sabato 14 agosto 2021

In cerca di leggerezza - 8



 

 

 

 

 

 

 

È un'immagine dell'Assunzione quella con cui oggi proseguo nella mia ricerca di leggerezza e insieme vi lascio l'augurio di un sereno Ferragosto. Di solito, per questa data non mi dilungo in un articolo, ma stavolta il quadro mi ha colpito in modo così particolare che ho pensato di far coincidere i saluti per la festa - e le vacanze del blog - con qualche osservazione sul dipinto.

Si tratta di un'opera di Lorenzo Lotto (1480 - 1556/57) intitolata "Assunzione della Vergine" e conservata a Milano presso la Pinacoteca di Brera. Il quadro è lo scomparto centrale della predella della "Deposizione di Cristo" realizzata dall'artista per la chiesa di San Floriano a Jesi e oggi conservata al Museo Civico della città.

Che cosa mi ha colpito in essa e perchè parlo di leggerezza? Facciamo un passo indietro.
Due sono le tradizioni e le iconografie cui i pittori nel tempo si sono ispirati nel
trattare questo tema: la Dormitio Virginis e l'Assunzione.
La prima vede Maria stesa in un sepolcro e addormentata, mentre Gesù accoglie
tra le sue braccia la piccola anima della Madre dormiente, Madre che solo poi verrà portata in cielo anche col corpo. Troviamo diversi esempi di Dormitio prima di tutto nella tradizione bizantina, ma in seguito anche in Italia con Giotto, Paolo Veneziano, il Beato Angelico ed altri artisti dal Medioevo fino alle soglie del Rinascimento.
Da qui in poi, alla Dormitio si sostituisce l'Assunzione in cui
Maria è portata in cielo dagli angeli mentre, nella parte sottostante della scena, gli apostoli assistono sorpresi all'evento. Un celebre esempio è l' "Assunta" del Tiziano conservata nella chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari a Venezia.

Anche il Lotto - in quest'opera che precede di pochissimi anni quella del Tiziano - si ispira alla tradizione rinascimentale, ma a mio avviso con alcuni tratti di originalità e di realismo che mi piace sottolineare.
Non è infatti direttamente sulla figura di Maria che si appunta qui la sua attenzione. La Vergine, inserita nella sua mandorla di luce e di angioletti, risulta già quasi lontana dal resto. È invece sul gruppo degli apostoli in primo piano che mi pare si soffermi il pittore, mettendone in evidenza gesti e atteggiamenti che tornano però ancora in qualche modo a parlarci di Lei.

Sono gesti di sorpresa, di saluto e di preghiera che ricorrono anche nei successivi dipinti sull'argomento dove - tra l'altro - lo stesso artista ha creato immagini molto più movimentate e scenografiche. E come lui, altri pittori. 
Ma in quest'opera mi pare che il Lotto si sia ispirato anche ad un senso di concretezza e ad un'attenzione alla realtà che esula da certe rappresentazioni in cui le figure - se pure non sono composte e ieratiche - risultano comunque fissate in una iconografia sempre simile.
Mi spiego subito.

A parte il gruppo centrale riportato sopra e raffigurato in preghiera, se ci fate caso l'ultimo apostolo a destra si infila un paio di lenti per vedere meglio: solo sorpresa e sbalordimento o anche incredulità? Altri poi si sbracciano nel salutare Maria con la stessa libera vivacità con cui ci si comporterebbe proprio con una persona di famiglia. 

Infine, in secondo piano rispetto alla scena principale, dalla strada in collina sta scendendo un'altra figuretta che sembra correre a perdifiato giù per il sentiero accorgendosi di essere in ritardo. Ne osserviamo infatti il panneggio agitato e scomposto per la velocità e le braccia spalancate nella corsa, come se l'evento che si sta compiendo fosse un appuntamento fissato cui non mancare assolutamente.
Secondo quanto raccontano i Vangeli apocrifi, si
tratterebbe di San Tommaso, che arriverà proprio in ritardo, ma per il quale la Vergine lascerà scivolare in dono la propria cintura come reliquia e simbolo del legame tra cielo e terra.

Insomma, l'evento dell'Assunzione, sia pure in tutta la sua sacralità, qui attraverso la raffigurazione dei vari apostoli più ancora che della Vergine stessa, è calato nella vita quotidiana fatta - come per ognuno di noi - di sorprese, ritardi, fretta, dubbi, incredulità, e insieme di legami ricchi di gioia e di tutta l'intensità di sentimenti che essi possono offrire.
Ce lo suggeriscono quelle mani che sventolano verso Maria, animate da una familiarità che - senza nulla togliere al rispetto e alla devozione che gli apostoli nutrivano per Lei - rendono l'idea del profondo rapporto che, nel tempo, doveva essersi creato tra loro e la Madre del Salvatore.
Qualcuno potrà dire che quelle mani alzate servono invece per schermarsi dalla luce che promana sempre più intensa dalla Vergine man mano che sale al cielo.
Può darsi. Ma ciò non contraddice comunque i tratti di
umanità presenti nel dipinto.
Una Maria, quindi, più che mai calata nel quotidiano, e se
pure il Lotto la rappresenta un po' lontana, in realtà ce ne restituisce la vicinanza e la concretezza attraverso il comportamento degli apostoli tutt'altro che ieratico.

E come spesso accade in un'opera d'arte, è proprio la presenza di certi dettagli di per sè non strettamente necessari ai fini della comprensione dell'evento raffigurato, ad essere invece rivelatrice del senso profondo della rappresentazione. Mi pare infatti che i particolari qui riportati ci regalino un'atmosfera di leggerezza che attenua quella sorta di distacco o di lontananza che talora possiamo percepire nel rapporto con certe figure evangeliche, restituendocene non solo la grandezza, ma anche l'umanità. 

Ignoro se questa mia piccola analisi possa essere - diciamo così - teologicamente testata, ma nell'ambito familiare del mio blog penso sia accettabile una lettura del dipinto un po' sorridente e leggera.
E per passare alla musica, ho scelto di associare alle
immagini uno splendido brano di Franz Schubert (1797 - 1828): la "Salve Regina" in Si bemolle maggiore D.386".
Si tratta di un pezzo forse meno conosciuto della
celeberrima "Ave Maria", ma a mio avviso ricco di uguale bellezza. Soavità ed energia vi si susseguono infatti in un insieme di grande intensità, esaltato dall'alternanza di tonalità maggiore e minore.
Una Regina invocata non soltanto nella lontananza di una
nicchia di altare, ma nella consapevolezza di una vicinanza sorprendente, come il testo e la musica ci dicono e come alcuni particolari del dipinto del Lotto possono suggerire.

Vi auguro quindi buona Festa dell'Assunzione e buone vacanze!
Anche questo blog va in ferie per qualche settimana.

Buon ascolto!

(Tutte le immagini sono prese dal web)

 

domenica 8 agosto 2021

Una chitarra per Bach

Sono testarda, chi mi conosce lo sa. Quando mi fisso sopra un'idea, non è facile farmela cambiare.
E così pure, quando trovo una musica e poi mi resta
dentro, non sono capace di dirle: "Ora stai quieta e tranquilla in lista d'attesa, prima o poi verrà il tuo momento!"
No, devo pubblicarla subito, pena un incredibile tormentone!

Il fatto è che, dopo l'ultimo post, la mia testa è rimasta irrimediabilmente catturata nella tela del mio ragnetto. Andatelo a vedere - il post, non il ragnetto! - così avrete i prerequisiti, e mi scuso del termine di burocratichese scolastico, per comprendere le ragioni di questo discorso.

Un ragno che tesse la sua tela - scrivevo più o meno alla fine - si muove piano, con delicatezza e regolarità, secondo una logica che gli consente di ordire trame lievi e impalpabili come l'aria, ma di bellezza e proporzioni simili a un ricamo.
Proprio questa regolarità per la quale l'animaletto sembra ripetere gli stessi movimenti
e creare le stesse formazioni setose mi aveva indotto, in un primo tempo, a dedicargli un brano di Bach caratterizzato da una struttura che si ripete sempre uguale dall'inizio alla fine. Il pezzo è quello che vedete qui nella foto, e se osservate lo spartito notate con chiarezza che ogni battuta, al di là di alcune alterazioni e modulazioni, è costruita da arpeggi simili.

Lo avete riconosciuto? Certo! Si tratta del famosissimo "Preludio in do minore BWV 999" che chissà quanti di noi hanno suonato nei loro primi approcci alla musica di Bach ma che, tra le sue caratteristiche, ha quella di essere piuttosto veloce, e questo mi faceva problema. Un ragno, nel tessere la sua tela, me lo vedo metodico ma lento e non potevo commentare il suo lavorìo con una musica così concitata. Speravo che youtube mi offrisse qualche esecuzione dal ritmo più tranquillo, ma non ho trovato nulla di accettabile. Così, la volta scorsa ho cambiato idea orientandomi su Tchaikovsky.

Però...ecco la mia testardaggine! Però non mi sono rassegnata a lasciar perdere il pezzo di Bach anche perchè, se pure non è lenta, l'interpretazione che ho trovato e che desidero condividere qui oggi, è molto accattivante.
Composto originariamente per liuto, il Preludio
è stato in seguito oggetto di numerose trascrizioni, prima per tastiera e poi per altri strumenti tra i quali la chitarra, ed è proprio per chitarra la versione che vi offro.
È il celebre Julian Bream, qui appena ventinovenne, l'interprete di questo brano
che è quasi una sorta di improvvisazione, come se andassimo a cena con amici in un locale e alla fine qualcuno ci dicesse: "Ci suoni qualcosa?". Ecco, dev'essere stato così.

La scena ci mostra infatti il chitarrista che, esortato dai compagni di tavolo, inizia a suonare tra la sorpresa dei presenti che, sia pure molto pacatamente, finiscono per essere catturati dalla musica. Interessanti i loro atteggiamenti, tutti molto composti e trattenuti sia da parte degli uomini che delle donne: dal tono un po' sussiegoso del signore col monocolo, all'attenzione intimidita delle signore che forse vorrebbero manifestare più vivo entusiasmo ma non osano, mentre la reazione più spontanea mi pare quella del giovane cuoco che si affaccia subito dalla cucina incuriosito.
Ma l'atteggiamento più godibile è proprio quello di Julian Bream: cogliamo infatti dall'intensità del suo sguardo un modo di sentire la musica tutto interiore, fatto di attenzione alle note e insieme di abbandono alla bellezza del Preludio del quale assapora ogni sfumatura, aiutando anche chi ascolta a gustare lo splendore del discorso bachiano.

Attraverso una sequenza di arpeggi dalla struttura ritmica regolarissima, nel brano si dipana infatti un cammino costituito da piccoli ma progressivi mutamenti, modulazioni che cogliamo soprattutto osservando la parte della mano sinistra. È qui che - contrariamente a ciò che accade di solito e con una sorta di inversione di ruoli non nuova in Bach - si snoda il tema, mentre gli arpeggi della destra fanno da accompagnamento.
Così, sulla base di tale struttura sempre uguale a se stessa, ci si apre davanti un paesaggio
musicale che è invece estremamente vario e va esplorando prima la malinconia e la drammaticità del tono minore, per riemergere poi in passaggi per un attimo luminosi e sprofondare di nuovo in note che spalancano suggestioni sconfinate.
Ma l'ultimo accordo in maggiore ci regala lo sprazzo di speranza del finale di
Piccardia che il chitarrista sottolinea col suo marcato rallentare.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web)

 

sabato 31 luglio 2021

Ragnatele

Sull'inserto dedicato all'Innovazione del Corriere della Sera di ieri, venerdì 30 luglio, leggo un articolo relativo a un'interessante scoperta che ha per oggetto ragni e ragnatele.
Che il materiale di cui esse sono fatte - filamenti di seta composti da fibre proteiche - sia in verità resistentissimo e già fonte di alcune sperimentazioni, non è notizia nuova. I ricercatori dell'Università di Cambridge hanno infatti cercato da tempo di sfruttare le doti di resistenza e insieme di leggerezza della seta tessuta dai ragni per creare nuovi materiali che ne imitino le caratteristiche: una sorta di ragnatela artificiale le cui fibre potrebbero avere svariate applicazioni. 

Ma non finisce qui. Ora, gli studiosi del Massachussetts Institute of Tecnology guidati da Markus Buehler hanno fatto un'affascinante scoperta. Si legge infatti nell'articolo di Barbara Millucci intitolato "La musica delle ragnatele" a pag.35 dell'inserto:  

"I ragni non tessono più solo fili e tele, ma anche suoni e melodie. Un team di ricercatori del Mit ha scansionato al laser un aracnide ricostruendone la rete in 3D. Ha poi assegnato ad ogni filamento una nota e studiato virtualmente come il suono della rete cambia in risposta a diverse forze meccaniche. In pratica, ogniqualvolta il ragno compie un'azione (dall'allungamento del filo alla cattura di una preda o al cambio di traiettoria), la musica cambia. E si sintonizza su nuove sonorità e cacofonie musicali, leggermente inquietanti, che aprono però importanti scenari per la ricerca".

L'articolo poi spiega che sono stati creati modelli matematici e sistemi audiovisivi che consentono di immergersi nel mondo musicale dei ragni. Inoltre, la ricerca sulla tela degli aracnidi sta fornendo un prezioso patrimonio di informazioni che potranno dare adito ad applicazioni in diversi campi, a cominciare dall'ingegneria. E tale lavoro è soltanto un esempio e l'inizio di come si possa giungere, in futuro, ad "ascoltare i materiali".

A parte questo discorso nel quale non oso addentrarmi, trovo meraviglioso il fatto che i suoni pervadano ogni essere e ogni angolo del creato, dal macrocosmo al microcosmo. Così anche i ragni, nel loro piccolo, partecipano alla grande musica dell'universo, una vibrazione presente in ogni materiale, come del resto la fisica quantistica ha rilevato da tempo.
E a questo proposito, mi viene in mente anche ciò che si dice in quel bellissimo
libro di Cesare Picco dedicato a Bach e intitolato "Sebastian". Qui il compositore tedesco, alla ricerca di quel codice segreto che attraversa il mondo quasi esso fosse un immenso spartito, viene immaginato a comporre la mappa dei suoni del suo paese, andando a cogliere col suo orecchio assoluto la vibrazione sonora di ogni casa, ogni muro, ogni albero, ogni strada del posto.

Ho cercato a lungo, allora, quale musica dedicare al nostro ragnetto tessitore di bellezza e di suoni, incerta se dedicargli un pezzo di Bach - a dir la verità ne avevo proprio uno adatto, ma le interpretazioni a mio avviso erano troppo veloci - o qualcosa di più moderno. Poi invece, ho pensato al suo lavoro paziente e tenace, capace di creare ragnatele spesso simili a piccole opere d'arte nel disegno e nelle proporzioni e mi è affiorata dal cuore una danza.

Si tratta della celebre "Danza della Fata dei confetti" dalla Suite dal balletto "Lo Schiaccianoci op.71" di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893).
Segnato dall'indicazione "Andante non troppo" e dalla tonalità di mi minore, il
brano si caratterizza per dolcezza e ritmo. Protagonisti al di sopra degli altri strumenti sono la celesta e il clarinetto che, con i loro particolari timbri, danno alla musica un'impronta di delicatezza e regolarità, proprio come nel lavorìo di un ragno e nella struttura di una ragnatela.
E me lo vedo il nostro amico tessitore dalle zampette filiformi mentre crea i suoi
arpeggi e costruisce le sue architetture sonore: creazioni simili a fantasiose collane di perle, gioielli della natura, segno di stupefacenti intelligenze tutte da scoprire.

Buon ascolto!

(La foto nel riquadro è presa dal web.)

 

lunedì 26 luglio 2021

Suggestioni della sera

Nel mio assiduo vagabondare su youtube in cerca di musica, oggi ho trovato un brano dedicato alla sera e di certo molto conosciuto, ma a mio avviso ricco di tale incanto che non ho resistito al desiderio di regalarvelo ugualmente.

Sappiamo tutti quanto la sera abbia ispirato nel tempo pittori, poeti e musicisti. Tra i primi, basti ricordare solo come esempi Van Gogh, Millet e Segantini che talora - oltre al buio della notte - hanno immortalato anche l'ora del crepuscolo con tutto il suo fascino.
Tra i poeti - senza andare a scomodare Foscolo o Leopardi, D'Annunzio o Pascoli - mi piace citare
comunque due testi molto diversi tra loro.
Il primo è il brevissimo "Tramonto" di Giuseppe Ungaretti ("Il carnato del cielo / sveglia oasi /
al nomade d'amore") che coglie nei colori del crepuscolo una sorta di sensualità. Il secondo, di diversa impronta e altra suggestione, è l'esordio della poesia di Rainer Maria Rilke "Sera" ("Come un'indefinibile fata d'ombre...") che ci introduce subito nel suo silenzio e nel suo mistero.
E per parlare poi di musica, ora mi basta ricordare quella magnifica composizione polifonica che è "Abendlied" di Joseph Gabriel Rheinberger, che - se volete - potete ascoltare qui.

Ma torniamo al presente. Il brano di oggi è "Des Abends" (A sera) : primo degli otto pezzi per pianoforte di cui si compone la "Fantasiestücke op.12" di Robert Schumann (1810 - 1856), composizione ispirata agli scritti sulla musica di E.T.A. Hoffman. In essa il musicista firma le sue opere con i nomi ora di Eusebio, ora di Florestano, personaggi attraverso i quali identifica ed esprime il duplice aspetto della sua personalità: il primo timido e sognatore, il secondo invece eccentrico e appassionato. Sfaccettature che tutti in qualche modo abbiamo in noi, contrasti peraltro tipici dell'epoca romantica in cui Schumann vive, ma che nell'anima del compositore si faranno tanto esasperati da condurlo alla follia. 

"Des Abends" è una melodia ricca di arpeggi e dal ritmo dolcissimo alla quale danno particolare luce alcuni passaggi di tonalità che dal re bemolle iniziale vanno a risolversi in mi maggiore. Qui è l'indole introversa di Eusebio che si esprime, nella sua attitudine sognante e crepuscolare: ce lo suggerisce anche l'indicazione agogica posta all'inizio del brano che recita "Da suonare con molta intimità".
È questo il motivo per cui, tra le tante esecuzioni offerte da youtube,
ho scelto quella di una donna che mi pare metta splendidamente in luce tali sfaccettature del testo musicale.
Si tratta dell' interpretazione della pianista rumena Marta Dobresco che coglie e
riflette ogni minima sfumatura con un tocco rigoroso, nitido ma insieme sognante. In diversi passaggi infatti, dove il tema potrebbe farsi più trascinante e veloce, la Dobresco invece - fateci caso! - rallenta molto lievemente come se, per qualche attimo, volesse trattenere la melodia.
Ne deriva un andamento un po' altalenante che talora sembra cullare l'ascoltatore e che
ci consente di cogliere il cuore del brano di Schumann: il silenzio nascosto tra le note, le più riposte sfumature di colore e l'intima suggestione della sera.

Buon ascolto!

(La foto nel riquadro, presa dal web, riproduce il dipinto di John Constable "Tramonto sulla Senna".)

N.B. Non essendo più disponibile su youtube la clip audio con il brano interpretato dalla Dobresco, in data odierna - 28 / 11 / 2023 - la sostituisco con un video in cui il pezzo è eseguito dalla pianista Ying Li che ricalca gli stessi caratteri di dolcezza e levità della precedente interpretazione.

 

 

sabato 17 luglio 2021

La panchina

È la panchina delle mie attese questa che vedete, situata ai margini del parcheggio del mio paesetto di montagna.
Capita spesso infatti che, seduta proprio
qui a fine mattinata o nel corso del pomeriggio, io aspetti l'autobus che mi riporta al mio nido di altura o - in alternativa - mio marito che, in auto con annessa bicicletta, torna dalle sue scorribande ciclistiche su e giù per i tornanti della valle.
Ci sarebbe anche un terzo modo di
rientrare alla mia frazioncina incantata: a piedi. Ma tre chilometri di strada in salita e con la soma della spesa non fanno più per me. Scendere sì, ma salire no grazie, non ho l'età.

La panchina - come scrivevo - è ai margini di una vasta area di parcheggio dove si fermano i pullman, ma preferisco sempre aspettare qui sia per non respirare il fumo dei mezzi di trasporto, sia per isolarmi da eventuali assembramenti e avere un appoggio per lo zaino o le borse della spesa. Tanto, quando autobus o marito arrivano, li vedo da lontano.
Così, con davanti il paese, appena dietro il torrente e fuori dalla confusione, capita 
spesso che mi senta libera di esprimere ad alta voce il mio stato d'animo.
Che faccio? Canto!!! Sì, qui posso cantare a squarciagola, libera di intonare un
pezzo di Bach o un' aria di Mozart secondo il gusto del momento, senza che nessuno mi senta perchè il fragore del torrente vicinissimo copre del tutto il suono della mia esibizione. E meno male!!!

Ho cominciato l'anno scorso a prendere questa abitudine e ormai, appena arrivo e mi siedo, il canto parte quasi in automatico con quello che mi suona dentro di volta in volta. La scorsa estate mi ero innamorata di un esuberante pezzo di Offenbach: "Les oiseaux dans la charmille" che ho poi pubblicato qui sul blog. Il solo pensiero che abbia osato cantare un brano simile - diciamocelo! - è semplicemente ridicolo, ma era tale la gioia che quella musica e la sua bravissima interprete mi avevano regalato, che non ho resistito alla tentazione. Tanto, non mi sentiva nessuno e potevo sfogarmi!

Quest'anno il clima è cambiato e non parlo solo di quello atmosferico.
Parlo del lungo periodo di pandemia che ha messo tutti alla prova forse
 più ancora psicologicamente che nel fisico, anche perchè l'incertezza del futuro e la pesantezza del presente hanno acuito la sofferenza per le inevitabili rinunzie. Tra queste, a me manca moltissimo il coro di cui faccio parte da qualche anno. Me ne sono resa conto una volta di più giorni fa, quando mi sono presa un pomeriggio tutto mio ad ascoltare su youtube musica corale.

È qui che ho trovato un brano di cui mi sono immediatamente innamorata e che ora vado cantando sulla mia panchina: altro stile e altro clima da quello della scorsa estate, ma a mio avviso è un pezzo veramente sublime.
Si tratta di un inno a quattro voci intitolato "Abide with me", su musica
dell'organista inglese William Henry Monk (1823 - 1889) e parole di Henry Francis Lyte che vi ha sintetizzato alcuni testi del Nuovo Testamento.
È un'invocazione a Dio perchè resti con noi quando scende il buio e il conforto
degli altri viene meno, quando la gloria terrena declina e tutto ciò che abbiamo intorno muta. Ed è a Dio, che - al contrario - non muta, che il canto si rivolge perchè, in vita e in morte, ci resti vicino.

La melodia ha una struttura semplice, caratterizzata dalla suggestiva solennità degli inni inglesi e qui sottolineata dalle straordinarie voci dei King's Singers, a cominciare dai due bravissimi controtenori. Ne derivano un insieme organico e una costruzione polifonica molto toccante.
Ma il dettaglio che più mi ha affascinato è la pausa - breve come un respiro ma netta -
inserita poco prima della fine, quando il testo recita: "In life, in death, oh Lord, abide with me." Esattamente tra life e death - vita e morte - per un attimo il canto si ferma, per un attimo tutto resta in sospeso quasi a farci cogliere la separazione, il taglio, la cesura di tale passaggio.
Tuttavia ciò avviene senza angoscia o affanno, ma con la struggente fiducia
espressa dalla dolcezza di queste note. 

Ora capite perchè un inno dall'aura così sublime resta nell'anima per riaffiorare continuamente col suo rasserenante splendore! Così, capita che me lo vada cantando sulla mia panchina o che il suo ritmo calmo mi accompagni in una passeggiata.
Mi si obietterà che è impossibile interpretare da soli un brano a quattro voci. Ovvio che n
on si può, io faccio solo la parte del soprano. Ma dentro di me sento risuonare tutta l'armonia dell'insieme.
Poi, vabbè, per divertimento mi sto leggendo sullo spartito anche le altre voci. Provateci anche voi! La più difficile a me pare quella del basso. La parte del contralto invece è facilissima.  

Buon ascolto!

 

giovedì 8 luglio 2021

In cerca di leggerezza - 7


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fiori, pesci, acqua, ceramica, vetro, stoffa; e poi riflessi di luce, giochi d'ombra, tinte prevalentemente chiare: un insieme che conferisce al dipinto un'atmosfera di tranquillità regalando a chi guarda un senso di pace.
Un'immagine da contemplare nella calma di un pomeriggio d'estate, nella frescura di una stanza antica, magari
con una finestra aperta verso la campagna, accompagnati da un buon libro e da un'aura di silenzio.

Si tratta di un quadro della pittrice australiana Margaret Preston (1865 - 1963) intitolato "The fish bowl" - La boccia dei pesci - e conservato alla National Gallery of Victoria a Melbourne.

Ma se l'autrice fossi stata io, l'avrei chiamato "Trasparenze" perché sono state queste le prime a colpirmi con la loro leggerezza.
Dalla trasparenza dell'acqua ai riflessi
della boccia sulla tovaglia bianca, fino alla lucentezza della ceramica e alla sua ombra sul muro.
Luci e ombre che si esaltano a vicenda
in una composizione di nitida semplicità dove ogni particolare ha una sua leggiadrìa.
Una natura viva e morta insieme, fatta
di pochi elementi rispetto alla ricchezza ridondante di arredi di certi dipinti del passato, come se la rappresentazione degli oggetti qui non fosse scaturita tanto dal desiderio di una fedele riproduzione, ma soprattutto da una modernissima ricerca di essenzialità.

E nonostante la Preston sia più famosa per essere stata fautrice di un'arte nazionale australiana, questa sua opera mi riporta alla mente la lezione di tanti autori del passato europeo. Ma più che la suggestione di Vermeer o del mio amatissimo Zurbaran, qui mi vengono in mente alcuni dettagli di interni dei danesi Vilhelm Hammershøi e Carl Holsøe - per esempio nella presenza ricorrente di una tovaglia bianca - o ancora la "Natura morta con arance" dell'olandese Piet Mondrian. Del resto, durante un suo viaggio in Europa ai primi del Novecento, la pittrice era venuta a contatto proprio con svariati artisti e movimenti pittorici del periodo. 

Il suo dipinto è una fusione di geometrico e ornato: nitidi elementi di superficie come le pieghe di stiratura della tovaglia, figure solide dalle equilibratissime linee curve, ma insieme il fantasioso disordine del mazzetto di viole sparse sul tavolo che, nella loro tinta, richiamano la decorazione del vaso di ceramica. Perfezione geometrica e creatività, ordine e asimmetria dunque, con un senso delle proporzioni perfetto: non mi meraviglierei, infatti, se la misura del livello dell'acqua nella boccia di vetro fosse stata calcolata sulla base della sezione aurea.

Ma certamente non possiamo dimenticare i pesci rossi e l'acqua in cui si muovono, animata da splendidi riflessi di luce. Abita anche qui la leggerezza, nel collocare la boccia proprio al centro della rappresentazione dedicandole il titolo del dipinto: un richiamo allo stupore dell'infanzia e alla gioia delle piccole cose. Non arredi pesanti e sontuosi o materiali di particolare pregio, ma oggetti di quotidiana semplicità, la stessa di quelle viole mammole che nascono spontanee nei prati.

E per restare in tema di semplicità e leggerezza, ho scelto un brano di musica che mi pare rispecchi tali caratteristiche.
Si tratta del primo dei celebri "Pezzi lirici op.12" per pianoforte di Edvard Grieg
(1843 - 1907), intitolato "Arietta" : testo straordinariamente breve, neanche un minuto e mezzo, ma ricco di lievissimo incanto. La luminosità del Mi bemolle maggiore ci accompagna attraverso una melodia ordinata e lineare nel suo susseguirsi di sfumature, ma anche dolce e sognante come una ninna nanna.
E il clima di silenzio contemplativo che questa musica crea sembra interpretare la
levità delle cose che Margaret Preston ci ha regalato nel delicato splendore del suo dipinto.

Buon ascolto!



martedì 29 giugno 2021

Senza...

L'estate è iniziata, il caldo pure, le vacanze forse e allora dai...oggi cambiamo decisamente argomento e parliamo di piacevolezze gastronomiche.
Non so voi, ma io - se
ho tempo - mi diverto a curiosare tra i siti di cucina. Ce ne sono di bellissimi dove competenza e praticità sono unite a grande raffinatezza, a cominciare da quello dell'amica blogger Patrizia Malomo intitolato "Andante con gusto", che è una vera gioia per gli occhi e per il palato.

Preciso subito che ai fornelli me la cavo con dignità, ma non sono quel che si dice una brava cuoca. Anche per questo amo prendere spunto dai vari siti sull'argomento, compresi quelli con annesso video che - fase per fase e in men che non si dica - illustrano la preparazione di torte, biscotti, semifreddi e creme. Così, m'illudo di poter raggiungere gli stessi risultati, anche se - ahimè - i miei a volte lasciano un po' a desiderare.

Proprio in alcuni di questi angoli del web mi hanno colpito da un po' di tempo i titoli dei post perchè parecchi, nell'intento di vantare le proprietà dietetiche di torte, creme e via dicendo, non sbandierano tanto gli ingredienti che ci sono, ma quelli che non ci sono!
"Senza olio, senza burro, senza zucchero, senza farina, senza lievito, senza panna
..." come se quel senza fosse la parolina magica, lo specchietto per attirare il lettore. È pur vero che, se poi leggete gli articoli, andate a scoprire che non c'è zucchero ma miele o altro dolcificante, e fin qui mi va bene; non c'è burro ma yogourt e sono d'accordo; al posto del lievito il bicarbonato, e passi. Ma scrivere senza panna e poi metterci il mascarpone, eh no, questo non vale!

C'è però una seconda categoria di siti dove i vari senza rispondono tristemente a nuda verità. Tu leggi e ti dici: "Ma com'è possibile?..."
È possibile, ve lo assicuro. Una volta mi è stato regalato un dolce fatto seguendo
proprio questi dettami: "Stai tranquilla - mi aveva detto la cuoca - non ci ho messo uova, nè burro, nè olio, nè zucchero...".
A dire il vero, sarei stata tranquillissima anche se fosse stato fatto con questi ingredienti. Mi aveva impensierito invece
la sua pasta sottile, crudarella, il suo colore un po' triste, anzi, tristanzuolo come mi aveva detto una volta la commessa di un negozio a proposito di un abito dai colori spenti e il termine mi era rimasto impresso. Tristanzuolo, sì!

Istintivamente, mi ero ricordata di alcuni dolci della mia infanzia che preparavano le nostre mamme per i giorni di festa: creme con otto uova, crostate con burro a volontà, ricette prese da antichi libri di cucina che ignoravano l'esistenza di colesterolo e trigliceridi! Certo, poi, dopo un po' di questo regime alimentare, potevi anche dare il tuo fegato al gatto di casa, perchè a te non serviva più.
Ma la gioia di questi pranzi era impagabile, per il palato e per gli occhi.

Eh sì, perchè anche l'occhio vuole la sua parte, come sapeva Josefa de
Obidos, la seicentesca pittrice portoghese che ha dipinto la "Natura morta con dolci" che vedete in alto, dando loro un bel giallo energetico e vitale.

Ora lo so, insorgeranno dietisti e vegani, dicendo che i vari senza sono in realtà un salvavita e - entro certi limiti - posso dar loro ragione. Ma oggi volevo sorridere con voi e soprattutto sottolineare il piacere del buon cibo e della tavola come luogo di gioia e convivialità.
Lo sapevano bene anche gli antichi per i quali un banchetto era così
importante da dover essere allietato con la musica. Ma è nel periodo rinascimentale e poi barocco che tale consuetudine diventa un vero e proprio genere: la musica da tavola. Svariati sono i compositori che scrivono brani a tale scopo, primo tra i quali Georg Philipp Telemann (1681 - 1767) con al sua Tafelmusik, definita - come recita il titolo originale - "Musique de Table partagée en Trois productions, dont chacune contient 1 Ouverture avec la Suite à 7 instrumens, 1 Quatuor, 1 Concert à 7, 1 Trio, 1 Solo, 1 Conclusion à 7 et dont les instruments se diversifient par tout". Un ricco insieme di brani da camera, quindi.

Tra questi, dall' "Ouverture in mi minore TWV 55" della "Tafelmusik Production 1" ho scelto la Giga. Il motivo è che, al di là della sua bellezza, questa musica fa riferimento a quella del grande contemporaneo di Telemann, Johann Sebastian Bach: lo stile delle Ouvertures, sia nella struttura che in certi spunti di contenuto, ricorda infatti le grandi Suites orchestrali bachiane.
Ma il brano che vi propongo, nel ritmo e soprattutto nell'esordio, mi richiama
anche un altro pezzo di Bach, famosissimo per una sua moderna rivisitazione. Lo riconoscerete facilmente dalle prime battute: si tratta della "Bourrée" dalla "Suite n.1 per liuto BWV 996" arrangiata nel 1969 dal gruppo rock dei Jethro Tull. Così possiamo ipotizzare che anche Telemann vi si sia ispirato, dato che il pezzo bachiano precede la sua Tafelmusik di una quindicina d'anni.

Ultima precisazione. Stranamente, la didascalia del video su youtube porta l'indicazione "Air, un peu vivement" che si riferisce a un movimento che precede la Giga, errore purtroppo ripetuto anche in altre registrazioni dove i due brani sono stati scambiati. Ma vi assicuro che questa - e lo anche si sente anche dal ritmo - è senza dubbio la Giga: per esserne certa sono andata a vedermi la partitura sul Petrucci Music Library che è la fonte più ampia di testi musicali.
Quindi, potete mettervi a tavola tranquilli!

Buon ascolto!

 

domenica 20 giugno 2021

Cose che fanno bella la vita

Da tre mesi ormai, ho salvato in computer l'immagine che vedete qui a lato, trovata navigando nel gran mare del web nei giorni precedenti al 25 marzo scorso, il famoso DanteDì !
Si tratta di una miniatura del XIV secolo
che rappresenta l'incontro tra Dante e Casella nel II canto del Purgatorio. Attribuita al Maestro degli Antifonari di Padova, fa parte della decorazione del celebre Manoscritto di Egerton (MS 943), uno dei più antichi codici della Divina Commedia, risalente circa al 1340 e conservato alla British Library di Londra. 

Anche l'iconografia ci suggerisce che siamo in pieno Medioevo, mentre le illustrazioni del poema dantesco forse più conosciute sono quelle realizzate in seguito, prima ispirate ai caratteri del Gotico internazionale, poi a quelli del Rinascimento con le miniature ferraresi e i disegni del Botticelli, fino alle celebri incisioni ottocentesche di Gustav Doré.
Qui invece, la monumentalità delle figure, l'essenzialità del racconto insieme alla
sua grande espressività ci riportano all'influsso dei dipinti di Giotto nella Cappella degli Scrovegni, e non a caso l'autore della miniatura è padovano.
Che cosa mi ha affascinato in essa?
Come scrivevo, l'essenzialità in fondo un po' arcaica della rappresentazione,
soprattutto se paragonata alle successive illustrazioni del poema dantesco; una semplicità però non riduttiva e schematica, ma - proprio come l'arte di Giotto - capace di condurci con tratti sintetici al cuore della scena nella sua intensità emotiva. Basti osservare i due protagonisti protesi nel tentare un abbraccio.

Il racconto dantesco, del resto, è bellissimo. Giunti all'alba sulla spiaggia dell'Antipurgatorio,
Dante e Virgilio vedono arrivare una barchetta - "un vasello snelletto e leggero" - guidata da un angelo che porta le anime di coloro che devono salire alla montagna del Purgatorio. Una volta approdate, rimaste sole e un po' smarrite, queste si volgono ai due pellegrini chiedendo indicazioni sul cammino da prendere. Ma avvicinatesi, si rendono conto che Dante...respira, è un uomo in carne ed ossa! E gli si affollano intorno colte da grande stupore.

Una in particolare - l'anima di Casella che era stato un musico amico del poeta fiorentino
- gli si accosta nel desiderio di abbracciarlo, gesto che Dante istintivamente ricambia ma invano, essendo le anime prive di consistenza corporea. Tuttavia, riconosce l'amico dalla voce e gli chiede il motivo della sua presenza alle soglie del Purgatorio, pur essendo morto da tempo.
Dopo che Casella glielo ha spiegato, Dante desideroso di conforto per essere appena uscito dal tormentato cammino infernale, lo prega di cantare
come aveva fatto tante volte in vita, e Casella intona proprio una delle canzoni scritte dal poeta nel Convivio: "Amor che nella mente mi ragiona".
Così, tutti indugiano in gioioso ascolto
godendo della serenità della musica, totalmente presi dalla sua dolcezza e dimentichi della necessità di avviarsi al proprio cammino di purificazione. Li riscuoterà poco dopo Catone, custode del Purgatorio, esortandoli bruscamente a iniziare la salita penitenziale.

Al di là dei tanti aspetti che si possono analizzare nel testo e nei quali non intendo addentrarmi, l'episodio mi è sempre piaciuto molto.
Dopo l'arduo percorso attraverso l'Inferno, con l'ascesa al Purgatorio si
entra in un'atmosfera di sollievo e di speranza che cogliamo anche dagli splendidi scorci di paesaggio. Si ritorna alla luce: prima con la limpidezza del cielo notturno - quel "dolce color d’orïental zaffiro" cui si fa cenno all'inizio del canto I - e poi col sorgere dell'alba che, a chi come Dante esce dal buio, allieta l'anima e consente di contemplare in lontananza il "tremolar della marina".

Ma al di sopra di tutto, a colpirmi è la consolazione della musica insieme allo stupore e alla gioia dell'amicizia che fanno questo episodio ricco di incomparabile umanità, come pure quell'abbraccio mancato che - nell'attuale contesto della pandemia - può rendere la scena ancora più toccante.
E anche se essa si conclude con l'aspro rimprovero di Catone, a mio avviso ciò
non ne sminuisce lo splendore. È bellissimo infatti che, proprio qui, Dante abbia posto la musica, della quale coglie prima di tutto la funzione rasserenatrice: "...l'amoroso canto / che mi solea quetar tutte mie doglie" scrive facendo appunto riferimento a se stesso.

Per questo, ho indugiato a lungo prima di scegliere il brano da pubblicare.
Meglio una composizione medioevale per accordarmi all'epoca di Dante o uno dei
tanti affascinanti madrigali del Rinascimento? Meglio un pezzo bachiano dalla bellezza senza tempo o un frammento della Sinfonia di Liszt espressamente dedicata al poeta?
Poi ho pensato che ciò che mi interessava mettere in luce era quella parentesi di
serenità che Dante vive nell'incontro con Casella. Ma sono andata anche a rileggermi il canto I del Purgatorio incantandomi come sempre sulla scena finale. Qui Virgilio, con la rugiada, lava al suo compagno di viaggio gli occhi e il viso pulendoli dalla caligine infernale; poi, da un angolo della spiaggia proprio sulla riva, stacca un giunco e glielo cinge intorno alla vita in segno di umiltà. 

Ecco, proprio per questa umiltà e per la purezza recuperata anche nello sguardo, cercavo una musica gioiosa e al tempo stesso semplice e limpida. Così, ho scelto un brano che avevo già pubblicato diversi anni fa, ma che nella sua freschezza mi è parso adatto alla scena.
Si tratta dell' "Andante cantabile" - noto anche come "Serenata" - dal "Quartetto per archi in Fa maggiore op.3 n.5" attribuito a Franz Joseph Haydn (1732 - 1809), ma probabilmente opera di un suo ammiratore che ne aveva imitato lo stile: il compositore e monaco benedettino Roman Hoffstetter (1742 - 1815).

Incantevole la trasparenza di queste note che ci restituiscono lo stupore di uno sguardo di bambino sulla realtà, riportandoci a quel nitido classicismo che troviamo anche nel contemporaneo Mozart. Il violino solista, accompagnato dal pizzicato degli archi, disegna infatti una melodia leggera e quasi giocosa che si ripete con garbo regalandoci - come nel racconto dantesco - la magica semplicità delle cose che fanno bella la vita.

Buon ascolto!

 

sabato 12 giugno 2021

Brividi...

Sappiamo tutti quanto la musica sia un'arte particolarmente espressiva e toccante, e avremo certo sperimentato spesso come la potenza dei suoni sappia emozionare, evocare ricordi e atmosfere, suscitare o acquietare passioni, restituendo integrità al nostro mondo interiore.

Si tratta di un'azione sempre rigeneratrice, perchè certe melodie ci sanno parlare anche al di là del contesto da cui hanno avuto origine e dello scopo per cui sono nate. Prendono infatti a vivere di vita propria, colonna sonora delle nostre giornate o di particolari eventi, talora restando legate ad essi, ma assumendo in certi casi una vera e propria valenza universale.

È prerogativa dell'arte, del resto, quella di essere libera e aperta per cui una musica, un dipinto o un verso, sia pure nati in un determinato contesto, si possono caricare di risonanze tali da essere condivisi anche in altre situazioni.
Penso per esempio a "Guernica" di Picasso, opera divenuta emblema della denuncia
non solo contro una, ma contro ogni tipo di violenza e sopraffazione.
Ma ho in mente anche i versi di Ungaretti "Di queste case/non è rimasto/che
qualche/brandello di muro" : immagini capaci di uscire dal paese di San Martino del Carso per indicare la sofferenza davanti a qualunque altro luogo devastato, dalla guerra come dal terremoto o dalla ferocia umana.

Così, anche la musica del passato sa accompagnarci nelle vicende quotidiane parlando il linguaggio della contemporaneità, soprattutto se affidata ad interpreti di eccezione. Oggi vi propongo allora Annie Lennox, raffinata e grintosa icona del pop, insieme al coro dei London City Voices, in un pezzo tra i più celebri di tutto il melodramma barocco, inserito dalla cantante nella riedizione dell'album "A Christmas Cornucopia" uscita alla fine dello scorso anno.
Si tratta del "Dido's Lament" dall'opera "Dido and Aeneas" di Henry Purcell
(1659 - 1695), qui arrangiato per coro dalla Lennox e da Mike Stevens.

Sì, è un brano che mette i brividi: colpisce, coinvolge, evoca, tocca, scava.
Sia per la voce potente e talora aspra della bravissima cantante, sia perché il fatto che tutti si trovino su di una piattaforma
online, in una registrazione del novembre 2020, assume significati e spessore più ampi della celebre vicenda virgiliana ripresa dal compositore inglese. A condurci altrove, infatti, non è solo la stessa Lennox che - sensibile da sempre ai temi ambientali - vi fa riferimento nel testo premesso al video, ma è anche il mezzo informatico necessariamente usato per poter cantare insieme che ci riporta al contesto della pandemia.

Ne affiora l'acuta percezione di una comunanza di destini tra il singolo essere umano e la terra. E come l'interpretazione del brano vuole essere un lamento - scrive proprio la Lennox - dedicato al nostro pianeta morente, così la struggente invocazione "Remember me" più volte ripetuta, quasi gridata e riecheggiata sempre più intensamente dal coro, si può anche inquadrare all'interno delle sofferenze causate dal Covid. Quel grido è infatti il punto culminante del canto che, col suo ritmo ostinato e scandito, accresce la consapevolezza dell'umana fragilità e - insieme alla vicenda di Didone abbandonata da Enea - può ricondurre ad altre pungenti nostalgie o ad altri abbandoni che ognuno di noi ha forse vissuto.

Anche le numerose inquadrature che - oltre alla solista - riprendono i singoli coristi, sembrano scavare nella fisionomia di ciascuno restituendoci, al di là delle immagini di gruppo, il senso di una sofferenza individuale.
Un'interpretazione musicalmente sobria, col coro accompagnato solo da una tastiera, e tuttavia intensissima: un canto di lutto solenne, straziante e insieme grandioso, il cui senso originario si dilata assumendo una portata universale.

 Buon ascolto!

 

venerdì 4 giugno 2021

In cerca di leggerezza - 6

R.Ruysch (1664 - 1750) : "Natura morta floreale con farfalle su una panchina di pietra"



















Mi hanno sempre affascinato le numerose nature morte che la pittura ci ha offerto nel corso del tempo: creazioni in cui gli artisti hanno raffigurato fiori, frutta, cacciagione e cibi vari, ma anche bottiglie, vasellame, libri, strumenti musicali e via dicendo.
Si tratta di un genere che alcuni testi fanno iniziare ufficialmente dal celeberrima
"Canestra di frutta" di Caravaggio, ma che - in realtà - troviamo anche in precedenza, a partire dagli antichi mosaici romani fino a certi particolari di interni inseriti in composizioni più ampie, soprattutto dal Quattrocento in avanti.

Parlare di nature morte, tuttavia, a mio avviso è improprio perchè, per quanto dal Seicento in poi prevalga in esse il tema della vanitas, lo splendore delle varie rappresentazioni è a volte così ricco, o talora così essenziale, che meriterebbe altre definizioni. Mi piace di più, per esempio, l'espressione inglese still life - letteralmente vita ferma, silenziosa - che potrebbe anche indicare l'essenza vitale di alcuni oggetti che il pittore sa risvegliare col suo sguardo e accarezzare col suo tratto. Del resto, come si può considerare senz'anima un libro con la ricchezza dei suoi contenuti, o uno strumento musicale con le possibilità in esso racchiuse, o un vaso di cristallo nella sua luce o un fiore nella sua leggiadria?

Un fiore, appunto.
Al di là della pluralità di oggetti raffigurati
nel tempo, un campo in cui tanti artisti si sono misurati ed espressi è stato quello dei fiori con opere che troviamo soprattutto nella tradizione fiamminga.
Dai Bruegel in poi, una pluralità di
pittori si è infatti dedicata a questo tema che ha preso così a vivere di vita autonoma, non più ridotto a puro elemento decorativo come in passato.

E per parlare di leggerezza, oggi
ho scelto Rachel Ruysch (1664 - 1750), pittrice olandese che, sulla scia degli artisti precedenti, ha realizzato un gran numero di quadri che hanno come soggetto proprio i fiori.
L' opera che vedete, conservata in una collezione privata, s'intitola "Natura
morta floreale con farfalle su di una panchina di pietra" e testimonia la capacità della Ruysch di dipingere con attento realismo e un gusto per il dettaglio che le derivano appunto dalla tradizione fiamminga.
Si tratta di un olio su tavola che rappresenta anemoni, gerbere, convolvoli, forse anche fresie e una splendida peonia rosa in primo piano, intrecciati in modo che prendano rilievo dal fondo scuro, com' è tipico di tante raffigurazioni in epoca barocca.
In fondo, si tratta soltanto di un mazzetto di
fiori posato sopra una panca; eppure la pittrice, attraverso l'uso sapiente della luce, lo rende talmente plastico da farlo quasi uscire dal quadro.

Ma la caratteristica precipua di questo dipinto è che, insieme alle conoscenze botaniche che la Ruysch certamente aveva, affiora da esso un'aura di leggiadrìa che lo rende unico. Nonostante la precisione del tratto e dei particolari individuati, l'immagine non è quella che potremmo trovare in un manuale di scienze naturali. Risplende luminoso infatti il chiaro delle corolle in un insieme di delicate trasparenze e - al di là del riferimento alla caducità, dato dalla foglia in basso già in parte ingiallita - i colori animano ogni fiore rendendolo vivo, dal più grande al più piccolo.

Se poi osserviamo - per esempio - la minuzia con cui sono dipinte le ali della farfalla o le sfumature dei petali della peonia, così come le nervature delle foglie o le linee mosse e sinuose dei convolvoli, vediamo che, oltre alla precisione, c'è  anche una grazia che a me pare squisitamente femminile.
E ciò mi fa pensare che qui sia rifluita non
solo la maestria degli antichi miniaturisti, ma insieme la tradizione delle tante ricamatrici che, nel tempo, avevano imparato a decorare stoffe preziose e che la Ruysch sembra aver conosciuto e trasposto nella sua pittura. 

Abilità, quindi, perfezione del dettaglio, leggerezza, delicatezza e un' inimitabile leggiadrìa che oggi desidero associare non solo alla musica, ma anche al talento di una grandissima artista scomparsa pochi giorni fa: Carla Fracci.
Non sta a me parlare qui delle doti di questa straordinaria
donna che, con infaticabile lavoro quotidiano, ha raggiunto altezze sublimi e portato la danza in tutto il mondo anche fuori dai teatri. Mi basta pubblicare una breve sequenza di uno dei balletti con cui è divenuta più celebre e che ha sempre danzato con singolare eccellenza interpretativa. 

Si tratta di "Giselle" di Adolphe-Charles Adam (1803 - 1856) che qui vi propongo in un frammento del primo atto, in un'edizione del 1968 dove la Fracci ha come partner Erich Bruhn e le coreografie sono di David Blair.
Vedendola danzare, siamo certo ammirati dalla perfezione millimetrica e dalla levità di farfalla con cui esegue certi passi. Ma ciò che mi colpisce maggiormente è la sua capacità di arricchire la propria esibizione con una gioiosa naturalezza e un fresco sorriso, in una totale identificazione di vita e danza.
È l'attitudine rara dei grandi che nasce quando la tecnica,
ormai più che affinata, consente di andare oltre, nella dimensione del sogno. Allora la fatica si trasforma in grazia e nella leggerezza ariosa di un fiore.

Buona visione e buon ascolto!

giovedì 27 maggio 2021

La dimensione insondabile

Mi ha incantato questa foto di Franco Battiato bambino o forse appena adolescente, un'immagine che già conoscevo ma che ora - dopo la sua morte - mi restituisce ancora più intensamente quella dimensione di verità che sta nel profondo, all'origine di ognuno di noi.
Un' immagine d'altri tempi, se vogliamo: un
ragazzino in posa per il fotografo, in giacca e cravatta col vestito della festa, le labbra che accennano appena un sorriso, mentre i grandi occhi scuri tradiscono un lampo di malinconia.

Forse ad affiorare è l'indole pensosa
dell'artista insieme a quell'attitudine contemplativa tipicamente mediterranea che induce a osservare la realtà esterna senza perdere mai di vista un proprio riferimento interiore. Al di là dei capelli corti e delle orecchie un po' a sventola, è infatti lo sguardo - vivo e tuttavia discreto - a renderlo riconoscibilissimo e a regalarci quel filo che lo legherà poi al Battiato adulto, figura poliedrica di cantautore, musicista, pittore, filosofo.
E se la fisiognomica è quella disciplina che dai caratteri somatici vuol dedurre la
psicologia di un individuo, a mio avviso non poteva esserci foto di copertina migliore per il titolo di questo disco. 

Si tratta appunto di "Fisiognomica", album del 1988 da cui è tratto "Nomadi", il brano che oggi vi propongo, forse non altrettanto popolare e celebrato come "La cura", "Prospettiva Nevsky", "E ti vengo a cercare", "Centro di gravità permanente" o altri ancora, ma ugualmente suggestivo e profondo.
Il pezzo, in realtà, è stato scritto dal cantautore Juri Camisasca e Battiato ne è
solo l'interprete. Tuttavia il testo - che poi vi riporto - si sposa bene con la spiritualità del musicista siciliano e con i contenuti tipici delle sue canzoni. 

Già il titolo, "Nomadi", ci rimanda al tema del viaggio, all'inquietudine dell'andare e del cercare ripresa da termini come camminatore, viandanti, e poi ancora straniero e forestiero. Vi avvertiamo infatti un costante senso di straniamento e al tempo stesso il bisogno di una ricerca che spinge ad essere nomadi nello spazio ma anche nel tempo, perchè è alla fine della strada che si entrerà in quella dimensione insondabile cui ogni essere umano aspira.

Ma vi si coglie anche la solitudine di fronte all'immensità dell'universo e agli interrogativi esistenziali, perchè non possiamo delegare ad altri la ricerca di un senso che è soltanto nostro. Vengono in mente per certi aspetti i versi di Quasimodo nella poesia "Ed è subito sera" : "Ognuno sta solo sul cuor della terra..."; ma anche quelli di Ungaretti in "Girovago": "In nessuna / parte / di terra / mi posso / accasare (...) E me ne stacco sempre / straniero.".
Soli e forestieri dunque, come se ciò che chiamiamo casa fosse altrove,
e tuttavia animati dalla speranza che, alla fine della strada, un risveglio ci aprirà ad un altro cammino verso ciò che ora è insondabile mistero.
Un testo pervaso da profonda spiritualità e da quell'attenzione all'esperienza
interiore di cui Battiato si farà straordinario interprete per tutto il corso della sua vita e che andrà a permeare il suo pensiero e - inscindibile - la sua musica.

"Nomadi che cercano gli angoli della tranquillità
nelle nebbie del nord e nei tumulti delle civiltà
tra i chiari scuri e la monotonia
dei giorni che passano
camminatore che vai
cercando la pace al crepuscolo
la troverai
alla fine della strada.
Lungo il transito dell'apparente dualità
la pioggia di settembre
risveglia i vuoti della mia stanza
ed i lamenti della solitudine
si prolungano.
Come uno straniero non sento legami di sentimento 
e me ne andrò
dalle città
nell'attesa del risveglio.
I viandanti vanno in cerca di ospitalità
nei villaggi assolati
e nei bassifondi dell'immensità
e si addormentano sopra i guanciali della terra.
Forestiero che cerchi la dimensione insondabile
la troverai, fuori città
alla fine della strada."

Buon ascolto!

 

mercoledì 19 maggio 2021

"Eglantine table"

"Eglantine table" - Hardwick Hall, Derbyshire (UK)

 

 

 

 

 

 

 

Tra le esperienze più memorabili che mi hanno regalato i viaggi fatti fin quando è stato possibile muoversi liberamente, ci sono alcune sorprese.
A dire il vero, mi è sempre piaciuto programmare nei dettagli i miei itinerari o scegliere percorsi già organizzati che lasciassero ben poco all'improvvisazione. Tuttavia, i miei ricordi più intensi sono spesso legati a certi luoghi visitati un po' di straforo rispondendo a un'urgenza del cuore, o ad eventi cui ho assistito in modo del tutto inaspettato.

Penso a un viaggio a Lipsia e alla mia fuga di prima mattina sulla tomba di Bach nella solitudine della Thomaskirche, o alle ore rubate per correre alla National Gallery a Londra mentre il resto del gruppo andava altrove.
Ma ho in mente anche sorprese legate a precisi brani di musica: inni ortodossi di una bellezza sublime ascoltati in
San Basilio a Mosca; il Sanctus della Deutsche Messe di Schubert cantato con una solennità da mettere i brividi da una corale di passaggio, nella cattedrale di Spira.
Indimenticabili poi le prove del Concerto del Sabato Santo dirette da Gianandrea
Gavazzeni nel Duomo di Orvieto. Ci eravano entrati alle nove del mattino con altri programmi e invece eravamo rimasti lì fino alle undici, nonostante il freddo, incantati dal "Laudate Dominum" dei "Vesperae sollemnes de confessore" di Mozart, se ci fate caso proprio uno dei primi brani che ho pubblicato in questo blog. E l'elenco potrebbe continuare.

Il fatto è che quando la musica ci cattura all'improvviso, ha talora un impatto ancora più intenso di un ascolto rigorosamente programmato, perchè le sue note si fondono con il luogo e l'atmosfera circostante, facendo affiorare in noi suggestioni nuove che ne modificano la percezione. E tale è la corrispondenza che si crea con quelle note che la loro bellezza sembra nascere dal nostro cuore.

È il caso, per esempio, dei flash mob. Avete mai notato le espressioni delle persone che, i
n una piazza, in un grande magazzino, in metrò o in un museo si trovano casualmente ad assistervi? Certo c'è anche chi guarda e passa via, ma chi rimane - dai grandi e soprattutto ai bambini! - viene spesso catturato dalla bellezza, come si vede dal sorriso e dall'incanto con cui resta ad ascoltare. Piccoli cenni che indicano una grande partecipazione del cuore.

Bene. Proprio per questo, oggi andiamo insieme in un castello inglese, anche noi visitatori sorpresi da un flash mob come le persone riprese nel video.
Siamo in una sala di Hardwick Hall, fastosa dimora nobiliare in stile elisabettiano -
che ricorderete di aver visto anche in un film della serie di Harry Potter - e ci troviamo davanti a una singolare opera d'arte che, come altri arredi del castello, risale alla seconda metà del XVI secolo.
Si tratta della "Eglantine table" che vedete nelle foto, tavolo finemente intarsiato da artisti rinascimentali che, con abilità, decorativismo e diversi tipi di legno, sulla sua superficie hanno raffigurato strumenti musicali, spartiti, stemmi e giochi.
Ma vi hanno aggiunto anche ornamenti
floreali che rappresentano una varietà di rose - le "eglantine" presenti nell'emblema di famiglia - che hanno dato il nome al tavolo.

Il manufatto, probabilmente un dono di nozze, si pone nel tempo al seguito delle numerose opere in legno intarsiato di cui è ricca l'arte rinascimentale non solo all'estero, ma anche in Italia. Basti ricordare prima di tutto il celebre "Studiolo" di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino e insieme le tante tarsie lignee che ornano stalli di coro, armadi da sacrestia, cassoni nuziali e via dicendo, in molte chiese e palazzi disseminati nel nostro territorio.

Ma torniamo al castello di Hardwick dove il tavolo campeggia nella High Great Chamber. Qui, i coristi dell'ensemble "Les Canards Chantants" - specializzati in musica del Rinascimento - hanno dato vita agli spartiti intarsiati sull' Eglantine table, sorprendendo i turisti con un coinvolgente flash mob.
Il brano cantato è un inno penitenziale a quattro voci del compositore inglese
Thomas Tallis (1505ca. - 1585) il cui testo, intitolato "Lamentazione", fonde invocazioni presenti in diversi Salmi ed esordisce dicendo "O Lord in Thee is all my Trust!", Signore in Te è tutta la mia fiducia.

Il video riprende prima i visitatori che si aggirano per la sala osservando il tavolo e poi coglie la loro progressiva attenzione, attratti come sono dalla bravura dei solisti e dallo splendore del canto. Così si soffermano affascinati mentre, dalle espressioni e dai sorrisi che fioriscono sempre più vivi sui loro volti, affiora una gioia palpabile che spero raggiunga anche voi, nell'incanto di questa piccola parentesi di bellezza.

Buona visione e buon ascolto!