Una stanza luminosa e tranquilla dalle pareti spoglie ma non fredde, pochi arredi, una finestra, e al centro del quadro una donna e un bimba: una mamma che si fa aiutare dalla figlia a dipanare una matassa.
Titolo del dipinto è infatti "L'educazione al lavoro" e autore è il toscano Silvestro Lega (1826 - 1895), esponente tra i più famosi del gruppo dei Macchiaioli, nonostante dal loro stile si sia talora allontanato.
La sua storia è segnata infatti da un'alternanza di adesione e distacco alla ricerca della propria identità artistica che il pittore troverà dal 1862 in poi all'interno del gruppo e in particolare della "scuola di Piagentina" insieme a figure di spicco come Fattori, Abbati, Signorini, Borrani e Sernesi.
Se in un primo tempo gli argomenti delle sue opere sono incentrati sulle vicende dell'Italia risorgimentale - celebri, tra gli altri, il suo ritratto di Garibaldi e quello di Mazzini morente - in seguito la sua attenzione si sposta su rappresentazioni di paesaggio insieme a temi più intimi legati alla vita e alle occupazioni quotidiane. Famose tra le opere di questo periodo "Il pergolato" e "Il canto dello stornello".
Proprio in tale ambito s'inquadra il dipinto che vedete, datato 1863, conservato in una collezione privata, ma attualmente esposto alla mostra sui Macchiaioli allestita al Palazzo Reale di Milano, dove ho potuto ammirarlo insieme a numerose altre opere dei pittori del gruppo.
È la luce il primo aspetto che colpisce, una luce che le foto non riescono a riprodurre fedelmente, ma che dal vivo vi affascina subito facendovi entrare nell'atmosfera del quadro. Ci si trova così d'incanto in un mondo di pacatezza e di silenzio, in una stanza che ci riporta ad un passato vissuto o sognato dove gesti antichi, lontani ricordi, oggetti e arredi emanano la riposante calma di un altro tempo.
Quello dell'infanzia? Anche. Così torniamo a farci piccoli come la bimba che impara dalla madre a dipanare la matassa...e quante volte l'ho fatto anch'io! Tuttavia, mentre per me più che impegno era svago, qui c'è una serietà che non cogliamo solo dal titolo del dipinto che parla di educazione e lavoro, ma anche dall'espressione concentrata della piccola.
Ha occhi attenti e serissimi la bimba ma - a ben guardare - vagamente corrucciati e velati da una punta di timore: forse paura di non essere capace o ricerca dell'approvazione da parte della mamma?
I bambini - si sa - hanno antenne sottili e penetranti che riescono a cogliere in una frazione di secondo l'atteggiamento di chi hanno davanti, fosse anche dietro una maschera. Il viso della mamma poi è per loro un libro aperto sul quale sanno leggere a fondo ogni moto d'anima.
Tuttavia la donna è di spalle e ne vediamo l'espessione del viso solo di scorcio in un'inquadratura peraltro bellissima, illuminata com'è dalla luce e dal riflesso dell'abito chiaro che ha pieghe simili a un peplo. Spicca la sua figura al centro della composizione, ferma e pacata in muto dialogo con la figlia, mentre avvolge il filo teso intorno al gomitolo.
Ad affascinarci poi è anche l'ambiente: una stanza semplice ed essenziale, avvolta dalla luce che viene dalla finestra e che evoca la tranquillità di lontani pomeriggi, magari in un casa di campagna dove le ore scorrono lente. E torna subito in mente la serenità che si respira nel celebre "Il canto dello stornello" dove le sorelle Batelli, con cui Lega si era imparentato, cantano al suono del pianoforte vicino alla finestra spalancata sul verde delle colline.
Ma proprio seguendo il filo di questa pace sentiamo che lo stile del pittore non attinge solo ai caratteri dei Macchiaioli, ma torna indietro nel tempo a risvegliare suggestioni colte in altri artisti.
Infatti, nella foto che vedete in alto, la donna campeggia al centro con una monumentalità e una compostezza che possono ricordare certe figure di Piero della Francesca, e la finestra più alta dalla quale piove la luce è un motivo ricorrente nel silenzio raccolto di tanti dipinti di Vermeer.
Così pure, il tavolino sulla destra coperto da un pesante tappeto, oggetti vari e dei libri, è una sorta di natura morta, quasi un quadro nel quadro come vediamo per esempio in diversi artisti del periodo barocco. E il bellissimo cesto di vimini con la biancheria richiama lo stesso dettaglio presente in tante Annunciazioni del passato tra le quali quelle di Tiziano, Rubens, Carracci e Zurbaran, solo per citarne alcune.
C'è quindi da parte di Silvestro Lega uno sguardo rivolto ai secoli precedenti, in particolare dal Quattrocento al Seicento. Caratteri ottocenteschi quali la capacità di riprodurre la luce e la macchia di colore si fondono così con un linearismo più nitido e una costruzione degli spazi che sembra prendere ispirazione dai calcoli prospettici del primo Rinascimento. Ce lo dimostra anche la posizione della testa della donna che, se consideriamo l'altezza del quadro, pare calcolata in rapporto alla sezione aurea...chissà!
Una costruzione matematica che, nella luce del dipinto, si fa poesia come poesia è il brano di musica che vi ho associato: il secondo tempo, "Largo", dal "Triplo concerto in Do maggiore op.56" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). Si tratta di un canto dolcissimo e al tempo stesso rigoroso nel quale si alternano violoncello, pianoforte e violino.
La luce che riempie il quadro di una riposante atmosfera di quiete in un primo momento mi aveva fatto cercare un pezzo di spensierata cantabilità. Poi però, osservando bene l'opera, vi ho colto quei richiami alla classicità del passato che mi hanno fatto scegliere Beethoven.
Il brano nasce per il musicista tedesco in un periodo di passaggio dall'estetica settecentesca un po' salottiera ai nuovi afflati romantici. Siamo nei primi anni dell'Ottocento e questo non è ancora il Beethoven titanico e tormentato che emergerà più avanti. Tuttavia, forse proprio per l'assenza qui di quell'impeto che ha reso poi celebre il compositore, questo Largo mi ha affascinato subito. C'è infatti una misura che governa la melodia, una dolce aura di classicità che - a mio modesto avviso - la rende adatta a commentare un dipinto come questo dove passato e presente si fondono e il rigore si fa poesia.
Buon ascolto!

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