"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
Paolo Veneziano : "Dormitio Virginis con San Francesco d'Assisi e Sant'Antonio di Padova" (particolare) - Vicenza, Musei civici.
Con un dipinto di Paolo Veneziano (1300 - 1365) e sulle suggestive note di GiovanniPierluigi da Palestrina (1525 -1594), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie! Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana. A presto!
Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594) : "Assumpta est Maria".
V.M. Corcos: "Sogni" (particolare) - Foto prese dal web
Parlare
di "Donne col libro" nell'arte figurativaci ha condotto finora in un breve percorso che va dal sacro al profano: dalle raffigurazioni medioevali e rinascimentali di Natività e Annunciazioni dove il libro è la Sacra Scrittura nelle mani della Vergine Maria, fino ai numerosi dipinti che ci danno testimonianza di quanto - in seguito - il gusto si sia orientato anche verso testi profani. Le cause di tale mutamento sono molteplici e il discorso sarebbe lungo e complesso. Ma basti ricordare la diffusione della stampa, l'evoluzione della società e della cultura, come ci testimoniano le tante immagini di donne e libri che - soprattutto dal Settecento in poi - attraversano i secoli per arrivare ai nostri giorni. Sono dipinti che abbiamo visto solo in piccola parte e che ci restituiscono figure femminili talora pacate, intente a leggere nella quiete di un giardino o di un
salotto, in poltrona o in procinto di dormire, ma talaltra più
libere e indipendenti, donne per le quali i libri sono innanzitutto strumenti di emancipazione.
A questo proposito, non possiamo dimenticare che, a dar lustro alle tante raffigurazioni sul tema dal Medioevo ai nostri giorni, è stato anche il celebre testo di
Stefan Bollmann e Elke Heidenreich intitolato "Le donne che leggono sono pericolose"
(2007), col seguito uscito nel 2011 che - guarda caso - ha in
copertina proprio il dipinto di Faruffini di cui parlavo la volta
scorsa. Perchè siano pericolose è presto detto: la lettura permette di acquisire
capacità di introspezione, consapevolezza di sè, autonomia di giudizio e consente di appropriarsi di conoscenze che,
fino ad un certo tempo, non erano destinate all'universo femminile. Le donne possono quindi costituire una spina nel fianco per una società strutturata su ruoli
maschili che ha posto dei limiti al loro agire.
Tutto
questo discorsino per presentare l'artista di oggi, il livornese Vittorio Matteo Corcos (1859 - 1933), insieme al suo dipinto "Sogni" - conservato presso la Galleria d'Arte Moderna di Roma - forse il più celebre e a mio avviso tra i più rappresentativi in merito al nostro tema.
Contemporaneo di De Nittis e Boldini, Corcos opera negli anni della Belle époque ritraendo molte figure femminili dell'alta borghesia del suo tempo e indagando talora anche il loro mondo interiore. "Sogni", tuttavia, è ben più di un semplice ritratto, perchè raffigura una giovane in un momento di riflessione o di attesa, e comunque in uno squarcio di vita quotidiana. È una donna forte e volitiva quella che l'artista ci presenta e ciò che colgo dall'espressione del suo viso come dalla sua posa mi rivela una personalità decisa. Si tratta di Elena Vecchi - musa ispiratrice del pittore e forse anche amante - donna di un'eleganza che spicca, soprattutto se confrontiamo la cura del suo abbigliamento con l'ambiente circostante piuttosto disadorno. Me lo suggeriscono guanti, cappello e ombrellino, insieme all'abito dalla linea fluente che la giovane indossa con disinvoltura e che si modella con grazia sul suo corpo. Ma è il viso il centro sul quale si focalizza l'attenzione dell'artista come pure la nostra, per la sua espressione seria, intensa e determinata. Le gambe accavallate, il braccio destro appoggiato alla panchina, ma soprattutto la mano sinistra che sostiene il mento quasi a protendere il viso verso lo spettatore, ci offrono l'immagine disinvolta di una dama senza cavaliere, ma perfettamente a proprio agio anche da sola. Un'immagine che mi sembra rappresentare con efficacia una raggiunta emancipazione. E i libri??... In effetti, non li vediamo subito perchè l'attenzione di chi guarda s'incentra prima di tutto sugli occhi e l'espressione della donna. Eppure il titolo, "Sogni", mi suggerisce che proprio i libri - che pure nel quadro restano in secondo piano - in realtà possano essere all'origine del lavorìo interiore che la giovane cova in
sè e che le conferisce quello sguardo fermo e volitivo, ma al tempo stesso un po' languido o forse lievemente crucciato. È dalla lettura probabilmente - una lettura reiterata, dato l'aspetto un po' consunto dei
testi - che la donna trae spunti di riflessione, ma certo anche desideri e sicuramente sogni dai quali essa si lascia catturare, libera di abbandonarvisi.
"Lettura sul mare" (particolare)
Del resto, proprio i libri - e oserei dire quegli stessi testi dalla copertina gialla editi da Flammarion - compaiono in altri dipinti dell'artista: "Lettura sul mare" e "Pomeriggio in terrazza", come potete osservare dai particolari qui a lato. Storie d'amore? Probabilmente sì, e anche se le donne qui raffigurate nell'espressione e nell'atteggiamento sono molto diverse dalla protagonista di "Sogni", i dipinti ci testimoniano quanto la lettura di un romanzo fosse ormai divenuta non solo consuetudine quotidiana, ma anche fonte di riflessione e introspezione profonda. Dalla vita degli altri alla nostra, infatti, è il percorso lungo il quale ci conduce solitamente un libro, suggerendoci esperienze, novità, confronti e andando a intrecciarsi alla nostra esistenza.
E per commentare in musica queste immagini, stavolta facciamo un salto nel presente, ma insieme anche in un genere che ho pubblicato di rado qui nel blog. Quella che vi propongo è infatti una canzone, precisamente un brano di Gio Evan, pseudonimo di Giovanni Giancaspro: pugliese, classe 1988, originale e poliedrica figura di scrittore, poeta, cantautore e artista di strada.
"Pomeriggio in terrazza" (particolare)
La brevissima composizione che ascolterete, scritta in collaborazione con Giampiero Mazzocchi, s'intitola proprio "Le donne che leggono" ed è tratta dall'album "Biglietto di solo ritorno" uscito nel 2018. Qui, su di un accompagnamento di fisarmonica che può ricordare le melodie di Yann Tiersen, Evan inanella versi più da funambolico poeta che da rapper. Musica di sottofondo e recitazione sono infatti due piani in apparenza separati che tuttavia riescono ad armonizzarsi bene.
Molto interessante il testo che vede nelle donne lettrici la capacità di distinguere l' essenziale da ciò che non lo è, e di indicare la strada giusta su cui muoversi. Donne forti che, come sanno sfogliare le pagine di un libro, sono capaci di "sfogliare le persone" e allo stesso modo in cui leggono, sanno comprendere la vita. Parole che mi pare vadano opportunamente a completare le immagini di Corcos, sottolineando lo stretto legame tra i libri e la nostra esistenza.
T.J.Wilcox: "Les oiseaux dans la chiarmille" (Foto presa dal web)
Oggi mi piace inaugurare il mese di agosto con un tocco di leggerezza, di grazia e di sorriso. Così, vi propongo un brano musicale un po' insolito rispetto a quelli che pubblico abitualmente e un autore nuovo per questo blog.
Diamo infatti il benvenutoa Jacques Offenbach (1819 - 1880): compositore tedesco naturalizzato francese, famoso per la sua ricca produzione tra cui numerosissime operette. Quella che gli ha dato la massima celebrità tuttavia è una vera e propria opera di carattere comico-fantastico intitolata "I racconti di Hoffmann". Si tratta di un lavoro il cui libretto prende ispirazione da testi di vari autori tra i quali spiccano appunto tre racconti del poeta romantico E.T.A. Hoffmann (1776 - 1822). Dei cinque atti in cui la composizione è suddivisa, i più importanti sono quelli centrali ambientati in diverse città (Parigi, Monaco e Venezia) in cui Hoffmann - che qui da autore diventa anche personaggio - s'innamora di volta in volta di fanciulle differenti.
Musicalmente parlando, una delle arie più conosciute dell'operaè senza dubbio la "Barcarola" che inaugura il IV atto, una melodia lenta e nostalgica, dal ritmo uniforme che accompagna di solito il canto dei gondolieri e che Offenbach ambienta proprio a Venezia. Ma senza nulla togliere a questo celebre brano, oggi ve ne propongo un altro altrettanto famoso, dal quale sono stata affascinata sia per la sua vivacità che per la grazia della bravissima interprete, soprano e attrice al tempo stesso come peraltro è opportuno che sia ogni cantante d'opera.
Siamo al secondo atto della composizione: qui, al centro di una complessa storia d'amore e di sotterfugi sta la bella Olympia, bambola meccanica costruita da uno scienziato con tale maestria che di lei s'innamora perdutamente il protagonista credendola una donna in carne ed ossa. Momento centrale dell'episodio è proprio la festa organizzata dall'inventore di Olympia per presentarla al pubblico, facendole cantare una melodia intitolata "Les oiseaux dans la charmille": gli uccelli sotto il pergolato. Si tratta di una classica aria di coloratura, ricca di virtuosismi canori che presuppongono grande agilità vocale nell'interprete. Qui il testo, a dire il vero, è quello di una canzonetta romantica priva di particolare profondità, ma è proprio la musica - attraverso svariati abbellimenti, trilli e vocalizzi - che ha il compito di compensare la semplicità delle parole rendendo questo brano un vero pezzo di bravura. E se da un lato Offenbach ha arricchito di ornamenti musicali il tema della melodia, dall'altro spetta al soprano avere grande capacità interpretativa e soprattutto sicura padronanza vocale. È proprio il caso della giovanissima Patricia Janečková - classe 1998 e nel video ancora diciottenne! - che, radiosa nella sua interpretazione, ci offre una prova a mio avviso incantevole, soprattutto nelle seconda parte del pezzo in cui la fioritura di note si fa più articolata e complessa. Perfetta la sua intonazione non solo nei numerosi acuti e vocalizzi, ma - cosa qui decisamente essenziale - anche nella capacità di accordare la voce ai movimenti a scatto tipici di un automa.
Buon ascolto, buona visione e - spero - buon divertimento!
Li
vedo tutti i giorni nel mio paesetto di montagna, quando vado a bere il caffè in un mirabile angolo di verde: delicati e lievi come due giovani amanti un po' timidi, eppure tenaci nella loro leggerezza.
Sono due alberelli che osservo da tempo, due betulle che crescono in un prato dietro il quale scorre il torrente che, con suono fragoroso e continuo, sottolinea il silenzio circostante e la tranquillità del primo mattino.
Da tempo li ho chiamati "lui e lei" perchè, a differenza delle piante che crescono intorno, dritte e svettanti verso il cielo, intrecciano le loro chiome come fossero una coppia. Non nascono vicini: i loro tronchi sottili dalla bianca corteccia tipica delle betulle, sono ben distanziati; ma negli anni i rami si sono pian piano avvicinati a somiglianza di quelle persone che per un po' procedono isolate e poi intrecciano gradatamente relazioni con chi da tempo avevano accanto magari senza saperlo. Ma la loro presenza mi richiama alla mente anche le parole della volpe al Piccolo Principe sull'arte di creare dei legami:
"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..." Potrebbe essere una coppia giovane, talora avviluppata da segreti pudori e che arrossisce anche al solo prendersi per mano. Altre volte invece, i due alberelli mi ricordano una di quelle coppie di una certa età e lunga consuetudine: lui un po' spampinato nei rami più alti e lei che gli si appoggia dolcemente, in certe mattine con un'inclinazione ancor più accentuata per il peso della pioggia della notte. Due alberelli che - come tutti - seguono l'andamento del cielo, esposti ora al sorriso ristoratore dell'azzurro, ora al vento o alla tempesta, in una dimensione di bellezza e insieme di provvisorietà che induce a pensare. Stamattina, li attraversa il sole suscitando bagliori sulle foglie che sono tutte un palpitante luccichìo mentre, in controluce, appare più evidente il disegno dei loro rami lievemente allacciati. Ed è singolare come la natura - nel suo variegato splendore - sia vicina alla nostra umanità suggerendoci gesti, immagini, relazioni, dettagli di bellezza che ci parlano proprio dell'arte di creare dei legami. Per questo, oggi ai miei alberelli desidero dedicare il "Larghetto" della "Serenata in mi minore per orchestra d'archi,op.20" di Edward Elgar (1857 - 1934): un pezzo di raffinata scrittura ma soprattutto di intenso romanticismo, forse tra i più celebri del compositore inglese. Dopo un' introduzione pervasa da un clima nostalgico, il tema che si apre resta in sintonia con tale atmosfera attraverso accenti di profondo lirismo e tratti di intimità, sottolineati da misuratissime pause e sapienti pianissimo. Nella ripresa, tuttavia, Elgar ci regala un più energico e compiuto afflato di passione, per concludere poi tornando alla delicatezza iniziale. Una musica ora scorrevole e luminosa, ora pacata e sommessa, che tuttavia sa scavare dentro: struggente malinconia e sprazzi di sereno si alternano infatti nel brano, ma - a mio avviso - è un vago senso di provvisorietà a conferire a queste note un fascino indicibile, degno quasi di un'aria pucciniana. È quella particolare malinconia che deriva dalla contemplazione di una bellezza destinata a sfiorire, mentre in ciascuno di noi abitano il desiderio e la nostalgia di una dimensione definitiva.
A.Renoir : "Ragazza che legge" Houston, Museo di Belle Arti.
"Donne col libro, ovvero l'interesse": potrebbe intitolarsi così, questa volta, la piccola serie di dipinti - tre in tutto - che ho scelto tra la vasta gamma di esempi che la Storia dell'Arte ci offre. Gli autori sono Renoir, Faruffini e Birney: un artista francese, uno italiano e uno statunitense pressocchè contemporanei, che hanno operato nella seconda metà dell'Ottocento o talora alle soglie del Novecento. Della loro produzione sull'argomento mi hanno affascinato le figure femminili qui rappresentate: tre giovanissime donne in tre atteggiamenti e contesti diversi, eppure accomunate da un'attenzione vivida alla lettura e dal fatto di essere - in ciascun dipinto - le protagoniste assolute della rappresentazione. Certo, ci sono anche i libri, e se nel primo quadro ne è raffigurato uno solo, negli altri sono parecchi: testi vecchi e nuovi, volumi antichi, tomi di biblioteca, libri di studio o romanzi...chissà! Ma nonostante questo, mi pare che l'attenzione dei pittori si sia incentrata non tanto sull'oggetto in sè, ma prima di tutto sulle persone che ne fruiscono: donne colte, che fanno della lettura ora un arricchimento interiore, ora una forma di svago, ma anche uno strumento di studio o di lavoro.
Osserviamo il quadro di August Renoir (1841 - 1919) intitolato "Ragazza chelegge" e realizzato nel 1890. Mi pare sia poco più che una fanciulla la giovane raffigurata, che riempie con la propria presenza e col caldo colore del vestito buona parte dello spazio circostante. Pochi gli arredi intorno: la poltrona e il tendone le cui tinte richiamano quella dell'abito e quasi vi si fondono. Ma è proprio quest'ultimo, con la scollatura un po' arricciata e le maniche a sbuffo, a suggerirmi la giovane età della ragazza: forse un'adolescente attratta dai primi romanzi d'avventura o d'amore o da un testo di poesia. In realtà, non sappiamo che genere di libro stia leggendo, ma cogliamo il suo interesse dall'atteggiamento sereno e assorto, e dalle sue labbra leggermente socchiuse forse in un gesto di stupore. E mi pare che la composizione - peraltro non l'unica di Renoir su questo tema - si possa inquadrare bene tra le varie raffigurazioni del mondo borghese e soprattutto femminile ripreso spesso dall'artista e dalla pittura del secondo Ottocento.
F.Faruffini : "La lettrice" - Milano, Galleria d'Arte Moderna
Altra cosa - a mio avviso - è il quadro di Federico Faruffini (1831 - 1869) intitolato "La lettrice" e datato intorno al 1865.
Se l'attenzione assorta è la caratteristica della fanciulla di Renoir, qui la protagonista, pur sempre concentrata nella lettura, lo è tuttavia in modo diverso. La giovane - forse Clara, donna con cui il pittore aveva una relazione, tant'è che non espose mai il quadro in vita - dimostra certamente interesse e forse piacere per ciò che legge, ma a me pare di scorgervi anche l'ombra di un atteggiamento critico.
Mi spiego: il suo non mi sembra l'abbandono di chi legge entrando in una storia e lasciandosene portar via, ma è lo sguardo di chi valuta e soppesa, l'attenzione di chi giudica e forse confronta, data la quantità di libri affastellati sul tavolo. Me lo suggerisce anche la posizione della testa leggermente tesa all'indietro, atteggiamento di chi non si lascia rapire totalmente da ciò che legge, ma - forse inconsciamente - frappone tra sè e il libro una distanza, quasi a rivendicare un'autonomia di giudizio.
Anche lo spazio che circonda la protagonista è più ricco e articolato rispetto al dipinto di Renoir e, mentre da un lato ci riporta al passato, dall'altro ci riconduce agli anni in cui Faruffini vive. Se infatti in secondo piano l'artista ha dipinto una natura morta - libri disordinati sulla scrivania, una candela, un'ampolla di vetro, un calamaio e un bicchiere con una viola del pensiero - ispirandosi alle tante opere del genere dal Seicento in poi, in primo piano ci regala un'immagine indubbiamente più moderna. La protagonista è presa in un momento di distensione in cui si rilassa leggendo, e ci appare come una giovane donna colta, disinvolta, libera e - rispetto ad altre raffigurazioni - anche un po' spregiudicata. Ce lo suggeriscono il taglio fotografico che la riprende in un efficacissimo scorcio e soprattutto quella sigaretta accesa che la giovane tiene tra due dita, dati che ci testimoniano la vicinanza di Faruffini agli ambienti della pittura realista del secondo Ottocento e della Scapigliatura milanese.
Un'ambientazione per certi aspetti simile, ma un differente carattere della protagonista ci offre invece il dipintodi William Verplanck Birney (1858 - 1909) intitolato "The reader" e datato 1890.
W.V. Birney: "The reader" - Florida (coll. privata)
Davanti a una scrivania stracolma di vecchi volumi talora un po' squinternati, con a lato un sottilissimo calice e un fiore, sta una giovane intenta alla lettura di un corposo testo. Chi può essere? Una scrittrice? Una storica? Una giornalista? O una studiosa che desidera soddisfare un interesse personale? Non lo sappiamo, ma di questa figuretta mi colpiscono il viso luminoso, la vivida attenzione e soprattutto la freschezza tipica di una persona desiderosa di apprendere.
Nonostante certi punti di contatto, anche questo dipinto si stacca dai precedenti. Quello della protagonista non è infatti il sereno abbandono della fanciulla di Renoir e neppure il piglio disinvolto e - se vogliamo - un po' critico della lettrice di Faruffini. Ma è la concentrazione seria di una giovane donna che forse cerca informazioni per motivi di studio o di lavoro.
Non si trova in casa propria in una pausa di distensione, ma probabilmente in una biblioteca a consultare vecchi testi, ed è pure di fretta. Lo dimostra il fatto che non si è neppure tolta il cappello e ha lasciato borsetta e guanti su di uno sgabello vicino. Una donna impegnata quindi, e ricca di un interesse per la lettura che sembra addirittura illuminare il suo viso. Osservandola, mi viene in mente lo spirito appassionato e indipendente della celebre Jo March di "Piccole donne" e "Piccole donne crescono", romanziche - proprio negli Stati Uniti - Louisa May Alcott aveva già pubblicato tra il 1868 e il 1869. Chissà mai che, raffigurando questa giovane lettrice, Birney non vi si sia ispirato?
E per passare alla musica, in sintonia con le immagini vi propongo un brano di Gabriel Fauré (1845 - 1924): la "Fantasia in mi minore op.79" per flauto e pianoforte. Si tratta di un pezzo che coniuga il tema - un'aria inizialmente dolce e malinconica - con una varietà di accenti che vanno dall'atmosfera di una romanza a parti più accese e ricche di vivacità. Per quanto non sia suddiviso in veri e propri movimenti, il brano si compone di sezioni diverse: dopo un inizio più romantico, infatti, la Fantasia - proprio com'è tipico di questo genere di composizioni - si vivacizza con un andamento che alterna passaggi qua e là scherzosi ad altri più meditativi, toni maggiori a toni minori. E mi pare che un andamento così variato possa in fondo rispecchiare la molteplicità di spunti che ci possono offrire i libri con i loro generi diversi, ma anche - e soprattutto - la multiforme ricchezza di emozioni e sentimenti che la lettura stessa sa suscitare in noi come nelle protagoniste dei dipinti qui presentati. Buon ascolto!
Ci sono versi di poeti, stralci di testi magari brevissimi come fulminee illuminazioni, che talora ci restano dentro e riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo a interpretare una situazione, a identificare uno stato d' animo come noi meglio non potremmo.
Si tratta magari di ricordi lontani che pensavamo di aver dimenticato. Invece si sono depositati in noi quasi a nostra insaputa e talora - a distanza di tempo - si staccano come madrepore che da un fondale marino arrivano in superficie. Così prendono a parlarci fuori dal contesto in cui sono nati per diventare nostri. Del resto, prerogativa del linguaggio poetico è proprio la capacità di superare spazio e tempo per farsi universale, pur avendo origine da un impulso squisitamente soggettivo. A me succede ogni tanto, soprattutto con i versi di Giuseppe Ungaretti che fotografano in modo essenziale e incisivo situazioni e moti interiori che il lettore può applicare anche a se stesso. Ed è stato qualche giorno fa che, riflettendo sulla pandemia e sulle prospettive future disegnate da vari esperti con l'incertezza che le contraddistingue, mi è affiorato da chissà dove questo verso ungarettiano: "D'altri diluvi una colomba ascolto." Un unico verso, ma in realtà un'intera poesia intitolata "La colomba" e formata proprio da un solo endecasillabo. Non l'ho mai studiata a scuola, ma so da dove me ne deriva il ricordo perché me l' avevano chiesta - una vita fa! - all'esame di abilitazione. Francamente, non ho idea di cosa posso aver detto improvvisando su di un testo mai visto in precedenza, ma d'allora questo verso si è depositato in me lavorando in segreto, tant'è vero che è riaffiorato spontaneamente nei giorni scorsi.
La colomba nel racconto biblico annunzia la fine del diluvio universale, ma a me pare che qui, parlando di "altri" diluvi, il poeta faccia riferimento a sventure più recenti e vicine che egli stesso può aver vissuto - prima fra tutte la guerra - ma in rapporto alle quali avverte in sè segnali di salvezza. Me lo suggerisce il fatto che Ungaretti non scrive "una colomba attendo" - indice di una speranza, sia pure non ancora realizzata - ma proprio "ascolto", come se la fine dei diluvi fosse già in atto e andasse semplicemente colta prestando attenzione a una piccolo evento qual è il canto di una colomba. Un ascolto tuttavia anche interiore, quasi che la pace e l'armonia che essa simboleggia fossero da cercare prima di tutto in noi stessi, in un impulso profondo al quale dare spazio e voce. Per questo, il verso ungarettiano mi comunica un senso di fiducia, come se la salvezza dalle varie tempeste della vita fosse già insita nella realtà, e il mondo fosse già stato riscattato in una dimensione che, però, non riusciamo a percepire e che solo l'intuizione di un poeta sa cogliere e anticipare.
E in parallelo con tali considerazioni, mi è tornato in mente un brano di musica di Giovanni Allevi tratto dal cd "Hope" - speranza, appunto! - uscito proprio verso la fine dello scorso anno. Il pezzo s'intitola "You were a child" - tu sei stato un bambino - e per certi aspetti è nuovo nello stile del compositore ascolano perchè, oltre che all'orchestra, è affidato ai "Pueri cantores" della Cappella Musicaledel Duomo di Milano e al Coro dell'Opera di Parma. A colpirmi è prima di tutto il testo, scritto dallo stesso Allevi, che recita così:
"Please, remember when you were a child just like me Everything was magic like a mirror of God Now the world is crying for the lack of love And the thirst for power has stolen your hearts. See the world through my eyes Remember when you were a child."
Non
è nuova invece, nell'attività del compositore, l'attenzione verso il
mondo dell'infanzia che qui è visto proprio come simbolo di uno sguardo di luce su tutto il creato. Nel canto, sono infatti i più piccoli a rivolgersi agli adulti chiedendo che essi - in un mondo che soffre per mancanza di amore e sete di potere - ricordino di essere stati bambini, recuperando quella dimensione di innocenza in cui la realtà era percepita come specchio di Dio. Musicalmente, il brano si apre con una lunga introduzione per orchestra e coro: un canto senza parole che sembra arrivare dalla profondità di un mondo ignoto e lontano, da un buio che va dissolvendosi pian piano verso la luce, una sorta di caos primordiale che prelude però ad una nascita. Infatti, la parte sinfonica e corale, al culmine di un senso di intensa attesa, va a risolversi nella trasparenza di due splendide voci bianche con una semplicità che desta stupore. Il loro canto, prima pacato, si anima poi nell'esortazione conclusiva segnata da alcune vibranti dissonanze, e viene successivamente ripreso da tutto il coro con una leggiadrìa che lascia nell'ascoltatore un senso di profonda pace. Dolcissimo, a mio avviso, il duetto finale dei piccoli solisti: un sorta di contrappunto che ci riporta alle radici classiche della musica di Allevi, e che si conclude con un acuto in cui strumenti musicali e voce umana si fondono diventando una cosa sola. Un canto che ci esorta a recuperare lo sguardo salvifico dei bambini, una luce di speranza nata dalla sapienza di un cuore di fanciullo come quello del compositore. Buon ascolto!
La "Grivola", m.3969, Massiccio del Gran Paradiso - (Foto presa dal web)
Primo pomeriggio di un giorno d'estate. La casa è immersa nel silenzio, ho schermato le finestre della mansarda per mantenere un minimo di frescura e guardo al computer le foto delle mie montagne, quelle in mezzo alle quali passo di solito le vacanze.
Quest'anno non sono ancora partita e, per quanto nei mesi scorsi lo abbia intensamente desiderato, ora che da giorni ormai i confini tra le regioni sono stati aperti e l'emergenza sanitaria sta diminuendo, stento a ingranare. Sento che, prima di andar via, ho ancora bisogno di tempo, ma non si tratta della sindrome della capanna di cui hanno parlato esperti e psicologi. Benchè il virus non sia scomparso nè in Italia, nè tantomeno all'estero, la mia non è paura di uscire o ansia, e neppure bisogno di restare ancorata alle abitudini acquisite durante la quarantena. Anzi! E allora? Allora forse dipende da questo periodo che tanti hanno definito "sospeso", con un'espressione un po' abusata ma in fondo vera. Siamo stati e siamo ancora pieni di interrogativi, in attesa che l'emergenza finisca, mentre in vacanza vorrei andare con l'animo libero, lontano da quella tensione oscura che mi strattona altrove impedendomi di vivere in pienezza il presente. Qualcuno
mi esorta a non preoccuparmi: saranno certo il silenzio e lo splendore delle
mie montagne a risintonizzarmi con la pace che cerco. Ma io so che a farmi problema è
anche lo scorrere del tempo che quest'anno - complice la pandemia - colgo con maggiore intensità, sensazione appunto non nuova che mi prende ogni volta che saliamo al mio paesetto.
Mi accade proprio durante il viaggio. Quando, ormai verso la fine del percorso, si abbandona la pianura e dopo una serie di tornanti si entra in una vallata laterale, questa a un certo punto si stringe. Per qualche chilometro si sale ancora, poi a un tratto la strada scende e sembra inabissarsi in una forra, un cono d'ombra in mezzo a montagne alte e selvagge, mentre a lato scorre impetuoso il torrente. È allora che, alzando lo sguardo da quella profondità, stagliata nel cielo si scorge la Grivola con la sua forma a piramide, la punta sbreccata e il ghiacciaio che si apre a semicerchio come un teatro.
Ogni volta, arrivati a quel punto il cuore mi salta un battito perchè è lì che ho la sensazione tangibile del tempo che passa, inesorabilmente, quasi una voce mi dicesse: "Sei di nuovo qui, un altro anno è passato!" Ma se tornare può essere motivo di gioia, insieme avverto la corsa travolgente dei giorni e la percezione che il cuore non è pronto, come avessi lasciato dietro di me qualcosa di incompiuto prima di partire. E mi sento sospesa anch'io. Il fatto è che ogni ritorno alla Bellezza - e uso volutamente la maiuscola - non può essere sbadato o distratto come capita per altre cose della vita. Non ci si può avvicinare a ciò che è sacro da turisti svagati o col cuore ingombro di pensieri,perchè lì è come se la natura - insieme alla sua - ci svelasse in modo ancor più manifesto anche la nostra sacralità.
Allora, per preparare il cuore, occorre un brano che ci conduca in alto dolcemente e senza strappi. Così, oggi ho scelto il secondo movimento, "Largo", dal "Concerto in sol minore op.10 n.8" diTomaso Albinoni (1671 - 1751),un pezzo che ci mette in sintonia con lo splendore in modo graduale, quasi le note ci prendessero per mano su di un sentiero tranquillo, dove il respiro non diventa affannoso e la contemplazione del paesaggio offre ristoro. Nonostante il primo tempo del concerto sia in sol minore, il "Largo" si apre sulla luminosità del si bemolle maggiore. Ma bellissimo, a poche battute dall'inizio, il passaggio sulla dominante - fa maggiore - che ci regala il soffio di un'aria nuova, come se salissimo ad ammirare il panorama da un punto più alto. Una musica che disegna paesaggi esteriori quindi, ma che sa accompagnarci anche per i tornanti del nostro cammino interiore.
Non è mia abitudine scrivere post di carattere celebrativo in occasione di particolari ricorrenze: mi sembrano a volte un po' forzati e formali. Inoltre - come chi mi legge avrà certo constatato - nella scelta degli argomenti e dei brani preferisco affidarmi alla spontaneità, saltando allegramente di palo in frasca per seguire l'impulso del momento. "Va' dove ti porta la musica" si potrebbe infatti intitolare questo blog, se volessi parafrasare il titolo di un famoso romanzo di Susanna Tamaro.
Del resto, se dei vari musicisti mi soffermassi a celebrare date di nascita o di morte, centenari, bicentenari e via dicendo, non mi basterebbe il calendario. Dovessi farlo però, inizierei da Bach col quale - lo sapevate? - condivido gioiosamente il mese di nascita! E a dire il vero non soltanto con lui, ma anche con Vivaldi, Haydn, Chopin, Smetana, Rimsky-Korsakov, Ravel e Piazzolla solo per citarne alcuni! "Ma che?...Sei andata a cercare le date di tutti e inalberi queste coincidenze come un blasone di nobiltà???" - sento qualche vocetta un po' sconcertata. Perchè no???...Con alcuni compositori condivido addirittura giorno di nascita e segno zodiacale - vorrà pur dire qualcosa! - senza contare poi che ci sono quei musicisti che a marzo, invece di nascere, sono passati a miglior vita.
È tra questi ultimi che figura nientemeno che Ludwig van Beethoven e - a parte gli scherzi - proprio per lui oggi ho deciso di fare un'eccezione scrivendo un post celebrativo. I motivi sono due. Il primo è appunto un anniversario: ricorrono nel 2020 i duecentocinquant' anni dalla nascita del compositore, venuto alla luce esattamente il 16 dicembre 1770 e morto il 26 marzo 1827. Ma il secondo motivo è musicalmente più goloso e accattivante. Per gli esperti non sarà certo una novità, ma per me che esperta non sono è stata una sorprendente e magnifica scoperta. Mi spiego.
Lo sapevate che è Beethoven l'inventore del boogie-woogie? E in qualche modo anche del jazz e del ragtime? Ebbene, se per caso avete qualche dubbio, ve ne convincerete subito dopo aver ascoltato il brano di oggi che riporta alcuni passaggi dal secondo movimento della "Sonata per pianoforte in do minore n.32 op.111". Si tratta dell'ultima delle sue sonate, scritta in quella fase finale del suo itinerario compositivo, in cui dalle note emergono suggestioni e ritmi nuovi rispetto al passato classico-romantico in cui la sua musica s'inquadra. Suggestioni e sonorità che, se non hanno sempre ricevuto il plauso dei contemporanei del musicista - convinti talora che quel magma di suoni fosse incomprensibile e frutto della sua sordità - sono state invece apprezzate in seguito come vertiginose anticipazioni del futuro. Se già è straordinario il fatto che il compositore abbia costruito armonie facendole riecheggiare soltanto nella sua mente senza poterne ascoltare il suono, ancor più unica è - nel suo caso - la conseguenza della sordità. Forse proprio questa, infatti, gli ha concesso una più profonda sensibilità insieme al bisogno di dare libero sfogo alla propria anima, facendone sgorgare ritmi e accordi al di là delle regole compositive della sua epoca. Del resto, intuizioni del futuro e sfaccettature innovative si ritrovano anche in altri lavori dell'ultima produzione beethoveniana, dalla mirabile "Sonata op.106" - che potete ritrovare qui - ad alcuni Quartetti. Ma veniamo al brano.
Il secondo tempo della Sonata da cui il pezzo di oggi è tratto porta l'indicazione di "Arietta - Adagio molto semplice e cantabile" e si sviluppa come un tema con variazioni. Inizia lento, simile a una ninna-nanna dolce e malinconica, di seguito un poco più animata, per culminare poi in una sezione molto accesa e tornare infine a un andamento più tranquillo in cui il tema viene riesposto con delicatezza di trilli e cromatismi. Si tratta di un brano che meriterebbe ben più ampio spazio di considerazioni. Ma quello che mi interessa sottolineare qui oggi è il passaggio dalla seconda alla terza variazione dove, sul tempo di 12/32, inizia una serie di arpeggi dal ritmo puntato che suonano come vere e proprie anticipazioni jazzistiche. Certo è la velocità, ma sono soprattutto gli accenti e l'andamento sincopato che ce lo dicono, riportandoci - ascoltare per credere! - al ragtime di Scott Joplin, allo swing o alla scatenata vivacità del boogie-woogie. Un Beethoven quanto mai versatile, in cui avvertiamo tutta la conoscenza del passato rielaborata con prodigiosa spregiudicatezza e libertà creativa, soprattutto se pensiamo che la "Sonata op.111" è del 1822, in largo anticipo quindi sui generi musicali citati che nasceranno tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, peraltro non in ambito europeo. Insomma, un grandioso "Va' dove ti porta la musica" questo di Beethoven, ricco di tempestosa e potente energia, a dispetto della totale sordità o forse - chi lo sa?! - proprio per questa!!! Nella clip-audio trovate le battute finali della seconda variazione e poi - a 0.29 dall'inizio - il passaggio alla terza che ci conduce in maniera marcata ed inequivocabile alla ritmica del jazz. Se invece volete ascoltare l'intero secondo tempo della Sonata per avere una visione d'insieme del suo sviluppo, eccovi il link: https://www.youtube.com/watch?v=4JojN1ffvSE.
C.V.Holsøe: "Asleep" - coll. privata (foto presa dal web)
È la terza volta che, in queste mie brevi divagazioni tra i pittori, torno al danese Carl Vilhelm Holsøe (1863 - 1935), ma tra le varie rappresentazioni di donne col libro, non volevo tralasciare il dipinto che vedete, a mio avviso incantevole sia per il fascino dello stile che per una certa sua singolarità. Si tratta di un'opera intitolata "Asleep" - Addormentata - e se non rischiassi di essere banale, oserei dire bella addormentata, tale è la pacata dolcezza di quest'immagine che rappresenta così bene il riposo.
Il dipinto raffigura infatti una donna giovane - o così a me pare - che sta dormendo, scivolata nel sonno mentre stava leggendo, e lo dimostra quel libro ancora aperto, abbandonato nelle sue mani. Una rappresentazione di estremo fascino e per la semplicità dell'ambiente - la parete spoglia, pochi oggetti sul comodino e due sole tinte a far da contrasto al chiaro che campeggia al centro del quadro - e per i larghi tratti di pennello che si allontanano un po' da altre opere di Holsøe dal disegno più minuzioso e definito.
Una semplicità che - come osservavo in passato - diventa sinonimo di eleganza e lo
cogliamo da svariati particolari: la nitidissima ampolla piena d'acqua
col bicchiere, e il pizzo che orna il polsino della camicia da notte
della donna dal tessuto finissimo, che ha insieme la lucentezza della
seta e la levità dell'organza.
Ma
la suggestione più forte, a mio avviso, viene dalla luce sulla parete
chiara, dello stesso colore del cuscino, del lenzuolo, della camicia da
notte e delle pagine del libro che la donna ha in mano. Bianco???...Sì e no, perchè in realtà è una tinta variegata, fatta di tanti colori in cui, nelle larghe pennellate che
talora sembrano intersecarsi, si mescolano bianco e grigio, azzurro e
rosa, a sottolineare ombre e riflessi nelle pieghe della stoffa e a
costruirne lo spessore. Bellissimo,
a questo riguardo, anche il cuscino che,
tra luce e penombra, accoglie con la sua morbidezza la testa della
donna. Ci consente infatti di percepire quasi fisicamente il suo
abbandonarsi a quella profondità del sonno che avvolge i sensi e ne
prende gradatamente possesso.
Un riposo sereno o vagamente accorato? Sul suo viso che a me pare di un'incantevole soavità, quasi in sotterranea armonia con la trasparenza dell'acqua e il bianco circostante, possiamo cogliere pace e insieme sfinimento, quiete ma forse anche il velo di una sottile, recondita angoscia che va dolcemente placandosi. Certo, per comprenderne meglio lo stato d'animo, dovremmo tornare al libro, ma non sappiamo che cosa la donna stesse leggendo e le nostre possono essere solo ipotesi. Non sembra un libro nuovo: forse un diario, o un testo letto e sfogliato più volte. Ci sono storie alle quali si ritorna di tanto in tanto per lasciarsene portar via: descrizioni o intrecci che ci prendono per mano immergendoci non solo con la mente e col cuore, ma con tutti i sensi in un'atmosfera che all'improvviso scopriamo profondamente nostra.La lettura, infatti, ci riporta ad un angolo segreto del cuore ed è bello che ciò accada nei momenti che preludono al sonno, come nel dipinto riportato. Forse in quel libro la donna ha cercato consolazione, forse ricordi, lontane suggestioni o forse ancora vi ha trovato una pacificante sintonia, come quando un testo rivela magicamente noi a noi stessi. E mi piace immaginare che quelle pagine si siano inoltrate nel suo vissuto magari sofferto, andando a lenire stanchezza o angoscia e consentendole un riposo più sereno.
Così, a questa immagine di soave abbandono ho associato la musica di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893). Quello che ho scelto, tuttavia, non è un brano da "La bella addormentata" come avevo pensato all'inizio, ma dalla "Sinfonia n.6 in si minore op.74", la celebre "Patetica". Si tratta della prima parte del quarto movimento, "Adagio lamentoso - Andante", un pezzo che, per il suo procedere lento e la malinconia che lo caratterizza, è stato talora definito funereo e considerato quasi un presagio della morte del compositore. Tuttavia, al di là di questo, quella che vi avverto è un' atmosfera onirica che sembra affiorare dall'inconscio, insieme a una grande intensità orchestrale che si allarga progressivamente in ondate di commozione che ci accompagnano sempre più forti e struggenti. Sensazioni che forse solo il sonno e il sogno sanno farci vivere, ma che queste note riescono ad ampliare e a restituirci ora in passaggi lenti e angosciosi, ora in tratti in cui la musica sale invece con impeto e straordinaria potenza evocativa.
Guardo la nuvolaglia del mattino, rimasta in cielo dopo il temporale. Promette o inganna? Dà speranza o prelude a nuove minacce? Segna la fine della tempesta o è soltanto un'illusione? Chissà!... Anima però i tratti del paesaggio, consentendoci di coglierne aspetti grandi e piccoli, la vastità insieme a certi dettagli della sua bellezza che diversamente passerebbero inosservati. E anche questo è vita.
La nuvolaglia si specchia nelle pozzanghere, apre inusitati sprazzi di azzurro, sveglia più nitidi i colori, ricordando i cieli che si vedono in prossimità dell'oceano. E non importa se magari da noi il mare non c'è, perchè disegna prospettive sognanti, ci invita ad alzare gli occhi ed evoca i poeti: "...Nuvole in viaggio, chiari/reami di lassù! D'alti eldoradi/malchiuse porte!...".
A.Mantegna: "Adorazione dei pastori" (part.)
La nuvolaglia spalanca l'orizzonte, restituisce profondità, respiro e insegna a guardare lontano, regalandoci la percezione che la vita è immensa e non finisce dove arriva il nostro sguardo. Sollecita l'immaginazione, la fantasia, il cuore, ma ci conduce anche alle soglie di un ignoto che non conosciamo. E questo può far paura.
V.Van Gogh: "Campo di grano con cipressi"
La nuvolaglia è volubile, inquieta, pronta ad aprirsi al più luminoso azzurro, ma anche a rabbuiarsi improvvisa o a sfrangiarsi al primo refolo di vento. Ci regala così paesaggi più che mai marezzati di ombre e di luci,
angoli cupi come repentini malumori e riflessi di sole che covano
speranze.
Ma insieme ci porta a scoprire i tratti più riposti di un panorama: casette in mezzo alla boscaglia o addossate a
un pendio, grigi profili di colline lontane, mentre emergono sorprendenti sfumature
di giallo e di verde in mezzo ai prati.
Masolino: "Il miracolo della neve" (part.)
La nuvolaglia ricorda le prospettive di pittori antichi e moderni. Talora ci conduce fra cieli d'oro o di cobalto percorsi da nubi fiabesche, simili a misteriose presenze extraterrestri. Ma insieme ci riporta alla mente l'affascinante leggerezza delle atmosfere di Constable o le nuvole corpose e avvolgenti di Van Gogh, fantasiose figure che sembrano ghermirci, riassorbendoci nel quadro quasi anche noi ne fossimo parte.
C.Monet: "Il bacino di Argenteuil"
Corre veloce nel vento la nuvolaglia, come in un dipinto di Monet: a volte impeto gioioso che ci fa tendere al lontano orizzonte, ma talora pungente e recondito desiderio di casa, quasi che gli elementi della natura sapessero parlarci nel profondo, rivelandoci chi siamo e dove stiamo andando. Evocano infatti - quelle nuvole - mille vite non vissute, remoti luoghi della nostra infanzia, scenari perduti o magari soltanto sognati, e forse per questo ancor più veri di quelli reali.
J.Constable: "Cloud Study"
La nuvolaglia è simile a un cuore inquieto, a una preoccupazione che rode segreta, ma dopo il temporale fa nuovo il paesaggio, turbinosa e animata come le note di un concerto di Rachmaninov. Ed è proprio un famoso brano del compositore russo che ho scelto da associare a queste immagini: il primo movimento - "Moderato" - dal suo "Concerto in do minore n.2 op.18 per pianoforte e orchestra". Si tratta infatti di una pagina molto conosciuta, percorsa da una vibrante passionalità tardo-romantica che si dispiega nel susseguirsi e nell'intrecciarsi dei due temi: il primo energico e maestoso ma in tonalità minore - il do appunto - e il secondo più dolcemente sfumato nella relativa maggiore, il mi bemolle.
Il pezzo si apre con accordi iniziali di grande drammaticità e, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare, il tema è annunciato dall'orchestra mentre l'accompagnamento è affidato agli arpeggi del pianoforte. Subito dopo tuttavia, lo strumento assume via via un ruolo preponderante fino a diventare protagonista assoluto, anche per la scrittura irta di difficoltà tecniche, lirica e virtuosistica insieme. Un brano in cui le note attraversano una ricca gamma di emozioni, ora tempestose, ora pervase da struggente malinconia, ora aperte a sprazzi di luminosità. Note che ci offrono un paesaggio musicale movimentato e mutevole, proprio come nuvole portate dal vento che animano il cielo dopo un temporale. Buon ascolto!