E a questo libro in cui il musicista si mette in gioco con disarmante sincerità, mi piace associare uno dei suoi brani più celebri e amati dal pubblico, intitolato appunto "Come sei veramente", tratto dal cd "No concept" (2005). Non si pensi però che il titolo abbia un significato sentimentale. Come ha talora spiegato Allevi stesso, l'ispirazione per questa sua musica è nata dal fascino di un'affermazione di Sant' Agostino: "Si conosce solo ciò che si ama". Una frase del filosofo che ha abbracciato e scandagliato la propria inquietudine come cifra della nostalgia d'infinito dell'uomo, collegando un'autentica conoscenza degli altri - e di se stessi - a uno sguardo di amore. E solo a quello.
Buon ascolto!
"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
mercoledì 30 settembre 2020
"Lo sguardo dritto sui fiori"
martedì 22 settembre 2020
"Oh, che armonico fracasso!"
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| A. Longhi: "Ritratto di Domenico Cimarosa" (Foto presa dal web) |
Se vi piacciono gli ossimori, oggi eccone qua uno bellissimo e per giunta musicale!
È proprio l'espressione "armonico fracasso" che trovate nel titolo e che associa due elementi contrapposti: da un lato la luminosa e ordinata positività dell'armonia creata da piacevoli consonanze, e dall'altro quell'insieme di rumori forti, assordanti e confusi che definiamo appunto fracasso. Insomma, una contraddizione in termini!
Ma dove troviamo questa espressione e a che cosa è riferita?
Per rispondere, dobbiamo tornare indietro nel tempo, esattamente alla seconda metà del Settecento, e andare a scoprire un compositore nuovo per questo blog.
Si tratta di Domenico Cimarosa (1749 - 1801), esponente di spicco della scuola musicale napoletana e autore di un gran numero di opere comiche.
Ricordiamo prima di tutto "Il matrimonio segreto", certo la sua composizione più famosa: un dramma giocoso - ossimoro anche questo, direi! - che ebbe a suo tempo strepitoso successo e che lo ha reso celebre in mezza Europa.
Ma la produzione del musicista comprende parecchie altre opere i cui titoli - come "La villana riconosciuta", "Il vecchio burlato", "Le astuzie femminili", "Le nozze in garbuglio", "I finti nobili", "Il matrimonio per raggiro" solo per citarne alcuni - ci rivelano il gusto per la farsa, l'intrigo e il sotterfugio.
Feconda è la sua vena creativa, come la fresca e vivace immediatezza di tante sue arie, insieme al fatto che - pur prendendo spunto per i suoi personaggi dalla commedia dell'arte - ne ridisegna e ne approfondisce i caratteri a somiglianza di ciò che aveva fatto il Goldoni nelle sue opere teatrali. Proprio su di un libretto del commediografo veneziano, infatti, Cimarosa comporrà "La vanità delusa" e forse non è un caso che alla fine della sua vita si rechi a Venezia.
Tuttavia, il brano da cui è tratto l'ossimoro del titolo non è una vera e propria opera buffa, ma un semplice "Intermezzo" la cui genesi è incerta - Cimarosa doveva forse ampliare una composizione precedente? - e ignoto l'autore del libretto. S'intitola "Il Maestro di cappella" e la sua singolarità sta nel fatto che, insieme all'orchestra, c'è un solo personaggio in scena, protagonista di un monologo comico: una vivace e simpatica parodia del tipico compositore settecentesco - il Maestro di cappella, appunto - filone teatrale che vantava già i suoi precedenti con Mozart e Haydn.
Ma come si svolge?
Dopo un recitativo in cui il protagonista presenta il brano che dovrà essere eseguito sotto la sua direzione, iniziano le prove che si rivelano però disastrose: gli orchestrali suonano in modo disordinato e non intervengono al momento giusto. Così il Maestro è costretto a canticchiare la parte di ciascuno strumento imitandone il suono con una serie di divertenti onomatopee, finchè gli esecutori non risponderanno correttamente ai suoi dettami. Una parte molto gustosa e ricca di armonia imitativa, in cui si passa in rassegna la varietà dei timbri presenti in un insieme orchestrale verso la fine del Settecento.
Ma oltre alla musica, coinvolgenti anche la mimica e la gestualità dell'interprete - il bravissimo Enzo Dara - che col suo tono ora burbero, ora bonario, ma sempre enfatico, sottolinea l'intento parodistico della scena suscitando negli ascoltatori un sorriso.
Buona visione e buon ascolto!
lunedì 14 settembre 2020
Donne col libro - 9
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| "Hotel sulla ferrovia" (coll. privata) |
"Donne col libro: solitudini in un interno".
Stavolta il sottotitolo di questo post potrebbe suonare proprio così.
Se infatti nei vari dipinti pubblicati finora, oltre ad essere fonte di riflessione o di svago, la lettura era vista come arricchimento culturale e strumento di emancipazione femminile, non sempre - tuttavia - le composizioni pittoriche che associano donne e libri hanno avuto questo intento.
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| "Scompartimento C carrozza 293" - New York IBM Collection |
È a questo riguardo che mi hanno colpito alcuni dipinti di un pittore di cui ho già parlato qui tempo fa, e che ha rappresentato in modo emblematico ansie, attese e in particolare solitudini della società del suo tempo: lo statunitense Edward Hopper (1882 - 1967).
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| "Vagone" - New York (coll. privata) |
Dai loro volti e dalle loro posture, infatti, non emerge altro che una compostezza ordinata e tuttavia inespressiva, quasi la lettura non fosse un elemento capace di modificarne il sentire, ma solo uno spazio in cui rinchiudersi per non dare adito alla comunicazione o perchè essa, forse, è divenuta impossibile.
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| "Hotel Lobby" - Indianapolis, Museum of Art |
Ma si tratta di spazi anonimi, luoghi di passaggio privi del calore che si respira abitualmente in una casa.
Certo, è difficile che in uno scompartimento di treno si possa avvertire la stessa aria di casa.E tuttavia, rappresentare uno spazio così squadrato geometricamente, con una ripetitiva successione di finestre come nel dipinto intitolato "Vagone", non fa che sottolinearne la freddezza.
Sono gelide simmetrie che vanno ad acuire il vuoto della solitudine, lo smarrimento dato da quel senso di provvisorietà che a volte ci coglie improvviso e che, invece di muoverci verso gli altri, talora ci blocca in un atteggiamento di sostanziale chiusura e incomunicabilità.
Possiamo allora immaginare quanto il contenuto di un libro, con le vicende e i sentimenti che esso a volte offre, possa da un lato costituire un rifugio alla solitudine, ma dall'altro risultare talora interiormente esplosivo, se confrontato al silenzio esteriore.
Ma, sia pure nella malinconia che lo caratterizza, il brano presenta un andamento progressivamente più concitato che sembra proprio esprimere il non detto, il fermento che talora ribolle in cuore nei momenti di solitudine e che, a volte, anche il contenuto di un libro può far emergere in tutta la sua veemenza.
Le frequenti ripetizioni della frase musicale che costituisce il tema - ora in tonalità minore, ora maggiore - scandagliate in ogni possibile variazione melodica, se ascoltate alla luce dei dipinti possono infatti sembrare parole che vadano a riempire il silenzio degli ambienti disegnati da Hopper. Battute di un discorso che riecheggiano prima sommesse, poi con intensità sempre più dolorosa e vibrante quasi nel tentativo di infrangere un muro di incomunicabilità.
Ma dopo una lunghissima pausa, l'affascinante accordo finale in maggiore apre forse alla comunicazione un lieve spiraglio.
martedì 8 settembre 2020
Musica dal passato al presente
| Foto prese dal web |
Quelle bachiane sono note che risuonano dal passato al presente oltrepassando il tempo, ma oggi desidero offrirvele sia nella versione originale per organo, che in un arrangiamento orchestrale a mio avviso straordinario, come solo può esserlo una colonna sonora del Maestro Morricone.
L'accostamento di questi due grandi però non è mio, ma me lo ha offerto una lettera al "Corriere della Sera" del 7 luglio scorso - giorno successivo alla morte del compositore - nella quale si ricordava quanto Morricone nei suoi brani si sia ispirato a Bach e, in uno in particolare, al "Preludio in la minore BWV 543".
È quindi allo sconosciuto autore della lettera che si firma "Guglielmo di Sens" che devo il mio grazie, per aver sollecitato la mia curiosità offrendomi insieme lo spunto per questo post.
Immagino che dietro un nome così altisonante si celi un architetto, dato che Guglielmo di Sens, vissuto nel XII secolo, è stato uno dei più celebri costruttori del suo tempo, artefice - tra l'altro - del coro della cattedrale di Canterbury.
E mi piace questo accostamento tra architettura e musica di Bach perchè ogni brano del compositore tedesco, dai più semplici fino alle monumentali fughe, è strutturato con matematica precisione e al tempo stesso con un'armonia simile a quella di un'antica, mirabile costruzione slanciata verso l'alto.
Ma torniamo a Morricone. La colonna sonora in cui - come ricordava il nostro sconosciuto architetto - si è ispirato a Bach, è quella del film "Il Clan dei Siciliani": pellicola del 1969 per la regia di Henry Verneuil, interpretata fra gli altri da Jean Gabin, Alain Delon, Lino Ventura e Amedeo Nazzari.
Si tratta di una musica che intreccia temi diversi più volte ripresi e variati, che ci coinvolgono fin dall'inizio - e poi sempre più intensamente - in un' atmosfera languida ma molto accattivante.
Il pezzo si apre con una lenta frase musicale: un malinconico passaggio discendente che parte dal la minore e qui ritorna, con sole quattro note: do - si - si bemolle - la. In apparenza un'introduzione, ma in realtà esso va ripetendosi simile a un mesto ritornello che fa da sottofondo al tema principale.
È proprio quest'ultimo a ispirarsi al "Preludio BWV 543", brano vibrante e acceso, costruito sulla pratica dell'antico ricercare e - a mio modesto avviso - non inferiore per bellezza e profondità alla celeberrima "Toccata e fuga in re minore BWV 565".
Del Preludio Morricone riprende l'esordio, la - do - la - mi, mantenendo la stessa tonalità della versione originale. Subito dopo tuttavia, ne intreccia il tema a quello precedente scambiandone i ruoli mentre, in una suggestiva fusione di passato e presente, fa riecheggiare anche le successive battute del pezzo bachiano. E sapientemente rielaborata da strumenti diversi man mano che l'organico orchestrale si amplia, affiora un'aria nostalgica che va a innestarsi su tutto l'insieme.
Un pezzo chiaramente ispirato a quello bachiano, sul quale tuttavia Morricone costruisce mondi e atmosfere molto differenti.
Ne deriva una linea melodica essenziale eppure sempre nuova, dove - nel passaggio dall'energico rigore barocco ad un clima malinconico e un po' noir - Bach sembra mutarsi in un sommesso ritmo di tango e, intensa e struggente, ancora una volta la musica ci rapisce l'anima.
Buon ascolto!
sabato 15 agosto 2020
Buon Ferragosto!
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| Paolo Veneziano : "Dormitio Virginis con San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio di Padova" (particolare) - Vicenza, Musei civici. |
Con un dipinto di Paolo Veneziano (1300 - 1365) e sulle suggestive note di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 -1594), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.
A presto!
Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594) : "Assumpta est Maria".
lunedì 10 agosto 2020
Donne col libro - 8
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| V.M. Corcos: "Sogni" (particolare) - Foto prese dal web |
Parlare di "Donne col libro" nell'arte figurativa ci ha condotto finora in un breve percorso che va dal sacro al profano: dalle raffigurazioni medioevali e rinascimentali di Natività e Annunciazioni dove il libro è la Sacra Scrittura nelle mani della Vergine Maria, fino ai numerosi dipinti che ci danno testimonianza di quanto - in seguito - il gusto si sia orientato anche verso testi profani.
Le cause di tale mutamento sono molteplici e il discorso sarebbe lungo e complesso. Ma basti ricordare la diffusione della stampa, l'evoluzione della società e della cultura, come ci testimoniano le tante immagini di donne e libri che - soprattutto dal Settecento in poi - attraversano i secoli per arrivare ai nostri giorni.
Sono dipinti che abbiamo visto solo in piccola parte e che ci restituiscono figure femminili talora pacate, intente a leggere nella quiete di un giardino o di un salotto, in poltrona o in procinto di dormire, ma talaltra più libere e indipendenti, donne per le quali i libri sono innanzitutto strumenti di emancipazione.
Perchè siano pericolose è presto detto: la lettura permette di acquisire capacità di introspezione, consapevolezza di sè, autonomia di giudizio e consente di appropriarsi di conoscenze che, fino ad un certo tempo, non erano destinate all'universo femminile.
Le donne possono quindi costituire una spina nel fianco per una società strutturata su ruoli maschili che ha posto dei limiti al loro agire.
Tutto
questo discorsino per presentare l'artista di oggi, il livornese Vittorio Matteo Corcos (1859 - 1933), insieme al suo dipinto "Sogni" - conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma - forse il più celebre e a mio avviso tra i più rappresentativi in merito al nostro tema. Contemporaneo di De Nittis e Boldini, Corcos opera negli anni della Belle époque ritraendo molte figure femminili dell'alta borghesia del suo tempo e indagando talora anche il loro mondo interiore.
"Sogni", tuttavia, è ben più di un semplice ritratto, perchè raffigura una giovane in un momento di riflessione o di attesa, e comunque in uno squarcio di vita quotidiana.
È una donna forte e volitiva quella che l'artista ci presenta e ciò che colgo dall'espressione del suo viso come dalla sua posa mi rivela una personalità decisa. Si tratta di Elena Vecchi - musa ispiratrice del pittore e forse anche amante - donna di un'eleganza che spicca, soprattutto se confrontiamo la cura del suo abbigliamento con l'ambiente circostante piuttosto disadorno.
Me lo suggeriscono guanti, cappello e ombrellino, insieme all'abito dalla linea fluente che la giovane indossa con disinvoltura e che si modella con grazia sul suo corpo.
Ma è il viso il centro sul quale si focalizza l'attenzione dell'artista come pure la nostra, per la sua espressione seria, intensa e determinata. Le gambe accavallate, il braccio destro appoggiato alla panchina, ma soprattutto la mano sinistra che sostiene il mento quasi a protendere il viso verso lo spettatore, ci offrono l'immagine disinvolta di una dama senza cavaliere, ma perfettamente a proprio agio anche da sola. Un'immagine che mi sembra rappresentare con efficacia una raggiunta emancipazione.
E i libri??... In effetti, non li vediamo subito perchè l'attenzione di chi guarda s'incentra prima di tutto sugli occhi e l'espressione della donna. Eppure il titolo, "Sogni", mi suggerisce che proprio i libri - che pure nel quadro restano in secondo piano - in realtà possano essere all'origine del lavorìo interiore che la giovane cova in sè e che le conferisce quello sguardo fermo e volitivo, ma al tempo stesso un po' languido o forse lievemente crucciato. È dalla lettura probabilmente - una lettura reiterata, dato l'aspetto un po' consunto dei testi - che la donna trae spunti di riflessione, ma certo anche desideri e sicuramente sogni dai quali essa si lascia catturare, libera di abbandonarvisi.
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| "Lettura sul mare" (particolare) |
Storie d'amore?
Probabilmente sì, e anche se le donne qui raffigurate nell'espressione e nell'atteggiamento sono molto diverse dalla protagonista di "Sogni", i dipinti ci testimoniano quanto la lettura di un romanzo fosse ormai divenuta non solo consuetudine quotidiana, ma anche fonte di riflessione e introspezione profonda.
Dalla vita degli altri alla nostra, infatti, è il percorso lungo il quale ci conduce solitamente un libro, suggerendoci esperienze, novità, confronti e andando a intrecciarsi alla nostra esistenza.
E per commentare in musica queste immagini, stavolta facciamo un salto nel presente, ma insieme anche in un genere che ho pubblicato di rado qui nel blog.
Quella che vi propongo è infatti una canzone, precisamente un brano di Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro: pugliese, classe 1988, originale e poliedrica figura di scrittore, poeta, cantautore e artista di strada.
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| "Pomeriggio in terrazza" (particolare) |
Qui, su di un accompagnamento di fisarmonica che può ricordare le melodie di Yann Tiersen, Evan inanella versi più da funambolico poeta che da rapper. Musica di sottofondo e recitazione sono infatti due piani in apparenza separati che tuttavia riescono ad armonizzarsi bene.
Molto interessante il testo che vede nelle donne lettrici la capacità di distinguere l' essenziale da ciò che non lo è, e di indicare la strada giusta su cui muoversi. Donne forti che, come sanno sfogliare le pagine di un libro, sono capaci di "sfogliare le persone" e allo stesso modo in cui leggono, sanno comprendere la vita. Parole che mi pare vadano opportunamente a completare le immagini di Corcos, sottolineando lo stretto legame tra i libri e la nostra esistenza.
Buon ascolto!
lunedì 3 agosto 2020
"Les oiseaux dans la charmille"
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| T.J.Wilcox: "Les oiseaux dans la chiarmille" (Foto presa dal web) |
Così, vi propongo un brano musicale un po' insolito rispetto a quelli che pubblico abitualmente e un autore nuovo per questo blog.
Diamo infatti il benvenuto a Jacques Offenbach (1819 - 1880): compositore tedesco naturalizzato francese, famoso per la sua ricca produzione tra cui numerosissime operette.
Quella che gli ha dato la massima celebrità tuttavia è una vera e propria opera di carattere comico-fantastico intitolata "I racconti di Hoffmann".
Si tratta di un lavoro il cui libretto prende ispirazione da testi di vari autori tra i quali spiccano appunto tre racconti del poeta romantico E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822). Dei cinque atti in cui la composizione è suddivisa, i più importanti sono quelli centrali ambientati in diverse città (Parigi, Monaco e Venezia) in cui Hoffmann - che qui da autore diventa anche personaggio - s'innamora di volta in volta di fanciulle differenti.
Musicalmente parlando, una delle arie più conosciute dell'opera è senza dubbio la "Barcarola" che inaugura il IV atto, una melodia lenta e nostalgica, dal ritmo uniforme che accompagna di solito il canto dei gondolieri e che Offenbach ambienta proprio a Venezia.
Ma senza nulla togliere a questo celebre brano, oggi ve ne propongo un altro altrettanto famoso, dal quale sono stata affascinata sia per la sua vivacità che per la grazia della bravissima interprete, soprano e attrice al tempo stesso come peraltro è opportuno che sia ogni cantante d'opera.
Siamo al secondo atto della composizione: qui, al centro di una complessa storia d'amore e di sotterfugi sta la bella Olympia, bambola meccanica costruita da uno scienziato con tale maestria che di lei s'innamora perdutamente il protagonista credendola una donna in carne ed ossa.
Momento centrale dell'episodio è proprio la festa organizzata dall'inventore di Olympia per presentarla al pubblico, facendole cantare una melodia intitolata "Les oiseaux dans la charmille": gli uccelli sotto il pergolato.
Si tratta di una classica aria di coloratura, ricca di virtuosismi canori che presuppongono grande agilità vocale nell'interprete.
Qui il testo, a dire il vero, è quello di una canzonetta romantica priva di particolare profondità, ma è proprio la musica - attraverso svariati abbellimenti, trilli e vocalizzi - che ha il compito di compensare la semplicità delle parole rendendo questo brano un vero pezzo di bravura. E se da un lato Offenbach ha arricchito di ornamenti musicali il tema della melodia, dall'altro spetta al soprano avere grande capacità interpretativa e soprattutto sicura padronanza vocale.
È proprio il caso della giovanissima Patricia Janečková - classe 1998 e nel video ancora diciottenne! - che, radiosa nella sua interpretazione, ci offre una prova a mio avviso incantevole, soprattutto nelle seconda parte del pezzo in cui la fioritura di note si fa più articolata e complessa.
Perfetta la sua intonazione non solo nei numerosi acuti e vocalizzi, ma - cosa qui decisamente essenziale - anche nella capacità di accordare la voce ai movimenti a scatto tipici di un automa.
Buon ascolto, buona visione e - spero - buon divertimento!
domenica 26 luglio 2020
Lui e lei
Da tempo li ho chiamati "lui e lei" perchè, a differenza delle piante che crescono intorno, dritte e svettanti verso il cielo, intrecciano le loro chiome come fossero una coppia.
Non nascono vicini: i loro tronchi sottili dalla bianca corteccia tipica delle betulle, sono ben distanziati; ma negli anni i rami si sono pian piano avvicinati a somiglianza di quelle persone che per un po' procedono isolate e poi intrecciano gradatamente relazioni con chi da tempo avevano accanto magari senza saperlo.
Ma la loro presenza mi richiama alla mente anche le parole della volpe al Piccolo Principe sull'arte di creare dei legami:
"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Potrebbe essere una coppia giovane, talora avviluppata da segreti pudori e che arrossisce anche al solo prendersi per mano.
Altre volte invece, i due alberelli mi ricordano una di quelle coppie di una certa età e lunga consuetudine: lui un po' spampinato nei rami più alti e lei che gli si appoggia dolcemente, in certe mattine con un'inclinazione ancor più accentuata per il peso della pioggia della notte. Due alberelli che - come tutti - seguono l'andamento del cielo, esposti ora al sorriso ristoratore dell'azzurro, ora al vento o alla tempesta, in una dimensione di bellezza e insieme di provvisorietà che induce a pensare.
Stamattina, li attraversa il sole suscitando bagliori sulle foglie che sono tutte un palpitante luccichìo mentre, in controluce, appare più evidente il disegno dei loro rami lievemente allacciati. Ed è singolare come la natura - nel suo variegato splendore - sia vicina alla nostra umanità suggerendoci gesti, immagini, relazioni, dettagli di bellezza che ci parlano proprio dell'arte di creare dei legami.
Per questo, oggi ai miei alberelli desidero dedicare il "Larghetto" della "Serenata in mi minore per orchestra d'archi, op.20" di Edward Elgar (1857 - 1934): un pezzo di raffinata scrittura ma soprattutto di intenso romanticismo, forse tra i più celebri del compositore inglese.
Dopo un' introduzione pervasa da un clima nostalgico, il tema che si apre resta in sintonia con tale atmosfera attraverso accenti di profondo lirismo e tratti di intimità, sottolineati da misuratissime pause e sapienti pianissimo.
Nella ripresa, tuttavia, Elgar ci regala un più energico e compiuto afflato di passione, per concludere poi tornando alla delicatezza iniziale.
Una musica ora scorrevole e luminosa, ora pacata e sommessa, che tuttavia sa scavare dentro: struggente malinconia e sprazzi di sereno si alternano infatti nel brano, ma - a mio avviso - è un vago senso di provvisorietà a conferire a queste note un fascino indicibile, degno quasi di un'aria pucciniana. È quella particolare malinconia che deriva dalla contemplazione di una bellezza destinata a sfiorire, mentre in ciascuno di noi abitano il desiderio e la nostalgia di una dimensione definitiva.
Buon ascolto!
sabato 18 luglio 2020
Donne col libro - 7
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| A.Renoir : "Ragazza che legge" Houston, Museo di Belle Arti. |
"Donne col libro, ovvero l'interesse": potrebbe intitolarsi così, questa volta, la piccola serie di dipinti - tre in tutto - che ho scelto tra la vasta gamma di esempi che la Storia dell'Arte ci offre.
Gli autori sono Renoir, Faruffini e Birney: un artista francese, uno italiano e uno statunitense pressocchè contemporanei, che hanno operato nella seconda metà dell'Ottocento o talora alle soglie del Novecento.
Della loro produzione sull'argomento mi hanno affascinato le figure femminili qui rappresentate: tre giovanissime donne in tre atteggiamenti e contesti diversi, eppure accomunate da un'attenzione vivida alla lettura e dal fatto di essere - in ciascun dipinto - le protagoniste assolute della rappresentazione.
Certo, ci sono anche i libri, e se nel primo quadro ne è raffigurato uno solo, negli altri sono parecchi: testi vecchi e nuovi, volumi antichi, tomi di biblioteca, libri di studio o romanzi...chissà!
Ma nonostante questo, mi pare che l'attenzione dei pittori si sia incentrata non tanto sull'oggetto in sè, ma prima di tutto sulle persone che ne fruiscono: donne colte, che fanno della lettura ora un arricchimento interiore, ora una forma di svago, ma anche uno strumento di studio o di lavoro.
Osserviamo il quadro di August Renoir (1841 - 1919) intitolato "Ragazza che legge" e realizzato nel 1890. Mi pare sia poco più che una fanciulla la giovane raffigurata, che riempie con la propria presenza e col caldo colore del vestito buona parte dello spazio circostante.
Pochi gli arredi intorno: la poltrona e il tendone le cui tinte richiamano quella dell'abito e quasi vi si fondono. Ma è proprio quest'ultimo, con la scollatura un po' arricciata e le maniche a sbuffo, a suggerirmi la giovane età della ragazza: forse un'adolescente attratta dai primi romanzi d'avventura o d'amore o da un testo di poesia.
In realtà, non sappiamo che genere di libro stia leggendo, ma cogliamo il suo interesse dall'atteggiamento sereno e assorto, e dalle sue labbra leggermente socchiuse forse in un gesto di stupore. E mi pare che la composizione - peraltro non l'unica di Renoir su questo tema - si possa inquadrare bene tra le varie raffigurazioni del mondo borghese e soprattutto femminile ripreso spesso dall'artista e dalla pittura del secondo Ottocento.
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| F.Faruffini : "La lettrice" - Milano, Galleria d'Arte Moderna |
La giovane - forse Clara, donna con cui il pittore aveva una relazione, tant'è che non espose mai il quadro in vita - dimostra certamente interesse e forse piacere per ciò che legge, ma a me pare di scorgervi anche l'ombra di un atteggiamento critico.
Mi spiego: il suo non mi sembra l'abbandono di chi legge entrando in una storia e lasciandosene portar via, ma è lo sguardo di chi valuta e soppesa, l'attenzione di chi giudica e forse confronta, data la quantità di libri affastellati sul tavolo.Me lo suggerisce anche la posizione della testa leggermente tesa all'indietro, atteggiamento di chi non si lascia rapire totalmente da ciò che legge, ma - forse inconsciamente - frappone tra sè e il libro una distanza, quasi a rivendicare un'autonomia di giudizio.
Anche lo spazio che circonda la protagonista è più ricco e articolato rispetto al dipinto di Renoir e, mentre da un lato ci riporta al passato, dall'altro ci riconduce agli anni in cui Faruffini vive.
Se infatti in secondo piano l'artista ha dipinto una natura morta - libri disordinati sulla scrivania, una candela, un'ampolla di vetro, un calamaio e un bicchiere con una viola del pensiero - ispirandosi alle tante opere del genere dal Seicento in poi, in primo piano ci regala un'immagine indubbiamente più moderna. La protagonista è presa in un momento di distensione in cui si rilassa leggendo, e ci appare come una giovane donna colta, disinvolta, libera e - rispetto ad altre raffigurazioni - anche un po' spregiudicata.
Ce lo suggeriscono il taglio fotografico che la riprende in un efficacissimo scorcio e soprattutto quella sigaretta accesa che la giovane tiene tra due dita, dati che ci testimoniano la vicinanza di Faruffini agli ambienti della pittura realista del secondo Ottocento e della Scapigliatura milanese.
Un'ambientazione per certi aspetti simile, ma un differente carattere della protagonista ci offre invece il dipinto di William Verplanck Birney (1858 - 1909) intitolato "The reader" e datato 1890.
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| W.V. Birney: "The reader" - Florida (coll. privata) |
Chi può essere? Una scrittrice? Una storica? Una giornalista? O una studiosa che desidera soddisfare un interesse personale?
Non lo sappiamo, ma di questa figuretta mi colpiscono il viso luminoso, la vivida attenzione e soprattutto la freschezza tipica di una persona desiderosa di apprendere.
Nonostante certi punti di contatto, anche questo dipinto si stacca dai precedenti. Quello della protagonista non è infatti il sereno abbandono della fanciulla di Renoir e neppure il piglio disinvolto e - se vogliamo - un po' critico della lettrice di Faruffini.
Ma è la concentrazione seria di una giovane donna che forse cerca informazioni per motivi di studio o di lavoro.
Osservandola, mi viene in mente lo spirito appassionato e indipendente della celebre Jo March di "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", romanzi che - proprio negli Stati Uniti - Louisa May Alcott aveva già pubblicato tra il 1868 e il 1869. Chissà mai che, raffigurando questa giovane lettrice, Birney non vi si sia ispirato?
E per passare alla musica, in sintonia con le immagini vi propongo un brano di Gabriel Fauré (1845 - 1924): la "Fantasia in mi minore op.79" per flauto e pianoforte.
Si tratta di un pezzo che coniuga il tema - un'aria inizialmente dolce e malinconica - con una varietà di accenti che vanno dall'atmosfera di una romanza a parti più accese e ricche di vivacità.
Per quanto non sia suddiviso in veri e propri movimenti, il brano si compone di sezioni diverse: dopo un inizio più romantico, infatti, la Fantasia - proprio com'è tipico di questo genere di composizioni - si vivacizza con un andamento che alterna passaggi qua e là scherzosi ad altri più meditativi, toni maggiori a toni minori.
E mi pare che un andamento così variato possa in fondo rispecchiare la molteplicità di spunti che ci possono offrire i libri con i loro generi diversi, ma anche - e soprattutto - la multiforme ricchezza di emozioni e sentimenti che la lettura stessa sa suscitare in noi come nelle protagoniste dei dipinti qui presentati.
Buon ascolto!
venerdì 10 luglio 2020
"You were a child"
Si tratta magari di ricordi lontani che pensavamo di aver dimenticato.
Invece si sono depositati in noi quasi a nostra insaputa e talora - a distanza di tempo - si staccano come madrepore che da un fondale marino arrivano in superficie. Così prendono a parlarci fuori dal contesto in cui sono nati per diventare nostri. Del resto, prerogativa del linguaggio poetico è proprio la capacità di superare spazio e tempo per farsi universale, pur avendo origine da un impulso squisitamente soggettivo.
A me succede ogni tanto, soprattutto con i versi di Giuseppe Ungaretti che fotografano in modo essenziale e incisivo situazioni e moti interiori che il lettore può applicare anche a se stesso. Ed è stato qualche giorno fa che, riflettendo sulla pandemia e sulle prospettive future disegnate da vari esperti con l'incertezza che le contraddistingue, mi è affiorato da chissà dove questo verso ungarettiano:
"D'altri diluvi una colomba ascolto."
Un unico verso, ma in realtà un'intera poesia intitolata "La colomba" e formata proprio da un solo endecasillabo.
Non l'ho mai studiata a scuola, ma so da dove me ne deriva il ricordo perché me l' avevano chiesta - una vita fa! - all'esame di abilitazione. Francamente, non ho idea di cosa posso aver detto improvvisando su di un testo mai visto in precedenza, ma d'allora questo verso si è depositato in me lavorando in segreto, tant'è vero che è riaffiorato spontaneamente nei giorni scorsi.
La colomba nel racconto biblico annunzia la fine del diluvio universale, ma a me pare che qui, parlando di "altri" diluvi, il poeta faccia riferimento a sventure più recenti e vicine che egli stesso può aver vissuto - prima fra tutte la guerra - ma in rapporto alle quali avverte in sè segnali di salvezza.
Me lo suggerisce il fatto che Ungaretti non scrive "una colomba attendo" - indice di una speranza, sia pure non ancora realizzata - ma proprio "ascolto", come se la fine dei diluvi fosse già in atto e andasse semplicemente colta prestando attenzione a una piccolo evento qual è il canto di una colomba.
Un ascolto tuttavia anche interiore, quasi che la pace e l'armonia che essa simboleggia fossero da cercare prima di tutto in noi stessi, in un impulso profondo al quale dare spazio e voce.
Per questo, il verso ungarettiano mi comunica un senso di fiducia, come se la salvezza dalle varie tempeste della vita fosse già insita nella realtà, e il mondo fosse già stato riscattato in una dimensione che, però, non riusciamo a percepire e che solo l'intuizione di un poeta sa cogliere e anticipare.
E in parallelo con tali considerazioni, mi è tornato in mente un brano di musica di Giovanni Allevi tratto dal cd "Hope" - speranza, appunto! - uscito proprio verso la fine dello scorso anno.
Il pezzo s'intitola "You were a child" - tu sei stato un bambino - e per certi aspetti è nuovo nello stile del compositore ascolano perchè, oltre che all'orchestra, è affidato ai "Pueri cantores" della Cappella Musicale del Duomo di Milano e al Coro dell'Opera di Parma.
A colpirmi è prima di tutto il testo, scritto dallo stesso Allevi, che recita così:
"Please, remember when you were a child just like me
Everything was magic like a mirror of God
Now the world is crying for the lack of love
And the thirst for power has stolen your hearts.
See the world through my eyes
Remember when you were a child."
Non è nuova invece, nell'attività del compositore, l'attenzione verso il mondo dell'infanzia che qui è visto proprio come simbolo di uno sguardo di luce su tutto il creato. Nel canto, sono infatti i più piccoli a rivolgersi agli adulti chiedendo che essi - in un mondo che soffre per mancanza di amore e sete di potere - ricordino di essere stati bambini, recuperando quella dimensione di innocenza in cui la realtà era percepita come specchio di Dio.
Musicalmente, il brano si apre con una lunga introduzione per orchestra e coro: un canto senza parole che sembra arrivare dalla profondità di un mondo ignoto e lontano, da un buio che va dissolvendosi pian piano verso la luce, una sorta di caos primordiale che prelude però ad una nascita.
Infatti, la parte sinfonica e corale, al culmine di un senso di intensa attesa, va a risolversi nella trasparenza di due splendide voci bianche con una semplicità che desta stupore. Il loro canto, prima pacato, si anima poi nell'esortazione conclusiva segnata da alcune vibranti dissonanze, e viene successivamente ripreso da tutto il coro con una leggiadrìa che lascia nell'ascoltatore un senso di profonda pace.
Dolcissimo, a mio avviso, il duetto finale dei piccoli solisti: un sorta di contrappunto che ci riporta alle radici classiche della musica di Allevi, e che si conclude con un acuto in cui strumenti musicali e voce umana si fondono diventando una cosa sola.
Un canto che ci esorta a recuperare lo sguardo salvifico dei bambini, una luce di speranza nata dalla sapienza di un cuore di fanciullo come quello del compositore.
Buon ascolto!
















