mercoledì 29 luglio 2015

Tra penombra e luminosità

Mi accade d'estate - quasi tutte le estati da un po' di tempo - e non c'entra questo caldo eccezionale. 
Ma più fuori il sole e la luce abbagliano, più ho bisogno di rifugiarmi a contemplare la penombra riposante di certi interni, la frescura di dipinti o nature morte che conciliano la quiete.

È senza dubbio fisiologico, per tanti aspetti, che si vada in cerca di un'alternanza tra sole e ombra e che, dopo essersi saziati di luce, si desideri il chiuso di un ambiente fresco e riposante.
Ma non è un luogo qualsiasi quello che cerco. Più che monti, praterie e distese fiorite che pure amo, a volte ho bisogno di sostare nella penombra pomeridiana di certi ambienti dal fascino senza pari come quelli che ci regala la pittura del Seicento olandese.
Penso alla frescura del blu lapislazzuli della cucina raffigurata da Vermeer nel dipinto "La lattaia", o alla tranquillità delle stanze di De Witte nel quadro intitolato "Interno con donna alla spinetta" che ho postato qui in passato.  
Ma ho in mente anche tante nature morte, nella varietà dei materiali e degli oggetti rappresentati. 

Non so da dove nasca in me il fascino per un certo mondo pittorico.
Forse ha radici lontane che risalgono a quando, da bambina, sfogliavo vecchi libri o enciclopedie di casa per guardarne le figure. Da piccoli, si è come spugne nell'assorbire tutto, e talora certe immagini sanno imprimersi nella mente e nel cuore segnando con la loro suggestione le passioni e i gusti futuri.

Così, oggi desidero condividere qui un dipinto dell'olandese Pieter De Hooch (1629 - 1684) intitolato "Cure materne" o - più prosaicamente - "Madre che spidocchia i capelli della sua bambina" e conservato al Rijksmuseum di Amsterdam.
E' all'interno della sua penombra riposante ma anche dei suoi angoli di luce serena che mi piace rifugiarmi, in cerca di un ambiente che mi comunichi un senso di quiete.
La luce, appunto: De Hooch, contemporaneo di Vermeer e Rembrandt, conosce bene la loro lezione e ne fa tesoro in maniera del tutto originale con particolare sensibilità coloristica, modulando penombra e luminosità in modo realistico e dolce, soffuso e - a mio avviso - affascinante.

E' la quiete del dipinto ad attrarmi: una stanza nella quale possiamo individuare due parti, l'una più chiusa e ombrosa dove s'intravvede il vano del letto, l'altra più spaziosa e aperta verso il resto della casa, illuminata da un bellissimo scorcio prospettico dove una fresca luce piove da una finestrella retrostante. 
Assoluto il silenzio che vi regna, sottolineato dalla compostezza della donna e della bambina, ma anche dal cagnetto fermo davanti alla porta aperta, in muta, tranquilla attesa. Una scena domestica come altre raffigurate dal pittore che ama ritrarre interni piccolo borghesi e, tuttavia, incentrata qui su di un tema decisamente popolaresco come tanta pittura del Seicento.
  
Interessante la cura dei particolari che nulla lasciano alla genericità della rappresentazione.
Una casa modesta, ma non priva di arredi: dal quadro sopra la porta - dettaglio che ricorre anche in altri dipinti dell'autore - ai cesti di vimini, dal velluto dei tendaggi che chiudono il vano del letto ai cuscini bianchi in secondo piano. Bellissimi i particolari del profilo e delle mani della donna, come pure il rosso del corpetto insieme alle calde tonalità di colore che caratterizzano tutto il quadro, a cominciare dal pavimento in cotto.  
Delicatezza e semplicità anche nei particolari come l'ampolla che si scorge dietro il disegno di una vetrata, insieme alla tenda scura sopra un pezzo di parete a piastrelle: piccole nature morte, vivissime in realtà nell'atmosfera e nello splendore che accendono.
Ma straordinario, a mio avviso, è lo scorcio prospettico che ci apre la vista su di una stanza retrostante e - di lì - fuori da una finestrella: un angolo di serenità che ci conduce all'aria aperta, in un'atmosfera che ha la freschezza del mattino e al tempo stesso la luce dorata del pomeriggio. Alcuni alberelli di cui intravvediamo anche il fogliame sembrano sfumare sul piano di fondo, mentre la luce che si disegna pacata sul pavimento - e un po' più soffusa sulla porta - costruisce uno spazio di magica bellezza, di semplicità e di pace davanti al quale sostare in silenzio, proprio come il cagnetto.

Allora, mi piace commentare queste immagini con un dolcissimo brano di Ludwig van Beethoven. 
Si tratta del VI movimento " Adagio, quasi un poco andante" dal "Quartetto per archi in do diesis minore n.14 op.131", creazione famosa che appartiene all'ultima produzione del compositore e che, insieme ad altri brani, segna un'ulteriore evoluzione del suo genio musicale.
Il pezzo che vi propongo, pur nella sua estrema brevità, è una pausa di pace tra due altri movimenti molto accesi e funge da introduzione al finale.
Ci conduce infatti in una clima di pacata malinconia che si dissolve poi in un'apertura più serena nell'alternanza tra tonalità minore e maggiore.
Una melodia struggente, ricca di luci ed ombre quasi come l'atmosfera del dipinto nella sua pacata bellezza.

Buon ascolto!

martedì 21 luglio 2015

"Yuzen" : alla ricerca dell'attimo presente.

Piove, finalmente: un temporale ha alleggerito l'afa che, in questa stagione rovente, mi ha raggiunto persino qui ad alta quota.

La prima sera di pioggia, dopo tanta calura, è una benedizione. 
Dalla cucina dove sto preparando la cena, guardo fuori le ultime case del paese fino alla fitta abetaia che si vela di grigio: un paesaggio improvvisamente autunnale che mi avvolge con la sua penombra piena di fascino.
Nuvole chiare salgono dalla vallata, presto copriranno ogni pendio e, se apro la finestra, sento solo il suono dell'acqua e il silenzio.

Mi piace quest'atmosfera ovattata dove sembra che tutto si fermi: dopo giorni di sole caldissimo e luce abbacinante, questa sera di pioggia è lieve come una carezza e va riconciliandomi col presente. 
Mi muovo per casa piano, pacatamente, evitando rumori inutili, attenta a non spezzare l'incanto che mi coglie e mi pervade, mentre mi accorgo che poter vivere questo silenzio fino in fondo, senza essere portata altrove dai pensieri, è un dono. Ad assaporarlo infatti non basta la mente e talora neppure la forza delle emozioni: occorre che vi si aggiungano i sensi, quasi l'attimo presente fosse una linfa che scorre nelle nostre vene come il sangue. 
Ed immergersi in esso è rara magìa.

Così, mi piace prolungare questo incanto con una musica che della ricerca del presente mi pare faccia il proprio centro, il nucleo attorno a cui le note si avvolgono, la meta a cui tendono. 
Si tratta di "Yuzen", brano di Giovanni Allevi per pianoforte solo, tratto dal cd "Love" uscito all'inizio di quest'anno.
Il titolo del pezzo ci conduce in Giappone, luogo cui il compositore ascolano è particolarmente legato non solo per esservisi recato più volte in tournée, ma anche perchè, proprio qui, ha preso spunto per diverse altre creazioni. 
In particolare, Allevi ha dichiarato di aver avuto ispirazione per questo pezzo mentre si trovava a Kanazawa, una delle città giapponesi famose per l'antica arte di pittura su seta chiamata appunto yuzen.

Il brano è un preludio totalmente arpeggiato, animato da forte tensione e al tempo stesso da una varietà di suoni che sembrano esprimere tutte le sfaccettature della passione. E a buon diritto è posto proprio in apertura di un cd dedicato all'amore.
Si va dai toni più energici e animati a quelli più lievi, da passaggi che talora si accendono in ritmi decisamente rock, ad altri delicatissimi, ripetuti sulle ottave più alte - cosa peraltro non nuova nello stile del compositore - come se le note si facessero parole sussurrate all'orecchio.
Gli arpeggi - dai suoni più bassi a quelli più acuti del Bosendorfer Imperial su cui è stato registrato il brano - sembrano declinare il tema in una ricerca incessante e tormentosa del nucleo caldo dell'ispirazione musicale, quasi essa fosse un'amante da possedere. 
Attorno a tale nucleo s'inanellano infatti le note, tese ad afferrare la magìa dell'attimo presente: ora rigorose ed energiche, ora tenere e fluide come acqua che scorre, a volte sferzanti, altrove nostalgiche, ricche di passaggi di più maestosa apertura ed altri che sfumano in pacata morbidezza. 
Luminosità e malinconia, impeto e delicatezza si avvicendano in questo brano, nel suo respiro ora ansioso, ora più calmo, ma sempre teso ad un abbraccio pieno con la musica.

Un pezzo inconfondibilmente alleviano che - se nella sua struttura ricorda la matrice classica del compositore, in particolare il Bach del "Clavicembalo ben temperato" e non solo - nella sua anima profonda, tuttavia, risolve la forma tradizionale del preludio in chiave contemporanea, con inventiva e sensibilità legate all'oggi.
Rigore e passionalità dunque, nell'incessante ricerca del cuore vivo della musica, fino a giungere al finale dove l'arcano si scioglie in dolcezza.
E come sempre, sotto le dita di Allevi il Bosendorfer si fa orchestra.

Buon ascolto!

lunedì 13 luglio 2015

Aria fresca

Leggo sul "Corriere della Sera" di giovedì scorso che - nell'ambito della rassegna "Milano Arte Musica" - nella basilica di Santa Maria della Passione si è tenuto un concerto del famosissimo e prestigioso "Westminster Abbey Choir", coro di voci bianche dell'Abbazia di Westminster, antica istituzione musicale come del resto molte altre, a cominciare dal "King's College Choir" di Cambridge e dal "Thomanerchor" di Lipsia.

Non è la prima volta che il coro londinese - trenta ragazzi dai sei ai sedici anni circa, più dodici adulti - si esibisce nel capoluogo lombardo e penso che la possibilità di ascoltare una formazione musicale di tale eccellenza artistica sia stata per i milanesi una boccata di aria fresca in questa torrida estate.
Mi hanno colpito infatti - riportate nel breve articolo di presentazione di Enrico Parola - le parole del direttore Martin Baker che afferma tra l'altro:

"L'eccellenza di questo coro è data dal lavoro che svolge: ogni giorno, a parte il mercoledì, i coristi provano alle 8,10 e alle 16,30, prima e dopo la scuola, cantano la messa e i vespri. Per questo i tanti concerti e le tournée internazionali sono solamente la punta dell'iceberg della loro attività; la dimensione non è quella dello spettacolo, ma dell'educazione al bello e al servizio. Per questo, il sentimento che prevale nei ragazzi che lo compongono, non è di esaltazione, ma di familiarità e umiltà."

M'illumina un itinerario educativo che persegue valori come la bellezza, il servizio e l'umiltà, soprattutto in considerazione del fatto che, data la concretezza dell'impegno quotidiano richiesto ai giovanissimi coristi, non si tratta solo di parole. 
Penso a come debbano crescere interiormente robusti questi piccoli e al tempo stesso grandi artigiani del canto, in un'esperienza comune - del resto - a quanti in ogni parte del mondo si trovano a vivere, fin dalla giovane età, l'impegno e la straordinaria avventura di far parte di un coro.
Ha infatti una portata educativa immensa la disciplina del canto corale perchè, consentendo ai piccoli di rivestire un ruolo preciso all'interno di un grande organismo al servizio degli altri, regala loro la consapevolezza luminosa di essere portatori di Bellezza, insieme a uno sguardo positivo su se stessi e sull'infinito mondo delle note.
Certamente, ciò accade anche nell'ambito di un complesso o di un'orchestra giovanile, ma forse l'esperienza del canto si può rivelare ancora più coinvolgente in quanto mette in gioco il più semplice gesto vitale di ciascuno di noi: il fiato, il respiro, la voce.

Ascoltiamo allora i giovanissimi del "Westminster Abbey Choir" nell'esecuzione di un famoso brano di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759): "Zadok the Priest - Coronation Anthem n.1 HWV 258".  
Si tratta del primo dei quattro inni composti dall'autore per l'incoronazione di Giorgio II di Gran Bretagna nel 1727 e ancora oggi eseguito ad ogni incoronazione di sovrano britannico.
Il testo, che rimaneggia alcuni versetti biblici tratti dal I Libro dei Re, fa riferimento all'unzione di Salomone da parte del sacerdote Zadok.
Dopo la parte introduttiva, un esplosivo crescendo corale ci apre alla grandiosità del pezzo: solenne e sontuoso nelle sue parti, perfettamente adatto ad una cerimonia come un'incoronazione che somma in sè aspetti religiosi, celebrativi e insieme teatrali.
Brano conosciutissimo non solo per il suo splendore, ma anche perchè il suo tema - e guarda un po' dove troviamo la musica di Haendel! - è divenuto l'inno della UEFA Champions League.

Buon ascolto!

lunedì 6 luglio 2015

Il barocco che non ti aspetti

Luglio: cerco rifugio dal caldo di questi giorni nel cuore della frescura montana, tra il verde di prati e abetaie che mitigano il tocco ardente del sole. 
Ma la temperatura, alta anche qui nelle ore centrali della giornata, non m'incoraggia a lunghe passeggiate. 
La stanchezza che di tanto in tanto avverto m'induce infatti a camminare seguendo il ritmo calmo del respiro, soffermandomi senza fretta a osservare l'erba alta, i tornanti del sentiero in mezzo ai prati, scorci di panorama che ho visto tante volte, ma che vorrei mi apparissero nuovi perchè, in effetti, di volta in volta lo sono.  
In realtà - come spesso mi capita all'inizio di una vacanza - faccio un po' fatica a sentirmi dentro a questo panorama che pure amo. Mi occorrono alcuni giorni non solo per abituare il fisico all'altitudine, ma per acclimatare anche lo spirito, allontanando ogni tensione dell'anno trascorso e lasciando che il silenzio del paesaggio in cui mi muovo si faccia spazio anche in me, riesca a sorprendermi ancora.

Non seguo un itinerario prestabilito, ma lascio che la mia attenzione sia catturata di volta in volta da ciò che vedo, senza fretta: ho bisogno di recuperare calma, di affinare i sensi senza che i pensieri mi portino via dal presente, come spesso accade. Così, ogni tanto mi piace sostare in qualche angolo particolarmente attraente.
Talora, a catturarmi è la rustica semplicità di una baita piena di fiori, altre volte il profumo di sfalcio così diffuso in questo periodo in cui qui è ancora tempo di fienagione. Ma sempre, ad attirare il mio sguardo è l'incanto dei ghiacciai nel loro diverso riflettere la luce col passare delle ore, mentre il suono del torrente mi accompagna ora più vicino e impetuoso, ora più lontano e sommesso.
Ho bisogno di lentezza, di permettere che i ritmi del corpo e dello spirito tornino a coincidere e ad armonizzarsi. Del resto, penso che una vacanza debba servire proprio a questo.
E, come sempre, a creare le condizioni di tale armonia contribuisce anche la musica che - mi è già capitato di osservarlo - non spezza il silenzio, ma lo favorisce e lo prepara.

Allora, oggi desidero condividere con voi un brano che ha proprio il carattere di questa pacificante lentezza e che ho trovato durante una delle mie non infrequenti scorribande su youtube. 
E' qui che mi sono imbattuta in un compositore che - lo confesso - non avevo mai sentito nominare: Reynaldo Hahn (1874 - 1947).
Si tratta di un musicista di origine venezuelana ma naturalizzato francese, famoso per aver composto l'aria di svariate canzoni talora su testi di poeti impressionisti ma non solo, e poi opere, operette, balletti, musica da camera e alcune colonne sonore.
Quello che lo ha reso più famoso però è il repertorio delle canzoni - da "Chanson d'automne" sui versi di Paul Verlaine a "La biondina in gondoleta" in precedenza arrangiata, tra l'altro, anche da Beethoven - e, tra queste, il brano in assoluto più eseguito è "A Chloris".

Si tratta di un'intensa romanza nella quale Hahn ha musicato un testo del Seicento, ma la data di composizione del brano - 1913 - mi aveva indotto ad immaginare un'atmosfera segnata dalle suggestioni musicali del primo Novecento.
E' stata quindi per me una sorpresa scoprire invece una melodia dal fascino antico e talora un po' malinconico, quasi un adagio barocco. Infatti, ho poi constatato che del pezzo, oltre a quelle vocali, esistono svariate versioni solo strumentali - per pianoforte e violino solista, per quintetto di fiati e via dicendo - che esaltano proprio quest'aura riecheggiando il passato.
Così, tra le altre, ho scelto l'arrangiamento per corno inglese che mi è parso particolarmente efficace nel sottolineare l'attitudine contemplativa, il carattere di cantabilità del pezzo e il ritmo, elementi che donano alla composizione un sapore quasi bachiano. 
Del resto, proprio il ritmo, lento e pacatamente scandito sia nella ripetizione delle frasi musicali introduttive, sia nell'esposizione del tema della melodia, mi pare possa ricordare la famosissima "Aria" di Bach dalla "Suite orchestrale n.3 in Re maggiore BWV 1068" e accompagnarci sui sentieri di un riposante paesaggio interiore.

Buon ascolto!

 

martedì 30 giugno 2015

Amor di patria

Ho sempre amato gli inni nazionali e cerco di ascoltarli ogni volta che  vengono trasmessi in tv nel corso di cerimonie pubbliche, ma anche all'inizio o alla fine di eventi sportivi, dai campionati di calcio alla Formula Uno.
Mi affascinano infatti sia per le loro arie marziali, vivaci e talora ricche di pathos, sia perchè - in parecchi casi - nelle loro note riecheggia tanta musica classica.
Basti pensare - solo per fare qualche esempio - all'inno nazionale tedesco che riprende il famoso secondo movimento del "Kaiserquartett" di Haydn; o alla Marsigliese, strutturata dal suo autore esattamente sul "Tema con variazioni in Do maggiore" di G.B.Viotti, ma - oserei dire - anche su una delle arie iniziali del "Concerto per pianoforte K.503" di Mozart.
Se consideriamo poi che l'inno della Santa Sede è di Gounod e che quello del Brasile, scritto da Francisco Manuel da Silva, forse per pura coincidenza ma somiglia tanto a un'aria rossiniana, comprendiamo quanto la musica classica non sia estranea a questo genere di composizioni.

Vasto è il loro panorama: si tratta di brani costruiti in maggioranza su ritmi di marcia, a cominciare dal nostro "Fratelli d'Italia", ma in diversi casi anche sullo stile di un corale come ad esempio l'inno della Svizzera, e comunque sempre ricchi di intensa suggestione. 
Insieme a questi poi, troviamo anche altri canti patriottici appartenenti alla storia di ciascun paese che - pur non essendo propriamente inni nazionali - esprimono ugualmente accenti d'intensa passione civile esortando alla libertà, festeggiando una vittoria o celebrando i valori di un popolo.
Se poi allarghiamo gli orizzonti ancora più in là, scopriamo che anche parecchi grandi musicisti del passato - da Verdi a Chopin, da Tchaikovsky a Smetana e non solo - hanno dedicato alcune loro musiche alla patria per descriverne la bellezza, glorificarne il destino o invocare la libertà dall'invasore.

Allora, sull'onda di queste composizioni, oggi vi regalo un singolare e a mio avviso splendido pezzo di polifonia: si tratta della parte finale del poema sinfonico "Finlandia op.26 n.7" di Jan Sibelius (1865 - 1957).
Scritto nel 1899 per festeggiare l'indipendenza del Granducato di Finlandia dalla Russia, il poema si compone di un unico movimento suddiviso però in varie sezioni. Quella finale è un'aria suggestiva divenuta famosa col nome di "Finlandia hymni" a cui, in seguito, sono state aggiunte le parole dal poeta Veikko Antero Koskenniemi.
La bellezza di questa musica è tale che nel 2001 è stata avanzata richiesta al Parlamento finlandese di adottarla come inno nazionale, richiesta poi respinta. Tuttavia, il pezzo ha sempre goduto di una fama quasi pari a quella del vero inno, tanto che le sue note costituiscono ancora oggi l'aria di vari canti religiosi tra i quali il conosciutissimo "Be still my soul". 
Il brano fonde infatti i toni marziali di una composizione patriottica con la suggestione di una preghiera.

Il coro esordisce piano e pacato conducendoci subito in un'atmosfera nitida e in un clima di grande compostezza, ma si fa poi progressivamente più intenso fino a terminare con toni decisamente solenni nel fascino sempre più coinvolgente della polifonia.
Bellissime le parole del poeta che celebrano la nascita di un nuovo giorno, della luce del mattino dopo il buio della notte e - con riferimento all'indipendenza ottenuta dalla Russia - esortano la Finlandia a sollevare la testa ormai libera dal giogo dell'oppressione.

Buon ascolto!
 

lunedì 22 giugno 2015

Mozartiana luminosità

Ho rivisto giorni fa in tv 
"Il mio amico giardiniere", un film di grande delicatezza, una di quelle pellicole da gustare con calma, nel clima un po' pigro di un pomeriggio quasi estivo, quando si desidera che le immagini non ci feriscano, ma ci parlino con la loro riposante serenità infondendocela in cuore.

Qui, il regista Jean Becker ci conduce nella provincia francese, in un ambiente nel quale i ritmi scorrono lenti, senza affanno, e le vicende s'intrecciano attraverso squarci di una quotidianità fatta di riposante concretezza.
Non sta a me fare la recensione di questa pellicola del 2007 già ampiamente conosciuta e commentata dalla critica, tuttavia mi piace sottolinearne alcuni aspetti che, rivedendo il film, ho particolarmente apprezzato.

E' la storia di un'amicizia ritrovata dal tempo dei banchi di scuola e ricostruita dai due protagonisti nel segno di una graduale condivisione dei rispettivi percorsi di vita, diversi per condizione sociale, relazioni ed esperienze vissute.
L'uno è pittore affermato nel contesto di una Parigi borghese, l'altro ferroviere in pensione e ora giardiniere in un paesetto di campagna; il primo in crisi coniugale e compositiva, il secondo - al contrario - appagato della propria vita semplice e abitudinaria. 
Il loro incontro casuale nasce dalla necessità del pittore di sistemare ad orto un terreno della vecchia casa di famiglia. Prende così il via una vicenda semplice e affascinante, scandita dalle fasi di crescita delle verdure e insieme dall'approfondirsi della conoscenza tra i protagonisti.
Del prato e Del quadro - come i due amano soprannominarsi - entrano in progressiva familiarità condividendo ricordi e confidenze gradatamente più personali. Si crea così un rapporto fatto di sensibilità e concretezza nel reciproco scambio di ciò che a ciascuno sta a cuore: dal modo di dipingere un quadro allo splendore della grande arte del Louvre, dalla scelta di una falce per il prato alla bellezza di un orto ben curato o di cavolfiore coltivato come fosse un gioiello.
Ne deriva un racconto in cui il regista fonde mirabilmente leggerezza e profondità, delineando attraverso la semplicità di parole e gesti quotidiani la storia di un'amicizia capace di cambiarci dentro.

Nonostante un'ombra di malinconia pervada la vicenda e il riferimento alla morte vi ricorra come un leitmotiv lieve ma costante, la narrazione non è priva di qualche tocco di umorismo a proposito di tanti ricordi comuni ai due protagonisti. Vi s'intrecciano passato e presente, tragico e comico, schiettezza insieme a qualche pudore, temi esistenziali appena accennati ed altri più leggeri, come in realtà accade nella vita di tutti i giorni dove i grandi interrogativi s'intrecciano alle contingenze quotidiane. Ed è questo uno degli aspetti a mio avviso più affascinanti della pellicola.

Ma anche dove - con la malattia e l'appressarsi della morte del giardiniere - i temi si fanno più forti, ho apprezzato la mano sempre discreta del regista nel delineare la vicenda, lasciando sottintesa la piena dei sentimenti e facendola decantare nella concretezza dei dialoghi: la morte vista nell'immagine della "grande carpa" e la vita nella crescita sempre più rigogliosa dell'orto.
E infine - vero suggello all'amicizia ritrovata - le sequenze conclusive in cui sarà poi il pittore a fare delle verdure l'oggetto dei propri quadri, a prendersi cura dell'orto e forse anche a ritrovare serenità in se stesso e nelle proprie relazioni familiari.

Il film è l'adattamento cinematografico del romanzo di Henri Cueco "Dialogue avec mon jardinier", ma a mio avviso - per certi aspetti - potrebbe essere stato ispirato anche da Philippe Delerm, per l'attenzione poetica al mondo del quotidiano delineato con tocchi lievi e pennellate leggere, quasi alla Monet. 
E la suggestione della pittura impressionista mi pare torni spesso nel corso della narrazione: dalla scena in cui i due amici sono in barca a pescare, a quella in cui il pittore dipinge "en plein air" in giardino.

Bravissimi gli attori nel rendere l'atmosfera pacata fatta più di dialoghi, di sguardi e di sottintesi che di vera e propria azione. E oltre ai due protagonisti - Daniel Auteuil e Jean Pierre Darroussin, mostri sacri del cinema francese - mi piace ricordare, sia pure nel ruolo secondario di moglie del giardiniere, Hiam Abbass, intensa attrice palestinese protagonista tra l'altro di splendidi film tra i quali "Il giardino di limoni" e "L'ospite inatteso".

Infine la colonna sonora.
Un commento musicale sobrio quello di questo film, che lascia molto spazio al silenzio e ai suoni della natura per aprirsi a un intenso squarcio verdiano con il Coro del Nabucco e - vero colpo d'ala proprio nel finale - all'incanto di Mozart.
E' infatti la quieta luminosità dell'Adagio dal "Concerto per clarinetto in La maggiore K.622" a commentare le ultime sequenze della pellicola, le più drammatiche in realtà. 
Ma Mozart ci accompagna con una dolcezza che suggerisce una visione serena anche della morte, mentre la mirabile soavità di questa musica stempera ogni durezza consentendoci di cogliere più intensamente lo spessore della narrazione.
L'Adagio si apre con un tema delicatissimo e così sognante che sembra trasportarci in un universo di pace, mentre il canto del clarinetto ci avvolge gradatamente col suo suono morbido e affascinante.
E lo sguardo di Mozart si posa su di noi luminoso e terso, dolce e pensoso, a rasserenare il cuore svelandoci pacatamente la ricchezza nascosta in ogni angolo della nostra quotidianità.

Buon ascolto!

domenica 14 giugno 2015

Ma non è una cosa seria....

Forse sto invecchiando....
Il dubbio mi è venuto ieri quando sono andata dall'ottico per farmi fare un nuovo paio di occhiali.

Non si tratta del fatto in sè: porto da anni le lenti da lettura perchè ormai sono una talpa. Ma ora mi servono assolutamente occhiali anche per lontano dato che - soprattutto al mattino e alla sera - il paesaggio mi si confonde in una sorta di sfumato leonardesco. E, con tutto il rispetto per Leonardo, devo risolvere il problema.

Cosi, sono andata dall'oculista e poi tutta baldanzosa dall'ottico, pregustando una bella montatura colorata come si usa da un po' di tempo. 
Ho diverse amiche che portano divinamente occhali dalle tinte vivaci e, perchè no?, li voglio anch'io! Mi sono sempre mossa nel solco della tradizione, ma mi serve una ventata di aria nuova. Ora o mai più!!!

Diciamo la verità, io con gli occhiali sto sempre male: con quelli squadrati al posto degli occhi mi sembra di avere due televisori vecchia maniera, con quelli appuntiti riesco ad avere un'aria da Crudelia De Mon anche se non porta le lenti, e con quelli rotondi somiglio a un panda. Scegliete voi. 
Di conseguenza, una cliente come me per un ottico è una catastrofe perchè lo costringe a scaravoltare letteralmente il negozio.
Sapendo però con chi aveva a che fare, il brav'uomo ha giocato d'anticipo, sfoderandomi subito una serie di montature di tartaruga più o meno scure che mi davano un aspetto da orsetto lavatore, ma di cui tutto sommato una non mi dispiaceva.

Però....però l'idea di avere occhiali colorati, grintosi e insieme divertenti,   continuava a intrigarmi. Così alla fine, guardandomi intorno ho messo giustappunto gli occhi su due montature: una piccola di un delizioso turchese e l'altra, un po' più vistosa, di uno splendido color albicocca. 
Le ho inforcate - ovviamente non insieme - e mi sono guardata allo specchio. Stavo per dire soddisfatta che con quella albicocca non ero niente male, quando - incrociato lo sguardo dell'ottico - mi sono accorta che, nonostante il poveretto tentasse di controllarsi....stava trattenendo a stento una risata!!! 
Poi, con la cortesia che lo contraddistingue mi ha fatto capire che, veramente....quelli erano occhiali un po' originali...diciamo per persone bizzarre....magari anche un po' fuori di testa, e in ogni caso moooolto più giovani mentre io avevo bisogno di ben altro.
Insomma, ha iniziato soft, ma poi c'è andato giù pesantino.

E' stato allora che, punta sul vivo, mi si è insinuato il dubbio - e qui Pirandello docet - che l'idea che abbiamo di noi stessi possa non coincidere con quella che di noi hanno gli altri.
Che l'ottico avesse ragione e vedesse in me qualcosa che io non riuscivo a cogliere? 
Che quella montatura color albicocca mi trasformasse in una versione femminile che so...di Lapo Elkann....e forse data l'età - la mia, non quella di Lapo - non fosse il caso???
Il discorso diventerebbe lungo e complesso.

Morale della favola: punta dal dubbio, sono rientrata nel solco della tradizione e ho scelto la montatura di tartaruga scura che il brav'uomo mi aveva presentato all'inizio, proprio la prima. 
A dire il vero, non mi sta neanche tanto male, mi dà un'aria da prof. - che novità, eh?! - e mi si insella bene sul naso. E Pirandello docet anche qui perchè usa questo verbo a proposito degli occhiali del Chiàrchiaro, protagonista della novella "La patente", il che se vogliamo non è proprio un riferimento positivo, ma pazienza.
Andrò a ritirarli la prossima settimana, non senza aver prima attinto cospicue riserve auree. Comunque, se in futuro vi capitasse di vedere in giro una persona con un paio di occhiali da orsetto lavatore, sappiate che sono io.

Tutto questo discorsino per dire che oggi, per tirarmi su il morale e reagire, ho bisogno di una musica vivace, vivacissima, magari con un interprete dall'aria decisamente rock.
Allora ho scelto una danza di Johannes Brahms (1833 - 1897), per la precisione la "Danza ungherese n.5 in fa diesis minore" che non ha bisogno di presentazioni perchè la conosciamo tutti, leggera, scorrevole, ritmata, scintillante, fatta apposta per risollevare l'anima.
E direi che risolleva l'anima anche David Garrett: non porta occhiali colorati lui, ma ci intriga ugualmente con la sua bravura, con il suono del suo Stradivari e - lasciatemelo dire - col suo sorriso.
Sento già la vocetta di qualche amica che sotto sotto ironizza: "Ma di' la verità, t'interessa di più Brahms o Garrett?". Vedete voi. 

Rileggo e chiedo scusa se oggi vi ho messo a parte di certi miei problemini: mi accorgo che ne è venuto fuori un post un po' così, non proprio perbenino come al solito. Forse qualcuno dei miei abituali lettori resterà perplesso - "Oddio, cos' è successo all'Annamaria???" - e penserà che il caldo o magari l'età mi abbiano fatto uscire di testa. Potrebbe anche darsi....
Ma prometto che la prossima settimana rinsavisco....o almeno ci provo.

Buon ascolto e buona visione!

domenica 7 giugno 2015

Un esordio esagerato

V. Pervuninsky, "Nel vortice del valzer"
Ed è arrivato il caldo, è scoppiata l'estate col suo esordio di afa e anticicloni africani cui i meteorologi danno ogni volta nomi sempre più battaglieri e minacciosi.  
Un esordio - come ormai spesso accade - improvviso, esagerato e decisamente in anticipo sulla tabella di marcia.

Lo si vede bene dai colori della vegetazione che, nel giro di pochi giorni, si è fatta di un verde più scuro e pieno rispetto alla fresca tonalità dei germogli primaverili. Ma sembra davvero che tutta la natura abbia compiuto un balzo improvviso verso una pienezza di maturazione. 
Si allargano rigogliose anche le chiome di miei alberelli - li ricordate, ancora adolescenti, in questo vecchio post? - che sono ormai in grado di offrire una certa ombrosa frescura. Ne controllo la crescita ogni giorno dal balcone della cucina e faccio il tifo per loro come per tutto il verde circostante. Mi auguro infatti che il fogliame arrivi a togliermi la vista dell'asfalto, restituendomi l'illusione di abitare in piena campagna o - perchè no? - al limitare di un bosco invece che, più prosaicamente, sulla circonvallazione della città.

Anche se non amo in particolare i mesi caldi ai quali preferisco la dolcezza delle sfumature autunnali o la limpidezza primaverile, mi pare stia proprio qui il bello di una stagione a tinte forti come l'estate: nel vigore e nel rigoglìo della natura che esplode al massimo grado della propria vitalità, creando paesaggi - per così dire - a luce spiegata.
Vengono in mente - a questo proposito - alcuni versi di Pablo Neruda con le loro intense suggestioni coloristiche proprio nel descrivere questa stagione:

"Oh estate, / abbondante carro / di mele mature, / bocca / di fragola / in mezzo al verde / (.....) mezzogiorno / tamburo / di rame rosso (.....)".

E se poi vogliamo passare dalla poesia alla musica, l'estate fa immediatamente correre col pensiero a quei compositori che hanno descritto in note le stagioni, primo fra i quali è certamente Vivaldi.
Tuttavia, questa volta l'improvviso irrompere della calura mi ha indotto a scegliere un brano diverso e per certi aspetti esagerato proprio come il clima di questo esordio di giugno: un'esplosione di sonorità in un valzer acceso e vivace che mi è capitato di riascoltare nei giorni scorsi. 
Confesso che, la prima volta che l'ho sentito, non ho apprezzato subito il suo andamento tumultuoso e gli accenti talora eccessivi e caricati delle percussioni. Ma riascoltandolo, ho capito che il fascino del pezzo sta proprio in quel suo ritmo forte, ripetitivo, che va facendosi progressivamente più vorticoso e trascinante.

Si tratta del "Masquerade Waltz" di Aram Khachaturian (1903 - 1978), compositore russo di origine armena, conosciuto dal grande pubblico soprattutto per la "Danza delle spade", ma autore anche di vari brani classici utilizzati talora nelle colonne sonore di alcuni film per la loro comunicativa immediata e passionale.
Contemporaneo di Rachmaninov e Shostakovich - del quale questo brano può richiamare per certi aspetti il famoso "Valzer n.2" - se ne allontana però per uno stile più semplice e non privo di note descrittive e folkloristiche.

Accordi fragorosi al limite della dissonanza e tocchi più lievi si susseguono in questo pezzo, primo di cinque movimenti di una Suite composta da Khachaturian per alcune musiche di scena. 
Potenza orchestrale e leggerezza vi si alternano e, nonostante la tonalità minore di per sè crei un clima nostalgico e un poco ombroso, l'intensità delle percussioni ci regala un ritmo che ci travolge nell'ebbrezza della danza, mentre il tema sembra inseguire se stesso in un vortice di note e di timbri sempre più rapinoso.

Buon ascolto!

domenica 31 maggio 2015

Ombre nella notte


Circa due anni fa, in questo blog mi sono brevemente occupata di un pittore statunitense al quale ho dedicato il post che trovate qui, ma avevo promesso a me stessa che non sarebbe stato l'unico, tanto le sue opere mi hanno sempre affascinato.
Invece, altri argomenti hanno avuto poi la precedenza e torno solo ora a parlare di lui.

Mi riferisco a Edward Hopper (1882 - 1967) del quale, a suo tempo, avevo presentato una piccola carrellata di dipinti tra i più famosi.
Questa volta, a catturarmi è stata un'opera ugualmente celebre e ricca di fascino, ma realizzata con una tecnica differente rispetto alle precedenti: si tratta dell'acquaforte che vedete, intitolata "Night Shadows" e conservata al Whitney Museum of American Art di New York.

E' un'immagine carica di suggestione per il particolare punto di vista e per quello spazio che si allarga chiaro a sottolineare il vuoto attorno alla figura umana, piccola e sola tra edifici scuri e incombenti.
Misterioso, nella sua solitudine, un uomo cammina nella notte quasi spiato dall'alto da noi che guardiamo, mentre le ombre del suo corpo - e forse di un lampione - si allungano sulle vie deserte in un'atmosfera sinistra, accentuata dalle pesanti architetture e dal contrasto tra il bianco e il nero.
Di lui - forse simbolo di noi tutti - non vediamo il viso nè l'espressione, ma nonostante la composizione sia costruita con geometria precisa, l'angolo di visuale fa emergere netta la sproporzione tra la figura e l'ambiente circostante, a cominciare dal marciapiede spropositatamente largo in rapporto alle dimensioni dell'uomo. 
Magistrale l'inquadratura offertaci da Hopper, eppure sconcertante come un occhio nascosto che osservi la creatura inconsapevole, conoscendone già il destino e l'angosciosa provvisorietà. 
Quella che l'artista rappresenta infatti, non è l'ombra protettiva e sicura sotto la quale ci si rifugia in cerca di conforto, ma un'atmosfera minacciosa e straniante, come se il buio fitto che si addensa tra gli edifici li rendesse irriconoscibili facendone affiorare dimensioni ignote.

Non amo particolarmente il noir, ma devo riconoscere che talora è affascinante, soprattutto quando a monte ci sono artisti decisamente grandi nella loro capacità di  coinvolgere lo spettatore.
Osservando quest'opera datata 1921, mi sembra di respirare proprio l'atmosfera onirica che caratterizza certi film riconducibili all'Espressionismo tedesco, anche se qui non ci troviamo ancora di fronte alla distorsione di immagini cui arriverà il cinema di quegli anni. 
Ma la suggestione del mistero, di ciò che non è detto o non esplicitato dalla rappresentazione, ci sollecita ad inoltrarci in essa con la fantasia facendo nostro lo sgomento che da essa promana.

E per commentare quest'immagine con un brano di musica che ne rispecchi un po' il clima, oggi mi concedo una breve diversione dalla classica e torno a un amore di parecchio tempo fa. 
Si tratta di Sting e della sua bellissima quanto famosa "Moon over Bourbon street" da "The Dream of Blue Turtles", primo cd da solista del compositore britannico, dopo l'esperienza dei Police.
Nonostante la mia predilezione vada ad altri generi, questa canzone mi ha sempre conquistato col suo ritmo e la sua atmosfera accattivante e grintosa, come il suono di quella tromba che fa da sottofondo e sembra duettare con la straordinaria voce dell'artista.
Un suono che inizia lieve, con un fraseggio leggero appena accennato, per farsi poi grido e lamento lontano, inanellandosi col suo andamento tormentato tra le parole del brano e dando loro uno spessore che - senza l'andirivieni jazzato di quelle note - forse non sarebbe lo stesso.
In effetti, delle varie clip audio che ho ascoltato prima di scegliere questa, nessuna - a mio avviso - ci offre uno sfondo così meravigliosamente efficace, un'interpretazione così profonda e coinvolgente.

E ad aggiungere fascino, nel cuore della canzone, un breve intermezzo bachiano o quantomeno barocco - almeno così mi pare - sempre sorprendente e tuttavia non nuovo nei brani di Sting. Non è un riferimento preciso, ma un clima quello che vi riecheggia, quasi un richiamo a certi passaggi bachiani tra i più drammatici, dalle Passioni alla Messa in si minore.

Una musica che non smette di prenderci fino all'ultimo accordo oscuro e roco, quasi sinistro, a ricordarci che la canzone è stata ispirata dal libro di Anne Rice "Intervista col vampiro", un testo che si addentra nell'eterno dualismo tra bene e male. Narra infatti la storia di un vampiro dalla sensibilità umana ancora viva, in lotta perenne con la propria anima, dilaniato dal tormento di essere costretto a uccidere, ma nel contempo incapace di accettare l'inevitabilità dell'omicidio. Storia di solitudine e di mistero quindi, di contraddizione ed esigenza di riscatto.
Forse può essere qui il senso dei possibili riferimenti ad un compositore di vertiginosa altezza come Bach, nella vicenda di un essere inchiodato al proprio oscuro destino e al tempo stesso desideroso di salvezza.
E quell'ultimo accordo cupo che sembra sprofondare nel buio sta a ricordarcene il dramma.

Buon ascolto! 

 

lunedì 25 maggio 2015

Musica che risponde a musica....

W. Turner, "Tramonto sul lago"
Parlavo pochi giorni fa del potere terapeutico della musica, ed ecco un articolo proprio su questo tema.
Leggo infatti sul "Corriere della Sera" di ieri un interessante pezzo di Elisabetta Andreis intitolato "Curarsi aprendo lo spartito. Il gran potere delle note".
  
Vi si parla del successo della musicoterapia presso varie case di cura - dalla Fondazione Don Gnocchi all'Ospedale San Gerardo di Monza - e della necessità della sua diffusione  dato il numero sempre più consistente di effetti positivi ormai da tempo scientificamente provati.
L'argomento non è nuovo, ma è sempre bello scoprire quanto la musica sappia risvegliare in chi l'ha perduta la consapevolezza delle proprie emozioni e quindi della propria identità profonda. In particolare, nell'articolo si sottolinea il fatto che essa può ridare vita ad un universo di ricordi, riannodare fili, richiamare memorie che costituiscono patrimoni di ricchezza vitale di cui i diversi pazienti tornano in possesso. 
Nel testo si fa riferimento più che altro alle canzoni che - anche attraverso le parole - vanno a suscitare tali memorie toccando di volta in volta quel tasto a cui ciascuno è più sensibile e reattivo. Tuttavia, resta vero che in questo compito è coinvolto tutto il mondo dei suoni e dei generi musicali.
Funziona dai cardiopatici ai malati di tumore, dai disabili a chi è affetto da demenza senile, dai bambini agli anziani. E dalle dichiarazioni dei vari esperti del settore, emerge sempre più chiara la funzione delle note nell'attivare processi terapeutici che migliorano nei pazienti l'umore, la capacità comunicativa e di conseguenza la qualità della vita.

Ma in tutti, anche in coloro che non manifestano particolari patologie e godono di buona salute, le note hanno il potere d'incidere a fondo placando ansie o restituendo energie, come già mi è capitato di sottolineare più volte in vari post.
Allora, proprio a questo proposito, mi piace regalarvi un brano che di una terapia ha tutti i caratteri e l'efficacia.
Si tratta del terzo movimento, "Poco adagio", della "Sinfonia n.4 in Sol maggiore" di Gustav Mahler, pezzo piuttosto lungo e articolato di cui la clip audio riporta solo la prima parte, ma sufficiente - a mio avviso - a farcene percepire tutta la suggestione. 
Bello lasciarsi portare da queste note dal carattere intensamente lirico, consentendo che, per qualche momento, siano esse ad impadronirsi con dolcezza delle redini del cuore e ad accompagnarci nel nostro cammino con passo lento e pacato, al ritmo di un respiro sempre più largo e profondo!
Bello entrare in questa melodia che sale con progressiva intensità orchestrale e sembra introdurci in una dimensione contemplativa, soave e solenne, espressiva e ricca di una molteplicità di colori!
Ci si immerge in essa come in un fiume, sentendosene parte e cogliendo l'affinità profonda fra le note e il tessuto del cuore che ne viene per così dire rigenerato, quasi vi ritrovasse una somiglianza antica: siamo musica che risponde a musica....
Tale è l'atmosfera di quiete da cui siamo pervasi insieme alla percezione d'infinito che - in alcuni tratti - sembra di ripercorrere i versi leopardiani per addentrarsi nei "sovrumani silenzi" di cui parla il poeta, senza tuttavia contraddizione alcuna perchè è proprio la musica a guidarci verso la dimensione del silenzio.
E l'infinito che le note di Mahler ci fanno percepire non genera sgomento, ma solo dolcezza.

Buon ascolto!

lunedì 18 maggio 2015

Maggio veronese

E' stata Verona, città ricca di storia, arte, musica e cornice di una delle più struggenti vicende d'amore di ogni tempo, ad accogliere il tradizionale incontro blogger di primavera che ha visto riunita l'ormai consolidata brigatella di amici, più qualche graditissima new entry.

Il piccolo raduno - già iniziato al sabato per chi poteva con visita alla città e cena - ha avuto il suo clou la domenica con passeggiata (lunga) al mattino, pranzo sontuoso e passeggiata (più breve...) al pomeriggio, il tutto inframmezzato da un gran fervore di conversazioni e qualche risata. 
Un copione ormai consueto - ma non per questo meno piacevole - e arricchito da una sempre più intensa gioia di ritrovarsi, insieme a un pensiero per gli amici che stavolta non hanno potuto essere presenti ai quali diamo appuntamento per il prossimo autunno.
L'itinerario non ha preso in considerazione solo le mete tradizionali come l'Arena, Piazza delle Erbe o Piazza del Signori; non solo il centro storico e il ponte di Castelvecchio, ma....vedete il panorama della foto a lato ??? Splendido vero???
E' qui che, in qualità di padrone di casa, ci ha condotto Luigi del blog "luce sepolta". 
Attraverso un percorso pensato con certosina precisione di tempi, ci ha portato infatti alla scoperta della Verona più affascinante, fatta non solo dei luoghi più frequentati e famosi, ma anche degli angoli più riposti nel verde, tra fioriture di rose e profumatissimi gelsomini. 
Una passeggiata incantevole che, complice la bella giornata, ci ha condotto alla collina di Castel San Pietro, itinerario del quale Luigi ha scandito il percorso - e le rampe di scale - come fosse un bravo insegnante che, con pacata autorevolezza, sa portarsi dietro tutti, compresi gli allievi più recalcitranti (e per questa volta non faccio nomi!...).
  
Ma anche nel pomeriggio, é stato bello andare alla scoperta di angoli della città decisamente suggestivi: stradette tranquille, cortili pieni di silenzio e palazzi di antica signorilità dalle facciate dipinte e dalle finestre goticheggianti: una meraviglia!!!
Davvero quindi un incontro all'insegna dello splendore delle cose viste, dello star bene inseme e di quella condivisione sempre più profonda che consente di parlarsi a cuore aperto nel segno della vera amicizia.
E sul treno di ritorno, riguardando il badge che - come sempre, nella sua perfetta organizzazione - Ambra aveva puntualmente preparato per ogni blogger partecipante, mi sono ritrovata piena di gratitudine per il sorriso e la schietta cordialità di ciascuno.
  
Allora, proprio sull'onda di questa gratitudine, vi regalo un brano di musica nella speranza che vi piaccia.
Trattandosi di Verona, ero tentata di postare un pezzo dal "Romeo e Giulietta" di Prokofiev o da "I Capuleti e i Montecchi" di Bellini. Tuttavia, le musiche mi sono parse intrise di una malinconia e talora di una drammaticità non proprio in sintonia con la gioia e la piacevolezza del nostro incontro.
Allora ho optato per il brano che segue che, pur essendo pervaso da intenso romanticismo, ha la leggerezza gioiosa di una danza.
Si tratta del "Valzer in do diesis minore op.64 n.2" di Chopin che forse molti ricorderanno anche di aver suonato, ma che qui riporto non nella versione per pianoforte solo, ma in quella orchestrale predisposta in seguito da Alexander Glazunov per il balletto "Le silfidi".  
Trovo che questa versione esalti la ricchezza e la varietà di temi del brano: ogni singolo strumento infatti si fa voce particolare che ne sottolinea ora il ritmo, ora la delicatezza romantica, in un movimento che, pur nella soavità melodiosa del suono, va facendosi sempre più trascinante.

Un valzer che mi richiama alla mente l'immagine forse più dolce che mi ha lasciato la giornata veronese: Anna del blog "GLI ULTIMI"  che improvvisa un passo di danza insieme al figlio Michele: un'immagine di libertà e respiro, di levità e gioiosa leggerezza.

GRAZIE e buon ascolto!

lunedì 11 maggio 2015

Note come carezze....

Mi è capitato, in questi ultimi tempi, di rivedere in tv alcuni vecchi film e, in taluni casi, di apprezzarli maggiormente rispetto alla prima volta.
La possibilità di ripercorrere a distanza di tempo una pellicola può essere infatti fonte di nuove emozioni, cosa che del resto accade anche con la lettura di un libro, l'ascolto di un brano di musica o la fruizione di un dipinto.
Tuttavia il linguaggio cinematografico, di per sè più complesso e articolato, è per me quasi sempre occasione di rinnovato interesse e, rivedendole, capita che riesca a gustare anche pellicole che magari in passato non mi avevano destato particolare entusiasmo.

Confesso che - al di là della trama, della costruzione dei personaggi, dell'ambiente, della recitazione e via dicendo - uno degli elementi chiave che mi consente di entrare nel vivo di un film e me ne suggerisce una più profonda comprensione è la colonna sonora, ed è quasi automatico che sia essa a catturare per prima la mia attenzione.
Ne parlavo già tempo fa, sottolineando il ruolo e la straordinaria capacità delle note nel commentare immagini, nel suggerire e interpretare, dando ampiezza e rilievo ad una sequenza filmica con un linguaggio che ci raggiunge in modo immediato.

Penso tuttavia che la musica sappia arrivare ancora più a fondo, andando a svelare la bellezza insita in una storia - e dunque nel nostro vivere - anche quando essa non è subito evidente e facendola emergere da qualunque situazione, comprese quelle più contraddittorie o impensate.
Ho in mente - a questo proposito - alcune famosissime colonne sonore che parlano più di tanti discorsi o immagini, completando il senso di ciò che vediamo e facendo affiorare un tale universo di emozioni che, senza quel particolare commento musicale, un film non sarebbe più lo stesso.

Le citazioni potrebbero essere tante, ma due esempi mi sono sempre parsi più significativi di altri: la "Passione secondo Matteo" di Bach nel film "Accattone" di Pierpaolo Pasolini, e l' "Adagio" di Barber nelle sequenze conclusive di "Platoon" di Oliver Stone. Brani certo differenti, eppure entrambi intrisi di sacralità - non dimentichiamo che il pezzo di Barber diventerà un "Agnus Dei" - e che con questo loro afflato vanno tuttavia a commentare una realtà umana degradata e violenta.
Ma l'effetto che in apparenza potrebbe risultare stridente, diventa invece rivelatore, il contrasto diventa luce, come uno sguardo che fa emergere da quell'umanità un desiderio di riscatto, quasi l'abisso della miseria contenesse implicita un'invocazione di pietà che la musica coglie facendola affiorare.
Questa musica infatti ci aiuta a leggere la bellezza anche dove non ce l'aspetteremmo, ce la fa scoprire per risvolti inattesi, magari scavando al fondo di vicende di tragica violenza e svelando, dietro la fragilità dell'uomo, il suo inesausto bisogno di Essenziale.

Non si tratta di rinunziare a chiamare le cose col loro nome: la musica non mette maschere e non nasconde. Ma mirabilmente conduce all'origine di ogni gesto - o di ogni rabbia - svelando il desiderio di amore che abita il cuore di ciascuno, desiderio spesso tradito e contraddetto, nascosto e negato, ma vero come l'estrema verità che ci fa esseri umani.
E' questa - almeno così a me sembra - la radice profonda che talora la musica va a toccare. 

Allora essa non può non lasciare un segno in chi ascolta, come il brano di Ennio Morricone che vi propongo oggi, tratto dalla colonna sonora scritta dal compositore per il capolavoro di Sergio Leone "C'era una volta in America". 
Una musica che - come la vicenda narrata dal film - riflette una storia di umanità a tutto tondo che ci parla di amicizia, memoria, nostalgia, delinquenza, tradimento, delusione, ma soprattutto amore: inarrivabile e perduto, capace di tradursi in violenza, ma anche in afflato lirico.
Non una storia romantica, ma uno specchio di vita con le sue contraddizioni, come contraddittoria è la personalità del protagonista, fragile e talora grandioso, eroico e al tempo stesso brutale. E di questa vita la musica ci restituisce ogni dimensione andando a leggere, nelle pieghe della vicenda e nel cuore di personaggi, quella tormentosa nostalgia che ce li fa vicini.

Una storia sulla quale le note del famosissimo "Tema di Deborah" che qui vi propongo, si aprono come uno sguardo dall'alto, come carezze d'indicibile soavità. 

Buon ascolto!

domenica 3 maggio 2015

Siamo tutti quindicenni !

Già altre volte, in passato, mi è capitato di parlare del potere terapeutico della musica e di quanto essa agisca come catalizzatore capace di creare in noi reazioni e mutamenti, trasformando e plasmando le nostre emozioni.

Ma trovo che essa non sappia semplicemente rasserenare o rinfrancare, sanando ferite o ricomponendo il tessuto del cuore. Proprio per la sua capacità di pacificare interiormente, sa anche ringiovanirci dentro, aprendoci a uno sguardo nuovo su noi stessi e sulle cose.

Ci regala così uno spirito verdeggiante, ricco di germogli sorprendenti e inaspettati anche dopo il più rigido inverno perchè - se glielo permettiamo - essa ci raggiunge nel profondo dandoci forza, sorriso, amore per la vita e talora anche sete. Certe musiche, infatti, placano in noi una sete ma al tempo stesso l'accendono, come se comprendessimo che la sorgente a cui attingiamo è solo una scintilla, il rivolo di un fiume ben più grande e infinito.
Questo non soltanto perchè il numero dei compositori e delle loro creazioni è immenso, ma perchè tanti brani - ciascuno a suo modo - ci conducono verso quella musica del cosmo che risuona in un angolo profondissimo dell'universo e di noi stessi, lasciandocene la nostalgia.
E quando giungiamo a percepire la corrispondenza tra il tutto e il frammento, a cogliere il legame tra l'immensamente grande e il piccolo, insieme al fascino delle note riscopriamo in noi anche i palpiti di una giovinezza senza fine.
Sì, la musica sa ringiovanire il cuore di tutti: da chi la compone a chi la esegue, da chi l'ascolta a chi la canta. E cantare significa entrare in essa non solo con la mente e con l'anima, ma con ciò che ci è fisicamente più vitale come la voce e il respiro.

Allora, per addentrarci nel suo splendore in modo ancor più vivo, vi regalo un brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759), compositore dallo stile spesso festoso e fastoso - e la "Musica sull'acqua" o la "Musica per i reali fuochi d'artificio" ne sono un esempio - ma anche ricco di grande intimità come in tante arie a cominciare dal famosissimo "Largo".
Quello che desidero condividere con voi oggi è il coro "Let their celestial concerts" che conclude l'oratorio "Samson" (HWV 57), una pagina fatta di architetture musicali scintillanti e leggere che, in certi passaggi, possono ricordare il celeberrimo "Hallelujah" dal "Messiah".
Insieme a un'atmosfera di solennità, infatti, la musica di Haendel è spesso attraversata da una vena di profondissima gioia che - come in questo brano - risplende nello spessore della polifonìa, restituendoci un cuore giovane e uno sguardo di più luminosa speranza.

E a proposito di giovinezza, mi piace concludere riprendendo l'espressione usata dal maestro del coro parrocchiale di un paesetto vicino che da qualche tempo ho iniziato a frequentare. 
Forse perchè vede l'età non sempre verde dei componenti, sottoscritta compresa, prima che cominciamo a cantare ci esorta così:
  "E ricordate che siamo tutti quindicenni!!!"
Il che significa: attaccate coraggiosamente senza incertezze, state a tempo, seguite il ritmo, rispettate i diminuendo senza rallentare e insieme alla voce metteteci la mente e il cuore, freschi come ragazzini!

Appunto! La musica fa scaturire energia e sorriso, entusiasmo ed ebbrezza  soprattutto quando il canto ci conduce al suo interno ringiovanendoci dentro....e speriamo anche fuori!!!

Buon ascolto!

venerdì 24 aprile 2015

Semplicità

Aprile volge quasi al termine, ma il mio calendario - ancora una volta! - resta caparbiamente aperto sul mese scorso, nè so decidermi ad aggiornarlo.
Faccio un po' fatica infatti a rinunziare all'immagine che vedete qui a fianco, con quel viola intenso dei campi di lavanda che m'illumina gli occhi e il cuore ogni volta che vi passo davanti.
E' il mio calendario provenzale di cui ho già parlato tempo fa, che raffigura casolari di pietra, campagne verdeggianti, fiori e frutta, l'abbazia di Sénanques - per quella però, abbiate pazienza, dovete aspettare qualche mese! - e molto altro ancora.

Adoro il viola di questa foto: ferisce e al tempo stesso riempie lo sguardo ed è bello scoprirlo al mattino, in alto sul muro bianco della cucina, quando il sole me lo illumina esaltandone la vivacità.
Ma amo anche il contrasto col verde rigoglioso della vegetazione circostante e il grigio chiaro della casa che ha finestrelle tra l'azzurro e il lavanda, tendine fantasia blu di Provenza e - ingrandite la foto! - dei fiori e un cagnetto sul davanzale. Particolari di un paesaggio vivo e rasserenante, di un luogo tranquillo in cui riposare lo sguardo, segno di una vita attenta al gusto e alla bellezza della semplicità, come il lindore di quella pietra chiara marezzata di ombre sotto la folta chioma dell'albero.
E mi rendo conto ancora una volta che è proprio la luce, con le sue variazioni, a dare forma e rilievo a ciò che abbiamo intorno, conferendo smalto ai colori della natura così come agli oggetti quotidiani, facendone emergere la solarità, ma anche la freschezza e il fascino. Proprio come quest'angolo di paesaggio che ci offre un ambiente di pace, una cornice semplice e serena insieme a quel viola lumeggiato di sole in cui affondare lo sguardo e l'anima.

Allora, in sintonia con quest'immagine, oggi desidero regalarvi un brano di Mozart tra i più ricchi di soavità, nel suo alternarsi di luci ed ombre e nella limpida semplicità della sua melodia.
Si tratta del quarto movimento, "Adagio", dal "Divertimento n.15 in Si bemolle maggiore K.287".  
Un Adagio regala sempre un senso di soavità, ma questo in particolare, oltre alla sua leggiadrìa, riecheggia tanto altro Mozart e non solo.
Frutto del compositore appena ventunenne, il pezzo infatti ha in sè la dolcezza di altri tempi lenti già composti o ancora da venire come - ad esempio - quelli dei "Concerti per violino K. 218, K.219 e K.211" richiamati nella conclusione di certi passaggi. Ma vi si può ritrovare anche la luminosità del "Concerto per clarinetto K.622", o ancora la pace assolutamente terapeutica della "Serenata Gran Partita K.361" soprattutto nel suo terzo movimento.
Ma il clima che questo pezzo ci regala può anche ricondurci, in qualche breve squarcio, alle atmosfere intime e ombrose di certi quartetti di Haydn.

E' la semplicità mozartiana a dominare, miracolo di equilibrio tra profondità e leggerezza, una semplicità che non ignora la complessità spesso sofferta dell'esperienza umana, ma che dal suo abisso risale facendola fiorire con sorridente consapevolezza e sublime distacco.
La melodia esordisce nitida come una finestra aperta verso un mondo di serenità, e prosegue segnata dal canto pieno del violino e dal sommesso ritmo dei pizzicati cui gli archi danno spessore. Ne deriva un'aria marezzata di luci ed ombre, ricca di limpida gioia e tuttavia punteggiata qua e là di malinconia com'è lo sguardo di Mozart.
Note semplici e intense che ci aiutano a leggere la vita con gli occhi della Musica per scorgervi - anche attraverso le ombre - ogni suo segreto splendore.

Buon ascolto!