giovedì 31 ottobre 2019

Scrittura musicale

Bach: pagina da "L'arte della fuga". (Foto presa dal web)
Credo che a quanti hanno familiarità col mondo della musica, oltre alla bellezza con cui ci affascina, non sfugga lo splendore del suo linguaggio e quindi della sua scrittura.
Essa infatti è costituita da una serie di elementi che non comprendono soltanto - si fa per dire! - un insieme di note sul pentagramma, ma anche tutti quei segni che di esse determinano la tonalità, il tempo, le pause, il legato o lo staccato, il crescendo o il diminuendo e molto altro ancora.

A una prima occhiata, può darsi che tale scrittura risulti a volte ingannevole.  
Può capitare che un brano tanto denso di note fitte e veloci, di arpeggi e di alterazioni in chiave da far paura, all'atto pratico si dimostri magari meno difficoltoso del previsto; mentre accade talora che una melodia lenta, dalla struttura più semplice, riveli invece problemi esecutivi che ad uno sguardo affrettato non erano evidenti.
Beethoven: pagina dal "Trio op.70". (Foto presa dal web).
In ogni caso, un testo musicale è sempre affascinante perchè, a somiglianza di ogni altro linguaggio, ci apre un mondo che si svelerà a poco a poco all'interno del dialogo tra la nostra sensibilità e quelle particolari note.
Del resto, è il processo che si compie ogni volta che ci si accosta ad un ambito poetico: la costante frequentazione di una scrittura musicale infatti non solo ci comunica i tratti, i ritmi e l'andamento di un brano col suo impianto armonico ma - al di là dei dati strettamente tecnici - può consentirci di cogliere in esso l'anima del compositore.

Mozart: pagina dalla "Sonata K.331". (Foto presa dal web)
A maggior ragione se il testo è un manoscritto originale, perchè allo splendore delle note si aggiunge allora l'unicità del tratto grafico che, nei suoi caratteri grandi o minuti, nervosi o distesi, ci svela il temperamento del suo autore. 
Pensate - per esempio - agli autografi dal segno tormentato di Beethoven, alla scrittura elegante e ordinata di Bach (o della moglie Anna Magdalena come sospetta qualche critico...) e alla nitida chiarezza di alcuni brani di Mozart composti talora di getto senza correzioni nè cancellature!

Ma se anche la grafia dei singoli ci colpisce con più toccante intensità, la versione a stampa non perde per questo la capacità di introdurci nel cuore del musicista svelandone, di volta in volta, il fuoco o la dolcezza.
Un testo rispecchia infatti uno stile e - che sia uno spartito per singolo strumento o una partitura orchestrale - a somiglianza della parola scritta ha una sua sintassi, una sua costruzione, un ritmo, una grammatica e direi persino una punteggiatura. Sono pause, riprese, temi e successivi sviluppi che s'intrecciano come proposizioni principali e dipendenti. 
Tutto riconduce così a una struttura sintattica che spesso - soprattutto in ambito polifonico e orchestrale - si realizza su due dimensioni contemporanee, diacronica e sincronica: il progressivo snodarsi di una melodia in orizzontale e insieme, in verticale, il suo spessore armonico battuta per battuta.

Ecco perchè mi piace pubblicare un brano corredato del manoscritto originale che possiamo seguire sulla clip-video, quasi nelle sue note e nei diversi passaggi ravvisassimo i lineamenti di un volto amico.
Si tratta di Bach e del primo movimento, "Allegro", del "Concerto n.1 in re minore per clavicembalo e orchestra BWV 1052", composto intorno al 1736 sullo schema di un precedente concerto per violino la cui partitura è andata perduta.
È un pezzo che all'inizio ci sorprende per il piglio ritmico acceso e un fascino timbrico che, se in alcuni passaggi può richiamare il carattere dei celebri Brandeburghesi, per altri versi ci conduce a Vivaldi e a quello stile italiano che Bach ben conosceva. Nonostante sia in tonalità minore, il brano ha una notevole ricchezza di sonorità segnate da prorompente energia e una vivacità che possiamo apprezzare in tutto il suo andamento fino alla vibrante cadenza che precede la conclusione.
Vi lascio quindi all'ascolto e alla contemplazione della partitura: un mondo di note in cui addentrarsi con gioia come in un paesaggio dai tratti familiari, del quale esplorare sentieri e anfratti. Ma anche un linguaggio che ci consente di scandagliare lo spazio dentro di noi con la sensazione che ci riserverà un cammino affascinante e sconfinato.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 23 ottobre 2019

Divina proporzione

Non sempre ottobre è ottobrata. 
Così, la pioggia e il grigiore di questi ultimi giorni m'inducono a desiderare più intensamente la luminosità di certi pomeriggi e la dolcezza del sole sulla campagna ormai dorata.

Ma al tempo stesso mi ricordano alcune gite in Toscana fatte negli anni scorsi, appena prima che la stagione volgesse al brutto. E a riportarmi lì è anche il calendario che ho in cucina, in alto vicino alla finestra, ricco di scorci della campagna o delle più affascinanti città - per l'appunto - toscane.
Allora desidero condividere con voi la foto che mi offre proprio il mese di ottobre, sulla quale il mio sguardo si sofferma, sia pure di corsa, ogni volta che vado e vengo dal balcone di casa.

Sì, è Pienza! Immagino ne abbiate riconosciuto subito la piazzetta con uno scorcio della facciata del Duomo e di Palazzo Piccolomini, cuore della città rinascimentale ideata da Papa Pio II.
C'ero stata per la prima volta in gita scolastica al liceo, ma nonostante la guida esperta della nostra bravissima insegnante di Storia dell'Arte, di quell'uscita ricordo soprattutto la stanchezza e il freddo. 
Eravamo arrivati a Pienza in un tardo pomeriggio di maltempo, era quasi buio e, mentre la prof. illustrava i vari monumenti, nonostante fosse aprile si era messo persino a nevicare...
Ma ci sono tornata poi, in diverse altre occasioni. 
In seguito - e alla luce del sole - ho potuto apprezzare meglio il luminoso silenzio dell'interno del Duomo, lo splendido cortile di Palazzo Piccolomini e il loggiato retrostante aperto sui giardini e sulle colline della Val d'Orcia, uno dei panorami più dolci che la Toscana ci offra.

Al di là di questi ricordi però, la foto del calendario mi attira soprattutto per quello scorcio prospettico che mette in evidenza dimensione e proporzioni degli edifici e, ogni volta che vi passo davanti, è il loro equilibrio formale a colpirmi, insieme alla serenità che da tale equilibrio promana. 
A crearlo è l'impianto geometrico delle architetture nei loro rapporti misuratissimi e nei numerosi richiami classicheggianti: cerchi, semicerchi, colonnine, lesene, archi a tutto sesto, elementi rettilinei e curvilinei che - lungi dal comunicare un senso di freddezza come può capitare altrove - si sposano qui con nitida simmetria. 
Ma sono anche le dimensioni raccolte della piazza, il colore caldo della muratura del Palazzo o ancora quella elegantissima vera da pozzo a darci la percezione di uno spazio a misura d'uomo, in linea con i canoni di bellezza dell'Umanesimo.

Siamo infatti in pieno Quattrocento e la realizzazione del progetto urbanistico di Pio II, volto a creare un esempio di città ispirata agli ideali umanistici, è di Bernardo Rossellino (1409 - 1464), architetto che - negli edifici che vedete - fa riferimento a Leon Battista Alberti e all'armonia di forme che nasce dall'uso della sezione aurea applicata alla geometria solida. 
A ben guardare infatti, il Duomo e Palazzo Piccolomini possono ricordare rispettivamente il "Tempio Malatestiano" a Rimini e "Palazzo Rucellai" a Firenze: opere dell'Alberti ed esempi di quella "divina proportione" che, di lì a poco, sarebbe stata oggetto del trattato di Luca Pacioli, ma che già era stata anticipata nel mondo romano da Vitruvio.

Richiami classici dunque, che ci regalano un senso di armonia come il brano di Mozart che mi piace associare alle immagini. 
Si tratta del secondo movimento, "Andante, un poco adagio", dal "Concerto per pianoforte n.6 in Si bemolle maggiore K.238".
Quella che si snoda piano è una melodia delicatissima e dolcemente ritmata, così da sembrare nelle battute iniziali quasi una danza e ricordare, per certi aspetti, il più famoso "Andante" del "Concerto in Do maggiore K.467"
Il pezzo infatti, nonostante sia stato scritto dal compositore a soli 20 anni, ha già in sè molti caratteri distintivi del suo stile.
Un Mozart che qui mi pare proprio espressione di classicismo e armonia, nell'equilibrio del dialogo tra pianoforte e orchestra, nell'elegante semplicità del tema con i suoi abbellimenti e nel tempo di 3/4 che ne sottolinea grazia e leggiadrìa.
Una divina proporzione creata questa volta non da misure, prospettive e spazi visivi, ma da note, ritmi e spazi sonori che ci offrono la percezione di una serena bellezza della quale riempirci l'anima.

Buon ascolto!

 

mercoledì 16 ottobre 2019

Librarsi in volo

A.Scheffer (1795 - 1858) : "Ritratto di F. Liszt"
Ancora una volta per pianoforte il brano di oggi, ma di una leggerezza che ci consente di librarci in volo, incontro ai nostri sogni.
E ancora una volta a catturarmi è l'interpretazione del bravissimo Daniil Trifonov che avete ascoltato non molti giorni fa in un pezzo di Schumann.

Ho l'impressione che il mondo musicale romantico sia particolarmente congeniale a questo giovane pianista russo: dolcissimo infatti il suo Chopin, come poi Schumann e ora il brano di Liszt che sentirete. Certo, nel suo repertorio trova posto anche Bach, ma riletto da Brahms e da Rachmaninov, il che la dice lunga sulle sue passioni e i suoi gusti.

Il pezzo di oggi è appunto una celeberrima composizione di Franz Liszt (1811 - 1886): lo "Studio n.3 in Re bemolle maggiore" intitolato "Un sospiro", tratto dai "Tre studi da concerto S.144".  
Ho impiegato parecchio tempo per sceglierne l'interpretazione tanti e tali sono i pianisti che si sono cimentati nel suonarlo. Ma alla fine sono tornata ancora a Trifonov. Senza nulla togliere alla meravigliosa esecuzione della Lisitsa o a quelle certo pregevoli di Arrau o di Hamelin, la sua mi è parsa più toccante e suggestiva. La melodia è infatti scandita in modo particolarmente nitido sopra un'ininterrotta sequenza di arpeggi che si susseguono come onde del mare o simili a un vento che solleva in volo. Arpeggi prima affidati alla mano sinistra e poi alla destra, mentre l'esecuzione sottolinea - ora con energia, ora con morbidezza - la continua alternanza di crescendo e diminuendo.
  
In effetti, Liszt ha creato qui un tema cantabile accompagnato da una prodigiosa ricchezza espressiva che, tra l'altro, mi pare vada ben al di là del titolo - "Un sospiro" - dato poi al brano.
In esso il compositore sembra invece aver scandagliato tutto il magma di sentimenti che un semplice sospiro può celare, alla ricerca di una segreta dimensione del cuore che - sia nella luminosità del tono maggiore che nella malinconia di quello minore - si fa sempre più intensa e incantevole.
Sono note che paiono alla continua ricerca di un'essenza che sfugge o che si rivela per brevi illuminazioni nello splendore di certi passaggi di tonalità, restando tuttavia sempre un po' oltre. Basterebbero a dimostrarlo le numerose indicazioni agogiche che suggeriscono lo stile espressivo, dalle quali possiamo seguire l'andamento del pezzo e al tempo stesso cogliere in esso tale ricerca: "armonioso", "cantando", "dolce con grazia", "appassionato", "impetuoso", "sottovoce", "languendo", "leggerissimo volante"...

Un brano squisitamente romantico dunque, ma talora anche aperto al nuovo perchè - poco dopo la metà, quando la parte più animata va a spegnersi - Liszt vi anticipa qua e là armonie dissonanti e inusitate che saranno poi tipiche della musica impressionista a cominciare da Debussy. La melodia infatti è giocata su di una serie di accordi che si fanno progressivamente più sfumati, come se il compositore avesse voluto esplorarne ogni possibile effetto cromatico, quasi al confine di quella che - nel XX secolo - sarà la musica atonale.
Un pezzo di difficoltà forse non inferiore a quella dei famosissimi "Studi trascendentali" e tecnicamente complesso per la necessità di incrocio delle mani, ma ricco di un incanto che Daniil Trifonov coglie e valorizza in pieno con la propria maestria e insieme con straordinaria passione.

Buon ascolto!

martedì 8 ottobre 2019

Irresistibile

Claude Monet: "Mare grosso ad Étretat" - Parigi, Museo d'Orsay.














Agitato, impetuoso, irruente, tempestoso come un mare in burrasca percosso da un vento gagliardo e irresistibile. Un vento che tuttavia sembra concedere - qua e là - brevi pause di calma mentre, dopo ondate potenti, le spume si allargano dolcemente sulla riva e il rumore sordo della risacca si stempera in un suono più lieve.
A suscitarmi queste sensazioni è un brano di musica famoso e affascinante: lo "Studio in re diesis minore op.8 n.12" di Alexander Skrjabin (1872 - 1915), pianista e compositore russo del quale forse ricorderete il "Preludio n.8 op.11 in fa diesis minore" pubblicato qui.
Il suo stile si colloca nella fase di passaggio dal tardo romanticismo alle novità della musica atonale. Tuttavia, il pezzo che ascolterete appartiene a quella serie di composizioni che guardano ancora alla tradizione e nelle quali - come osservavo anche nel vecchio post - è possibile ritrovare, tra l'altro, riferimenti a Chopin.
Credo sia facile sentirlo riecheggiare anche in queste note: nella forza improvvisa degli accordi iniziali, ma anche in quei passaggi conclusivi in cui - soprattutto nella celeberrima interpretazione di Vladimir Horowitz - gli accenti si fanno più lievi e il brano ha sfumature d'incomparabile dolcezza.
E vengono in mente ancora una volta alcuni famosi pezzi del musicista polacco: dall'impeto appassionato dello "Studio op.10 n.12" conosciuto col titolo "La caduta di Varsavia", fino alle parti più animate del "Larghetto" del "Concerto n.2 in fa minore op.21".
Sembra che Skrjabin abbia a tal punto interiorizzato le note di Chopin da restituircele ormai fuse con la propria passione, anche se talora ricche di contrasti ancor più accesi e drammatici. Lo "Studio in re diesis minore" in effetti, si conclude con un parossistico crescendo di accordi che può ricordare anche l'irruenza di Rachmaninov. 
Una musica di grande effetto dunque, e non priva di difficoltà tecniche. 
Come si osserva dallo spartito, infatti, la mano destra suona sempre ottave e la sinistra è impegnata in intervalli che talora vanno oltre l'ottava stessa.

E a proposito di mare in tempesta, mi piace associare l'atmosfera e l'impeto del brano di Skrjabin alle onde turbinose e al colore plumbeo, quasi cangiante, del cielo che vedete in queste immagini.
Si tratta di un'affascinante opera di Claude Monet (1840 - 1926) intitolata "Mare grosso ad Étretat".

La celebre scogliera con la falesia a picco sul mare è un luogo che l'artista ha rappresentato spesso, in differenti orari e angolature di luce, un po' come per la famosa serie delle Cattedrali di Rouen.
Ma qui mi pare che bianco, verde, azzurro cupo e grigio, insieme alla tinta scura della spiaggia e della roccia, si accostino tra loro con rara efficacia, dandoci la percezione del dramma che si sta compiendo. 
La tempesta rischia infatti di travolgere un'imbarcazione al largo, mentre le persone radunate sulla riva a scrutare l'orizzonte sembrano rendersi conto del pericolo. 
Si tratta di una burrasca invernale, come si vede dal loro abbigliamento che l'artista ha raffigurato con tratti sintetici ma al tempo stesso efficaci. E benchè i volti non siano delineati, insieme all'urto del vento cogliamo ugualmente la loro incertezza e i timori per la gravità della situazione.

Basterebbe questo solo particolare qui a lato a farne un piccolo quadro nel quadro, un dipinto a sè stante sul dramma di un'attesa.
Ma possiamo osservare la tecnica pittorica dell'artista anche da altri dettagli: dalle spume che si confondono con la roccia alle larghe pennellate di colore, sommarie e quasi materiche, fino alle onde bianche che riproducono il movimento del mare in un affascinante impasto di tinte.
E laggiù in fondo, quella piccola imbarcazione, sola nel suo precario destino. 
Ne riconosciamo la vela e il profilo, preciso pur nella sua indeterminatezza, o forse efficacissimo proprio per questa. 
Sta anche qui la magìa della pittura impressionista: pochi tratti a individuare una situazione, a raffigurare una natura grandiosa e infida, splendida e impetuosa, irresistibile nella sua potenza come queste note di Skrjabin.

Buon ascolto!

lunedì 30 settembre 2019

Una dedica appassionata

(Foto presa dal web)
Da cosa nasce cosa e dai canti ortodossi - che ho appena pubblicato - ai compositori russi il passo è breve, come pure da questi agli interpreti delle loro musiche.
Così oggi - di brano in brano - sono arrivata a uno splendido e giovane artista russo che i lettori di questo blog dovrebbero ricordare per averlo già ascoltato in un pezzo di Chopin: precisamente qui.

Si tratta di Daniil Trifonov, classe 1991, brillante pianista nonchè compositore, già affermato a livello internazionale e distintosi per aver vinto numerosi concorsi. Il suo repertorio spazia da Chopin a Tchaikovsky, da Prokofiev a Skrjabin, ma quello che vi propongo oggi nella sua interpretazione è un brano di Robert Schumann (1810 - 1856), nella rielaborazione fatta da Franz Liszt (1811 - 1886).
S'intitola "Widmung" ("Dedica"), Lied su testo del poeta Friedric Rückert e primo brano della raccolta "Myrthen op.25" composta dal musicista per l'adorata Clara Wieck. Ed è proprio un'appassionata dedica d'amore alla donna, dolcissimo omaggio di Schumann in occasione del loro matrimonio celebrato nel 1840, dopo anni di contrasti tra il musicista e il padre di lei.
Il pezzo, scritto originariamente per voce e pianoforte, verrà in seguito arrangiato per piano solo da Liszt che, se pure nella prima parte ne lascerà intatto il tono di raccolta intimità, in alcuni passaggi ne amplierà le sonorità pianistiche superando la destinazione familiare per cui era nato e facendone invece un brano da concerto.

Si tratta certo di una pagina che - soprattutto nella successiva rielaborazione - consente agli interpreti di mettere in luce le proprie doti di virtuosi.
Tuttavia, il pezzo non è apprezzabile soltanto sul piano tecnico, ma è anche uno dei testi in cui, forse più di altri, l'ispirazione di Schumann si fa tenera e al tempo stesso appassionata nel segno di un intenso romanticismo. E mi pare che siano proprio queste dimensioni ad essere colte, sottolineate e mirabilmente espresse dalla sensibilità di Trifonov.
A parte la straordinaria leggerezza con cui le sue mani si muovono sulla tastiera, è evidentissima la partecipazione emotiva del solista che ci offre una performance ricca di freschezza e insieme di grinta, dove le svariate riprese del tema suonano prima più intime, poi sempre più impetuose e veementi.
Siamo ad un livello in cui la pura tecnica viene ormai superata ed affiora la spontaneità del cuore: non rigido perfezionismo, ma morbidezza e abbandono dell'anima all'incanto della musica, in un moto trascinante che coinvolge anche noi che ascoltiamo.
E nonostante la giovane età, quella di Trifonov mi sembra già la naturalezza dei grandi.

Buon ascolto!

martedì 24 settembre 2019

Splendore polifonico di un rito

(Foto presa dal web)
Non mi è facile proseguire dopo aver pubblicato il brano della volta scorsa, non perchè non esistano musiche altrettanto sublimi, ma perchè fatico a staccarmi da una melodia di così grande intensità come quell'inno ortodosso.
Ma è anche perchè sono convinta che alle note di quel canto, nel loro profondo vibrare, non sia estranea una forte e rara valenza terapeutica.

Lo so, l' argomento è vasto e vi ho fatto cenno in passato in altri post, ma è un dato che mi sento di richiamare ancora una volta e a maggior ragione ora, dopo avere ascoltato a lungo quelle voci che ci attraversano l'anima per condurci alle soglie dell'infinito.
Per questo mi auguro che chi - anche solo per qualche momento - insieme alle immagini riportate nel post si è lasciato catturare dalla musica, ne abbia sperimentato il dono impagabile: un sorriso che nasce dal profondo. 
In quelle note, così come in quelle voci delicate e insieme robuste, abitano infatti una potenza e una concretezza che, se pure ci conducono in un paradiso dall'atmosfera rarefatta, non dimenticano la terra da cui proveniamo. E a mio avviso proprio qui sta il bello, perchè ci regalano la luminosa percezione che cielo e terra siano indissolubilmente fusi in un legame che supera ogni nostra capacità di immaginare.

Allora, prima di voltar pagina e passare ad altro, mi piace indugiare ancora per qualche momento su questi canti dall'aura così profonda e suggestiva.
La mia scelta di oggi si orienta su Piotr Ilic Tchaikovsky con un brano tratto dalla "Liturgia di San Giovanni Crisostomo op.41", liturgia eucaristica di rito bizantino - la cosiddetta messa ortodossa - diffusa nella Chiesa russa e celebrata nella maggior parte dei giorni dell'anno.

Il pezzo che ascolterete - il n.10 - si intitola "To Thee we sing", (A Te inneggiamo) e coincide col momento più alto del rito, quando viene invocato lo Spirito Santo sul pane e sul vino per la consacrazione.
Si tratta di un coro a cappella che ci immerge fin dall'inizio in un' intensa e ardente atmosfera di contemplazione che fa del canto non un'aggiunta facoltativa, ma una vera e propria parte integrante del rito. E la sua soavità, in alcuni passaggi, ricorda l'ancor più famoso "Inno dei Cherubini" - che potete ritrovare qui - scritto da Tchaikovsky per la medesima liturgia.
Singolare poi la fusione delle voci e l'armonia grandiosa e solenne che ne deriva, con tratti dall'ampiezza e complessità quasi orchestrale soprattutto nei vari passaggi di tonalità. Altrettanto singolare è la percezione d'infinito che questa musica ci offre attraverso dissonanze che accentuano il riverbero di ogni nota.
Ma affascinante anche il lunghissimo accordo finale che sfuma gradatamente  nella fusione delle diverse voci, alle quali si aggiunge poi - pacatissimo - il basso profondo.

Buon ascolto!

lunedì 16 settembre 2019

Finestre sull'invisibile

Monastero di Sucevita: "Scala delle virtù" (decorazione esterna, part.)



















È con un certo tremore che mi accingo a condividere le immagini che vedete e che riproducono i dipinti di alcuni fra i più famosi monasteri ortodossi rumeni che ho visitato non molti giorni fa. 
Sì, ne scrivo con un certo tremore: ci sono infatti esperienze, sensazioni o emozioni difficili da comunicare poichè le parole, a volte, mostrano tutto il loro limite e possono solo adombrare l'impatto con la realtà.
Monastero di Voronet: esterno (part.)
E se pure in certi casi arrivano a cogliere il nucleo caldo di una determinata esperienza, lo fanno per brevi illuminazioni, talora per folgorazioni come accade ai poeti, ma non di più.

Per questo - e più ancora che per gli altri post del blog - trovo che qui la musica abbia un ruolo significativo non solo per commentare o descrivere una serie di immagini, ma per consentirci di entrare per così dire in esse, cogliendone più a fondo tutta l'intensità comunicativa. 
Monastero di Moldovita: interno (part.)
È una dimensione nella quale la musica si fa poesia, in quanto non ci restituisce solo la generica atmosfera di un luogo, ma riesce a ricreare (il termine greco poiesis significa proprio creazione) un vissuto che le parole - e in questo caso anche le mie foto con i loro limiti - non possono esprimere pienamente. 
Così, ancor più di un semplice discorso, le note arrivano a toccare corde profonde e a suscitare emozioni più immediate e vive.
 
Monastero di Moldovita: esterno (part.)
Da tempo desideravo visitare i monasteri rumeni, da quando - cinque anni fa in Russia - avevo visto alcune chiese ortodosse e lo splendore dei loro dipinti e delle icone mi era rimasto nel cuore. 
Tuttavia, i monasteri della Bucovina, una delle regioni più settentrionali della Romania, hanno superato le mie aspettative. 
Si tratta di edifici costruiti intorno al XVI sec. e subito circondati da mura fortificate per la necessità di difesa dagli attacchi dell'Impero ottomano.
Allo stesso periodo risale anche la decorazione pittorica esterna talora ben conservata, ma altrove deteriorata dagli agenti atmosferici. 
I cicli di affreschi interni sono invece successivi e tutto l'insieme rappresenta storie dell'Antico e del Nuovo Testamento, ritratti di santi e talora anche eventi storici. Attualmente, i monasteri sono ancora abitati da alcune comunità di monache ortodosse.

Monastero di Moldovita: iconostasi
La visita - come dicevo - ha superato le mie aspettative. 
A colpirmi non è stata infatti solo la struttura architettonica dei vari edifici, peraltro molto simili tra loro, o la vivacità dei colori della decorazione esterna - dal celebre azzurro di Voronet la cui composizione chimica è ancora un mistero, alle tinte talora più calde del monastero di Moldovita - ma anche il fascino degli ambienti e della decorazione interna. 
Sono infatti spazi di dimensioni limitate che ci introducono progressivamente nel luogo in cui sostare in preghiera, davanti alle immagini e alla preziosa iconostasi dietro la quale il sacerdote celebra la liturgia.
Ed è come dirigersi verso un cuore, un nucleo sempre più intimo di cui la ricca decorazione al soffitto e alle pareti ci suggerisce la sacralità. Una sacralità che si avverte intensamente quasi che l'aura di preghiera di chi lì - nel corso del tempo - ha invocato, cantato, celebrato o lavorato alla decorazione pittorica, si potesse ancora cogliere e ci avvolgesse come un manto protettivo. E desta sempre un profondo stupore vedere quanto un'intensa religiosità si traduca, quasi naturalmente, in bellezza.

Monastero di Voronet:"Giudizio universale"(part. facciata)
L'impressione non è nuova e ci sono tanti altri luoghi nell'Occidente europeo - dalle cattedrali gotiche alle basiliche ravennati, dagli Scrovegni alla Cappella Sistina, solo per fare qualche esempio - che sanno condurci alle soglie del sublime.
Ma a mio modesto avviso, nei monasteri rumeni la sensazione è ancor più coinvolgente e intensa.
Infatti, non si tratta solo di contemplare la bellezza, ma di esserne pervasi come se l'afflato di fede della miriade di santi che ci guardano dall'alto degli affreschi o delle icone, e dei tanti pittori che vi hanno lavorato, si potesse respirare attraverso le loro opere e fosse vivo, ancora oggi, per il visitatore.
Monastero di Sucevita: interno (part.)
Al tempo stesso, i dipinti ci riportano ad un ambiente greco-ortodosso che ha radici e riferimenti lontani. 
Un esempio su tutti: la foto grande in alto che riproduce un particolare della "Scala delle virtù", opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați.
Si tratta di un affresco che è di fatto la trasposizione iconografica di un'opera di Giovanni detto Climaco, monaco del VII secolo, autore di un trattato intitolato "La scala del Paradiso", da cui il suo soprannome (climax infatti in greco significa scala).
Monastero di Voronet: interno (part.)
In esso si descrive il cammino di ascesi del monaco verso Dio, attraverso trenta gradini che rappresentano la lotta contro i vizi e il conseguimento delle virtù in un progressivo itinerario di purificazione. Lotta non facile tra il bene e il male, simboleggiati dagli angeli e i demoni ai due lati della scala.
Un mondo segnato quindi da una forte spiritualità contemplativa e, per certi aspetti, lontano da quello occidentale più volto all'azione, ma forse proprio per questo affascinante nel il suo intenso richiamo all'interiorità e al silenzio.

Ma, come scrivevo in apertura, è solo la musica che può introdurci efficacemente nel clima spirituale di questi monasteri, e in particolare un canto ortodosso, una melodia da ascoltare piano e da far risuonare in noi nella sua soavità e insieme nella sua forza.
Monastero di Moldovita : "Albero di Jesse" (part.)
Per questo, ci affidiamo a un brano del compositore russo Grigory Lvovsky (1830-1894), intitolato "Now the Powers of Heaven"
Si tratta di un inno che veniva cantato durante la liturgia quaresimale dei doni presantificati - una delle più suggestive liturgie della chiesa cristiana ortodossa - e che probabilmente affonda le sue radici in una composizione musicale di tradizione più antica alla quale Lvovsky ha fatto riferimento.
Il testo recita:
"Ora i poteri del cielo servono invisibilmente con noi. Ecco, entra il re della gloria. Ecco, il sacrificio mistico è portato avanti, realizzato. Avviciniamoci con fede e amore e diventiamo comunicatori della vita eterna. Alleluia, Alleluia, Alleluia."
Monastero di Moldovita : interno (part.)
L'inno viene cantato per quattro volte consecutive: prima dolcemente e sottovoce, poi con intensità sempre crescente e una solennità sempre più grandiosa. Il canto ci consente così di vivere questa musica nella sua dimensione di soavità, ma anche nella sua gioiosa potenza. 
E le voci del Coro del Monastero Sretensky di Mosca - dalle più alte al basso profondo, ora lievissime, ora decisamente più robuste - nella loro esortazione sembrano rendere vivo per noi l'afflato di fede che lo splendore artistico di questi monasteri ci testimonia con forza. 
E come le loro icone, anche la musica è qui una finestra aperta sull'invisibile.

Buon ascolto!


lunedì 9 settembre 2019

Solitudine amica

(Foto presa dal web)
Ritorno qui dopo una piccola pausa e, per prima cosa, desidero ringraziare l'amico blogger Bruno Pernice - del sito dtdc (di testa, di cuore) - che col suo ultimo post mi ha offerto lo spunto per il mio articoletto di oggi.
Nel suo simpatico racconto, cita infatti un pezzo di musica che da qualche anno non mi era più capitato di sentire e che sono andata prontamente a riascoltare, ritrovandovi tutto il fascino che mi aveva catturato a suo tempo.

Si tratta della "Cavatina" di Stanley Myers (1930 - 1993), compositore inglese conosciuto per le sue colonne sonore e in particolare per questo brano, divenuto famoso come commento musicale del film "Il cacciatore"
La pellicola, che certo ricorderete, racconta una drammatica e cruda vicenda di guerra, ma anche una struggente storia di amicizia in cui s'intrecciano sogni, delusioni e nostalgie che la "Cavatina" - tema portante della colonna sonora - ci restituisce con intensità.
Ma, come accade per tante altre musiche, spesso la loro bellezza non resta legata al contesto che ne ha segnato l'origine, ma - soprattutto a distanza di tempo - va oltre e ci accompagna altrove, lungo strade diverse e tutte nostre.
Così, al di là delle vicende del film che esso commenta, questo brano si è ammantato per me di un fascino nuovo. Vi ho colto in realtà una grande pace, una dolcezza che induce a un respiro più calmo, insieme a un'aura meditativa che pacatamente ci guida in una dimensione di solitudine amica.

Composto originariamente da Myers per pianoforte e poi trascritto per chitarra da John Williams, il pezzo è stato oggetto di altre numerose trascrizioni tra cui una cui sono state aggiunte le parole. 
Qui tuttavia, ho scelto ancora la versione per piano solo perchè - a mio avviso - ne mette maggiormente in luce l'intensità e, più di altre, sembra riecheggiare qualche tema caro alla musica classica. Del resto, anche il termine "cavatina" - breve aria di entrata in scena di un personaggio, tipica del melodramma dal XVIII sec. in poi - trae origine dal passato. Senza azzardare troppi paragoni, questo di Myers potrebbe essere un nostalgico Sogno d'amore dei nostri giorni cui abbandonarsi con dolcezza, come ci si lascia portare da una ninna-nanna o da una danza che segua lieve i ritmi dell'anima.
La melodia infatti si dipana lenta sulla base di semplicissimi arpeggi che le conferiscono calma e continuità. Essa si snoda ora luminosa, ora vagamente malinconica, con uno splendore che possiamo cogliere anche grazie all'esecuzione che alterna tocchi più nitidi ad altri dove il tema sfuma leggero. Un pezzo ricco di un'intimità che va facendosi sempre più intensa e, attraverso le note più basse e i progressivi passaggi di tono, sembra davvero scavare nel profondo.
Ultima precisazione: contrariamente allo spartito della "Cavatina" che vedete in foto e che riporta la tonalità originaria di Mi maggiore, la versione che ascolterete è in Mi bemolle maggiore, con un risultato che - a mio modesto avviso - non altera, ma sottolinea il fascino del brano.

Buon ascolto!

giovedì 15 agosto 2019

Buon Ferragosto!!!

A. Carracci: "Assunzione della Vergine" (particolare) - Madrid, Museo del Prado.















Con un dipinto del Carracci (1560 - 1609) e sulle note di Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.


A presto!

 

Tomás Luis de Victoria (1548 - 1611) : "Ave Maria".

venerdì 9 agosto 2019

Bach in jazz

Carlo Maria Barile (Foto presa dal web)
Non ho l'abitudine di ripetermi ripubblicando, magari a distanza di tempo, lo stesso brano musicale. 
Mi piace sempre cambiare e, anche se il numero delle musiche che pian piano si sono sommate in questo blog è già considerevole, cerco ogni volta di allargare lo sguardo a nuovi stimoli e magari a nuovi autori.
Tuttavia, talora si possono fare delle eccezioni, soprattutto se sono giustificate da un'interpretazione particolare o da un determinato arrangiamento che presenti il pezzo sotto un'ottica differente.

È il caso di una delle composizioni più conosciute - e forse anche più eseguite - di Bach: il "Preludio n.1 in Do maggiore BWV 846" del primo libro del "Clavicembalo ben temperato", famoso non solo perchè apre una delle opere più gigantesche del compositore tedesco, ma anche perchè è stato preso da Gounod come base per la sua celeberrima "Ave Maria".
Lo avevo pubblicato tempo fa proprio qui, splendidamente eseguito da Tzvi Erez, insieme a un altrettanto famoso studio di Schumann, perchè quest'ultimo mi pareva prendere spunto proprio dal preludio bachiano ed esserne un po' - diciamo così - la risoluzione in chiave romantica.
Oggi però lo ripubblico volentieri perchè - andando a zonzo su youtube come spesso mi capita - ho scoperto che, in un recentissimo concerto, questo pezzo è stato oggetto di una splendida improvvisazione jazz, e la cosa ha destato il mio interesse. Interprete è Carlo Maria Barile, giovane musicista di sicuro talento, già affermato a livello internazionale come organista classico, compositore e insieme pianista jazz, dimensioni differenti che convivono integrandosi perfettamente nella sua poliedrica personalità musicale.

Pur essendo numerosissimi gli artisti contemporanei che hanno arrangiato Bach con svariati tipi di contaminazione, l'interpretazione del Maestro Barile mi sembra particolarmente affascinante perchè cattura subito l'ascoltatore con una fantasia inesauribile che va oltre la semplice rielaborazione ritmica del brano, pur restando rispettosa del testo. Le sue improvvisazioni infatti - al di là della vivacità talora anche molto accesa di certe performances - non sono mai estreme perchè, se da un lato la sua inventiva fa fiorire le note con grande spontaneità, dall'altro - a ben ascoltare - è possibile riconoscere e seguire facilmente l'impianto armonico dell'originale. 
Inoltre, dal suo modo di suonare affiora a volte il ricordo di certi temi con variazioni di stampo barocco, coniugati però con la sensibilità di chi ha dentro il sapore della musica contemporanea. E ascoltarlo diventa solo gioia.

Nonostante qui il clima musicale sia inizialmente molto pacato, è possibile riconoscere tali caratteri anche nella rielaborazione del preludio bachiano.  
Il Maestro Barile ne esegue la versione originale all'inizio e alla fine, mentre la parte centrale della sua esibizione è dedicata proprio all'arrangiamento jazz.
È una passione dolce e progressivamente più intensa quella che il pianista vi esprime, tendendo un filo tra passato e presente e trasfondendo nel rigore bachiano la ricchezza della propria sensibilità.  
Vi si respira un'atmosfera di morbida dolcezza, talora vagamente danzante, declinata in un andirivieni di note nelle quali - ancora una volta - si può ravvisare la struttura armonica su cui Bach ha costruito il testo, insieme a qualche richiamo, qua e là, a ciò che ne ha tratto in seguito Gounod.
E l'inventiva dell'interprete è bellezza che si aggiunge a bellezza.

Buon ascolto!

sabato 3 agosto 2019

La lezione degli orti

Non ho il pollice verde - devo averlo già detto in passato - e benchè mi piacciano molto piante e fiori, non sono capace di farli durare se non per il periodo necessario perchè si completi la fioritura e a volte anche alcuni giorni in più.
Ma in confronto a chi mantiene e fa riprodurre da un anno all'altro il verde di casa, sono decisamente una frana. 
Lo so: le piante vanno amate, con loro si deve parlare - ho alcune amiche che lo fanno! - e vi assicuro che anch'io le curo e me le covo. 
Ma che volete? Temo sia un amore non ricambiato.

Piante ornamentali a parte, però, col passare del tempo, ogni tanto rispolvero l'idea di farmi un orto. 
Pare che dedicarvisi a una certa età abbia ampi benefici non solo in termini di produzione di ortaggi, ma anche sul carattere.
Dico rispolvero perchè - ad essere sincera fino in fondo - anni fa avevo tentato l'esperimento. Non ho un giardino tutto mio, ma ampi balconi dove, nell'arco della giornata, si alternano sole e ombra a volontà. Così, avevo pensato di sistemare la terra nelle cassette da frutta e voilà!, lì mettere a dimora le varie piantine. Detto e fatto. Così, per cominciare avevo scelto le fragole, pregustando un raccolto abbondante.
Ne sono nate tredici, di numero. Belle, buone, rosse al punto giusto...ma tredici. Poi le piante non hanno voluto più saperne di fruttificare.
Mi direte: ma la terra era quella giusta?...e il concime ?...l'acqua? l'esposizione???
Calma per favore, una cosa per volta, credete pure che ho fatto il possibile. Però, quando dopo il fatidico numero tredici non è nato più nulla, ho desistito.

Tuttavia, mi dev'essere rimasto dentro un desiderio inquieto di orto, perchè una delle passeggiate che più apprezzo qui, nel paesetto di montagna dove passo le vacanze, è proprio quella che costeggia i numerosi orti della zona.
Sono appezzamenti di terreno talora piccoli - magari ricavati da uno spazio estremamente ridotto - altre volte di più ampie dimensioni, ma sempre ben curati e spesso circondati da fiori come usa qui, con verdure rigogliosissime che, dalle foto che ho scattato, potete osservare nelle loro svariate gradazioni di verde.
Vi sono patate, carote, insalatine varie, coste, piselli, aglio, salvia, zucche e zucchine di cui nel tempo ho potuto seguire la crescita. Mentre infatti un mese fa spuntavano ancora timidamente dal terreno - va detto che qui siamo a più di 1700 metri! - ora lo ricoprono con cespi fitti e folti che sono una gioia per gli occhi. Li guardo e vi assicuro che faccio il tifo perchè ogni piantina possa giungere a maturazione senza danni dopo che, qualche anno fa, una violenta grandinata - fenomeno peraltro raro in questa valle - aveva letteralmente triturato fiori e verdure.
L'evento aveva gettato nella costernazione abitanti e turisti perchè un orto, qui, non è soltanto una fonte di sostentamento e un piccolo cespite di guadagno, ma anche un segno di attenzione e di perseverante cura del paesaggio, una delle tante dimensioni della bellezza del quotidiano. 
Una bellezza umile ma non meno preziosa di altre, che s'inserisce nella grandiosità e nella magnificenza del panorama circostante con un suo rasserenante splendore.

Forse per questo, quando è stato il momento di scegliere una musica da associare al piacere offerto dal verde degli orti, d'istinto ho pensato a Mozart e alla tranquillità riposante e insieme pensosa di certi suoi brani. 
Mi è poi venuto in mente che, anche nel bellissimo film "Il mio amico giardiniere" che ho recensito qui qualche anno fa, una delle colonne sonore della pellicola è proprio Mozart con il secondo tempo del "Concerto per clarinetto in La maggiore", il famosissimo K.622 ! E allora...
Allora del compositore salisburghese oggi ho scelto il "Concerto per flauto in Sol maggiore K.313" nel suo  secondo movimento "Adagio ma non troppo".

Si tratta di un pezzo rasserenante e cantabile che si snoda con ritmo tranquillo come nella mia passeggiata tra gli orti di montagna, dove la terra ancora insegna a scrutare il cielo in paziente attesa, insieme al piacere di veder nascere dei germogli, seguirne la crescita quotidiana e raccogliere con gioia i frutti.
Un Adagio che, nella calma e nella dolcezza del flauto solista, ci aiuta a ritrovare il giusto respiro. Ci accompagna così in un procedere privo di affanno, mentre ci guardiamo intorno lasciando che gli occhi si posino un po' pigramente sul panorama e si riempiano di colori, magari indugiando sul giallo dei fiori di zucca che occhieggiano tra il verde.

Buon ascolto!