martedì 28 aprile 2020

Dietro i vetri

(Foto di Claudio Calvani)
Guardo fuori dalla finestra della cucina gli alberi che, nel giro di pochi giorni, si sono ammantati di verde, la primavera che - più che mai accattivante - esplode dietro i vetri.
Ma mentre chiudo la tenda, gli occhi si posano sul calendario appeso proprio lì accanto e mi soffermo un attimo a osservare la foto di aprile.

Di questi tempi è un' ancora di salvezza il calendario. O perlomeno può esserlo perchè ci squaderna davanti, in ordinata sequenza, mesi e giorni da riempire di progetti concreti o di sogni. E se i programmi che avevamo per il futuro sono saltati in un baleno, sfogliarne le pagine ci toglie per qualche momento la sensazione di ristagnare in un limbo lungo e indistinto, restituendoci il senso di un cammino verso la luce per vedere quanto ancora manca all'alba.

"Sentinella, a che punto è la notte?": vengono in mente i versetti del profeta Isaia - e insieme le parole della canzone di Guccini "Shomer ma mi-llailah" - in cui una sentinella attende i segni dell'aurora portando in cuore le ansie e le domande della città sulla quale veglia.
E mi sembra emblematica questa foto giusto in corrispondenza del mese di aprile: lo splendore di un paese antico - Pitigliano - che si erge sulla precarietà della pietra tufacea e sotto un cielo plumbeo. Un luogo affascinante che ho visitato anni fa, ma che in questo momento mi suscita altre considerazioni.
Siamo forse anche noi come quel borgo sotto la minaccia del temporale: anime dalle radici profonde, messe allo scoperto proprio come il basamento su cui poggia il paese perchè, nella notte, affiorano le cose che in realtà per noi contano e sulle quali abbiamo fondato il nostro esistere.

Ma quella foto mi comunica anche un senso di vaga nostalgia, insieme alla percezione di una bellezza che proprio il cielo scuro carico di nubi rende - se possibile - ancora più attraente. Visto da lontano, il paese potrebbe apparire solo come un borgo un po' in rovina su di una pietra erosa - le case addossate le une alle altre, bucherellate dal nero delle finestre - mentre in realtà è custode di un fascino antico che sembra riaffiorare più vivo quanto più si rivela precario. 
E mi pare che anche il sole e il temporale, con i loro colori contrastanti, conferiscano al luogo un'atmosfera di inquieta, angosciosa attesa.

Così, ho cercato una musica che potesse rispecchiarne il clima e ho pensato d'impulso a Brahms come se nessun altro compositore potesse essere associato allo splendore drammatico di questa immagine. È infatti un paesaggio che, a mio avviso, esige una musica intensa e un ampio respiro orchestrale capace di esprimere un moto d'anima reiterato e dolente.
Ho scelto quindi il celebre terzo movimento della "Sinfonia n.3 in Fa maggiore op.90". Nonostante l'indicazione "Poco allegretto", non si tratta di un pezzo leggero o scherzoso e a suggerircelo è il do minore in cui il brano è stato scritto: guarda caso, la stessa drammatica tonalità della "Quinta Sinfonia" di Beethoven e della "Grande Messa K.427" di Mozart.

In Brahms, quella che si avverte all'interno del tema di apertura è proprio un'intensità crescente e ripetuta, quasi una sorta di accento che va a sottolineare l'impulso angoscioso annunciato prima dai violoncelli, ripreso dai violini e in seguito dagli altri strumenti. È un movimento che sale a somiglianza di un'invocazione via via più struggente; ma dove poi la musica si rasserena in passaggi soffusi di dolcezza, certe sonorità sfumate sembrano sottintendere proprio una mai sopita nostalgia per la luce. Così almeno a me pare.

"Sentinella, a che punto è la notte?" Nel testo biblico non c'è risposta se non nella costanza del nostro chiedere, vigili nella speranza che alla notte segua l'alba, un'alba forse già presente se la domanda sarà perseverante, instancabile e reiterata proprio come il tema espresso da queste note.

Buon ascolto!

lunedì 20 aprile 2020

Donne col libro - 4

V. Lagye (1825 - 1896) "Music practice" particolare (coll.privata)
























All'inizio di questa piccola serie di articoli, mi ero proposta di scegliere dipinti con donne intente alla lettura, ma - avevo specificato - non di una lettera, di un giornale o altro, bensì di un libro vero e proprio.

Poi mi sono chiesta: e perchè non di uno spartito musicale???...
In realtà, è un libro anche quello e mi pare si armonizzi bene al tema del blog.
E.B.Leighton (1853 - 1922): "La lezione di pianoforte"
E se il testo ha un linguaggio diverso, non per questo non può suscitare altrettanto interesse. 
La musica infatti narra storie, interpreta sentimenti, delinea paesaggi esteriori e interiori, suscitando emozioni come una narrazione fatta di parole e forse anche di più, perchè il suo è un linguaggio universale. Le note sono uguali per tutti e talora arrivano in noi con maggiore immediatezza ed efficacia rispetto ad altre forme di comunicazione. Soprattutto poi per chi le sa leggere, osservarle è come trovarsi a tu per tu con una persona guardandola negli occhi.

Anna Vallayer-Coster(1744 - 1818): "Ritratto di una violinista"
Inoltre, per parlare di donne e spartiti musicali, non c'è che l'imbarazzo della scelta. 
Avrei potuto iniziare dalle numerose raffigurazioni della patrona dei musicisti, Santa Cecilia, intenta a suonare l' organo - ora sola, ora insieme a un coro di angioletti - o da alcune immagini di figure mitologiche in concerto. 
Ho preferito invece i dipinti che vedete e che - sia pure con alcune differenze - ci presentano situazioni e contesti tra loro simili. 
In tutti vediamo infatti giovani donne assorte nella lettura di uno spartito per pianoforte o per violino: a volte in rigida posizione davanti alla tastiera durante una lezione, altrove concentrate e attente ad accompagnare un canto.

S.Lega (1826 - 1895): "Il canto dello stornello" (part.)
Finissimo il "Ritratto di una violinista" di Anna Vallayer-Coster, dove è proprio una donna a raffigurare un'altra donna. La pittrice ne mette in luce con delicatezza l'attenzione, l'attitudine meditativa davanti al testo musicale e forse anche il gusto nel seguire la melodia, visto il lievissimo sorriso che le disegna sul volto.
Risulta invece composta, ma insieme un po' rigida, la fanciulla seduta al pianoforte nel dipinto di Leighton, seguita dallo sguardo vivido, ma severo - almeno così a me pare - dell'insegnante.
Anche la giovane che - nel particolare del quadro di Silvestro Lega - accompagna al piano il canto dello stornello, è attenta e concentrata, mentre lo spartito è riprodotto con tale chiarezza che, ingrandendo la foto, se ne possono leggere nitidamente le note.
P.A.Renoir (1841 - 1919): "Fanciulle al piano"
Inoltre, tra i vari dipinti dedicati a questo tema, non si può dimenticare il famoso "Fanciulle al piano" di Renoir, che rappresenta due ragazze della borghesia parigina intente a leggere la musica e ad esercitarsi.

In ognuna di queste rappresentazioni, come si deduce dall'eleganza degli abiti, delle acconciature e dall'arredamento degli interni, si tratta di giovani di buona famiglia avviate, come tante ragazze dell'epoca - siamo nel corso del XIX secolo - allo studio del pianoforte, considerato parte integrante di una certa educazione e importante per la vita in società.

Tuttavia, al di là di queste immagini, i dipinti che più mi hanno colpito sono altri due, ricchi di un fascino differente e - a mio avviso - un po' inconsueto.
Il primo che vedete qui sotto, del quale ho riportato anche un bel particolare nella foto in alto, è opera di Victor Lagye e s'intitola "Music practice".
V. Lagye (1825 - 1896) "Music practice" (coll.privata)
Una fanciulla è seduta al clavicembalo per esercitarsi o prepararsi a duettare col giovane suonatore di arpa. 
Ma - a ben guardare - i suoi occhi non sembrano rivolti al corposo spartito che pure ha in mano, ma al musicista che la fissa un po' ammiccante.
Il suo è quasi un profilo di bambina dal quale traspaiono timidezza e ingenuità: forse la sua è soltanto preoccupazione di suonare senza errori, o forse è un sentimento che va oltre. 
Vi possiamo intuire infatti anche una lieve ansia o una dolce speranza verso il ragazzo che ha di fronte, al quale la lega un gioco di sguardi che sembra andare al di là della musica. Una rappresentazione affascinante quindi che, se non spicca per i colori in verità piuttosto spenti, si concentra tutta sugli atteggiamenti dei due protagonisti. Il far musica insieme, del resto, già nei secoli passati era considerato simbolo e occasione di corteggiamento.

J.Vermeer (1632 - 1675): "Concerto interrotto" (part.) 
Il secondo dipinto, invece, rispetto a quelli già citati ci riporta indietro nel tempo e precisamente al XVII secolo.
Si tratta infatti di un'opera di Jan Vermeer intitolata "Concerto interrotto" o anche "Un gentiluomo e una giovane dama che fanno musica in una stanza". 
Qui, a colpirmi è lo sguardo della donna nel quale colgo qualcosa di vagamente trasgressivo o impertinente. 
Il suo non è un atteggiamento timido a somiglianza della fanciulla del quadro di Lagye, bensì quello di una persona sicura di sè. Nel suo volgersi verso lo spettatore c'è a mio avviso un sottile rimprovero, come a ritenere indiscreto l'occhio di chi dall'esterno osserva la scena, quasi stesse violando una sorta di intimità. 
E lo spartito di cui un foglio è nelle mani della ragazza ma insieme nella destra dell'uomo accanto a lei, qui si fa tramite ed espressione di ciò che li lega: certo la musica, forse anche altro.

Ed è Chopin il compositore che mi piace associare a queste immagini, anche se in realtà - data la collocazione cronologica di alcuni dipinti - non è verosimile che tutte le giovani musiciste qui raffigurate abbiano potuto eseguirne i pezzi.
Ho scelto il "Preludio in Mi bemolle maggiore n.19 op.28", brano brevissimo che, nel complesso dei 24 preludi scritti dal musicista polacco, mi pare uno dei più incantevoli. 
Il suo è un andamento vivace che lo rende molto simile allo stile di uno studio, e nella sua struttura tutta a terzine, sia nella mano destra che nella sinistra, può costituire un ottimo esercizio per musicisti già esperti. 
Nonostante la velocità, ci sono qua e là dolci passaggi più lenti dove la musica si fa più morbida e che qui possiamo apprezzare sottolineati da un'interprete di eccezione come Martha Argerich.          

Buon ascolto!

domenica 12 aprile 2020

Buona Pasqua!!!





















Pericle Fazzini (1913 - 1987) : "Resurrezione" (particolare) - Aula Paolo VI (Sala "Nervi") - Città del Vaticano.

 

Georg Friederich Haendel (1685 - 1759) : Aria "Risorga il mondo" dall'Oratorio "La Resurrezione" HWV 47.

venerdì 10 aprile 2020

Venerdì Santo






































Hieronymus Bosch (1453 -1516) : "Incoronazione di spine" detta anche "Cristo deriso" - National Gallery - Londra.

 

Johann Sebastian Bach (1685 - 1750) : "O Haupt voll Blut und Wunden..." dalla "Passione secondo Matteo BWV 244".

giovedì 2 aprile 2020

La gardenia

(Foto presa dal web)
Chi mi conosce sa che, putroppo, non sono nata col "pollice verde" e  qualche volta, in passato, credo di averlo detto anche qui.
Certo, amo molto piante e fiori e faccio il possibile per farli durare, a cominciare dalle primule che mi compro ogni anno a marzo, ma il mio impegno non è sempre compensato da buoni risultati. 
La cosa mi dispiace perchè sono cresciuta, invece, in una casa dove entrambi i miei genitori avevano grande cura per il verde, ma soprattutto la capacità di conservarlo a lungo nonostante vivessimo in appartamento.

Ricordo mio papà che, a primavera inoltrata, portava a casa le petunie - sia semplici che doppie - e le sistemava sui balconi del soggiorno in modo che, occhieggiando dalla ringhiera, formassero un nastro colorato dove il blu si alternava al fucsia. Poi, certo, gli steli crescevano diventando troppo alti, ma allora venivano messe - diciamo così - in secondo piano e sostituite, finchè era stagione, con altre più basse e più giovani. 
Mia mamma, invece, si dedicava alla cura delle piante verdi: avevamo sansevierie, ficus, diffenbachie e clivie che duravano anni, buttando germogli che - una volta cresciuti - lei trapiantava con gioia in altri vasi come fossero stati figli di cui andare orgogliosa. 
Era felice soprattutto quando, a maggio, le fioriva la clivia col suo grappolo di corolle di un arancione acceso. Scrivo proprio "le" fioriva perchè era tale la cura con cui se ne occupava, che eravamo convinti che la pianta fiorisse proprio per lei. E la cosa era diventata una sorta di evento beneaugurante che annunciava con gioia anche alle amiche - "Mi è fiorita la clivia!" - come parlasse di un familiare rientrato da un lungo viaggio.

Mi sono tornati in mente questi flash di vita quotidiana proprio ora, nel tempo dilatato dei giorni di quarantena e di attesa che stiamo vivendo. 
Ma c'è un altro ricordo che vorrei condividere.
L'ultima pianta che mia mamma mi aveva regalato - ormai tanti anni fa - è stata una gardenia: pianta splendida, elegantissima, dal profumo inebriante e intenso che ho sempre adorato. Naturalmente, nonostante la mia mancanza di pollice verde l'ho tenuta con tutte le cure, coadiuvata da mio marito che - lui sì! - vanta doti degne di un giardiniere. Così, terminata la fioritura, l'abbiamo collocata in mansarda dove la temperatura giusta e la maggiore luminosità consentono alle piante di prosperare meglio o di riprendersi: insomma una sorta di sala di rianimazione per il verde. 
Con la nuova stagione infatti la gardenia è rifiorita, ma - non so perchè - per un po' lo ha fatto ad anni alterni, poi basta. Era ancora viva e rigogliosa, ma fiori niente, finchè ho smesso di aspettarli e me ne sono dimenticata.

Poi, un giorno di primavera dopo non so quanto tempo, mentre me ne stavo in mansarda a leggere, ho avvertito un profumo intenso e al tempo stesso delicato che mi raggiungeva in ogni angolo della stanza: una sensazione piacevolissima che però, a tutta prima, non ho riconosciuto. 
Poi all'improvviso mi ha folgorato un pensiero: la gardenia!!!...Possibile???...
Sono andata a vedere: ed eccolo un fiore, uno solo, ma appena appena sbocciato, coi suoi petali bianchi e un po' spessi, profumatissimi! Un inaspettato segnale di vita! E me n'è derivata la fresca gioia delle belle sorprese, tali proprio per la loro promessa di speranza al di là di ogni immaginazione.

Così, a questo piccolo episodio e a quello splendido fiore di gardenia mi piace associare un brano di altrettanta leggiadrìa.
L'autore è Giacomo Puccini (1858 - 1924), compositore che i miei genitori amavano e del quale ogni tanto mio papà - benchè fosse stonato - canticchiava qualche romanza suscitando le vive proteste di mia mamma!  
Qui ho scelto l' "Adagio in La maggiore" scritto probabilmente per il "Quartetto d'archi in Re maggiore", ma anche in una versione per pianoforte. 
Si tratta di un pezzo pervaso da un'atmosfera di profonda intimità e caratterizzato a tratti da passaggi di morbida, improvvisa apertura; intenso come il profumo di un fiore e struggente come un antico ricordo che riaffiora proprio nella semplicità di alcuni particolari.
E mi è sempre parso bello che - a volte - delle persone ci rimangano impressi non tanto grandi discorsi sui massimi sistemi, ma gesti quotidiani, dettagli in apparenza secondari, ma in realtà essenziali nel tessuto dell'esistenza: mio papà che portava a casa le petunie - ma anche le paste alla domenica! - e mia mamma che annunciava gioiosa alle amiche che le era fiorita la clivia.
Piccole cose che fanno bella la vita e che vorrei ancora, come quel fiore di gardenia - inatteso e sorprendente - ad annunciare tempi migliori.

Buon ascolto!

sabato 28 marzo 2020

Oggi non occorrono altre parole...

(Foto presa dal web)
























Papa Francesco: "Preghiera in piazza San Pietro con Benedizione Urbi et Orbi". Roma, venerdì 27 marzo 2020.

 

Franz Joseph Haydn (1732 - 1809) : "Agnus Dei" dalla "Mariazellermesse".

martedì 24 marzo 2020

Se cielo e terra s'incontrano...

No, questa immagine così soave non apre un'ulteriore post della serie "Donne col libro" che probabilmente - l'incertezza di questi tempi è d'obbligo - arriverà, ma non oggi.
Il fatto è che, nei mesi scorsi, mentre cercavo raffigurazioni che documentassero la presenza di un libro nelle mani della Vergine Maria, tra i vari dipinti mi aveva colpito proprio questo che vedete.

Si tratta dell' "Annunciazione" di Guido Reni (1575 - 1642), splendida tavola conservata nella Pinacoteca civica di Ascoli Piceno.
Ad attrarmi in essa non stati tanto i visi nella loro soavità, la morbidezza del tratto pittorico nei panneggi o la capacità dell'artista di ambientare le figure nello spazio: segni di un'epoca in cui l'equilibrio rinascimentale ha già dato luogo alla libertà del Barocco. E neppure altri pur pregevoli aspetti: i due angioletti affacciati da lievi cumuli di nuvole e l'indice dell'Angelo rivolto verso l'alto, dettaglio che ha vari precedenti da Piermatteo d'Amelia a Fra' Bartolomeo, senza contare il celebre "San Giovanni Battista" di Leonardo.

Ad affascinarmi al di sopra di tutto è stato invece quel paesaggino in fondo, in secondo piano ma esattamente al centro del quadro, dove le direttrici prospettiche guidano il nostro sguardo. Un particolare di sublime bellezza, sia per il modo in cui quel panorama è delineato, sia per l'inquadratura: un triangolo tra la Vergine, l'ala dell'Angelo, i gigli e il libro. 
Di fatto, un quadro nel quadro, una finestra sul paesaggio dove l'ala è simile a una tenda che si apre sul mondo.

Fuori poi, nonostante le dimensioni piccole in rapporto al resto della composizione, il panorama è ampio e ricco di dettagli: cespi di vegetazione ai lati, un albero disegnato con levità, le torri e i contrafforti di un castello, mentre in lontananza il verde - o forse la collina - va sfumando nell'azzurro sotto un cielo dai colori cangianti. 
Un paesaggio che non si finirebbe mai di contemplare tale è il pacato splendore che da esso promana, mentre i fiori e il libro in primo piano danno un tocco di leggiadrìa e un senso di profonda pace.
Inoltre, se nell'insieme del dipinto le dimensioni della stanza scompaiono nell'onda di nuvole che accompagna l'Angelo e invade l'ambiente, là fuori - invece - il mondo esterno è concretamente delineato. Un mirabile incontro quindi tra Mistero e realtà quotidiana: qui il cielo, là fuori la terra in cui tutto si compirà. 
E come osservavo tempo addietro a proposito di altre Annunciazioni, tale iconografia dal Rinascimento in poi non è rara. Infatti, se pure la luce dello Spirito scendendo dall'alto va spesso a convergere su Maria, in parecchi dipinti la prospettiva ci conduce al di là dei due protagonisti e all'aperto, proprio verso quel mondo a cui l'evento è destinato.

Per entrare nel cuore di questa immagine, ho scelto allora un brano che mi pare altrettanto ricco di soavità e di pace. 
Si tratta dell' "Et incarnatus est" dal "Credo" della "Missa Pange lingua" del franco-fiammingo Josquin Desprez (1450 - 1521), compositore di musiche sacre e profane tra i più rappresentativi del Rinascimento.
Lenta, pacata e luminosissima la struttura polifonica del pezzo nella parte iniziale, mentre va a vivacizzarsi nel successivo "Et resurrexit". 
E insieme al dipinto di Guido Reni, mi piace pubblicarlo oggi, vigilia della festa dell'Annunciazione.

Buon ascolto!

domenica 15 marzo 2020

Donne col libro - 3

Ci sono a volte tratti somatici, magari anche minimi, capaci di parlarci in modo straordinariamente efficace della personalità di un individuo: le dita, le mani, l'incarnato del volto, le labbra.
Esprimono sensibilità o freddezza, pignoleria o superficialità e via dicendo; possono raccontare intere vicende esistenziali, o farcele soltanto immaginare...
Se poi ad osservare non è lo sguardo di una persona qualunque, ma l'occhio attento di un pittore, allora anche un semplice tratto fisico potrà rivelargli dimensioni nascoste che la sua mano esperta porterà sapientemente alla luce.

È il caso del dipinto dell'olandese Gerrit Dou (1613 - 1675) intitolato "Donna anziana che legge la Bibbia" o anche "La madre di Rembrandt", poichè si pensa che, ad esservi ritratta, sia proprio la madre dell'artista nello studio del quale Dou aveva lavorato all'inizio della sua carriera.
Gerrit Dou: "Donna anziana che legge" Rijksmuseum, Amsterdam
Concentrato, attento, silenzioso, così come il viso ancora fresco sulle guance e qua e là attraversato invece da rughe, il profilo di questa donna mi pare molto espressivo e sa raccontarci parecchie cose. 
Affiora da un fondo scuro in cui - a somiglianza di tanta ritrattistica del Seicento - mancano i segni di una sia pur minima ambientazione.
Eppure, proprio da questo trae rilievo il minuzioso realismo della rappresentazione, insieme alla capacità introspettiva dell'artista.
Seria e quasi severa, nel suo pesante mantello bordato di pelliccia così come il copricapo trattenuto da una fascia, la donna ha in mano un libro voluminoso dove la fitta scrittura è interrotta da un disegno, probabilmente ad illustrare un episodio biblico.
Colgo la sua concentrazione da una serie di particolari: la rete di sottili rughette che s'increspano intorno agli occhi, il labbro inferiore un po' sporgente, forse a indicare una certa tensione nella lettura, o forse per la labioschisi da cui era affetta. Ma da tutta la persona traspare anche un profondo senso di ordine e di compostezza. Me lo rivela un solo, significativo dettaglio: quella spilla tondeggiante sull'abito chiaro, unico, sobrio gioiello.

Rembrandt: "La profetessa Anna" - Rijksmuseum, Amsterdam
Una donna colta e benestante, dunque, ma dedita anche ad una vita di lavoro, come ci rivela la sua mano robusta. 
Potrebbe essere davvero un'anziana madre, una persona semplice e pratica che impegna il suo tempo nella cura dei familiari, ispirando il proprio comportamento ai valori indicati dal testo biblico.

Scopriamo così che, ancora una volta - dopo le numerosissime rappresentazioni medioevali e rinascimentali della Vergine Maria - la pittura ci consegna altre immagini di donne col libro.
Compare infatti nel Seicento, accanto a quella precedente, un diverso tipo di iconografia che proprio col libro per eccellenza - la Bibbia - raffigura tuttavia donne anziane.
È Rembrandt van Rijn (1606 - 1669) in particolare, insieme ad alcuni pittori della sua cerchia, a farle oggetto dei suoi quadri. 
Per esigenze di brevità, riporto solo due esempi: "La profetessa Anna" e "Donna anziana che legge", titoli che - in realtà - sottintendono sempre la rappresentazione della madre dell'artista.

Anche in questo caso, le figure emergono dal buio ed è la luce - in un contrasto di sapore caravaggesco - a farne affiorare i tratti. 
Ma se nel quadro di Gerrit Dou tale contrasto risulta smorzato, in Rembrandt è forte, e la luce - più che sul volto delle donne - si focalizza sul libro. Bellissima, nel primo esempio, quella mano rugosa che vi si appoggia, forse per aprire meglio la pagina o forse in segno di cura per il testo, quasi fosse una carezza!

Rembrandt: "Donna anziana che legge" (coll. privata)
Proprio il libro è infatti il centro delle varie opere: talora scritto in ebraico - come emerge dal particolare de "La profetessa Anna" - talaltra enorme, quasi sproporzionato rispetto all'insieme, come si osserva in questo dipinto a lato.
Qui, della donna chiusa nel mantello scurissimo di una semplicità monacale, emerge solo il viso totalmente assorbito nella lettura, in un clima raccolto e profondamente meditativo che ricorda anche altre composizioni di Rembrandt.

E per passare alla musica, mi piace associare a queste immagini un brano di Francois Couperin (1668 - 1733). Si tratta de "Les ombres errantes" tratto dal XXV ordine e IV libro dei "Pieces pour clavencin".  
Il pezzo, qui trascritto per pianoforte, si dipana lento e fonde leggiadrìa a solennità. Se infatti da un lato ci regala le frequenti fioriture e gli abbellimenti tipici dello stile del compositore francese, dall'altro è caratterizzato da una compostezza talora severa che mi pare possa armonizzarsi con il clima di attenta meditazione di questi dipinti.

Buon ascolto!

domenica 8 marzo 2020

Messaggio in bottiglia

(Foto presa dal web)
Sono giorni strani questi, allontanati come siamo dai ritmi consueti e con un tarlo di preoccupazione che rode. Non visto, ma rode.
Tuttavia, il tentativo di recuperare una normalità nel passare delle ore può condurre a qualche scoperta sorprendente e fruttuosa.

Mi è capitato ieri, sfogliando il primo libro del "Clavicembalo ben temperato" - Bach, naturalmente - mentre consideravo quali brani avevo già imparato a suonare e quanti ancora erano in lista d'attesa, ammesso - e non concesso - che avessi voluto cimentarmi con la loro difficoltà.
È stato lì che, senza un motivo preciso, mi sono soffermata su di un preludio sul quale non avevo mai messo le mani, nel senso letterale del termine. 
Lo avevo ascoltato però nel blog "La verità vi farà liberi" del carissimo Amicusplato, cultore di musica come pochi, che nel corso degli anni ci ha regalato splendidi brani a partire dalla polifonia rinascimentale fino al rock.

Ricordo che non avevo commentato il suo post perchè quel pezzo - il "Preludio n.10 in mi minore BWV 855" trasposto in si minore da Alexander Siloti - per quanto bello, a suo tempo non era tra i miei preferiti. Troppo triste.
Invece ieri - chissà perchè?! - è riaffiorato dagli anfratti della memoria e sono andata a riascoltarmelo, cercando anche altre interpretazioni.
Tra queste, ne ho scoperto una del celebre John Lewis (1920 - 2001) che all'inizio non mi ha entusiasmato, se non che il pianista ne fa poi - e c'era da aspettarselo! - una rielaborazione jazz.
La novità mi ha incuriosito e sono andata ad ascoltarmi altre sue rivisitazioni e composizioni. Così, di brano in brano, sono arrivata a quello di oggi: un vero e proprio capolavoro nel suo genere, unico per l'essenzialità con cui è costruito.
Si tratta di "Django", famosissimo pezzo jazz scritto da Lewis nel 1954 in ricordo del chitarrista Django Reinhart, scomparso l'anno precedente.

"E il Preludio - direte voi - te lo sei dimenticato?..."
Tranquilli, Bach mi ha portato lontano, ma c'è sempre.
Se ascoltate con attenzione, scoprirete infatti che la struttura di questo pezzo ha il rigore di una creazione bachiana e che sono proprio le progressioni bachiane - ripetizioni della stessa frase musicale a partire da note diverse - a diventare melodia. Del resto Lewis, oltre che celebre compositore e pianista all'interno del "Modern Jazz Quartet", è stato un appassionato cultore del musicista tedesco di cui ha arrangiato alcuni brani all'interno dell'album "Blues on Bach".
Ma ciò che di "Django" mi prende più di ogni altro aspetto è il ritmo sincopato che - da 1,32 in poi - anima il tema. Questo infatti, prima esposto in modo lento ed essenziale, da qui in poi viene ripreso in una rivisitazione a dir poco seducente: basta ascoltare certi pianissimo o alcune dissonanze sapientemente disseminate qua e là.
Ne deriva un pezzo grintoso e accattivante che Lewis interpreta con la sobrietà e la sicurezza di un vecchio leone, e che potrebbe aver suggestionato anche i compositori successivi tanti sono i brani in cui lo sento riecheggiare.

Così, ho deciso di pubblicarlo e insieme mi sono chiesta se al nostro Amicusplato - da cui tutto era partito - sarebbe piaciuto. 
Me lo domando spesso quando scelgo un pezzo musicale, ma non ho risposta se non la pungente nostalgia per chi non c'è più...
E allora lo scrivo qui, per raggiungerlo in qualche modo con la mia gratitudine, per mandargli un segnale, una comunicazione come si fa con i messaggi in bottiglia, affidati al mare e all'ignoto. 
Ma insieme covo la speranza che la luce di Dio, nella quale Amicusplato certo vive, sia un oceano in ascolto.

Buona musica!

sabato 29 febbraio 2020

"Intanto..."


Vincent Van Gogh: "Limitare di un campo di grano" Amsterdam, Rijksmuseum Van Gogh





















Alla costante ricerca di musica, in questi giorni difficili per tanti di noi, nel tempo libero che mi sono ritrovata - piombati come siamo, dalla sera alla mattina, nel cuore di un evento che mai si pensava di vivere - ho trovato un brano a dir poco meraviglioso! 
È Camille Saint-Saëns (1835 - 1921) il suo autore: sì, proprio il compositore dell'opera "Sansone e Dalila", del celebre "Tollite hostias" tratto dall' "Oratorio di Natale" o dell'ancor più famoso "Carnevale degli animali".
Questa volta si tratta del "Concerto in sol minore n.2 op.22 per pianoforte e orchestra" nel suo primo movimento "Andante sostenuto", un pezzo che non conoscevo e che mi ha preso subito ma proprio subito!
E sapete perchè? Provate ad ascoltarne le battute iniziali!...
Bastano i primi trenta secondi di musica e certo anche a voi si aprirà il cuore perchè l' incipit è inconfondibilmente bachiano, degno del preambolo di una Partita o di una Fantasia, con un tema che - declinato con accenti diversi - percorre poi tutto il brano dall'inizio alla fine.
Non è nuova del resto l'attenzione di Saint-Saëns per il compositore tedesco. 
La ritroviamo infatti nel tema fugato della Sinfonia n.2 op.55, ma anche altrove, in svariati pezzi per organo.

Severo e rigoroso nell'esordio, sostenuto proprio come recita la didascalìa, questo primo movimento del Concerto ci conduce però in una serie di atmosfere musicali progressivamente mutevoli. 
È come se Saint-Saëns avesse attraversato parte della storia della musica dal Barocco al Classicismo e poi al Romanticismo spingendosi forse anche oltre. Dopo l'inizio squisitamente bachiano, vi ritroviamo infatti la forza di Beethoven, la dolcezza di Chopin, il pianismo virtuosistico di Liszt e in certi accordi - almeno questa è la mia impressione - anche l'impeto di Brahms e di Rachmaninov.
Se prima protagonista è il pianoforte con un esordio in stile bachiano, subito dopo il tema viene ripreso e sviluppato nel dialogo con l'orchestra.
Introdotta - a 1,10 e a 1,14 dall'inizio - da due potenti e drammatici accordi degni dell'incipit del "Don Giovanni" di Mozart, la melodia si ammorbidisce poi in passaggi luminosi come un adagio di Chopin o concitati come un pezzo beethoveniano. Si tratta insomma di una successione di note prima severe, poi veementi e impetuose, poi più dolci, poi ancora appassionate e tempestose, ma non prive di aperture a somiglianza di un cielo primaverile. 
Ne deriva una composizione trascinante e di straordinaria intensità passionale, alla quale mi piace associare il quadro che vedete.

Arioso, aperto, movimentato, questo bellissimo dipinto di Van Gogh, conservato ad Amsterdam presso il museo dedicato al pittore olandese, mi affascina per il suo vivo splendore.
Siamo ai margini di un campo di grano mosso dal vento, sotto un cielo variegato di nuvole che aprono sprazzi di azzurro o forse preludono a uno di quei repentini cambimenti di tempo tipici della primavera, chissà!...
Può essere il sereno che torna o un turbine che si avvicina, ma in ogni caso l'immagine ci coinvolge al punto che ne possiamo respirare l'atmosfera. 
Larghe e veloci pennellate rendono con rara efficacia l'urto del vento sul grano, e sempre dall'onda obliqua del vento è portato quell'uccello in volo sui campi. 
Folte spighe punteggiate, qua e là, di papaveri cominciano a imbiondire e mi ricordano le parole del Manzoni che, al cap.28 del romanzo "I Promessi Sposi", descrivendo - prima ancora di altri flagelli - gli effetti della carestia a Milano, osserva:
"Intanto però cominciavano que' benedetti campi ad imbiondire..."

È sempre stato quell' intanto a colpirmi: segno che, nei momenti di affanno, il tempo cova un seme di speranza, talora sorprendente, talaltra atteso.
E me lo confermano quelle spighe mosse dal vento nei tratti ariosi di questo dipinto, insieme alle note energiche e tormentate - ma qua e là anche dolcissime - del brano di Saint-Saëns.

Buon ascolto!

venerdì 21 febbraio 2020

Gioielli barocchi

(Foto presa dal web)

















Ci sono dipinti di grande splendore che è piacevole contemplare all'interno di un museo, in una sala allestita con cura, con la giusta illuminazione, magari in mezzo ad opere dello stesso autore per farne un confronto.
Ma ce ne sono altri che ci porteremmo volentieri a casa: piccoli gioielli da appendere sulla parete di uno studiolo appartato, da ammirare a lungo in un angoletto tutto nostro, alzando gli occhi da un libro per ricrearci con pace. Dipinti da osservare in silenzio nei tratti del loro stile, ma soprattutto in quella particolare atmosfera che ci consente di entrare in essi e appagare il cuore.

Vi confesso - ma non ditelo in giro! - che sono tante le opere che mi porterei a casa: certi Monet dall'inimitabile aura intima dei paesaggi innevati, o alcune composizioni del Seicento olandese, dove il tempo è scandito in interni ombrosi e la prospettiva inquadra un'infilata di stanze verso la luce.
Tuttavia, se voglio andare a cercare l'immagine che contemplerei all'infinito con lo stupore intatto della prima volta, devo tornare a un dipinto che ho già citato in questo blog ma solo di sfuggita. Si tratta di "Gondole sulla laguna", una tela di Francesco Guardi (1712 - 1793), conservata a Milano, al Museo Poldi Pezzoli dove ho avuto modo di vederla in varie occasioni.

Il quadro ci conduce a Venezia alla quale sono stati dedicati nel tempo innumerevoli dipinti, sempre affascinanti prima di tutto perchè lo è la città.
Alcuni ne rappresentano gli aspetti più fastosi, altri ne colgono quelli più nascosti e altri ancora la raffigurano nei minimi dettagli come le immagini del Canaletto, vere e proprie cartoline del suo tempo, ambite dagli stranieri che hanno contribuito a farne conoscere all'estero lo splendore.

Anche il Guardi appartiene al gruppo dei "vedutisti" veneziani del Settecento tra i quali spiccano Canaletto e Bellotto. Tuttavia, non solo gli scorci che dipinge ci conducono talora in una Venezia minore e più intima rispetto a quella raffigurata dagli altri artisti, ma anche la sua tecnica pittorica non mira a restituirci fedelmente i vari panorami della città, bensì a farcene percepire il fascino con una sorta di Romanticismo ante litteram. 
Ma osserviamo il dipinto.
È una prospettiva molto ampia quella che si apre davanti a noi, dove protagonisti sono la laguna, il cielo e la gondola in primo piano, mentre la città e i suoi edifici restano ai margini. Uno spazio prospettico che si dilata anche per effetto del passaggio dalle tinte più scure, in primo piano, a quelle via via più chiare delle costruzioni e del cielo variegato di nuvole.

Ma prima di ogni altro elemento, è il colore ad affascinarmi: un impasto di tinte tra l'azzurro cupo, il grigio e il verde, una tonalità raffinata e intensa - a prima vista quasi un monocromo - che ricorda quanto il Guardi sia erede di quella pittura tonale che ha contraddistinto gli artisti veneti del Cinquecento, in particolare da Giorgione in poi. 
Mi pare sia proprio il colore a creare un'atmosfera spessa e brumosa attraverso la quale, tuttavia, le costruzioni sullo sfondo ci appaiono nitide e precise nelle loro geometrie e persino nei loro riflessi sull'acqua: dettagli straordinari, se si considera che si tratta di una tavola di piccole dimensioni. 
Sono brevi ed eleganti pennellate di luce, qua e là, a delineare la prua di una gondola, la posa del gondoliere, gli edifici o una vela lontana, particolari che emergono dalla tinta cupa circostante dandole al tempo stesso risalto.

Ma se pure l'artista ha un tocco preciso, le sue opere non hanno lo scopo di definire con minuziosa fedeltà un panorama, ma tendono più che altro ad evocarlo, insieme alle emozioni che esso suscita al nostro cuore. 
Ne deriva un'atmosfera sognante, motivo peraltro di una certa disattenzione dimostrata dai contemporanei verso le opere del Guardi alle quali preferivano l'esattezza descrittiva del Canaletto.

E ad accompagnare la contemplazione di queste immagini non può essere che Vivaldi e in particolare il "Larghetto" dal "Concerto n.9 in Re maggiore RV 230" tratto da "L'estro armonico".
Tale è lo splendore di questo breve gioiello barocco che ho dovuto far passare tutti i ventun brani che ho dedicato qui al compositore veneziano, per convincermi di non averlo ancora - chissà mai perchè?! - pubblicato.
La voce del violino solista vi affiora struggente e dolcissima dopo l'introduzione pacata e solenne degli archi, e ci conduce in un percorso che alterna tonalità maggiore e minore, luminosità e malinconia, com' è tipico di Venezia nella sua dimensione leggiadra e precaria insieme.
Un brano che, ancora una volta, ci regala la ricchezza creativa e la profondità della percezione vivaldiana nel suo entrare nel cuore di questa città e - a somiglianza del dipinto del Guardi - nell'evocarne l'atmosfera.

Buon ascolto!