giovedì 31 maggio 2018

"The King shall rejoice..."

Canaletto: "L'Abbazia di Westminster"
"The King shall rejoice...": il re si rallegrerà. 
Ispirate ai versetti iniziali del Salmo 20 (21), queste parole costituiscono il titolo e l'apertura del "Coronation Anthem HWV 260" di Georg Friedrich Haendel.
Si tratta del terzo del quattro Inni scritti dal musicista in qualità di compositore della Cappella Reale inglese, per l'incoronazione di re Giorgio II e della moglie Carolina, avvenuta a Londra nell'Abbazia di Westminster nel 1727.

Dunque ancora Haendel, ma dopo l'aria delicata e sublime della volta scorsa, oggi mi piace proporvi un brano di grande energia e vivacità, ricco di fasto come si addice ad una cerimonia d'incoronazione. Del resto, solo Haendel tra i musicisti dell'epoca poteva vantare uno stile capace di adattarsi di volta in volta alle esigenze del teatro, della polifonia sacra o di altre celebrazioni. 
E in effetti, qui il compositore si avvale di un organico sia corale che orchestrale di grande ampiezza, probabilmente per la necessità di adattarlo al riverbero spaziale del luogo in cui doveva esibirsi: l'Abbazia di Westminster.

La clip audio che ho scelto comprende i primi due dei quattro movimenti di cui l'Inno si compone. Una lunga introduzione ci conduce subito in un'atmosfera sfavillante, enfatizzata dagli ottoni e dal ripetersi di alcuni passaggi quasi a sottolineare una gioia ridondante, mentre dall'attacco del coro in poi, l'energia e la solennità del canto possono ricordare alcuni squarci del famosissimo "Hallelujah" del "Messiah". E tuttavia, nonostante come brano di apertura il pezzo sia giustamente pomposo, avvertiamo subito l'inimitabile leggerezza delle note di Haendel che ci sollevano dall'ambito puramente celebrativo per riempirci l'anima di luce.
Più pacato invece il secondo tempo che, pur essendo un Allegro come il precedente, ci trasporta in un clima di maggiore morbidezza e cantabilità, segnato com'è da un garbato ritmo di 3/4 che può ricordare un minuetto.

Così, mi piace associare a questa musica il dipinto del Canaletto (1697 - 1768) che vedete nella foto in alto, raffigurante l'Abbazia di Westminster come appariva nel 1749 e come certo l'ha vista anche Haendel. 
Davvero il quadro il cui titolo completo è "L'Abbazia di Westminster e il corteo dell'Ordine del Bagno" - ordine cavalleresco fondato da Giorgio I nel 1725 - ci fa entrare nel clima del tempo per apprezzare una scena di ambiente della quale il pittore ha riportato anche i minimi particolari, quasi fosse una cartolina che ci arriva dal Settecento.
E l'edificio religioso, ieri e oggi luogo delle incoronazioni dei sovrani britannici, insieme al Salmo da cui Haendel ha preso spunto ci ricorda l'antica dottrina secondo la quale la legittimazione dell'autorità del re viene da Dio. 

Riporto qui il testo dell'Inno:

"Il re si rallegrerà nella tua forza, o Signore! 
L'hai colmato di felicità per la tua salvezza!
Gloria e adorazione hai posto su di lui.
 
Gli sei venuto incontro con benedizioni eccellenti, e gli hai posto in capo una corona d'oro finissimo.
Alleluja."

Buon ascolto!

giovedì 24 maggio 2018

Fascino inglese

Cappella di San Giorgio - Windsor
Sarà che sto sognando le vacanze, che ho negli occhi foto di castelli, parchi dal fascino inglese, nonchè matrimoni reali e quanto di inglese in questi ultimi giorni ci è stato offerto in tv...sarà frutto dell'effetto d'insieme, ma oggi sono tornata a Haendel.

Per quanto infatti il compositore sia tedesco di origine, ha trascorso buona parte della sua vita in Inghilterra, tanto da diventare musicista della famiglia reale per la quale ha scritto brani sontuosi.
Scintillante, maestoso e solenne, nei suoi numerosi pezzi celebrativi ha saputo entrare nel vivo degli eventi da interpretare in note, tanto da farne scaturire l'intima gioia. Il suo stile è infatti festoso e fastoso: dalla "Musica sull'acqua" alla "Musica per i reali fuochi d'artificio", dal "Dettingen Te Deum" ai quattro "Coronation Anthem" primo dei quali è il famoso "Zadok the Priest".  
Ma è anche ricco di una vitalità che possiamo cogliere, tra l'altro, in diversi brani del "Messiah" a cominciare dal celeberrimo "Hallelujah", o dell'oratorio "Solomon". Certo ricorderete - tratta proprio da quest'ultimo - la sinfonia intitolata "L'arrivo della regina di Saba", una delle creazioni più esaltanti che la musica barocca ci possa offrire. Ed è solo un esempio.

Tuttavia, a fronte di pezzi esuberanti e grandiosi, nelle composizioni di Haendel troviamo anche una vena intima d'incomparabile dolcezza. Basti pensare al "Largo" dall'opera "Serse" o ad altre splendide arie come "Lascia ch'io pianga" dal "Rinaldo".
Proprio un'aria ricca di singolare fascino ha accompagnato il recente matrimonio del Principe Harry con Meghan Markle, e in particolare l'ingresso della sposa nella cappella del Castello di Windsor.

Sì, ho visto anch'io alcune riprese di questo evento che ha suscitato clamore, curiosità e spesso anche gossip, ma devo dire che - se pure la cosa inizialmente non aveva destato in me particolare interesse - le immagini poi mi hanno affascinato. Incantevole certo la cornice ampia e verdissima del parco, la severa eleganza del castello, così come la gotica Cappella di San Giorgio - divenuta nel tempo simile a una cattedrale - che si affaccia su di una piazzetta raccolta, un piccolo borgo di case a graticcio. 
Ma incantevole anche la schietta festa delle tante persone convenute e splendidi gli sposi nella loro gioia e - mi è parso - nella loro spontaneità: insomma un evento solenne di grande suggestione, a cominciare dall'appassionato sermone del Vescovo Michael Curry.

Naturalmente, però, la mia curiosità si è appuntata sulle musiche che hanno accompagnato la cerimonia, un vero e proprio concerto con brani classici di ieri e di oggi: da Tallis a Fauré, da Schubert a Rutter, solo per citarne alcuni; e insieme, pezzi gospel come il conosciutissimo "Stand by me" di Ben E. King.
Ma non poteva mancare Haendel! 
È stato infatti il brano iniziale, "Eternal source of light divine", dell' "Ode for the Birthday of Queen Anne HWV 74" ad accompagnare - come scrivevo - l'ingresso della sposa nella Cappella di San Giorgio. Ed è proprio questo che desidero condividere con voi oggi.
Si tratta del pezzo di apertura di una cantata profana scritta dal compositore nel 1713, in occasione del compleanno della Regina Anna di Gran Bretagna che aveva favorito la ratifica della Pace di Utrecht stipulata nello stesso anno. Proprio la celebrazione della pace è il tema del testo dell'Ode, composta da sette strofe ognuna delle quali si conclude lodando "il giorno che donò alla luce la grande Anna, colei che ha concesso una pace duratura sulla terra".

Il brano, un'aria di rara leggiadria caratterizzata da un incedere lento e ricco di fascino, è interpretato qui da Elin Manahan Thomas, la stessa soprano che lo ha cantato durante la cerimonia nuziale. Una voce di insuperabile luminosità e nitidezza che sembra ora dialogare, ora fondersi con quella degli strumenti, conducendoci in un'atmosfera di sempre più alto splendore.

Buon ascolto!

giovedì 17 maggio 2018

Musica in un interno

Da tempo, avevo tra i miei documenti in computer la foto di un'opera di Silvestro Lega (1826 - 1895), artista appartenente al movimento dei Macchiaioli.
Si tratta del celebre dipinto intitolato "Il canto dello stornello", conservato a Firenze presso la Galleria d'Arte Moderna di Palazzo Pitti: un'immagine che mi ha sempre preso per il fascino che da essa promana, ma che qualcosa mi aveva trattenuto finora dal pubblicare.

L'opera rappresenta un pacato quadretto di vita familiare in cui l'artista ha raffigurato al pianoforte la giovane cui era sentimentalmente legato e - dietro di lei - le sue sorelle una delle quali intenta a cantare. 
La pianista è al centro del dipinto e le altre due un poco più appartate; tuttavia le loro figure sembrano assumere un rilievo quasi plastico in rapporto allo sfondo della stanza. 
A destra fa da cornice un tendone e a sinistra la linea obliqua della tastiera ci conduce all'aperto, verso un paesaggio di dolci colline. Potrebbe essere maggio, coi primi caldi primaverili e la campagna - là fuori - marezzata di una luce che illumina anche l'interno, offrendoci un'immagine pacata e ariosa.

Mi ha sempre preso l'atmosfera ottocentesca di questo insieme, il richiamo ad un ambiente di altri tempi evidente nell'abitudine di far musica in famiglia,  nell'abbigliamento e nelle acconciature delle tre donne, fino a particolari come la colonnina tortile e il piccolo candelabro del pianoforte che indicano uno strumento di antica eleganza.
Ma catturano l'attenzione anche le stoffe di abiti e arredi, nell'ampiezza con cui si dispiegano e nella varietà di tessuti che va dalla minuta fantasia del vestito della pianista, ai quadretti della gonna di una delle due giovani e ai grandi fiorami del tendone.
Ne possiamo intuire persino la consistenza, ora più lieve nell'abito intero e quasi impalpabile nella camicetta chiara, ora invece più sostenuta, tanto che vengono in mente stoffe come mussola, crepella, taffetas, piquet, cretonne e via dicendo.
Una rappresentazione particolareggiata e realistica quindi - a ben guardare anche nella somiglianza dei tre profili - ma insieme un'immagine sulla quale indugiare per lasciarsi pervadere da un senso di antica pace.

Tuttavia - ed è questo il motivo per cui avevo esitato a pubblicare il dipinto - ho sempre avvertito un certo contrasto, quasi una sfasatura tra la serietà e la compostezza delle tre protagoniste e il titolo del quadro - "Il canto dello stornello" - che fa pensare invece a un più movimentato e spensierato clima di vivacità. 
Se ingrandendo la foto osserviamo lo spartito, vi scorgiamo certamente la scrittura musicale con la parte del pianoforte e del canto. 
Eppure, il mio pensiero non corre a uno stornello col suo stile talora satirico o scherzoso, ma alla dolcezza di una romanza. 
Me lo dicono i volti soavi e pensosi delle due giovani in piedi, pervasi da una sottile malinconia, quello più serio della pianista e la grande compostezza delle loro figure che ad alcuni critici ha ricordato lo stile di Piero della Francesca: radici toscane che, attraverso i secoli, si richiamano e s'intrecciano.

Così, passando alla musica, per accompagnare questo dipinto ho preferito una delicatissima melodia di un compositore contemporaneo a Silvestro Lega: Charles Gounod (1818 - 1893). 
Si tratta di "Serenade", brano d'impronta intensamente romantica e dal dolce ritmo di berceuse composto su di un testo poetico di Victor Hugo. Sono versi struggenti in cui lo scrittore contempla l'amata quando canta, quando ride e quando dorme e tale contemplazione, dissipando ogni pensiero negativo, diventa fonte di profonda armonia.
Ho scelto qui una versione per voce e pianoforte che mi pare rifletta l'aura di discrezione e pacatezza del dipinto. E davvero, nella realtà, le giovani ritratte da Silvestro Lega avrebbero potuto cantare questa "Serenade", perchè composta da Gounod esattamente undici anni prima del quadro!

Buon ascolto!

 

mercoledì 9 maggio 2018

La schietta gioia della musica

Quando la tecnica è magistrale, essa si traduce ben presto in gusto, lasciando il posto al piacere di far musica, alla pura gioia di suonare che prende l'esecutore e con lui coinvolge gli ascoltatori.
Ne parlavo qui poco tempo fa, in riferimento alla "Fuga alla giga BWV 577" di Bach e al suo bravissimo interprete, ma ritorno oggi sull'argomento, sia pure con un brano diverso. Molto diverso.

Si tratta infatti della famosissima "Czarda" del napoletano Vittorio Monti (1868 - 1922), una composizione che - come certo saprete - prende spunto da una danza diffusasi in Europa a partire dalla prima metà dell'Ottocento. 
La sua origine è popolare e colta insieme: popolare se pensiamo che il temine czarda indicava un ballo da osteria; e colta perchè ad essa si sono ispirate le danze ungheresi d'impronta gitana, rese poi famose da musicisti come Lizst, Brahms e Lehar.
Brio aggiunto al brio insomma: la vivacità insita nello spirito napoletano di Monti unita al trascinante ritmo ungherese e il tutto interpretato qui dal talento di un violinista polacco.

Solista è infatti Mariusz Patyra, già vincitore del Premio Paganini e splendido interprete che i lettori di questo blog ricorderanno per averlo ascoltato in alcune magistrali esecuzioni.
Come scrivevo anche in passato, ho sempre apprezzato non soltanto le sue doti di grande virtuoso del violino, ma soprattutto la straordinaria naturalezza e versatilità con cui fa fluire le note dallo strumento, riuscendo a coinvolgere l'ascoltatore nel gusto profondo della musica.
Ed è un gusto dalle molteplici sfumature, come possiamo osservare dal video dove insieme al rigore, alla concentrazione e all'attentissima coordinazione con le altre voci orchestrali, cogliamo in lui anche l'abbandono alla gioia e alle emozioni che - di passaggio in passaggio - questa musica gli ispira.

In effetti la "Czarda" di Monti è un pezzo molto vario, composto da parti con differenti tempi, tonalità che alternano il re minore al re maggiore, e sezioni lente che si avvicendano ad altre più mosse fino al brioso, vivacissimo finale.  Un classico pezzo di bravura, esuberante e scorrevole che il violinista, accompagnato da una vibrante orchestra d'archi, interpreta con nitidissima intonazione e perfetto tempismo. Una musica ricca di contrasti che l'interpretazione mette sapientemente in luce, giocando tra il forte di certi passaggi e alcuni intensi pianissimo, tra i frequenti glissati e gli staccati dove sembra talora che il canto del violino si faccia una cosa sola col solista fondendosi col suo respiro.
Un'esecuzione strepitosa da gustare fino in fondo in tutte le sfumature del brano come nel crescendo finale, ma segnata soprattutto dal piacere di suonare. Lo leggiamo in viso a Patyra: nel suo sorriso, nel garbo, nell'equilibrio tra entusiasmo e misura e - diciamolo! - anche nel suo schietto divertimento che coinvolge il pubblico, e noi che guardiamo, nel gioioso vortice della musica.

Buona visione e buon ascolto!

martedì 1 maggio 2018

"Dolce paese..."

Sfuma leggera la foschia sulle colline, dove l'azzurro si carica di una tonalità più cupa e il verde contrasta col cielo, la pietra scabra del pozzo e il cespo di fiori rosa, lì accanto.
È l'immagine che offre il mio calendario toscano che ho aggiornato stamattina, inaugurando il mese di maggio.
Dico toscano non solo perchè l'ho comprato lo scorso anno a Lucca per l'esattezza, ma per le foto che riportano angoli, scorci, monumenti o panorami un po' da tutta la regione.

A prima vista, questa che vedete sembra un'inquadratura della campagna senese - o forse anche maremmana - ondulata da dolci colline, con un cerchio di cipressi intorno a un rustico casale: luoghi che mi hanno sempre affascinato per la morbidezza con cui in essi si fondono elementi contrastanti. 
Qui infatti, la pietra rustica della vera da pozzo si sposa col verde del prato che ci regala invece una sensazione vellutata. E al tempo stesso quel verde - fresco come i germogli a primavera - si armonizza con un cielo che quasi prelude al temporale, mentre lo sfondo marezzato di luce ci consente di scoprire particolari di paesaggio che a prima vista non si notano. 
Se infatti ingrandiamo la foto, essa ci svela campi, sentieri, un fumo che biancheggia in lontananza e un lieve profilo di monti che può ricordare i versi carducciani del sonetto "Traversando la Maremma toscana": 

"...pace dicono al cuor le tue colline / con le nebbie sfumanti e il verde piano / ridente ne le piogge mattutine".

E l'immagine mi pare davvero la fisionomia di un "dolce paese" dalla riposante morbidezza, dove ritrovare antiche radici, placare ansie o nostalgie e sul quale fermare - insieme al poeta - uno sguardo rasserenato e commosso.

Ma essa mi riporta anche ad un brano di musica ora delicato come questo paesaggio, ma altrove ricco di contrasti evidenti nei frequentissimi passaggi tra il forte e il piano
Si tratta del primo movimento della "Sonata n.24 in Fa diesis maggiore op.78" di Ludwig van Beethoven, dedicata "A Thérèse von Brunswick", sua allieva e forse destinataria delle famosissime lettere che il compositore aveva dedicato all' "Immortale Amata".
In effetti, leggendo tali lettere - mai spedite e rinvenute tra i documenti del musicista dopo la sua morte - insieme a notazioni di vita quotidiana vi si trovano espressioni traboccanti di amore e sofferenza, speranza e nostalgia, sentimenti che la Sonata n.24 esprime efficacemente, inducendo alcuni studiosi ad ipotizzare che Thérèse sia stata destinataria anche degli scritti.

Questo che ascolterete è un primo tempo in realtà suddiviso in due parti: un "Adagio cantabile" introduttivo di sole quattro battute di accordi ascendenti, e un "Allegro ma non troppo", melodia luminosa, fatta di momenti di dolce intimità alternati ad altri più tempestosi e drammatici dove il tema è ripreso in tono minore.
Contrasti - appunto - come quelli del paesaggio in primavera, che spesso si ricompongono in soavità regalandoci insieme ricordi, nostalgie e tutte le sfumature di un appassionato sentimento d'amore. 

Buon ascolto!

 

domenica 22 aprile 2018

Abbandonarsi alla gioia

Avete presente i bambini quando giocano, corrono, ma soprattutto saltano? 
Saltano a volte così, per conto proprio, non necessariamente dietro a qualcosa come un pallone o - per esempio - per far festa a qualcuno. 
Saltano perchè sono felici, per manifestare la loro allegria, quell'allegria senza un preciso motivo se non l'essere vivi.

Ecco, il brano musicale di oggi mi fa pensare proprio a questo abbandonarsi alla gioia di vivere, ragione di fondo più sostanziale di tante altre contingenti ed effimere. A creare in me tale suggestione è il particolare ritmo del pezzo decisamente animato e danzante.

Si tratta della "Fuga alla Giga in Sol maggiore BWV 577" di Bach, qui eseguita dall'olandese Matthias Havinga, organista, pianista e docente al Conservatorio di Amsterdam, erede di quella generazione di organisti cui appartengono - per esempio - Ton Koopman e il compianto Gustav Leonhardt.
Mi pare che la bellezza e la singolarità del brano stiano proprio nel fatto che il compositore vi ha associato l'architettura della fuga al ritmo di una danza in tempo ternario come la giga, qui in particolare in 12/8. 
Di origine inglese o forse irlandese, tale danza si è diffusa in tutta Europa nel periodo barocco, conferendo particolare ritmo e vivacità ai vari brani, come possiamo notare in questo pezzo così movimentato e quasi saltellante.

Ma osserviamo la concentrazione appassionata del bravissimo interprete che pare letteralmente abbandonarsi all'onda della musica che ha dentro di sè - suona infatti a memoria - lasciandosene trasportare e immedesimandosi nel suo splendore!
Non solo mani e piedi si muovono con straordinaria scioltezza e altrettanta leggerezza su tastiere e pedaliera, ma tutto il suo corpo è coinvolto e accompagna l'andamento del brano. La tecnica - frutto certo di spiccate doti naturali, ma anche di esercizio costante - lascia qui spazio al piacere di suonare in totale fusione con lo strumento e con le note, quasi tra loro e l'interprete corra una passione reciproca. Lo cogliamo dai gesti, ma anche dall'ombra di sorriso che si disegna sul volto dell'organista.

C'è infatti un livello oltre il quale è solo la Bellezza a parlare, mentre il rigore si traduce in un gusto che rende partecipi anche noi, consentendoci - per quanto possibile - di entrare nel vivo del brano.  
Allora, per un misterioso sortilegio, tutti diventiamo Bach, la musica va oltre la musica e quel ritmo che già avvertiamo in corpo, si trasmette anche alla mente e al cuore lasciandovi dilagare - liberissima - la gioia.

Buona visione e buon ascolto!

domenica 15 aprile 2018

Un luminoso respiro

Van Gogh: "Ramo di mandorlo fiorito".
Mi mancava.
Incredibilmente, è dal mese di luglio dello scorso anno che non ho più pubblicato nulla di lui e mi sono resa conto che mi mancava.
Avevo nostalgia della luminosità delle sue note, di certi tempi lenti venati di malinconica dolcezza, ma soprattutto di quella sua attitudine pensosa, capace di metterci in sintonia con lo splendore segreto dell'esistenza.
Sto parlando di Mozart. 
Tornare alla sua musica è come ritrovare una misura nostra, un respiro interiore più calmo e più profondo, è aprirsi a una luce che viene dal cuore e si trasmette allo sguardo. O come riprendere un passo che col respiro procede in armonia, traducendosi in una serena percezione della realtà circostante, in un luminoso stupore verso il creato.
Per questo oggi vi propongo il secondo movimento, "Adagio", tratto dal "Divertimento n.2 in Re maggiore K.131": un brano che per certi aspetti può ricordare la leggiadria di altri pezzi ancora più famosi. Penso, per esempio, al terzo tempo della Serenata n.10 K.361 "Gran Partita", ma le citazioni si potrebbero moltiplicare.

Si somigliano gli Adagi di Mozart?
A me pare di sì: hanno spesso una struttura simile, una tessitura timbrica inconfondibile e sempre ci regalano un' aura tutta particolare che rende subito riconoscibile il compositore, come del resto accade anche per lo stile di altri artisti. E tuttavia ogni pezzo è diverso perchè Mozart vi ha saputo coniugare la bellezza in una molteplicità di modulazioni e di tratti simili ma al tempo stesso differenti, realizzando un mirabile ideale di unità nella varietà. 
Sette note soltanto - o dodici, se preferite - ma capaci di aprirsi all'infinito come  infinita è l'anima del compositore.
Così è pure in questo brano. Ascoltiamolo.

Luminosissimo il suo esordio con un la maggiore che introduce una breve scala discendente poi ripresa varie volte al suo interno. È come se la serenità scendesse proprio dall'alto, posandosi con un ritmo di pacata, danzante dolcezza sugli oggetti circostanti e sul nostro cuore. 
Ma anche dove la trasparenza talora si offusca e il tema si fa più ombroso ammantandosi di tristezza come nella seconda parte, il dialogo tra gli archi - in particolare tra primo e secondo violino - ci regala comunque un'incomparabile, terapeutica armonia.
Una melodia che ci tocca nel profondo come una primavera che, dopo il lungo inverno, si annunzia lieve e ci pervade con il fascino arioso di un ramo fiorito nel vento e con la leggerezza ricca di fremiti di queste note. 
Un brano da ascoltare a lungo perchè ci conceda pienamente il suo incanto trasparente eppure discreto, come un cielo nel quale sprazzi di sereno si alternano a qualche nube leggera che, a poco a poco, va a svanire.

Buon ascolto!

sabato 7 aprile 2018

Meraviglioso Vivaldi !!!

Beato Angelico: "Incoronazione della Vergine" (particolare)
Meraviglioso Vivaldi, sì!!!
E non solo per il timbro inconfondibile di tanti suoi brani o la struggente malinconia di altri; o ancora per la vena descrittiva delle "Quattro stagioni" e dei vari concerti dove l'armonia imitativa si dispiega in mille modi.
Ma meraviglioso anche per la drammaticità profonda, per il tocco lieve e al tempo stesso intensissimo col quale il compositore si è accostato a certi eventi cogliendone l'anima.
Sto pensando al brano dallo "Stabat Mater" RV 621 che ho pubblicato qui lo scorso Venerdì Santo e sul quale vorrei tornare brevemente, per sottolinearne la sublime bellezza. Andate a riascoltarlo, per favore.

"Eja Mater, fons amoris..." Oserei dire che nel dolore di Maria sotto la croce Vivaldi si è letteralmente inabissato, tentando di interpretare ed esprimere in note ciò che - in realtà - esprimibile non è. Ci sono infatti dimensioni esistenziali di cui la grandezza dell'arte sa essere specchio luminoso e altre che - al contrario - può solo adombrare. E il dolore di Maria è un oceano senza fondo.
Eppure, il desiderio espresso dal testo di condividere tale sofferenza - "me sentire vim doloris fac, ut tecum lugeat" - si traduce per il compositore in un cammino simile a quello di chi si avventura sottoterra, nel buio, tra anfratti di rocce scabre, in un percorso sconosciuto dove la Madre si addentra seguendo il Figlio. E noi con Lei. 
È proprio qui, infatti, che la musica ci conduce attraverso sentieri tortuosi, per sorprendenti e inusitati cambiamenti di tonalità, ritmati dal violino con due note di fondo ripetute, secche, quasi sferzanti, di un'ineluttabilità che non lascia scampo.
Ma l'incanto di questo pezzo è sottolineato anche dalla straordinaria voce del controtenore Philippe Jaroussky che conferisce al brano una purezza ineguagliabile, quasi fossimo condotti a sfiorare il cuore di Maria.

Così, oggi ho scelto di nuovo un brano di Vivaldi, ma - questa volta - segnato dalla gioia, come si addice al tempo liturgico che stiamo attraversando.
Si tratta del "Laudate Dominum" RV 606, mottetto sul testo del Salmo 116 (117) col quale - tra gli altri - si sono misurati anche Monteverdi, Haendel e Mozart.
Mi ha colpito molto questa composizione, non solo per la vivacità e l'energia che si addicono ad un canto di lode, ma anche per un aspetto a mio avviso singolare. Diversamente da ciò che di solito si osserva altrove, il brano è giocato prevalentemente in tonalità minore e non maggiore come ci si aspetterebbe dal tema cui è dedicato.
Ad eccezione infatti di alcuni passaggi e dell'accordo finale, il pezzo è impostato in re minore e la luminosa assertività tipica dei toni maggiori è recuperata qui dalla trascinante vivacità del ritmo e da una tensione capace di far scaturire la gioia anche dagli anfratti più ombrosi della musica.
Un'esortazione, insomma, all'intensità della lode "quoniam confirmata est super nos misericordia eius", che mi sembra bello pubblicare proprio oggi, vigilia della Festa della Misericordia.
  
"Laudate Dominum omnes gentes
laudate eum, omnes populi.
Quoniam confirmata est
super nos misericordia eius,
et veritas Domini manet in aeternum.

Gloria Patri et Filio et Spiritui Sancto,
sicut erat in principio, et nunc et semper
et in saecula saeculorum.
Amen." 

Buon ascolto!

domenica 1 aprile 2018

Buona Pasqua !!!



Eugène Burnand (1850 - 1921): "I discepoli Pietro e Giovanni corrono al sepolcro la mattina della Resurrezione" - Museo d'Orsay - Parigi.

 
William Byrd (1543 - 1623): "Haec dies", mottetto a sei voci.

venerdì 30 marzo 2018

Venerdì Santo

























Pietro Lorenzetti (1280 ca. - 1348) : "Deposizione dalla Croce" (part.) -   Basilica inferiore di San Francesco - Assisi.

 
Antonio Vivaldi (1678 - 1741) : "Eja Mater" dallo "Stabat Mater" RV 621.

domenica 25 marzo 2018

Fascino di un numero





























Come per il passato, anche quest'anno mi piace ricordare con un' immagine e un brano di musica la festa dell'Annunciazione che cade proprio oggi.
E stavolta, mi sono lasciata catturare dall'incanto della semplicità, dalla nitida architettura con cui è costruito il dipinto che vedete e dal gioco di luci, ombre e penombre che creano la sua bellezza.

Siamo a Firenze, nel Convento di San Marco che il Beato Angelico (1395 - 1455) ha affrescato nei suoi vari ambienti comprese le celle dei singoli frati. 
È stata raffigurata proprio sul muro di una cella questa affascinante "Annunciazione", realizzata tra il 1438 e il 1440 e così diversa dalle altre opere che l'artista aveva dedicato in precedenza allo stesso tema. 
Quanto quelle, infatti, sono colorate e ricche di dettagli preziosi tipici dello stile tardogotico, tanto questa è semplice, spoglia, essenziale e in linea con le novità pittoriche della nuova stagione artistica del Quattrocento inaugurata da Masaccio.

Contrariamente al passato, qui non ci sono decorazioni, mancano spazi aperti o giardini e vi troviamo solo un breve riferimento nel verde e nel portico a sinistra. 
Ma la rappresentazione, finalizzata alla preghiera personale dei singoli frati, è inquadrata in una stanzetta disadorna, come se anche la Vergine si trovasse nel chiuso di una cella.

Il piccolo ambiente è definito solo dalle volte a tutto sesto e dalla luce, un fiotto di luce obliqua che riempie il vuoto al centro del dipinto. 
Sia nell'atteggiamento di Maria che nelle ali dell'Arcangelo, infatti, possiamo notare un tratto curvilineo che sembra seguire lievemente l'andamento delle arcate, quasi le due figure lasciassero spazio proprio a quella luce in mezzo a loro, segno del Mistero che si sta compiendo.
Non ci sono oggetti o arredi che ci possano distrarre, solo lo sgabello dove Maria è inginocchiata e nelle sue mani il libro su cui è in preghiera. 
In secondo piano si scorge un frate - forse San Pietro martire qui in abito da domenicano - e ciò ci conferma che l'Angelico, frate egli stesso, prima che come opere d'arte, ha realizzato i dipinti per la contemplazione di ogni singolo religioso.
Anche i colori non sono più quelli vivaci che ci ricordano il passato di abile miniatore dell'artista, ma chiari e smorzati: dalla tinta lievemente rosata dell'abito della Vergine al beige del pavimento e delle pareti su cui giocano ombre ora sfumate, ora più scure.
Rappresentazione essenziale ed elegantissima quindi, che rimanda alla sostanza del dialogo tra Maria e l'Arcangelo, fatto di un muto e pacatissimo gioco di sguardi in una dimensione tutta interiore.

E per commentare in musica questa immagine, ho scelto Bach con lo splendido brano iniziale della "Cantata BWV 1", intitolata "Wie schön leuchtet der Morgenstern" (Come splende luminosa la stella del mattino). 
Si tratta di un famoso corale luterano il cui testo è stato scritto dal poeta tedesco Philippe Nicolai nel 1597 e musicato anche da Buxtehude. 
Ma nonostante inizialmente fosse stato composto per l'Epifania, Bach lo ha ripreso nel "Preludio corale BWV 739" e soprattutto in questa "Cantata" scritta per la festa dell'Annunciazione del 1725.

Come suggerisce il titolo, ci troviamo di fronte a un pezzo luminoso, ricco di soavità ed eleganza, ma anche di una fresca vivacità che - per certi aspetti - può contrastare con l'atmosfera intima dell'opera dell'Angelico. 
Tuttavia, a me pare che la musica - sempre capace di esprimere il non detto - con la dolce e quasi danzante esuberanza del tempo di 12/8, qui sappia riempire il silenzio del dipinto e interpretare il di Maria, anticipando la futura lode e la consapevolezza gioiosa della Visitazione.

Ma a scegliere il brano mi hanno indotto anche due piccoli particolari.
Il primo è in realtà solo un dettaglio cronologico: la festa dell'Annunciazione del 1725 per la quale Bach ha composto la "Cantata" coincideva con la Domenica delle Palme, esattamente come oggi.
Ma il secondo a mio avviso è più suggestivo.
A colpirmi è stato quel numero uno (BWV 1), cioè il fatto che il brano sia stato collocato al primo posto nell'elenco della vastissima produzione bachiana che conta più di mille opere.
È pur vero che la loro catalogazione riportata dalla sigla BWV (Bach Werke Verzeichnis) non è stata fatta dal compositore, ma da un suo studioso (Wolfgang Schmieder), e per di più la numerazione dei vari pezzi non segue un criterio cronologico, ma va per tipologia. Quindi è solo un caso.
Tuttavia, quell' uno posto a siglare un brano dedicato proprio all'Annunciazione, mi suona come la sottolineatura di un evento iniziale, di un "In principio...", dell'alba di una nuova creazione per ogni uomo e per tutto il cosmo. Come se, di fronte al di Maria che prelude alla nascita di Cristo, quel numero volesse dirci: 
"Attenzione, è da qui che tutto riparte e si rinnova!".

Buon ascolto !

(Per vedere il video, cliccate su "Guarda su youtube" e si apre senza problemi.)

martedì 20 marzo 2018

Tormentone

Sono passate solo poche settimane da quando ho pubblicato "Fodòm", un suggestivo brano di Bepi de Marzi, ma ritorno già con un altro pezzo sempre dello stesso autore, anche se l'atmosfera che vi si respira è decisamente diversa.
S'intitola "El maridamento" ed è un divertente canto popolare che avevo già adocchiato da giorni senza decidermi a pubblicarlo.

Racconta la storia di una ragazza che si è sposata, ma non con uno dei suoi numerosi pretendenti. È proprio ognuno di loro a lamentare di essere stato respinto da lei ("Ma non con mi...")mentre sono poi tutti in coro a rivelare chi - invece - è stato il prescelto e ad identificarlo però con pettegolezzi un po' pesantini.
Si tratta infatti del "fiolo dela Gina, che dorme dalla sera alla mattina"; se ho ben capito, del "tesoro dela mama, biondo petenà con la banana" e - dulcis in fundo - del "fiolo del dotore...che no l'è gnanca bon de far l'amore"!

Per carità, dormire dalla sera alla mattina non è una colpa, sarebbe peggio se il tizio di cui si parla dormisse dalla mattina alla sera. Ma a parte le squisite esigenze di rima con Gina, se leggiamo queste parole in parallelo con la terza battuta, cogliamo facilmente che anche qui c'è un sottinteso di malignità.  
Per il resto, tranquilli, la ragazza non ha preso tre mariti in un colpo solo e i tre pettegolezzi sono certamente a carico della stessa persona. 
Insomma si è sposata, fine della storia.

Bene - direte voi - ma, a parte le "magagne" del soggetto in questione, che c'è di tanto speciale?
È la musica speciale perchè, ancora una volta, testimonia il fatto che le armonizzazioni di tanti cori affondano le radici nel passato, e che passato!
Questo brano ne è una prova lampante. Dopo due brevi passaggi introduttivi, sulle parole "Ma non con mi" si apre infatti nientemeno che una fuga: uno splendido inserto di rigore bachiano, solenne e nitidissimo nella sua costruzione contrappuntistica affidata a coristi diversi proprio come le diverse voci di un pezzo fugato.

Bellissimo, certo, ma da quando l'ho ascoltato, mi è sorta una curiosità diventata ben presto un vero e proprio tormentone.
Di chi è questo inserto? Da dove è tratto? A quale compositore Bepi de Marzi ha fatto riferimento? A Bach? Haendel? Vivaldi? Telemann? Buxtehude? O a qualche altro autore barocco? 
Ma potrebbe trattarsi anche di Mozart che, per quanto barocco non sia, ha scritto vari pezzi che talora si potrebbero scambiare per una creazione bachiana o giù di lì.
Insomma, mi sono messa alla ricerca come un segugio che fiuta la preda. Credetemi, ho scaravoltato Bach in lungo e in largo, dall'Arte della Fuga al Clavicembalo ben temperato, dalle Invenzioni all'Offerta musicale e via dicendo, ma senza esito. Ho navigato su youtube tra compositori probabili e improbabili, piccoli e grandi. Infine, ho gettato la spugna.
Mi resta solo l'ipotesi che l'autore del pezzo fugato sia semplicemente lo stesso Bepi de Marzi. Potrebbe essere stato lui ad imitare lo stile barocco, forte della propria passione per Bach, della propria esperienza al Conservatorio e delle doti di clavicembalista e organista capace di improvvisare sugli antichi corali luterani. Chi lo sa!

Questo è il motivo per cui mi sono tenuta in fresco il brano per venti giorni senza pubblicarlo.
Ma ora ho deciso, passo la palla a voi, miei cari, o - se preferite - lancio a voi la sfida con annesso tormentone: di chi è la fuga contenuta in questo brano?
Non ho premi da mettere in palio per chi risponderà al quesito, ma solo un caloroso GRAZIE e un abbraccio rigorosamente virtuale.
So che tra i miei lettori ci sono raffinati esperti di musica barocca, e non solo, che mi possono aiutare con sicura competenza a scovare il riferimento. 
Forza ragazzi, al lavoro!

E naturalmente buon ascolto!

mercoledì 14 marzo 2018

Come un colpo di frusta!

P. Bruegel: "The wedding dance",  Institut of Art - Detroit
Capitano mattine in cui - complice l'umore, la stagione o un clima in cui la leggerezza primaverile è ancora lontana - ci si sveglia col cuore un po' pesante.
Talora, sono pensieri ben precisi ad avere il sopravvento su di noi e a pre-occuparci; altre volte sono invece sensazioni indistinte che non riusciamo a definire, ma che destano comunque una sorta di vago malessere come se un velo di opacità coprisse il cuore. 
Avvertiamo la necessità di reagire, di scuoterci di dosso la sottile nebbia interiore che ci pervade per cercare un orizzonte luminoso anche in noi, ma non è sempre facile o immediato. Allora, una musica può essere d'aiuto a ritrovare almeno in parte la grinta necessaria per affrontare la giornata, magari anche col sorriso.

Così, oggi ho scelto una composizione capace di ricaricarci con una sferzata di energia, di scuoterci come un colpo di frusta: un brano che - in taluni passaggi - mi fa pensare a quegli spettacoli del circo dove si usa proprio la frusta per ritmare una corsa o una danza.
Esuberante, concitato, fragoroso, vivacissimo nel suo andamento e insieme straordinariamente scorrevole, il pezzo ci trasporta in un clima di grande effetto, dove forti sonorità si alternano a qualche tratto di malinconia, com'è tipico dell'anima slava. 
Slavo è infatti il suo autore, Bedric Smetana (1824 - 1884), del quale ricordiamo prima di tutto l'incantevole poema sinfonico "La Moldava" - che potete ascoltare qui - dove ha celebrato in note lo splendore del fiume dalla sorgente fino alla grandiosità della foce.
Mi ha molto sorpreso scoprire che, all'epoca della composizione di tale brano, Smetana era già tormentato dalla sordità. E ancora una volta ciò mi ha indotto a constatare che, se pure la percezione della musica - concepita da ogni artista nella testa e nel cuore - non arriva più all'udito, tuttavia essa è sempre viva con la sua infinita ricchezza armonica nel "sentire" dell'anima.

Il brano di oggi, composto qualche anno prima dell'insorgere della malattia, è la "Danza dei commedianti" dall'opera comica "La sposa venduta".  
Un ballo quindi, e precisamente una skocna, danza saltellante in 2/4 tipica della tradizione boema, che non è raro ritrovare in altre composizioni di Smetana, come pure in diversi musicisti slavi a cominciare da Dvorak.
Come scrivevo sopra, è una composizione vivacissima che ci coinvolge subito nel suo rapido succedersi di note quasi fosse una corsa sfrenata, una sorta di moto perpetuo. C'è infatti, nella scintillante orchestrazione di questo pezzo, un afflato di vitalità popolaresca che ci consente di sbrigliare la fantasia, immaginando i danzatori in cerchio in un movimento ininterrotto.
Ma insieme sollecita in noi l'emergere di quell'energia, di quella musica segreta capace di dare tono e ritmo alla nostra giornata.

Buon ascolto!

mercoledì 7 marzo 2018

Ritrovare se stessi

Hanno ridato alcune sere fa in tv "Il Concerto" - famosa pellicola del 2010 del regista rumeno Radu Mihaileanu - e nonostante l'avessi già vista almeno un paio di volte, mi sono lasciata catturare di nuovo dal suo fascino.
Molti ne ricorderanno certamente la trama e la richiamo quindi solo per sommi capi.

Ambientato inizialmente nella Mosca comunista dei tempi di Breznev, il film narra la storia di Andrei Filipov, direttore d'orchestra del Bolshoi, allontanato e ridotto al ruolo di inserviente del teatro stesso per essersi rifiutato di licenziare alcuni musicisti ebrei.  
Dopo circa 25 anni di questa vita, un giorno Andrei intercetta per caso un invito dello Chatelet di Parigi rivolto all'orchestra ufficiale. Desideroso di riscatto, ha un'idea folle: radunare i vecchi compagni - ormai costretti a svolgere i mestieri più umili per campare - e presentarsi con loro a Parigi spacciandoli per i veri musicisti del Bolshoi.
Ma al tempo stesso vuol cogliere l'occasione per realizzare un sogno: suonare il "Concerto per violino" di Tchaikovsky, la cui esecuzione anni addietro era stata interrotta dalle autorità comuniste che avevano cacciato lui, sciolto l'orchestra e deportato in Siberia, dove poi era morta, la bravissima solista Lea. Ora, al suo posto, Andrei invita la giovane e già famosa Anne Marie Jacquet e tenta di convincere i compagni di un tempo a suonare di nuovo.

L'impresa non è facile e prende il via da qui una vicenda ricca di avventure rocambolesche e non priva di qualche mistero, dove il regista ci offre svariati squarci sulla triste condizione degli intellettuali sotto il regime comunista. 
La narrazione, tuttavia, è condotta sul filo della leggerezza e di uno sguardo che ironizza sui vizi della Russia di ieri e di oggi. Ne deriva un film in cui ci si diverte e insieme ci si commuove, soprattutto nella sequenza finale.

A me pare che - al di là delle varie tematiche che il regista affronta - il perno della vicenda sia la storia di un amore per la musica così totalizzante da diventare talora un'ossessione. Ma è poi questo stesso amore a salvare qui la situazione e insieme ciascuno dei protagonisti, sull'onda delle mirabili note di Tchaikovsky.
L' happy end del film, infatti, a mio avviso non sta soltanto nel ritorno al successo di quell'orchestra disgregata o nella possibilità per Filipov di far pace col proprio passato, quanto nel fatto che è la Bellezza a consentire a ciascuno di ritrovare in se stesso passione, capacità, stupore e speranza.
È tanto vero che le ultime sequenze non sono giocate - almeno così a me pare - sul filo dell'aderenza alla realtà: quale orchestra aprirebbe un concerto con tali evidenti stonature??? E come è possibile che quella combriccola di musicisti sgangherati che si esibisce senza neppure aver provato, dopo poche battute dall'attacco del violino ritrovi la coesione e l'armonia di un tempo?

Una rappresentazione lontana dalla realtà quindi, ma proprio per questo vicina ad un discorso di alto valore simbolico, ad una luminosa metafora: è la contemplazione della Bellezza a restituire a ciascuno la propria identità profonda come un soffio ri-creatore, a cominciare dalla solista che in quelle note ritrova le sue vere radici e la propria ragion d'essere.
Ed è il Concerto, interpretato da lei con la stessa bravura e passione della madre Lea, a restituire agli orchestrali il cuore antico e ravvivare un fuoco non ancora spento, come è evidente anche dai loro volti e dalla loro commozione.


Ho riportato qui la clip video con la sequenza finale del film e di seguito quella con una parte del primo tempo del "Concerto in Re maggiore op.35 per violino e orchestra" di Piotr Ilic Tchaikovsky, una pagina di tale incanto che non ha bisogno di presentazioni.

Buona visione e buon ascolto!

 

 

mercoledì 28 febbraio 2018

Musica in rete

Tutti i giorni, quando apro il mio blog, come primo atto mi piace entrare nella pagina delle statistiche riservata solo a me, dove si registrano le varie visualizzazioni e la loro provenienza dal mondo.
Clicco la voce "pubblico" e magari scopro che questo piccolo spazio web non è stato visto semplicemente dall'Italia o da altri stati vicini, ma talora anche dall' America, dalla Cina, dalla Russia e via dicendo.

Chi ha un blog sa bene di che cosa sto parlando e per me è sempre un piacere osservare nell'immagine del planisfero quali paesi si colorano in verde, più chiaro o più scuro a seconda del numero delle visite del momento. 
E nonostante sia ormai un'operazione normalissima, non finisce mai di stupirmi la facilità con cui la connessione internet mi consente di mettere in rete una musica e - voilà! - condividerla col mondo intero.
Non basta. Il blog mi dice anche quali sono i post più visualizzati, cosa che potete notare anche voi nella barra laterale, dove compare la top ten delle pagine più popolari nell'arco di un determinato periodo.
Ed è proprio qui che volevo arrivare perchè ho notato che questa sorta di classifica, per quanto sia costantemente in movimento, presenta sempre almeno due post con dei canti di montagna.

Quando al mattino accendo il computer, spesso una visita a qualcuno di quei post è già stata fatta, e subito mi vado immaginando gli ascoltatori - forse conosciuti o forse no - che prima di iniziare la giornata, come fosse un rituale quotidiano, vanno a rinfrescarsi l'anima con uno di questi brani.
Ma potrebbe anche trattarsi di un ascolto notturno: il blog dà l'andamento delle visualizzazioni ora per ora e non è raro che io scopra picchi di visite fatte proprio nel cuor della notte...o chissà, magari dall'altro capo del mondo!

Trovo tutto ciò meraviglioso e toccante. Mi piace questa fedeltà quotidiana a un brano - magari quello solo - fatta di un ascolto ripetuto e instancabile, un affetto perseverante e appassionato che si appaga sempre delle stesse note trovando in esse non la monotonia, ma un inesauribile nutrimento.
Vorrei dire a queste persone: grazie, è bellissimo, continuate così! 
E se non desiderate cambiare, tranquilli! Bach e Mozart non si offendono anche perchè - a dirla proprio tutta - tanta musica dei cori di montagna affonda le radici nel passato e spesso chi li ha armonizzati si è formato in Conservatorio proprio sulle note dei grandi.

Così, spinta dal desiderio di concretizzare la mia gratitudine verso tali ascoltatori, oggi ho scelto un altro brano simile, ritornando ad uno dei compositori più rappresentativi di questo genere musicale.
Si tratta di Bepi de Marzi, autore di canti che parlano di montagne, ma anche di consuetudini o tradizioni di paese, e sempre ci conducono verso la contemplazione della natura colta nei vari momenti della giornata o nelle diverse stagioni. Sono testi ricchi di un afflato poetico che trova espressione in una musica fatta di intensa nostalgia, di forza e insieme di delicatezza.
Ed è proprio giocato su di una nostalgica suggestione il brano di oggi, interpretato dal coro "I Crodaioli".  
S'intitola "Fodòm", termine ladino che significa là in fondo e sta ad indicare la vallata di Livinallongo, nel cuore delle Dolomiti.
È il canto di chi custodisce nell'anima questi luoghi e ad essi - al loro silenzio, alle loro storie antiche e allo splendore della natura - sente di appartenere dal profondo. Immagini e ricordi fusi in un'attitudine contemplativa ed espressi da una polifonia ricca di sfumature e di solennità.

Buon ascolto!