venerdì 8 marzo 2019

Dissetare l'anima


Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto presa dal web)















Sono tornata, giorni fa, a Ravenna. Non ci andavo da parecchi anni, e rivedere i suoi monumenti mi ha dato un'emozione straordinaria. 
L' arte ravennate, che tutti conosciamo anche solo per averla studiata sui libri di scuola, è infatti qualcosa di unico nel suo genere perchè testimonia un singolare intreccio di civiltà.
Basilica di San Vitale: Giustiniano e la sua corte (foto mia)
Capitale ai tempi di Onorio dell' Impero romano d'Occidente, poi del regno di Teodorico, poi sede dell'esarcato bizantino in Italia, Ravenna è stata al centro di uno straordinario sovrapporsi di popoli e punto di incontro tra Oriente e Occidente.
Anche sul piano artistico, i suoi monumenti testimoniano la fusione di caratteri romani e paleocristiani, insieme a un preziosismo tipico dell'Impero bizantino, anche se qui - e in particolare a Costantinopoli - parte di tali testimonianze è andata poi perduta a seguito della lotta iconoclasta.

Basilica di San Vitale: abside (foto mia)
Così, a maggior ragione, Ravenna resta esempio unico di un periodo di passaggio tra epoche in cui s'intrecciano elementi preesistenti ad altri nuovi, nelle varie architetture ma soprattutto in una decorazione musiva d'incomparabile splendore.
Rivedere i suoi monumenti è stato quindi un accostarmi alla Bellezza con la maiuscola: luce, colore e uno sfavillìo di mosaici che risalta ancor di più, se paragonato alla semplicità degli esterni dei vari edifici spesso in un cotto severo e spoglio.

Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto mia)
Dal Mausoleo di Galla Placidia alla basilica di San Vitale, dal Battistero dei Neoniani a Sant'Apollinare Nuovo e poi ancora a Sant'Apollinare in Classe, molteplici sono le suggestioni che quest'arte ci offre. 
Si tratta di una ricchezza decorativa e descrittiva evidente sia nei mosaici che raffigurano episodi biblici, che in quelli ricchi di riferimenti storici, come ad esempio - nell'abside della basilica di San Vitale - la celeberrima rappresentazione dell'imperatore Giustiniano e della moglie Teodora circondati dalle rispettive corti.

Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto mia)
Luce e colore, dicevo.
Nel Mausoleo di Galla Placidia, è senza dubbio il blu a incantare: lapislazzuli e oro a regalarci lo splendore del cielo insieme a una decorazione sorprendente per ricchezza inventiva, ma anche per essenzialità. 
Straordinaria, a questo proposito, la raffigurazione delle colombe che si abbeverano alla fonte, semplice e modernissima nelle sue linee; mentre le stelle, ordinate nei loro raggi di luce simili a preziosi ricami, a mio avviso potrebbero aver suggestionato anche Van Gogh quando ha dipinto la sua "Notte stellata", pur così espressionista ed onirica.
Basilica di Sant'Apollinare in Classe (foto mia)
Ma è sul fascino della basilica di Sant'Apollinare in Classe che vorrei soffermarmi.
Entrare in essa è essere avvolti dal silenzio e da un senso spaziale che non ha paragoni. 
È percepire subito una dimensione "altra" non solo per le proporzioni dell'edificio in rapporto alla figura umana, ma soprattutto per quello spazio che si dilata man mano che si procede al suo interno. Più ci si avvicina infatti al grande catino absidale, accompagnati dalla fila di colonne di marmo grigio, più la navata centrale sembra aprirsi nella luminosità discreta delle finestre sul fondo e di quelle laterali.
(foto mia)
Si arriva così a contemplare la grande croce latina che campeggia sopra uno dei più splendidi esempi di paesaggio agrario che la storia dell'arte ci abbia lasciato: alberi, arbusti e agnelli, ordinatamente disposti attorno alla raffigurazione del Santo Vescovo Apollinare e immersi in un prato dalle svariate tonalità di verde.

Imponente eppure semplice, alta eppure raccolta, la basilica - che non differisce nella struttura da quella paleocristiana di Santa Sabina a Roma - ha il suo fascino proprio nella luce. Una luce discreta, creata dal contrasto tra le pareti chiare e la copertura a capriate, ma anche dal clima assorto e dalla straordinaria armonia che vi si respira e che attrae il visitatore.

(foto mia)
I diversi elementi che lungo le navate si ripetono, paiono infatti fargli quasi da guida all'interno dell'edificio, in uno spazio che desta progressivo stupore. 
Ci si ritrova così a percorrerlo con lentezza perchè in esso tutto - dalle decorazioni alle colonne e agli antichi sarcofagi - ha ordine, ritmo e una pace che consente di rientrare in se stessi, in una dimensione interiore di silenzio.

E per commentare queste immagini, ricorro a splendide note da un passato lontano, dando il benvenuto nel blog ad uno dei più celebri compositori di polifonia rinascimentale: Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594). 
Mi pare infatti che il suo "Jesu Rex admirabilis", mottetto a tre voci tra i più conosciuti, possa rispecchiare l'atmosfera di stupore e di contemplazione che si offre a chi entra in questi monumenti ravennati.  
Sappiamo tutti quanto risuoni diversamente la musica in rapporto alle dimensioni e all'altezza dei vari ambienti. L'interpretazione che ho scelto ci consente di cogliere proprio il riverbero di note che si percepisce talora quando si canta in un ambiente molto vasto. E mi pare possa restituirci quel senso spaziale e quel silenzio contemplativo che avvolge il visitatore all'interno di Sant' Apollinare in Classe.
Un patrimonio di bellezza in cui affondare lo sguardo e dissetare l'anima, uno spazio custode del passato e offerto a chi cerca un profondo senso di ristoro anche per il presente.

Buon ascolto!

giovedì 28 febbraio 2019

Se il tocco è femminile

Ancora una giga???
Sì ancora, e scelta sempre dall'immensa produzione bachiana.
Ma stavolta l'interpretazione è anche al femminile e spero che András Schiff - di cui vi ho parlato la scorsa settimana - mi perdonerà se, alla sua pur pregevole esecuzione, in questo caso affianco quella di Simone Dinnerstein.

Si tratta di una pianista americana, classe 1972, che i lettori di questo blog già conoscono per averla ascoltata precisamente qui.
Famosa - tra l'altro - per aver registrato le "Variazioni Goldberg", la Dinnerstein si distingue per la sua particolare lettura dei pezzi bachiani che la pone agli antipodi rispetto ad altri celebri interpreti come - se vogliamo parlare al femminile - la canadese Angela Hewitt.

A proposito di Bach, sono annose fra i musicisti le discussioni sul modo di suonare certi suoi brani. Meglio al clavicembalo o al pianoforte? Con o senza pedale? È più opportuna una lettura filologica dei testi, che rispetti rigorosamente le dinamiche previste dal compositore o ci si può prendere qualche libertà? Meglio essere fedeli al passato ripristinando l'uso di strumenti d'epoca o seguire il filo della sensibilità odierna anche nel rileggere ciò che sta alle nostre spalle? 
Questioni spesso dibattute alle quali ogni interprete, di volta in volta, ha dato una risposta dettata soprattutto dalla propria sensibilità.
Ma forse la soluzione sta nel mezzo, nel considerare cioè che, se da un lato non è corretto suonare un autore barocco come si farebbe con un romantico, dall'altro resta vero che il pianoforte - che al tempo di Bach non esisteva - offre potenzialità espressive più ampie rispetto al clavicembalo. Consente così di far emergere da un brano sfumature e sonorità che ne arricchiscono lo splendore insieme alla carica emozionale.
Occorre quindi, tra rigore e libertà, un equilibrio che a me pare trovi attualmente la sua massima espressione in András Schiff, mentre la Dinnerstein - più giovane - è una figura innovativa ma anche più discussa. 
Per la sua libertà interpretativa è stata infatti talora oggetto di critiche da parte dei puristi, ma ha ricevuto anche apprezzamenti per la sua autonomia da una lettura strettamente filologica dei testi bachiani.

Detto questo però, confesso che, proprio nel pezzo che segue, mi sento più in sintonia con lei e - come scrivevo sopra - spero che il nostro amico András mi perdoni. Ma veniamo al brano. 
Si tratta della "Giga" che conclude la "Partita n.1 in Si bemolle maggiore BWV 825", pezzo di nitida luminosità e di grande effetto anche perchè giocato sull'incrocio delle mani. Ma non è particolarmente difficile e suonarlo consente di osservare dall'interno la bellezza della sua costruzione.
"Allegretto con moto, ma espressivo" recita l'indicazione in cima allo spartito, e se la prima parte della frase riguarda la velocità di esecuzione, la seconda ne mette in luce la morbidezza. 
Proprio relativamente a questi due aspetti, mi pare che l'interpretazione di Schiff sottolinei il primo con un'esecuzione veloce e giocosa che privilegia il ritmo, mentre la Dinnerstein sia invece più portata ad esaltare il secondo. 
Nella sua versione, ci sono infatti qua e là passaggi in cui la melodia si allarga in un andamento più tranquillo insieme a tocchi di straordinaria e quasi furtiva dolcezza con cui la pianista fa parlare luminosamente ogni singola nota. 
E mentre nei diminuendo Schiff tende a scandire nettamente legati e staccati, la Dinnerstein ne mette invece in evidenza i cromatismi con una lettura del brano più morbida e certo un po' romantica ma - a mio modesto avviso - molto affascinante. Poi mi direte voi.

Resta comunque il fatto che il genio di Bach risplende con ogni tipo di strumento o interpretazione, e molteplici sono le dimensioni della sua ricchezza creativa che ogni bravo musicista può esplorare e mettere in luce.

Buon ascolto!

mercoledì 20 febbraio 2019

Giocosa leggerezza

(foto presa dal web)
Ho un passioncella segreta per András Schiff.
"Brava! - direte voi - E vieni a raccontarlo proprio qui???"
Lo so, non dovrei, ma questo è un angoletto di web un po' appartato e poi conto sulla vostra discrezione. 
Si tratta comunque di una passione squisitamente musicale che tuttavia - se devo essere sincera - non nutro solo per lui. 
Del resto, tutti sanno che la musica alimenta spesso un certo romanticismo, soprattutto quando i suoi interpreti sanno fondere alle note il proprio cuore, regalando a ciò che suonano un tocco inconfondibile.

A dire il vero, non sempre entro facilmente in sintonia con tutti i musicisti, a volte mi ci vuole del tempo, ma András Schiff mi è piaciuto subito. 
Anno più anno meno, dovremmo essere quasi coetanei e, se io fossi stata pluriripetente e lui - da genietto qual è - fosse andato a scuola in anticipo, avremmo potuto forse trovarci in classe insieme: io al primo banco e lui un po' più scafatello in fondo al fila, vicino alla finestra, lo sguardo azzurro perso già nella musica...
Nooo...eh? Dite che sto vaneggiando?
O forse mi attira per un certo fascino ungherese, la chioma ormai lumeggiata di grigio, gli occhi cerulei e quell'ombra di sorriso che nasce da dentro quando al pianoforte suona Bach.
Sì, perchè è uno dei maggiori interpreti viventi del compositore tedesco, anche se nel suo repertorio trovano spazio numerosi altri musicisti.
Mi è sempre piaciuto il suo modo di accostarsi a Bach perché, alla precisione e al rigore, Schiff unisce una grande morbidezza di suono insieme ad uno straordinario gusto: un gusto espresso sempre con discrezione e signorilità in un dialogo con la musica che ce ne restituisce di volta in volta l'energia, la dolcezza, la solennità o l'attitudine giocosa. 
E ora che la mia passioncella non è più segreta, passiamo al brano.

Proprio per la sua attitudine giocosa, dall'immenso complesso delle composizioni bachiane, ho scelto una "Giga", precisamente dalla "Suite francese n.5 in Sol maggiore BWV 816".
Si tratta - come già sapete - di una danza dal ritmo veloce e dalla costruzione in terzine che il multiforme genio di Bach ci offre qui in uno splendido esempio. Sono note che sprigionano un'irrefrenabile energia, un movimento simile a quello di cavalli al galoppo, ma insieme ci regalano una spensieratezza che mi fa pensare ai bambini quando prendono una gioiosa rincorsa o saltano in allegro girotondo senza altri pensieri al mondo. Il tema infatti è vivacissimo, sia nella prima parte del brano che nella seconda dove - come spesso accade in Bach - si dipana al contrario.

Ma torniamo a Schiff: osservate la leggerezza con cui suona!
Il suo è un tocco precisissimo ed elegante, capace di farci cogliere le dinamiche del pezzo, il progressivo sovrapporsi delle voci, gli accenti o l'improvvisa morbidezza di alcuni passaggi. Del resto, basta guardare le mani per vedere con quale compostezza e al tempo stesso con quanta giocosa fluidità si muovono sulla tastiera.
Ma a prendermi è anche l'intima gioia che traspare dal suo sguardo talora  ammiccante, dal suo lieve sorriso, dai cenni del capo nel seguire l'andamento del brano e nel coglierne quello splendore che - a sua volta - poi riflette nel modo di suonare, in una sorta di circolarità tra cuore, mani e musica. 

La clip video che segue comprende l'intera "Suite" ma - per mia e vostra gioia - l'ho fatta partire proprio dalla "Giga" che è l'ultimo movimento. 
Poi, se volete, potete tornare indietro e riprendere la composizione dall'inizio.

Buon ascolto!

mercoledì 13 febbraio 2019

"Inverno"

(foto presa dal web)
Splende un magnifico sole, oggi, e non è la cornice che mi ero immaginata per pubblicare un post invernale, più adatto all'atmosfera ovattata della neve o della nebbia e al desiderio di intimità che la stagione fredda porta con sè.
Oggi invece no, solo un velo di brina che si è sciolta in mattinata, cielo azzurro e un'aria che sembra anticipare la primavera e indurre a un più ampio respiro.
Ma l'improvvisa dolcezza del clima non mi impedisce di condividere con chi passa di qui l'argomento di un libro che ho appena finito di leggere e che - come vedete - riproduce in copertina il paesaggio innevato di un famoso dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio.

Si tratta di "Inverno", un saggio dello storico Alessandro Vanoli  sui molteplici aspetti di questa stagione dal passato al presente, indagati anche attraverso una serie di testimonianze di letteratura, musica e arte figurativa.

È il freddo il filo conduttore del testo nel dipanarsi del tempo, un freddo che i nostri antenati conoscevano bene e al quale si erano adattati nel chiuso degli antichi monasteri e dei castelli, ma anche all'interno delle case di campagna fino a non moltissimi anni fa. Un freddo che diventa protagonista della storia condizionando anche lotte e guerre dal Medioevo all'epoca moderna, ora nemico ora alleato dei contendenti. 
Vanoli ricorda a questo proposito episodi famosi: dall'umiliazione di Enrico IV a Canossa nella bufera del gennaio 1077, a Napoleone sconfitto dal gelo delle steppe russe, fino alla prima guerra mondiale così come ne ha parlato Mario Rigoni Stern ne "Il sergente nella neve".  
La neve appunto: un mondo divenuto simbolo di rigore e di tempeste ma anche di intimità e di silenzio, fino ad anni più vicini a noi quando - con la possibilità di riscaldare ormai ogni ambiente - la prospettiva con cui si guarda alla stagione fredda cambia. La neve diventa così protagonista degli sport invernali e insieme fonte di turismo e divertimento.

Ma c'è di più. Il libro si addentra anche in una molteplicità di tradizioni, abitudini e folklore che - sulla base di una ricca documentazione - Vanoli ricorda, associandone alcuni aspetti proprio ai mutamenti del clima e alle necessità da esso imposte. L' autore spazia così dalle esplorazioni geografiche fino all'abbigliamento, dalle feste ai doni e a tutte quelle usanze che, fiorite da radici storiche, sono entrate poi nell'immaginario collettivo associando all'inverno un senso di attesa. 
In effetti, il sottotitolo del libro è proprio "Il racconto dell'attesa" e il suo stile ha spesso i connotati di una narrazione: intima, sommessa, pacata, quasi fossimo intorno al fuoco ad ascoltare antiche favole, attenti a che le parole non turbino il profondo silenzio nel quale la natura cova una rinascita. 
Vanoli ci parla così dell'attesa del Natale con le sue consuetudini, dell'Epifania e poi ancora del Carnevale, feste che - per certi aspetti - affondano le radici nel bisogno di cogliere l'eterno ritmo di una vita che sembra finire, ma torna a riprodursi.
E non tralascia poi di ricordare quanti scritti, dipinti e musiche sono stati ispirati dal fascino della stagione invernale senza trascurare quanto ci arriva anche da altri continenti. In un percorso ricco e variegato, ci conduce così da Tolstoj a Dickens; dalle miniature dei Fratelli Limbourg alla neve nei quadri degli Impressionisti e nelle stampe giapponesi; dal celeberrimo "Inverno" delle "Quattro stagioni" di Vivaldi a Schubert, Tchaikovsky, fino a Piazzolla e a De André, per citare solo qualche esempio.

E siamo quindi arrivati alla musica. 
Ho pensato a lungo a quale brano associare a questi cenni sul libro e naturalmente il primo a venirmi in mente è stato proprio il "Largo" dell'Inverno vivaldiano che però ho già pubblicato in passato, come pure qualche altro riferimento.
Infine, ho scelto un pezzo di Ludovico Einaudi intitolato "Il viaggio d'inverno", tratto dalla colonna sonora del film "Sotto falso nome" del 2004: una musica che - al di là dei riferimenti alla pellicola che è un thriller - a mio avviso può vivere di vita propria.
Mi è piaciuta infatti l'atmosfera che essa riesce a creare, quasi fosse una sorta di contemporaneo Winterreise che ci vede viandanti nel silenzio e nella solitudine. E se da un lato il brano sa cogliere l'intimità della stagione, dall'altro ci fa percepire l'oscura desolazione e quel senso di mistero che talora la natura invernale porta con sè. 
Sono solo quattro le note intorno alle quali ruota il tema, ribattute e ripetute su differenti piani tonali, a costituire la cifra sobria e inconfondibile dello stile di Einaudi. Ma suggestivo è il contrasto tra il suono vibrante del pianoforte e quello degli archi, come pure il contrario verso la conclusione del brano, dove è il pianoforte a scandire malinconicamente la melodia mentre gli archi - in sottofondo - le regalano intensità.

E per concludere, mi affido alle parole di Vanoli alle pagg. 179-180 del libro, che mi sembrano adatte ad interpretare anche l'atmosfera di questa musica:

 "Certo lo so: era un'attesa ingenua quella che mi è venuta in mente. Un'attesa da bambino. Ma l'ho imparata lì, credo, la lezione dell'inverno. Quella di una natura che rallenta il suo respiro stretta in un manto di gelo. Quella della natura sospesa." (...)  
"Perchè quella natura che si spegne si riflette inevitabilmente in noi, nella nostra attesa di rinascita, nella nostra fisiologica speranza di vita di fronte alla morte. E il freddo e il gelo ci mettono inevitabilmente di fronte a tutto questo. Perchè è in quel momento, quando tutto si ferma, che la morte si fa improvvisamente tangibile. Eccolo allora l'inverno delle nostre paure e dei nostri limiti di fronte a una natura indifferente. E il freddo diventa quindi insegnamento, disciplina del corpo e dello spirito: quell'educazione alla lentezza e all'attesa che solo il gelo e la solitudine del ghiaccio sanno donarti, abituandoti a dare il giusto ordine e la priorità alle cose."

Buon ascolto!

 

giovedì 7 febbraio 2019

Altamente improbabile

(foto prese dal web)
Lo so, in questi ultimi tempi mi sono sbizzarrita forse un po' troppo nel cercare somiglianze, coincidenze, analogie tra musiche del passato e del presente: voli pindarici che mi hanno sempre affascinato e dai quali mi sono lasciata prendere e portar via con gioia.  
Infatti, cercare in un brano parentele con altri è sempre stata per me una tentazione irrestistibile, soprattutto quando mi capita - e mi capita! - di canticchiarmi una melodia finendo poi, senza accorgermene, in un'altra.

Ascoltando - per esempio -  l' "Adagio" della "Seconda Sinfonia" di Rachmaninov, mi accade di sentir risuonare in me qualche tratto della celebre colonna sonora del film "Nuovo Cinema Paradiso". Non è una somiglianza vera e propria a condurmi dall' uno all'altra, ma un'aura, un'atmosfera, una sorta di vaga suggestione. Non solo, ma a volte penso che, nel comporre tale colonna sonora, Ennio Morricone abbia seguito anche il ricordo di alcune Allemande bachiane tratte dalle "Suites francesi", la quarta e la quinta per essere precisi.

Follie della sottoscritta? Qualcuno mi dirà: "Datti una regolata, stai ascoltando troppa musica e...a una certa età, ti va tutto insieme!"
Lo riconosco, è possibile. Ma siccome sono un tantino testarda - solo un tantino, eh! - resto convinta che dietro certe corrispondenze si nasconda spesso un motivo. E talora è davvero un motivo: un'aria antica che risuona segretamente in un pezzo recente, una cultura fatta propria dal musicista, che riaffiora qua e là come un fiume sotterraneo che appare in superficie e poi torna a inabissarsi. Ma il suono delle sue acque mi resta nell'orecchio, e suscita in me un desiderio così pressante di scoprire l'identità di questo fiume segreto, che m' induce alle ipotesi più disparate.

Bene. Allora perdonatemi, ma tenetevi forte perchè, se finora mi sono divertita a buttar là qualche sciocchezzuola operando collegamenti con una sorta di immaginazione senza fili, oggi invece sono in procinto di spararla grossa.
È Aram Khachaturian (1903 - 1978) questa volta il protagonista - o la vittima - della mia follia e il brano che vi propongo è uno dei più famosi.
Si tratta dell' "Adagio" dal balletto "Spartacus" che riporto qui in un'affascinante versione per pianoforte solo. Un brano molto intenso, ricco di passaggi appassionati di grande effetto che è stato ripreso anche a commento di una serie tv britannica di genere avventuroso.

Ma vengo al dunque. Il fatto è che, subito al primo ascolto e via via nei successivi, mi sono risuonate dentro altre melodie. 
In certi passaggi la passione del "Sogno d'amore" di Liszt, in alcune dissonanze un richiamo al languore della musica tardoromantica, ma soprattutto nel tema del brano - e qui viene il bello! - ho ritrovato lo schema armonico della famosissima "My way" resa celebre, tra gli altri, da Frank Sinatra. 
Affermazione azzardata, collegamento concretamente improbabile, lo so!
Eppure, per quanto l'Adagio del compositore russo abbia un clima musicale differente e - nella parte successiva a quella riportata dalla clip-audio - si volga verso toni drammatici, il suo tema mi riconduce alla canzone. E più lo ascolto, più mi sento di affermarlo con piena avvertenza e deliberato consenso, proprio come per i peccati mortali! 
Ma quale dei due autori avrà preso ispirazione dall'altro? 
Non certo Khachaturian che ha composto l'opera nel 1954, mentre "My way" riprende la musica di "Comme d'habitude", scritta da Claude Francois nel 1967 e successivamente riadattata nel testo e nel titolo da Paul Anka. E allora?
Allora non so, non ho altri elementi, ma provate a risentire la canzone aprendo questo link: https://www.youtube.com/watch?v=onWf4_yl-pY.

A dire il vero, avrei altre due cosette da aggiungere, ma per pudore mi fermo qui, perchè si tratta ancora di riferimenti altamente improbabili e sono convinta che non solo gli amici lettori più esperti, ma anche i compositori a cui penso - dal Paradiso dei musicisti dove me li immagino - si farebbero due matte risate. 
E quel briciolo di senno che mi è rimasto mi suggerisce che per oggi basta così.

Buon ascolto!

 

mercoledì 30 gennaio 2019

Il volo di una giga

Piet Mondrian: "Melo in fiore"  (foto presa dal web)
Nella mia navigazione musicale ormai quasi quotidiana, mi è capitato recentemente di riascoltare una composizione della quale - tempo fa - avevo pubblicato proprio qui una piccola parte. 
Si tratta della "Suite orchestrale n.4 op.61" detta "Mozartiana" di Piotr Ilic Tchaikovsky, pezzo la cui singolarità - come si evince dal titolo - sta nel fatto che l'autore riprende in esso vari brani di MozartSi va da alcune sonate per pianoforte solo, fino al celebre "Ave verum", ma anche alla rielaborazione che il compositore salisburghese aveva fatto di un'aria di Gluck. E la parte pubblicata qui a suo tempo era proprio una Variazione - la n.9 - tratta da quest'ultimo movimento.

Tuttavia, riascoltando l'intera composizione, stavolta è stato il primo tempo a colpirmi, una Giga, e due particolari mi hanno invogliato a risentirla. 
Innanzitutto mi ha incuriosito il fatto che sia stata posta da Tchaikovsky in apertura del brano mentre, nelle suites del periodo barocco, è sempre nel finale; ma poi il termine mi ha riportato a Bach e a Haendel ai quali varie volte Mozart ha fatto riferimento.
Così, dopo aver ascoltato la suggestiva e scintillante orchestrazione di Tchaikovsky che dilata le sonorità del pezzo, sono andata a cercare l'originale mozartiano: la "Giga in Sol maggiore K.574".

La giga è un'antica danza il cui splendore sta sempre nel ritmo della sua costruzione in terzine e nella sua vivacità. Per questo, tra le tante esecuzioni offerte da youtube, ne ho scelta una per pianoforte che sapesse conciliare la morbidezza mozartiana evidente in alcuni passaggi conclusivi, con l'andamento concitato e veloce del pezzo. 
Ma benchè Mozart ne abbia ricalcato la consueta struttura presente nelle varie suites del passato, l'ho trovata sorprendente.
Infatti - anche in un'interpretazione come questa, non eccessivamente spinta rispetto ad altre - singolare per me resta il ritmo che, nonostante sia sempre giocato su di un tempo di 6/8, tuttavia a tratti - esattamente a 0,45 e a 1,12 dall'inizio - sembra perdersi chissà dove...
È solo un' impressione: forse una questione di accenti che, nel vortice della musica, se prima si sentivano nettamente cadere sulla prima nota di ogni terzina, qua e là si smarriscono in una sorta di caos giocoso e leggero. 
Per qualche battuta infatti, pur senza perdere la propria armonia, la danza pare scomporsi quasi la regolarità del suo andamento ritmico venisse meno e si traducesse in una corsa o in un volo un po' funambolico e - a mio avviso - modernissimo.
Semplici dettagli - presenti anche nella versione orchestrale di Tchaikovsky, ma non così evidenti - che mi parlano della meraviglia dell'inventiva mozartiana e insieme della sua straordinaria capacità di precorrere i tempi.

Così, mi piace associare al brano di Mozart la riproduzione che vedete qui sopra: s'intitola "Melo in fiore" ed è un delicatissimo dipinto dell'olandese Piet Mondrian (1872 - 1944) conservato a l'Aja presso il Gemeentemuseum.  
L'opera s'inserisce nella serie di alberi che l'artista ha realizzato partendo da una figura ben delineata e arrivando a una progressiva stilizzazione delle forme che - in seguito - semplificherà ulteriormente avviandosi verso la pittura astratta geometrica.  
Un dipinto dove anche l'immagine sembra scomporsi con leggerezza di tratti e di colori, mantenendo tuttavia intatta - come nel brano di Mozart - la propria armonia.

Buon ascolto!

giovedì 24 gennaio 2019

Dall'Inghilterra barocca ai videogiochi giapponesi.

J.Closterman: "Ritratto di Purcell" (foto presa dal web)
È sempre interessante scoprire come le musiche del passato siano vive ancora oggi non solo per l'ascolto degli appassionati, ma anche riprese e rielaborate in tante forme che ci capita di sentire magari casualmente.
Possiamo trovarle nella colonna sonora di un film o di una pubblicità televisiva o nell'aria di una canzone; può trattarsi di un brano classico in versione originale o di un arrangiamento, ma sempre il richiamo della sua bellezza ci cattura e non smette di riecheggiare in noi.

Così, oggi mi piace condividere qui un pezzo di musica barocca che ha avuto nel tempo grande fortuna ed è stato ripreso in diversi contesti.
Si tratta del "Rondeau" dalla Suite scritta per l'opera teatrale "Abdelazer" dal compositore inglese Henry Purcell (1659 - 1695), autore di creazioni sia sacre che profane, insieme a brani di carattere celebrativo tradizionalmente eseguiti per l'incoronazione o la morte di monarchi britannici.

La Suite in questione - scritta da Purcell verso la fine della sua brevissima vita - si compone di numerosi pezzi tra i quali il "Rondeau" è divenuto nel tempo il più celebre. A tale successo hanno contribuito compositori moderni come Benjamin Britten che, nella sua "Guida del giovane all'orchestra op.34" - lavoro squisitamente didattico che può ricordare un po' "Pierino e il lupo" di Prokofiev - si basa proprio su questo brano.
Non solo. Ascoltandone il ritmo deciso e al tempo stesso un po' danzante, possiamo tornare al passato ritrovando qualche somiglianza con lo schema armonico della celebre Passacaglia di Haendel: sì, proprio quella dell'intervallo televisivo! E se invece vogliamo correre avanti nel tempo, scopriamo che il "Rondeau" faceva parte del commento musicale di alcune serie televisive inglesi di qualche decennio fa, mentre in seguito il compositore Dario Marianelli lo ha inserito nella colonna sonora del film "Orgoglio e pregiudizio".

Ma, navigando su youtube, mi sembra di aver scoperto casualmente un altro inaspettato riferimento.
Come avrete osservato, da un paio di mesi a questa parte mi diletto ad ascoltare ogni tanto musica giapponese, talora nata per un genere come quello dei videogiochi e a volte trascritta in una veste classica indubbiamente affascinante. Muovendomi in quest' ambito, ho trovato il brano che vi propongo qui di seguito, tratto proprio dalla colonna sonora di un videogioco.
Il pezzo s' intitola "Menuet", ed è parte della Suite sinfonica scritta da Koichi Sugiyama per l'album "Dragon Quest IV - The People are Shown the Way" pubblicato nel 1990. Il compositore - classe 1931 - è famoso per aver creato le musiche dell'intera saga di questo gioco di ruolo e, nel settore, è considerato una sorta di caposcuola. Ma ascoltiamo il brano.

Pur essendo meno scandito e vivace, il suo tema iniziale a me pare molto simile a quello del "Rondeau" e, se pure la parte successiva sembra allontanarsene, in realtà è una sorta di variazione che parte però dalla stessa base. Se vogliamo poi, anche lo stesso titolo "Menuet" è un riferimento alla musica del passato.
Solo una mia impressione?? Non so, ditemi voi. 
Mi piace comunque riportare qui il pezzo non tanto per un suo particolare pregio artistico, ma perchè trovo interessante scoprire che - a distanza di secoli - certe melodie rifioriscono in ambiti dove non ce le aspetteremmo. 
E che un compositore giapponese di musiche per videogiochi si rifaccia allo stile barocco dell'antica Inghilterra mi sembra - ancora una volta - segno della grandezza della tradizione musicale europea e insieme della versatilità culturale del lontano Oriente.

Buon ascolto!

 

mercoledì 16 gennaio 2019

Perseveranza in Fa diesis minore.


Circolo delle quinte (foto presa dal web)
Sappiamo tutti - anche chi con la musica ha a che fare solo sporadicamente - quanto sia significativo in un brano l'uso di una certa tonalità invece che un'altra, per dare al pezzo una sua fisionomia fatta di gioia o di tristezza, di forza o di struggimento.

Non si tratta solo della grande suddivisione in modi maggiori e minori che - ascoltando musica - tutti facilmente avvertiamo: i primi positivi e vitali, gli altri malinconici e cupi o venati di ombre. 
A conferire un certo carattere a un pezzo è anche la specifica tonalità che ha sue peculiarità sonore, secondo la scala usata e la conseguente presenza di diesis o bemolle, come si osserva dallo schema riportato qui sopra.
L' argomento è vasto quanto problematico perchè, nel cogliere certe differenze, talora entra in gioco anche la soggettività della percezione. 
Tuttavia, se è vero che all'altezza di ogni nota corrisponde una determinata frequenza e una particolare vibrazione, si comprende quanto la tonalità in cui un pezzo è stato composto abbia sempre un suo preciso carattere che, cambiando scala, in qualche modo si perde.

Mai capitato a nessuno di giocare a rendere più facile un brano trasportandolo in tonalità diversa? Mai provato - ad esempio - a suonare in Do naturale, azzerando allegramente i sette diesis, il "Preludio n.3 BWV 848" del primo libro del "Clavicembalo ben temperato" di bachiana memoria? 
Lo so, gli esperti si stracceranno le vesti perchè - se tecnicamente tutto diventa più facile - in realtà non è la stessa cosa, perchè cambia il paesaggio sonoro con le sue sfumature di colore. Non per niente si parla di scala cromatica.
Lo si avverte ancora meglio in un coro: capita a volte che si sia tentati di abbassare magari di un solo semitono certi brani troppo alti. Ma, talora, un po' di quell' aura di bellezza che li contraddistingue si perde e l'effetto non è più lo stesso. La scelta di una determinata tonalità infatti è intimamente legata al carattere del pezzo e a ciò che l'autore in esso intende esprimere.

Tutto questo discorso per introdurre un brano che mi ha colpito non solo per la sua costruzione musicale, ma anche per la corrispondenza che vi avverto proprio tra argomento e tonalità.
S' intitola "No more tears", ed è una composizione per piano solo tratta dal doppio cd "Equilibrium" di Giovanni Allevi, uscito nel 2017.
È un pezzo vibrante e drammatico che, dopo pochi e netti accordi introduttivi, si apre con un tema dolente affidato alla mano destra e sostenuto dalle quartine della sinistra che, nel loro rigore, gli conferiscono la severità di uno studio bachiano. 
Nonostante qualche apertura in maggiore, le successive riprese si caricano di  una pulsazione ansiosa - peraltro non nuova nelle creazioni di Allevi - e di una progressiva, sofferta intensità che sembra dilatare le sonorità del pianoforte. 
E le note spesso staccate o talora ribattute, mentre altrove potrebbero risultare quasi giocose, qui invece ci parlano di un dramma. 
Il titolo è infatti "No more tears" : non più lacrime.
Perchè mai?
È stato il compositore stesso a spiegarlo in diverse occasioni, rivelando di aver composto il pezzo dopo un' operazione a un occhio per un grave distacco di retina al quale tuttavia l'intervento non ha potuto porre rimedio. 
Il brano riflette l'abisso di questa dolorosa consapevolezza e al tempo stesso la ferrea volontà del musicista di non lasciarsi domare dagli eventi, ma di reagire con coraggio, disciplina e - appunto - senza più lacrime.
A mio avviso, ce lo dicono proprio quelle quartine che, nella loro concitazione nervosa e sofferta, sembrano talora sovrastare il tema, ma alle quali è il tema stesso a rispondere con note scandite in assoluto rigore.

Ma ancor più significativa - e qui arriviamo al punto - mi sembra la tonalità scelta da Allevi per il brano: Fa diesis minore.
Mi pare infatti che essa sappia esprimere in pieno il suo stato d'animo, perchè al clima ombroso e mesto del Fa minore aggiunge un diesis che - almeno in parte - ne va a modificare l'effetto. 
Mi rendo conto che è un dato del tutto soggettivo e fondato unicamente sulla mia percezione. Ma il diesis - che nella scala cromatica rispetto al Fa naturale sale di un semitono - mi parla di quella perseveranza che consente al compositore di attraversare la difficoltà senza abbattersi. Vi sento infatti non un segno di molle abbandono, ma un elemento che conferisce al Fa minore un carattere di energico riscatto.
Una percezione che la musica mi restituisce con immediatezza e che m' induce ad amare questo brano intensamente.

Buon ascolto!

martedì 8 gennaio 2019

Nostalgia d'amore

Caravaggio: "Suonatore di liuto", particolare. (foto presa dal web)
Riscoprire antiche musiche e restituirle al pubblico in chiave di attualità senza tuttavia privarle della loro aura di pregio, è operazione lodevole che svariati compositori e cantanti hanno compiuto nel tempo.
Tra questi Sting che ha ripreso spesso melodie del passato, facendo riferimento ora a Bach, ora a Purcell, ora a Prokofiev, ora tornando invece al Rinascimento.
Così oggi, per inaugurare il nuovo anno, mi sono lasciata prendere dal fascino con cui il cantante interpreta un brano di John Dowland (1563 - 1626), autore che chi frequenta questo blog già conosce e del quale ho pubblicato la canzone "Now, o Now I needs must part..." che potete ritrovare qui.

Questa volta si tratta di "Come again", altro celebre madrigale del compositore inglese, inserito sempre nella prima raccolta dei suoi canti del 1597.
A somiglianza di tanti suoi pezzi, il tema del brano è pervaso di malinconia ed è stato ripreso nel tempo in differenti interpretazioni: per voce solista e liuto, per coro polifonico, ma anche in rivisitazioni più moderne.
In questa che vi propongo, Sting duetta con il violino di Joshua Bell che - sia nell'introduzione che nel corso del brano - s' inanella in una fioritura di abbellimenti e variazioni che accompagnano e commentano la melodia.

Il testo - di autore anonimo - è il lamento di un amante abbandonato che supplica l'amata di fare ritorno presso di lui e al tempo stesso sogna di poterla di nuovo abbracciare con una passione che va a coinvolgere progressivamente anche i sensi. Ma la donna è sorda alle sue richieste: nè la fedeltà, nè le lacrime dell'uomo riescono a scalfire il suo cuore di pietra e a lui non resta che il pianto e lo struggimento d'amore.
Interessante l'ultima strofa nella quale - come nei congedi delle antiche ballate - il protagonista non si rivolge più all'amata, ma all'Amore in persona che sta preparando i suoi dardi per trafiggere il cuore della donna. Ma l'uomo, ormai sconsolato, prevede che ogni tentativo sarà vano poichè di quel cuore ha già saggiato la durezza.
Un testo intriso di nostalgia, ma anche di una sensualità sottolineata musicalmente dai vari crescendo, dove il timbro un po' roco della voce di Sting ora contrasta, ora si fonde in mirabile duetto con quella melodiosa e acuta del violino, tesa ad esprimere ciò che le parole solo adombrano.

Ma del brano mi piace aggiungere anche una versione per coro polifonico tratta dall'album "Fine Knacks for Ladies" del "Collegium Vocale Bygoszcz", quartetto polacco specializzato in musica medioevale e rinascimentale. 
Mi pare che il pezzo, armonizzato con splendida grazia, metta particolarmente in luce il contrasto tra la delicatezza e la trasparenza dei passaggi iniziali di ogni strofa e l'intensità con cui poi la melodia si accende di passione.

Interpretazioni differenti, ma - a mio avviso - ricche entrambe di un fascino capace di parlarci della medesima Bellezza, sia pure con accenti e sfaccettature diverse. Note che provengono da un passato remoto ma ancora oggi vivissimo, grazie alla loro magia e all'incanto di queste voci che lo rendono meravigliosamente presente al nostro cuore.

Buon ascolto e Buon Anno!

lunedì 31 dicembre 2018

Stupore di una nascita

Bruno Grassi : "Natività"  (foto presa dal web)
Come mi è già capitato altre volte, prima di andare oltre vorrei tornare per qualche momento sul brano di musica pubblicato il giorno di Natale - "In the Bleak Midwinter" di Gustav Holst - e condividere con voi un paio di aspetti che hanno motivato la mia scelta.

Di Holst conoscevo composizioni di tono ora vivacissimo, ora invece molto romantico e non mi aspettavo un canto natalizio. Ma ciò che mi ha convinto a pubblicarlo è stata la particolare interpretazione che ho trovato su youtube. Del brano avevo già scelto un video del "King's College Choir" di Cambridge in una celebrazione ricca di intimità, ma proprio all'ultimo ho scoperto gli "Chanticleer" - coristi statunitensi attivi dal 1978 - e la loro esecuzione mi ha veramente affascinato. 
Perchè mai?
Prima di tutto, per i cambi di tonalità inseriti quasi ad ogni ripresa del testo che ci conducono in un clima musicale sempre differente. Insieme a questo, il canto è affidato di momento in momento a voci diverse: prima al coro in modo sommesso e a bocca chiusa, poi più forte, poi alla solista, infine di nuovo al coro. Voci diverse - appunto - ciascuna ad interpretare il Natale con una sua particolare sfumatura. Inoltre, l'impianto armonico presenta spesso dissonanze che conferiscono alla melodia spessore e modernità.
Ma a convincermi davvero è stata quella sorprendente esplosione di solarità che possiamo ascoltare a 1,43 dall'inizio - andate a risentirla, please! - che ci dice quanto il Natale non sia semplicemente dolcezza e intimità, ma anche un evento colmo di una gioia robusta, dirompente e coraggiosa. 

Bene. Dopo queste piccole precisazioni, oggi andiamo avanti a celebrare lo stupore di una nascita, lasciandoci prendere però da un'atmosfera musicalmente ancora diversa come quella di un coro alpino.
Si tratta di un canto di Bepi de Marzi interpretato da "I Crodaioli" e intitolato "Intorno a la cuna", dal cd "Varda che vien matina" (1977). 
È un brano pervaso dal consueto afflato poetico che anima i testi del compositore vicentino, un pezzo ricco di trasparenza e caratterizzato da una struttura armonica semplice che alterna passaggi di tono energico ad altri molto più dolci e sommessi. Ce lo suggerisce anche l'indicazione "Dolcemente con semplicità" che accompagna lo spartito.

Nasce un bimbo e tutti sono presi da stupore: dal padre cui segretamente trema la barba per la commozione, alla mamma che è contenta, dagli alpini a tutta una comunità di persone che si accinge a cantare una ninna-nanna per il piccolo. Sembra proprio di vedere tanti visi curvi sulla culla del piccino, ciascuno col proprio sorriso e il proprio incanto davanti alla meraviglia di una vita nuova.
Due particolari mi colpiscono nel testo. 
Primo è il fatto che ci si rivolga direttamente al bimbo: è il racconto dello stupore di una nascita narrato al neonato stesso ("la to cuna...to pare...to mama...te ghè...") e, anche se non tutte le strofe sono costruite così, mi pare comunque significativo questo regalare uno sguardo di positività alla persona che nasce. Infatti, è sottolineare la bellezza della sua esistenza, un po' come quando si mette per la prima volta un piccino davanti a uno specchio dicendogli: "Chi è questo bel bambino?...", perchè in lui inizi una sorta di riconoscimento del proprio splendore di essere umano e della festa che ciò irradia.
Il secondo aspetto degno di nota sta, a mio avviso, nel primo verso: "Intorno a la to cuna, l'amor se gà incantà!": un amore quasi personificato che ama il suo frutto, che ha un moto di toccante stupore per l'essere cui ha dato vita, proprio come Dio nel racconto biblico della creazione "...vide che era cosa buona".
E sulla gioia espressa da queste parole e queste note, mi piace augurare un sereno anno nuovo a tutti voi che passate di qui!

Buon ascolto!

martedì 25 dicembre 2018

Buon Natale!!!


Gerard van Honthorst (1592 - 1656) : "Adorazione del Bambino" - Firenze, Galleria degli Uffizi.

 
Gustav Holst (1874 - 1934) : "In the Bleak Midwinter".

venerdì 21 dicembre 2018

Voci di straordinaria trasparenza

(foto presa dal web)
Oggi è la volta di un ensemble vocale britannico che ho scoperto da poco su youtube e che mi ha colpito per la purezza delle voci e l'ampiezza del repertorio. 
Le sue interpretazioni vanno infatti da brani di polifonia rinascimentale fino ad arrangiamenti di musica contemporanea e tale versatilità è proprio la cifra distintiva del gruppo che si esibisce sia a cappella che all'interno di contesti orchestrali.

Sto parlando di VOCES8, coro nato nel 2005 e formato - appunto - da otto componenti così suddivisi: due soprani, un contralto, un controtenore, due tenori, un baritono e un basso.  
Ad affascinarmi è stata la luminosità delle voci insieme alla loro coesione perfetta che mi pare particolarmente evidente nel pezzo che ascolterete.
Ma a proposito del brano scelto, devo confessare che ho preso spunto dal blog "La verità vi farà liberi". Il carissimo Amicusplato ne ha infatti pubblicato alcuni giorni fa una versione ricca di pregio che potete trovare qui e della quale lo ringrazio. Ma insieme spero che mi perdoni se - presa dallo splendore di queste note - non ho resistito alla tentazione di postarle anch'io, sia pure nella differente interpretazione offerta proprio dai VOCES8.

Si tratta di un canto tradizionale tedesco intitolato "Maria durch ein Dornwald ging" ("Maria attraversò una foresta di spine"), melodia più volte rimaneggiata e usata come inno dai pellegrini intorno alla metà dell'Ottocento, ma ancor prima come canto di Avvento. Tuttavia il testo ha radici più antiche e, nonostante manchino certezze sulla data precisa della sua composizione, pare che, almeno nel suo nucleo originario, possa essere ricondotto a un Anonimo del XVI secolo.
In poco più di due minuti di musica, il canto ci riporta all'episodio evangelico della Visitazione, introducendo tuttavia elementi favolistici e un'atmosfera un po' fiabesca che può ricordare anche qualche tratto del Vangeli apocrifi. 
Maria è incinta e nel suo viaggio lungo e probabilmente difficoltoso verso la casa della cugina Elisabetta - il testo di Luca dice che andò verso la montagna - attraversa un bosco da tempo inaridito. Ma al passaggio suo e del bimbo che porta in seno, i rami secchi rifioriscono e le spine si trasformano in rose. 
Un racconto in cui la dimensione del pellegrinaggio e quella dell' Avvento si fondono, un luminoso miracolo, simbolo di un rifluire di vita tesa a distruggere la morte e rinnovare tutta la creazione.

Così pure, l'andamento malinconico del pezzo strutturato prevalentemente in tonalità minore, si carica di progressiva intensità e va a concludersi in maggiore con un accordo di rara bellezza proprio sulla "a" finale di Maria.
Straordinaria la trasparenza delle voci degli otto coristi che cantano le prime due strofe a sezioni separate e l'ultima tutti insieme, mentre l'arrangiamento conferisce al brano modernità e spessore.

Riporto qui la traduzione del testo:

"Maria attraversò una foresta di spine
Kyrie eleison!
Maria attraversò una foresta di spine 
che non aveva dato foglie in sette anni.
Gesù e Maria!

Cosa portava Maria sotto il suo cuore?
Kyrie eleison!
Un bambino piccolo senza dolore, 
questo era ciò che Maria portava sotto il suo cuore.
Gesù e Maria! 

Ma poi le spine  sono fiorite in rose
Kyrie eleison!
Mentre il bambino attraversava la foresta
lì le spine hanno portato rose.
Gesù e Maria!"

Buon ascolto!

venerdì 14 dicembre 2018

"Morning Grace"

Il mio vagabondare su youtube continua e così pure proseguono le mie esplorazioni di un mondo per me musicalmente nuovo come quello delle colonne sonore dei videogiochi giapponesi. 
Un mondo fantascientifico che ho sempre sentito estraneo ai miei gusti, e che tuttavia mi ha sorpreso per la suggestione dei brani che accompagnano i vari filmati.

Così sono ritornata alla musica di Yoko Kanno della quale, proprio a fine novembre, avevo pubblicato "Eyes" dal cd "Escaflowne - Over the Sky", in una incantevole versione per archi.
Oggi è quindi al volta di un altro videogioco, "Brain Powerd 2", uscito nel 1998, che fonde fantascienza e fantasy, terremoti, navi aliene, robot e guerre tra fazioni nella necessità di salvare l'umanità dall'estinzione. 
Si tratta di un canovaccio che in qualche modo ricalca altre precedenti composizioni e che, tra vicende di combattimenti, eroi e nemici, mi pare vada a costruire una sorta di mitologia fantascientifica degli anni Duemila. 
Non eccelso, secondo gli esperti, sul piano della realizzazione tecnica - risale infatti a vent'anni fa - il filmato ha però il pregio di vantare la colonna sonora di Yoko Kanno, musicista indubbiamente pregevole per la versatilità che - come scrivevo a suo tempo - la fa spaziare tra stili ed epoche diverse. Dal jazz al pop, dal rock alla classica e ancora indietro fino al Medioevo, mille riferimenti si possono ritrovare nelle sue note. Ed è anche questo il bello. 

Il brano che ho scelto s'intitola "Morning Grace", sempre in un'intensa versione per orchestra d'archi: un pezzo luminoso e di ampio respiro, un suggestivo esempio di musica che si può accostare a varie creazioni di fine Ottocento e non solo.
Se a proposito di "Eyes" avevo fatto riferimento a compositori tardoromantici, oserei dire che qui - oltre a Brahms o Tchaikovsky - si potrebbe citare anche Rachmaninov, in particolare nel terzo movimento del famosissimo "Concerto in do minore n.2 op.18 per pianoforte e orchestra".  
Non si tratta di una ripresa che vada a ricalcare con esattezza la melodia del tema, ma di un'atmosfera, di un clima musicale che sembra aleggiare sul brano in tutta la prima parte, mentre nel finale le ultime quattro note chiudono invece il pezzo con un modulo degno addirittura di una suite bachiana.
Non dimentichiamo, del resto, che anche uno dei più famosi film di animazione giapponesi - "Nodame Cantabile", uscito nei primi anni Duemila con musiche di vari autori - nella colonna sonora comprende svariati brani di classica.

E ancora una volta mi viene spontaneo osservare quanto la musica del passato sia più che mai presente nelle opere dei contemporanei, talora come vera e propria citazione, ma più spesso come substrato e patrimonio che riemerge nei moduli compositivi, in certi passaggi o nelle varie progressioni. 
Una lezione che, senza nulla togliere all'autenticità e alla fantasia di Yoko Kanno, ne va a sostanziare l'afflato: una cultura ormai interiorizzata che riaffiora naturalmente, divenuta parte integrante della sua ispirazione.

Buon ascolto!

venerdì 7 dicembre 2018

Attese

Osservo da qualche giorno la foto che il calendario mi riserva per il mese di dicembre.
Sto parlando del mio calendario toscano comprato lo scorso anno a Lucca, che da un anno è appeso vicino alla finestra della cucina e s'illumina al primo sole, quando c'è.

Dicevo che ne osservo da un po' la foto perchè, a tutta prima, mi è parsa strana. A dicembre mi sarei aspettata la neve o comunque un paesaggio invernale, magari arricchito da qualche tocco natalizio; invece trovo un tratto di campagna arata, dei cipressi, un antico casale e un sentiero segnato da cespi di erba ancora verde. 
Autunno?...Primavera? Anacronismi di chi ha scelto le immagini? È vero che il clima sta facendo impensate bizzarrie, ma...che anche nei calendari non ci siano più le stagioni di una volta???

A parte questo però, il panorama mi piace. E non solo perchè probabilmente si tratta di uno scatto sulla campagna senese che amo da sempre, ma perchè mi affascina il contrasto tra la delicatezza del cielo e la terra arata di fresco, lavorata, smossa e densa di promesse.
Ma in quale momento della giornata sarà stata presa questa foto? Al mattino o prima del tramonto? E quella sfumatura rosata da un lato è l'ultimo segno del fuoco dell'alba ormai dissolto, o annunzia lieve il prossimo calar del sole? 
Non ci sono riferimenti che ci orientino con precisione, così voglio pensare a un paesaggio colto nella nitidezza del mattino, definito da un'aria trasparente e colori tenui, ma anche da una terra corposa, accesa da tinte che vanno dall'ocra al marrone. Basta infatti ingrandire la foto per contemplare lo splendore di quelle zolle in rilievo dalle quali la luce va traendo intense sfumature e un senso di calda pienezza.

Mi pare stia proprio qui il fascino di questa immagine, nella vicinanza tra cielo e terra nonostante l'apparente contrasto tra alto e basso, vuoto e pieno, chiaro e scuro. Da un lato la suggestione d'infinito col suo mistero a suscitare da sempre interrogativi nel cuore dell'uomo, dall'altro quel campo arato, segno di concreta operosità e insieme di aspra fatica.
Ma un contrasto apparente - dicevo - perchè proprio dal cielo la terra attende con pazienza la pioggia o il sole, la neve o il vento, e ogni frutto che nasce dal suo grembo, come dal grembo degli esseri umani, è sempre in qualche modo il risultato di una fusione tra finito e infinito. E in questo senso sì, l'immagine può legarsi anche all'attesa del Natale.

Così, mi piace associarla a un brano di polifonia sacra: l'inno "God in my head" del compositore inglese Waldford Davies (1869 - 1941).
Si tratta di un pezzo brevissimo, simile a una sorta di antifona di apertura tesa a mettere sotto lo sguardo di Dio pensieri, parole e tutto ciò che nell'uomo è capacità di comprendere e sentire, come una sorta di cornice nella quale inscrivere ciò che vivremo. 
Una musica pacata e luminosa che si sofferma in particolare sulla parola heart (cuore) con un accordo più lungo che, nella sua armonia, esprime anch'esso  tensione e attesa verso un compimento.
Un inno che ha lo stile di un augurio all'inizio di un periodo nuovo, un nuovo giorno, un nuovo anno, e adatto - almeno così a me pare - anche a queste settimane di Avvento. Note e parole che mettono sotto un segno di sacralità, e al tempo stesso di concretezza, i giorni presenti e futuri.

Buon ascolto!