martedì 27 settembre 2022

Una parentesi di luminosa dolcezza

Ho seguito anch'io - come penso tanti - il funerale della Regina Elisabetta II, cercando di comprendere il significato dei simboli e delle varie fasi del cerimoniale, dal rito religioso alle tappe del corteo funebre che si è snodato per le vie di Londra in mezzo a un' immensa partecipazione di popolo.

Una pagina di storia dai risvolti più che mai interessanti, ma talora anche commoventi: mi riferisco - per esempio - all'omelia dell'arcivescovo di Canterbury, alla scelta dei fiori posti sulla bara, fino alle lacrime della piccola Charlotte.
"Raramente una promessa è stata mantenuta così bene" ha detto il
primate anglicano, ricordando l'amorevole dedizione della Regina al proprio impegno assunto non ancora ventiduenne, con quella ferma consapevolezza del proprio servizio che ha caratterizzato la sua vita fino alla fine. Ed è stato anche questo il motivo per cui - giorni fa - non ho voluto ricordare Elisabetta pubblicando una musica triste, ma in segno di gratitudine ho preferito farlo con la leggiadria del movimento finale del "Dettingen Te Deum" di Haendel.

Naturalmente, durante il funerale, la mia attenzione è andata anche ai brani scelti sia per la cerimonia religiosa che per il successivo corteo: dai corali eseguiti all'interno dell'Abbazia di Westminster, alle varie marce funebri suonate poi. Proprio qui, sono stata colpita da quella di Chopin, brano più che mai celebre che ci sarà capitato di sentire in chissà quanti contesti e occasioni.
Così, ho voluto riascoltarne la versione originale che costituisce il
terzo movimento e insieme il cuore della "Sonata in si bemolle minore n.2 op.35" del musicista polacco. La marcia infatti è stata la prima cellula compositiva dell'intera opera i cui temi riecheggiano anche negli altri tre tempi.

Ma perchè ve la propongo? Perchè, dopo averla sentita tante volte in diverse rielaborazioni per orchestra e per banda, riascoltarla nella versione per pianoforte solo - qui interpretata da Maurizio Pollini - me ne ha restituito lo splendore e il fascino. A colpirmi, infatti, non è stata tanto la tristezza delle sue note più volte ribattute in tonalità minore, dal cupo e sommesso pianissimo iniziale fino ai passaggi più drammatici e laceranti; ma è stata soprattutto la dolce soavità del secondo tema, come se in un'atmosfera di morte si aprisse una parentesi di luce e di stupore. Mi riferisco in particolare alla sezione che - nella clip video - va da 2.20 fino a 6.02: quasi quattro minuti di puro incanto!

Allora dimentichiamo per qualche momento i vari contesti in cui possiamo aver ascoltato il pezzo e il tempo di marcia di tante esecuzioni bandistiche che, talora, banalizzano e appiattiscono in un unico ritmo i vari temi del brano vanificandone lo splendore. Gustiamo invece la lentezza di questa interpretazione insieme al timbro del pianoforte e alla dolce cantabilità della melodia simile quasi a una romanza: un'aria semplice, sostenuta dagli arpeggi della mano sinistra, in cui il peso di ogni nota è calibrato e scandito con l'anima. E francamente non mi pare - come alcuni critici hanno affermato - che qui si senta un pianto o un canto disperato, ma trovo delicatissimo il tema e ancor più suggestivi i passaggi in cui viene ripreso in altre tonalità.

E se la cupa tragicità della parte iniziale e finale merita davvero l'appellativo di "Sonata di morte" che è stato dato alla composizione, la sezione centrale - che si apre tra l'altro in maggiore - ci restituisce al contrario quell'incomparabile luminosità che sempre Chopin ci sa regalare!

Buon ascolto!

(La foto - un ritratto di Chopin fatto da Maria Wodzińska - è presa dal web)


lunedì 19 settembre 2022

Lilibeth...

La Regina Elisabetta II (1926 - 2022) col principe Carlo.

 

 

 

 

 

 

 

 








Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759) : "Lord in Thee have i trusted", dal "Dettingen Te Deum in Re maggiore HWV 283".

sabato 17 settembre 2022

Stanze - 9

Jan Steen : "La scuola del villaggio" -  National Gallery of Scotland, Edimburgo












 

 

Come ogni settembre, ricomincia la scuola e pian piano, regione dopo regione, le aule si riempiranno di vita. Così, mi è venuto spontaneo pensare a quanti anni ciascuno di noi ha trascorso proprio in queste stanze che ci sono diventate familiari sia che le abbiamo frequentate solo da studenti o ancora di più da insegnanti.
Si va da quelle coloratissime della nostra infanzia ai severi emicicli delle
università, dai vecchi banconi assiro-babilonesi intagliati e istoriati da generazioni di ragazzi - qualcuno se li ricorderà - ai tavoli verdini e alle sedie di legno chiaro dai bordi eternamente sbreccati. E non vado oltre.
Se i muri delle aule potessero parlare, racconterebbero mille storie di ansia e
 fatica, ma insieme di crescita e gioia, studio, innamoramenti, amicizie e divertimento, in un cammino che vede ogni allievo alla ricerca della propria strada nei vari ambiti culturali e nell'intreccio di vividi rapporti interpersonali.
Così, nella serie delle mie stanze, potevano forse mancare quelle della scuola?

E allora mi piace presentarvi un dipinto
che ho scelto per le sue particolari caratteristiche fra i tanti realizzati nel tempo su questo tema.

Si tratta di un'opera dell'olandese Jan Steen (1626 - 1679) intitolata "La scuola del villaggio" e conservata alla National Gallery of Scotland di Edimburgo.
Il quadro ci mostra un vasto ambiente che
raccoglie allievi dei ceti sociali meno abbienti e nel quale, a una prima occhiata, sembra prevalere una gran confusione. Ma a ben guardare non è del tutto così.
In cattedra siede una donna, il cui copricapo bianco risalta proprio al centro del quadro, affiancata da un uomo - maestro anche lui o solo assistente? - che appare tuttavia
quasi estraniato dal resto mentre lei presta invece attenzione ad un allievo. Nei banchi posti tutt'intorno, nonostante il disordine, gli scolari sono al lavoro.
Certo, deve trattarsi di una pluriclasse nella quale coesistono età e compiti diversi:
alcuni studenti scrivono, leggono, dipingono, osservano gli arredi appesi alle pareti - gabbie, scaffali, piante, persino un gufo (?) impagliato - altri parlano tra loro e uno, in fondo all'aula, sembra stia cantando o recitando mentre altri due danzano...o forse fanno la lotta.
Sul pavimento regna una confusione di fogli, disegni, fiori, lucertole (?), vasi e cesti; sulla parete si apre un grande camino, mentre vicino al soffitto non manca una sorta di soppalco usato probabilmente per dormire. Una stanza-casa insomma, qui adibita a scuola dove le attività svolte sono molteplici.

L' impressione è infatti che da ognuno degli oggetti che hanno intorno - che siano piante, animali o figure illustrate - gli studenti possano prendere spunto per imparare, come se il mondo esterno rifluisse in questa stanza a scopo didattico.
Il dipinto non rappresenta infatti una lezione
cattedratica, ma una sorta di grande e diversificato lavoro di gruppo: un insieme movimentato e caotico, certo, nel quale però ciascuno ha un suo ruolo, anche se non manca chi scherza o gioca, mentre il bambino in primo piano, semisdraiato a terra, sembra addirittura addormentato.
"La scuola del villaggio" dunque, o - come
troviamo altrove - "Il villaggio a scuola", titolo che può significare come un po' tutto il paese possa essere rappresentato in questa stanza dove ciascuno, dai piccoli ai più grandi, ha qualcosa da apprendere.

Interessanti sul piano iconografico alcuni riferimenti a mio avviso piuttosto evidenti. Il caos delle tante figure che popolano il quadro ricorda da vicino certe composizioni molto affollate di Bruegel il Vecchio - per esempio "Danza nuziale", "Giochi di bambini", "Lotta tra Carnevale e Quaresima" - e del resto anche Jan Steen, che vive un secolo dopo Bruegel, è come lui un artista fiammingo che ama dipingere scene di vita quotidiana.

Ma il dettaglio che mi ha colpito subito è di altro genere. È la figura che vedete qui accanto e che in parte, sia pure girata dal lato opposto, potrebbe ricordare - il condizionale è d'obbligo - il modo in cui è rappresentato il filosofo Eraclito nella celebre "Scuola di Atene" di Raffaello.
Che Jan Steen abbia visto il grande affresco
delle Stanze vaticane e abbia inteso farvi riferimento qui, in chiave popolaresca? In fondo anche l'opera di Raffaello, sia pure in una cornice architettonica molto più sontuosa, è ricca di movimento e anche lì alcuni dei filosofi raffigurati sembrano discutere a gruppi. Chissà!

E comunque sia stata descritta nel tempo, la scuola col suo ruolo fondamentale nella vita di ciascuno merita il commento non solo di uno, ma di due capisaldi della storia della musica!
Così, ho scelto di associare al dipinto il primo tempo del "Concerto in re minore
per 2 violini e cello op.3 n.11 RV 565" di Antonio Vivaldi e la trascrizione per organo di Johann Sebastian Bach nel "Concerto in re minore BWV 596".
Si tratta di due brani splendidi soprattutto nel movimento che vi propongo
che, a sua volta, è articolato in tre sezioni: la prima è un Allegro; la seconda molto breve, quasi un passaggio verso quella successiva, è un Adagio spiccato che Bach trasforma in Grave; e la terza, decisamente più ampia, è un Allegro in forma di Fuga. È quest'ultima la parte a mio avviso più interessante non solo per la sua vivacità, ma proprio per la struttura fugata. Sia negli archi di Vivaldi - contrabbasso, violoncello, viole e violini - che nell'organo di Bach si riconosce infatti con chiarezza l'entrata progressiva delle quattro voci - basso, tenore, contralto, soprano - che s'intrecciano in una rete di rapporti e in un andamento, a mio avviso bellissimo, di salti di quinta discendente (re-sol, do-fa, si-mi, la-re, per intenderci).

Tuttavia, le differenze della trascrizione bachiana non si limitano alle indicazioni agogiche, ma derivano anche dal particolare timbro dell'organo, e se nel movimento intermedio gli archi vivaldiani ci regalano un' intensa dolcezza, il Grave di Bach trasforma queste note in accordi molto più netti. Infine nella coda del brano, il ritmo si fa di nuovo lento: qui, mentre Vivaldi dopo varie modulazioni conclude sempre in minore, Bach risolve invece l'ultimo accordo in un affascinante e luminoso Re maggiore.
Vivacità e varietà insomma, in una ricca rete di voci, un po' come l'intreccio di
rapporti, gesti e atteggiamenti del dipinto riportato.

Quale preferisco delle due versioni musicali? Stavolta ve lo dico subito: quella di Bach, sia per ciò che ho scritto, che per la splendida interpretazione di Marie-Claire Alain e il suo nitido profilo da maestrina d'altri tempi.

Buon ascolto!

venerdì 9 settembre 2022

Mattine di settembre


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da tempo, ho nella memoria e nel cuore il dipinto che vedete: un'opera di Telemaco Signorini (1835 - 1901) intitolata "Una mattina di settembre a Settignano" e conservata presso la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze.
Si tratta di una rappresentazione che mi ha preso a prima vista non solo per la semplicità
dell'ambiente rustico - il retro di una vecchia osteria - o per la presenza del verde, ma soprattutto per l'atmosfera tranquilla che vi respiro.
Mi fa tornare infatti alla pace di quelle giornate settembrine in cui l'intensità del caldo si è già dissolta e la stagione inizia a digradare dolcemente verso l'ombra, mentre i tratti del cielo e della campagna vanno facendosi più indefiniti.
È la suggestione del mese forse più
affascinante dell'anno, fine dell'estate e al tempo stesso inizio di un nuovo periodo gravido di attese e ansioso di promesse, come un po' tutti gli inizi che costellano le varie stagioni della nostra vita. 

Il paesaggio rappresentato mi riporta alla distensione di certe gite fuori porta, o anche un po' più in là, fatte senza la fretta o l'impegno di arrivare ad ogni costo a una meta, ma con la gioia di guardarsi intorno godendo del panorama, osservando i colori della campagna e del cielo, le viuzze di paese, talora anche il mercato o - in questo caso - il giardinetto di una vecchia osteria.

Ha una sfumatura di rosa dorato qui il sole che illumina le case, e penso che debba essere bello affacciarsi a una di quelle finestre incorniciate di rustico verde, respirando la frescura del mattino in una solitudine pressocchè totale. Soltanto un gatto è accoccolato su di una panca e una figuretta s'intravvede appena in secondo piano - nel giardino contiguo dietro lo steccato - china forse a raccogliere fiori o a strappare erbacce.
In alto, un cielo variegato di nuvole ci
suggerisce che la calura estiva è ormai finita, mentre sui rami più alti dell'albero le foglie cominciano a ingiallire. E lo spazio al centro, vuoto di persone, se da un lato può suggerire un senso di attesa, dall'altro invita alla tranquillità e alla pace, a una sosta in cui indugiare senza fretta lasciando vagare i pensieri. 

Immagini di rasserenante quotidianità nella dolcezza settembrina e nella luminosità del paesaggio che l'artista ha raffigurato anche in altre opere, come per esempio nel dipinto intitolato "Strada alla Capponcina" che vedete a lato. Qui, l'ombra degli ulivi sulla via dal rustico acciottolato e il muretto che separa le case dal verde ci regalano il fascino della campagna colta "en plein air" e forse ancora una volta nella luce mattutina, almeno così a me pare.

Come nel dipinto precedente, siamo sempre alle porte di Firenze, a Settignano, il cui nome ci riconduce subito alle sculture del Quattrocento del celebre Desiderio di Bartolomeo di Francesco. Del resto, anche in altri quadri di Telemaco Signorini, insieme ai tratti che gli derivano dalle suggestioni impressionistiche e dalla vicinanza allo stile dei Macchiaioli, non manca il ricordo dell'arte toscana del primo Rinascimento.

Basti osservare le architetture che fanno da sfondo al dipinto intitolato "Santa Maria dei Bardi" del quale vedete a lato un dettaglio.
Qui, le tinte pacate, la nitidezza nel delineare i contrasti tra
luce ed ombra, i cornicioni fortemente aggettanti e il disegno delle finestre rimandano a quell'edilizia tipicamente toscana che troviamo - per esempio - in alcuni affreschi di Masolino nella Cappella Brancacci della Chiesa del Carmine a Firenze.
Immagini di riposante serenità, sia che l'artista
abbia raffigurato la campagna o la rustica periferia, sia che abbia riprodotto le strade
cittadine con le loro eleganti dimore. 

E per passare alla musica, mi piace commentare l'atmosfera di questi dipinti con un brano di Mozart che mi sembra altrettanto riposante: il secondo movimento, "Andante", dalla "Sinfonia n.29 in La Maggiore K.201".
Si tratta di un pezzo scritto dal compositore a soli diciotto anni: una melodia che esordisce piana e ritmata a
somiglianza di un passo dall'andamento tranquillo, pervasa da un'intensa dolcezza conferita dallo splendore dei temi e dalla presenza degli archi in sordina. Un dialogo che si dipana e s'intreccia tra archi - appunto - e fiati, sempre improntato a grande pacatezza, se si eccettua il luminosissimo attacco dell'oboe nella coda del brano.

Ascoltandolo, tuttavia, alcuni passaggi mi sono riecheggiati dentro come se li avessi sentiti anche altrove. Così, mi sono accorta che il secondo tema che si apre a 0.48 dall'inizio, è lo stesso che, meno morbido ma più vivace e spiccato, troviamo nel primo tempo della "Sinfonia concertante K.364" - esattamente a 4.08 - scritta da Mozart cinque anni più tardi e che potete riascoltare qui.
Non è raro, del resto, che un'idea musicale ricorra nel tempo
in diverse composizioni, ora in modo più essenziale, ora più complesso e variato.
Sono coincidenze interessanti che troviamo in Mozart, in Bach e in tanti altri
autori come pure nelle varie forme d'arte, a segnare un processo di crescita, uno sviluppo, a individuare il consolidarsi di un' identità e di uno stile.

Buon ascolto!

lunedì 15 agosto 2022

Buon Ferragosto !

Jacopo Torriti (inizio del XIII sec. - metà del XIV) : "Dormitio Mariae" - Roma, Basilica di Santa Maria Maggiore

 

Col mosaico della "Dormitio Mariae" di Jacopo Torriti e sulle incantevoli note di una parte del "Regina caeli K.108" di Mozart, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie.
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.

A presto!

 

Wolfgang Amadeus Mozart (1756 - 1791) : "Ora pro nobis Deum" dal "Regina caeli K.108".

martedì 9 agosto 2022

Stanze - 8


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'atrio spettacolare di una reggia? Il grandioso ingresso di una galleria d'arte? Lo scalone di un antico palazzo, l'abside di una sontuosa cattedrale o - perchè no? - la sala di accesso di una prestigiosa banca?
A colpo d'occhio, potremmo essere tratti in inganno dalla particolare, ricca architettura dell'ambiente che vedete: ampio, alto, articolato in più ordini e
loggiati, con nicchie e decorazioni che ricordano il fasto di tanti elementi rinascimentali e classicheggianti.
La seconda immagine mostra infatti in modo più chiaro i numerosi archi a tutto sesto che ritmano la costruzione e la copertura curvilinea a lacunari oltre la quale possiamo immaginare la grande cupola, tanto che - vista così - questa stanza potrebbe sembrare davvero l'interno di una chiesa.
Ma anche il salone delle feste di una
reggia dove in cima alla scala prendono posto i padroni di casa in attesa di dare il segnale perchè, nel grande spazio sottostante, si aprano le danze. Non vi pare ?
In realtà, si tratta dell'atrio della Stazione di Anversa Centrale,
edificio costruito tra il 1895 e il 1905 su progetto di Louis de la Censerie cui si deve proprio l'idea della cupola e dell'immensa sala di attesa che vedete.

Chi mi conosce sa quanto amo le stazioni ferroviarie, luoghi simbolo nel nostro essere in viaggio nell'esistenza, specchio delle tante vite che si sfiorano o s'intrecciano ogni giorno, costruzioni tanto significative da aver fatto talora da tema o da cornice a celebri film.
Le amo a cominciare da quella di Milano Centrale dove tante volte sono approdata
dagli anni della mia giovinezza, fino ad altre due affascinanti stazioni che tuttavia ho visitato solo di fretta: la St. Pancras di Londra, splendido esempio di neogotico vittoriano, e quella di Liegi progettata dall'architetto Calatrava in un'avveneristica struttura bianca che la fa più simile ad un'astronave. E insieme ai vasti ambienti interni, mi attirano anche gli spazi scanditi da grandi arcate in vetro e acciaio che coprono le zone riservate ai binari: spazi ormai simili in tante stazioni, da Milano a Berlino, a Lipsia e a Lisbona solo per citarne alcune.

Ma torniamo ad Anversa. Appena ne ho visto le foto sul web, questa particolare stanza mi ha preso subito per il suo aspetto sontuoso, le grandi dimensioni e la mescolanza di stili.
Si va infatti dai caratteri
neorinascimentali e neobarocchi di alcune strutture architettoniche, fino all'uso del vetro e ferro, materiali tipici dell'Art nouveau e quindi degli anni in cui la stazione è stata edificata.

Bellissima, a questo proposito, la vetrata semicircolare che chiude l'ambiente nella parte alta, illuminandolo e al tempo stesso fungendo da collegamento arioso con la zona retrostante dove arrivano i treni. Crea infatti una sorta di graduale alleggerimento della costruzione che, dalla muratura continua o quasi, passa alle gallerie e ai loggiati, per poi terminare col vetro della copertura dei binari che intravvediamo soltanto oltre l'arco centrale in cima alla scalinata.

Una complessità di ideazione e una monumentalità ancora molto lontane dall' architettura più lineare ed essenziale, ma non meno affascinante, di svariate stazioni contemporanee. E tuttavia interessante testimonianza di un'epoca di imponenza e di ricchezza quale è stata quella di Leopoldo II del Belgio, ricordato - oltre che per i tanti aspetti discutibili della sua gestione coloniale - anche come re costruttore

E, passando alla musica, quale brano potrebbe essere adatto ad una stanza così particolare come l'atrio di un stazione? In apparenza un non-luogo, in realtà un ambiente che si carica di volta in volta di vissuti intensi e di una sfaccettatura infinita di emozioni per i saluti, le attese, le malinconie e le gioie, le persone lasciate e ritrovate.
Così, ho pensato alla "Sonata in Mi bemolle maggiore n.26, op.81"
chiamata "Gli addii" di Ludwig van Beethoven. 

Gli addii, dunque, ma non solo quelli.
Infatti, i tre movimenti della composizione
evocano una storia: dal primo tempo intitolato "Das Lebewohl" (L'addio), al secondo "Die Abwesenheit" (L'assenza) fino all'ultimo "Das Wiedersehen" (Il ritorno). Una sonata che esprime quindi una pluralità di stati d'animo e di sentimenti. In questo caso partenza, assenza e ritorno sono quelli dell'Arciduca Rodolfo - allievo e protettore di Beethoven - costretto ad allontanarsi da Vienna durante l'occupazione francese nel 1809.
Qui vi riporto "L'addio": un Adagio - Allegro che esordisce con profonda malinconia, seguito però da una sezione più vivace e vigorosa, fino alla coda col suo moto discendente e ai due secchi accordi conclusivi.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

martedì 2 agosto 2022

Il cagnetto di Chopin

Non ho mai posseduto animali domestici, neppure quando ero bambina, ma amo da sempre i cani e penso che, se ne avessi uno, mi piacerebbe tanto familiarizzare con lui.
Lo so, ogni animale che abita con noi
comporta impegno, cura, attenzione quotidiana e capacità di adattare le nostre esigenze alle sue, perchè non si tratta di un giocattolo, ma di un essere vivente col quale rapportarsi.

Ho fior di amiche che hanno in casa cani e gatti e so benissimo quali sono le gioie, ma insieme le necessità che una tale convivenza impone. Senza contare le preoccupazioni che possono nascere se il cagnetto si ammala o il micio vagabondo una sera non torna a casa. Col passare degli anni poi, diventano vere e proprie persone di famiglia la cui presenza non interferisce solo con gli aspetti pratici della vita, ma anche con i nostri sentimenti.

Sulla strada in mezzo agli orti che percorro di solito da una frazione all'altra del mio paesetto di vacanza, mi trovo a passare accanto a un giardino nel quale staziona un cane da guardia. Lo scorso anno non vi dico lo spavento perchè correva fin dietro la recinzione abbaiando furiosamente e facendomi prendere un colpo. Poi, pian piano, vedendomi quasi ogni giorno, si è calmato: prima ha smesso di ringhiare e poi ha iniziato a farmi le feste scodinzolando.
Quest'anno, ripassando di lì, naturalmente l'ho cercato e l'ho visto accucciato in un
angolo. Ho cercato di attirare la sua attenzione - "Ciao ciccio, non mi saluti più?" - ma non si è mosso. Solo ieri ha girato il muso verso di me, ma senza dare segni di riconoscimento: io ci sono rimasta male e mi sono ritrovata a desiderare, anche piccola piccola, almeno una ringhiatina.

Penso che, se avessi un cane, gli parlerei come si fa con una persona, me lo coccolerei, gli farei qualche confidenza e magari gli chiederei anche un parere se dovessi fare delle scelte: "Che dici, mi sta bene quest'abito? Che facciamo da mangiare oggi? Usciamo o ce ne stiamo in casa?" E sulla base delle sue reazioni mi saprei regolare.
Alla sera poi, lo prenderei con tutta la sua cuccia - una bella cesta larga foderata di
stoffa scozzese come ho in mente io - e me lo metterei accanto sul divanetto a vedere la TV, magari raccontandogli - per sommi capi s'intende - le puntate di "Downton Abbey" che adoro.
"Ti sei accorto che anche Robert, il padrone di casa, ama i cani? E tu, preferisci l'austera
autorevolezza di Carson o l'atteggiamento provocatorio di Barrow? E sul fronte femminile come la mettiamo? Ti piace di più l'algida Lady Mary o fai il tifo perchè Lady Sybil sposi il suo Branson?"
Scusate se sono entrata nel dettaglio, ma non sono particolari trascurabili.

Certo, per arrivare a questo punto di familiarità, e soprattutto per provocare nel cane una qualche reazione coerente, dovrei prima addestrarlo per bene e ci vorrebbe il suo tempo.
Quando dico queste cose in casa - perchè le dico! - mio marito mi rivolge uno
sguardo indefinibile e mi risponde che è molto più facile che sia il cane ad addestrare me, non viceversa. E mi elenca tutte le incombenze alle quali con la mia mancanza di senso della realtà - dice sempre lui - non penso: portarlo fuori a orario sappiamo perchè, pulirlo, curarlo se si ammala, nutrirlo in modo adeguato e non con gli avanzi di casa, fargli fare le varie vaccinazioni dal veterinario ecc. ecc.
In realtà, mio marito non ha tutti i torti, inoltre viviamo in condominio e qualche
difficoltà c'è, ma penso che la sua sfiducia nei miei confronti nasca da gelosia perchè si sentirebbe spodestato del divanetto che ha solo due posti.
O forse il motivo è che lui non ama "Downton Abbey" e al cane farebbe vedere
solo i cartoni. Ma su questo potremmo giungere a un compromesso perchè i cartoni piacciono anche a me.

Scusate, lo so: sono andata fuori tema, ho divagato, ho scherzato, ma è vacanza, fa caldo e mi è uscito un post un po' demenziale.
A questo punto penso che vi chiederete che musica metterò. Niente paura, mi sono documentata e ho scoperto che ai cani piace molto la classica perchè la trovano rilassante, mentre detestano l'Haevy metal e il Rock che li agitano troppo. Non solo, ma nell'ambito della classica sono state create apposite melodie per cani a scopo calmante. Così, sono andata subito a sentirle col risultato che hanno avuto effetto su di me e mi sono quasi addormentata davanti al computer. Allora ho fatto di testa mia. 

Tra le reminiscenze della mia giovinezza da eterna principiante del pianoforte, c'è un celebre brano di Chopin ed è stato questo a venirmi subito in mente. Si tratta del "Valzer in Re bemolle maggiore n.1 op.64" detto "Le petit chien" e notissimo come "Valzer di un minuto" anche se in genere le esecuzioni durano un po' di più. L'andamento del brano è quindi molto vivace e può ricordare le movenze di un cane che gira su se stesso. Il soprannome è legato infatti a un episodio in cui George Sand, vedendo il proprio cagnolino che si rincorreva la coda, aveva chiesto al compositore di scrivere un pezzo che ne imitasse il movimento vorticoso, e così è stato.
L'interpretazione che sentirete nella parte iniziale è
forse anche troppo veloce, tuttavia il video risulta perfettamente in tema. Bene quindi, brano leggero e spumeggiante, carino e giocoso, ma - Chopin mi perdonerà! - avrei una cosa da obiettare: il suo cagnetto sul mio divano a guardare tranquillo "Downton Abbey" non ce lo vedo proprio.

Buon ascolto!

(La foto - tenerissima, vero? - è presa dal web)

 

martedì 26 luglio 2022

Geografia del presente

Tutte le sere, quando nel mio nido d'altura prima di andare a dormire chiudo porte e finestre, non tralascio mai di sostare per qualche momento sul balcone che guarda verso il Gran Paradiso.
Di questa stagione fa chiaro fino a tardi e non è raro che, anche dopo le dieci di sera, i ghiacciai del massiccio riflettano ancora l'ultima luce, mentre intorno - nonostante di giorno il caldo arrivi anche qui - si leva un'aria fresca che ricrea. Ma non è solo per questo.

Ciò che in realtà più di ogni altra cosa mi suggestiona è il silenzio circostante insieme al buio che - al di là dei lampioni che illuminano il paesetto - avvolge tutta la vallata e sale, lungo i versanti fitti di abeti scuri, su su fino al pallido chiarore dei ghiacciai.
Così, mi affaccio per qualche istante al mio balconcino a rivolgere un saluto serale alla montagna: se vogliamo, una sorta di piccolo rito al quale sono affezionata perchè è come se un impulso segreto mi spingesse a farlo per prendere consapevolezza fino in fondo della fortuna di essere qui. E non si tratta solo della possibilità di sfuggire alle temperature di un'estate torrida, ma dell'esigenza di rendermi conto, aiutata dal maestoso silenzio della sera, dello splendore in cui sono immersa da ogni lato. Ed esserne grata. 

C'è talora, infatti, una sfasatura tra l'essere materialmente dentro a eventi, situazioni o luoghi, e il sentirsi davvero presenti ad essi. Manca a volte una corrispondenza profonda con ciò che viviamo, come se portassimo in noi un puzzle in cui alcune tessere sono andate fuori posto. Ne bastano poche che non hanno trovato la giusta collocazione e faticano ad inquadrarsi nello spazio a loro destinato e senza che ce ne accorgiamo creano un disagio oscuro. Magari abbiamo confuso l'azzurro del cielo con quello del mare, o le foglie degli alberi col verde del prato, o la neve di una pista da sci con quella che ricopre i tetti: sono esperta di puzzle, mi sono sempre piaciuti e so che è facile confondersi.
O ancora capita che in noi qualcosa non quadri come quando, da bambini, facevamo il gioco del quindici...qualcuno se lo ricorda? A me non riusciva mai e restava sempre una casella fuori posto!

Ecco, il mio saluto serale serve anche a questo, a recuperare la consapevolezza del presente, quando tante sfasature magari inconsce ci portano lontano, nella geografia non sempre chiara del nostro intimo, inducendoci a dimenticare che esiste un'altra geografia concreta e visibile che, qui e ora, non smette di parlarci.
La contemplazione del paesaggio, infatti, con il coinvolgimento dei sensi che essa
comporta, sa spesso ricucire i lembi dell'anima ricostruendo la sintonia di noi con noi stessi, azione esercitata con strumenti diversi ma ugualmente efficaci anche dalla musica.
Allora, sull'onda di questi pensieri oggi vi regalo un brano che mi pare possa fare da colonna sonora a queste mie sere in montagna.

Si tratta del "Larghetto"  dalla "Sinfonia n.2 in Re maggiore op.36" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827), pezzo dal carattere soavissimo e al tempo stesso maestoso, nel quale il compositore alterna ricordi della tradizione settecentesca a passaggi malinconici e talora solenni nei quali è già evidente l'impronta originale della sua ispirazione. Mi pare che la direzione di Karl Böhm metta in particolare evidenza tali aspetti, sottolineando da un lato le sfumature e la dolcezza di queste note insieme a qualche tocco di garbo salottiero, e dall'altro la maestosa solennità di alcuni passaggi - per esempio a 7.11 dall'inizio - o la delicatezza dello splendido finale. 

Un brano intriso di serenità che - come già mi è occorso di osservare per altri compositori e a testimonianza del potere catartico della musica - nasce in uno dei periodi più bui della vita di Beethoven, amareggiato da una delusione amorosa e dalla sordità che andava facendosi più acuta.
A noi regala invece un senso di riposante e soffusa leggerezza, a somiglianza del respiro fresco del vento nel magico silenzio della sera in montagna.

Buon ascolto!

(Foto di Marco Monticone presa dal web)

lunedì 18 luglio 2022

Stanze - 7












 

Hanno un che di fiabesco gli ambienti che vedete: ci fanno tornare a certe figure antiche viste forse sui vecchi libri del tempo in cui eravamo bambini, o a qualcosa di lungamente sognato. Qualcosa di talmente bello da essersi sedimentato in noi per riaffiorare poi come un possesso ormai nostro.
A regalarci questo effetto sono certo i colori di queste immagini, ora caldi come la decorazione delle volte e delle pareti, altrove più freddi ma sempre vivaci.
Tanti gli azzurri che contrastano con i rossi, e insieme i verdi e i gialli che si dispiegano in una decorazione musiva simile
a una splendida e fantasiosa tappezzeria floreale. Ma a colpirmi è anche lo spessore di archi e pilastri che sorreggono la costruzione e ne articolano gli spazi e le stanze. 

Sì, sono le mirabili stanze che si aprono all'interno della Cattedrale ortodossa di San Basilio a Mosca, quella costruzione con cupole a cipolla e pinnacoli fiabeschi simili a fiamme, che si innalza su di un lato della Piazza Rossa e che tutti abbiamo sempre visto in tante foto.
Una struttura estremamente articolata e un incastro di coloratissima muratura
che, per un gioco di contrasti, fa risaltare le tinte calde di giorno e quelle fredde di notte e che già nella configurazione esterna rivela la grande originalità dell'interno.
Non un edificio a pianta longitudinale e a navate come tanti, ma un complesso
ottagonale con un insieme di cappelle - nove per la precisione - collegate tra loro da un labirinto di passaggi, corridoi, gallerie e scale di soprendente bellezza.

Conosciuta comunemente col nome di Cattedrale di San Basilio - che è Basilio il Benedetto vissuto tra il XV e il XVI sec. e non San Basilio il Grande, vissuto invece nel IV sec.d.C. - l'edificio porta in realtà il titolo di Cattedrale dell'Intercessione della Madre di Gesù sul fossato per la sua ubicazione vicino alla cinta muraria del Cremlino.
La sua costruzione risale al XVI secolo per iniziativa dello zar Ivan il Terribile, ma la chiesa ha subìto rimaneggiamenti e restauri dopo svariati incendi e anni di abbandono in cui - soprattutto sotto il regime stalinista - ha rischiato di essere distrutta.
Oggi le sue stanze, riportate ormai da tempo al primitivo splendore, ci immergono in un'atmosfera fantastica che le immagini rendono solo in parte. Bisogna trovarsi al suo interno per sentirsi letteralmente immersi in un luogo di rara bellezza che costituisce un unicum anche nell'ambito dell'architettura bizantina.

Ho avuto la fortuna e la gioia di visitarlo nel 2014, durante un viaggio di cui ho parlato a suo tempo.  L'impressione che ne avevo riportato è ancora oggi vivissima perchè è uno di quei monumenti che restano nel cuore e dove si vorrebbe tornare per potervi sostare a lungo.
Ma temo che l'attuale guerra tra Russia e Ucraina, con il suo spaventoso seguito di morte e distruzione, mi
impedirà anche in futuro altri viaggi.

Ad affascinarmi - come scrivevo - sono stati i colori e insieme la fantasia della ricchissima decorazione pittorica che copre quasi totalmente gli interni dell'edificio, alleggerendone il grande spessore e che, nella parte floreale, intende rappresentare il giardino celeste.
Nel dedalo di passaggi e di cappelle nelle quali è bello perdersi lasciandosi sorprendere da ambienti sempre diversi e diversamente colorati, si entra in una dimensione nella quale disegno geometrico e ornato si fondono splendidamente così come volumi e valori di superficie. Inoltre, se qui la struttura architettonica è decisamente originale, le pitture parietali che, a somiglianza di numerose altre chiese ortodosse, coprono quasi ogni angolo della muratura, avvolgono il visitatore in un'aura di splendore e di preghiera.

E non manca la musica. All'interno di una delle cappelle, se non erro quella centrale, è facile incontrare un gruppetto di cantori che intonano inni ortodossi, certo anche a scopo turistico e forse con l'intento di pubblicizzare i loro cd.
Ma l'effetto di questa polifonia dai toni ora severi, ora vivaci e appassionati com'è tipico di tanta musica russa, proprio in queste stanze risulta più che mai suggestivo. A ciò si aggiunge il timbro particolarmente scuro del basso profondo la cui voce è prevista spesso all'interno di tali cori di tradizione orientale.

Così, a commento di queste immagini, ho scelto l' "Inno dei Cherubini" tratto dalla "Liturgia di San Giovanni Crisostomo op.31" di Sergej Rachmaninov (1873 - 1943).
Si tratta di un brano adatto alla meditazione, solenne e pacatissimo, che esordisce in modo quasi simile a que
llo forse ancora più famoso di Tchaikovsky. Ma sono soltanto le prime note, poi il pezzo si dipana diversamente, sia pure nella stessa lentezza e intensità contemplativa. Tuttavia, nella parte finale, come già troviamo anche in altre composizioni dello stesso tipo - per esempio nell'Inno dei Cherubini di Bortniansky - dopo una pausa di silenzio la melodia esplode con improvvisa vivacità per poi andare a farsi di nuovo pacata nella lievissima e assorta conclusione.

Una musica che ci conduce in un' atmosfera sublime come le immagini che vedete, immagini che sarebbe bello potessero cancellare con la loro bellezza ogni azione e intenzione di violenza negli esseri umani, oggi e in futuro.

Buon ascolto!

domenica 10 luglio 2022

A passo di musica

Succede a tanti, al mattino, di svegliarsi con in cuore una musica che non è stata pensata, nè scelta e - almeno in apparenza - non ha riferimenti a cose viste o ascoltate di recente.
Sembra invece nata da sola, germinata liberamente dal
sonno e affiorata dalla nostra anima come da un fondale marino ricco di splendore insospettato: un luogo in parte sconosciuto anche a noi stessi dal quale, di momento in momento, si staccano ricordi che giungono poi alla luce della coscienza.

Spesso arrivano da lontano a riecheggiare qui e ora, ma non sappiamo bene perchè, un po' come certi sogni che associano eventi, luoghi e persone in modo del tutto sorprendente. E qui ci vorrebbe la psicologia del profondo per aiutarci a scandagliare questo mondo affascinante e misterioso.

A me capita tutti i giorni: pochi minuti dopo il risveglio - giusto il tempo di alzarmi - mi parte dentro una musica. A volte è Mozart o Bach o Allevi, a volte è un pezzo che sto imparando, ma talora sono brani che affiorano da una grande lontananza e in particolare dal mondo russo: Rachmaninov con il suo celebre Rach 3, ma anche Prokofiev con la Sinfonia classica.
Succede quindi che questa musica diventi una sorta di colonna sonora
che mi accompagna per buona parte della mattinata seguendomi in particolare quando sono per strada. Cammino e musica hanno infatti un elemento che li accomuna: il ritmo. E del resto, affidarsi ai suoni è sempre stato un modo per tenere il passo, sia nel mondo militare che altrove.

Volete un esempio? Lo scorso anno, ho fatto tutte le mie passeggiate in montagna seguita dal Terzo concerto per pianoforte di Beethoven, ma senza che lo cercassi, arrivava e basta. Mi mettevo per strada e come da una radio invisibile partiva la musica, sempre quella.
Avete presente? Do,  Mib,  Sol,  Fa Mib Re Do,  Sol Do, Sol Do... Re,  Fa,  Lab,  Sol
Fa Mib Re,  Mib Re, Mib re...: insomma...provate a immaginarlo, sembrano quasi le battute di un dialogo! Il concerto è in Do minore, quindi è facile trovarne le note seguendo l'aria, e ha un tempo di 4/4 fantastico per camminare: arrivi alla meta che neanche te ne accorgi.  

Quest'anno invece ancora non so: ogni mattina la musica è diversa e mi sorprende sempre. Qualche volta - lo confesso - è un passo di danza, nonostante di questi tempi ci sia ben poco da danzare; o capita che talora faccia capolino Rossini con una delle sue più festanti Sonate, quasi si affacciasse da una porta a dirmi: "Embè...mi hai dimenticato?".
Ma spesso a scandire i miei passi arriva anche Couperin con quello splendido
brano che è "Les barricades mysterieuses" che mi riporta a una giornata di tanti anni fa, in giro per Venezia, con una giovanissima amica dallo sguardo limpido. Qui, il ritmo della musica sembra proprio seguire quella che era stata la nostra andatura ora lenta, ora più veloce, il soffermarsi a guardare un rio o la facciata di una chiesa mentre si parlava in scioltezza e serenità.

E oggi? Stamattina mi sono svegliata con Mozart. Un brano che, a dire il vero, ho già pubblicato nel lontano 2012 e - lo sapete - non mi piace ripetermi. Ma oggi mi suonava così e allora lo ripubblico. Del resto, nel vecchio post mi ero soffermata su altri aspetti della melodia e sull'interpretazione elegante e ariosa di Maria Tipo, lasciando in secondo piano il ritmo del pezzo. Ora invece camminiamo con Mozart.

Si tratta del terzo movimento, Allegro, del "Concerto per pianoforte e orchestra n. 27 in Si bemolle maggiore K.595".
Il brano si apre subito senza alcuna introduzione orchestrale sul tema enunciato
dello strumento solista, un tema che più ritmato di così non si può: garbato, spensierato, leggero, saltellante, giocoso, una melodia di quella semplicità tipicamente mozartiana che incanta. Una musica che vi fa camminare e ogni tanto fare una giravolta, un passo davvero danzante come dimostra il tempo di 6/8 e la struttura a terzine su cui il brano è costruito.
Ma talora vi fa prendere anche la rincorsa, e allora via a perdifiato in una velocissima fioritura di note!

Del resto, basta osservare il piglio brioso e la partecipazione con cui Maria Tipo lo
interpreta dialogando con gli altri strumenti per gustarne ogni passaggio, dal più energico al più delicato. E anche quando, nella cadenza a 6.20 dall'inizio e poi in quella finale, la melodia rallenta fin quasi a fermarsi, sempre il tema di fondo riappare col suo passo giocoso ed elegante, vertice della magica armonia mozartiana in questo concerto scritto - come ricordavo in passato - lo stesso anno della morte del compositore.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 3 luglio 2022

Fare del buon pane...

Sì, l'avete riconosciuta!
È lei, Maria
João Pires: pianista portoghese classe 1944, da sempre una delle più delicate interpreti di musica classica del nostro tempo. Delicata nel tocco, nel fraseggio, nella sua capacità di equilibrare energia e dolcezza e di far cantare le più piccole sfumature di uno spartito.

Bambina prodigio e concertista in giovanissima età, ha suonato con le
orchestre più prestigiose al mondo e la sua carriera è segnata da numerosi riconoscimenti e mirabili incisioni di autori tra i quali spiccano Chopin, Mozart, Schubert e Bach.

Di lei, splendida donna ieri e oggi, mi hanno sempre colpito la discrezione e la riservatezza, ma più ancora quella capacità di vivere interiormente la musica che - se pure è dote insita in ogni autentico musicista - affiora dal suo sguardo in modo ancora più intenso e immediato. È un processo di interiorizzazione che si trasmette alle note e che fa delle sue interpretazioni un vero e proprio fluire d'anima.
All'apparenza fragile e minuta, a me è sempre parsa tuttavia una di quelle donne fatte di fil di ferro, dotate di un' energia prodigiosa e capaci di fronteggiare ogni imprevisto. Il più famoso, registrato in un video divenuto virale che vi riporto qui, si è verificato durante un' esibizione ad Amsterdam, se non erro nel 1999.

È in programma un concerto di Mozart ma, alle prime note dell'introduzione, la pianista si accorge con terrore che l'orchestra sta suonando un pezzo diverso da quello per cui si è preparata e del quale non ha con sè neppure lo spartito. Tenta di farlo intendere al direttore che è Riccardo Chailly il quale la incoraggia con calore a suonare lo stesso: si tratta infatti di un concerto che lei stessa ha eseguito nella stagione appena precedente e certo sarà ancora vivo nella sua memoria. Così - in apparenza calma, ma possiamo immaginare con quale tumulto in cuore - la Pires inizia a suonare e porta a termine una interpretazione perfetta, senza errori nè il minimo vuoto di memoria.
Memoria quindi, ottime capacità interpretative, ma anche prontezza di spirito e nervi
saldi all'ennesima potenza!

Da qualche anno la pianista ha ridotto la sua attività concertistica e ha scelto di dedicarsi all'insegnamento della musica e del canto corale ai più piccoli e più svantaggiati. Sulle motivazioni di tale scelta e sul significato che ha per lei la musica, mi piace riportare qualche stralcio di un'intervista fattale da Giuseppe Videtti e pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2018. Alle domanda su quali rinunce la pianista ha dovuto affrontare per diventare una delle più acclamate interpreti del mondo la Pires risponde:

«Non parlerei di sacrifici ma di sforzi. Ho lavorato sodo per uno scopo: la ricerca del mio mondo spirituale; la musica è il solo mezzo che ho per entrare in contatto con me stessa, qualcosa che va oltre il pubblico, il palcoscenico, la standing ovation; la musica è il confine tra il materiale e il soprannaturale, il linguaggio che mi aiuta a decifrare l’inconosciuto».

E più avanti:

«L’istruzione è l’unica risorsa che il genere umano ha per salvarsi. Ho sempre pensato che sia indispensabile investire nelle scuole, l’ho sentito come un dovere. Viviamo in un mondo sempre più materiale in cui i valori traballano, le tradizioni sono trascurate, la storia dimenticata, le arti relegate a una élite o strumentalizzate a fini commerciali. Dobbiamo aprire gli occhi e renderci conto che questo ci condurrà al disastro. Investire sulle scuole e sui bambini vuol dire lavorare per un mondo popolato da cittadini consapevoli».

E ancora:

Dobbiamo insegnare ai bambini a lavorare per la loro felicità prima che per il profitto. E ai giovani artisti, insegnare a trovare la libertà all’interno dei propri limiti. È un percorso spirituale, non materiale».

Una donna dai valori saldi, ma al tempo stesso capace di far fronte ad aspetti pratici della vita. Dicono che nella fattoria dove attualmente risiede, in Brasile, sappia fare anche dell' ottimo pane. Del resto, lei stessa ha dichiarato:

«Fare del buon pane e suonare bene è un po’ la stessa cosa».

Ed è bellissimo che il far musica sia paragonato all'offerta di un nutrimento cosi essenziale!

Allora ascoltiamola in un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che molti conosceranno magari per averlo suonato. Si tratta del celebre "Improvviso in Mi bemolle maggiore n.2 op.90 D 899": pezzo molto vario nel suo andamento, che si apre con una leggerissima fioritura di note, un andirivieni degno di un moto perpetuo, ma che va facendosi poi drammatico rivelando il tormentato mondo interiore del musicista. Un brano considerato talora dai contemporanei di Schubert come pezzo di puro intrattenimento o finalizzato solo allo studio e non all'attività concertistica, mentre in realtà ha un'intensità e un afflato romantico che vanno ben al di là del semplice esercizio.

Poichè in passato - qualche volta e indegnamente - ho tentato di suonicchiarlo, ho sempre ascoltato su youtube varie esecuzioni di questo Improvviso, senza trovarle però pienamente soddisfacenti: ora tecnicamente perfette ma troppo accademiche, ora buttate un po' là con sonorità a volte eccessive.
L' interpretazione di Maria
João Pires invece - a mio modesto avviso - da un lato riesce a tradurre la leggerezza in un soffio di note lieve come un respiro e, dall'altro, sa arricchire i passaggi più sonori con calibrata energia e profonda intensità drammatica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 26 giugno 2022

"Prog me": un percorso di funambolica follìa.

Non sono sportiva, e non ho mai praticato seriamente alcuna attività di questo tipo.
Mi piace camminare, certo, soprattutto se
la strada è pianeggiante e con un passo che ho sempre avuto - quello sì! - piuttosto gagliardo e veloce. Se vado svelta infatti non mi stanco, mentre fatico se sono costretta a muovermi a ritmo di processione oppure a corserelle e fermatine...insomma avete capito. Ma a parte il piacere di camminare, atleticamente parlando non vado oltre.

Tuttavia, sarà forse per una strana legge degli opposti o per il desiderio inconscio di oltrepassare certi limiti, che amo moltissimo gli sport estremi, beninteso dalla comodità del mio divano.
Penso al parapendio con l'impagabile fascino del volo, ma ho in mente anche il
motocross freestyle: non quello che si pratica sui nostri campetti di periferia, ma quello che talvolta si vede in tv, su certe piste americane letteralmente da brivido. Mi appassiona tanto che, a volte, me lo sogno di notte con desiderio inquieto. (Ma va? Dite la verità che non pensavate...eh?! Ma guarda un po' la vecchia prof. in pensione!...)

E non c'è solo questo. Un altro sport più recente - e vi giuro che certe acrobazie me le sogno davvero - è il parkour: disciplina che consente di andare da un punto A a un punto B superando al volo tutti gli ostacoli architettonici che si possono incontrare sul percorso. Proprio da quest'ultimo termine deriva la parola parkour che prende ispirazione dall'addestramento militare ad affrontare appunto percorsi di guerra e che è passata poi a indicare la disciplina sportiva.
Il contesto può essere quello dell'ambiente naturale, ma spesso è lo spazio urbano nel
quale le barriere architettoniche sono più numerose rendendo di conseguenza la corsa più varia e avvincente.
Vi immaginate la gioia di fare salti, capriole e arrampicate da un tetto all'altro,
volteggiando tra cornicioni e terrazze, oltrepassando muretti e rampe di scale con un balzo? Insomma, prodigi di agilità ed equilibrismo che ovviamente posso permettermi solo di sognare in un accesso di funambolica follìa.

Allora oggi sono andata in cerca di una musica che si ispirasse proprio a questa funambolica follìa e l'ho trovata! S'intitola "Prog me", ed è un brano per pianoforte di Giovanni Allevi tratto dal recente album "Estasi".
Qui, l'indole classico-ribelle del compositore ascolano si manifesta nel fondere con la sua inventiva
riferimenti alla musica del passato con ritmi del presente, in particolare del rock progressive. Il termine prog indica infatti quel rock che si distingue dalle sue origini per una maggiore varietà stilistica e per quella libertà che consente di mixare classica e jazz insieme ad altri spunti musicali.

Ne deriva una composizione di esuberante vivacità dove sembra che le note riproducano una corsa dal ritmo irregolare senza soste nè pause e che, a mio avviso, può ricordare le acrobazie degli atleti del parkour.
Con piglio decisamente grintoso, il brano si apre con un tema in do diesis (...o re bemolle? No -
il compositore mi perdonerà - ma preferisco l'energia del do diesis) e prosegue facendolo risuonare in svariate altre tonalità con le quali Allevi ci porta lontano, quasi divagando. Ma quando la corsa sembra rallentare, il tema torna a riproporsi martellante, come magma ancora nascosto ma pronto a esplodere. Un pezzo da spirito ribelle insomma.

E il classico dov'è?... C'è, c'è, non temete: va e viene, si nasconde e riaffiora come
un fiume sotterraneo, scompare e riappare qua e là mimetizzato in un turbinoso vortice musicale. Lo troviamo nelle progressioni bachiane, ma fa capolino anche in un passaggio conclusivo a 0.54 dall'inizio nel quale sento riecheggiare Chopin.
Insomma, una cascata di note che, pur non essendo un' improvvisazione, ne ha
però tutta la freschezza: un Allevi ora scatenato, ora giocoso, ora garbato, ora irriverente che ci regala l'ebbrezza di una totale libertà.

E mi piace dedicare il brano proprio al musicista che - come giorni fa ha annunciato - dovrà iniziare un periodo di cure per combattere una pesante malattia. Anche il suo sarà dunque un percorso di guerra che tutti ci auguriamo lo veda pienamente vincitore, e che Allevi sta già affrontando con cuore di atleta. Ha scritto infatti sui social:  

"Indietreggerò solo per prendere la rincorsa. Mai per arrendermi":

 Allora buona guarigione, Maestro, e buon ascolto a tutti!

(La foto è presa dal web)  

domenica 19 giugno 2022

Stanze - 6


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono stati i tanti particolari ricchi di leggiadrìa, insieme alla grande nitidezza del tratto e dei colori a suggerirmi la "stanza" di questo mese: un interno di casa fiamminga della prima metà del Quattrocento dove è ambientata la scena dell'Annunciazione.
Mi hanno sempre affascinato gli interni dipinti dagli artisti olandesi, da Vermeer a
De Hooch nel Seicento, ma anche più avanti nel tempo fino ai danesi Hammershøi e Holsøe. Sono rappresentazioni sempre piene di silenzio che ci consentono di entrare negli spazi raffigurati respirandone l'atmosfera pacata.
Col dipinto di oggi, però, torniamo indietro di qualche secolo.

Si tratta della "Annunciazione" del celebre "Trittico di Mérode" del belga Robert Campin (1378/79 - 1444) conservato al Metropolitan Museum of Art di New York.
Identificato anche come Maestro di Flémalle e
considerato caposcuola dell'arte fiamminga, l'artista ha - per così dire - traghettato la pittura del Nord Europa dal clima fantasioso e fiabesco del Gotico internazionale al realismo delle novità del primo Quattrocento.
Ha inserito infatti le varie rappresentazioni -
comprese quelle di carattere sacro come questa che vedete - nel contesto della vita quotidiana della sua epoca, ricco di dettagli che fondono semplicità ad eleganza, secondo uno stile che appartiene anche ad altri esponenti dell'arte fiamminga.
Del Trittico ho riportato solo la parte centrale
mentre le ante laterali, che consentivano all'opera di essere chiusa perchè era probabilmente destinata alla devozione privata, rappresentano da un lato i due committenti e dall'altro San Giuseppe mentre lavora.

Come scrivevo in apertura, mi ha colpito la nitidezza della stanza in cui si svolge la scena, insieme alla fusione di elementi architettonici della tradizione gotica con altri di impostazione più nuova.
Dall'elegante nicchia archiacuta dov'è appeso il
paiolo di rame, retaggio del gotico fiorito, andiamo infatti a osservare la costruzione del soffitto e in qualche modo dell'intero ambiente, come fosse un piccolo tentativo di scatola prospettica ante litteram.
Tuttavia, se per certi aspetti tale tentativo è
riuscito - come nella profondità segnata dai cassettoni del soffitto, dalle splendide mensole che lo sorreggono e così pure dalle due finestre circolari - più approssimativo è il rapporto tra le dimensioni delle figure umane e quelle degli arredi, segno di una prospettiva dettata da semplice intuito e non ancora da un preciso calcolo matematico.

A somiglianza di tante Annunciazioni coeve ma anche successive, la scena ci presenta Maria assorta in meditazione davanti a un libro e non ancora consapevole della presenza dell'Arcangelo il cui arrivo ha prodotto un soffio di vento che ha spento la candela - ne vediamo il fumo attorto - e mosso le pagine del libro sul tavolo.
Così pure, il dipinto è ricco di dettagli
simbolici che alludono alla purezza della Vergine, come i gigli nel vaso, e all'Incarnazione e morte di Gesù, rappresentata da quelle figuretta con la croce, che dalla finestra vola verso Maria all'interno di un fiotto di luce.

Ma anche al di là di questa simbologia, l'ambiente è ricco di particolari di vita quotidiana che fondono realismo, raffinatezza e semplicità e proprio per questo rendono la rappresentazione piuttosto varia.
Ogni angolo infatti ha un suo fascino che può far sognare, ma anche caratteri tutti suoi: le bellissime finestre laterali simili a due oblò dalle quali arriva una luce più pacata; il grande camino forse eccessivamente troneggiante per le dimensioni della stanza; poi il paiolo che riflette la luce, proietta la propria ombra sul muro e sembra sospeso sopra un pozzo... (A proposito, vi piacerebbe avere una casetta con un pozzo tutto vostro dove attingere acqua? A me sì!)
Poi ancora il vaso di ceramica bianca e blu sul tavolo.
(Lo sapete che ne ho uno un po' più rustico ma quasi uguale?...)

Insomma tanti piccoli quadri nel quadro, fatti ora da
un angolo di natura morta - guardate il libro sul tavolo e il cartiglio! - ora da un dettaglio architettonico, ora da una finestra che si apre sul cielo in uno spazio ordinato e sereno.

Bellissima appunto, nella sua semplicità, la finestra in fondo le cui imposte scure si aprono su di un cielo chiaro e sognante che - chissà! - mi piace pensare abbia saputo suggestionare altri artisti successivi, dai pittori di nuvole come Constable a quelli di cieli come Magritte.
Ad affascinarmi è proprio
quella finestra dalla quale entra una luce pacata che contrasta con le ante scure, e ci regala un senso di ordine che dà respiro all'intera stanza.
Forse, l'unico elemento che poco si accorda con
l'aura nitida e sobria dell'ambiente è la ridondanza quasi scultorea dei panneggi che, peraltro, ritroviamo anche in altri celebri contemporanei di Campin come Van Eyck e Van der Weiden.
Il candore del bianco e la particolare tonalità
di rosso è tipica infatti di tante composizioni fiamminghe.

E per commentare in musica l'atmosfera di questa particolare stanza, ho pensato subito a Bach e a un brano di solenne e pacata luminosità come il "Larghetto" del "Concerto n.4 in La maggiore per clavicembalo e orchestra BWV 1055", qui nella trascrizione per oboe d'amore.
Può sembrare malinconico l'esordio del pezzo e in effetti la sua tonalità di fa#
minore lo giustifica, ma la melodia si apre in maggiore a 1,51 dall'inizio con un movimento di grande serenità. Bella inoltre la sovrapposizione delle fioriture dello strumento solista sul ritmo sempre uguale ma dolce di 12/8, quasi simile a quello di una danza.
E mi sembra che l'insieme possa accordarsi con l'attitudine meditativa di Maria,
l'atteggiamento quasi timido dell'Arcangelo e l'atmosfera di luminosa pace del dipinto.

Buon ascolto!