sabato 13 luglio 2024

Specchi d'acqua - 7


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i tanti specchi d'acqua che la storia dell'arte ci offre soprattutto fra Ottocento e Novecento e dei quali pubblicherò in seguito altre immagini, oggi ne ho scelto uno particolarmente originale. Andassi in ordine cronologico, avrei dovuto aspettare ancora dando la precedenza, per esempio, agli Impressionisti, ma tale è per me il fascino di quest'opera che non ho resistito al desiderio di pubblicarla subito.
Si tratta di una xilografia dell'olandese Maurits Cornelis Escher (1898 - 1972),
artista originalissimo e visionario del quale ho già parlato otto anni fa precisamente qui, presentando una breve carrellata delle sue opere. 

Non mi dilungo quindi sui caratteri della sua grafica geometrica e ornata insieme, composta da forme fluide che si trasformano in altre figurazioni come se tutto fosse costituito da una materia duttile, pronta a mutare secondo la fantasia dell'artista.
Una fantasia bizzarra dove la rappresentazione
della realtà presenta aspetti talora onirici, talaltra scanditi da ossessive ripetizioni attraverso geometrie impossibili in cui il rigore matematico si fonde alla più ardita inventiva.
Un genio creativo, come scrivevo a suo tempo,
non privo di riferimenti culturali al passato: dai Fiamminghi al Barocco, fino allo stile moresco e - mi permetto di aggiungere - all'inquietudine di un suo celebre contemporaneo qual è stato Giorgio De Chirico.

L'opera che vi presento oggi fa parte di una serie di litografie e xilografie composte da Escher per illustrare la Genesi e in particolare "I giorni della creazione". L'immagine che vedete rappresenta appunto "Il secondo giorno: Gen.1, 6-8" nel quale il testo biblico parla della creazione del firmamento per separare le acque dalle acque, quelle sopra il cielo da quelle che stanno sotto.


 

 

 

 

 

 

 

Ed ecco le acque nella composizione dell'artista: un oceano sconfinato e tempestoso fatto di onde movimentate e schiume attorte che forse sarebbero piaciute proprio a De Chirico e magari anche a Montale che negli stessi anni - siamo intorno al 1925 - scriveva poesie come "Corno inglese".
Onde più larghe in primo piano, fittamente delineate da sottilissime righe, che
vanno poi rimpicciolendosi in prospettiva, mentre un acquazzone scarica la sua potenza da un lato e nuvoloni tempestosi si accalcano dall'altro. Onde che si mescolano secondo l'urto del vento, dissolvendosi in uno scintillìo di spume chiare, come si osserva in taluni dettagli.
Una rappresentazione fortemente drammatica la cui efficacia è accresciuta dal cielo incombente, dal contrasto tra bianco e nero, luce e buio, da quelle righe ripetute che conferiscono all'immagine una marcata tragicità nonostante si tratti di una scena che raffigura una fase della creazione.

A destra scende un diluvio di pioggia battente, a sinistra non più e profili di nuvole o forse di lampi disegnano una sorta di ragnatela scura che all'orizzonte fonde ancora cielo ed acque in un alone di mistero. Una composizione cupa eppure affascinante per la volontà dell'artista di raffigurare un evento che supera la nostra immaginazione come l'affiorare degli elementi dal caos e il loro distinguersi. E tuttavia singolare perchè, al contrario del testo biblico o di altre rappresentazioni - e viene subito in mente Michelangelo nella Sistina - la figura di Dio qui non compare.

Un insolito specchio d'acqua dunque, al quale - nonostante forse possa sembrare strano - mi piace associare la musica di Bach, insieme però ad un suo grintosissimo arrangiamento ad opera di un celebre gruppo rock progressive: Il Rovescio Della Medaglia.
Si tratta della "Fuga in re minore n.6 BWV 875" dal secondo libro del Clavicembalo ben temperato, brano a tre voci costruito con una serie di
bellissimi cromatismi, che trovate nella clip audio eseguito da Glenn Gould.
Un Bach fatto come sempre di rigore matematico e inventiva che mi sembra si possa opportunamente
accostare alla creatività di Escher, insieme a un pezzo in cui quella stessa fuga - ma non solo - viene rielaborata secondo lo stile del rock progressive. In fondo niente di nuovo sotto il sole, se pensiamo a quanto il compositore tedesco sia stato ripreso, arrangiato, stravolto, cantato e danzato da tanta musica contemporanea, e il brano che vi propongo non è neppure tra i più recenti. Ma mi è parso ancora dirompente.

Così, torno indietro di una cinquantina d'anni col pezzo del Rovescio Della Medaglia intitolato "La grande fuga" e tratto dall'album "Contaminazione" del 1973. I tanti esperti e amanti di questo genere musicale conosceranno senz'altro il gruppo e la sua discografia dagli anni Settanta ad oggi; ma anche senza particolari competenze, è evidente dal titolo il riferimento alla fusione tra strumentazione rock (tastiere elettroniche, chitarre, batteria) e sinfonica (in questo caso gli archi).
Un Bach protagonista dalla prima fino all'ultima nota: il brano esordisce infatti con
l'inizio del celebre "Preludio in Sol maggiore della Suite n.1 BWV 1007 per violoncello", per poi proseguire sulle note della "Fuga BWV 875".
Questa è ripresa dai vari strumenti con effetti diversi, ma sono soprattutto le
tastiere a farne un'onda di musica ribollente e tempestosa come le acque di Escher, dal ritmo irrequieto e sfavillante, grintosissimo e irresistibile.
E se alcuni passaggi del brano si ripetono in modo un po' ossessivo come
certa grafica dell'artista, per contro è meravigliosa l'esplosione organistica finale che chiude il pezzo in tonalità maggiore: una cadenza piccarda in perfetto stile barocco che ricalca esattamente il testo bachiano.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

sabato 6 luglio 2024

Il canto della colomba

"D'altri diluvi una colomba ascolto".

È stata questa poesia di Ungaretti, formata da un solo endecasillabo e intitolata "Una colomba", a venirmi in mente nei giorni scorsi davanti alle immagini dell'alluvione che ha devastato la val di Cogne e alcune sue frazioni. 

Quello del poeta, tratto dalla raccolta "Sentimento del tempo", è un testo che a scuola non avevo mai studiato, ma mi è rimasto impresso da quando me lo hanno chiesto - ormai secoli fa - all'esame di abilitazione. Non ricordo, presa un po' alla sprovvista, quale spiegazione avessi affastellato, ma d'allora quel verso mi segue e mi torna in mente in tante circostanze col suo significato che possiamo fare nostro in differenti contesti. Qui Ungaretti, nel riferirsi alla colomba che nella narrazione biblica simboleggia la fine del diluvio universale, manifesta una speranza. Altri sono stati i diluvi della sua vita, a iniziare dalla prima guerra mondiale, ma perseverante in lui è la fiducia in una rinascita annunziata dalla presenza della colomba e dal suo canto: scrive infatti "ascolto".

Così, questo verso mi è riaffiorato dalla memoria anche nei giorni scorsi, davanti alle rovinose immagini dei torrenti in piena viste in tv. Mi riferisco in particolare a località come Valnontey e alla splendida Valmiana - per me luogo del cuore da una vita, piccolo angolo di paradiso ai piedi del Gran Paradiso - della quale vedete sopra una mia vecchia foto che ne ritrae uno splendido scorcio.
E se anche il paesetto in cui vado d'estate è sul versante opposto e non ha subito
danni, non può non ferirmi il disastro che ha devastato proprio questi prati insieme al lavoro di una comunità montana già provata in passato da eventi simili. Una comunità tenace che in questi giorni si sta mobilitando per sanare i danni di un'alluvione che, in certi punti, ha sconvolto la fisionomia del paesaggio. E per me che - come a volte mi è occorso di dire - ho spesso la sensazione di appartenere ai luoghi, è come un pezzo di vita che si sfalda. 

Ma l'indomabile tenacia dei valligiani e il testo di Ungaretti inducono alla speranza. Così, nella scelta della musica da associare a questo post, non ho voluto rattristarmi ulteriormente, ma guardare al futuro immaginando una natura rinnovata in tutto il suo splendore.
In un primo tempo avevo pensato a un brano di Vivaldi dalla sua Estate che alterna
passaggi talora malinconici a esplosioni tempestose; in seguito, a un pezzo dalla Pastorale di Beethoven con l'irrompere del temporale e la successiva gioia del ritorno al sereno.

Invece poi ho scelto Mozart con l' Andante cantabile della "Sinfonia in Do maggiore n.41 K.551 - Jupiter" perchè l'ho sentito più congeniale alla speranza di veder presto ricomposta la magnificenza di questi luoghi.
È pur vero che anche qui il brano non è privo di tratti drammatici e cupi insieme a frequenti chiaroscuri
, ma altrove le sue note hanno davvero una dolce cantabilità.
E mi restituiscono ora la brezza leggera di certe mattine, ora il passaggio lento delle
nuvole sui monti, ora un lieve cinguettìo di uccelli, ora il volo breve delle farfalle celesti sul sentiero che tante volte ho percorso e che la piena del torrente ha spazzato via.
Note di rasserenante soavità che mi sembra possano celebrare il ritorno alla vita annunziato dal canto della colomba ungarettiana.

Buon ascolto!

 

domenica 30 giugno 2024

Minuetto?...

Per quanto mi affascini molto la musica barocca, devo confessare che non ho mai amato in modo particolare il minuetto.
Si tratta di una forma musicale inserita spesso nelle varie danze
di cui si compongono le Suites di tanti autori del Settecento, facilmente riconoscibile all'ascolto per il suo inconfondibile ritmo ternario.
Da Bach a Haendel, senza dimenticare quello celebre di
Boccherini, ritroviamo il minuetto in parecchie composizioni.
E anche addentrandoci nel periodo classico, lo
scopriamo spesso tra i vari movimenti di quartetti e sinfonie per esempio di Mozart e di Beethoven.

Ma perchè mai non è tra i miei preferiti?
Forse perchè - pur essendo una danza fatta di movenze lievi e ricche di grazia,
condotte a piccoli passi come recita il termine di origine francese minuet - in genere rimanda a un clima un po' troppo salottiero per i miei gusti, come fosse un pezzo decorativo di puro intrattenimento e quindi meno intenso di altri brani. È pur vero che da una danza di solito ci si aspetta un'atmosfera di leggerezza, tuttavia, musicalmente parlando, preferisco l'allemanda o la giga.

In realtà, anche se non è tra i miei brani più amati, non posso dire che il minuetto non mi piaccia in assoluto. Talora ci sono pezzi che al suo stile ornamentale uniscono altri caratteri, come in uno dei pochissimi o forse l'unico che in tanti anni di blog ho pubblicato e che potete riascoltare qui.
L'ho ritrovato per caso l'altro giorno, scorrendo alcuni articoli passati e mi ci sono
soffermata quasi con sorpresa.
Tratto dall'opera "Berenice" di Haendel, mi piaceva undici anni fa e mi piace ancora
per quella solennità inaspettata che ne accresce il garbo tanto che - a suo tempo - lo avevo immaginato come colonna sonora di un matrimonio, per accompagnare in note l'ingresso in chiesa di una sposa.

Così oggi, suggestionata da quel pezzo e contraddicendo ciò che ho scritto in apertura, torno di nuovo a un minuetto di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759), questa volta pezzo conclusivo dalla "Suite n.1 HWV 434".
Qui, a colpirmi non è stato solo il testo originale del brano, ma soprattutto la sua
trascrizione ad opera di Wihlelm Kempff, famoso - tra l'altro - per aver trasposto per pianoforte vari testi musicali nati per diversi strumenti, comprese alcune celebri composizioni bachiane.

Non è una scrittura facile quella che Kempff ci propone, anzi, oserei dire che se la confrontiamo con la versione originale, quest'ultima risulta più semplice ed esile. Il pregio della trascrizione mi sembra quello di aver fatto emergere la polifonia insita nella struttura del testo di Haendel e aver creato attraverso gli accordi un effetto per così dire orchestrale.
Ascoltando i due brani, direi che la loro bellezza sta nel fatto che nè l'uno nè l'altro risentono del carattere di
frivolezza tipico di certe feste di corte a cui, almeno in teoria, erano destinati. Lo dimostra non solo il loro procedere lento - langsam schreitend recita l'indicazione agogica di Kempff - ma anche il malinconico sol minore della tonalità. E li trovo entrambi apprezzabili sia pure per motivi diversi: il primo per la sua essenzialità e il secondo, al contrario, per la complessità che - come si vede dallo spartito - articola lo spessore polifonico in sapienti accordi ricchi di una varietà di suggestioni.

Ne deriva un pezzo che, più che ad una danza, possiamo assimilare ad una meditazione fatta magari camminando a passi lenti, con ritmo pacato, lasciando emergere delicatezze e sfumature che - a mio modesto avviso - vanno bel oltre il vero e proprio minuetto.

Buon ascolto!

(La foto, che rappresenta "Minuetto in villa" di Giandomenico Tiepolo, è presa dal web)

 

 

venerdì 21 giugno 2024

Specchi d'acqua - 6



 

Come ho già fatto tempo fa parlando del corso della Moldava, anche oggi la mia attenzione non si sofferma su di un dipinto, ma su di una serie di immagini che non esito a definire ugualmente opere d'arte, create insieme dalla natura e dall'uomo. Un mondo variegato e bellissimo che spazia dalle cascate più famose alle celebri fontane di Roma, fino ai giardini delle tante residenze storiche che costellano Italia e l'Europa in cui l'acqua crea splendidi giochi. Ma non intendo dilungarmi troppo e per ora mi limito a riportare solo qualche esempio presente nel nostro Paese.

Meravigliosa è la Cascata delle Marmore di cui vedete la foto qui in alto: un'opera artificiale tra le più alte del mondo e senza dubbio d'Europa, con suoi 165 m. di dislivello complessivo. Arrivando dalla Valnerina se ne sente il fragore da lontano, un rombo che va facendosi sempre più distinto finchè non vi si giunge sotto, al punto da essere raggiunti dagli spruzzi. Uno spettacolo di magnificenza e grandiosità.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tuttavia, è anche sull'acqua che attraversa località più piccole - talora famose, altre meno - che mi piace fermare l'attenzione: a Isola del Liri, per esempio, di cui vedete qui sopra una foto.

Siamo nel Lazio e la cascata del fiume, al centro della città, suscita riflessi che cambiano col mutare della luce creando bacini in cui si specchiano gli edifici circostanti, o fremiti ribollenti sulla superficie delle acque più scure, come vedete ancora una volta qui sopra.

Un effetto simile, per quanto il salto sia più basso, si può ammirare anche a Stia, nel Casentino, dove la cascata del torrente Staggia scorre talora impetuosa proprio in mezzo alle case.
Allo stesso modo, si potrebbero ricordare tante altre località a cominciare da Rasiglia, attraversata da un dedalo di ruscelli e
considerata la piccola Venezia umbra; o Bagno Vignoni, in Toscana, dove la piazza principale è occupata da un lavatoio e una grande vasca da cui sgorga una sorgente termale.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma ho fatto cenno anche a giochi d'acqua e fontane. Così, tra i tanti esempi da Roma, Caserta, Firenze, Bagnaia e non solo, oggi ho scelto Tivoli.
Qui, nei giardini di Villa Adriana e Villa d'Este, lo splendore della natura s'intreccia
ancora una volta al lavoro dell'uomo che, nell'ambito dell'architettura rinascimentale e più ancora barocca, ha fatto dell'acqua un elemento scenografico fondamentale.



Sono prospettive che si aprono a dilatare lo spazio e talora a creare illusioni: giochi e scherzi che mirano a sorprendere il visitatore, dove la fantasia - e talora la bizzarria delle trovate - ci parla dell'inventiva e dell'abilità tecnica dei vari artefici. Tali opere infatti sono frutto di molteplici doti: da un lato immaginazione e potenza creativa, dall'altro competenze non solo architettoniche e scultoree, ma attinenti alla fisica, all'idraulica e all'acustica. E non bisogna dimenticare che l'acqua ha un suono che viene spesso sfruttato per creare anche effetti musicali.




 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così, proprio per passare alla musica, mi sembra d'obbligo offrirvi il brano che Franz Liszt (1811 - 1886) ha dedicato a questo argomento intitolandolo appunto "Giochi d'acqua a Villa d'Este".
Tratto dal terzo libro degli "Années de Pèlerinage" - suites per pianoforte nate a seguito di alcuni viaggi in Svizzera e in Italia - il pezzo è stato scritto nella seconda metà dell'Ottocento a Tivoli, dove il compositore aveva soggiornato a Villa d'Este, ospite del cardinale Von Hohenlohe.

Ascoltandolo, cogliamo una sorta di armonia imitativa che va riproducendo getti, zampilli insieme alle mille iridescenze dei giochi d'acqua delle fontane e dei giardini della villa: uno stile che sembra anticipare quello dei vari autori del Novecento che hanno ricreato in note tali suggestioni.
Tuttavia l'intenzione del compositore non era tanto quella di creare una musica
impressionistica - anche se, in realtà, lo ha fatto - ma di permeare il tema dell'acqua di un simbolismo religioso. Lo si può arguire dalla citazione del Vangelo di San Giovanni con cui Liszt commenta la battuta 144 della sua composizione, nel punto in cui la mobilità dell'acqua si placa:
"sed aqua, quam ego dabo eì, fiet in eo fons aquae salientis in vitam aeternam" (ma
l’acqua che io gli darò, diventerà in lui una sorgente d’acqua che scaturisce per la vita eterna)

Al di là di tale citazione che senza dubbio carica il testo del senso di una ricerca spirituale e dove l'elemento fisico rimanda a una realtà metafisica, a me il brano piace molto anche per altri motivi.
Prima di tutto il modo in cui il tema da un lato, e l'insieme di trilli e arpeggi
dall'altro, si fondono e sovrappongono. Talora gli ornamenti si fanno tanto accesi e marcati da sovrastare il canto della melodia; altre volte essa affiora qua e là con tocchi di indicibile bellezza. È un movimento di acque prima scorrevoli e leggere, dove le note sembrano davvero liquide, e poi più impetuose.
Ma il brano mi colpisce anche perchè la luminosità di certi passaggi mi ricorda Christian
Sinding, inducendomi a pensare che, nel comporre il suo celebre "Mormorio di Primavera", il compositore norvegese avesse in mente questo pezzo. Un pezzo senza dubbio di straordinaria modernità che pone Liszt in anticipo sui tempi.

Buon ascolto! 

Le foto, tutte prese dal web, nell'ordine rappresentano:

1) Cascata delle Marmore   2) Isola del Liri   3) Isola del Liri, particolare   4) Stia   5) Rasiglia   6) Villa d'Este a Tivoli: Fontana del Nettuno e giardini   7) Villa d'Este a Tivoli: Fontana dell'Ovato   8) Villa d'Este a Tivoli: Fontana dei Draghi.

 



giovedì 13 giugno 2024

Patrimonio dell'umanità

Ho visto con gioia in tv il galà tenutosi il 7 giugno scorso all'Arena di Verona, per celebrare la grande opera italiana divenuta patrimonio dell'umanità.
Un riconoscimento che vuol rendere omaggio non
solo a tanti compositori e interpreti della lirica italiana, ma insieme a quella variegata macchina organizzativa fatta di scenografie, coreografie e molto altro che consente di allestire un'opera offrendo al pubblico un'esperienza di multiforme bellezza.

Ma che significa patrimonio dell'umanità? Non una semplice etichetta, un bollino che, da oggi in poi, abbia il potere di trasformare una cosa in un'altra, ma il giusto riconoscimento di una forma d'arte che già da secoli fa parte delle nostre radici culturali e nella quale troviamo significativi aspetti della nostra identità. Come scrivevo, un'esperienza di bellezza, e la bellezza - si sa - è un bene che va condiviso per quanto è lungo e largo il mondo.

Parlando di canto lirico italiano, penso a tanti dei nostri genitori e dei nostri nonni che, indipendentemente dal loro livello di cultura e pur non avendo studiato musica, ne apprezzavano tuttavia la ricchezza al punto che essa entrava a far parte della vita quotidiana. Conoscevano infatti le opere più in voga, ne sapevano a memoria le romanze più famose, la trama nella quale talora s'immedesimavano, i nomi dei personaggi e degli interpreti più celebri che citavano con naturalezza come fossero persone di famiglia. E se le rivalità tra la Callas e la Tebaldi - tanto per fare un esempio - potevano essere l'oggetto del gossip di allora, l'appuntamento serale con la lirica sul Terzo programma della radio era irrinunciabile.

I miei genitori non avevano l'abitudine di andare a teatro, ma ascoltavano l'opera proprio alla radio. Mio papà amava Puccini e a volte canticchiava a mezza voce certe romanze della Butterfly tra le vive proteste di mia mamma perchè, se pure lui le si rivolgeva dicendole "mogliettina olezzo di verbena", era però irrimediabilmente stonato!
A lei invece piaceva Verdi, soprattutto Il trovatore con la drammatica vicenda di
Azucena e Manrico; così certe romanze gliele ho sentite accennare che ero ancora bambina e non senza una percezione di vago sgomento.
Che poi alcune arie fossero per voce maschile e altre per voce femminile,
non faceva differenza: le cantavano comunque tutte con uguale passione! 

Insomma, il mondo della lirica era profondamente amato. Mia zia, che aveva passato la giovinezza in Sicilia, mi raccontava che, quando la soprano Toti Dal Monte si era recata a Messina, le migliori famiglie della città avevano fatto a gara per ospitarla in casa propria, perchè non dovesse alloggiare in albergo ma potesse godere di quell'accoglienza signorile e ricca di familiarità che una grande artista meritava.
Ecco...l'espressione patrimonio dell'umanità per me significa anche questo, perchè
non vi leggo soltanto la sottolineatura di un valore universale, ma insieme il potere dell'arte di renderci più umani e far bella la vita nelle sue mille sfaccettature. 

Così, oggi mi piace celebrare la lirica pubblicando un brano famosissimo che però non era tra quelli scelti per lo spettacolo all'Arena.
Tra le tante esibizioni del galà, ho particolarmente apprezzato la splendida voce e la presenza scenica del tenore peruviano Juan Diego Florez nella romanza
"Che gelida manina" da "La Bohème" di Giacomo Puccini.
Allora mi piace offrirvi l'altrettanto famosa aria che segue: "Mi chiamano Mimì", qui
cantata da una splendida Mirella Freni in un recital dove la soprano è diretta da Herbert von Karajan. Un'artista incantevole che ho ascoltato la prima volta alla Scala nel 1967, nel ruolo di Marguerite nel "Faust" di Gounod diretto da Georges Prêtre e che ho risentito poi in varie altre registrazioni.

La romanza de "La Bohème" è uno di quei brani che, per quanto li si ascolti, non finiscono mai di stupire. Vi s'intrecciano sogni, aspirazioni, sprazzi di quotidianità e un sentimento d'amore per la vita espresso in passaggi ora delicatissimi ora più vivi. "...Ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio, il primo sole dell'aprile è mio..." : sono parole che non finirei mai di sentire tale è l'intensità, la passione e la speranza che esse disegnano attraverso la musica e la voce della Freni.
Una voce che commuove, mentre le note pucciniane raggiungono una
pienezza che ricolma l'anima!

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 5 giugno 2024

Fascino aggiunto a fascino

A costo di diventare noiosa, oggi torno ancora a Bach ed esattamente al brano della volta scorsa - l'Aria n.9 dalla "Cantata BWV 208" detta "La caccia" - per regalarvene altre due versioni dopo quella per voce soprano e l'altra per coro polifonico pubblicate giorni fa.
Si tratta infatti di un pezzo che - per quanto sia stato pubblicato dopo la morte del compositore - è stato
poi spesso eseguito e rielaborato per vari strumenti. Così, mi piace condividerlo nel fascino del pianoforte solo, in due interpretazioni diverse sia per l'approccio con cui i solisti accostano il testo, sia perchè la seconda ci offre un'interessante trascrizione a quattro mani. 

Se l' Aria nella sua soavità vi è piaciuta, sentirete subito quanto l'uso di uno strumento come il pianoforte qui ne accresca il garbo o comunque ne faccia affiorare aspetti nuovi, diversi dal timbro del flauto o da quello delle voci umane pure molto affascinanti. Insomma, parafrasando una celebre romanza pucciniana, si potrebbe parlare di bellezze diverse, tutte nascoste nella musica di Bach ma che, affidate ai vari strumenti e ai vari interpreti, svelano la loro recondita armonia. 

Il primo è Benjamin Hochman che ci offre un' esecuzione molto pacata.
La scrittura per pianoforte solo sintetizza in una le parti che, nella versione
originale, sono affidate a voci diverse - cantante solista, due flauti e basso continuo - e Hochman ci restituisce il brano con tocchi di morbidezza che ce lo fanno gustare senza strappi, in una continuità sonora lieve come una ninna nanna. Così pure, alcuni passaggi che, senza nulla togliere al rigore bachiano, sono appena più rallentati, esaltano lo splendore della melodia.

Diversa l'interpretazione successiva ad opera di Lang Lang e della moglie Gina Alice Redlinger. La trascrizione del brano per quattro mani - al contrario del precedente - ne mette in luce infatti la complessità e insieme ci consente di cogliere in modo più chiaro la struttura polifonica che sostiene il pezzo nella sua magnifica articolazione.
I due pianisti si alternano nell'esporre melodia e accompagnamento, intrecciando
ora grande energia, ora inarrivabile grazia.
Lo si vede dai gesti, dagli sguardi, dal garbo reciproco, dalla delicatezza e da
un'intesa che fa emergere il differente carattere dell'uno e dell'altra, come se dalla loro interpretazione affiorasse anche il sotterraneo universo del non detto. Quello che cogliamo è infatti un dialogo di anime attraverso le note: dal sorriso dolcissimo di lei che sottintende tuttavia grande forza e sicurezza, al gesto di lui ora passionale, ora più misurato, che sembra dirigerla con gentilezza e al tempo stesso rigorosa padronanza della musica.

E se anche non sapessimo che sono marito e moglie, dal loro suonare insieme si potrebbe facilmente intuire una non comune sintonia.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

 

martedì 28 maggio 2024

Bachiana soavità

Scrivevo giorni fa che la produzione di Bach non si è limitata a temi di carattere sacro, ma ha anche spaziato in ambito profano, e portavo come esempio le numerose danze presenti nelle sue musiche.

Ma l'elenco potrebbe continuare perchè, prima di assumere l'incarico di Kantor presso la Thomaskirche di Lipsia dal 1723 fino alla morte avvenuta nel 1750, il compositore era stato al servizio del Duca di Weimar.
Di conseguenza diversi pezzi erano stati scritti
in occasione di feste, compleanni o matrimoni. Ricordo inoltre la famosa "Cantata del caffè" (che deve il nome al fatto che i concerti si tenevano al Caffè Zimmermann di Lipsia), opera non priva di risvolti talora umoristici a indicare l'attenzione di Bach per la piacevolezza del vivere e il gusto dell'intrattenimento. 

Così, ascoltando alcune sue creazioni profane, sono arrivata a un brano che dal titolo mi pareva di non conoscere, mentre poi ho scoperto che la melodia non mi è nuova forse perchè riecheggia in altri lavori bachiani ed è stata poi variamente arrangiata.
Si tratta dell' Aria n.9 per soprano, dalla "Cantata in Fa Maggiore per soli, coro
e orchestra BWV 208" detta "La caccia" e scritta dal compositore per celebrare il compleanno del duca Christian von Sachsen-Weissenfels che era appunto un appassionato cacciatore.
Il testo, intitolato "Schafe können sicher weiden” (Le pecore possono pascolare
sicure) e scritto da Salomon Franck, poeta presso la corte di Weimar, recita proprio così:

"Le pecore possono pascolare sicure
dove veglia un buon pastore.
Dove i sovrani governano con saggezza
si assapora pace e tranquillità
e ciò rende felici i paesi."

La strofa è parte di una composizione più ampia inserita in una cornice mitologica che funge da pretesto per rendere omaggio al duca.
Ma al di là del clima di circostanza e dell'atmosfera talora arcadica di altri brani della
Cantata, qui l'immagine del sovrano saggio paragonato a un buon pastore sotto la cui guida le pecore pascolano sicure non può non colpirci, soprattutto in questi nostri tempi lontani dalla pace che "rende felici i paesi".
Parole che la musica di Bach va a sostanziare di profondità e assorta bellezza.

L'indicazione del brano in alcune partiture è "Andante pastorale", in altre è "Andante piacevole", ma bisogna considerare che spesso tali didascalìe erano inserite a scopo didattico dai vari editori o dai trascrittori. In ogni caso, il tratto distintivo del pezzo è la soavità.
Dopo l' introduzione suonata da due flauti
dolci e sostenuta dall'organo e dal violoncello, fiorisce un' aria affascinante qui valorizzata dalla nitida morbidezza della voce di Ellen McAteer.
È una melodia dolcissima e insieme ricca di solennità religiosa, non solo perchè in alcuni passaggi può ricordare davvero un inno cantato nelle nostre chiese, ma per quella dimensione raccolta e pensosa talora presente anche nelle creazioni profane del compositore. Una musica che ci resterà nel cuore come un piccolo raffinato gioiello del genio bachiano.

Ma come scrivevo sopra, il brano ha avuto svariate rielaborazioni, così ve ne propongo anche una per coro e orchestra dall'atmosfera certo molto diversa rispetto alla versione precedente. Nonostante questo, a me pare altrettanto suggestiva e apprezzabile sia per la coesione dei coristi - non sempre facile in un gruppo così numeroso - sia per l'intensità non eccessiva delle voci che fanno così emergere tutto il fascino dello spessore polifonico.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)


 

 

martedì 21 maggio 2024

Specchi d'acqua - 5


Una rappresentazione particolarmente insolita quella di oggi, sia per i colori, sia perchè non si tratta di uno specchio d'acqua che scorre ma di ghiaccio.
Il dipinto che vedete, infatti - attribuito da alcuni critici a Gabriel Bella (1730ca.
- 1799), secondo altri invece di autore anonimo - rappresenta "La laguna ghiacciata alle Fondamenta Nuove" ed è conservato presso la Pinacoteca Querini Stampalia a Venezia.

In ogni caso, chiunque ne sia stato l'autore, il quadro registra un evento realmente accaduto nell'inverno del 1708: l'ondata di gelo di portata inusuale che, scesa dalla Russia, aveva paralizzato fiumi e laghi di tutta Europa e persino il mare in alcuni porti del Mediterraneo. Anche la laguna veneta era stata toccata da tale fenomeno e, per potersi scaldare, la gente si era vista costretta a bruciare addirittura i mobili.

Ma, come talora accade, di un evento sia pur tragico la vita ci spinge poi a notare anche altre sfaccettature e così c'è chi nel contesto di una calamità coglie magari l'occasione per un divertimento. Il dipinto che vediamo registra proprio questo aspetto mostrandoci la gente che pattina sulla superficie gelata della laguna.

Lo possiamo osservare nei due particolari riportati qui sopra e sotto, nei quali si riesce a distinguere sia chi volteggia abilmente sul ghiaccio per proprio piacere, sia chi è in difficoltà e cade; chi attraversa la laguna per necessità e chi al contrario lo fa solo per diletto. E c'è anche chi si fa trascinare su di una sorta di sedia a rotelle a mo' di slitta. Insomma, un dipinto ricco di quella vivacità e varietà che anima la vita reale nella sua concretezza quotidiana che qui trabocca da ogni minimo dettaglio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma, oltre che dalla propria originalità, da chi avrà preso spunto il pittore - conosciuto o anonimo che sia - per impostare tale descrizione?
A me pare che la risposta sia facile: dai ve
dutisti veneziani per la schiera di edifici sulla destra, anche se qui sono riprodotti in modo più semplice e un po' naïf; ma soprattutto dai pittori fiamminghi del Cinquecento e del Seicento per il modo di disporre le figure umane nello spazio aperto.

E mi vengono subito in mente le tante celebri rappresentazioni di Pieter Bruegel il Vecchio (1530ca - 1569), con i pattinatori sulla superficie ghiacciata di un fiume o di un lago, come vedete qui a lato nel dettaglio di "Cacciatori sulla neve", e poi sotto nel particolare del dipinto intitolato "Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli".



 

 

 

 

 

 

 

 

E come Bruegel, anche l'opera dell'olandese Hendrick Avercamp (1585 - 1634) mostra le stesse caratteristiche nel bellissimo dettaglio che vediamo qui sotto tratto dal suo "Paesaggio invernale con pattinatori".

Certo, saltano all'occhio anche evidenti differenze: le opere dei Fiamminghi, infatti, sono più attente ai particolari - guardate qui sopra le ombre delle persone che si riflettono sul ghiaccio! - e sul piano coloristico la loro atmosfera è più chiara. Il nostro artista veneziano invece - ammesso che la riproduzione che ho trovato sia fedele all'originale - usa toni più cupi a iniziare dal cielo, francamente un po' inquietante, che si riflette sulla laguna gelata. Inoltre, le tinte degli abiti vedono un continuo alternarsi di bianco, rosso e colori scuri mentre la gamma dei pittori olandesi è più varia e ricca di sfumature.
A parte questo, mi pare che il riferimento ci possa comunque stare, fuso con l'originalità del
nostro autore e con la sua capacità di riprodurre il movimento in una sorta di carnevalesca naïveté.

E la musica? Che cosa associare a questi pattinatori che volteggiano, scivolano, cadono e si divertono? Una danza?...Certo. Ma quale?
In un primo tempo avevo pensato a un valzer, poi mi è venuto in mente Piotr Ilic
Tchaikovsky (1840 - 1893) con la ricchezza dei tanti altri balletti presenti nelle sue Suites. Così la mia scelta è caduta su "Lo Schiaccianoci".
A dire il vero, sono stata molto incerta tra la "Danza dei flauti" e la "Danza cinese" :
la prima dal ritmo abbastanza tranquillo e la seconda ricca di qualche sprazzo di vivacità in più e - tra l'altro - con un video che ci mostra l'ingresso dei vari strumenti man mano che la musica procede.
Sono note che possono ricordare un incedere ora guardingo e prudente, ora invece
più deciso e danzante. Ma siccome in entrambi i brani le scale, sia ascendenti che discendenti, sembrano imitare un suono che scivola...ve li pubblico tutti e due! Sceglierete voi su quale aria preferite avventurarvi a pattinare sul ghiaccio!

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

 

martedì 14 maggio 2024

Un Vivaldi tutto per me!

Non sono un tipo incline alle autocelebrazioni, ma i brani di oggi sembrano proprio fatti apposta per me, così mi piace condividerli qui. Perchè mai?...
Perchè sono stati dedicati dal loro autore ad
Anna Maria, singolare figura di musicista dalla quale mi separano - anno più, anno meno - tre secoli, abilità musicali che non ho e una spaziatura di troppo tra i nomi. Io infatti sono Annamaria tutto attaccato, il che all'anagrafe non è di secondaria importanza. Ma, a parte questo, a chi mi sto riferendo?

Sto parlando di Anna Maria della Pietà, detta anche Anna Maria del Violin (1696 - 1782) per la sua bravura di violinista all'interno dell'orchestra allestita presso l'Ospedale della Pietà a Venezia. Si trattava di un convento, orfanotrofio e insieme conservatorio, dov'erano accolte bambine senza famiglia e senza futuro alle quali si offriva la possibilità di imparare un mestiere e di conseguenza l'occasione di un riscatto sociale. All'interno di tale istituzione si studiava anche musica sotto la guida di prestigiosi maestri.

La nostra Anna Maria, orfana particolarmente dotata di talento, ha percorso tutte le tappe della formazione musicale divenendo a soli 25 anni primo violino dell'orchestra femminile, poi polistrumentista - suonava anche clavicembalo, liuto, violoncello, viola d'amore e oboe - e ricoprendo in seguito ruoli molto importanti.
Migliore allieva di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) che all'Ospedale della Pietà ha
insegnato per circa quarant'anni, pur non essendosi mai allontanata dall'orfanotrofio ha raggiunto livelli di eccellenza che l'hanno resa celebre sia in Italia che in Europa. È stata inoltre compositrice e pare che alcuni brani a firma di Vivaldi in realtà siano suoi.
Dedicati a lei, per farne risaltare le doti di virtuosa del violino
, il compositore ha scritto almeno 25 concerti. Tra questi, ho scelto due brani che mi hanno particolarmente toccato per motivi diversi.

Il primo è l' "Andante" del "Concerto in Mi Maggiore RV 270a", pezzo brevissimo ma incantevole per la dolcezza della melodia e il ritmo vagamente danzante. Un movimento nè troppo vivace nè troppo lento, ma ricco di quella misura e di quella eleganza tipiche di tanti pezzi vivaldiani. E a dare fascino a queste note è anche la base dei pizzicati che sostengono l'aria inanellata dal violino: un vero splendore! 

Il secondo brano è il "Largo" del "Concerto in La Maggiore RV 349". A parte l'andamento molto pacato di questa musica, mi ha colpito un riferimento che certo noterete ascoltandolo e lasciandolo riecheggiare liberamente in voi. Coglierete allora una certa somiglianza con un altro "Largo", quello del celeberrimo "Inverno" vivaldiano. Una somiglianza percepibile non tanto nella successione esatta delle singole note quanto nell'impianto accordale.

Anche in questo caso, meravigliosa la melodia del violino che ci testimonia quale doveva essere l'abilità interpretativa della nostra Anna Maria nel ruolo di solista. E certo, dedicandole i concerti, il compositore intendeva anche sottolineare il garbo di una figura che, pur vivendo nell'ombra, sapeva risplendere attraverso la musica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

 

lunedì 6 maggio 2024

Nel dolce respiro bachiano

Ricordavo la volta scorsa quanto Bach sia un genio dalle molteplici sfaccettature tanto che, come cogliamo nella sua musica un profondo afflato di preghiera, così non è raro trovare in lui stupefacenti ritmi di danza. 

Forse anche per questo i suoi brani sono molto amati da parecchi artisti di oggi che, giocando sulla versatilità del compositore, li hanno variamente arrangiati sviluppandone la ritmica e interpretandoli talora con strumenti diversi da quelli originali. Ma anche quando un pezzo viene riportato fedelmente senza rielaborazione alcuna, come sempre accade basta già l'uso di uno strumento diverso per conferirgli un timbro particolare. E sappiamo tutti quanto una musica assuma un fascino differente se suonata al pianoforte invece che al clavicembalo o all'organo, al violino invece che al flauto o all'oboe, o alla marimba invece che alla chitarra.

Così oggi vi propongo un dolcissimo quanto celebre "Largo" di Bach interpretato da Richard Galliano che della sua fisarmonica, abituata ad inanellare ritmi di tango o di musette, fa qui lo strumento solista di un pezzo barocco. Si tratta del secondo tempo del "Concerto n.5 in fa minore per clavicembalo e archi BWV 1056" di Bach che il musicista italo-francese suona accompagnato dal suo sestetto.
Non è nuovo Galliano alle esecuzioni bachiane e all'omaggio verso un compositore
che - come ricordavo in passato - è stato parte fondamentale della sua formazione. E non è nuovo neppure il "Largo" per chi frequenta questo blog. L'ho pubblicato infatti parecchi anni fa e, nonostante non ami ripetermi, lo ripropongo volentieri in questa differente versione.

Senza nulla togliere infatti al video di allora con l'interpretazione di Maria João Pires, rigorosa e insieme delicata come una carezza, trovo che Galliano mi restituisca un ritmo e delle sonorità che mi sono particolarmente congeniali. Del resto, tutti noi abbiamo quel gusto squisitamente personale che ci fa preferire un'esecuzione ad altre perchè va a toccare tasti che, al di là dello splendore della musica, sentiamo nostri fino in fondo. E se tale versione si radica in noi, resta poi quale punto di riferimento.

Ecco, l'interpretazione di Galliano per me ha proprio questo pregio: ha il ritmo del mio respiro, del mio passo quando mi rassereno, dei pensieri quando affiorano senza affanno, dello sguardo che si posa pacificato sulle cose.
Un ritmo tranquillo che consente di sognare immaginando una danza lenta, magari una sorta
di incantevole pas de deux scandito sulla base dei pizzicati nel quieto respiro bachiano dei 4/4.
Respiro, sì: non mi pare fuor di luogo usare questa parola a proposito del brano e insieme della fisarmonica che - come l'organo del quale talora può ricordare alcuni registri - ha un mantice dove passa l'aria per produrre i suoni. E quelli della fisarmonica, con il loro particolare timbro, mi arrivano qui nitidi, precisi nei passaggi ora dolcemente più intensi, ora meno, mentre attraverso trilli e abbellimenti le note fioriscono leggiadre sul ritmo misurato degli archi.
Un'interpretazione attenta e sentita in cui la perfetta fusione del solista con gli altri strumenti
ci regala, sobrio e rasserenante, il piacere della musica.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

lunedì 29 aprile 2024

Danzando con Bach

Che cosa ci viene in mente di primo acchito pensando a Bach?
Quali suoni e suggestioni il suo nome ci
suggerisce? Che tipo di musica rappresenta nell'immaginario collettivo e a quali strumenti istintivamente lo colleghiamo?

Da parecchio tempo ormai la prospettiva si è allargata, ma per lunghi anni il compositore è stato associato soprattutto alla solennità della musica sacra e all'organo da chiesa, certo per merito della celeberrima "Toccata e fuga in re minore", delle "Passioni", delle innumerevoli "Cantate" e altro ancora.
Un genio identificato col contrappunto, con la fuga, con un'atmosfera musicale severa e, sicuramente,
Bach è questo. Ma ciò non significa che sia soltanto questo e che, nelle molteplici dimensioni dell'esistenza e della nostra interiorità che il compositore con le sue note ha scandagliato, non esista anche ciò che rende la vita piacevole, sorridente e oserei dire danzante.

Vi è mai capitato di ascoltare un pezzo di Bach e immaginarlo danzato? Figurandovi magari una coreografia tutta vostra?
A me capita di frequente.

Del resto, se esiste una musica versatile è proprio quella bachiana e oggi accade spesso che svariati interpreti prendano spunto dai brani del compositore per trarne ulteriore fascino con la loro inventiva.
Troviamo così pezzi rielaborati per chitarra elettrica o per marimba - solo per fare qualche esempio - ma anche splendidamente danzati.
Se infatti i mitici Swingle Singers negli anni Sessanta hanno iniziato a cantare Bach
a tempo di jazz esaltandone le potenzialità ritmiche, vari altri gruppi ma anche singoli artisti - dai Flying Steps a Roberto Bolle solo per citarne alcuni - sono poi andati ben oltre, ballando sui pezzi del compositore con originali coreografie. Si è passati così dalla classica fino alla breakdance sulle note del Clavicembalo ben temperato, delle Variazioni Goldberg, dell'Arte della Fuga o di alcuni Concerti dando vita a modernissime interpretazioni.

E perchè dico tutto questo? Per introdurre il brano di oggi che è una Giga: antica danza popolare di origine britannica, dal tempo ternario e dal ritmo inconfondibile che Bach inserisce verso la fine delle sue varie Partite e Suites. Non l'unica però, perchè pezzi dal nome di Sarabanda, Allemanda, Corrente, Bourrée, Loure, Minuetto, Gavotta, Siciliana, Ciaccona, Passacaglia che troviamo nelle sue composizioni, indicano a loro volta altre danze, compresa la celebre Badinerie per flauto della Suite Orchestrale BWV 1067.

Ma torniamo alla Giga che ho scelto, movimento conclusivo della "Partita n.3 in Mi maggiore per violino solo BWV 1006".
Il brano ha un ritmo decisamente brioso, fatto di rigore e insieme di piacevolezza. Ma il suo vero fascino - a mio modesto
avviso - sta nella sottolineatura del tempo di 6/8 che risulta ben scandito dagli accenti. Per questo, ve lo propongo in due diverse interpretazioni che ne fanno affiorare aspetti differenti, ma in entrambi i casi molto pregevoli. 

La prima è di Hilary Hahn che, col suo piglio equilibrato, veloce sì ma non troppo, ci consente di apprezzare l'andamento danzante del pezzo insieme allo splendore della melodia. E lo stesso discorso vale per le numerose progressioni evidenti in diversi passaggi del brano.
La seconda è di Augustin Hadelich che, con un' esecuzione di poco più
breve della precedente, ci regala però una più viva percezione di velocità e di leggerezza. Delicato e quasi giocoso l'esordio, come pure certe frasi musicali ripetute sommessamente che esaltano la luminosa freschezza del pezzo.
E non so perchè, ma più lo ascolto e più ho l'impressione che il suo impianto
accordale debba essere piaciuto a Mozart.

"Ma non ce lo presenti danzato?..." dirà qualcuno.
No, perchè preferisco lasciarvi libertà d'immaginazione. Non è forse un
bell'esercizio di fantasia?
E vado subito a pubblicare perchè ho scoperto poco fa che proprio oggi - ma guarda
le coincidenze! - è la Giornata Internazionale della Danza!

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

lunedì 22 aprile 2024

Specchi d'acqua - 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è una serie di dipinti, stavolta, l'oggetto della mia osservazione, ma un corso d'acqua che, al pari di tanti altri, si snoda dalla sorgente alla foce, dando luogo a panorami e spettacoli dove prima la natura e poi l'uomo sono protagonisti.
Sto parlando della Moldava, fiume della Repubblica Ceca famoso non solo perchè attraversa la città di Praga, ma anche perchè
è stato celebrato da Bedřich Smetana (1824 - 1884) in "Ma Vlast" (La mia patria). 

L'opera si compone di sei poemi sinfonici dedicati a luoghi, storie e leggende della tradizione boema. Di questi, il più conosciuto è proprio quello che descrive la Moldava ("Vltava") attraverso vari momenti che corrispondono a ciò che si può vedere lungo il suo corso: le sorgenti, il fiume in pianura, scene di caccia, nozze di contadini, danze al chiaro di luna, le rapide di San Giovanni, il castello di Vyšehrad e l'ngresso a Praga.

Un pezzo di musica a programma, dunque, che è stato spesso ampiamente analizzato. Per questo intendo soffermarmi solo su pochi aspetti che tuttavia mi affascinano da sempre. Si tratta infatti di un brano che amo da tempo tanto che è stato tra i primi pubblicati in questo blog. Ma lo ripropongo con gioia anche perchè, anni fa, vi avevo dedicato poco spazio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il primo aspetto incantevole è proprio l'inizio. Qui Smetana ricrea con delicatezza e precisione la sorgente della Moldava, che nasce all'interno della foresta boema da due rami che poi confluiscono. Lo sentiamo subito dall'esordio del flauto seguito dal clarinetto che vi si sovrappone dopo quindici battute. È una melodia lieve dal timbro leggero, un'incantevole armonia imitativa dove gli strumenti musicali riproducono il suono sottile dei rivoli d'acqua che scendono e s'intrecciano qua e là, saltellando tra piante e sassi come ruscelli di montagna.

Il movimento si fa gradatamente più acceso mentre, dopo i pizzicati iniziali, gli archi vanno a creare un sottofondo sommesso ma continuo. È la preparazione al momento in cui, sceso ormai dai monti, il fiume si dirige verso il piano in un alveo più aperto e con un ritmo più tranquillo e regolare.
Inizia qui il celebre tema che percorre tutto il brano, una malinconica e intensa melodia in mi minore che
tanta fortuna avrà nel tempo: si mi  fa# sol  la si  si  si do  do  si...si la  la  la sol fa# sol  sol fa# fa#  fa#mi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una melodia prima ascendente e poi discendente, ma è su quel do che indugia, si allarga, si apre e s'illumina. Un'aria che sembra talora ripetersi tornando su se stessa, ma che è ricca di movimento e intensità proprio come descrivesse un un percorso o raccontasse una storia. Sono note che sembrano seguire le anse del fiume nella loro ombra discreta, così come nella luce improvvisa e balenante di un andamento che inizia in tonalità minore, si rischiara su quel do e torna di nuovo pervaso di malinconia.

Una frase musicale che è quasi una sorta di nenia e ha origini lontane.
Pare infatti che Smetana si sia ispirato alla
canzone popolare di un anonimo del XVI secolo - o forse Giuseppino del Biado - intitolato "Fuggi  fuggi", conosciuta anche come "Il ballo di Mantova".

Del resto, è un motivo cantabile che avrà seguito anche in futuro tanto che lo ritroviamo in contesti molto diversi. Basti pensare all'esordio nella famosa canzone napoletana "Fenesta ca lucive", poi al tema dell'inno nazionale israeliano e addirittura a un ambito che forse non ci aspetteremmo: quello del pop degli anni Sessanta. Ricordate - parlo ai meno giovani - la canzone "Nessuno mi può giudicare" resa celebre da Caterina Caselli? Quella!

Ma torno a Smetana per sottolineare altri spunti che testimoniano la varietà del brano. Il primo è l'uso di svariate forme musicali, dalla polka alla marcia, a indicare le danze o il castello di Vyšehrad. Efficacissima anche la descrizione delle rapide di san Giovanni dove l'andamento orchestrale si fa turbinoso e sembra imitare le onde movimentate e impetuose che interrompono il placido corso del fiume.
In tutto lo sviluppo del pezzo troviamo poi un'armonia imitativa per cui ora Smetana si
avvale dell'arpa, ora dell'ottavino, ora della potenza degli ottoni nel riprodurre il moto tranquillo o quello più spumeggiante delle acque. E così pure usa tempi diversi: dai 6/8 ai 2/4, ai 4/4 per tornare di nuovo ai 6/8.
Ne derivano quadri musicali che - come in tante altre composizioni descrittive - sollecitano più che mai la nostra immaginazione consentendoci non solo di ascoltare, ma insieme di vedere ciò che le note illustrano ed evocano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma il pezzo a mio avviso più affascinante, a fronte della delicatezza dell'esordio, è proprio la conclusione che descrive il corso del fiume ormai ricco di acque in tutta la sua ampiezza. È sempre il tema iniziale a ritornare, ma coniugato in modo diverso: non più malinconico, bensì maestoso e solenne, veloce e festante, ricco di una gioia messa in chiara evidenza dalla tonalità che passa in Mi maggiore.
C'è qualcosa di trionfale nell'atmosfera di questa musica che raggiunge qui il suo
acme in una sorta di inno alla vita, prima di tornare a farsi più sommessa nella parte che precede i due forti accordi finali. Un brano che è quasi una parabola dell'esistenza dalle origini fino alla conclusione del viaggio, quando il moto ondoso va piano a svanire e il fiume disperde le sue acque nell'Elba.

E a proposito di vita - oltre al fatto che lo spunto per il poema è venuto a Smetana proprio da una navigazione sulla Moldava - mi sembra significativo ricordare che la composizione dei vari brani è stata segnata dall'improvvisa sordità del musicista. Viene spontaneo pensare a Beethoven che ha vissuto la stessa dolorosa esperienza, e provare meraviglia per la stupefacente capacità di entrambi di percepire - ormai totalmente interiorizzati - accordi, note, armonie, consonanze, timbri, modulazioni che l'orecchio non poteva più sentire.
E come Beethoven nella Sinfonia Pastorale ha riprodotto i suoni della natura campestre,
così qui Smetana ci ha restituito mirabilmente l'intero splendore del corso di un fiume.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)