"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
A costo di diventare noiosa, oggi torno ancora a Bach ed esattamente al brano della volta scorsa - l'Aria n.9 dalla "Cantata BWV 208" detta "La caccia" - per regalarvene altre due versioni dopo quella per voce soprano e l'altra per coro polifonico pubblicate giorni fa. Si tratta infatti di un pezzo che - per quanto sia stato pubblicato dopo la morte del compositore - è stato poi spesso eseguito e rielaborato per vari strumenti. Così, mi piace condividerlo nel fascino del pianoforte solo, in due interpretazioni diverse sia per l'approccio con cui i solisti accostano il testo, sia perchè la seconda ci offre un'interessante trascrizione a quattro mani.
Se l' Aria nella sua soavità vi è piaciuta, sentirete subito quanto l'uso di uno strumento come il pianoforte qui ne accresca il garbo o comunque ne faccia affiorare aspetti nuovi, diversi dal timbro del flauto o da quello delle voci umane pure molto affascinanti. Insomma, parafrasando una celebre romanza pucciniana, si potrebbe parlare di bellezze diverse, tutte nascoste nella musica di Bach ma che, affidate ai vari strumenti e ai vari interpreti, svelano la loro recondita armonia.
Il primo è Benjamin Hochman che ci offre un' esecuzione molto pacata. La scrittura per pianoforte solo sintetizza in una le parti che, nella versione originale, sono affidate a voci diverse - cantante solista, due flauti e basso continuo - e Hochman ci restituisce il brano con tocchi di morbidezza che ce lo fanno gustare senza strappi, in una continuità sonora lieve come una ninna nanna. Così pure, alcuni passaggi che, senza nulla togliere al rigore bachiano, sono appena più rallentati, esaltano lo splendore della melodia.
Diversa l'interpretazione successiva ad opera di Lang Lang e della moglie Gina Alice Redlinger. La trascrizione del brano per quattro mani - al contrario del precedente - ne mette in luce infatti la complessità e insieme ci consente di cogliere in modo più chiaro la struttura polifonica che sostiene il pezzo nella sua magnifica articolazione. I due pianisti si alternano nell'esporre melodia e accompagnamento, intrecciandoora grande energia, ora inarrivabile grazia. Lo si vede dai gesti, dagli sguardi, dal garbo reciproco, dalla delicatezza e da un'intesa che fa emergere il differente carattere dell'uno e dell'altra, come se dalla loro interpretazione affiorasse anche il sotterraneo universo del non detto. Quello che cogliamo è infatti un dialogo di anime attraverso le note: dal sorriso dolcissimo di lei che sottintende tuttavia grande forza e sicurezza, al gesto di lui ora passionale, ora più misurato, che sembra dirigerla con gentilezza e al tempo stesso rigorosa padronanza della musica.
E se anche non sapessimo che sono marito e moglie, dal loro suonare insieme si potrebbe facilmente intuire una non comune sintonia.
Scrivevo giorni fa che la produzione di Bach non si è limitata a temi di carattere sacro, ma ha anche spaziato in ambito profano, e portavo come esempio le numerose danze presenti nelle sue musiche.
Ma l'elenco potrebbe continuare perchè, prima di assumere l'incarico di Kantor presso la Thomaskirche di Lipsia dal 1723 fino alla morte avvenuta nel 1750, il compositore era stato al servizio del Duca di Weimar. Di conseguenza diversi pezzi erano stati scritti in occasione di feste, compleanni o matrimoni. Ricordo inoltre la famosa "Cantata del caffè" (che deve il nome al fatto che i concerti si tenevano alCaffè Zimmermann di Lipsia), opera non priva di risvolti talora umoristici a indicare l'attenzione di Bach per la piacevolezza del vivere e il gusto dell'intrattenimento.
Così, ascoltando alcune sue creazioni profane, sono arrivata a un brano che dal titolo mi pareva di non conoscere, mentre poi ho scoperto che la melodia non mi è nuova forse perchè riecheggia in altri lavori bachiani ed è stata poi variamente arrangiata. Si tratta dell' Aria n.9 per soprano, dalla "Cantata in Fa Maggiore per soli, coro e orchestra BWV 208" detta "La caccia" e scritta dal compositore per celebrare il compleanno del duca Christian von Sachsen-Weissenfels che era appunto un appassionato cacciatore. Il testo, intitolato "Schafe können sicher weiden” (Le pecore possono pascolare sicure) e scritto da Salomon Franck, poeta presso la corte di Weimar, recita proprio così: "Le pecore possono pascolare sicure dove veglia un buon pastore. Dove i sovrani governano con saggezza si assapora pace e tranquillità e ciò rende felici i paesi."
La strofa è parte di una composizione più ampia inserita in una cornice mitologica che funge da pretesto per rendere omaggio al duca. Ma al di là del clima di circostanza e dell'atmosfera talora arcadica di altri brani dellaCantata, qui l'immagine del sovrano saggio paragonato a un buon pastore sotto la cui guida le pecore pascolano sicure non può non colpirci, soprattutto in questi nostri tempi lontani dalla pace che "rende felici i paesi". Parole che la musica di Bach va a sostanziare di profondità e assorta bellezza.
L'indicazione del brano in alcune partiture è "Andante pastorale", in altre è "Andante piacevole", ma bisogna considerare che spesso tali didascalìe erano inserite a scopo didattico dai vari editori o dai trascrittori. In ogni caso, il tratto distintivo del pezzo è la soavità. Dopo l' introduzione suonata da due flauti dolci e sostenuta dall'organo e dal violoncello, fiorisce un' aria affascinante qui valorizzata dalla nitida morbidezza della voce di Ellen McAteer. Èuna melodia dolcissima e insieme ricca di solennità religiosa, non solo perchè in alcuni passaggi può ricordare davvero un inno cantato nelle nostre chiese, ma per quella dimensione raccolta e pensosa talora presente anche nelle creazioni profane del compositore. Una musica che ci resterà nel cuore come un piccolo raffinato gioiello del genio bachiano.
Ma come scrivevo sopra, il brano ha avuto svariate rielaborazioni, così ve ne propongo anche una per coro e orchestra dall'atmosfera certo molto diversa rispetto alla versione precedente. Nonostante questo, a me pare altrettanto suggestiva e apprezzabile sia per la coesione dei coristi - non sempre facile in un gruppo così numeroso - sia per l'intensità non eccessiva delle voci che fanno così emergere tutto il fascino dello spessore polifonico.
Una rappresentazione particolarmente insolita quella di oggi, sia per i colori, sia perchè non si tratta di uno specchio d'acqua che scorre ma di ghiaccio. Il dipinto che vedete, infatti - attribuito da alcuni critici a Gabriel Bella (1730ca. - 1799), secondo altri invece di autore anonimo - rappresenta "La laguna ghiacciata alle Fondamenta Nuove" ed è conservato presso la Pinacoteca Querini Stampalia a Venezia.
In ogni caso, chiunque ne sia stato l'autore, il quadro registra un evento realmente accaduto nell'inverno del 1708: l'ondata di gelo di portata inusuale che, scesa dalla Russia, aveva paralizzato fiumi e laghi di tutta Europa e persino il mare in alcuni porti del Mediterraneo. Anche la laguna veneta era stata toccata da tale fenomeno e, per potersi scaldare, la gente si era vista costretta a bruciare addirittura i mobili.
Ma, come talora accade, di un evento sia pur tragico la vita ci spinge poi a notare anche altre sfaccettature e così c'è chi nel contesto di una calamità coglie magari l'occasione per un divertimento. Il dipinto che vediamo registra proprio questo aspetto mostrandoci la gente che pattina sulla superficie gelata della laguna.
Lo possiamo osservare nei due particolari riportati qui sopra e sotto, nei quali si riesce a distinguere sia chi volteggia abilmente sul ghiaccio per proprio piacere, sia chi è in difficoltà e cade; chi attraversa la laguna per necessità e chi al contrario lo fa solo per diletto. E c'è anche chi si fa trascinare su di una sorta di sedia a rotelle a mo' di slitta. Insomma, un dipinto ricco di quella vivacità e varietà che anima la vita reale nella sua concretezza quotidiana che qui trabocca da ogni minimo dettaglio.
Ma, oltre che dalla propria originalità, da chi avrà preso spunto il pittore - conosciuto o anonimo che sia - per impostare tale descrizione? A me pare che la risposta sia facile: dai vedutisti veneziani per la schiera di edifici sulla destra, anche se qui sono riprodotti in modo più semplice e un po'naïf; ma soprattutto dai pittori fiamminghi del Cinquecento e del Seicento per il modo di disporre le figure umane nello spazio aperto.
E mi vengono subito in mente le tante celebri rappresentazioni di Pieter Bruegel il Vecchio (1530ca - 1569), con i pattinatori sulla superficie ghiacciata di un fiume o di un lago, come vedete qui a lato nel dettaglio di "Cacciatorisulla neve", e poisotto nel particolare del dipinto intitolato "Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli".
E come Bruegel, anche l'opera dell'olandese Hendrick Avercamp (1585 - 1634) mostra le stesse caratteristiche nel bellissimo dettaglio che vediamo qui sotto tratto dal suo "Paesaggio invernale con pattinatori".
Certo, saltano all'occhio anche evidenti differenze: le opere dei Fiamminghi, infatti, sono più attente ai particolari - guardate qui sopra le ombre delle persone che si riflettono sul ghiaccio! - e sul piano coloristico la loro atmosfera è più chiara. Il nostro artista veneziano invece - ammesso che la riproduzione che ho trovato sia fedele all'originale - usa toni più cupi a iniziare dal cielo, francamente un po' inquietante, che si riflette sulla laguna gelata. Inoltre, le tinte degli abiti vedono un continuo alternarsi di bianco, rosso e colori scuri mentre la gamma dei pittori olandesi è più varia e ricca di sfumature. A parte questo, mi pare che il riferimento ci possa comunque stare, fuso con l'originalità del nostro autore e con la sua capacità di riprodurre il movimento in una sorta di carnevalesca naïveté.
E la musica? Che cosa associare a questi pattinatori che volteggiano, scivolano, cadono e si divertono? Una danza?...Certo. Ma quale? In un primo tempo avevo pensato a un valzer, poi mi è venuto in mente Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893) con la ricchezza dei tanti altri balletti presenti nelle sue Suites. Cosìla mia scelta è caduta su "Lo Schiaccianoci". A dire il vero, sono stata molto incerta tra la "Danza dei flauti" e la "Danza cinese" :la prima dal ritmo abbastanza tranquillo e la seconda ricca di qualche sprazzo di vivacità in piùe - tra l'altro - con un video che ci mostra l'ingresso dei vari strumenti man mano che la musica procede. Sono note che possono ricordare un incedere ora guardingo e prudente, ora invece più deciso e danzante. Ma siccome in entrambi i brani le scale, sia ascendenti che discendenti, sembrano imitare un suono che scivola...ve li pubblico tutti e due! Sceglierete voi su quale aria preferite avventurarvi a pattinare sul ghiaccio!
Non sono un tipo incline alle autocelebrazioni, ma i brani di oggi sembrano proprio fatti apposta per me, così mi piace condividerli qui. Perchè mai?... Perchè sono stati dedicati dal loro autore adAnna Maria, singolare figura di musicista dalla quale mi separano - anno più, anno meno - tre secoli, abilità musicali che non ho e una spaziatura di troppo tra i nomi. Io infatti sono Annamaria tutto attaccato, il che all'anagrafe non è di secondaria importanza. Ma, a parte questo, a chi mi sto riferendo?
Sto parlando di Anna Maria della Pietà, detta anche Anna Maria del Violin (1696 - 1782) per la sua bravura di violinista all'interno dell'orchestra allestita presso l'Ospedale della Pietà a Venezia. Si trattava di un convento, orfanotrofio e insieme conservatorio, dov'erano accolte bambine senza famiglia e senza futuro alle quali si offriva la possibilità di imparare un mestiere e di conseguenza l'occasione di un riscatto sociale. All'interno di tale istituzione si studiava anche musica sotto la guida di prestigiosi maestri.
La nostra Anna Maria, orfana particolarmente dotata di talento, ha percorso tutte le tappe della formazione musicale divenendo a soli 25 anni primo violino dell'orchestra femminile, poi polistrumentista - suonava anche clavicembalo, liuto, violoncello, viola d'amore e oboe - e ricoprendo in seguito ruoli molto importanti. Migliore allieva di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) che all'Ospedale della Pietà ha insegnato per circa quarant'anni, pur non essendosi mai allontanata dall'orfanotrofio ha raggiunto livelli di eccellenza che l'hanno resa celebre sia in Italia che in Europa. È stata inoltre compositrice e pare che alcuni brani a firma di Vivaldi in realtà siano suoi. Dedicati a lei, per farne risaltare le doti di virtuosa del violino, il compositore ha scritto almeno 25 concerti. Tra questi, ho scelto due brani che mi hanno particolarmente toccato per motivi diversi.
Il primo è l' "Andante" del "Concerto in Mi Maggiore RV 270a", pezzo brevissimo ma incantevole per la dolcezza della melodia e il ritmo vagamente danzante. Un movimento nè troppo vivace nè troppo lento, ma ricco di quella misura e di quella eleganza tipiche di tanti pezzi vivaldiani. E a dare fascino a queste note è anche la base dei pizzicati che sostengono l'aria inanellata dal violino: un vero splendore!
Il secondo brano è il "Largo" del "Concerto in La Maggiore RV 349". A parte l'andamento molto pacato di questa musica, mi ha colpito un riferimento che certo noterete ascoltandolo e lasciandolo riecheggiare liberamente in voi. Coglierete allora una certa somiglianza con un altro "Largo", quello del celeberrimo "Inverno" vivaldiano. Una somiglianza percepibile non tanto nella successione esatta delle singole note quanto nell'impianto accordale.
Anche in questo caso, meravigliosa la melodia del violino che ci testimonia quale doveva essere l'abilità interpretativa della nostra Anna Marianel ruolo di solista. E certo, dedicandole i concerti, il compositore intendeva anche sottolineare il garbo di una figura che, pur vivendo nell'ombra, sapeva risplendere attraverso la musica.
Ricordavo la volta scorsa quanto Bach sia un genio dalle molteplici sfaccettature tanto che, come cogliamo nella sua musica un profondo afflato di preghiera, così non è raro trovare in lui stupefacenti ritmi di danza.
Forse anche per questo i suoi brani sono molto amati da parecchi artisti di oggi che, giocando sulla versatilità del compositore, li hanno variamente arrangiati sviluppandone la ritmica e interpretandoli talora con strumenti diversi da quelli originali. Ma anche quando un pezzo viene riportato fedelmente senza rielaborazione alcuna, come sempre accade basta già l'uso di uno strumento diverso per conferirgli un timbro particolare. E sappiamo tutti quanto una musica assuma un fascino differente se suonata al pianoforte invece che al clavicembalo o all'organo, al violino invece che al flauto o all'oboe, o alla marimba invece che alla chitarra.
Così oggi vi propongo un dolcissimo quanto celebre "Largo" di Bach interpretato da RichardGalliano che della sua fisarmonica, abituata ad inanellare ritmi di tango o di musette, fa qui lo strumento solista di un pezzo barocco. Si tratta del secondo tempo del "Concerto n.5 in fa minore per clavicembalo e archi BWV 1056" di Bach che il musicista italo-francese suona accompagnato dal suo sestetto. Non è nuovo Galliano alle esecuzioni bachiane e all'omaggio verso un compositore che - come ricordavo in passato - è stato parte fondamentale della sua formazione. E non è nuovo neppure il "Largo" per chi frequenta questo blog. L'ho pubblicato infatti parecchi anni fa e, nonostante non ami ripetermi, lo ripropongo volentieri in questa differente versione.
Senza nulla togliere infatti al video di allora con l'interpretazione di Maria João Pires, rigorosa e insieme delicata come una carezza, trovo che Galliano mi restituisca un ritmo e delle sonorità che mi sono particolarmente congeniali. Del resto, tutti noi abbiamo quel gusto squisitamente personale che ci fa preferire un'esecuzione ad altre perchè va a toccare tasti che, al di là dello splendore della musica, sentiamo nostri fino in fondo. E se tale versione si radica in noi, resta poi quale punto di riferimento.
Ecco, l'interpretazione di Galliano per me ha proprio questo pregio: ha il ritmo del mio respiro, del mio passo quando mi rassereno, dei pensieri quando affiorano senza affanno, dello sguardo che si posa pacificato sulle cose. Un ritmo tranquillo che consente di sognare immaginando una danza lenta, magari una sorta di incantevole pas de deux scandito sulla base dei pizzicati nel quieto respiro bachiano dei 4/4. Respiro, sì: non mi pare fuor di luogo usare questa parola a proposito del brano e insieme della fisarmonica che - come l'organo del quale talora può ricordare alcuni registri - ha un mantice dove passa l'aria per produrre i suoni. E quelli della fisarmonica, con il loro particolare timbro, mi arrivano qui nitidi, precisi nei passaggi ora dolcemente più intensi, ora meno, mentre attraverso trilli e abbellimenti le note fioriscono leggiadre sul ritmo misurato degli archi. Un'interpretazione attenta e sentita in cui la perfetta fusione del solista con gli altri strumenti ci regala, sobrio e rasserenante, il piacere della musica.
Che cosa ci viene in mente di primo acchito pensando a Bach? Quali suoni e suggestioni il suo nome ci suggerisce? Che tipo di musica rappresenta nell'immaginario collettivo e a quali strumenti istintivamente lo colleghiamo?
Da parecchio tempo ormai la prospettiva si è allargata, ma per lunghi anni il compositore è stato associato soprattutto alla solennità della musica sacra e all'organo da chiesa, certo per merito della celeberrima "Toccata e fuga in re minore", delle "Passioni", delle innumerevoli "Cantate" e altro ancora. Un genio identificato col contrappunto, con la fuga, con un'atmosfera musicale severa e, sicuramente, Bach è questo. Ma ciò non significa che sia soltanto questo e che, nelle molteplici dimensioni dell'esistenza e della nostra interiorità che il compositore con le sue note ha scandagliato, non esista anche ciò che rende la vita piacevole, sorridente e oserei dire danzante.
Vi è mai capitato di ascoltare un pezzo di Bach e immaginarlo danzato? Figurandovi magari una coreografia tutta vostra? A me capita di frequente. Del resto, se esiste una musica versatile è proprio quella bachiana e oggi accade spesso che svariati interpreti prendano spunto dai brani del compositore per trarne ulteriore fascino con la loro inventiva. Troviamo così pezzi rielaborati per chitarra elettrica o per marimba - solo per fare qualche esempio - ma anche splendidamente danzati. Se infatti i mitici Swingle Singers negli anni Sessanta hanno iniziato a cantare Bach a tempo di jazz esaltandone le potenzialità ritmiche, vari altri gruppi ma anche singoli artisti - dai Flying Steps a Roberto Bolle solo per citarne alcuni - sono poi andati ben oltre, ballando sui pezzi del compositore con originali coreografie. Si è passati così dalla classica fino alla breakdance sulle note del Clavicembalo ben temperato, delle Variazioni Goldberg, dell'Arte della Fuga o di alcuni Concerti dando vita a modernissime interpretazioni.
E perchè dico tutto questo? Per introdurre il brano di oggi che è una Giga: antica danza popolare di origine britannica, dal tempo ternario e dal ritmo inconfondibile che Bach inserisce verso la fine delle sue varie Partite e Suites. Non l'unica però, perchè pezzi dal nome di Sarabanda, Allemanda, Corrente, Bourrée, Loure, Minuetto, Gavotta, Siciliana, Ciaccona, Passacaglia che troviamo nelle sue composizioni, indicano a loro volta altre danze, compresa la celebre Badinerie per flauto della Suite Orchestrale BWV 1067.
Ma torniamo alla Giga che ho scelto, movimento conclusivo della "Partita n.3 in Mi maggiore per violino solo BWV 1006". Il brano ha un ritmo decisamente brioso, fatto di rigore e insieme di piacevolezza. Ma il suo vero fascino - a mio modesto avviso - sta nella sottolineatura del tempo di 6/8 che risulta ben scandito dagli accenti. Per questo, ve lo propongo in due diverse interpretazioni che ne fanno affiorare aspetti differenti, ma in entrambi i casi molto pregevoli.
La prima è di Hilary Hahn che, col suo piglio equilibrato, veloce sì ma non troppo, ci consente di apprezzare l'andamento danzante del pezzo insieme allo splendore della melodia. E lo stesso discorso vale per le numerose progressioni evidenti in diversi passaggi del brano. La seconda è di Augustin Hadelich che, con un' esecuzione di poco più breve della precedente, ci regala però una più viva percezione di velocità e di leggerezza. Delicato e quasi giocoso l'esordio, come pure certe frasi musicali ripetute sommessamente che esaltano la luminosa freschezza del pezzo. E non so perchè, ma più lo ascolto e più ho l'impressione che il suo impianto accordale debba essere piaciuto a Mozart.
"Ma non ce lo presenti danzato?..." dirà qualcuno. No, perchè preferisco lasciarvi libertà d'immaginazione. Non è forse un bell'esercizio di fantasia? E vado subito a pubblicare perchè ho scoperto poco fa che proprio oggi - ma guarda le coincidenze! - è la Giornata Internazionale della Danza!
Non
è una serie di dipinti, stavolta, l'oggetto della mia osservazione, ma
un corso d'acqua che, al pari di tanti altri, si snoda dalla sorgente alla foce, dando luogo a
panorami e spettacoli dove prima la natura e poi l'uomo sono protagonisti. Sto parlando della Moldava, fiume della Repubblica Ceca famoso non solo perchè attraversa la città di Praga, ma anche perchè è stato celebrato daBedřich Smetana (1824 - 1884) in "Ma Vlast" (La
mia patria).
L'opera si compone di sei poemi sinfonici dedicati a
luoghi, storie e leggende della tradizione boema. Di questi, il più conosciuto è proprio quello che descrive la Moldava ("Vltava") attraverso vari momenti che corrispondono a ciò che si può vedere lungo il suo corso: le sorgenti, il fiume in pianura, scene di caccia, nozze di contadini, danze al chiaro di luna, le rapide di San Giovanni, il castello di Vyšehrad e l'ngresso a Praga.
Un pezzo di musica a programma, dunque, che è stato spesso ampiamente analizzato. Per questo intendo soffermarmi solo su pochi aspetti che tuttavia mi affascinano da sempre. Si tratta infatti di un brano che amo da tempo tanto che è stato tra i primi pubblicati in questo blog. Ma lo ripropongo con gioia anche perchè, anni fa, vi avevo dedicato poco spazio.
Il
primo aspetto incantevole è proprio l'inizio. Qui Smetana ricrea con delicatezza e precisione la sorgente
della Moldava, che nasce all'interno della foresta boema da due rami che poi confluiscono. Lo sentiamo
subito dall'esordio del flauto seguito dal clarinetto che vi si
sovrappone dopo quindici battute. È una melodia lieve dal timbro leggero, un'incantevole armonia imitativa dove gli strumenti musicali riproducono il suono sottile dei rivoli d'acqua che scendono e s'intrecciano qua e là, saltellando tra piante e sassi come ruscelli di montagna.
Il movimento si fa gradatamente più acceso mentre, dopo i pizzicati iniziali, gli archi vanno a creare un sottofondo sommesso ma continuo. È la preparazione al
momento in cui, sceso ormai dai monti, il fiume
si dirige verso il piano in un alveo più aperto e con un ritmo più tranquillo e regolare. Inizia qui il celebre tema che percorre tutto il brano, una malinconica e intensa melodia in mi minore che tanta fortuna avrà nel tempo: si mi fa# sol la si si si do do si...si la la la sol fa# sol sol fa# fa# fa#mi.
Una melodia prima ascendente e poi discendente, ma è su quel do che indugia, si allarga, si apre e s'illumina. Un'aria che sembra talora ripetersi tornando su se stessa, ma che è ricca di movimento e intensità proprio come descrivesse un un percorso o raccontasse una storia. Sono note che sembrano seguire le anse del fiume nella loro ombra discreta, così come nella luce improvvisa e balenante di un andamento che inizia in tonalità minore, si rischiara su quel do e torna di nuovo pervaso di malinconia.
Una frase musicale che è quasi una sorta di nenia e ha origini lontane. Pare infatti che Smetana si sia ispirato alla canzone popolare di un anonimo
del XVI secolo - o forse Giuseppino del Biado - intitolato "Fuggi fuggi", conosciuta anche come "Il ballo di Mantova".
Del resto, è un motivo cantabile che avrà seguito anche in futuro tanto che lo ritroviamo in contesti molto diversi. Basti pensare all'esordio nella famosa canzone napoletana "Fenesta ca lucive", poi al tema dell'inno nazionale israeliano e addirittura a un ambito che forse non ci aspetteremmo: quello del pop degli anni Sessanta. Ricordate - parlo ai meno giovani - la canzone "Nessuno mipuò giudicare" resa celebre da Caterina Caselli? Quella!
Ma torno a Smetana per sottolineare altri spunti che testimoniano la varietà del brano. Il primo è l'uso di svariate forme musicali, dalla polka alla marcia, a indicare le danze o il castello di Vyšehrad. Efficacissima anche la descrizione delle rapide di san Giovanni dove l'andamento orchestrale si fa turbinoso e sembra imitare le onde movimentate e impetuose che interrompono il placido corso del fiume. In tutto lo sviluppo del pezzo troviamo poi un'armonia imitativa per cui ora Smetana si avvale dell'arpa, ora dell'ottavino, ora della potenza degli ottoni nel riprodurre il moto tranquillo o quello più spumeggiante delle acque. E così pure usa tempi diversi: dai 6/8 ai 2/4, ai 4/4 per tornare di nuovo ai 6/8. Ne derivano quadri musicali che - come in tante altre composizioni descrittive - sollecitano più che mai la nostra immaginazione consentendoci non solo di ascoltare, ma insieme di vedere ciò che le note illustrano ed evocano.
Ma il pezzo a mio avviso più affascinante, a fronte della delicatezza dell'esordio, è proprio la conclusione che descrive il corso del fiume ormai ricco di acque in tutta la sua ampiezza. È sempre il tema iniziale a ritornare, ma coniugato in modo diverso: non più malinconico, bensì maestoso e solenne, veloce e festante, ricco di una gioia messa in chiara evidenza dalla tonalità che passa in Mi maggiore. C'è qualcosa di trionfale nell'atmosfera di questa musica che raggiunge qui il suo acme in una sorta di inno alla vita, prima di tornare a farsi più sommessa nella parte che precede i due forti accordi finali. Un brano che è quasi una parabola dell'esistenza dalle origini fino alla conclusione del viaggio, quando il moto ondoso va piano a svanire e il fiume disperde le sue acque nell'Elba.
E a proposito di vita - oltre al fatto che lo spunto per il poema è venuto a Smetana proprio da una navigazione sulla Moldava - mi sembra significativo ricordare che la composizione dei vari brani è stata segnata dall'improvvisa sordità del musicista. Viene spontaneo pensare a Beethoven che ha vissuto la stessa dolorosa esperienza, e provare meraviglia per la stupefacente capacità di entrambi di percepire - ormai totalmente interiorizzati - accordi, note, armonie, consonanze, timbri, modulazioni che l'orecchio non poteva più sentire. E come Beethoven nella Sinfonia Pastorale ha riprodotto i suoni della natura campestre, così qui Smetana ci ha restituito mirabilmente l'intero splendore del corso di un fiume.
Non ho l'abitudine di rileggere i miei vecchi post, non spesso perlomeno. Una volta fatti, li abbandono al loro destino e se talora ci torno, in genere non è per il testo, ma per qualche riferimento alla musica.
Capita così che mi prendano momenti di improvvisa nostalgia per i pezzi che da tanto non ascolto o per qualche autore che non pubblico da tempo e che magari torna di punto in bianco ad affacciarsi alla mia memoria, sgomitando nel nutrito elenco di compositori del blog quasi dicesse: "Insomma...mi hai dimenticato?".
Insomma...l'altro giorno è successo proprio questo. Per uno di quei salti d'epoca che forse solo la musica consente, mentre ero immersa nell'ascolto di Haydn mi è tornato in mente un brano così diverso che più non si può! Era un pezzo di Astor Piazzolla postato anni fa in una entusiasmante interpretazione dei Classical Jam che, stavolta sì!, mi sono incantata a risentire. Eccola qua! Ma da Piazzolla sono passata poi ad altri fisarmonicisti: così non è stato difficile tornare al mio amatissimo Richard Galliano riascoltandone svariati pezzi fino ad approdare a quello di oggi. Cercavo infatti qualcosa che mi ricordasse l'atmosfera dei Classical Jam, la loro coesione e il loro gusto di far musica insieme, e ho ritrovato lo stesso clima in "Tango pour Claude" dall'album "Viaggio" uscito nel 1993.
Si tratta di un brano dedicato da Galliano al cantante francese Claude Nougaro col quale aveva lavorato. Ma ciò che rende questo pezzo grintosissimo e accattivante è, a mio avviso, un insieme di elementi diversi. In primo luogo la bravura del compositore e il virtuosismo con cui padroneggia la fisarmonica che ha sempre valorizzato ampliandone il repertorio in una sintesi di vari linguaggi musicali. Quello che mi colpisce, infatti, è proprio l'insieme di naturalezza da un lato e spregiudicata maestrìa dall'altro con cui, dalle varie voci che rendono lo strumento così versatile, Galliano trae armonie e sonorità di ieri e di oggi, dal classico al jazz, dallo swing alla danza. Nel suo pezzo sentiamo così riecheggiare non solo il Piazzolla di "Libertango", ma insieme Bach, compositore tra i più amati sulle cui note il compositore si è formato.
Ma è anche la movimentata e scattante ritmica del tango a prendere chi ascolta nel vortice di musica fatto da una sorta di parossistico, irrefrenabile crescendo. E altrettanto grintosa è l'interpretazione del sestetto tra cui spicca il violino di Sebastien Surel, che duetta splendidamente con Galliano nella serie di entusiasmanti variazioni sul tema. Accattivante, del resto, è la passione che coinvolge tutti i componenti del gruppo trasmettendosi anche noi che - dietro lo schermo di un computer - non solo guardiamo e ascoltiamo, ma vibriamo entrando per così dire in risonanza con questa musica, attraversati anche fisicamente dalla vitalità della sue note.
E mi piace concludere con le parole del compositore in un'intervista di Chiara Donizelli per "L'Eco di Bergamo". Alla domanda se per lui esiste un punto di contaminazione universale nei diversi generi musicali che ha attraversato, Galliano risponde:
"La prima cosa è sempre l’amore. Per la musica, per le cose belle, per
ciò che fa vibrare. Per ogni stile, deve esserci alla base un amore per
le armonie, le melodie e il tempo. Quando suono Mozart, o Vivaldi, io
penso sempre allo swing, alla danza. Posso suonare una valse parisienne,
ma per il tempo, il ritmo, io penserò all’Africa. La vibrazione è ciò
che ha di universale la musica, ciò che durante i concerti si estende
dai musicisti fino al pubblico. Non ultime, le emozioni che la musica ha
la forza di comunicare e di scatenare."
È possibile diventare amici senza conoscersi? Intendo dire senza essersi mai visti, incontrati e parlati neppure dietro lo schermo di un computer dove - in realtà - possono nascere schiette amicizie sulla scorta diaffinità di gusti, storie personali e via dicendo. Si può?... E se tra noi e l'altra persona ci fossero di mezzo dei secoli, potrebbe sussistere ugualmente un rapporto tale da essere definito amicizia o almeno da somigliarle?
Se pensiamo alla passione che sanno suscitare in noi artisti, letterati, filosofi e tante figure del passato conosciute magari sui banchi di scuola e delle quali poi abbiamo approfondito la conoscenza e sperimentato l'aiuto, la risposta è sicuramente positiva. Al loro pensiero o al loro genio abbiamo attinto per nutrirci fino a stabilire talora una familiarità che ce le ha rese vicine. E se da un lato manca quella dimensione di quotidianità per cui non possiamo scambiarci un sorriso o incontrarci a bere un caffè, dall'altro è nato ugualmente un rapporto significativo. Magari non proprio paragonabile in tutto e per tutto all'amicizia; tuttavia profondo, duraturo e in certi casi anche più grande dell'amicizia stessa.
Ho in mente per esempio il Machiavelli che, nella lettera del 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori, raccontando i passatempi con cui occupa le giornate mentre si trova al confino, parla dei momenti serali in cui si dedica allo studio delle opere dei grandi del passato. Parole celebri quanto commoventi che riporto qui:
"Venuta la sera, mi ritorno a casa ed entro nel mio scrittoio; e in sull'uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di
loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente,
entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto
amorevolmente, mi pasco di
quel cibo che solum è mio e ch’io nacqui per lui; dove io non mi
vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni;
e quelli per loro humanità mi rispondono; e non sento per quattro hore
di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà,
non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro."
Un domandare e un rispondere, quello di cui parla il Machiavelli, un dialogare che è frutto splendido della cultura intesa prima di tutto come incontro - "tutto mi transferisco in loro" - capace di superare il tempo e offrire ristoro alla mente e all'anima. Ma ciò che vale per la poesia, la filosofia o la scienza si verifica anche con la musica che, in modo ancor più immediato delle parole, nutre il nostro cuore con la multiforme bellezza delle note.Scatta così con i musicisti più amati una familiarità capace di oltrepassare i secoli e accompagnarci nelle vicende quotidiane.
Tutto questo discorsino per arrivare a un autore che qui conoscete da tempo, ma che io ho scoperto da adulta, ritrovandolo sul mio cammino in alcuni particolari momenti. Parlo di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809). In gioventù, avevo ascoltato poco di lui: i movimenti più celebri di due sinfonie - "La pendola" e "La sorpresa" - delle 104 (!) che ha scritto; e in seguito il toccante Poco adagio, cantabile del "Kaiserquartett", affascinante tema con variazioni diventato poi l'inno nazionale tedesco. Ma il bello della mia passione per Haydn doveva ancora arrivare.
Ero nel Duomo di Salisburgo anni dopo, quando ho sentito per la prima volta la sua "Mariazellermesse" : un ascolto a sorpresa perchè ero entrata per la Messa domenicale senza sapere che coincideva col concerto conclusivo del celebre festival della città. Nella chiesa gremita all'inverosimile avevo trovato posto solo sui gradini di una cappella laterale e lì le note del compositore, cantate da due corali, mi avevano preso fino alla commozione. Tornata a casa, avevo cercato il cd - youtube non esisteva ancora - ma il brano era in ristampa e avevo dovuto aspettare a lungo. Poi, quando finalmente è uscito, mi è parso di entrare in possesso di un tesoro.
Diverso tempo dopo, gli oratori "La Creazione" e "Le Stagioni" mi hanno fatto compagnia in un periodo difficile. Li ascoltavo alle sette del mattino, nei 40 minuti di pullman che separavano casa mia, dove avevo familiari malati, dal posto di lavoro. Salivo, mi sedevo, infilavo gli auricolari del walkman e partivo per un viaggio rigenerante in cui i brani di Haydn - ora grandiosi, ora più intimi - mi portavano altrove risanandomi interiormente. Era stata una vera e propria musicoterapia, come se quelle note avessero saputo ancor prima di me di che cosa avevo bisogno. Mi pareva infatti di riceverne non solo serenità interiore, ma insieme benessere fisico. Come non esserne grata, allora, e non avvertire la vicinanza del compositore cheentrava così nei gesti della mia quotidianità sostanziandola di rinnovata energia? Gesti di ogni giorno sì, come la vita ordinaria che Haydn ha descritto in certe sinfonie e che si evince da alcuni titoli quali: Il maestro di scuola, La gallina, Il fuoco, Il mattino, Il mezzogiorno, La sera, La caccia, La pendola, Gli addii, La sorpresa... tranquilli, mi fermo!
Allora oggi, in sintonia con quella quotidianità che ci vede all'inizio della primavera e apre le nostre giornate alla luce, mi piace condividere il primo movimento, Adagio-Allegro, della "Sinfonia n.6 in Re maggiore" detta "Le matin". Il suo esordio infatti ha proprio la luminosità del mattino e mi colpisce per due aspetti. Il primo è l'introduzione che, dal pianissimo iniziale, raggiunge toni sempre più grandiosi paragonabili al sorgere del sole, come accadrà poi in modo più articolato e maestoso nel brano di apertura de "La Creazione" dove dal caos appare la luce. Il secondo è l'attacco del flauto che, seguito dalla pronta risposta dell'oboe, sembra riprodurre il cinguettìo degli uccelli.
Poi il pezzo prosegue con freschezza primaverile e con quel garbo festoso tipico di tanta musica settecentesca, sviluppandosi intorno a un tema che riecheggerà in futuro in due sinfonie di Beethoven che tra i suoi maestri ha avuto anche Haydn. Ascoltate la melodia che esordisce a 1.05 dall'inizio e va poi ripetendosi in un energico Re maggiore: re la - fa re la... Vi ricorda qualcosa? In una tonalità diversa e in un clima non così leggero come quello di Haydn, a me vengono in mente due riferimenti. Il primo è il tema iniziale dell'Eroica, e qui i sacri testi di musica mi danno ragione; il secondo è l'aria su cui è costruito l'ultimo movimento della Pastorale. Qui i sacri testi tacciono: in effetti sono ritmi differenti, ma la somiglianza io la sento lo stesso. E a proposito della vicinanza del compositore alla nostra vita, mi piace concludere ricordando le considerazioni scritte da Haydn in una lettera:
"Spesso, quando sono in lotta con ostacoli di
ogni
genere, quando le forze
declinano e mi è divenuto difficile perseverare
nella via intrapresa,
un sentimento
segreto mi sussurra: vi
sono quaggiù
così pochi uomini lieti
e contenti, dappertutto è dolore e
angoscia; forse il tuo lavoro potrà essere qualche volta una
fonte alla
quale chi è oppresso dall'angoscia possa
attingere per un istante un sollievo".
Bella l'intenzione di intrecciare la sua musica all'esistenza di chi ascolta per dare sollievo! Proprio come un amico dal quale si riceve conforto in un momento di pausa, magari davanti a una tazzina di caffè.
Masolino da Panicale : "Battesimo di Cristo" -Castiglione Olona
Nella carrellata di opere nelle quali - dal Medioevo in poi - i vari pittori hanno raffigurato degli specchi d'acqua riportando i tratti di un evento o all'interno di una descrizione di paesaggio, non possono mancare i fiumi. E come già ricordavo il mese scorso, è in particolare il Giordano ad essere stato rappresentato nei numerosi dipinti del "Battesimo di Cristo" che troviamo soprattutto nei periodi in cui i temi pittorici erano in gran parte religiosi, anche se non manca qualche esempio più vicino a noi. L'argomento infatti ricorre spesso nella pittura del passato, anche se in diverse opere il fiume non è in evidenza con quella chiarezza che consente di coglierne caratteri e suggerire confronti con altri artisti. Per questo, tralascerò autori anche molto importanti quali Verrocchio, Leonardo, Raffaello, Lorenzo Lotto, Mantegna, El Greco e altri ancora, limitandomi a una breve carrellata delle opere che mi sono parse più idonee a far risaltare alcune differenze.
Anonimo del XIII sec. : "Battesimo di Cristo", Basilica di San Marco - Venezia
Consideriamo prima di tutto che la raffigurazione di uno specchio d'acqua è legata a quella del paesaggio. Come questo muta nel tempo non solo per i tratti più o meno naturalistici o fantasiosi, morbidi o stilizzati con cui è riprodotto, ma insieme per lo spazio che ad esso è dato nelle varie opere, così è anche di un corso d'acqua. Lo dimostra uno dei più antichi esempi di "Battesimo di Cristo": il mosaico del XIII secolo riportato qui sopra di un Anonimo del XIII secolo. La stessa schematicità fantasiosa ed essenziale che troviamo nella raffigurazione delle montagne e degli alberi è anche nelle onde del fiume: strisce sinuose e oblique nelle quali sono visibili i pesci oltre che una figura umana. Una schematicità tuttavia affascinante che, insieme al fondo oro, può ricordare le icone bizantine.
Diversa nei tratti, seppure ancora in parte inverosimile, la rappresentazione delle onde nell'affresco dei primi del Quattrocento che vedete qui a lato e che ho già riportato altrove: opera attribuita al Maestro di San Bassiano e conservata nella chiesa di San Francesco a Lodi. Ma tali esempi saranno superati ben presto da un'iconografia ispirata ad un più marcato realismo e alla capacità di rendere le linee con tratti più plastici e sfumati.
Interessante fase di passaggio tra questi modi differenti di riprodurre il mondo delle acque, è costituita dalle opere di due pittori che - per quanto siano vissuti a un secolo di distanza - hanno trattato il tema del Battesimo con caratteri per certi aspetti simili: Giotto (1267 - 1337) e Masolino da Panicale (1383 - 1440).
Il fiume in entrambi i dipinti - quello di Giotto in un dettaglio qui a lato e quello di Masolino in grande in alto - è una distesa di onde verdi dalle quali traspare il corpo di Gesù che vi è parzialmente immerso. Tratti senza dubbio più realistici, così come l'impostazione prospettica che - per quanto approssimativa e ancora lontana dai calcoli matematici del pieno Quattrocento - ha comunque una sua efficacia. Lo vediamo in particolare nell'opera di Masolino dove è proprio il Giordano a segnare la profondità col suo andamento un po' sinuoso che si delinea dietro la vera e propria scena del Battesimo.
Tuttavia, la rivoluzione più significativa avviene con Piero dellaFrancesca (1412ca. - 1492) al quale si ispireranno poi numerosi artisti rinascimentali.
Piero della Francesca: "Battesimo di Cristo" (part.) - Londra, National Gallery
Nella sua celebre tavola, l'acqua è davvero uno specchio e - se ci fate caso - l'ansa del Giordano riflette con grande limpidezza il cielo chiaro, le nuvole, la vegetazione e il colore vivace degli abiti di alcuni personaggi in secondo piano. Un altro mondo rispetto al passato: un mondo fatto di immobilità, compostezza e toni delicati che caratterizzano tutte le figure del dipinto, come si può osservare nell'immagine qui a lato.
Successivamente, numerosi altri pittori hanno rappresentato il fiume seguendo la stessa iconografia, ma conferendo al tratto pittorico morbidezza e plasticismo via via sempre maggiori. Osserviamo qui sotto il particolare del "Battesimo di Cristo" del Perugino (1446 - 1523) e poi la foto dell'intero dipinto.
Perugino: "Battesimo di Cristo" (part.) - Kunsthistorisches Museum, Vienna
Se il dettaglio mette in luce la trasparenza dell'acqua e una rappresentazione sempre più realistica del fiume insieme alla vegetazione sulle sue sponde, vista nella sua interezza la tavola mostra tutta la lunghezza del Giordano col suo andamento sinuoso che diventa elemento portante del paesaggio segnando con molta verosimiglianza la prospettiva.
La medesima caratteristica si può riscontrare anche nell'opera realizzata sempre dal Perugino sullo stesso tema e conservata nella Cappella Sistina in Vaticano, della quale ho riportato qui sotto un dettaglio della parte centrale. Sono visibili distintamente le anse chiare e serpeggianti del fiume che l'artista ha disegnato fino in fondo, a individuare la vastità di un panorama sempre più ricco di figure, edifici e vegetazione.
Proprio come scrivevo sopra, la rappresentazione dell'acqua si inquadra in quella del paesaggio che, col passare del tempo, non è più solo elemento secondario e accessorio, ma spazio al quale viene riservata sempre maggiore ampiezza.
Lo dimostrano i due dipinti successivi nei quali è evidente l'inversione di tendenza che si verifica nel rapporto tra figura umana e natura circostante. Se infatti nel Medioevo quest'ultima faceva solo da cornice, sia pure splendida, al tema rappresentato, col tempo essa prenderà sempre più spazio arricchendosi di affascinanti particolari. Saranno paesi, castelli, boschi e sull'acqua imbarcazioni o animali che talora - al di là di alcuni elementi di valore simbolico - poco hanno a che vedere con l'argomento del quadro, ma molto con la volontà di una riproduzione realistica dell'ambiente. Senza contare poi il fatto che, spesso, tale ambiente non è quello della Palestina, ma si ispira alla morfologia delle regioni di origine dei diversi artisti.
Maestro dell'Adorazione di Groote: "Battesimo di Cristo" - Collezione della Banca d'Italia
Lo
si osserva bene, a mio avviso, nella tavola che vedete qui sopra,
attribuita al cosiddetto Maestro dell'Adorazione di Groote, artista fiammingo che opera agli inizi
del Cinquecento. Qui, il rapporto tra figure umane e paesaggio è completamente capovolto rispetto al passato, e in mezzo a un panorama montuoso ampio e variato, tali figure risultano molto più piccole. Il fiume poi è un incantevole specchio d'acqua che disegna con grazia l'andamento del paesaggio, riflettendone le tinte giocate su sfumature di verde ora chiaro, ora più cupo. Non mancano inoltre splendidi particolari come nel dettaglio qui a lato: una felce che cresce sulla riva e due anatrelle che nuotano tranquille.
Altrettanto significativo il quadro che vedete qui accanto. Si tratta del "Battesimo di Cristo" di Cima da Conegliano (1459 - 1517), conservato nella chiesa di San Giovanni in Bragora a Venezia e costruito con la stessa iconografia di tante opere coeve in cui la ricca natura circostante è raffigurata in una morbida atmosfera di serenità. Ma tale serenità tipicamente rinascimentale lascerà presto il posto a un clima pittorico molto differente, per svariati fattori tra i quali la diversa concezione della luce che si affermerà da Caravaggio in poi. Tuttavia prima ancora di lui, i mutamenti in atto sono già evidenti nel quadro riportato qui di seguito: il "Battesimo di Cristo" del Tintoretto (1518 - 1594) conservato a Venezia presso la Scuola Grande di San Rocco.
Ciò che colpisce è la grande drammaticità con cui è trattato il tema, una drammaticità che sembra quasi preludere alla Passione e che si riflette anche sull'ambiente e sulla rappresentazione del fiume. Le onde - a ben guardare molto realistiche - compaiono infatti dal buio per fugaci e improvvisi bagliori, in un clima fumoso e onirico che caratterizza diverse altre opere dell'artista. Ma sono soprattutto i forti contrasti luministici e le tinte scure e qua e là rossastre della composizione a conferire una patina di tragicità a quello che dovrebbe essere invece un evento gioioso.
E per passare finalmente alla musica, ho preferito ispirarmi alla serenità dei dipinti precedenti scegliendo un pezzo di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) : il "Largo cantabile" dal "Concerto per pianoforte in Fa Maggiore n.3 Hob XVIII".
Mi sono presa la briga - come del resto faccio spesso - di andare a vederne sul web la partitura: un modo - per così dire - di guardare negli occhi il brano osservandone tempo, dinamiche, abbellimenti e organico orchestrale.
Così ho scoperto una composizione dalla scrittura nitidissima, di una chiarezza quasi mozartiana. E in effetti alcuni passaggi possono essere proprio assimilati a quelli del genio di Salisburgo.
Originale l'introduzione che si apre su di una delicata melodia del violino solista. Di conseguenza sorprende - subito dopo - l'esordio del pianoforte che riprende la stessa melodia dolcemente ritmata e arricchita, qua e là, da una serie di trilli e abbellimenti. Sono proprio questi a condurci in un'atmosferache sembra quasi imitare la scorrevolezza fluida dell'acqua, fatta di sonorità liquide e luminose in una sorta di affascinante sinestesia che ci cattura con garbo.