lunedì 18 luglio 2022

Stanze - 7












 

Hanno un che di fiabesco gli ambienti che vedete: ci fanno tornare a certe figure antiche viste forse sui vecchi libri del tempo in cui eravamo bambini, o a qualcosa di lungamente sognato. Qualcosa di talmente bello da essersi sedimentato in noi per riaffiorare poi come un possesso ormai nostro.
A regalarci questo effetto sono certo i colori di queste immagini, ora caldi come la decorazione delle volte e delle pareti, altrove più freddi ma sempre vivaci.
Tanti gli azzurri che contrastano con i rossi, e insieme i verdi e i gialli che si dispiegano in una decorazione musiva simile
a una splendida e fantasiosa tappezzeria floreale. Ma a colpirmi è anche lo spessore di archi e pilastri che sorreggono la costruzione e ne articolano gli spazi e le stanze. 

Sì, sono le mirabili stanze che si aprono all'interno della Cattedrale ortodossa di San Basilio a Mosca, quella costruzione con cupole a cipolla e pinnacoli fiabeschi simili a fiamme, che si innalza su di un lato della Piazza Rossa e che tutti abbiamo sempre visto in tante foto.
Una struttura estremamente articolata e un incastro di coloratissima muratura
che, per un gioco di contrasti, fa risaltare le tinte calde di giorno e quelle fredde di notte e che già nella configurazione esterna rivela la grande originalità dell'interno.
Non un edificio a pianta longitudinale e a navate come tanti, ma un complesso
ottagonale con un insieme di cappelle - nove per la precisione - collegate tra loro da un labirinto di passaggi, corridoi, gallerie e scale di soprendente bellezza.

Conosciuta comunemente col nome di Cattedrale di San Basilio - che è Basilio il Benedetto vissuto tra il XV e il XVI sec. e non San Basilio il Grande, vissuto invece nel IV sec.d.C. - l'edificio porta in realtà il titolo di Cattedrale dell'Intercessione della Madre di Gesù sul fossato per la sua ubicazione vicino alla cinta muraria del Cremlino.
La sua costruzione risale al XVI secolo per iniziativa dello zar Ivan il Terribile, ma la chiesa ha subìto rimaneggiamenti e restauri dopo svariati incendi e anni di abbandono in cui - soprattutto sotto il regime stalinista - ha rischiato di essere distrutta.
Oggi le sue stanze, riportate ormai da tempo al primitivo splendore, ci immergono in un'atmosfera fantastica che le immagini rendono solo in parte. Bisogna trovarsi al suo interno per sentirsi letteralmente immersi in un luogo di rara bellezza che costituisce un unicum anche nell'ambito dell'architettura bizantina.

Ho avuto la fortuna e la gioia di visitarlo nel 2014, durante un viaggio di cui ho parlato a suo tempo.  L'impressione che ne avevo riportato è ancora oggi vivissima perchè è uno di quei monumenti che restano nel cuore e dove si vorrebbe tornare per potervi sostare a lungo.
Ma temo che l'attuale guerra tra Russia e Ucraina, con il suo spaventoso seguito di morte e distruzione, mi
impedirà anche in futuro altri viaggi.

Ad affascinarmi - come scrivevo - sono stati i colori e insieme la fantasia della ricchissima decorazione pittorica che copre quasi totalmente gli interni dell'edificio, alleggerendone il grande spessore e che, nella parte floreale, intende rappresentare il giardino celeste.
Nel dedalo di passaggi e di cappelle nelle quali è bello perdersi lasciandosi sorprendere da ambienti sempre diversi e diversamente colorati, si entra in una dimensione nella quale disegno geometrico e ornato si fondono splendidamente così come volumi e valori di superficie. Inoltre, se qui la struttura architettonica è decisamente originale, le pitture parietali che, a somiglianza di numerose altre chiese ortodosse, coprono quasi ogni angolo della muratura, avvolgono il visitatore in un'aura di splendore e di preghiera.

E non manca la musica. All'interno di una delle cappelle, se non erro quella centrale, è facile incontrare un gruppetto di cantori che intonano inni ortodossi, certo anche a scopo turistico e forse con l'intento di pubblicizzare i loro cd.
Ma l'effetto di questa polifonia dai toni ora severi, ora vivaci e appassionati com'è tipico di tanta musica russa, proprio in queste stanze risulta più che mai suggestivo. A ciò si aggiunge il timbro particolarmente scuro del basso profondo la cui voce è prevista spesso all'interno di tali cori di tradizione orientale.

Così, a commento di queste immagini, ho scelto l' "Inno dei Cherubini" tratto dalla "Liturgia di San Giovanni Crisostomo op.31" di Sergej Rachmaninov (1873 - 1943).
Si tratta di un brano adatto alla meditazione, solenne e pacatissimo, che esordisce in modo quasi simile a que
llo forse ancora più famoso di Tchaikovsky. Ma sono soltanto le prime note, poi il pezzo si dipana diversamente, sia pure nella stessa lentezza e intensità contemplativa. Tuttavia, nella parte finale, come già troviamo anche in altre composizioni dello stesso tipo - per esempio nell'Inno dei Cherubini di Bortniansky - dopo una pausa di silenzio la melodia esplode con improvvisa vivacità per poi andare a farsi di nuovo pacata nella lievissima e assorta conclusione.

Una musica che ci conduce in un' atmosfera sublime come le immagini che vedete, immagini che sarebbe bello potessero cancellare con la loro bellezza ogni azione e intenzione di violenza negli esseri umani, oggi e in futuro.

Buon ascolto!

domenica 10 luglio 2022

A passo di musica

Succede a tanti, al mattino, di svegliarsi con in cuore una musica che non è stata pensata, nè scelta e - almeno in apparenza - non ha riferimenti a cose viste o ascoltate di recente.
Sembra invece nata da sola, germinata liberamente dal
sonno e affiorata dalla nostra anima come da un fondale marino ricco di splendore insospettato: un luogo in parte sconosciuto anche a noi stessi dal quale, di momento in momento, si staccano ricordi che giungono poi alla luce della coscienza.

Spesso arrivano da lontano a riecheggiare qui e ora, ma non sappiamo bene perchè, un po' come certi sogni che associano eventi, luoghi e persone in modo del tutto sorprendente. E qui ci vorrebbe la psicologia del profondo per aiutarci a scandagliare questo mondo affascinante e misterioso.

A me capita tutti i giorni: pochi minuti dopo il risveglio - giusto il tempo di alzarmi - mi parte dentro una musica. A volte è Mozart o Bach o Allevi, a volte è un pezzo che sto imparando, ma talora sono brani che affiorano da una grande lontananza e in particolare dal mondo russo: Rachmaninov con il suo celebre Rach 3, ma anche Prokofiev con la Sinfonia classica.
Succede quindi che questa musica diventi una sorta di colonna sonora
che mi accompagna per buona parte della mattinata seguendomi in particolare quando sono per strada. Cammino e musica hanno infatti un elemento che li accomuna: il ritmo. E del resto, affidarsi ai suoni è sempre stato un modo per tenere il passo, sia nel mondo militare che altrove.

Volete un esempio? Lo scorso anno, ho fatto tutte le mie passeggiate in montagna seguita dal Terzo concerto per pianoforte di Beethoven, ma senza che lo cercassi, arrivava e basta. Mi mettevo per strada e come da una radio invisibile partiva la musica, sempre quella.
Avete presente? Do,  Mib,  Sol,  Fa Mib Re Do,  Sol Do, Sol Do... Re,  Fa,  Lab,  Sol
Fa Mib Re,  Mib Re, Mib re...: insomma...provate a immaginarlo, sembrano quasi le battute di un dialogo! Il concerto è in Do minore, quindi è facile trovarne le note seguendo l'aria, e ha un tempo di 4/4 fantastico per camminare: arrivi alla meta che neanche te ne accorgi.  

Quest'anno invece ancora non so: ogni mattina la musica è diversa e mi sorprende sempre. Qualche volta - lo confesso - è un passo di danza, nonostante di questi tempi ci sia ben poco da danzare; o capita che talora faccia capolino Rossini con una delle sue più festanti Sonate, quasi si affacciasse da una porta a dirmi: "Embè...mi hai dimenticato?".
Ma spesso a scandire i miei passi arriva anche Couperin con quello splendido
brano che è "Les barricades mysterieuses" che mi riporta a una giornata di tanti anni fa, in giro per Venezia, con una giovanissima amica dallo sguardo limpido. Qui, il ritmo della musica sembra proprio seguire quella che era stata la nostra andatura ora lenta, ora più veloce, il soffermarsi a guardare un rio o la facciata di una chiesa mentre si parlava in scioltezza e serenità.

E oggi? Stamattina mi sono svegliata con Mozart. Un brano che, a dire il vero, ho già pubblicato nel lontano 2012 e - lo sapete - non mi piace ripetermi. Ma oggi mi suonava così e allora lo ripubblico. Del resto, nel vecchio post mi ero soffermata su altri aspetti della melodia e sull'interpretazione elegante e ariosa di Maria Tipo, lasciando in secondo piano il ritmo del pezzo. Ora invece camminiamo con Mozart.

Si tratta del terzo movimento, Allegro, del "Concerto per pianoforte e orchestra n. 27 in Si bemolle maggiore K.595".
Il brano si apre subito senza alcuna introduzione orchestrale sul tema enunciato
dello strumento solista, un tema che più ritmato di così non si può: garbato, spensierato, leggero, saltellante, giocoso, una melodia di quella semplicità tipicamente mozartiana che incanta. Una musica che vi fa camminare e ogni tanto fare una giravolta, un passo davvero danzante come dimostra il tempo di 6/8 e la struttura a terzine su cui il brano è costruito.
Ma talora vi fa prendere anche la rincorsa, e allora via a perdifiato in una velocissima fioritura di note!

Del resto, basta osservare il piglio brioso e la partecipazione con cui Maria Tipo lo
interpreta dialogando con gli altri strumenti per gustarne ogni passaggio, dal più energico al più delicato. E anche quando, nella cadenza a 6.20 dall'inizio e poi in quella finale, la melodia rallenta fin quasi a fermarsi, sempre il tema di fondo riappare col suo passo giocoso ed elegante, vertice della magica armonia mozartiana in questo concerto scritto - come ricordavo in passato - lo stesso anno della morte del compositore.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 3 luglio 2022

Fare del buon pane...

Sì, l'avete riconosciuta!
È lei, Maria
João Pires: pianista portoghese classe 1944, da sempre una delle più delicate interpreti di musica classica del nostro tempo. Delicata nel tocco, nel fraseggio, nella sua capacità di equilibrare energia e dolcezza e di far cantare le più piccole sfumature di uno spartito.

Bambina prodigio e concertista in giovanissima età, ha suonato con le
orchestre più prestigiose al mondo e la sua carriera è segnata da numerosi riconoscimenti e mirabili incisioni di autori tra i quali spiccano Chopin, Mozart, Schubert e Bach.

Di lei, splendida donna ieri e oggi, mi hanno sempre colpito la discrezione e la riservatezza, ma più ancora quella capacità di vivere interiormente la musica che - se pure è dote insita in ogni autentico musicista - affiora dal suo sguardo in modo ancora più intenso e immediato. È un processo di interiorizzazione che si trasmette alle note e che fa delle sue interpretazioni un vero e proprio fluire d'anima.
All'apparenza fragile e minuta, a me è sempre parsa tuttavia una di quelle donne fatte di fil di ferro, dotate di un' energia prodigiosa e capaci di fronteggiare ogni imprevisto. Il più famoso, registrato in un video divenuto virale che vi riporto qui, si è verificato durante un' esibizione ad Amsterdam, se non erro nel 1999.

È in programma un concerto di Mozart ma, alle prime note dell'introduzione, la pianista si accorge con terrore che l'orchestra sta suonando un pezzo diverso da quello per cui si è preparata e del quale non ha con sè neppure lo spartito. Tenta di farlo intendere al direttore che è Riccardo Chailly il quale la incoraggia con calore a suonare lo stesso: si tratta infatti di un concerto che lei stessa ha eseguito nella stagione appena precedente e certo sarà ancora vivo nella sua memoria. Così - in apparenza calma, ma possiamo immaginare con quale tumulto in cuore - la Pires inizia a suonare e porta a termine una interpretazione perfetta, senza errori nè il minimo vuoto di memoria.
Memoria quindi, ottime capacità interpretative, ma anche prontezza di spirito e nervi
saldi all'ennesima potenza!

Da qualche anno la pianista ha ridotto la sua attività concertistica e ha scelto di dedicarsi all'insegnamento della musica e del canto corale ai più piccoli e più svantaggiati. Sulle motivazioni di tale scelta e sul significato che ha per lei la musica, mi piace riportare qualche stralcio di un'intervista fattale da Giuseppe Videtti e pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2018. Alle domanda su quali rinunce la pianista ha dovuto affrontare per diventare una delle più acclamate interpreti del mondo la Pires risponde:

«Non parlerei di sacrifici ma di sforzi. Ho lavorato sodo per uno scopo: la ricerca del mio mondo spirituale; la musica è il solo mezzo che ho per entrare in contatto con me stessa, qualcosa che va oltre il pubblico, il palcoscenico, la standing ovation; la musica è il confine tra il materiale e il soprannaturale, il linguaggio che mi aiuta a decifrare l’inconosciuto».

E più avanti:

«L’istruzione è l’unica risorsa che il genere umano ha per salvarsi. Ho sempre pensato che sia indispensabile investire nelle scuole, l’ho sentito come un dovere. Viviamo in un mondo sempre più materiale in cui i valori traballano, le tradizioni sono trascurate, la storia dimenticata, le arti relegate a una élite o strumentalizzate a fini commerciali. Dobbiamo aprire gli occhi e renderci conto che questo ci condurrà al disastro. Investire sulle scuole e sui bambini vuol dire lavorare per un mondo popolato da cittadini consapevoli».

E ancora:

Dobbiamo insegnare ai bambini a lavorare per la loro felicità prima che per il profitto. E ai giovani artisti, insegnare a trovare la libertà all’interno dei propri limiti. È un percorso spirituale, non materiale».

Una donna dai valori saldi, ma al tempo stesso capace di far fronte ad aspetti pratici della vita. Dicono che nella fattoria dove attualmente risiede, in Brasile, sappia fare anche dell' ottimo pane. Del resto, lei stessa ha dichiarato:

«Fare del buon pane e suonare bene è un po’ la stessa cosa».

Ed è bellissimo che il far musica sia paragonato all'offerta di un nutrimento cosi essenziale!

Allora ascoltiamola in un brano di Franz Schubert (1797 - 1828) che molti conosceranno magari per averlo suonato. Si tratta del celebre "Improvviso in Mi bemolle maggiore n.2 op.90 D 899": pezzo molto vario nel suo andamento, che si apre con una leggerissima fioritura di note, un andirivieni degno di un moto perpetuo, ma che va facendosi poi drammatico rivelando il tormentato mondo interiore del musicista. Un brano considerato talora dai contemporanei di Schubert come pezzo di puro intrattenimento o finalizzato solo allo studio e non all'attività concertistica, mentre in realtà ha un'intensità e un afflato romantico che vanno ben al di là del semplice esercizio.

Poichè in passato - qualche volta e indegnamente - ho tentato di suonicchiarlo, ho sempre ascoltato su youtube varie esecuzioni di questo Improvviso, senza trovarle però pienamente soddisfacenti: ora tecnicamente perfette ma troppo accademiche, ora buttate un po' là con sonorità a volte eccessive.
L' interpretazione di Maria
João Pires invece - a mio modesto avviso - da un lato riesce a tradurre la leggerezza in un soffio di note lieve come un respiro e, dall'altro, sa arricchire i passaggi più sonori con calibrata energia e profonda intensità drammatica.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

domenica 26 giugno 2022

"Prog me": un percorso di funambolica follìa.

Non sono sportiva, e non ho mai praticato seriamente alcuna attività di questo tipo.
Mi piace camminare, certo, soprattutto se
la strada è pianeggiante e con un passo che ho sempre avuto - quello sì! - piuttosto gagliardo e veloce. Se vado svelta infatti non mi stanco, mentre fatico se sono costretta a muovermi a ritmo di processione oppure a corserelle e fermatine...insomma avete capito. Ma a parte il piacere di camminare, atleticamente parlando non vado oltre.

Tuttavia, sarà forse per una strana legge degli opposti o per il desiderio inconscio di oltrepassare certi limiti, che amo moltissimo gli sport estremi, beninteso dalla comodità del mio divano.
Penso al parapendio con l'impagabile fascino del volo, ma ho in mente anche il
motocross freestyle: non quello che si pratica sui nostri campetti di periferia, ma quello che talvolta si vede in tv, su certe piste americane letteralmente da brivido. Mi appassiona tanto che, a volte, me lo sogno di notte con desiderio inquieto. (Ma va? Dite la verità che non pensavate...eh?! Ma guarda un po' la vecchia prof. in pensione!...)

E non c'è solo questo. Un altro sport più recente - e vi giuro che certe acrobazie me le sogno davvero - è il parkour: disciplina che consente di andare da un punto A a un punto B superando al volo tutti gli ostacoli architettonici che si possono incontrare sul percorso. Proprio da quest'ultimo termine deriva la parola parkour che prende ispirazione dall'addestramento militare ad affrontare appunto percorsi di guerra e che è passata poi a indicare la disciplina sportiva.
Il contesto può essere quello dell'ambiente naturale, ma spesso è lo spazio urbano nel
quale le barriere architettoniche sono più numerose rendendo di conseguenza la corsa più varia e avvincente.
Vi immaginate la gioia di fare salti, capriole e arrampicate da un tetto all'altro,
volteggiando tra cornicioni e terrazze, oltrepassando muretti e rampe di scale con un balzo? Insomma, prodigi di agilità ed equilibrismo che ovviamente posso permettermi solo di sognare in un accesso di funambolica follìa.

Allora oggi sono andata in cerca di una musica che si ispirasse proprio a questa funambolica follìa e l'ho trovata! S'intitola "Prog me", ed è un brano per pianoforte di Giovanni Allevi tratto dal recente album "Estasi".
Qui, l'indole classico-ribelle del compositore ascolano si manifesta nel fondere con la sua inventiva
riferimenti alla musica del passato con ritmi del presente, in particolare del rock progressive. Il termine prog indica infatti quel rock che si distingue dalle sue origini per una maggiore varietà stilistica e per quella libertà che consente di mixare classica e jazz insieme ad altri spunti musicali.

Ne deriva una composizione di esuberante vivacità dove sembra che le note riproducano una corsa dal ritmo irregolare senza soste nè pause e che, a mio avviso, può ricordare le acrobazie degli atleti del parkour.
Con piglio decisamente grintoso, il brano si apre con un tema in do diesis (...o re bemolle? No -
il compositore mi perdonerà - ma preferisco l'energia del do diesis) e prosegue facendolo risuonare in svariate altre tonalità con le quali Allevi ci porta lontano, quasi divagando. Ma quando la corsa sembra rallentare, il tema torna a riproporsi martellante, come magma ancora nascosto ma pronto a esplodere. Un pezzo da spirito ribelle insomma.

E il classico dov'è?... C'è, c'è, non temete: va e viene, si nasconde e riaffiora come
un fiume sotterraneo, scompare e riappare qua e là mimetizzato in un turbinoso vortice musicale. Lo troviamo nelle progressioni bachiane, ma fa capolino anche in un passaggio conclusivo a 0.54 dall'inizio nel quale sento riecheggiare Chopin.
Insomma, una cascata di note che, pur non essendo un' improvvisazione, ne ha
però tutta la freschezza: un Allevi ora scatenato, ora giocoso, ora garbato, ora irriverente che ci regala l'ebbrezza di una totale libertà.

E mi piace dedicare il brano proprio al musicista che - come giorni fa ha annunciato - dovrà iniziare un periodo di cure per combattere una pesante malattia. Anche il suo sarà dunque un percorso di guerra che tutti ci auguriamo lo veda pienamente vincitore, e che Allevi sta già affrontando con cuore di atleta. Ha scritto infatti sui social:  

"Indietreggerò solo per prendere la rincorsa. Mai per arrendermi":

 Allora buona guarigione, Maestro, e buon ascolto a tutti!

(La foto è presa dal web)  

domenica 19 giugno 2022

Stanze - 6


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sono stati i tanti particolari ricchi di leggiadrìa, insieme alla grande nitidezza del tratto e dei colori a suggerirmi la "stanza" di questo mese: un interno di casa fiamminga della prima metà del Quattrocento dove è ambientata la scena dell'Annunciazione.
Mi hanno sempre affascinato gli interni dipinti dagli artisti olandesi, da Vermeer a
De Hooch nel Seicento, ma anche più avanti nel tempo fino ai danesi Hammershøi e Holsøe. Sono rappresentazioni sempre piene di silenzio che ci consentono di entrare negli spazi raffigurati respirandone l'atmosfera pacata.
Col dipinto di oggi, però, torniamo indietro di qualche secolo.

Si tratta della "Annunciazione" del celebre "Trittico di Mérode" del belga Robert Campin (1378/79 - 1444) conservato al Metropolitan Museum of Art di New York.
Identificato anche come Maestro di Flémalle e
considerato caposcuola dell'arte fiamminga, l'artista ha - per così dire - traghettato la pittura del Nord Europa dal clima fantasioso e fiabesco del Gotico internazionale al realismo delle novità del primo Quattrocento.
Ha inserito infatti le varie rappresentazioni -
comprese quelle di carattere sacro come questa che vedete - nel contesto della vita quotidiana della sua epoca, ricco di dettagli che fondono semplicità ad eleganza, secondo uno stile che appartiene anche ad altri esponenti dell'arte fiamminga.
Del Trittico ho riportato solo la parte centrale
mentre le ante laterali, che consentivano all'opera di essere chiusa perchè era probabilmente destinata alla devozione privata, rappresentano da un lato i due committenti e dall'altro San Giuseppe mentre lavora.

Come scrivevo in apertura, mi ha colpito la nitidezza della stanza in cui si svolge la scena, insieme alla fusione di elementi architettonici della tradizione gotica con altri di impostazione più nuova.
Dall'elegante nicchia archiacuta dov'è appeso il
paiolo di rame, retaggio del gotico fiorito, andiamo infatti a osservare la costruzione del soffitto e in qualche modo dell'intero ambiente, come fosse un piccolo tentativo di scatola prospettica ante litteram.
Tuttavia, se per certi aspetti tale tentativo è
riuscito - come nella profondità segnata dai cassettoni del soffitto, dalle splendide mensole che lo sorreggono e così pure dalle due finestre circolari - più approssimativo è il rapporto tra le dimensioni delle figure umane e quelle degli arredi, segno di una prospettiva dettata da semplice intuito e non ancora da un preciso calcolo matematico.

A somiglianza di tante Annunciazioni coeve ma anche successive, la scena ci presenta Maria assorta in meditazione davanti a un libro e non ancora consapevole della presenza dell'Arcangelo il cui arrivo ha prodotto un soffio di vento che ha spento la candela - ne vediamo il fumo attorto - e mosso le pagine del libro sul tavolo.
Così pure, il dipinto è ricco di dettagli
simbolici che alludono alla purezza della Vergine, come i gigli nel vaso, e all'Incarnazione e morte di Gesù, rappresentata da quelle figuretta con la croce, che dalla finestra vola verso Maria all'interno di un fiotto di luce.

Ma anche al di là di questa simbologia, l'ambiente è ricco di particolari di vita quotidiana che fondono realismo, raffinatezza e semplicità e proprio per questo rendono la rappresentazione piuttosto varia.
Ogni angolo infatti ha un suo fascino che può far sognare, ma anche caratteri tutti suoi: le bellissime finestre laterali simili a due oblò dalle quali arriva una luce più pacata; il grande camino forse eccessivamente troneggiante per le dimensioni della stanza; poi il paiolo che riflette la luce, proietta la propria ombra sul muro e sembra sospeso sopra un pozzo... (A proposito, vi piacerebbe avere una casetta con un pozzo tutto vostro dove attingere acqua? A me sì!)
Poi ancora il vaso di ceramica bianca e blu sul tavolo.
(Lo sapete che ne ho uno un po' più rustico ma quasi uguale?...)

Insomma tanti piccoli quadri nel quadro, fatti ora da
un angolo di natura morta - guardate il libro sul tavolo e il cartiglio! - ora da un dettaglio architettonico, ora da una finestra che si apre sul cielo in uno spazio ordinato e sereno.

Bellissima appunto, nella sua semplicità, la finestra in fondo le cui imposte scure si aprono su di un cielo chiaro e sognante che - chissà! - mi piace pensare abbia saputo suggestionare altri artisti successivi, dai pittori di nuvole come Constable a quelli di cieli come Magritte.
Ad affascinarmi è proprio
quella finestra dalla quale entra una luce pacata che contrasta con le ante scure, e ci regala un senso di ordine che dà respiro all'intera stanza.
Forse, l'unico elemento che poco si accorda con
l'aura nitida e sobria dell'ambiente è la ridondanza quasi scultorea dei panneggi che, peraltro, ritroviamo anche in altri celebri contemporanei di Campin come Van Eyck e Van der Weiden.
Il candore del bianco e la particolare tonalità
di rosso è tipica infatti di tante composizioni fiamminghe.

E per commentare in musica l'atmosfera di questa particolare stanza, ho pensato subito a Bach e a un brano di solenne e pacata luminosità come il "Larghetto" del "Concerto n.4 in La maggiore per clavicembalo e orchestra BWV 1055", qui nella trascrizione per oboe d'amore.
Può sembrare malinconico l'esordio del pezzo e in effetti la sua tonalità di fa#
minore lo giustifica, ma la melodia si apre in maggiore a 1,51 dall'inizio con un movimento di grande serenità. Bella inoltre la sovrapposizione delle fioriture dello strumento solista sul ritmo sempre uguale ma dolce di 12/8, quasi simile a quello di una danza.
E mi sembra che l'insieme possa accordarsi con l'attitudine meditativa di Maria,
l'atteggiamento quasi timido dell'Arcangelo e l'atmosfera di luminosa pace del dipinto.

Buon ascolto!

sabato 11 giugno 2022

Ortensie

Avete mai rubato qualcosa per qualcuno?
O siete mai stati tentati di farlo?
Un fiore...un dolcetto...le ciliegie dalla
pianta...l'erba voglio nel giardino del re?...Insomma, avete mai violato una regola per amore?

Tranquilli, la mia non è istigazione a delinquere, ma solo una domanda che mi sorge spontanea pensando che, a volte, una piccola trasgressione può rendere un regalo ancora più prezioso. Del resto, da bambini - e non solo - non abbiamo forse avuto tutti il classico desiderio del frutto proibito?

Allora ve lo dico piano, pianissimo perchè nessuno ci senta...
Vedete quelle ortensie nella foto?
Sì, lo so che avete letto l'ultimo post e avete capito che sto attraversando un periodo floreale, coi gelsomini, l'azalea, ecc. ecc. Quello che non sapete però è che proprio quelle ortensie, ieri sera, le ha rubate mio marito per me!
Sì, ru-ba-te nel giardinetto condominiale, dopo che avevo espresso grande
apprezzamento per il folto cespo che cresce in un'aiuola sul retro della casa, lamentando il fatto che, trattandosi di uno spazio comune, non è possibile cogliere i fiori liberamente...o perlomeno non lo sarebbe.
Così, facendo finta di niente, al primo calar delle tenebre e con la solita scusa, "Vado in
garage" - non va a prendere le sigarette solo perchè non fuma - il consorte è uscito, ma invece di sparire, pochi minuti dopo è rientrato e mi sono trovata davanti alla sorpresa delle ortensie in tutto il loro splendore.

Chiariamo le cose. Mio marito è un uomo di poche parole che però potrebbe fare tranquillamente il testimonial del "Ditelo con i fiori". Confesso che a volte preferirei qualche discorsetto in più...ma pazienza, col tempo ho imparato a leggere tra le foglie. In tanti anni di matrimonio - e il mese venturo saranno quarantuno (!) che solo a scriverlo mi viene un colpo - il ragazzo, si fa per dire, mi ha omaggiato di un infinito numero di piante e pianticelle. Francamente, all'inizio alcune erano un po' cimiteriali, poi però ha capito i miei gusti e siamo arrivati alle rose o alle meravigliose azalee dei tempi più recenti.

Eppure, nonostante io li abbia sempre graditi, i fiori più belli non sono stati quelli regalati di rito per le feste comandate, i compleanni, ecc., ma quelli fatti a sorpresa e senza un motivo perlomeno apparente. Come le primuline di bosco di qualche anno fa, che durante un giro in bici aveva colto per me sulla sponda di un fosso, rischiando di cascarci dentro...e ora queste ortensie che ho subito sistemato in vaso e che valgono più di mille parole.
E ora che mi sono confidata con voi, vi prego di mantenere il silenzio.
Si venisse a sapere in giro del suo gesto e il brav'uomo mi dovesse finire nei guai,
non potrei neanche portargli le arance in galera perchè non è stagione. Quindi, acqua in bocca!

Così, per passare alla musica dedicando alle ortensie - e a lui - un pezzo adatto, vi propongo un brano che tanti forse non approveranno perchè non sembra accordarsi al tono un po' leggero di questo post. Ma l'ho scelto lo stesso perchè le sue note vanno a scandagliare quella profondità che talora si cela anche sotto le apparenze dei gesti più furtivi o dei toni più giocosi.
Si tratta dello splendido "Adagio assai", secondo movimento del "Concerto in Sol maggiore per
pianoforte e orchestra" di Maurice Ravel (1875 - 1937), qui interpretato da Martha Argerich.

È una musica che alterna levità a intensa passione, malinconia a squarci d'inusitata serenità, accenni di scala pentatonica ad accordi più vigorosi: una melodia nostalgica e vibrante da ascoltare senza fretta, lasciando che le sue note entrino nell'anima e la pervadano col loro fascino. Protagonista è il pianoforte mentre l'orchestra resta in secondo piano fino all'incantevole intervento del flauto che - a 2.53 dall'inizio - va ad accompagnare la voce dello strumento solista.
Un Ravel di assoluta bellezza che, al di là del suo brano più popolare - il celebre
"Bolero" - in questo concerto altrettanto famoso svela tutto il suo genio fatto ormai di superamente dello stile impressionistico nel segno di una grande modernità, ma anche di solide radici nella musica del passato. È lui stesso infatti a rivelare di essersi ispirato per questo "Adagio" a un delicatissimo brano di Mozart, il "Larghetto" dal "Quintetto K.581".

Il compositore però mi dovrà perdonare perchè io ci trovo anche altri riferimenti. Se ascoltate il pezzo più volte, altre musiche vi riecheggeranno in cuore: da un richiamo a Bach a 5.26 - quando il pianoforte si produce in un'incantevole serie di arabeschi accompagnando la melodia ripresa stavolta dal corno inglese - fino al ricordo lontano di un passaggio del terzo movimento della Nona sinfonia di Beethoven che affiora qua e là, soavissimo.
Note in taluni passaggi anche intensamente drammatiche, ma nell'esposizione del
tema sempre ricche della delicatezza del non detto, come un fiore rubato nottetempo, o quasi.

Buon ascolto!

venerdì 3 giugno 2022

L' azalea

Capita a volte che non ci accorgiamo subito di quello che ci accade, dei vari mutamenti talora anche minimi che avvengono nella nostra vita soprattutto nel quotidiano.
Pensiamo che cambiare sia
rivoluzionare totalmente la nostra esistenza, e invece tante cose si verificano pian piano, a piccoli passi, come in un orologio dove le lancette delle ore sembrano ferme, mentre in realtà si muovono. 

Un esempio. Ho sempre detto e ribadito che non ho il pollice verde, e invece mi sono resa conto che sto cambiando. Dev'essere iniziato per me un periodo - diciamo così - floreale, perchè la mia attenzione non è attirata solo dai fiori che vedo fuori casa, ma si è soffermata anche su di una bellissima azalea della quale, udite, udite!, mi sto occupando da qualche tempo.

L'ho ricevuta circa tre mesi fa, giorno più giorno meno, inclito dono di mio marito per il mio compleanno. Aveva una ricchissima chioma di fiori rosa e, fin dal primo momento, ho fatto del mio meglio perchè il suo splendore durasse a lungo. Per un mesetto e mezzo tutto bene, il che per me è già un traguardo.
Ma, giunta al culmine della fioritura, la pianta ha cominciato ad avvizzire, e
nonostante io abbia provveduto subito a togliere foglie e petali appassiti per farla respirare meglio, non è sbocciato più nulla di nuovo.

Dall'appartamento l'ho spostata allora in mansarda, da sempre sala di rianimazione del nostro verde. Ma le mie quotidiane attenzioni si sono rivelate inutili. Ai primi di maggio, nonostante lo scetticismo di mio marito che l'avrebbe abbandonata al suo destino, ho deciso che era meglio che stesse sul balcone all'aria aperta - la pianta, non mio marito! - e così l'ho rispostata, seguendo le indicazioni dei sacri testi di giardinaggio dove si dice che le azalee prediligono l'ombra, vogliono temperatura costante, ecc. ecc.

Qui ho ripreso la mia cura quotidiana, saggiando spesso l'umidità del terriccio e dosando opportunamente l'acqua col risultato che, da un rametto, sono nate timide foglie nuove che ho additato con orgoglio al consorte. ...Visto?
Ma quale non è stata la mia sorpresa quando, arrivata la prima vera ondata di caldo, la
vitalità dell'azalea è letteralmente esplosa con tenere foglie nuove un po' ovunque! ...Rivisto? La terapia stava funzionando!
Ma siccome i miei balconi sono esposti a est e a ovest, per garantirle la giusta
dose di ombra, bisogna metterla al mattino da un lato e al pomeriggio dall'altro, spostandola ogni mezza giornata.

Poi, la scorsa settimana in cui il termometro è sceso di parecchio e una sera è venuta anche la grandine, l'ho dovuta riportare in casa perchè non mi prendesse freddo; e si sa che gli sbalzi di temperatura sono micidiali per tutti, piante comprese!
Così le mie giornate sono regolate da un andirivieni a orario, da
balcone ovest a balcone est, o di stanza in stanza alla ricerca della posizione ideale: ora in soggiorno, ora in cucina ma lontano dai fornelli, e nelle giornate grigie anche nel bagno in mansarda che è più luminoso. Senza contare che, se piove, devo stare attenta che non si bagni troppo. Insomma, ho il mio da fare.

Per un trasporto più agevole, ho messo vaso e sottovaso in un largo cesto di vimini coi manici, col risultato che più volte al giorno sono in giro per la casa con questo ambaradan - scusate, ma non mi viene una parola più adatta! - sotto lo sguardo ineffabile di mio marito. Si vede bene che vorrebbe parlare e non osa, ma quando osa e fa dell'ironia, lo rimbecco prontamente dicendo che invece dovrebbe apprezzare l' attenzione che dimostro per il suo inclito dono.
Non vi pare?

Insomma, la pianta si è ripresa bene e da oggi, col ritorno del caldo, è di nuovo
sui balconi, ora ovest, ora est. Non la fotografo perchè è timida, un po' come una bella donna che non vuol farsi vedere senza trucco... però penso che il minimo che si possa fare sia dedicarle un bel brano di musica.

E dopo lunga e affannosa ricerca, sono approdata a Gioacchino Rossini (1792 - 1868) che ha sempre una serenità di fondo che risolleva l'animo e ben si adatta alla felicità della mia azalea in fase di rinascita.
Del compositore ho scelto il "Passo a sei" dal primo atto del "Guglielmo Tell", una celebre
danza dal ritmo leggero e dall'atmosfera all'inizio sommessa e talora quasi ammiccante. Dopo tre fragorosi accordi, si apre infatti un tema che disegna un andamento a piccoli passi e una sorta di andirivieni di note quasi furtivo. Segue poi una parte in cui s'intrecciano altri sviluppi e ritorna ancora il tema iniziale, ma con un crescendo di sonorità sempre più aperte, scintillanti e concitate fino all'esuberante finale, che ha la tipica felicità delle più famose creazioni rossiniane.

Dimenticavo. I sacri testi dicono anche che alle piante piace la musica classica e in genere prediligono Mozart, Haendel e Bach per una questione di vibrazioni e di frequenze. Di Rossini non si parla...ma farò giusto un esperimento con la mia azalea. Vi saprò dire.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

giovedì 26 maggio 2022

Gelsomini

Una mattina di maggio in giro per Milano: aria tersa, sole non ancora rovente e "quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello...".
Una mattina di maggio e la sorpresa di
avere del tempo per me: un paio d'ore tutte mie a incantarmi davanti allo splendore della città.

Un improvviso senso di distensione mi avvolge
a calmare il respiro, alleggerire i pensieri e indurmi a una riposante lentezza che mi consente di guardarmi intorno pacificata.
Mi muovo con passo tranquillo, senza affanno, lasciando che la bellezza di un luogo da sempre amato mi invada insieme a ricordi lontani, ma tanto intensi quasi ancora vi abitasse - vivissima - una parte di me. Così, con questa calma, percorro vie appartate e ariose: uno sguardo al chiostro di Santa Maria delle Grazie sul quale troneggia la splendida abside della chiesa, un altro alla signorilità dei tanti cortili ombrosi e discreti, come pure al sontuoso liberty di certe facciate.

Ma non manca neppure un' antica cartoleria dove, in
un'atmosfera d'altri tempi, torno bambina mentre mi soffermo ad ammirare scatole e album decorati con meravigliose carte a fiori.
È la bellezza che mi viene incontro e mi accorgo che sto già sorridendo dal profondo. Poi mi inoltro nel verde rigoglioso di viali e piazze, mentre pareti di gelsomini lungo le cancellate mi inebriano con il loro profumo.

Non è la prima volta che maggio mi regala spalliere di gelsomini a incorniciare portoni o a tappezzare i muri delle case anche qui dove abito: sono fiori che in questa stagione adornano giardini e verande un po' ovunque.
Ma ritrovarli nel cuore di una metropoli famosa per i
grattacieli, il traffico, le folle in movimento e la congestione di mille attività, mi regala una gioia ancora più viva. Esiste infatti una Milano d'altri tempi sempre incantevole che, in questo come in altri quartieri, svela la sua grazia con discrezione e che nulla ha da invidiare alle torri avveneristiche - e pure belle - che svettano nel disegno del suo skyline.
Essere dentro questa città, percorrendone le vie e respirandone - per così dire
- il fascino, mi riporta indietro nel tempo ai miei anni universitari e a lontane suggestioni che la mattinata milanese mi restituisce intatte.
Avverto spesso la sensazione di appartenere ai luoghi, come se il mio vissuto vi
restasse inciso al punto che ogni volta lo ritrovo con acuta e toccante intensità. Ed è il motivo per cui sono certa che la Milano che conosco e frequento dalla giovinezza, da oggi mi parlerà anche con lo splendore e il profumo dei gelsomini di una rasserenante mattina di maggio.

Così, all'incanto di una giornata sorprendente ho scelto di associare Mozart con il secondo movimento - "Andante cantabile con espressione" - della "Sonata n.8 in la minore K.310".
Scritta dal compositore a ventidue anni, durante un viaggio in Europa mentre
sostava a Parigi dopo la morte della madre, la Sonata nel suo insieme risente della sofferenza del momento sia per il lutto improvviso che per la delusione della fredda accoglienza parigina. Lo dimostra in particolare la tonalità minore del primo tempo - cosa peraltro molto rara in Mozart - e di quello conclusivo, insieme all'andamento decisamente ansioso del pezzo.

Il secondo movimento, invece, ci offre una parentesi di delicatissima serenità, una pausa di sollievo nella quale i toni ombrosi e drammatici riemergono solo nella parte centrale. Il brano si compone di tre sezioni: la prima dolcissima, in pieno stile galante, la seconda più animata e non priva di passaggi dissonanti, e la terza costruita di nuovo sul delicato tema iniziale anche se in altra tonalità. Notevole la ricchezza di abbellimenti e arpeggi che contribuiscono a farne un pezzo di grande leggiadrìa.
Anche l'indicazione di "Andante cantabile" ci suggerisce l'emergere di quella
serenità tipicamente mozartiana, fatta di dolcezza venata di nostalgia che qui l'interpretazione di Mitsuko Uchida mette particolarmente in luce.

Buon ascolto!

 

mercoledì 18 maggio 2022

Stanze - 5

È una stanza un po' particolare questa sulla quale ho scelto di fermare la mia attenzione oggi: un'immagine che mi ha affascinato subito per l' atmosfera pacata e ariosa, così come per i suoi colori.
A colpirmi, infatti, è stata
la gamma di tinte che vanno dal chiaro allo scuro passando per diverse e delicate sfumature di beige. Ma mi hanno preso anche quelle leggerissime tende mosse forse dal vento che, attraversate dalla luce chiara della finestra, conferiscono all'insieme un'atmosfera di sognante levità.

Si tratta dell'opera del pittore statunitense Andrew Wyeth (1917 - 2009) intitolata "Chambered Nautilus" e conservata presso la Collezione Wadsworth ad Hartford nel Connecticut.
Esponente del realismo pittorico americano, l'artista ha dipinto soprattutto
figure femminili e paesaggi del mondo rurale, riscuotendo apprezzamento da parte del pubblico, ma non sempre dalla critica che lo riteneva invece fuori moda, in un periodo in cui si stava già affermando l'espressionismo astratto.

Il dipinto, realizzato nel 1956, rappresenta probabilmente la madre del pittore ormai invalida e forse - come riportano alcune notizie biografiche - vicina alla fine.
Lo confermerebbe la presenza del "Nautilus con camera"
conchiglia che dà appunto il titolo all'opera, poggiata ai piedi del letto su di una cassa di legno scuro.

Tuttavia, non trovo nell'immagine quel
funereo presagio di morte o quella cupezza che alcuni osservano, e se pure certi dati la possono giustificare, l'atmosfera che vi colgo mi conduce oltre, verso un arioso afflato di rinascita.
Me lo dice la conchiglia stessa, da sempre
simbolo di resurrezione, e in particolare questo splendido esempio di Nautilus.
Ma soprattutto me lo suggeriscono la
finestra chiara e le delicatissime tende che fanno da baldacchino al letto, mentre a destra sembrano mosse da un soffio di vita. Elementi questi che meritano una sottolineatura anche perchè li ritroviamo in numerose altre opere di Wyeth. Osserviamo infatti lo stesso effetto di leggerezza in "Wind from the sea" e in "The day of Pentecost" solo per citarne alcune, così come la finestra è un dato ricorrente in parecchi dipinti.
Allo stesso modo, la donna invalida è un altro tema al quale l'artista ha dedicato la
propria attenzione a cominciare dal quadro che lo ha reso più celebre, intitolato "Christina's World", nel quale ha rappresentato una ragazza poliomielitica sua vicina di casa.

Come dicevo, la composizione ci offre un'immagine pacata: una stanza spoglia di altri mobili oltre al letto, ma arredata in realtà dalla grande finestra che esalta il bianco dei tendaggi e delle lenzuola.
Sono stoffe dalla trama sottile e leggera che
la luce, in certe pieghe, rende quasi trasparenti. Ora hanno la consistenza del lino, ora della seta, e un che di antico negli orli ricamati e nelle frange come fosse biancheria semplice e preziosa ad un tempo, uscita dai bauli di famiglia. E sembra quasi che il pittore abbia giocato a ricreare una particolare tonalità di colore, tra il bianco e un beige vagamente rosato, in differenti tessuti e materiali fino alla superficie madreperlacea della conchiglia.

La donna è seduta nel letto, tranquilla, appoggiata a un cuscino, ma non ne scorgiamo il viso rivolto alla finestra; ne possiamo tuttavia intuire i pensieri, le nostalgie, i ricordi, la malinconia, forse i sogni insieme al senso di attesa di un futuro sconosciuto.

È quest'ultimo dato che ha spinto i critici a
far derivare certi spunti iconografici di Wyeth da Hopper, altro esponente del realismo americano nelle cui opere troviamo spesso figure femminili colte proprio in tale atteggiamento.
Tuttavia, se le attese di Hopper sono
spesso intrise di tensione o di angosciosa solitudine, qui non colgo lo stesso clima, ma l'immagine nel suo insieme mi pare più serena.
Così pure, i particolari che Wyeth ha
raffigurato in essa - dal cesto coi libri alla conchiglia - ci parlano di quella poesia del quotidiano che solleva il realismo dalla pura e semplice rappresentazione dell'oggetto, conducendolo a scandagliare lo splendore dell'esistenza nelle sue dimensioni più nascoste.

Per questo, la mia scelta della musica è caduta su di un brano che, pur essendo talora malinconico, presenta squarci di luminosità: la "Gnossienne n.5 in Sol maggiore" di Erik Satie (1866 - 1925).
Come scrivevo in passato a proposito del compositore francese, la sua è stata definita spesso musica d'ambiente, ma non mi pare possa restare solo in secondo piano come sottofondo, quasi fosse priva di un suo carattere e una sua autonomia. In effetti, oggi è sempre più apprezzata. Il suo stile va certo creando particolari atmosfere attraverso la lentezza del ritmo, la ripetitività e il potere ipnotico che, talora, esercita sull'ascoltatore. Tuttavia, più ci accostiamo alle sue note, più ne avvertiamo il fascino.

Anche il brano che vi propongo ha un che di ipnotico e insieme evocativo di mondi sconosciuti: è la malinconia dell'ignoto da attraversare, ma al tempo stesso la percezione sorprendente di un universo arioso che ci si può aprire davanti come il vento che muove le tende del dipinto. Ce lo suggerisce il luminosissimo esordio, che ci afferra subito con un tema ripreso poi lungo il brano in modo più pacato e nostalgico, ma sempre ricco dell'intensità di un ricordo o di una speranza.
Un pezzo non molto difficile sul piano tecnico, ma più che altro affidato alle doti
interpretative dei vari esecutori perchè ne facciano affiorare tutta la bellezza. Souple et expressif è infatti l' indicazione del compositore: morbido ed espressivo, proprio come questo che sentirete.

Buon ascolto!

martedì 10 maggio 2022

Voltare pagina...

Oggi, faccio riferimento al post della volta scorsa sul primo tempo del "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" di Bach e - se non vi dispiace - vado subito avanti.

Parliamo allora del secondo
movimento, una fuga in realtà molto singolare.
Si compone infatti di tre parti: la prima e la terza
perfettamente identiche, mentre la seconda - che risulta inclusa tra queste come fosse il vero e proprio cuore del brano - è ben diversa, ma francamente struttura di fuga non ha.  

Che cos'è allora? Un intermezzo? Una sorta di variazione? Non saprei bene come definirla, ma mi piace moltissimo per il suo andamento dolcemente mosso dopo il rigore della prima parte. Il brano si apre infatti sulle note lente e severe di un tema enunciato dalle prime due battute della mano destra - come potete vedere dalla foto - e ripreso più avanti dalla sinistra proprio come in un pezzo fugato. E via così in un intreccio sempre più complesso.

Ma poi? Come dicevo, nella parte centrale le cose cambiano e nella composizione si viene a respirare un'atmosfera del tutto differente come se, a un tratto, Bach voltasse pagina dando di ciò che ha dentro una lettura diversa. Così, se all'inizio il tono era serio ed austero, poi diviene leggero e quasi danzante. E non vi dico il piacere che si prova suonando questa sezione al pianoforte - sia pure con i limiti della sottoscritta - perchè sono note che vi cantano dentro e aiutano davvero a voltare pagina e a rasserenare lo sguardo se per caso il momento non fosse dei migliori.
Scorrevolezza e discorsività potrebbero essere i termini adatti ad esprimere
almeno in parte il carattere di questo pezzo, e mi rendo conto che tante volte, anche in passato, mi è occorso di paragonare il linguaggio della musica - e in particolare quello di Bach - a un discorso con una sua struttura sintattica fatta di principali e secondarie, di pause, incisi e via dicendo.

Ma c'è di più. Ad attirare la mia attenzione su questa parte del brano, oltre alla sua bellezza, è stato un particolare riferimento.
Verso la fine, la continuità delle note affidate alla mano destra
viene intervallata da coppie di accordi ben scanditi che chi ha un pochino di familiarità col compositore ricorderà certo di aver già sentito.
Su passaggi simili, infatti, è strutturato il celebre "Preludio n.12 in fa minore BWV
881" del secondo Libro del Clavicembalo ben temperato che - se volete - potete ascoltare qui nientemeno che dalle mani di Andras Schiff. Non trovate anche voi che ci sia una chiara somiglianza?

Se tuttavia finora ho fatto riferimento al pianoforte, l'interpretazione che pubblico della "Fuga BWV 998" non è per questo strumento, bensì per chitarra. Ho ascoltato e confrontato a lungo le numerosissime esecuzioni che youtube offre e ho scelto infine quella di Ana Vidovic. Mi è parsa infatti pregevole non solo dal punto di vista tecnico, ma decisamente migliore di altre anche a livello interpretativo per la naturalezza con cui la Vidovic suona e il risalto che sa dare alle varie dinamiche del pezzo. Parliamo del resto di un' interprete di fama internazionale. Così, nonostante la registrazione live sia un po' disturbata, mi perdonerete se ho deciso di pubblicarla ugualmente.

Poi - lo so - qualcuno penserà che, al prossimo post, di questa composizione bachiana vi ammannirò di certo anche il terzo movimento, l' Allegro.
Francamente non ho deciso: è vivace, veloce, spigliato, ma ancora non so. Magari in un secondo
tempo. Intanto ci penso.

Buon ascolto!

 

martedì 3 maggio 2022

Bachiana versatilità

Come cambia il carattere di un brano di musica - e quanto muta la nostra percezione - se lo ascoltiamo interpretato da strumenti diversi dalla versione originale?
Quale differente fisionomia assume un
pezzo nato magari per pianoforte ed eseguito invece al violoncello o al flauto? O viceversa?  

Mai sentiti i Notturni di Chopin suonati col violino? O alcuni suoi Valzer splendidamente arrangiati per fisarmonica da Richard Galliano che li colora di una suggestiva atmosfera da musette francese? Per non parlare delle Suites per violoncello di Bach nella versione per marimba.
Spesso, musicisti di ieri e di oggi si sono sbizzarriti ad interpretare un pezzo su
strumenti diversi dall'originale, a volte per curiosità o per gioco, ma più di frequente per farne affiorare dimensioni nascoste e nuove.
Senza andare a cercare arrangiamenti più recenti in chiave jazz o rock, basti ricordare che lo stess
o Bach aveva trascritto per tastiera diversi concerti vivaldiani nati per archi. E, al contrario, le sue "Variazioni Goldberg" composte per clavicembalo sono state talora adattate per trio o quartetto d'archi, il che ci consente di apprezzare ancora meglio la struttura polifonica di alcuni pezzi.

Immagino che siano osservazioni e confronti che tanti avranno avuto modo di fare chissà quante volte, notando differenze di timbro, di colore e di sonorità. Tutti sappiamo quanto la voce del pianoforte differisca da quella del clavicembalo e ancor più dall'organo, e così l'arpa dalla chitarra e dal liuto, e il discorso potrebbe continuare anche per gli altri strumenti.

Ma l'ascolto, per quanto possa essere coinvolgente, non è tutto. Ciò che ci offre la possibilità di gustare a fondo una musica è suonarla, addentrandoci con le mani e con l'anima nella sua struttura, osservandone tonalità, temi e sviluppo, cogliendone il ritmo, gli accenti, assaporandone il fascino che possiamo sottolineare magari azzardando una nostra personale interpretazione.
Mi è occorso altre volte di osservare quanto è bello entrare nel linguaggio di un
compositore, riconoscendo i tratti salienti della sua - se si può dire - poetica musicale, perchè, quando lo si frequenta con una certa assiduità, uno spartito si apre davanti ai nostri occhi come il profilo di un amico di vecchia data col quale poter dialogare.

Tutto questo discorsino per dire che giorni fa, navigando su youtube, mi sono imbattuta nel "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" di Bach e me ne sono innamorata al punto da volermi cimentare a suonarlo. Ma mentre lo eseguivo, mi è riecheggiato dentro come cosa non nuova e mi sono ricordata che di questa composizione avevo già pubblicato il "Preludio" la bellezza di undici anni fa, senza tuttavia soffermarmi su di esso in modo particolare.
Ora invece, il tentativo di suonarlo me lo ha fatto entrare davvero nel cuore, così ho
deciso di ripubblicarlo.

Si tratta di un pezzo nato per liuto o per cembalo - come recita l'intestazione del manoscritto bachiano - ma interpretato nel tempo anche al pianoforte, più spesso alla chitarra e talora all'organo.
Osservate sullo spartito com'è bello l'andamento delle sue prime battute! Ha il ritmo del tempo composto
di 12/8, la luminosità del MI bemolle, la dolcezza sempre variata delle terzine che si muovono inanellando il tema in tonalità diverse, mentre le note della sinistra scandiscono il cammino con rigore. Bellissimo quel Mi basso ripetuto quattro volte come nota base sulla quale la destra dipana la sua melodia, simile a un sentiero variato di luci ed ombre! Vi si riconoscono i moduli tipici dello stile bachiano e al tempo stesso ne emergono tratti di meravigliosa intimità.

Così, ad esemplificare il discorsino iniziale, ve lo riporto qui in due versioni differenti: la prima - quella che avevo già pubblicato - per liuto, e la seconda per organo. Emerge subito l'atmosfera diversa che i due strumenti creano: quanto dolce, melodiosa e ricca di sfumature è quella per liuto, tanto grandiosa e potente è la versione organistica con le note della pedaliera scandite in modo incisivo. Quanto la prima risulta intima, tanto la seconda è solenne.
E ancora una volta ne emerge la versatilità del genio bachiano che sa parlarci
attraverso voci e suggestioni diverse. 

 Buon ascolto!