua atmosfera assorta.
Un brano da ascoltare a lungo lasciandosi pervadere dal suo incanto, magari sognando di perdersi nello splendore di Venezia.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

domenica 16 aprile 2023

Come rami di un albero

Siete mai stati inseguiti da una musica?
Dico sul serio. Ci sono brani che talora ci
inseguono parlandoci con tormentosa insistenza, e non ci lasciano tranquilli se non quando siamo stati pienamente catturati dalla loro bellezza fino a coglierne ogni sfaccettatura.

Una volta che li abbiamo ascoltati, infatti, ci ritornano in mente in continuazione, ci svegliano al mattino, ci fioriscono nell'anima al di là della nostra volontà, simili a gemme capaci di affiorare in superficie dal fondo di un oceano più che mai misterioso. Talora nascono da un contesto molto lontano da ciò che stiamo vivendo, altre volte invece sono in prodigiosa sintonia con le nostre giornate.
A me - ma chissà a quanti altri! - capita spesso di svegliarmi con una
musica nel cuore non cercata consapevolmente, ma magari rimasta dentro da un vecchio ascolto, come un seme che ha messo radici e si fa strada con tenacia per germogliare. Mi è accaduto diverse volte e devo averlo già detto qui, ma nei giorni scorsi la cosa si è ripetuta ancora sulle incantevoli note di Vivaldi.

Ricorderete che, due settimane fa, ho pubblicato il "Quia respexit" dal "Magnificat RV 611" del compositore veneziano ma, ascoltando anche gli altri movimenti, sono stata profondamente affascinata da uno dei pezzi successivi: l' "Et misericordia" che mi ha inseguito fino ad oggi e che - appunto - vi propongo.
Nonostante il versetto del Magnificat porti un annunzio di letizia - "Et misericordia eius a progenie in
progenies timentibus eum" : di generazione in generazione la sua misericordia (si stende) su quelli che lo temono - il brano non è particolarmente luminoso. Presenta infatti passaggi dissonanti e drammatici con frequenti salti di sesta minore e settima maggiore (es. do - la bemolle e do - si).

Ma l'intensa suggestione di queste note mi arriva soprattutto dalla loro struttura fugata. Nell'indicazione di Andante molto, infatti, le varie voci s'inseguono e s'intrecciano in una costruzione sempre più complessa e articolata come in una progressiva ramificazione che riprende il testo ripetendolo in diverse tonalità.
Sembra quasi che Vivaldi, attraverso tale struttura, abbia costruito in musica
un albero le cui fronde crescono e si diversificano a significare che la misericordia di cui si parla si estende a tutti come linfa vivificante.
Una linfa simile a un'eredità che si propaga di gemma in
gemma, di fiore in fiore, di ramo in ramo, di generazione in generazione, a progenie in progenies, entrando nella concretezza delle tante esistenze e dei loro differenti caratteri con un procedere ora armonico, ora sofferto e tortuoso, ma sempre fecondo.
Sul piano musicale, ciò si traduce in una varietà di toni che le note attraversano:
ora più cupi, ora animati da qualche sprazzo di luce, ora più intensi, ora più lievi. Bellissimo infine il delicato accordo in maggiore con cui il coro si conclude, apertura positiva alla speranza come il testo suggerisce.

E mi piace pubblicare il brano proprio oggi, giorno in cui la liturgia ricorda appunto la Festa della Divina Misericordia.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

domenica 9 aprile 2023

Buona Pasqua!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Beato Angelico (1395 - 1455) : "Noli me tangere", iniziale miniata dal "Graduale di San Domenico" - Firenze, Museo di San Marco.

 

Franz Schubert (1797 - 1828) : "Gloria" dalla "Messa in Sol maggiore D.167".

venerdì 7 aprile 2023

Venerdì Santo

Masaccio (1401 - 1428) : "Crocifissione" (particolare) - Napoli, Museo nazionale di Capodimonte.

 

 Josef Gabriel Rheinberger (1839 - 1901) : "Agnus Dei" dalla "Messa in Mi  bemolle op.109 - Cantus Missae".

venerdì 31 marzo 2023

Lo sguardo di Maria

Solo da pochi giorni ho scoperto sul web questa bellissima "Annunciazione" ed è proprio grazie al suo fascino che mi è nato il desiderio di condividerla qui, anche in considerazione del fatto che se ne è celebrata la ricorrenza proprio pochi giorni fa.
Si tratta di un'opera di Heinrich Johann Sinkel (1835 - 1908), artista olandese
formatosi però all'Accademia d'arte di Düsseldorf e poi - se si eccettuano brevi parentesi altrove - vissuto lì fino alla morte.
Il dipinto mi ha colpito per la nitida luminosità dell'ambiente, ma in particolare per la rappresentazione di Maria: una fanciulla
dall'espressione delicatissima e insieme interlocutoria, elegante nel blu di un mantello semplice e al tempo stesso sontuoso, ma soprattutto splendida nei suoi lunghi capelli ramati.
E mi ha subito risvegliato due ricordi: da un lato le tante Madonne di scuola
fiamminga - pensate a Memling, ma non solo - con la chioma dello stesso colore che, tra l'altro, sarà poi caro a parecchi artisti; dall'altro, lo stile dei Preraffaelliti che hanno spesso raffigurato le donne, e tra loro Maria, con lunghi capelli rossi, a cominciare da Dante Gabriele Rossetti. A dire il vero, non risulta che Sinkel abbia avuto contatti con loro, tuttavia di primo acchito il dipinto mi suggerisce qualche somiglianza.

Qui, infatti, Maria è una dolce fanciulla dalle trecce forse appena disfatte, colta nella sua stanzetta nell'intimità della preghiera o della meditazione, come dimostra il rotolo delle Scritture che ha davanti.
Da lei promana un'aura di straordinaria bellezza che Sinkel ha riprodotto nel lieve alone di luce che la circonda, ma sono soprattutto le mani e lo sguardo ad esprimerne lo stato d'animo. 

Non è paura la sua, ma certo sorpresa unita a consapevolezza di sè e domanda. Non è la dolce ritrosìa di certe Annunciazioni medioevali come quella famosissima di Simone Martini, dove il corpo della Vergine s'incurva quasi a ritrarsi di fronte all'Angelo. Ma la Maria di Sinkel ha nello sguardo la fermezza di una domanda che cogliamo anche nella destra alzata e nel capo leggermente inclinato come a chiedere ragione di ciò che le sta accadendo. 

Anche l'Angelo - un fanciullo pure lui dai capelli rossi - ha la stessa fermezza sia nel profilo che nel gesto della mano, e un'aura di luce intorno al capo.
In contrasto con i due mantelli a tinte forti,
l'ambiente è invece di una chiara luminosità messa in evidenza dal bianco del giglio e della colomba proprio al centro del dipinto.
Intorno, una stanzetta semplice, quasi disadorna
nell'essenzialità degli arredi, ma non priva di una sua grazia anche per l'apertura verso l'esterno, forse l'arcata di un loggiato, che ci riconduce all'iconografia di numerose Annunciazioni del passato - dal Beato Angelico al Perugino o al Botticelli solo per citarne alcune - dove la stanza in cui la scena è ambientata si apre sul panorama circostante.

E che cosa vediamo qui del mondo esterno?
Uno scorcio di prato, le fronde di un albero con alcuni
frutti, il cielo e in mezzo un fiume: particolari da scoprire pian piano che ci rivelano l'impianto realistico della rappresentazione nell'apertura a quel mondo cui è destinato l'evento che si compie in Maria. E poi dettagli come il libro sull'inginocchiatoio e altri ancora nell'angolo accanto alla Vergine, che ci parlano di assorta contemplazione in un'aura di calma e di silenzio.

Così, a questa immagine mi piace associare un brano dal "Magnificat RV 611" di Antonio Vivaldi (1678 - 1741), composizione affascinante e singolare non solo perchè il musicista vi rielabora ed amplia un suo precedente lavoro, ma perchè dei dieci pezzi che la compongono, ben sei - tra i quali quello che vi propongo - sono in tonalità minore.
Trattandosi di un tema di per sè gioioso come il
Magnificat, la cosa può suonare strana. Del resto, per Vivaldi non è un caso isolato perchè anche il suo "Laudate Dominum RV 606" esordisce proprio in minore.
A dire il vero, non ne conosco il motivo, ma mi
piace pensare che il compositore voglia in qualche modo simboleggiare quella fusione tra cielo e terra, infinito e finito di cui Maria è punto d'incontro, insieme alla percezione talora struggente di una gioia che scende a trasfigurare la realtà terrena senza però ignorarne il limite.

Anche per questo, del Magnificat ho scelto il "Quia respexit humilitatem" in sol minore, brano lento e lievemente scandito nel suo ritmo di Andante molto, che mi pare possa rispecchiare la stessa calma meditativa che ci regala il dipinto. Proprio tale ritmo di 3/4, fin dalle battute introduttive, può ricordare altre splendide melodie vivaldiane a cominciare dal secondo movimento - guarda caso anch'esso un Andante molto - del "Concerto in Do maggiore con molti strumenti RV 558".
Temi ricorrenti che attraversano la musica del compositore veneziano e ce ne
restituiscono l'anima in mille sfaccettature, a somiglianza della pennellata di Sinkel che conferisce a Maria uno sguardo di indimenticabile spessore e incanto.

Buon ascolto! 

(La foto è presa dal web)

giovedì 23 marzo 2023

Le mie città - 3

"Città sul mare"

Sono due tavolette di piccole dimensioni quelle che vi presento oggi, intitolate "Città sul mare" e "Paesaggio con castello sul lago", entrambe conservate presso la Pinacoteca Nazionale di Siena ed entrambe di discussa attribuzione. Ne è stata infatti riconosciuta la paternità prima al senese Ambrogio Lorenzetti (1290 - 1348), mentre in tempi più recenti il critico Federico Zeri ha ipotizzato che, in origine, i due dipinti fossero parte del Polittico dell'Arte della Lana (1424), opera di Stefano di Giovanni di Consolo, senese pure lui e meglio conosciuto come il Sassetta (1392ca. - 1450).

"Paesaggio con castello sul lago"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La singolarità di tali composizioni sta nel fatto che ad essere rappresentato è solo il paesaggio, tema che, se finora aveva fatto da semplice cornice e sfondo ad altri argomenti pittorici, balza qui in primo piano anticipando una tendenza che si consoliderà dalla fine del Cinquecento in poi.
Nel primo dipinto, quella che vediamo è una piccola città medioevale, sviluppatasi
probabilmente dal borgo del vicino castello, circordata da mura e affacciata sul mare. Alcuni testi dicono si tratti di Talamone, utilizzata a suo tempo dai Senesi come porto sul Tirreno e sormontata da una rocca esistente ancora oggi.
Nel secondo quadretto, in realtà, c'è solo un piccolo castello in mezzo alla natura e a
uno scorcio di lago ma, pur non trattandosi di una città, non mi piace separarlo dal primo perchè quella barchetta in attesa e l'assenza di figure umane mi regalano lo stesso silenzio, quasi fossero due opere gemelle. E in effetti, c'è chi ha avanzato l'ipotesi che fossero state dipinte sulle ante dell'armadio che conteneva il Polittico dell'Arte della Lana.

In ogni caso, due panorami splendidi, due piccoli gioielli pittorici che sarebbe bello contemplare magari in uno studiolo appartato, nella tranquillità pomeridiana di un giorno di riposo, o in quell'atmosfera un po' molle di certe domeniche solitarie quando le strade sono vuote, il cielo è appena grigio e forse pioverà.

Ma quali elementi hanno reso mie queste composizioni?
A colpirmi è stata subito la loro nitida armonia
, insieme alla capacità dell'artista di raffigurare la solitudine dei panorami, facendocene percepire non tanto il vuoto, ma soprattutto la calma e la pace.
Osservandone i particolari, mi sembra di poter entrare
nei dipinti, percorrendo le vie solitarie e strette tipiche dell'urbanistica medioevale, o addentrandomi tra il verde dei sentieri che dal castello sul lago conducono a una chiesetta poco più in su. Vie in apparenza assolate nel silenzio del primo pomeriggio, dove lasciar vagare i pensieri in una solitudine amica, tra edifici dalle eleganti merlature, torri alte e sottili, magari accarezzati dal vento che soffia dal mare. E insieme esplorare una campagna dai tratti affascinanti che ricorda tanti scorci del paesaggio toscano splendidi ancora oggi, o certi paesetti arroccati su di un colle che ho visitato spesso inoltrandomi nella loro quiete.

Analizzando la prima tavola, scopriamo un'attenzione minuziosa ai dettagli come le vele gonfie dell'imbarcazione sul mare, le inferriate alle finestre del castello e il ponte levatoio: dati che ci restituiscono una visuale nitida e realistica anche se talora prospetticamente un po' incerta - come si vede qui a lato - nella cinta muraria dietro la rocca.

I colori piuttosto tenui - grigio, rosa, verdino e il beige del terreno in apparenza brullo - conferiscono al quadretto un che di riposante, mentre l'assenza quasi totale di figure umane - se si eccettua quella in basso a destra, forse in procinto di fare un bagno - accresce la sensazione di calma che promana dall'opera. Ne deriva quasi una sorta di paesaggio ideale dalla fisionomia raccolta, da custodire nel cuore e al quale riandare ogni tanto in cerca di serenità, come a un luogo al quale ci leghi una segreta appartenenza.

Se nella prima tavola a prevalere è la geometria delle costruzioni, nella seconda è la morbidezza della vegetazione con le diverse tonalità di verde: dalle acque del lago, al terreno, agli alberi, agli appezzamenti coltivati, mentre le due collinette chiare in primo piano hanno un che di fiabesco che rimanda allo stile del Gotico internazionale, presente in Italia nel primo Quattrocento.

Non sappiamo con certezza se il lago raffigurato qui sia quello di Chiusi o il Trasimeno. In ogni caso, sono immagini che restano dentro e che possono aver colpito non solo uno spettatore profano come la sottoscritta, ma anche vari artisti suscitando  significativi ricordi o suggestioni.
Per questo, chi legge mi perdonerà se mi
abbandono a voli pindarici con un'ipotesi un po' azzardata.
Nelle mie peregrinazioni sul web, mi sono
imbattuta infatti in un affascinante dipinto di una delle personalità artistiche più significative del Novecento: si tratta di "Chosen site" di Paul Klee (1879 - 1940).

Qui - come vedete nella foto a lato - in un ambiente spoglio e disadorno, il pittore ha rappresentato un agglomerato urbano fatto di tante casette addossate le une alle altre e di torri, forse anche una cinta muraria, probabilmente su di un colle. Una struttura che può ricordare quella di un paesetto medioevale molto stilizzato, incantevole nella sua essenzialità di linee angolose e geometrizzanti, che - chi lo sa! - potrebbe anche essere stato ispirato dalla "Città sul mare" del Sassetta. La cosa, del resto, non sarebbe così inverosimile perchè Klee, dai 22 anni in poi, si era recato più volte in Italia per un apprendistato pittorico, riportandone una grande ricchezza di stimoli e suggestioni.

Allora, alla calma di queste città uscite dalla fantasia di artisti antichi e moderni, mi piace associare un brano di Bach, autore del passato e insieme del presente, tanto la sua musica sa parlarci ancora oggi entrando nel nostro vissuto a sostanziarlo con l'inesauribile splendore delle sue note.
Si tratta della "Sarabanda" dalla "Partita n.1 per clavicembalo in Si bemolle maggiore BWV 825",
danza dall'incedere tranquillo che sembra proprio condurci con passo lento attraverso le silenziose geometrie di queste città.
Tecnicamente abbastanza facile, il brano esige però un'interpretazione che sappia
giocare sulle sfumature, sulle dinamiche di crescendo o diminuendo e sull'alternanza ritmica di sedicesimi e trentaduesimi, per far fiorire tutta l'intimità e la delicatezza di alcuni passaggi.
Una musica dalla quale lasciarsi portare con la stessa serenità pensosa che ci
offrono queste immagini per meglio addentrarci nella loro bellezza senza tempo.

Buon ascolto!

mercoledì 15 marzo 2023

"Per colui che segretamente ascolta"

Ho scelto un suggestivo dettaglio del dipinto intitolato "Viandante sul mare di nebbia" di Caspar David Friedrich (1774 - 1840) - e forse non basta ancora - per rappresentare i tratti del genio musicale di Robert Schumann (1810 - 1856).
Friedrich e Schumann: due artisti vissuti per
buona parte della loro vita nell'ambito culturale del Romanticismo tedesco che - sia pure con linguaggi differenti - hanno rappresentato non solo riflettendone i caratteri, ma in qualche modo travalicandoli e precorrendo per certi aspetti anche i tempi.

Se Friedrich ama la solitudine di una natura cupa, il clima pittorico dell'arte cimiteriale e il gusto per le rovine in voga alla fine del Settecento, nel raffigurare il suo celebre Viandante va oltre. Dipinge infatti nebbia, nuvole, rocce e alberi, ma il senso di infinito e indefinito che vi fa aleggiare nasconde la fisionomia del paesaggio inducendoci a immaginare dirupi e forre in un'atmosfera fortemente onirica.
E la figura del protagonista vista di spalle - un personaggio nel quale anche lo spettatore si può immedesimare - accresce il senso di mistero e la percezione della piccolezza dell'uomo davanti alla grandiosità della natura. Una sproporzione che, se da un lato si traduce in poetica del sublime, dall'altro può anticipare quel disorientamento che darà poi origine alla crisi esistenziale di fine Ottocento.

Sul fronte musicale, Schumann si fa interprete dei più squisiti tratti del Romanticismo, attingendo certo a Beethoven, ma rinnovando l'omaggio al suo grande modello attraverso una sensibilità che lo porta spesso ad esplorare i timbri più rarefatti dell'espressione. L'amore per la natura e l'intensa e tormentata passione per Clara Wieck, fortemente osteggiata del padre di lei, sono due dei nuclei ispiratori attorno ai quali si incentra la sua poetica musicale.
Solo per fare qualche esempio, il primo emerge da composizioni quali
"Waldszenen"  (Scene dal bosco); il secondo da quel meraviglioso Lied che è "Widmung" (Dedica), scritto proprio per l'amatissima Clara. Ma anche in altri brani registriamo un alternarsi di impeto e delicatezza, passionalità e intimismo, due componenti della propria personalità che Schumann aveva identificato in una sorta di binomio estetico con le figure immaginarie di Florestano ed Eusebio.

Quello che vi presento oggi è un pezzo significativo proprio a questo riguardo e precisamente il terzo movimento delle "Fantasia in Do maggiore op.17", un pezzo capace di prenderci davvero al primo ascolto.
Il fatto che si tratti di una Fantasia la dice lunga sulla libertà del compositore
sia in rapporto alla struttura che alla varietà e mutevolezza dei suoi temi.
La struttura infatti, pur essendo sempre in tre tempi, modifica lo schema
tradizionale della Sonata - Allegro, Adagio, Allegro - collocando il movimento lento nel finale, mentre i vari temi si dipanano liberamente seguendo, ancor più delle regole armoniche, un'ispirazione dettata dal cuore che traduce in note suggestioni di indefinita vastità. Del resto, la composizione, nata come omaggio a Beethoven, si svincola poi dall'intento celebrativo e Schumann vi fa rifluire le mille sfumature del sentimento che nutre per l'amatissima Clara.

Il terzo tempo - Lento. Sempre piano, come recita l'indicazione agogica - inizia con profondissimi arpeggi che possono ricordare altri celebri esordi, dalla Sonata Al chiaro di luna di Beethoven a certi brani di Schubert. Arpeggi che forse in futuro ispireranno Tchaikovsky nell' introduzione allo splendido Passo a due dallo Schiaccianoci e magari anche Rachmaninov, se il riferimento non è eccessivo.
È il do diesis della seconda battuta a cambiare subito atmosfera conducendoci
verso un linguaggio musicale d'indicibile incanto, misterioso e mutevole, dove le successive terzine aprono davanti a noi - come nel dipinto di Friederich - arcane suggestioni di infinito e indefinito.
Più sereno e cantabile è invece il secondo tema che va salendo attraverso toni sempre
differenti verso sonorità brillanti e maestose.
Un'alternanza, dunque, di passaggi pervasi da delicato intimismo con altri energici e solari quasi a
ricercare una melodia nascosta e segreta. A questo proposito, è particolarmente significativo il fatto che, dopo vari titoli dati al brano, Schumann vi abbia sostituito i versi del poeta Friedrich Schlegel:  

"Fra tutti i suoni / che riempiono il fantasioso sogno terrestre / corre una melodia sommessa / per colui che segretamente ascolta". 

Parole che testimoniano la volontà del compositore di uscire dagli schemi dando ancor più intensamente voce alla propria anima e forse dire alla sua Clara che quelle note, più che a Beethoven, erano dedicate a lei.
Ma insieme a Clara, l'atmosfera onirica del brano col suo fraseggio ora
inquieto, ora luminoso, può suggerire anche a noi ciò che di recondito e segreto solo la musica sa esprimere.

Buon ascolto!

(Le foto è presa dal web)

 

martedì 7 marzo 2023

La saggezza di Merlino

"La cosa migliore da fare quando si è tristi è imparare qualcosa. E' l'unica cosa che non fallisce mai.
Puoi essere invecchiato, con il tuo corpo tremolante e indebolito, puoi passare notti insonni ad ascoltare la malattia che prende le tue vene, puoi perdere il tuo solo amore, puoi vedere il mondo attorno a te devastato da lunatici maligni, o sapere
che il tuo onore è calpestato nelle fogne delle menti più vili. C'è solo una cosa che tu possa fare per questo: imparare.
Impara perchè il mondo si muove e cosa lo muove. Questa è l'unica cosa per cui la
mente non si stancherà mai, non si alienerà mai, non sarà mai torturata, nè spaventata o intimidita, nè sognerà mai di pentirsene.
Imparare è l'unica cosa per te. Guarda quante cose ci sono da imparare!"
(T.H.White)

Da giorni, ho in testa e nel cuore le parole che ho riportato qui sopra e che Terence Hanbury White nel suo libro "La spada nella roccia" mette in bocca al Mago Merlino mentre istruisce il giovane Semola, futuro re Artù.
Al di là dell'epopea fiorita nel tempo intorno alla figura di Artù - fatta di tanti dati leggendari e qualche incerto elemento storico -
tutti lo conosciamo se non altro per aver visto lo splendido film di animazione che la Disney, non senza qualche aggiunta umoristica, ha tratto proprio dal libro di White.
Ma le parole che avete letto mi hanno colpito soprattutto per la loro straordinaria
saggezza e attualità quasi l'intenzione dell'autore fosse quella di suggerire un rimedio ai mali del suo tempo e insieme del futuro. Non dimentichiamo, infatti, che il testo è uscito nel 1938, alla vigilia della seconda guerra mondiale.

Imparare, dunque? Sì, imparare come antidoto contro la tristezza, la vecchiaia, il dolore, la solitudine, il disonore e la devastazione del mondo. Imparare per reagire all'aggressione di ciò che ci distrugge fisicamente ma spesso anche interiormente. Imparare perchè è azione creativa, ricostruttiva, possesso eterno che nessuno ci potrà togliere.

E che cosa imparare? Perchè il mondo si muove e cosa lo muove, afferma Merlino: tema infinito e complesso che va a indagare i progressi delle scienze e insieme la dimensione creativa di ogni lavoro o ambito di impegno. Ma ci porta anche a scavare in noi alla ricerca del motore segreto delle cose, dalle piccole alle grandi, dai gesti quotidiani a quell' insaziabile nostalgia che conduce alle soglie del mistero, dando origine alle più splendide opere d'arte.
E nel cuore profondo di tale ricerca, come non pensare a Dante e all'Amor che move il sole e l'altre stelle?
Certo Merlino istruisce un giovane, ma White ha lo sguardo lungo e vede lontano,
suggerendomi quanto imparare sia antidoto alla tristezza di ogni età, perchè è alimentare lo stupore e non smettere mai di mettersi in gioco, magari anche iniziando a suonare uno strumento o una nuova musica.

Allora, oggi vi regalo il brano sul quale nel mio piccolo - anzi piccolissimo - sto mettendo le mani proprio in questi giorni. Così torniamo a Franz Schubert e al pezzo della volta scorsa: la "Sonata per pianoforte in La maggiore n.13, D 664" della quale ora sto imparando il secondo movimento.
Meno vivace e molto più pacato dell' Allegro finale che avete già ascoltato, questo
Andante inizia nell'ombra, ma prosegue con passaggi di grande delicatezza insieme a luminose aperture che sembrano anticipare Chopin e dalle quali scaturisce una limpida gioia.
Un brano romantico nel quale il compositore ci conduce attraverso i diversi colori
di un sentimento che affiora piano dal profondo, si fa strada dolcemente e va ad esplodere ora ridondante e gioioso, ora acuto e drammatico, infine di nuovo assorto e sommesso.
A offrircelo è ancora una volta Mitsuko Uchida che, col suo tocco, fa affiorare tutto
l'incanto del genio schubertiano che muove queste note.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

lunedì 27 febbraio 2023

Ritrovarsi fra le note

Sono infinite le suggestioni che la musica ci offre, ora portandoci fuori di noi, ora invece inabissandoci nelle onde più o meno alte e tempestose delle nostre emozioni.
Ci consente infatti di attingere a quel
nucleo segreto in cui ritroviamo magicamente noi stessi e la nostra unità interiore, sperimentando talora gli effetti di una vera e propria musicoterapia, come spesso mi è capitato di osservare in passato.

Davvero le note hanno questo potere ? Certo! Ognuno di noi ne avrà provato tante volte l'efficacia e mi limito a ricordare soltanto lo splendido Adagio della Serenata K.361 "Gran partita" di Mozart che, per me, è uno degli esempi più luminosi a questo riguardo. Ma ciascuno di noi ha una sua sensibilità che lo rende più o meno ricettivo ad uno stile o ai caratteri di un compositore come pure alle fluttuazioni del momento.

Così, le fluttuazioni del momento oggi mi hanno portato a Franz Schubert (1797 - 1828) e a una deliziosa composizione della quale conoscevo solo il pacatissimo secondo movimento, mentre l'ultimo mi ha sorpreso per il clima del tutto differente improntato ora alla serenità giocosa di un ruscello, ora all'impeto tumultuoso di una cascata. La cosa non è certo una novità perchè, nella prassi compositiva di sonate e sinfonie perlomeno da Mozart in poi - ma se vogliamo andare indietro anche nelle suites barocche - i tempi finali sono spesso molto animati, veloci e vivacissimi. Ma questo di Schubert mi ha colpito anche per la sua particolare grazia.

Si tratta dell' Allegro conclusivo della "Sonata per pianoforte in La maggiore n.13, D 664". Il brano, costruito come composizione bitematica tripartita in un tempo di 6/8, si apre con una melodia di giocosa leggerezza, seguita da passaggi agitati e impetuosi che si collegano al secondo tema: un'aria cantabile prima scandita e danzante, poi più movimentata. Il tutto viene esposto due volte mentre nella terza il tono si fa decisamente più drammatico e concitato per riprendere poi, nella coda, la dolcezza iniziale.
La composizione, scritta da Schubert nel 1819, mi sembra fondere in mirabile
equilibrio l'armonia del classicismo con l'impeto romantico dello Sturm und Drang. Ci sento infatti il garbo, la delicatezza e la misura delle creazioni mozartiane, soprattutto dove la melodia va in minore, ma anche - passatemi l'espressione - il piglio imperioso di Beethoven nei momenti in cui l'andamento si fa drammatico, irruento e ricco di sonorità quasi orchestrali. Il tutto fuso ed elaborato in splendida sintesi dal genio schubertiano.

Entrare in queste note è un meraviglioso perdersi e ritrovarsi nel loro andirivieni, mentre ogni volta mi evocano una serie di luminose immagini: bimbi che giocano saltando felici, fiori di campo a primavera, farfalle in volo in vortici di ariosa leggerezza. Una musica che esordisce spensierata a somiglianza di un rivo canoro, per poi farsi torrente impetuoso, e tornare di nuovo serena e danzante.
Un pezzo che mi piace ascoltare in questi nostri tempi tutt'altro che spensierati,
per ritrovare angoli di bellezza a cui dissetare il cuore.
A ciò contribuisce la mirabile interpretazione di Mitsuko Uchida che, col suo tocco,
sa conciliare forte e piano, velocità e sfumature più lente, energia e morbidezza, consentendoci di apprezzarne al meglio l'incanto.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 19 febbraio 2023

Le mie città - 2

A. Inganni: "Il Naviglio di via Vittoria col ponte di via Olocati"











 

Quante volte ho già detto che amo Milano? Tante probabilmente, perchè è una città che - benchè non ci abiti nè ci sia nata - nel tempo mi ha regalato il suo molteplice fascino, come molteplici sono i quartieri, gli ambiti delle sue attività e i suoi splendidi musei.
Ne ho visto modificarsi negli anni la fisionomia, da quando mia mamma mi ci
portava che ero ancora bambina fino ad ora, ma nel tempo vi ho anche coltivato interessi e amicizie che hanno approfondito il mio legame col suo mondo.
Oggi Milano è una fusione sempre più evidente di passato e contemporaneità: da opere d'arte di
assoluta bellezza a uno skyline ogni giorno più irto di avveneristici grattacieli; da botteghe storiche che ancora sopravvivono lottando con la crisi economica, fino al rumoreggiare di piazze e stazioni animate da una folla cosmopolita.
Ma c'è anche una dimensione più intima e discreta, signorile e appartata, dove la pietra
liberty di tanti palazzi si ammanta di spalliere di gelsomini: una città fatta di silenzi che scopriamo inoltrandoci in certe corti ombrose del centro storico o in periferia, dove alcuni angoli hanno ancora sapore di paese.

È la Milano che porto nel cuore per averla girata a piedi tante volte negli anni universitari, quando la movida non esisteva, corso Como confinava con la campagna e i Navigli nelle sere invernali erano solo nebbia e solitudine. 

Una Milano d'altri tempi che sopravvive in alcune strade e alcuni scorci, come d'altri tempi sono le immagini di quei pittori dell'Ottocento o del primo Novecento che ci restituiscono la pacata bellezza di una città d'acque, quando la cerchia dei Navigli intorno al centro storico era scoperta.
Sono artisti come Angelo Inganni, Giovanni
Migliara, Emilio Gola, Mosè Bianchi, Arturo Ferrari e Giovanni Segantini - solo per citarne alcuni - i cui dipinti testimoniano un'attenzione al quotidiano e un respiro di intimità nel quale mi piace immergermi. Per questo, ho scelto qui opere di un passato che - per quanto cronologicamente non mi appartenga - trovo interessante perchè mi consente di scoprire, nelle immagini di ieri, angoli ed edifici che ancora oggi sono parte significativa del tessuto urbano.

È di Angelo Inganni (1807 - 1880) il dipinto intitolato "Il Naviglio di via Vittoria col ponte di via Olocati", conservato in una collezione privata. Si tratta di una delle tante vedute realistiche della città che il pittore riproporrà anche in versioni di poco differenti. Il Naviglio è il centro di attrattiva del quadro, ma è soprattutto la neve a donare fascino e intimità al panorama, velandolo di un'atmosfera particolare e di una lieve foschia che si addensa sullo sfondo.

La prospettiva si apre verso di noi come se potessimo navigare sopra uno dei barconi in primo piano, e mentre la casa di ringhiera a sinistra ci riporta quasi in campagna o in un ambiente popolare, a destra la lunga schiera di edifici di diversa altezza rende meglio l'idea di un contesto cittadino.
Ma sono le tante figurette rappresentate - i barcaioli, la donna col bimbo che attende
sulla riva, quella sul ballatoio e i passanti - insieme ad altri dettagli che, a mio avviso, collocano il pittore nella fase di passaggio da un vedutismo urbano attento all'esattezza della riproduzione, a uno stile che prelude invece alla pennellata degli Impressionisti.

Sempre per ritrovare nella città di ieri quartieri ed edifici che sopravvivono ancora oggi, tra le tante opere dei vari artisti, mi piace riportarne tre, conservate tutte presso le Civiche Raccolte Storiche del Comune di Milano.

A. Inganni: "Veduta del Naviglio di San Marco"   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora Angelo Inganni è l'autore del quadro intitolato "Veduta del Naviglio di San Marco". Qui l'opera, molto pacata e ariosa, riproduce lo scorrere del Naviglio in una zona più signorile, come notiamo dagli edifici, dalla bella fiancata della chiesa di San Marco con le absidi delle cappelle laterali e da altri eleganti dettagli descrittivi. Un panorama riposante nel quale è piacevole inoltrarsi in un'atmosfera di tranquillità a misura d'uomo.

A. Ferrari : "Il laghetto dell'Ospedale"


 

 

 

 

 

 

 

 

 


Di Arturo Ferrari (1861 - 1932) è invece "Il laghetto dell'Ospedale" detto anche "Laghetto di Santo Stefano".
Qui siamo molto vicini al centro della città. Ce lo dicono due elementi dello sfondo: la
guglia del Duomo sulla quale ingrandendo la foto si vede la Madonnina, e un campanile - probabilmente proprio quello della chiesa di Santo Stefano - mentre l'ospedale cui si riferisce il titolo del quadro è certo la Ca' Granda, oggi sede dell'Università Statale. Il laghetto rappresentato, risalente al XIV secolo, era stato già interrato a metà dell'Ottocento e Arturo Ferrari, intorno al 1905, ne fa una ricostruzione sulla base dei documenti e della sua fantasia pittorica.

Nonostante siamo nel centro storico, l'ambiente è popolare come suggerisce la casa di ringhiera coi panni stesi, mentre sul piano tecnico, dalla pennellata luminosa e dalla resa dell'acqua ci rendiamo conto che la lezione degli Impressionisti è già stata assimilata.

A. Ferrari: "Il Verziere".
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Concludo ancora con un quadro di Arturo Ferrari : "Il Verziere".
Anche se non rappresenta i Navigli ma la piazza del mercato - in milanese el verzée -
il dipinto mi è ugualmente caro. Proprio nelle vicinanze di questo quartiere infatti, avevano abitato per qualche tempo i miei genitori appena sposati. E mi tornano in mente i tanti racconti di mia mamma che, da siciliana verace, aveva dovuto familiarizzarsi col dialetto milanese non senza qualche difficoltà iniziale che ricordava con un sorriso.

E a questa mia Milano, come non dedicare un brano di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) che, nonostante alcuni contrasti, con la città ha avuto un rapporto privilegiato e che proprio a Milano si è spento ed è sepolto?
Ho scelto allora il "Preludio" del I atto della "Traviata", pezzo famosissimo e struggente come
pure quello del III atto al quale lo accomuna il primo tema. Ma mentre l'atmosfera musicale dell' Ouverture del III atto è costantemente pervasa da grande tristezza, qui alla malinconia dell'esordio segue il motivo sereno e appassionato dell'aria "Amami, Alfredo". 

Indubbiamente, con le opere di Verdi e col Teatro alla Scala Milano è diventata anche città della musica, tuttavia ho preferito un video non girato sul quel palcoscenico più che mai celebre, ma presso l'Auditorium, durante una fase di registrazione del brano da parte della Filarmonica scaligera diretta da Riccardo Chailly.
L' evento non ufficiale, come si nota dall'abbigliamento dei musicisti, mi
comunica infatti quel senso di quotidiana laboriosità che è una delle doti tradizionalmente attribuite a Milano e per certi aspetti mi piace ancora di più.

Buon ascolto!

 

sabato 11 febbraio 2023

L' aria del mattino

Bella giornata oggi, cielo azzurro, sole pieno, ma aria più che mai frizzante. E forse sarà stato perchè, dopo una mattinata fuori casa, sono rientrata intirizzita che all'improvviso, mentre ero ai fornelli, mi è balenato un ricordo.

Sono convinta che i lavori di casa favoriscano i pensieri, perlomeno alcuni. Sono i mestieri che si fanno mettendo - diciamo così - il pilota automatico e intanto la mente va per conto suo.
Ci sono giorni in cui mentre sto cucinando mi
trovo con la testa nel mio paesetto di montagna, altri in cui la fantasia se ne va libera a spasso e altri ancora in cui mi consegna antichi ricordi.

Credo che sia stata proprio la suggestione del freddo di oggi a riportarmi alla mente le mattine in cui, da studentessa universitaria, prendevo il treno per andare a Milano. Mi alzavo alle sei, ma per quanto presto fosse, erano sempre momenti concitati. In casa eravamo in quattro: io, i miei genitori e una zia che mi adorava...ma avevamo un bagno solo, ragion per cui, appena sveglia, il mio primo problema era dribblare la zia che, nonostante fosse di corporatura pesante, diventava agile come una libellula per precedermi di un soffio.
Se intravvedevo l'ombra bianca della sua camicia da notte che si chiudeva in bagno,
ero perduta. Invano mia mamma le bussava dicendo che la bambina doveva prendere il treno - la bambina, sì...a vent'anni! - ma non c'erano santi. A dire il vero, treni non ne ho mai persi, ma mi riducevo spesso all'ultimo minuto, inseguita dal ritornello dei miei: "Vai, che fai tardi!"

Una volta guadagnato il bagno e sistemata, facevo colazione con mia mamma cercando di eludere i suoi tentativi di infilarmi in tasca a tradimento un panino. Poi iniziava la parte più concitata delle operazioni: raccattavo libri, cartella, borsa, intanto che le dicevo "Guarda fuori se piove!", mentre lei gridava a mia zia - che era un po' dura d'orecchio - che chiamasse l'ascensore, altrimenti dovevo scaraventarmi giù per cinque piani di scale e ci voleva il suo tempo.
Poi, per quanto fossi di fretta, intimava: "Vai a salutare il papà!", il quale papà
dormiva ancora placidamente ma, pur nella nebbia dell'improvviso risveglio, quasi avesse dentro una registrazione automatica riusciva a dirmi in tono accorato: "Sbrigati, che perdi il treno!..."

Da ultimo, mentre mi fiondavo in ascensore, si passava alla modalità raccomandazioni. Mia mamma, con logica ineccepibile, mi diceva di non correre. Ma certo, come no??? A mia zia spettavano invece i consigli di tipo meteorologico che giustamente variavano secondo la stagione. Se faceva caldo: "Non sudare e non stare al sole!"; ma soprattutto se era inverno, le raccomandazioni si moltiplicavano: "Non prendere freddo, mettiti la sciarpa davanti alla bocca, non respirare!"
NON  RESPIRARE !...Giuro che una volta l'ha detto davvero, anche se si era subito
bloccata, forse consapevole dell'assurdità di quello che le era uscito!
Insomma, non so se fosse più affetto che si traduceva in incubo o incubo che
diventava affetto! So che era un miscuglio inscindibile di gesti, attenzioni, ordini e sentimenti che oggi ricordo con gratitudine e sorriso perchè anche il fermento di quei piccoli scorci di quotidianità, segnati dalla partecipazione corale dei miei familiari, esprimeva la sostanza del loro amore.

Così uscivo a precipizio nell'aria del mattino ma, appena fuori, veniva a prendermi Bach - sì sì...che andate a pensare? Proprio lui, Giovanni Sebastiano! - e insieme correvamo leggeri verso la stazione, canticchiando a mezza voce l'Allegro di un Brandeburghese o una sarabanda. Poi sul treno lo scenario cambiava e la giornata si dipanava su altri sentieri.

Più o meno è questa la cronaca di tante mattine dei miei anni universitari, un ricordo al quale oggi mi piace associare un brano di leggerezza gioiosa e giocosa, simile a quella di una ragazza in corsa verso la stazione con in cuore la musica che ama.
Si tratta della celeberrima "Badinerie" che conclude la "Suite n.2 in si minore per
flauto e orchestra BWV 1067" di Johann Sebastian Bach, pezzo brevissimo ma vivace e concitato anche per l'incalzante ritmo di 2/4. Qui protagonista è il flauto che si produce in una serie di virtuosismi che sembrano imitare un saltellante e funambolico passo di danza, e in effetti la badinerie era un pezzo in voga proprio nei balletti del XVIII secolo.

Ho scelto l'esecuzione di Emmanuel Pahud perchè - nonostante non mi
entusiasmino i suoi numerosi glissati - mi piace per la perfetta coesione con l'orchestra e il ritmo veloce, ma non esagerato, che ci consente di apprezzare al meglio l'ariosa e frizzante energia di questo brano.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

sabato 4 febbraio 2023

Fascino catalizzante

Ci sono per tutti - o così almeno credo - giornate che, senza un motivo apparente o per qualche strana congiunzione astrale (...Saturno contro?), partono male come un meccanismo che, appena avviato, misteriosamente s'inceppa.
Hai dormito bene, la mattina si annunzia serena, ti appresti a sbrigare le tue solite incombenze ma - non si sa perchè - qualcosa non gira, una sorta di sotterraneo scontento a cui non sai dare un nome ti pervade. Talora è la sensazione che tanti sforzi per cambiare le cose intorno a noi siano vani, in altri momenti è un grumo di desideri inespressi che non trova un varco per uscire tanto che, a volte, basta 
un'inezia per guastare quella che credevamo una giornata serena.
Allora è più che mai importante mettere in campo delle risorse, e se non basta
una lettura corroborante, un buon caffè o magari una camminata all'aria aperta per partire col piede giusto, un valido aiuto ci viene certo dalla musica.

"Bach?..." mi chiederete, memori di quanto vi ho confidato una volta dicendo che, ai tempi dell'università, appena uscivo di casa mi partiva dentro un brano del compositore, Brandeburghesi in primis?
Certo, Bach! Ma se pure toccate, fughe e concerti hanno un'energia a dir poco resurrezionale, col
tempo tanti altri autori si sono aggiunti, capaci di restituire vivacità al mio passo in caso di bisogno. Tuttavia, spesso non si tratta solo di dare ritmo a un corpo magari un po' arrugginito, ma di risollevare il cuore e allora, perchè una melodia - movimentata o meno - abbia effetto su di noi, bisogna prima di tutto innamorarsene.

Così oggi arrivo a Richard Wagner (1813 - 1883) e al brano che, nei giorni scorsi, mi ha irrimediabilmente preso col suo fascino catalizzante.
Anche se del compositore qui finora ho pubblicato solo un pezzo e spesso nel tempo le
mie scelte si sono rivolte altrove, la mia passione per lui è di vecchia data tanto che, quando casualmente ho ascoltato il brano di oggi, mi sono accorta di conoscerlo già. In realtà, è probabile che l'abbia sentito su Rai 5, senza però farci troppo caso. Invece, mi è rimasto dentro e, quando l'ho ritrovato su youtube, è stato proprio come incontrare una vecchia conoscenza.

Si tratta della splendida "Ouverture" del "Rienzi", una delle prime opere scritte con successo dal compositore intorno al 1840, che vi narra in note la vicenda storica di Cola di Rienzo. Il brano ha un'orchestrazione grandiosa e brillante, molto varia nel suo andamento ora piano, ora maestoso e militaresco, a volte a mio avviso un tantino eccessivo per la massiccia presenza degli ottoni e delle percussioni, tuttavia ricco di un ritmo travolgente.
È stato il primo tema a prendermi, dopo la cupa introduzione annunziata da
squilli di tromba: un tema preparato sapientemente dall'orchestra - fate caso agli accordi che lo precedono! - e che si dipana poi con trascinante e appassionata dolcezza. Bellissimo l'iniziale salto di sesta maggiore ascendente - dal re al si - e di seguito la morbida discesa nella scala cromatica.
Sentirete che, nel corso del pezzo, la melodia ritorna più volte: prima declinata in tono
romantico, poi decisamente marziale, mentre qua e là fa capolino più giocosa e danzante. Ma Wagner la riprenderà anche nel quinto atto dell'opera, nel tema della preghiera del protagonista.

Un plauso alla direzione di Philippe Jordan che - dopo quella di Georg Solti - mi è parsa la migliore. Nei passaggi salienti infatti, conferisce al brano il giusto ritmo, mentre l'orchestra giovanile - la "Gustav Mahler Jugendorchester" - risulta molto ben coesa.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

sabato 28 gennaio 2023

Se la musica è voce

Tengo da parte da parecchio tempo il video di oggi, ma non avevo mai trovato il coraggio di pubblicarlo. 
Si tratta della magistrale e drammatica
interpretazione del "Preludio in do minore n.20 op.28" di Fréderich Chopin, che troviamo nel cd intitolato "The 12th Room" del compianto Maestro Ezio Bosso. 

L'indicazione del brano è "Largo", ma potrebbe anche essere definito "Adagio doloroso" per il suo andamento lento, malinconico e fortemente scandito che lo rende più simile ad una marcia funebre. Un' austera e solenne sequenza di accordi che possono ricordare un corale sacro - prima fortissimi, poi ripetuti in modo molto più sommesso - con uno sviluppo decisamente breve: il preludio si compone infatti di sole tredici battute.
Ma in esse Chopin sembra aver profuso con luminosa intuizione quella toccante
espressività che ha reso il pezzo straordinariamente celebre. Non a caso è stato ripreso da Rachmaninov nelle sue splendide "Variazioni su di un tema di Chopin op.22", e il musicologo Gastone Belotti lo ha definito "una di quelle rare gemme che riescono a condensare in un pugno di misure tutto il dolore e la mestizia dell'umanità".

Parlavo prima di drammaticità a proposito dell' interpretazione di Ezio Bosso, per i segni della sofferenza così evidenti nel suo corpo, segni attraverso i quali possiamo intuire la fatica fisica dell'esecuzione insieme alla ferrea volontà del Maestro di trarre da questa musica il massimo dell'espressività e della passione. È con tale intento che enfatizza i contrasti del brano rendendo il fortissimo e il pianissimo ancora più accentuati, sentiti e vissuti. Sono note, ma insieme grido e lamento, urlo e accorata preghiera, carezza e agonia, dove Bosso fonde e fa sue le infinite sfaccettature del genio di Chopin e del dolore umano, conferendo alla musica una dimensione di sacralità.

Non avevo mai pubblicato questo video perchè - nonostante fosse da tempo su youtube - mi pareva di violare in qualche modo un'intimità, di camminare sulla sofferenza degli altri che è sempre terreno sul quale muoversi con pudore e delicatezza. Tuttavia, lo faccio ora sulla scorta della citazione di Belotti e del suo riferimento a un dolore universale. Mi sembra infatti che il brano e la sua interpretazione possano entrare in sintonia anche con la memoria delle vittime della Shoah, celebrata ieri ma indimenticabile.

E se la musica può farsi voce - di questa come di ogni altra sofferenza - qui, attraverso il Maestro Bosso, quella di Chopin risuona per tutti.

Buon ascolto!

(La foto scattata ad Auschwitz-Birkenau è mia)