mercoledì 16 ottobre 2019

Librarsi in volo

A.Scheffer (1795 - 1858) : "Ritratto di F. Liszt"
Ancora una volta per pianoforte il brano di oggi, ma di una leggerezza che ci consente di librarci in volo, incontro ai nostri sogni.
E ancora una volta a catturarmi è l'interpretazione del bravissimo Daniil Trifonov che avete ascoltato non molti giorni fa in un pezzo di Schumann.

Ho l'impressione che il mondo musicale romantico sia particolarmente congeniale a questo giovane pianista russo: dolcissimo infatti il suo Chopin, come poi Schumann e ora il brano di Liszt che sentirete. Certo, nel suo repertorio trova posto anche Bach, ma riletto da Brahms e da Rachmaninov, il che la dice lunga sulle sue passioni e i suoi gusti.

Il pezzo di oggi è appunto una celeberrima composizione di Franz Liszt (1811 - 1886): lo "Studio n.3 in Re bemolle maggiore" intitolato "Un sospiro", tratto dai "Tre studi da concerto S.144".  
Ho impiegato parecchio tempo per sceglierne l'interpretazione tanti e tali sono i pianisti che si sono cimentati nel suonarlo. Ma alla fine sono tornata ancora a Trifonov. Senza nulla togliere alla meravigliosa esecuzione della Lisitsa o a quelle certo pregevoli di Arrau o di Hamelin, la sua mi è parsa più toccante e suggestiva. La melodia è infatti scandita in modo particolarmente nitido sopra un'ininterrotta sequenza di arpeggi che si susseguono come onde del mare o simili a un vento che solleva in volo. Arpeggi prima affidati alla mano sinistra e poi alla destra, mentre l'esecuzione sottolinea - ora con energia, ora con morbidezza - la continua alternanza di crescendo e diminuendo.
  
In effetti, Liszt ha creato qui un tema cantabile accompagnato da una prodigiosa ricchezza espressiva che, tra l'altro, mi pare vada ben al di là del titolo - "Un sospiro" - dato poi al brano.
In esso il compositore sembra invece aver scandagliato tutto il magma di sentimenti che un semplice sospiro può celare, alla ricerca di una segreta dimensione del cuore che - sia nella luminosità del tono maggiore che nella malinconia di quello minore - si fa sempre più intensa e incantevole.
Sono note che paiono alla continua ricerca di un'essenza che sfugge o che si rivela per brevi illuminazioni nello splendore di certi passaggi di tonalità, restando tuttavia sempre un po' oltre. Basterebbero a dimostrarlo le numerose indicazioni agogiche che suggeriscono lo stile espressivo, dalle quali possiamo seguire l'andamento del pezzo e al tempo stesso cogliere in esso tale ricerca: "armonioso", "cantando", "dolce con grazia", "appassionato", "impetuoso", "sottovoce", "languendo", "leggerissimo volante"...

Un brano squisitamente romantico dunque, ma talora anche aperto al nuovo perchè - poco dopo la metà, quando la parte più animata va a spegnersi - Liszt vi anticipa qua e là armonie dissonanti e inusitate che saranno poi tipiche della musica impressionista a cominciare da Debussy. La melodia infatti è giocata su di una serie di accordi che si fanno progressivamente più sfumati, come se il compositore avesse voluto esplorarne ogni possibile effetto cromatico, quasi al confine di quella che - nel XX secolo - sarà la musica atonale.
Un pezzo di difficoltà forse non inferiore a quella dei famosissimi "Studi trascendentali" e tecnicamente complesso per la necessità di incrocio delle mani, ma ricco di un incanto che Daniil Trifonov coglie e valorizza in pieno con la propria maestria e insieme con straordinaria passione.

Buon ascolto!

martedì 8 ottobre 2019

Irresistibile

Claude Monet: "Mare grosso ad Étretat" - Parigi, Museo d'Orsay.














Agitato, impetuoso, irruente, tempestoso come un mare in burrasca percosso da un vento gagliardo e irresistibile. Un vento che tuttavia sembra concedere - qua e là - brevi pause di calma mentre, dopo ondate potenti, le spume si allargano dolcemente sulla riva e il rumore sordo della risacca si stempera in un suono più lieve.
A suscitarmi queste sensazioni è un brano di musica famoso e affascinante: lo "Studio in re diesis minore op.8 n.12" di Alexander Skrjabin (1872 - 1915), pianista e compositore russo del quale forse ricorderete il "Preludio n.8 op.11 in fa diesis minore" pubblicato qui.
Il suo stile si colloca nella fase di passaggio dal tardo romanticismo alle novità della musica atonale. Tuttavia, il pezzo che ascolterete appartiene a quella serie di composizioni che guardano ancora alla tradizione e nelle quali - come osservavo anche nel vecchio post - è possibile ritrovare, tra l'altro, riferimenti a Chopin.
Credo sia facile sentirlo riecheggiare anche in queste note: nella forza improvvisa degli accordi iniziali, ma anche in quei passaggi conclusivi in cui - soprattutto nella celeberrima interpretazione di Vladimir Horowitz - gli accenti si fanno più lievi e il brano ha sfumature d'incomparabile dolcezza.
E vengono in mente ancora una volta alcuni famosi pezzi del musicista polacco: dall'impeto appassionato dello "Studio op.10 n.12" conosciuto col titolo "La caduta di Varsavia", fino alle parti più animate del "Larghetto" del "Concerto n.2 in fa minore op.21".
Sembra che Skrjabin abbia a tal punto interiorizzato le note di Chopin da restituircele ormai fuse con la propria passione, anche se talora ricche di contrasti ancor più accesi e drammatici. Lo "Studio in re diesis minore" in effetti, si conclude con un parossistico crescendo di accordi che può ricordare anche l'irruenza di Rachmaninov. 
Una musica di grande effetto dunque, e non priva di difficoltà tecniche. 
Come si osserva dallo spartito, infatti, la mano destra suona sempre ottave e la sinistra è impegnata in intervalli che talora vanno oltre l'ottava stessa.

E a proposito di mare in tempesta, mi piace associare l'atmosfera e l'impeto del brano di Skrjabin alle onde turbinose e al colore plumbeo, quasi cangiante, del cielo che vedete in queste immagini.
Si tratta di un'affascinante opera di Claude Monet (1840 - 1926) intitolata "Mare grosso ad Étretat".

La celebre scogliera con la falesia a picco sul mare è un luogo che l'artista ha rappresentato spesso, in differenti orari e angolature di luce, un po' come per la famosa serie delle Cattedrali di Rouen.
Ma qui mi pare che bianco, verde, azzurro cupo e grigio, insieme alla tinta scura della spiaggia e della roccia, si accostino tra loro con rara efficacia, dandoci la percezione del dramma che si sta compiendo. 
La tempesta rischia infatti di travolgere un'imbarcazione al largo, mentre le persone radunate sulla riva a scrutare l'orizzonte sembrano rendersi conto del pericolo. 
Si tratta di una burrasca invernale, come si vede dal loro abbigliamento che l'artista ha raffigurato con tratti sintetici ma al tempo stesso efficaci. E benchè i volti non siano delineati, insieme all'urto del vento cogliamo ugualmente la loro incertezza e i timori per la gravità della situazione.

Basterebbe questo solo particolare qui a lato a farne un piccolo quadro nel quadro, un dipinto a sè stante sul dramma di un'attesa.
Ma possiamo osservare la tecnica pittorica dell'artista anche da altri dettagli: dalle spume che si confondono con la roccia alle larghe pennellate di colore, sommarie e quasi materiche, fino alle onde bianche che riproducono il movimento del mare in un affascinante impasto di tinte.
E laggiù in fondo, quella piccola imbarcazione, sola nel suo precario destino. 
Ne riconosciamo la vela e il profilo, preciso pur nella sua indeterminatezza, o forse efficacissimo proprio per questa. 
Sta anche qui la magìa della pittura impressionista: pochi tratti a individuare una situazione, a raffigurare una natura grandiosa e infida, splendida e impetuosa, irresistibile nella sua potenza come queste note di Skrjabin.

Buon ascolto!

lunedì 30 settembre 2019

Una dedica appassionata

(Foto presa dal web)
Da cosa nasce cosa e dai canti ortodossi - che ho appena pubblicato - ai compositori russi il passo è breve, come pure da questi agli interpreti delle loro musiche.
Così oggi - di brano in brano - sono arrivata a uno splendido e giovane artista russo che i lettori di questo blog dovrebbero ricordare per averlo già ascoltato in un pezzo di Chopin: precisamente qui.

Si tratta di Daniil Trifonov, classe 1991, brillante pianista nonchè compositore, già affermato a livello internazionale e distintosi per aver vinto numerosi concorsi. Il suo repertorio spazia da Chopin a Tchaikovsky, da Prokofiev a Skrjabin, ma quello che vi propongo oggi nella sua interpretazione è un brano di Robert Schumann (1810 - 1856), nella rielaborazione fatta da Franz Liszt (1811 - 1886).
S'intitola "Widmung" ("Dedica"), Lied su testo del poeta Friedric Rückert e primo brano della raccolta "Myrthen op.25" composta dal musicista per l'adorata Clara Wieck. Ed è proprio un'appassionata dedica d'amore alla donna, dolcissimo omaggio di Schumann in occasione del loro matrimonio celebrato nel 1840, dopo anni di contrasti tra il musicista e il padre di lei.
Il pezzo, scritto originariamente per voce e pianoforte, verrà in seguito arrangiato per piano solo da Liszt che, se pure nella prima parte ne lascerà intatto il tono di raccolta intimità, in alcuni passaggi ne amplierà le sonorità pianistiche superando la destinazione familiare per cui era nato e facendone invece un brano da concerto.

Si tratta certo di una pagina che - soprattutto nella successiva rielaborazione - consente agli interpreti di mettere in luce le proprie doti di virtuosi.
Tuttavia, il pezzo non è apprezzabile soltanto sul piano tecnico, ma è anche uno dei testi in cui, forse più di altri, l'ispirazione di Schumann si fa tenera e al tempo stesso appassionata nel segno di un intenso romanticismo. E mi pare che siano proprio queste dimensioni ad essere colte, sottolineate e mirabilmente espresse dalla sensibilità di Trifonov.
A parte la straordinaria leggerezza con cui le sue mani si muovono sulla tastiera, è evidentissima la partecipazione emotiva del solista che ci offre una performance ricca di freschezza e insieme di grinta, dove le svariate riprese del tema suonano prima più intime, poi sempre più impetuose e veementi.
Siamo ad un livello in cui la pura tecnica viene ormai superata ed affiora la spontaneità del cuore: non rigido perfezionismo, ma morbidezza e abbandono dell'anima all'incanto della musica, in un moto trascinante che coinvolge anche noi che ascoltiamo.
E nonostante la giovane età, quella di Trifonov mi sembra già la naturalezza dei grandi.

Buon ascolto!

martedì 24 settembre 2019

Splendore polifonico di un rito

(Foto presa dal web)
Non mi è facile proseguire dopo aver pubblicato il brano della volta scorsa, non perchè non esistano musiche altrettanto sublimi, ma perchè fatico a staccarmi da una melodia di così grande intensità come quell'inno ortodosso.
Ma è anche perchè sono convinta che alle note di quel canto, nel loro profondo vibrare, non sia estranea una forte e rara valenza terapeutica.

Lo so, l' argomento è vasto e vi ho fatto cenno in passato in altri post, ma è un dato che mi sento di richiamare ancora una volta e a maggior ragione ora, dopo avere ascoltato a lungo quelle voci che ci attraversano l'anima per condurci alle soglie dell'infinito.
Per questo mi auguro che chi - anche solo per qualche momento - insieme alle immagini riportate nel post si è lasciato catturare dalla musica, ne abbia sperimentato il dono impagabile: un sorriso che nasce dal profondo. 
In quelle note, così come in quelle voci delicate e insieme robuste, abitano infatti una potenza e una concretezza che, se pure ci conducono in un paradiso dall'atmosfera rarefatta, non dimenticano la terra da cui proveniamo. E a mio avviso proprio qui sta il bello, perchè ci regalano la luminosa percezione che cielo e terra siano indissolubilmente fusi in un legame che supera ogni nostra capacità di immaginare.

Allora, prima di voltar pagina e passare ad altro, mi piace indugiare ancora per qualche momento su questi canti dall'aura così profonda e suggestiva.
La mia scelta di oggi si orienta su Piotr Ilic Tchaikovsky con un brano tratto dalla "Liturgia di San Giovanni Crisostomo op.41", liturgia eucaristica di rito bizantino - la cosiddetta messa ortodossa - diffusa nella Chiesa russa e celebrata nella maggior parte dei giorni dell'anno.

Il pezzo che ascolterete - il n.10 - si intitola "To Thee we sing", (A Te inneggiamo) e coincide col momento più alto del rito, quando viene invocato lo Spirito Santo sul pane e sul vino per la consacrazione.
Si tratta di un coro a cappella che ci immerge fin dall'inizio in un' intensa e ardente atmosfera di contemplazione che fa del canto non un'aggiunta facoltativa, ma una vera e propria parte integrante del rito. E la sua soavità, in alcuni passaggi, ricorda l'ancor più famoso "Inno dei Cherubini" - che potete ritrovare qui - scritto da Tchaikovsky per la medesima liturgia.
Singolare poi la fusione delle voci e l'armonia grandiosa e solenne che ne deriva, con tratti dall'ampiezza e complessità quasi orchestrale soprattutto nei vari passaggi di tonalità. Altrettanto singolare è la percezione d'infinito che questa musica ci offre attraverso dissonanze che accentuano il riverbero di ogni nota.
Ma affascinante anche il lunghissimo accordo finale che sfuma gradatamente  nella fusione delle diverse voci, alle quali si aggiunge poi - pacatissimo - il basso profondo.

Buon ascolto!

lunedì 16 settembre 2019

Finestre sull'invisibile

Monastero di Sucevita: "Scala delle virtù" (decorazione esterna, part.)



















È con un certo tremore che mi accingo a condividere le immagini che vedete e che riproducono i dipinti di alcuni fra i più famosi monasteri ortodossi rumeni che ho visitato non molti giorni fa. 
Sì, ne scrivo con un certo tremore: ci sono infatti esperienze, sensazioni o emozioni difficili da comunicare poichè le parole, a volte, mostrano tutto il loro limite e possono solo adombrare l'impatto con la realtà.
Monastero di Voronet: esterno (part.)
E se pure in certi casi arrivano a cogliere il nucleo caldo di una determinata esperienza, lo fanno per brevi illuminazioni, talora per folgorazioni come accade ai poeti, ma non di più.

Per questo - e più ancora che per gli altri post del blog - trovo che qui la musica abbia un ruolo significativo non solo per commentare o descrivere una serie di immagini, ma per consentirci di entrare per così dire in esse, cogliendone più a fondo tutta l'intensità comunicativa. 
Monastero di Moldovita: interno (part.)
È una dimensione nella quale la musica si fa poesia, in quanto non ci restituisce solo la generica atmosfera di un luogo, ma riesce a ricreare (il termine greco poiesis significa proprio creazione) un vissuto che le parole - e in questo caso anche le mie foto con i loro limiti - non possono esprimere pienamente. 
Così, ancor più di un semplice discorso, le note arrivano a toccare corde profonde e a suscitare emozioni più immediate e vive.
 
Monastero di Moldovita: esterno (part.)
Da tempo desideravo visitare i monasteri rumeni, da quando - cinque anni fa in Russia - avevo visto alcune chiese ortodosse e lo splendore dei loro dipinti e delle icone mi era rimasto nel cuore. 
Tuttavia, i monasteri della Bucovina, una delle regioni più settentrionali della Romania, hanno superato le mie aspettative. 
Si tratta di edifici costruiti intorno al XVI sec. e subito circondati da mura fortificate per la necessità di difesa dagli attacchi dell'Impero ottomano.
Allo stesso periodo risale anche la decorazione pittorica esterna talora ben conservata, ma altrove deteriorata dagli agenti atmosferici. 
I cicli di affreschi interni sono invece successivi e tutto l'insieme rappresenta storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, ritratti di santi e talora anche eventi storici. Attualmente, i monasteri sono ancora abitati da alcune comunità di monache ortodosse.

Monastero di Moldovita: iconostasi
La visita - come dicevo - ha superato le mie aspettative. 
A colpirmi non è stata infatti solo la struttura architettonica dei vari edifici, peraltro molto simili tra loro, o la vivacità dei colori della decorazione esterna - dal celebre azzurro di Voronet la cui composizione chimica è ancora un mistero, alle tinte talora più calde del monastero di Moldovita - ma anche il fascino degli ambienti e della decorazione interna. 
Sono infatti spazi di dimensioni limitate che ci introducono progressivamente nel luogo in cui sostare in preghiera, davanti alle immagini e alla preziosa iconostasi dietro la quale il sacerdote celebra la liturgia.
Ed è come dirigersi verso un cuore, un nucleo sempre più intimo di cui la ricca decorazione al soffitto e alle pareti ci suggerisce la sacralità. Una sacralità che si avverte intensamente quasi che l'aura di preghiera di chi lì - nel corso del tempo - ha invocato, cantato, celebrato o lavorato alla decorazione pittorica, si potesse ancora cogliere e ci avvolgesse come un manto protettivo. E desta sempre un profondo stupore vedere quanto un'intensa religiosità si traduca, quasi naturalmente, in bellezza.

Monastero di Voronet:"Giudizio universale"(part. facciata)
L'impressione non è nuova e ci sono tanti altri luoghi nell'Occidente europeo - dalle cattedrali gotiche alle basiliche ravennati, dagli Scrovegni alla Cappella Sistina, solo per fare qualche esempio - che sanno condurci alle soglie del sublime.
Ma a mio modesto avviso, nei monasteri rumeni la sensazione è ancor più coinvolgente e intensa.
Infatti, non si tratta solo di contemplare la bellezza, ma di esserne pervasi come se l'afflato di fede della miriade di santi che ci guardano dall'alto degli affreschi o delle icone, e dei tanti pittori che vi hanno lavorato, si potesse respirare attraverso le loro opere e fosse vivo, ancora oggi, per il visitatore.
Monastero di Sucevita: interno (part.)
Al tempo stesso, i dipinti ci riportano ad un ambiente greco-ortodosso che ha radici e riferimenti lontani. 
Un esempio su tutti: la foto grande in alto che riproduce un particolare della "Scala delle virtù", opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați.
Si tratta di un affresco che è di fatto la trasposizione iconografica di un'opera di Giovanni detto Climaco, monaco del VII secolo, autore di un trattato intitolato "La scala del Paradiso", da cui il suo soprannome (climax infatti in greco significa scala).
Monastero di Voronet: interno (part.)
In esso si descrive il cammino di ascesi del monaco verso Dio, attraverso trenta gradini che rappresentano la lotta contro i vizi e il conseguimento delle virtù in un progressivo itinerario di purificazione. Lotta non facile tra il bene e il male, simboleggiati dagli angeli e i demoni ai due lati della scala.
Un mondo segnato quindi da una forte spiritualità contemplativa e, per certi aspetti, lontano da quello occidentale più volto all'azione, ma forse proprio per questo affascinante nel il suo intenso richiamo all'interiorità e al silenzio.

Ma, come scrivevo in apertura, è solo la musica che può introdurci efficacemente nel clima spirituale di questi monasteri, e in particolare un canto ortodosso, una melodia da ascoltare piano e da far risuonare in noi nella sua soavità e insieme nella sua forza.
Monastero di Moldovita : "Albero di Jesse" (part.)
Per questo, ci affidiamo a un brano del compositore russo Grigory Lvovsky (1830-1894), intitolato "Now the Powers of Heaven"
Si tratta di un inno che veniva cantato durante la liturgia quaresimale dei doni presantificati - una delle più suggestive liturgie della chiesa cristiana ortodossa - e che probabilmente affonda le sue radici in una composizione musicale di tradizione più antica alla quale Lvovsky ha fatto riferimento.
Il testo recita:
"Ora i poteri del cielo servono invisibilmente con noi. Ecco, entra il re della gloria. Ecco, il sacrificio mistico è portato avanti, realizzato. Avviciniamoci con fede e amore e diventiamo comunicatori della vita eterna. Alleluia, Alleluia, Alleluia."
Monastero di Moldovita : interno (part.)
L'inno viene cantato per quattro volte consecutive: prima dolcemente e sottovoce, poi con intensità sempre crescente e una solennità sempre più grandiosa. Il canto ci consente così di vivere questa musica nella sua dimensione di soavità, ma anche nella sua gioiosa potenza. 
E le voci del Coro del Monastero Sretensky di Mosca - dalle più alte al basso profondo, ora lievissime, ora decisamente più robuste - nella loro esortazione sembrano rendere vivo per noi l'afflato di fede che lo splendore artistico di questi monasteri ci testimonia con forza. 
E come le loro icone, anche la musica è qui una finestra aperta sull'invisibile.

Buon ascolto!


lunedì 9 settembre 2019

Solitudine amica

(Foto presa dal web)
Ritorno qui dopo una piccola pausa e, per prima cosa, desidero ringraziare l'amico blogger Bruno Pernice - del sito dtdc (di testa, di cuore) - che col suo ultimo post mi ha offerto lo spunto per il mio articoletto di oggi.
Nel suo simpatico racconto, cita infatti un pezzo di musica che da qualche anno non mi era più capitato di sentire e che sono andata prontamente a riascoltare, ritrovandovi tutto il fascino che mi aveva catturato a suo tempo.

Si tratta della "Cavatina" di Stanley Myers (1930 - 1993), compositore inglese conosciuto per le sue colonne sonore e in particolare per questo brano, divenuto famoso come commento musicale del film "Il cacciatore"
La pellicola, che certo ricorderete, racconta una drammatica e cruda vicenda di guerra, ma anche una struggente storia di amicizia in cui s'intrecciano sogni, delusioni e nostalgie che la "Cavatina" - tema portante della colonna sonora - ci restituisce con intensità.
Ma, come accade per tante altre musiche, spesso la loro bellezza non resta legata al contesto che ne ha segnato l'origine, ma - soprattutto a distanza di tempo - va oltre e ci accompagna altrove, lungo strade diverse e tutte nostre.
Così, al di là delle vicende del film che esso commenta, questo brano si è ammantato per me di un fascino nuovo. Vi ho colto in realtà una grande pace, una dolcezza che induce a un respiro più calmo, insieme a un'aura meditativa che pacatamente ci guida in una dimensione di solitudine amica.

Composto originariamente da Myers per pianoforte e poi trascritto per chitarra da John Williams, il pezzo è stato oggetto di altre numerose trascrizioni tra cui una cui sono state aggiunte le parole. 
Qui tuttavia, ho scelto ancora la versione per piano solo perchè - a mio avviso - ne mette maggiormente in luce l'intensità e, più di altre, sembra riecheggiare qualche tema caro alla musica classica. Del resto, anche il termine "cavatina" - breve aria di entrata in scena di un personaggio, tipica del melodramma dal XVIII sec. in poi - trae origine dal passato. Senza azzardare troppi paragoni, questo di Myers potrebbe essere un nostalgico Sogno d'amore dei nostri giorni cui abbandonarsi con dolcezza, come ci si lascia portare da una ninna-nanna o da una danza che segua lieve i ritmi dell'anima.
La melodia infatti si dipana lenta sulla base di semplicissimi arpeggi che le conferiscono calma e continuità. Essa si snoda ora luminosa, ora vagamente malinconica, con uno splendore che possiamo cogliere anche grazie all'esecuzione che alterna tocchi più nitidi ad altri dove il tema sfuma leggero. Un pezzo ricco di un'intimità che va facendosi sempre più intensa e, attraverso le note più basse e i progressivi passaggi di tono, sembra davvero scavare nel profondo.
Ultima precisazione: contrariamente allo spartito della "Cavatina" che vedete in foto e che riporta la tonalità originaria di Mi maggiore, la versione che ascolterete è in Mi bemolle maggiore, con un risultato che - a mio modesto avviso - non altera, ma sottolinea il fascino del brano.

Buon ascolto!

giovedì 15 agosto 2019

Buon Ferragosto!!!

A. Carracci: "Assunzione della Vergine" (particolare) - Madrid, Museo del Prado.















Con un dipinto del Carracci (1560 - 1609) e sulle note di Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.


A presto!

 

Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611) : "Ave Maria".

venerdì 9 agosto 2019

Bach in jazz

Carlo Maria Barile (Foto presa dal web)
Non ho l'abitudine di ripetermi ripubblicando, magari a distanza di tempo, lo stesso brano musicale. 
Mi piace sempre cambiare e, anche se il numero delle musiche che pian piano si sono sommate in questo blog è già considerevole, cerco ogni volta di allargare lo sguardo a nuovi stimoli e magari a nuovi autori.
Tuttavia, talora si possono fare delle eccezioni, soprattutto se sono giustificate da un'interpretazione particolare o da un determinato arrangiamento che presenti il pezzo sotto un'ottica differente.

È il caso di una delle composizioni più conosciute - e forse anche più eseguite - di Bach: il "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 846" del primo libro del "Clavicembalo ben temperato", famoso non solo perchè apre una delle opere più gigantesche del compositore tedesco, ma anche perchè è stato preso da Gounod come base per la sua celeberrima "Ave Maria".
Lo avevo pubblicato tempo fa proprio qui, splendidamente eseguito da Tzvi Erez, insieme a un altrettanto famoso studio di Schumann, perchè quest'ultimo mi pareva prendere spunto proprio dal preludio bachiano ed esserne un po' - diciamo così - la risoluzione in chiave romantica.
Oggi però lo ripubblico volentieri perchè - andando a zonzo su youtube come spesso mi capita - ho scoperto che, in un recentissimo concerto, questo pezzo è stato oggetto di una splendida improvvisazione jazz, e la cosa ha destato il mio interesse. Interprete è Carlo Maria Barile, giovane musicista di sicuro talento, già affermato a livello internazionale come organista classico, compositore e insieme pianista jazz, dimensioni differenti che convivono integrandosi perfettamente nella sua poliedrica personalità musicale.

Pur essendo numerosissimi gli artisti contemporanei che hanno arrangiato Bach con svariati tipi di contaminazione, l'interpretazione del Maestro Barile mi sembra particolarmente affascinante perchè cattura subito l'ascoltatore con una fantasia inesauribile che va oltre la semplice rielaborazione ritmica del brano, pur restando rispettosa del testo. Le sue improvvisazioni infatti - al di là della vivacità talora anche molto accesa di certe performances - non sono mai estreme perchè, se da un lato la sua inventiva fa fiorire le note con grande spontaneità, dall'altro - a ben ascoltare - è possibile riconoscere e seguire facilmente l'impianto armonico dell'originale. 
Inoltre, dal suo modo di suonare affiora a volte il ricordo di certi temi con variazioni di stampo barocco, coniugati però con la sensibilità di chi ha dentro il sapore della musica contemporanea. E ascoltarlo diventa solo gioia.

Nonostante qui il clima musicale sia inizialmente molto pacato, è possibile riconoscere tali caratteri anche nella rielaborazione del preludio bachiano.  
Il Maestro Barile ne esegue la versione originale all'inizio e alla fine, mentre la parte centrale della sua esibizione è dedicata proprio all'arrangiamento jazz.
È una passione dolce e progressivamente più intensa quella che il pianista vi esprime, tendendo un filo tra passato e presente e trasfondendo nel rigore bachiano la ricchezza della propria sensibilità.  
Vi si respira un'atmosfera di morbida dolcezza, talora vagamente danzante, declinata in un andirivieni di note nelle quali - ancora una volta - si può ravvisare la struttura armonica su cui Bach ha costruito il testo, insieme a qualche richiamo, qua e là, a ciò che ne ha tratto in seguito Gounod.
E l'inventiva dell'interprete è bellezza che si aggiunge a bellezza.

Buon ascolto!

sabato 3 agosto 2019

La lezione degli orti

Non ho il pollice verde - devo averlo già detto in passato - e benchè mi piacciano molto piante e fiori, non sono capace di farli durare se non per il periodo necessario perchè si completi la fioritura e a volte anche alcuni giorni in più.
Ma in confronto a chi mantiene e fa riprodurre da un anno all'altro il verde di casa, sono decisamente una frana. 
Lo so: le piante vanno amate, con loro si deve parlare - ho alcune amiche che lo fanno! - e vi assicuro che anch'io le curo e me le covo. 
Ma che volete? Temo sia un amore non ricambiato.

Piante ornamentali a parte, però, col passare del tempo, ogni tanto rispolvero l'idea di farmi un orto. 
Pare che dedicarvisi a una certa età abbia ampi benefici non solo in termini di produzione di ortaggi, ma anche sul carattere.
Dico rispolvero perchè - ad essere sincera fino in fondo - anni fa avevo tentato l'esperimento. Non ho un giardino tutto mio, ma ampi balconi dove, nell'arco della giornata, si alternano sole e ombra a volontà. Così, avevo pensato di sistemare la terra nelle cassette da frutta e voilà!, lì mettere a dimora le varie piantine. Detto e fatto. Così, per cominciare avevo scelto le fragole, pregustando un raccolto abbondante.
Ne sono nate tredici, di numero. Belle, buone, rosse al punto giusto...ma tredici. Poi le piante non hanno voluto più saperne di fruttificare.
Mi direte: ma la terra era quella giusta?...e il concime ?...l'acqua? l'esposizione???
Calma per favore, una cosa per volta, credete pure che ho fatto il possibile. Però, quando dopo il fatidico numero tredici non è nato più nulla, ho desistito.

Tuttavia, mi dev'essere rimasto dentro un desiderio inquieto di orto, perchè una delle passeggiate che più apprezzo qui, nel paesetto di montagna dove passo le vacanze, è proprio quella che costeggia i numerosi orti della zona.
Sono appezzamenti di terreno talora piccoli - magari ricavati da uno spazio estremamente ridotto - altre volte di più ampie dimensioni, ma sempre ben curati e spesso circondati da fiori come usa qui, con verdure rigogliosissime che, dalle foto che ho scattato, potete osservare nelle loro svariate gradazioni di verde.
Vi sono patate, carote, insalatine varie, coste, piselli, aglio, salvia, zucche e zucchine di cui nel tempo ho potuto seguire la crescita. Mentre infatti un mese fa spuntavano ancora timidamente dal terreno - va detto che qui siamo a più di 1700 metri! - ora lo ricoprono con cespi fitti e folti che sono una gioia per gli occhi. Li guardo e vi assicuro che faccio il tifo perchè ogni piantina possa giungere a maturazione senza danni dopo che, qualche anno fa, una violenta grandinata - fenomeno peraltro raro in questa valle - aveva letteralmente triturato fiori e verdure.
L'evento aveva gettato nella costernazione abitanti e turisti perchè un orto, qui, non è soltanto una fonte di sostentamento e un piccolo cespite di guadagno, ma anche un segno di attenzione e di perseverante cura del paesaggio, una delle tante dimensioni della bellezza del quotidiano. 
Una bellezza umile ma non meno preziosa di altre, che s'inserisce nella grandiosità e nella magnificenza del panorama circostante con un suo rasserenante splendore.

Forse per questo, quando è stato il momento di scegliere una musica da associare al piacere offerto dal verde degli orti, d'istinto ho pensato a Mozart e alla tranquillità riposante e insieme pensosa di certi suoi brani. 
Mi è poi venuto in mente che, anche nel bellissimo film "Il mio amico giardiniere" che ho recensito qui qualche anno fa, una delle colonne sonore della pellicola è proprio Mozart con il secondo tempo del "Concerto per clarinetto in La maggiore", il famosissimo K.622 ! E allora...
Allora del compositore salisburghese oggi ho scelto il "Concerto per flauto in Sol maggiore K.313" nel suo  secondo movimento "Adagio ma non troppo".

Si tratta di un pezzo rasserenante e cantabile che si snoda con ritmo tranquillo come nella mia passeggiata tra gli orti di montagna, dove la terra ancora insegna a scrutare il cielo in paziente attesa, insieme al piacere di veder nascere dei germogli, seguirne la crescita quotidiana e raccogliere con gioia i frutti.
Un Adagio che, nella calma e nella dolcezza del flauto solista, ci aiuta a ritrovare il giusto respiro. Ci accompagna così in un procedere privo di affanno, mentre ci guardiamo intorno lasciando che gli occhi si posino un po' pigramente sul panorama e si riempiano di colori, magari indugiando sul giallo dei fiori di zucca che occhieggiano tra il verde.

Buon ascolto!

venerdì 26 luglio 2019

Sul podio

Felix Mildenberger (foto presa dal web)
Mi piacerebbe tanto fare il direttore d'orchestra!!!
No, tranquilli, non mi ha dato alla testa il caldo torrido di questi giorni...
O forse sì!!!
Scherzi a parte, quando vedo su youtube alcuni dei miei direttori preferiti - Karajan, Bernstein, Kleiber e il francese Marc Minkowsky, fondatore de "Les musiciens du Louvre", che adoro! - penso sempre all'immenso fascino di una professione come questa che, nel dar vita ad una composizione, consente di stabilire un rapporto profondissimo con la partitura e l'intero organico strumentale.

Certo, si tratta di un ruolo che - forse ancora più di altri - esige anni di studio, perchè dirigere non è solo padroneggiare un insieme di musicisti, ma sapere prima di tutto con chiarezza dove condurli. Per questo, fra i vari termini che traducono in altre lingue la parola direttore, mi piace molto l'inglese conductor che - più ancora del tedesco dirigent - dà l'idea di una guida che ti prende e ti porta da un luogo all'altro, verso una meta, attraverso il cammino disegnato da un testo musicale. Un viaggio attraverso la musica insomma, dove ad essere condotti sono orchestrali e pubblico, ma in fondo anche lo stesso direttore che porta e, a sua volta, è portato dallo splendore delle note.

Tutto questo discorsino per dire che, tra le varie proposte culturali di Rai 5, mi hanno molto interessato, nel giugno scorso, le puntate del programma intitolato "Il Sogno del podio", docu-talent show dedicato all’edizione 2018 della “Donatella Flick LSO Conducting Competition”.
Si tratta di un contest in cui venti giovani direttori d'orchestra under 30, selezionati tra numerosi altri musicisti europei, si sono misurati nelle fasi finali di un concorso presso la Guildhall School of Music & Drama e al Barbican Centre di Londra. E al vincitore è stata offerta l'opportunità di diventare per un anno assistente del direttore della prestigiosa LSO, la London Symphony Orchestra.

Durante le puntate della trasmissione condotta da Milly Carlucci, i singoli candidati sono stati presentati attraverso i tratti sommari della loro vita e del loro percorso di formazione, ma vi sono stati anche spazi riservati ai membri della giuria che andava a esaminarli. 
Il clou del programma però era ovviamente il momento in cui i vari concorrenti si misuravano con una partitura da eseguire e davanti a un'orchestra alla quale davano le indicazioni o le correzioni più opportune, come accade in sede di prove.

A tutta prima, ho trovato il programma interessante perchè era un'ulteriore occasione per ascoltare musica: da Mozart a Stravinsky, da Tchaikovsky a Kodaly e via dicendo. Ma più osservavo la passione e la competenza di questi giovani e il loro modo di affrontare l'orchestra, più mi chiedevo quali sarebbero stati i criteri di giudizio usati dalla giuria per valutarne le capacità. La conoscenza della partitura o l'entusiasmo? La prontezza e l'esattezza del gesto o quel magnetismo che talora è la dote naturale con cui un direttore cattura l'attenzione dei vari musicisti e ne fa un organico coeso capace di muoversi al suo cenno?
Certo, non è facile valutare in base al breve stralcio che la trasmissione mostra, soprattutto per chi - come la sottoscritta che non è un'esperta del settore - può basare il proprio giudizio solo su dati esteriori. Tuttavia, mi sono lasciata prendere, diciamo così, dal gioco e ho voluto provare a mettermi nei panni della giuria, lavoro indubbiamente difficile anche per direttori di fama perchè questi ragazzi, ciascuno a suo modo, erano tutti bravi! 
Attraverso le loro personalità, riuscivano infatti a comunicare una diversa eppure ugualmente intensa passione e competenza musicale. Mi sono piaciuti in particolare i loro sguardi limpidi e schietti, talora più scintillanti nel loro entusiasmo, altre volte più tranquilli e pacati, ma sempre animati da un fuoco interiore e da una perseveranza non comune.

Devo dire che, davanti ad alcune delle prime selezioni, ho avuto l'impressione che la giuria premiasse soprattutto la capacità di padroneggiare la situazione con lo sguardo e con un gesto talora eccessivamente plateale rivolto all'intera orchestra, mentre io avrei privilegiato l'attenzione nel guidare in tutti i particolari le varie sezioni strumentali.
Poi, però, nel susseguirsi delle puntate fino alla conclusione, mi sono resa conto che i giovani selezionati rispondevano davvero ad entrambe le esigenze: la sicurezza del gesto ora misurato e preciso, ora fortemente espressivo, grande prontezza di sguardi e la capacità di guidare con minuziosa attenzione ogni singolo strumento cui la partitura desse rilievo.
Mi pare infatti che proprio a questi requisiti risponda la direzione del giovane vincitore: il tedesco Felix Mildenberger, classe 1990, che vedete nella foto e di cui, aprendo il seguente link, potrete apprezzare una prova mentre dirige la "Jupiter" di Mozart: 
https://www.youtube.com/watch?v=yIHpnsNNQtI

Io però, senza nulla togliere alla bravura e all'entusiasmo del giovane vincitore, desidero concludere con un brano diretto da uno dei massimi esponenti che la storia della musica del XX secolo ricordi: Carlos Kleiber.
È il quarto movimento, "Allegro ma non troppo", della "Sinfonia n.4 in Si bemolle maggiore op.60" di Ludwig van Beethoven
Si tratta di un pezzo brioso e concitato che la direzione magistrale di Kleiber ci restituisce attraverso un' attenzione gioiosa ora all'intero organico, ora al singolo strumento, e che fa dell'orchestra un insieme straordinariamente vivo e coeso. Ma lasciamo spazio alle immagini.

Buona visione e buon ascolto!

 

mercoledì 17 luglio 2019

Due piccole rughe trasversali

(Foto presa dal web)

Ho due piccole rughe trasversali sulle dita.
Me le sono scoperte ieri mentre mi guardavo distrattamente la mano sinistra. Sono sul medio e l'anulare, prima delle falangette.
Strano - ho pensato - perchè non sono quelle rughette orizzontali che si formano sempre sulle giunture, ma due sottilissimi segni obliqui proprio nel mezzo dove, al contrario, la pelle del dito dovrebbe essere più liscia.
Ma - chissà perchè? - non le ho fatte risalire a probabili segni dell'età o alla necessità di una crema, soprattutto ora che il caldo estivo inaridisce la pelle.
Mi sono venute in mente, invece, le due cicatrici che aveva mia mamma esattamente su quelle due dita a causa di un incidente casalingo.

Avrò avuto cinque o sei anni e abitavamo ancora in una vecchia casa.
Una volta, aprendo una scatola di pomodori pelati per fare il sugo, mia mamma si era tagliata proprio con l'orlo della scatoletta. 
Ricordo il sangue che usciva copioso dalle due ferite: avrebbe dovuto correre al pronto soccorso a farsi medicare e dare dei punti, ma non le era neanche passato per la testa. Era quasi sera e mio papà doveva tornare di lì a poco. 
Il giorno dopo sarebbe andata dal medico a fare l'antitetanica, ma al momento si era disinfettata e fasciata alla bell'e meglio e tutto era finito lì.
Le era rimasto però il ricordo di quell'incidente: due segni bianchi trasversali sul medio e l'anulare della mano sinistra.
Ogni tanto poi, nel corso degli anni, se le capitava di guardarsi le dita mentre magari eravamo sedute sul divano del soggiorno a chiacchierare, mi diceva:
"Hai visto? Ho ancora le cicatrici di quella volta là: ti ricordi?". E a me pareva di sentire nelle sue parole quasi una punta di orgoglio. Sì, mi ricordavo.

Strano questo ritorno del passato che ci afferra all'improvviso, sull'onda di un particolare quotidiano in apparenza insignificante. 
Nella mia gestione spesso veloce e talora un po' maldestra delle operazioni di cucina, non mi è mai capitato di tagliarmi in modo così vistoso. 
Così, quelle due rughette tanto somiglianti a due sottilissime cicatrici di vecchia data mi hanno fatto pensare a come talvolta la vita ci disegni addosso eventi e memorie. Sono misteriose alchimie di passato e presente, lievi carezze dall'esistenza altrui quasi che, insieme al gruppo sanguigno e al colore degli occhi, ereditassimo proprio disegnato - o talora anche inciso nel nostro corpo - il vissuto di chi ci è stato accanto. 
O forse tutto questo si costruisce nel tempo, come se esistesse anche un dna delle vicende della vita, capace di passare da persona a persona strada facendo, reso sempre più evidente dagli anni.

E ripensando a questo piccolo episodio della mia infanzia, mi è risuonato dentro un brano nel quale avverto forza, ma al tempo stesso delicatezza e nostalgia, quell'attitudine dolce e struggente della musica quando sembra che le note si accompagnino a noi.
È Bach a condurci con mano ferma in questo cammino, quasi ci facesse percorrere un sentiero in sintonia con pensieri e ricordi, per curve e anfratti, passaggi difficili e aperture di panorama. Una mano ferma che ci sostiene anche quando la voce acuta del violino ci fa vibrare dentro, lungo un percorso segnato da varietà e insieme continuità.
Si tratta del secondo movimento, "Andante", dal "Concerto per violino e orchestra in la minore BWV 1041", pezzo caratterizzato dal dialogo tra il basso ostinato, lento e solenne, e il solista che va a inanellare luminose e virtuosistiche figurazioni. 
Ne deriva una fusione di forza e di dolcezza, di severità e di grazia dove la melodia si muove attraverso una molteplicità di accenti che è quella stessa della vita con i suoi misteriosi intrecci, come Bach - nella sua guida sapiente - sa benissimo.

Buon ascolto! 

 


martedì 9 luglio 2019

Una straordinaria lezione di ascolto

(Foto presa al web)
Credo di aver già parlato altre volte delle caratteristiche di un insieme orchestrale, sia come ambito nel quale ogni strumento è chiamato a fare la propria parte, sia come organico dove ogni componente deve sapersi coordinare con gli altri seguendo nel contempo le indicazioni del direttore.
A nessuno sfugge che si tratta di un'attività complessa nella quale la concentrazione richiesta non è finalizzata solo alla correttezza della singola esecuzione, ma si allarga a coinvolgere la necessità di armonizzarsi con gli altri rispettando tempi, ritmi, dinamiche e tutte le indicazioni fornite dalla partitura.
Proprio per questo, hanno sempre suscitato la mia ammirazione le orchestre giovanili, dove tanti ragazzi hanno la possibilità di coltivare la propria passione arrivando a cimentarsi con programmi spesso molto impegnativi.
Numerose in Italia e all'estero sono le formazioni di questo tipo che hanno avuto promotori famosissimi quali - ad esempio - Claudio Abbado, fondatore dell'Orchestra Mozart. Ma oggi, al di sopra di tutte, desidero ricordarne una nata da un'idea dalla quale anche il Maestro Abbado ha poi preso spunto.

Ci trasferiamo in Venezuela e parliamo di José Antonio Abreu, creatore - nel 1975 - di un progetto chiamato "El sistema".
Si tratta di una rivoluzionaria iniziativa didattica, finanziata dal governo venezuelano, che prevede un sistema di educazione musicale pubblica, libera e gratuita per bambini di tutti i ceti sociali. 
Occorre entrare nel contesto locale per comprendere quanto fosse urgente anni fa - e quanto continui ad esserlo ancora oggi - la necessità di strappare i più giovani dalla strada, offrendo loro una terapia contro il disagio e la possibilità di un futuro lontano dalla povertà e dal crimine.
Da tale esperienza, diffusasi nel tempo in tanti altri stati, è nata una pluralità di orchestre che, oltre a realizzare lo scopo artistico e insieme sociale del progetto, hanno fatto emergere numerose personalità musicali quali - solo per fare qualche esempio - Diego Matheuz e Gustavo Dudamel.

Ed è qui che volevo arrivare, a Gustavo Dudamel
Venezuelano, classe 1981, violinista e attualmente direttore sia della "Los Angeles Philarmonic" che della "Orquesta Sinfonica Simon Bolivar" - la più rappresentativa tra le formazioni giovanili fondate da Abreu - Dudamel è oggi conosciuto in tutto il mondo a cominciare dall'Italia dove, proprio lo scorso giugno, si è esibito anche alla Scala.
Così, per mettere in luce le sue doti di direttore, invece della pura e semplice esecuzione di un brano, tra le clip video offerte da youtube mi è parso interessante scegliere quella che riporta una prova-lezione. Si tratta infatti di una vera e propria scuola di ascolto - "School of listening" è il titolo dell'evento - dalla quale emerge il suo modo di rapportarsi all'orchestra insieme alla chiarezza con cui spiega l'intreccio dei vari strumenti nel pezzo.

È proprio la sezione giovanile della "Simon Bolivar" a provare qui il terzo movimento della "Sinfonia n.1 in Re maggiore" detta "Il titano" di Gustav Mahler (1860 - 1911), brano famosissimo perchè parodia in forma di marcia funebre - e ovviamente in tono minore - del celebre tema di "Fra Martino".
Anche se Dudamel si esprime quasi sempre in inglese e le scritte in sovraimpressione sono in spagnolo, non è difficile comprendere il senso della sua lezione che mira a illustrare la costruzione del pezzo, la sua struttura a canone, il modo in cui i diversi strumenti fondono marcia e melodia, il ruolo di pizzicati, percussioni e via dicendo.

Ma oltre alla sua competenza di direttore, emerge da lui anche un entusiasmo decisamente contagioso, un insieme di forza, dolcezza e simpatia che gli derivano certo dal calore e dalla vivacità della sua origine latino-americana, ma anche da un evidente desiderio di condivisione dello splendore della musica. Così pure, il suo atteggiamento nei confronti degli orchestrali mi pare improntato a un'autorevolezza che nasce da dentro, segnata da quella spontaneità e comunicativa tipiche di chi è stato toccato da una grande passione.
La prova-lezione diventa così un po' per tutti - compresi noi che guardiamo dietro lo schermo di un computer - un'occasione di gioioso apprendimento.

Se poi desiderate godervi il seguito di questa "Scholl of listening" tenuta da Dudamel al Festival di Salisburgo del 2008, potete trovare le altre due parti aprendo i seguenti link:

https://www.youtube.com/watch?v=nJ6BsHUe0u0&t=8s 

https://www.youtube.com/watch?v=PwKfpEs98rg&t=12s

Buona visione e buon ascolto!