mercoledì 30 settembre 2020

"Lo sguardo dritto sui fiori"

Ha un titolo un po' singolare l'ultimo libro di Giovanni Allevi,
il sesto per l'esattezza: un saggio autobiografico e insieme filosofico pubblicato a fine agosto dall'editrice Solferino. "Revoluzione" è infatti una parola che indica volontà di cambiamento, fondendo in sè termini dalle sfaccettature diverse e un pizzico di follìa. Ma essa ci suggerisce inoltre che un'autentica crescita sia umana che culturale non può ignorare le radici del passato. Quella "E" che, in copertina, è rivolta all'indietro, sembra proprio simboleggiare che non esiste movimento realmente innovativo senza un ritorno all'antico e alla consapevolezza dei sogni più profondi, così come delle fragilità che ci caratterizzano.
Ma di che cosa si parla esattamente nel testo? 
Incentrato sui temi della creatività e dell'innovazione, il saggio ne tocca vari aspetti: da ciò che è innovativo in musica, fino al rapporto tra ispirazione e tecnica e alle problematiche poste dall'Intelligenza Artificiale applicata alla composizione; dagli equivoci cui oggi può portare un'esasperata ricerca del consenso, alla necessità di non far dipendere da esso il valore della nostra identità e del nostro agire. Ma ricorrente è anche il riferimento all'ansia che il compositore vive, segno ambivalente del desiderio di cambiare le situazioni che ci rendono infelici e al tempo stesso della paura che talora ci blocca.

Non è nuovo Allevi a questo tipo di considerazioni e - come in passato ma qui, mi pare, in modo ancor più efficace - fonde la dimensione autobiografica, fatta di introspezione e racconti di vita quotidiana, con un'intensa riflessione filosofica. Un testo impegnativo, da leggere e rileggere per coglierne in pieno ogni sfaccettatura, ma non per questo pesante.
La nitida scrittura del compositore coniuga infatti profondità e leggerezza, guidandoci in un percorso ricco di voli dell'immaginazione e di musica, dove rumori e voci intorno a noi si traducono immediatamente in note.
  
Il libro prende le mosse da alcune drammatiche esperienze. 
Un improvviso tremore alle mani durante un concerto e uno stato di ansia tormentosa cui si aggiungerà poi lo sconvolgimento causato dalla pandemia, sono gli eventi sui quali Allevi inizia a riflettere per tentare di rispondere agli interrogativi che tali accadimenti portano con sè.
Chi avesse letto il suo precedente saggio intitolato "L'equilibrio della lucertola" - di cui ho parlato tempo fa qui - osserverà che "Revoluzione" ne ricalca lo schema: momento di crisi, bisogno di isolamento, necessità di ricorrere a una guida spirituale e cammino introspettivo verso una risoluzione. E tuttavia, a mio avviso va oltre perchè, nel momento più drammatico della narrazione, qui il musicista individua il cammino per una rinascita interiore nell'apertura a ciò che è "altro da sè".
"Accudiscimi" è infatti l'invito che riceve in modo misterioso da un alberello ormai secco di bouganville. E il suo prendersi cura, con attenzione quotidiana e garbo da innamorato, di questa pianticella arida fino a quando essa non rifiorirà, lo condurrà a ritrovare gradatamente in se stesso la percezione di una rinascita e il coraggio della speranza in un tempo difficile come quello attuale. Sarà proprio la bouganville cui Allevi vorrà dare anche un nome - Maddalena - a iniziare con lui un dialogo facendogli da guida nell'intreccio delle sue ansie e dei suoi interrogativi: splendida metafora del fatto che accudire un altro essere vivente, sia esso persona o elemento della natura, è un far rifiorire anche la nostra anima.
  
Da qui in poi, sia pure nella problematicità dei temi trattati, il testo si vena di una positività sempre più intensa e convinta. Prendersi cura di Maddalena diventa inoltre il simbolo di un ritorno al silenzio, alla natura e al senso del sacro che essa porta con sè. Ma tante sono nel testo le considerazioni degne di nota, come l'esortazione a ritrovare in noi la tormentosa nostalgia di infinito che abita nel profondo di ciascuno e che è alla radice di ogni gesto artistico, così come la necessità di ricercare il sublime anche nel quotidiano.
Ma che cos'è per Allevi il sublime?  
Nell'ultima pagina del libro si legge:
"Tutti camminiamo sospesi sopra l'inferno. Il difficile è mantenere lo sguardo dritto sui fiori." 
Eccolo, il sublime: lo sguardo dritto sui fiori! La capacità di non distogliere gli occhi dalla bellezza anche in mezzo allo sfascio, la caparbia trasgressione di ricercare dentro di noi lo spessore del mistero contro quella logica che vorrebbe ridurci a numeri.

E a questo libro in cui il musicista si mette in gioco con disarmante sincerità, mi piace associare uno dei suoi brani più celebri e amati dal pubblico, intitolato appunto "Come sei veramente", tratto dal cd "No concept" (2005). Non si pensi però che il titolo abbia un significato sentimentale. Come ha talora spiegato Allevi stesso, l'ispirazione per questa sua musica è nata dal fascino di un'affermazione di Sant' Agostino: "Si conosce solo ciò che si ama". Una frase del filosofo che ha abbracciato e scandagliato la propria inquietudine come cifra della nostalgia d'infinito dell'uomo, collegando un'autentica conoscenza degli altri - e di se stessi - a uno sguardo di amore. E solo a quello.

Buon ascolto!

martedì 22 settembre 2020

"Oh, che armonico fracasso!"

A. Longhi: "Ritratto di Domenico Cimarosa" (Foto presa dal web)

Se vi piacciono gli ossimori, oggi eccone qua uno bellissimo e per giunta musicale!
È proprio l'espressione "armonico fracasso" che trovate nel titolo e che associa due elementi contrapposti: da un lato la luminosa e ordinata positività dell'armonia creata da piacevoli consonanze, e dall'altro quell'insieme di rumori forti, assordanti e confusi che definiamo appunto fraca
sso. Insomma, una contraddizione in termini!
Ma dove troviamo questa espressione e a che cosa è riferita?

Per rispondere, dobbiamo tornare indietro nel tempo, esattamente alla seconda metà del Settecento, e andare a scoprire un compositore nuovo per questo blog.
Si tratta di Domenico Cimarosa (1749 - 1801), esponente di spicco della scuola musicale napoletana e autore di un gran numero di opere comiche.
Ricordiamo prima di tutto "Il matrimonio segreto", certo la sua composizione più famosa: un dramma giocoso - ossimoro anche questo, direi! - che ebbe a suo tempo strepitoso successo e che lo ha reso celebre in mezza Europa. 
Ma la produzione del musicista comprende parecchie altre opere i cui titoli  - come "La villana riconosciuta", "Il vecchio burlato", "Le astuzie femminili", "Le nozze in garbuglio", "I finti nobili", "Il matrimonio per raggiro" solo per citarne alcuni - ci rivelano il gusto per la farsa, l'intrigo e il sotterfugio.

Feconda è la sua vena creativa, come la fresca e vivace immediatezza di tante sue arie, insieme al fatto che - pur prendendo spunto per i suoi personaggi dalla commedia dell'arte - ne ridisegna e ne approfondisce i caratteri a somiglianza di ciò che aveva fatto il Goldoni nelle sue opere teatrali. Proprio su di un libretto del commediografo veneziano, infatti, Cimarosa comporrà "La vanità delusa" e forse non è un caso che alla fine della sua vita si rechi a Venezia.

Tuttavia, il brano da cui è tratto l'ossimoro del titolo non è una vera e propria opera buffa, ma un semplice "Intermezzo" la cui genesi è incerta - Cimarosa doveva forse ampliare una composizione precedente? - e ignoto l'autore del libretto. S'intitola "Il Maestro di cappella" e la sua singolarità sta nel fatto che, insieme all'orchestra, c'è un solo personaggio in scena, protagonista di un monologo comico: una vivace e simpatica parodia del tipico compositore settecentesco - il Maestro di cappella, appunto - filone teatrale che vantava già i suoi precedenti con Mozart e Haydn.

Ma come si svolge? 

Dopo un recitativo in cui il protagonista presenta il brano che dovrà essere eseguito sotto la sua direzione, iniziano le prove che si rivelano però disastrose: gli orchestrali suonano in modo disordinato e non intervengono al momento giusto. Così il Maestro è costretto a canticchiare la parte di ciascuno strumento imitandone il suono con una serie di divertenti onomatopee, finchè gli esecutori non risponderanno correttamente ai suoi dettami. Una parte molto gustosa e ricca di armonia imitativa, in cui si passa in rassegna la varietà dei timbri presenti in un insieme orchestrale verso la fine del Settecento. 

Ma oltre alla musica, coinvolgenti anche la mimica e la gestualità dell'interprete - il bravissimo Enzo Dara - che col suo tono ora burbero, ora bonario, ma sempre enfatico, sottolinea l'intento parodistico della scena suscitando negli ascoltatori un sorriso.

Buona visione e buon ascolto!

lunedì 14 settembre 2020

Donne col libro - 9

"Hotel sulla ferrovia" (coll. privata)




















"Donne col libro: solitudini in un interno".
Stavolta il sottotitolo di questo post potrebbe suonare proprio così.
Se infatti nei vari dipinti pubblicati finora, oltre ad essere fonte di riflessione o di svago, la lettura era vista come arricchimento culturale e strumento di emancipazione femminile, non sempre - tuttavia - le composizioni pittoriche che associano donne e libri hanno avuto questo intento. 
"Scompartimento C carrozza 293" - New York IBM Collection
E l'atto del leggere, così come talora significa vivo desiderio di apprendere o ricerca di uno spazio di silenziosa meditazione, altre volte può rappresentare anche un bisogno di fuga dalla realtà o un indizio di profonda solitudine.

È a questo riguardo che mi hanno colpito alcuni dipinti di un pittore di cui ho già parlato qui tempo fa, e che ha rappresentato in modo emblematico ansie, attese e in particolare solitudini della società del suo tempo: lo statunitense Edward Hopper (1882 - 1967).
 
"Vagone" - New York (coll. privata)
Non sono molte le composizioni in cui l'artista raffigura donne impegnate nella lettura, ma in ognuna di esse le protagoniste risultano prive di un minimo scatto di interesse o di un movimento di emozioni, ma sono invece chiuse in se stesse in un'attenzione al testo piuttosto asettica. 
Dai loro volti e dalle loro posture, infatti, non emerge altro che una compostezza ordinata e tuttavia inespressiva, quasi la lettura non fosse un elemento capace di modificarne il sentire, ma solo uno spazio in cui rinchiudersi per non dare adito alla comunicazione o perchè essa, forse, è divenuta impossibile.

"Hotel Lobby" - Indianapolis, Museum of Art
Si trovano tutte in un interno le lettrici qui rappresentate, tante e tali sono le stanze in cui Hopper le raffigura: in genere camere d'albergo, scompartimenti di treno o anticamere di hotel. 
Ma si tratta di spazi anonimi, luoghi di passaggio privi del calore che si respira abitualmente in una casa.
In tutti questi ambienti, infatti, manca la vivacità di un clima familiare, mentre avvertiamo un'atmosfera di freddezza talora accompagnata forse da una sottile ansia, l'ansia dell'attesa.

Certo, è difficile che in uno scompartimento di treno si possa avvertire la stessa aria di casa.
E tuttavia, rappresentare uno spazio così squadrato geometricamente, con una ripetitiva successione di finestre  come nel dipinto intitolato "Vagone", non fa che sottolinearne la freddezza.
Sono gelide simmetrie che vanno ad acuire il vuoto della solitudine, lo smarrimento dato da quel senso di provvisorietà che a volte ci coglie improvviso e che, invece di muoverci verso gli altri, talora ci blocca in un atteggiamento di sostanziale chiusura e incomunicabilità.
Non c'è movimento infatti nelle immagini di Hopper, non c'è dialogo, nè si guardano in viso le figure rappresentate. E, a questo proposito, mi pare emblematico il dipinto nel riquadro in alto, intitolato "Hotel sulla ferrovia" dove, in una camera d'albergo, l'uomo volge le spalle alla donna che legge e - in atteggiamento svagato o di voluta disattenzione - è intento a fumare.

Possiamo allora immaginare quanto il contenuto di un libro, con le vicende e i sentimenti che esso a volte offre, possa da un lato costituire un rifugio alla solitudine, ma dall'altro risultare talora interiormente esplosivo, se confrontato al silenzio esteriore.

Per questo, a commento musicale dei dipinti di Hopper ho scelto un brano di Bach: il "Preludio n.10 in mi minore BWV 855" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato", in un celebre arrangiamento del pianista russo Alexander Siloti che ha anche apportato al testo bachiano alcune modifiche. Lo ha trasposto infatti in si minore, e ha scambiato alcune figurazioni tra la mano sinistra e la destra.
 
Si tratta di un pezzo tristissimo e drammatico, qui nella magistrale interpretazione del compianto Ezio Bosso che proprio ieri avrebbe compiuto 49 anni.  
Ma, sia pure nella malinconia che lo caratterizza, il brano presenta un andamento progressivamente più concitato che sembra proprio esprimere il non detto, il fermento che talora ribolle in cuore nei momenti di solitudine e che, a volte, anche il contenuto di un libro può far emergere in tutta la sua veemenza. 
Le frequenti ripetizioni della frase musicale che costituisce il tema - ora in tonalità minore, ora maggiore - scandagliate in ogni possibile variazione melodica, se ascoltate alla luce dei dipinti possono infatti sembrare parole che vadano a riempire il silenzio degli ambienti disegnati da Hopper. Battute di un discorso che riecheggiano prima sommesse, poi con intensità sempre più dolorosa e vibrante quasi nel tentativo di infrangere un muro di incomunicabilità. 
Ma dopo una lunghissima pausa, l'affascinante accordo finale in maggiore apre forse alla comunicazione un lieve spiraglio.

Buon ascolto!

martedì 8 settembre 2020

Musica dal passato al presente

Foto prese dal web
Mi piace riprendere in mano questo blog e iniziare l'anno - diciamo così - di lavoro, con uno splendido brano di Ennio Morricone, insieme a un grintosissimo pezzo di Bach che - a dire il vero - avevo già pubblicato qui anni fa nella trascrizione per pianoforte.
Quelle bachiane sono note che risuonano dal passato al presente oltrepassando il tempo, ma oggi desidero offrirvele sia nella versione originale per organo, che in un arrangiamento orchestrale a mio avviso straordinario, come solo può esserlo una colonna sonora del Maestro Morricone.

L'accostamento di questi due grandi però non è mio, ma me lo ha offerto una lettera al "Corriere della Sera" del 7 luglio scorso - giorno successivo alla morte del compositore - nella quale si ricordava quanto Morricone nei suoi brani si sia ispirato a Bach e, in uno in particolare, al "Preludio in la minore BWV 543". 

È quindi allo sconosciuto autore della lettera che si firma "Guglielmo di Sens" che devo il mio grazie, per aver sollecitato la mia curiosità offrendomi insieme lo spunto per questo post.
Immagino che dietro un nome così altisonante si celi un architetto, dato che Guglielmo di Sens, vissuto nel XII secolo, è stato uno dei più celebri costruttori del suo tempo, artefice - tra l'altro - del coro della cattedrale di Canterbury. 
E mi piace questo accostamento tra architettura e musica di Bach perchè ogni brano del compositore tedesco, dai più semplici fino alle monumentali fughe, è strutturato con matematica precisione e al tempo stesso con un'armonia simile a quella di un'antica, mirabile costruzione slanciata verso l'alto.

Ma torniamo a Morricone. La colonna sonora in cui - come ricordava il nostro sconosciuto architetto - si è ispirato a Bach, è quella del film "Il Clan dei Siciliani": pellicola del 1969 per la regia di Henry Verneuil, interpretata fra gli altri da Jean Gabin, Alain Delon, Lino Ventura e Amedeo Nazzari.

Si tratta di una musica che intreccia temi diversi più volte ripresi e variati, che ci coinvolgono fin dall'inizio - e poi sempre più intensamente - in un' atmosfera languida ma molto accattivante.  
Il pezzo si apre con una lenta frase musicale: un malinconico passaggio discendente che parte dal la minore e qui ritorna, con sole quattro note: do - si - si bemolle - la. In apparenza un'introduzione, ma in realtà esso va ripetendosi simile a un mesto ritornello che fa da sottofondo al tema principale.
È proprio quest'ultimo a ispirarsi al "Preludio BWV 543", brano vibrante e acceso, costruito sulla pratica dell'antico ricercare e - a mio modesto avviso - non inferiore per bellezza e profondità alla celeberrima "Toccata e fuga in re minore BWV 565"

Del Preludio Morricone riprende l'esordio, la - do - la - mi, mantenendo la stessa tonalità della versione originale. Subito dopo tuttavia, ne intreccia il tema a quello precedente scambiandone i ruoli mentre, in una suggestiva fusione di passato e presente, fa riecheggiare anche le successive battute del pezzo bachiano. E sapientemente rielaborata da strumenti diversi man mano che l'organico orchestrale si amplia, affiora un'aria nostalgica che va a innestarsi su tutto l'insieme. 
Un pezzo chiaramente ispirato a quello bachiano, sul quale tuttavia Morricone costruisce mondi e atmosfere molto differenti.
Ne deriva una linea melodica essenziale eppure sempre nuova, dove - nel passaggio dall'energico rigore barocco ad un clima malinconico e un po' noir - Bach sembra mutarsi in un sommesso ritmo di tango e, intensa e struggente, ancora una volta la musica ci rapisce l'anima.

Buon ascolto!

sabato 15 agosto 2020

Buon Ferragosto!

Paolo Veneziano : "Dormitio Virginis con San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio di Padova" (particolare) - Vicenza, Musei civici.






































Con un dipinto di Paolo Veneziano (1300 - 1365) e sulle suggestive note di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 -1594), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.

A presto!
 

Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594) : "Assumpta est Maria".

lunedì 10 agosto 2020

Donne col libro - 8


V.M. Corcos: "Sogni" (particolare) - Foto prese dal web


Parlare di "Donne col libro" nell'arte figurativa ci ha condotto finora in un breve percorso che va dal sacro al profano: dalle raffigurazioni medioevali e rinascimentali di Natività e Annunciazioni dove il libro è la Sacra Scrittura nelle mani della Vergine Maria, fino ai numerosi dipinti che ci danno testimonianza di quanto - in seguito - il gusto si sia orientato anche verso testi profani.
Le cause di tale mutamento sono molteplici e il discorso sarebbe lungo e complesso. Ma basti ricordare la diffusione della stampa, l'evoluzione della società e della cultura, come ci testimoniano le tante immagini di donne e libri che - soprattutto dal Settecento in poi - attraversano i secoli per arrivare ai nostri giorni.
Sono dipinti che abbiamo visto solo in piccola parte e che ci restituiscono figure femminili talora pacate, intente a leggere nella quiete di un giardino o di un salotto, in poltrona o in procinto di dormire, ma talaltra più libere e indipendenti, donne per le quali i libri sono innanzitutto strumenti di emancipazione.

A questo proposito, non possiamo dimenticare che, a dar lustro alle tante raffigurazioni sul tema dal Medioevo ai nostri giorni, è stato anche il celebre testo di Stefan Bollmann e Elke Heidenreich intitolato "Le donne che leggono sono pericolose" (2007), col seguito uscito nel 2011 che - guarda caso - ha in copertina proprio il dipinto di Faruffini di cui parlavo la volta scorsa.
Perchè siano pericolose è presto detto: la lettura permette di acquisire capacità di introspezione, consapevolezza di sè, autonomia di giudizio e consente di appropriarsi di conoscenze che, fino ad un certo tempo, non erano destinate all'universo femminile. 
Le donne possono quindi costituire una spina nel fianco per una società strutturata su ruoli maschili che ha posto dei limiti al loro agire.

Tutto questo discorsino per presentare l'artista di oggi, il livornese Vittorio Matteo Corcos (1859 - 1933), insieme al suo dipinto "Sogni" - conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma - forse il più celebre e a mio avviso tra i più rappresentativi in merito al nostro tema.

Contemporaneo di De Nittis e Boldini, Corcos opera negli anni della Belle époque ritraendo molte figure femminili dell'alta borghesia del suo tempo e indagando talora anche il loro mondo interiore.
"Sogni", tuttavia, è ben più di un semplice ritratto, perchè raffigura una giovane in un momento di riflessione o di attesa, e comunque in uno squarcio di vita quotidiana.
È una donna forte e volitiva quella che l'artista ci presenta e ciò che colgo dall'espressione del suo viso come dalla sua posa mi rivela una personalità decisa. Si tratta di Elena Vecchi - musa ispiratrice del pittore e forse anche amante - donna di un'eleganza che spicca, soprattutto se confrontiamo la cura del suo abbigliamento con l'ambiente circostante piuttosto disadorno. 
Me lo suggeriscono guanti, cappello e ombrellino, insieme all'abito dalla linea fluente che la giovane indossa con disinvoltura e che si modella con grazia sul suo corpo.
Ma è il viso il centro sul quale si focalizza l'attenzione dell'artista come pure la nostra, per la sua espressione seria, intensa e determinata. Le gambe accavallate, il braccio destro appoggiato alla panchina, ma soprattutto la mano sinistra che sostiene il mento quasi a protendere il viso verso lo spettatore, ci offrono l'immagine disinvolta di una dama senza cavaliere, ma perfettamente a proprio agio anche da sola. Un'immagine che mi sembra rappresentare con efficacia una raggiunta emancipazione.

E i libri??...
In effetti, non li vediamo subito perchè l'attenzione di chi guarda s'incentra prima di tutto sugli occhi e l'espressione della donna. Eppure il titolo, "Sogni", mi suggerisce che proprio i libri - che pure nel quadro restano in secondo piano - in realtà possano essere all'origine del lavorìo interiore che la giovane cova in sè e che le conferisce quello sguardo fermo e volitivo, ma al tempo stesso un po' languido o forse lievemente crucciato. È dalla lettura probabilmente - una lettura reiterata, dato l'aspetto un po' consunto dei testi - che la donna trae spunti di riflessione, ma certo anche desideri e sicuramente sogni dai quali essa si lascia catturare, libera di abbandonarvisi
"Lettura sul mare" (particolare)
Del resto, proprio i libri - e oserei dire quegli stessi testi dalla copertina gialla editi da Flammarion - compaiono in altri dipinti dell'artista: "Lettura sul mare" e "Pomeriggio in terrazza", come potete osservare dai particolari qui a lato.
Storie d'amore? 
Probabilmente sì, e anche se le donne qui raffigurate nell'espressione e nell'atteggiamento sono molto diverse dalla protagonista di "Sogni", i dipinti ci testimoniano quanto la lettura di un romanzo fosse ormai divenuta non solo consuetudine quotidiana, ma anche fonte di riflessione e introspezione profonda. 
Dalla vita degli altri alla nostra, infatti, è il percorso lungo il quale ci conduce solitamente un libro, suggerendoci esperienze, novità, confronti e andando a intrecciarsi alla nostra esistenza.

E per commentare in musica queste immagini, stavolta facciamo un salto nel presente, ma insieme anche in un genere che ho pubblicato di rado qui nel blog.
Quella che vi propongo è infatti una canzone, precisamente un brano di Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro: pugliese, classe 1988, originale e poliedrica figura di scrittore, poeta, cantautore e artista di strada.

"Pomeriggio in terrazza" (particolare)
La brevissima composizione che ascolterete, scritta in collaborazione con Giampiero Mazzocchi, s'intitola proprio "Le donne che leggono" ed è tratta dall'album "Biglietto di solo ritorno" uscito nel 2018.  
Qui, su di un accompagnamento di fisarmonica che può ricordare le melodie di Yann Tiersen, Evan inanella versi più da funambolico poeta che da rapper. Musica di sottofondo e recitazione sono infatti due piani in apparenza separati che tuttavia riescono ad armonizzarsi bene.

Molto interessante il testo che vede nelle donne lettrici la capacità di distinguere l' essenziale da ciò che non lo è, e di indicare la strada giusta su cui muoversi. Donne forti che, come sanno sfogliare le pagine di un libro, sono capaci di "sfogliare le persone" e allo stesso modo in cui leggono, sanno comprendere la vita. Parole che mi pare vadano opportunamente a completare le immagini di Corcos, sottolineando lo stretto legame tra i libri e la nostra esistenza.

Buon ascolto!

lunedì 3 agosto 2020

"Les oiseaux dans la charmille"

T.J.Wilcox: "Les oiseaux dans la chiarmille" (Foto presa dal web)
Oggi mi piace inaugurare il mese di agosto con un tocco di leggerezza, di grazia e di sorriso.
Così, vi propongo un brano musicale un po' insolito rispetto a quelli che pubblico abitualmente e un autore  nuovo per questo blog.

Diamo infatti il benvenuto a Jacques Offenbach (1819 - 1880): compositore tedesco naturalizzato francese, famoso per la sua ricca produzione tra cui numerosissime operette.
Quella che gli ha dato la massima celebrità tuttavia è una vera e propria opera di carattere comico-fantastico intitolata "I racconti di Hoffmann"
Si tratta di un lavoro il cui libretto prende ispirazione da testi di vari autori tra i quali spiccano appunto tre racconti del poeta romantico E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822). Dei cinque atti in cui la composizione è suddivisa, i più importanti sono quelli centrali ambientati in diverse città (Parigi, Monaco e Venezia) in cui Hoffmann - che qui da autore diventa anche personaggio - s'innamora di volta in volta di fanciulle differenti.

Musicalmente parlando, una delle arie più conosciute dell'opera è senza dubbio la "Barcarola" che inaugura il IV atto, una melodia lenta e nostalgica, dal ritmo uniforme che accompagna di solito il canto dei gondolieri e che Offenbach ambienta proprio a Venezia.
Ma senza nulla togliere a questo celebre brano, oggi ve ne propongo un altro altrettanto famoso, dal quale sono stata affascinata sia per la sua vivacità che per la grazia della bravissima interprete, soprano e attrice al tempo stesso come peraltro è opportuno che sia ogni cantante d'opera.

Siamo al secondo atto della composizione: qui, al centro di una complessa storia d'amore e di sotterfugi sta la bella Olympia, bambola meccanica costruita da uno scienziato con tale maestria che di lei s'innamora perdutamente il protagonista credendola una donna in carne ed ossa. 
Momento centrale dell'episodio è proprio la festa organizzata dall'inventore di Olympia per presentarla al pubblico, facendole cantare una melodia intitolata "Les oiseaux dans la charmille": gli uccelli sotto il pergolato.
Si tratta di una classica aria di coloratura, ricca di virtuosismi canori che presuppongono grande agilità vocale nell'interprete. 
Qui il testo, a dire il vero, è quello di una canzonetta romantica priva di particolare profondità, ma è proprio la musica - attraverso svariati abbellimenti, trilli e vocalizzi - che ha il compito di compensare la semplicità delle parole rendendo questo brano un vero pezzo di bravura. E se da un lato Offenbach ha arricchito di ornamenti musicali il tema della melodia, dall'altro spetta al soprano avere grande capacità interpretativa e soprattutto sicura padronanza vocale.
È proprio il caso della giovanissima Patricia Janečková - classe 1998 e nel video ancora diciottenne! - che, radiosa nella sua interpretazione, ci offre una prova a mio avviso incantevole, soprattutto nelle seconda parte del pezzo in cui la fioritura di note si fa più articolata e complessa. 
Perfetta la sua intonazione non solo nei numerosi acuti e vocalizzi, ma - cosa qui decisamente essenziale - anche nella capacità di accordare la voce ai movimenti a scatto tipici di un automa.

Buon ascolto, buona visione e - spero - buon divertimento!

domenica 26 luglio 2020

Lui e lei

Li vedo tutti i giorni nel mio paesetto di montagna, quando vado a bere il caffè in un mirabile angolo di verde: delicati e lievi come due giovani amanti un po' timidi, eppure tenaci nella loro leggerezza.
Sono due alberelli che osservo da tempo, due betulle che crescono in un prato dietro il quale scorre il torrente che, con suono fragoroso e continuo, sottolinea il silenzio circostante e la tranquillità del primo mattino.

Da tempo li ho chiamati "lui e lei" perchè, a differenza delle piante che crescono intorno, dritte e svettanti verso il cielo, intrecciano le loro chiome come fossero una coppia
Non nascono vicini: i loro tronchi sottili dalla bianca corteccia tipica delle betulle, sono ben distanziati; ma negli anni i rami si sono pian piano avvicinati a somiglianza di quelle persone che per un po' procedono isolate e poi intrecciano gradatamente relazioni con chi da tempo avevano accanto magari senza saperlo.  
Ma la loro presenza mi richiama alla mente anche le parole della volpe al Piccolo Principe sull'arte di creare dei legami:

"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
 
Potrebbe essere una coppia giovane, talora avviluppata da segreti pudori e che arrossisce anche al solo prendersi per mano. 
Altre volte invece, i due alberelli mi ricordano una di quelle coppie di una certa età e lunga consuetudine: lui un po' spampinato nei rami più alti e lei che gli si appoggia dolcemente, in certe mattine con un'inclinazione ancor più accentuata per il peso della pioggia della notte. Due alberelli che - come tutti - seguono l'andamento del cielo, esposti ora al sorriso ristoratore dell'azzurro, ora al vento o alla tempesta, in una dimensione di bellezza e insieme di provvisorietà che induce a pensare.
Stamattina, li attraversa il sole suscitando bagliori sulle foglie che sono tutte un palpitante luccichìo mentre, in controluce, appare più evidente il disegno dei loro rami lievemente allacciati. Ed è singolare come la natura - nel suo variegato splendore - sia vicina alla nostra umanità suggerendoci gesti, immagini, relazioni, dettagli di bellezza che ci parlano proprio dell'arte di creare dei legami.

Per questo, oggi ai miei alberelli desidero dedicare il "Larghetto" della "Serenata in mi minore per orchestra d'archi, op.20" di Edward Elgar (1857 - 1934): un pezzo di raffinata scrittura ma soprattutto di intenso romanticismo, forse tra i più celebri del compositore inglese.
Dopo un' introduzione pervasa da un clima nostalgico, il tema che si apre resta in sintonia con tale atmosfera attraverso accenti di profondo lirismo e tratti di intimità, sottolineati da misuratissime pause e sapienti pianissimo
Nella ripresa, tuttavia, Elgar ci regala un più energico e compiuto afflato di passione, per concludere poi tornando alla delicatezza iniziale.

Una musica ora scorrevole e luminosa, ora pacata e sommessa, che tuttavia sa scavare dentro: struggente malinconia e sprazzi di sereno si alternano infatti nel brano, ma - a mio avviso - è un vago senso di provvisorietà a conferire a queste note un fascino indicibile, degno quasi di un'aria pucciniana. È quella particolare malinconia che deriva dalla contemplazione di una bellezza destinata a sfiorire, mentre in ciascuno di noi abitano il desiderio e la nostalgia di una dimensione definitiva.

Buon ascolto!

sabato 18 luglio 2020

Donne col libro - 7


A.Renoir : "Ragazza che legge" Houston, Museo di Belle Arti.




















"Donne col libro, ovvero l'interesse": potrebbe intitolarsi così, questa volta, la piccola serie di dipinti - tre in tutto - che ho scelto tra la vasta gamma di esempi che la Storia dell'Arte ci offre.
Gli autori sono Renoir, Faruffini e Birney: un artista francese, uno italiano e uno statunitense pressocchè contemporanei, che hanno operato nella seconda metà dell'Ottocento o talora alle soglie del Novecento.

Della loro produzione sull'argomento mi hanno affascinato le figure femminili qui rappresentate: tre giovanissime donne in tre atteggiamenti e contesti diversi, eppure accomunate da un'attenzione vivida alla lettura e dal fatto di essere - in ciascun dipinto - le protagoniste assolute della rappresentazione.
Certo, ci sono anche i libri, e se nel primo quadro ne è raffigurato uno solo, negli altri sono parecchi: testi vecchi e nuovi, volumi antichi, tomi di biblioteca, libri di studio o romanzi...chissà! 
Ma nonostante questo, mi pare che l'attenzione dei pittori si sia incentrata non tanto sull'oggetto in sè, ma prima di tutto sulle persone che ne fruiscono: donne colte, che fanno della lettura ora un arricchimento interiore, ora una forma di svago, ma anche uno strumento di studio o di lavoro.

Osserviamo il quadro di August Renoir (1841 - 1919) intitolato "Ragazza che legge" e realizzato nel 1890. 
Mi pare sia poco più che una fanciulla la giovane raffigurata, che riempie con la propria presenza e col caldo colore del vestito buona parte dello spazio circostante. 
Pochi gli arredi intorno: la poltrona e il tendone le cui tinte richiamano quella dell'abito e quasi vi si fondono. Ma è proprio quest'ultimo, con la scollatura un po' arricciata e le maniche a sbuffo, a suggerirmi la giovane età della ragazza: forse un'adolescente attratta dai primi romanzi d'avventura o d'amore o da un testo di poesia. 
In realtà, non sappiamo che genere di libro stia leggendo, ma cogliamo il suo interesse dall'atteggiamento sereno e assorto, e dalle sue labbra leggermente socchiuse forse in un gesto di stupore. E mi pare che la composizione - peraltro non l'unica di Renoir su questo tema - si possa inquadrare bene tra le varie raffigurazioni del mondo borghese e soprattutto femminile ripreso spesso dall'artista e dalla pittura del secondo Ottocento.

F.Faruffini : "La lettrice" - Milano, Galleria d'Arte Moderna
Altra cosa - a mio avviso - è il quadro di Federico Faruffini (1831 - 1869) intitolato "La lettrice" e datato intorno al 1865.
Se l'attenzione assorta è la caratteristica della fanciulla di Renoir, qui la protagonista, pur sempre concentrata nella lettura, lo è tuttavia in modo diverso.
La giovane - forse Clara, donna con cui il pittore aveva una relazione, tant'è che non espose mai il quadro in vita - dimostra certamente interesse e forse piacere per ciò che legge, ma a me pare di scorgervi anche l'ombra di un atteggiamento critico.

Mi spiego: il suo non mi sembra l'abbandono di chi legge entrando in una storia e lasciandosene portar via, ma è lo sguardo di chi valuta e soppesa, l'attenzione di chi giudica e forse  confronta, data la quantità di libri affastellati sul tavolo.
Me lo suggerisce anche la posizione della testa leggermente tesa all'indietro, atteggiamento di chi non si lascia rapire totalmente da ciò che legge, ma - forse inconsciamente - frappone tra sè e il libro una distanza, quasi a rivendicare un'autonomia di giudizio.

Anche lo spazio che circonda la  protagonista è più ricco e articolato rispetto al dipinto di Renoir e, mentre da un lato ci riporta al passato, dall'altro ci riconduce agli anni in cui Faruffini vive.
Se infatti in secondo piano l'artista ha dipinto una natura morta - libri disordinati sulla scrivania, una candela, un'ampolla di vetro, un calamaio e un bicchiere con una viola del pensiero - ispirandosi alle tante opere del genere dal Seicento in poi, in primo piano ci regala un'immagine indubbiamente più moderna. 
La protagonista è presa in un momento di distensione in cui si rilassa leggendo, e ci appare come una giovane donna colta, disinvolta, libera e - rispetto ad altre raffigurazioni - anche un po' spregiudicata.
Ce lo suggeriscono il taglio fotografico che la riprende in un efficacissimo scorcio e soprattutto quella sigaretta accesa che la giovane tiene tra due dita, dati che ci testimoniano la vicinanza di Faruffini agli ambienti della pittura realista del secondo Ottocento e della Scapigliatura milanese.

Un'ambientazione per certi aspetti simile, ma un differente carattere della protagonista ci offre invece il dipinto di William Verplanck Birney (1858 - 1909) intitolato "The reader" e datato 1890.
W.V. Birney: "The reader" - Florida  (coll. privata)
Davanti a una scrivania stracolma di vecchi volumi talora un po' squinternati, con a lato un sottilissimo calice e un fiore, sta una giovane intenta alla lettura di un corposo testo.
Chi può essere? Una scrittrice? Una storica? Una giornalista? O una studiosa che desidera soddisfare un interesse personale?
Non lo sappiamo, ma di questa figuretta mi colpiscono il viso luminoso, la vivida attenzione e soprattutto la freschezza tipica di una persona desiderosa di apprendere.

Nonostante certi punti di contatto, anche questo dipinto si stacca dai precedenti. 
Quello della protagonista non è infatti il sereno abbandono della fanciulla di Renoir e neppure il piglio disinvolto e - se vogliamo - un po' critico della lettrice di Faruffini. 
Ma è la concentrazione seria di una giovane donna che forse cerca informazioni per motivi di studio o di lavoro.
Non si trova in casa propria in una pausa di distensione, ma probabilmente in una biblioteca a consultare vecchi testi, ed è pure di fretta. Lo dimostra il fatto che non si è neppure tolta il cappello e ha lasciato borsetta e guanti su di uno sgabello vicino. Una donna impegnata quindi, e ricca di un interesse per la lettura che sembra addirittura illuminare il suo viso.
Osservandola, mi viene in mente lo spirito appassionato e indipendente della celebre Jo March di "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", romanzi che - proprio negli Stati Uniti - Louisa May Alcott aveva già pubblicato tra il 1868 e il 1869. Chissà mai che, raffigurando questa giovane lettrice, Birney non vi si sia ispirato?

E per passare alla musica, in sintonia con le immagini vi propongo un brano di Gabriel Fauré (1845 - 1924): la "Fantasia in mi minore op.79" per flauto e pianoforte.
Si tratta di un pezzo che coniuga il tema - un'aria inizialmente dolce e malinconica - con una varietà di accenti che vanno dall'atmosfera di una romanza a parti più accese e ricche di vivacità. 
Per quanto non sia suddiviso in veri e propri movimenti, il brano si compone di sezioni diverse: dopo un inizio più romantico, infatti, la Fantasia - proprio com'è tipico di questo genere di composizioni - si vivacizza con un andamento che alterna passaggi qua e là scherzosi ad altri più meditativi, toni maggiori a toni minori.
E mi pare che un andamento così variato possa in fondo rispecchiare la molteplicità di spunti che ci possono offrire i libri con i loro generi diversi, ma anche - e soprattutto - la multiforme ricchezza di emozioni e sentimenti che la lettura stessa sa suscitare in noi come nelle protagoniste dei dipinti qui presentati.

Buon ascolto!

venerdì 10 luglio 2020

"You were a child"

Ci sono versi di poeti, stralci di testi magari brevissimi come fulminee illuminazioni, che talora ci restano dentro e riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo a interpretare una situazione, a identificare uno stato d' animo come noi meglio non potremmo.

Si tratta magari di ricordi lontani che pensavamo di aver dimenticato. 
Invece si sono depositati in noi quasi a nostra insaputa e talora - a distanza di tempo - si staccano come madrepore che da un fondale marino arrivano in superficie. Così prendono a parlarci fuori dal contesto in cui sono nati per diventare nostri. Del resto, prerogativa del linguaggio poetico è proprio la capacità di superare spazio e tempo per farsi universale, pur avendo origine da un impulso squisitamente soggettivo.

A me succede ogni tanto, soprattutto con i versi di Giuseppe Ungaretti che fotografano in modo essenziale e incisivo situazioni e moti interiori che il lettore può applicare anche a se stesso. Ed è stato qualche giorno fa che, riflettendo sulla pandemia e sulle prospettive future disegnate da vari esperti con l'incertezza che le contraddistingue, mi è affiorato da chissà dove questo verso ungarettiano:

"D'altri diluvi una colomba ascolto."

Un unico verso, ma in realtà un'intera poesia intitolata "La colomba" e formata proprio da un solo endecasillabo.
Non l'ho mai studiata a scuola, ma so da dove me ne deriva il ricordo perché me l' avevano chiesta - una vita fa! - all'esame di abilitazione. Francamente, non ho idea di cosa posso aver detto improvvisando su di un testo mai visto in precedenza, ma d'allora questo verso si è depositato in me lavorando in segreto, tant'è vero che è riaffiorato spontaneamente nei giorni scorsi.

La colomba nel racconto biblico annunzia la fine del diluvio universale, ma a me pare che qui, parlando di "altri" diluvi, il poeta faccia riferimento a sventure più recenti e vicine che egli stesso può aver vissuto - prima fra tutte la guerra - ma in rapporto alle quali avverte in sè segnali di salvezza. 
Me lo suggerisce il fatto che Ungaretti non scrive "una colomba attendo" - indice di una speranza, sia pure non ancora realizzata - ma proprio "ascolto", come se la fine dei diluvi fosse già in atto e andasse semplicemente colta prestando attenzione a una piccolo evento qual è il canto di una colomba. 
Un ascolto tuttavia anche interiore, quasi che la pace e l'armonia che essa simboleggia fossero da cercare prima di tutto in noi stessi, in un impulso profondo al quale dare spazio e voce.
Per questo, il verso ungarettiano mi comunica un senso di fiducia, come se la salvezza dalle varie tempeste della vita fosse già insita nella realtà, e il mondo fosse già stato riscattato in una dimensione che, però, non riusciamo a percepire e che solo l'intuizione di un poeta sa cogliere e anticipare.

E in parallelo con tali considerazioni, mi è tornato in mente un brano di musica di Giovanni Allevi tratto dal cd "Hope" - speranza, appunto! - uscito proprio verso la fine dello scorso anno. 
Il pezzo s'intitola "You were a child" - tu sei stato un bambino - e per certi aspetti è nuovo nello stile del compositore ascolano perchè, oltre che all'orchestra, è affidato ai "Pueri cantores" della Cappella Musicale del Duomo di Milano e al Coro dell'Opera di Parma.
A colpirmi è prima di tutto il testo, scritto dallo stesso Allevi, che recita così: 

"Please, remember when you were a child just like me
Everything was magic like a mirror of God
Now the world is crying for the lack of love
And the thirst for power has stolen your hearts.

See the world through my eyes
Remember when you were a child."

Non è nuova invece, nell'attività del compositore, l'attenzione verso il mondo dell'infanzia che qui è visto proprio come simbolo di uno sguardo di luce su tutto il creato. Nel canto, sono infatti i più piccoli a rivolgersi agli adulti chiedendo che essi - in un mondo che soffre per mancanza di amore e sete di potere - ricordino di essere stati bambini, recuperando quella dimensione di innocenza in cui la realtà era percepita come specchio di Dio.

Musicalmente, il brano si apre con una lunga introduzione per orchestra e coro: un canto senza parole che sembra arrivare dalla profondità di un mondo ignoto e lontano, da un buio che va dissolvendosi pian piano verso la luce, una sorta di caos primordiale che prelude però ad una nascita. 
Infatti, la parte sinfonica e corale, al culmine di un senso di intensa attesa, va a risolversi nella trasparenza di due splendide voci bianche con una semplicità che desta stupore. Il loro canto, prima pacato, si anima poi nell'esortazione conclusiva segnata da alcune vibranti dissonanze, e viene successivamente ripreso da tutto il coro con una leggiadrìa che lascia nell'ascoltatore un senso di profonda pace.
Dolcissimo, a mio avviso, il duetto finale dei piccoli solisti: un sorta di contrappunto che ci riporta alle radici classiche della musica di Allevi, e che si conclude con un acuto in cui strumenti musicali e voce umana si fondono diventando una cosa sola. 
Un canto che ci esorta a recuperare lo sguardo salvifico dei bambini, una luce di speranza nata dalla sapienza di un cuore di fanciullo come quello del compositore.

Buon ascolto!

lunedì 6 luglio 2020

Grazie, Maestro !



 

Ennio Morricone (1928 - 2020) : "Finale di concerto romantico interrotto"