giovedì 16 ottobre 2025

Se lo sguardo è femminile -10



Sono stata a lungo incerta nella scelta del dipinto da pubblicare a proposito della pittrice di questo mese che è Artemisia Gentileschi (1593 - 1653). 
Si tratta di una delle più notevoli figure della prima metà del Seicento che, nella su
a produzione, si è misurata su soggetti sacri e profani, andando al di là dei temi rappresentati da altre artiste. 
La sua fama di pittrice è stata oscurata per un certo periodo dal fatto di essere f
iglia di Orazio Gentileschi - il che talora ha creato problemi di attribuzione delle sue opere - ma soprattutto dalla violenza subita da parte di Agostino Tassi e dal processo seguito alla denunzia di Artemisia. Infatti, se è stata giustamente ricordata per la sua coraggiosa ribellione, in passato tale vicenda ha lasciato in secondo piano il suo talento artistico. 

Gli studiosi che invece ne hanno rivalutato di recente la memoria come pittrice, hanno sottolineato caratteri stilistici che dimostrano la conoscenza delle opere di Michelangelo Buonarroti e del Caravaggio, ma che - a mio modesto avviso - vanno anche al di là dei canoni dell'epoca in cui Artemisia vive. Per questo sono stata incerta nella scelta, perchè i suoi dipinti riflettono un afflato artistico decisamente poliedrico.

In un primo tempo avevo deciso di pubblicare "Susanna e i vecchioni" - che trovate qui a lato - nella versione forse più famosa del 1610 conservata presso il castello di Weißenstein, in Baviera.
L'opera rivela infatti la disinvoltura dell'autrice
nell'ambientare le figure nello spazio ed è evidente il duplice richiamo michelangiolesco nella torsione del corpo della donna che ricorda il modulo della figura serpentinata e insieme nel gesto delle mani che può richiamare il personaggio di Adamo nella Cacciata dal Paradiso all'interno del Giudizio universale.

Poi, sempre tra i dipinti che vedono protagoniste le donne, mi aveva suggestionato anche "Giuditta decapita Oloferne", conservato al Museo di Capodimonte, per il suo chiaro riferimento all'opera analoga che il Caravaggio aveva realizzato circa dieci anni prima. 

Elementi comuni sono tinte come il rosso scuro e il forte contrasto luministico che rende ancor più drammatica la scena. Qui, lo sguardo di Artemisia è preciso e sicuro, quasi analitico, uno sguardo che non arretra neppure nel dipingere i dettagli più macabri come gli schizzi di sangue sul cuscino. 
Dunque, se è senza dubbio notevole l'abilità della pittrice, sul piano stilistico mi sembra di vedere caratteri 
già conosciuti. Per questo, la mia scelta si è orientata poi sull'opera riportata in grande, intitolata "Autoritratto come allegoria della pittura" e conservata a Londra presso la Royal Collection di Kensington Palace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui davvero mi pare che l'artista ci dica qualcosa di nuovo che va al di là della rielaborazione di ciò che ha acquisito nel tempo. 
Quali aspetti mi colpiscono nel dipinto? La modernità del tratto insieme alla
 capacità di far coesistere tale modernità con un'estrema precisione di dettagli; ma soprattutto l'identificazione di Artemisia con la pittura, cosa che anima la composizione a cominciare dall'impostazione prospettica. 
La protagonista infatti attraversa il quadro diagonalmente rivolta alla tela che
dipinge, mentre la luce che piove dall'alto batte sulla sua fronte e illumina il viso concentrato sull'opera che sta realizzando.

Un autoritratto singolare, se lo confrontiamo con i tanti esempi del passato dal Quattrocento al Cinquecento, ma possiamo arrivare anche a Rembrandt trovando sempre un' iconografia tutto sommato tradizionale. 
Che le persone ritratte guardino lo spettatore o si volgano altrove verso qualcosa 
che sta fuori dalla tela o che ne emerga il loro carattere, sono certo dati significativi; ma i vari soggetti sono sempre fermi e centro della composizione resta il loro viso, mentre qui la pittrice è in movimento, ripresa nel suo gesto creativo, tutta assorta a riportare sulla tela il frutto della propria ispirazione. Anche il fondo scuro privo di ornamenti, se da un lato riconduce a tanta pittura del Seicento, dall'altro offre un'essenzialità inedita. 
Un' iconografia nuova dunque, e sul piano tecnico tutt'altro che facile da realizzare
 data la posizione obliqua in cui Artemisia si raffigura.

Colgo inoltre una grande sicurezza nel suo tratto pittorico ora preciso e dettagliato come nel pendaglio al collo e nella ruche che orla il vestito, ora più veloce e sintetico, moderno al punto che la rappresentazione dei capelli potrebbe essere attribuita a un artista di epoca successiva. 
Non solo.

La poliedricità della pittrice mi pare evidente
anche nella raffigurazione dell'abito le cui pieghe sulla manica hanno un verde cangiante dai riflessi metallici quasi fosse un'armatura.

Ne emerge l'immagine di una donna forte e decisa, ribelle e tesa non tanto ad esibire se stessa nella propria avvenenza, quanto a far intuire l'ardore della sua vocazione artistica. Un'immagine che mi ha messo in cuore subito - stavolta senza incertezze - la musica di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827), compositore tormentato, autore di brani dai forti chiaroscuri come i dipinti di Artemisia che riportano - oscuro e sotterraneo ma non tanto - il segno del dramma dell'antica violenza. 

Per questo ho scelto il primo movimento della "Sonata per pianoforte in Re minore n.17 op.31" intitolata "La tempesta". 
L' incipit del brano è pervaso da un senso di attesa e si allarga su di un arpeggio che sembra venire da profondità lontane
È interrotto poi da passaggi improvvisi e concitati finchè si apre il primo tema: una melodia impetuosa e ascendente che va riecheggiando piano in una sorta di bellissìma risposta, e che sale poi di tonalità in un clima sempre più vibrante e drammatico. Segue un secondo tema più sereno e tutto va ripetendosi altre volte nel corso del pezzo. 
Una tempesta ricca di contrasti, dunque, che prima si annunzia sommessa e lontana e poi 
esplode impetuosa. Ma ogni volta che le note rallentano o vanno sulle ottave più basse, la musica diventa una sostanza magmatica simile a un fuoco sotterraneo o a quel fondo scuro e un po' rossastro del quadro di Artemisia.
Una tempesta che, nella vita di Beethoven, è stata la crescente
sordità, condizione che tuttavia non gli ha impedito di dare alla luce musiche sublimi. Allo stesso modo, il dramma della violenza subita che ha attraversato l'esistenza della pittrice, non ne ha represso la coraggiosa ribellione e la capacità di mobilitare le proprie energie. 
Energie che ha incanalato ancor più intensamente nella creazione artistica,
alimentando quel fuoco che, se nel dipinto resta forse un po' sottinteso, le note di Beethoven, nel potere universale della musica, ci aiutano a cogliere.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web) 

 

6 commenti:

siu ha detto...

Sono davvero tanti gli spunti suggeriti da questa pittrice e dal quadro che molto opportunamente -secondo me- hai scelto di analizzare. Direi che tra la sua vita e la sua pittura c'è davvero di che sbizzarrirsi...
Una vita cresciuta nell'ambiente artistico paterno, e quindi con la strada in certo qual senso spianata, ma segnata poi dalla violenza subita e dal non comune coraggio (a volte ancora oggi, figuriamoci all'epoca...) di denunciarla, affrontandone tutte le conseguenze. Una donna davvero ammirevole, in quanto non disposta ad abbassare la testa.

E quest'autoritratto mi pare una limpida testimonianza della sua eccezionalità, insieme di donna e di pittrice.
Mi sembra quasi di sentire Artemisia dire: ecco, mi rappresento e soprattutto valgo non per come sono fisicamente, ma per quello che faccio. Postura direi quanto mai rivoluzionaria, per l'epoca e in particolare per una donna.
L'inquadratura, parlandone come di una fotografia, è davvero originalissima, mai vista credo tanto meno in un autoritratto; ma perfettamente idonea a rappresentare, e con grande maestria, appunto l'attività cui Artemisia si dedica e in cui eccelle. Che è ciò, e unicamente ciò a cui lei dà valore (giustamente, ma non senza un innegabile tratto rivoluzionario).
Un atteggiamento, tanto sul piano personale quanto su quello artistico, foriero di uno scatto verso l'evoluzione e il progresso, al punto che a latere mi sorge una piccola riflessione su come la storia sarebbe stata diversa se in tutti i campi avesse potuto manifestarsi lo zampino delle donne a scalfire e magari stravolgere quel monopolio dovuto in ogni ambito all'alquanto univoca visione e interpretazione maschile.
Poliedrico è uno degli aggettivi che hai usato e che calza secondo me a pennello ad Artemisia anche in quanto prototipo femminile in contrapposizione a quello maschile (naturalmente generalizzo).

Non mi soffermo sull'innegabile qualità del dipinto (tra l'altro anche la mia attenzione è stata attratta in modo particolare da quella manica dell'abito...) e passo a rilevare quanto il parallelo con Beethoven sia appropriato.
In particolare proprio per quei "tempestosi" chiaroscuri così efficaci nel rispecchiare i tragici avvenimenti che hanno contrassegnato la vita di entrambi, insieme al loro spirito di ribellione... Un fuoco, come ancora dici tu, che davvero li accomuna.
Ti ringrazio di cuore per questa nuova e interessante avventura.
Un abbraccio!

Arrigo Lupo ha detto...

Sulla storia biblica di Giuditta c'è l'unico Oratorio che ha scritto Vivaldi, "Juditha triumphans". Il coro non lavora molto, ma ci sono delle Arie molto belle, come "Agitata infido flatu" cantata da Giuditta (contralto), con un'introduzione strumentale tipica di Vivaldi. Mi piace molto anche un'Aria che può essere considerata secondaria, "Matrona inimica", in veloce metro ternario; il servo di Oloferne (il ruolo qui è femminile) lo avverte che c'è una bella signora del popolo nemico che lo cerca.

Annamaria ha detto...

Sono io che ringrazio te, cara Siu, per questo commento che amplia, completa e approfondisce quanto ho scritto. Sono contenta che tu condivida la scelta del dipinto e l'originalità dell'impostazione dell'autoritratto che non è centrato tanto sulla bellezza fisica di Artemisia, ma sulla sua vocazione artistica. Una donna forte e rivoluzionaria, come lo è stato per altri versi Beethoven. E l'associazione con la sua musica per me è stata immediata.
Grazie di cuore e un abbraccio grande!

Annamaria ha detto...

Non conosco quest'Oratorio di Vivaldi, ma lo andrò a sentire. I tuoi consigli sono sempre preziosi, Arrigo, grazie!

Marina ha detto...

Di recente ho letto un libro che racconta la storia di Artemisia Gentileschi e qualche tempo fa ho seguito una trasmissione in TV interamente dedicata alla pittrice. Conosco dunque la sua produzione principale, soprattutto quella tratta dai brani biblici. Il suo autoritratto ha qualcosa di molto suggestivo, forse i colori o la posizione così in prospettiva, di sicuro in tutti i suoi quadri si percepisce l'influenza di Caravaggio, anche per questo l'arte di Artemisia Gentileschi mi piace molto.
Il brano di Beethoven è perfetto. Poi Barenboim è il suo esecutore per eccellenza,quindi ascoltare il brano è stata una goduria.

Annamaria ha detto...

Sì, Artemisia è stata ricordata da parecchi scrittori e anche da mostre recenti. Questo autoritratto è davvero suggestivo e originale nel suo genere.
Quanto al brano di Beethoven, ho scelto Barenboim proprio perchè la sua interpretazione mi è parsa molto migliore rispetto ad altre.
Grazie Marina e buona domenica!