martedì 14 novembre 2023

Le mie città - 11


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non è sempre facile parlare del proprio luogo di origine, non perchè manchino i ricordi, ma perchè talora sono anche troppi e ci coinvolgono a più livelli tanto intenso è il vissuto che ci portiamo dentro.
Mille osservazioni potrei fare sullo splendore della mia città natale che sorge in un verde angolo
di pianura, tra il cotto delle pievi romaniche disseminate nella campagna circostante e l'atmosfera raccolta di piazze e chiese che dal Medioevo ci conducono su fino al Rinascimento e oltre.
Sto parlando di Lodi, luogo ricco di storia e di un fascino
da scoprire piano, nell'ombra discreta dei suoi cortili e nella bellezza dei tanti edifici del passato.

Potrei ricordare i suoi più famosi gioielli artistici, dalla Chiesa dell'Incoronata fino alle ceramiche conservate al Museo civico.
Ma anche la campagna che la circonda ha
un suo splendore, a iniziare dalla suggestione del fiume Adda, insieme ai filari di pioppi che ne delimitano le rive, e ai campi che in certe ore della giornata ne fanno un luogo di profonda pace.

Tuttavia, la mia Lodi non è solo questa, ma abita anche in altri spazi. Vi sono nata e vissuta fino a 31 anni, poi mi sono trasferita altrove, non lontano per la verità.
Ma talora basta una piccola distanza a
mettere tra noi e un luogo amato quella nostalgia che allieta ogni ritorno e m' illumina d'immenso come ritrovassi una parte di me ogniqualvolta dalla stazione mi avvio piano verso i giardini pubblici e il centro.

Parlo della viva sensazione di essere a casa che tutti sperimentiamo quando un angolo di mondo ci entra nel cuore, perchè le sue pietre e i suoi tetti, i portici e le case, fino all'acciottolato sassoso di piazze e vie, diventano simili a una grammatica che portiamo scritta dentro e che ben comprendiamo. Ed è proprio questa profonda sintonia, questo dialogo segreto con la città a farla nostra per sempre.

Il mio dialogo con Lodi si è intrecciato quando ero bambina, ma nel tempo si è arricchito della lunga consuetudine con certi angoli per me ricchi di particolare fascino.
Sono alcune vie del centro storico tra le più defilate e nascoste
che amavo talora percorrere in solitudine e che mi svelavano segreti dettagli di bellezza: qui uno scorcio di verde in un cortile appartato, là una cornice in cotto; o ancora una bifora a vento o la semplice eleganza delle facciate delle tante casette di un tempo.
Ma era riposante anche incantarsi davanti al prezioso organo rinascimentale del tempio dell'Incoronata o rifugiarsi tra le prospettive aeree di certi soffitti barocchi, come quello della chiesa di Santa Maria delle Grazie.

C'è un luogo, però, che amo al di sopra degli altri e che negli anni ha fatto di Lodi una città sempre più mia: è la splendida chiesa di San Francesco.
Edificio medioevale che nella struttura fonde stile romanico e gotico, è
celebre perchè custodisce le tombe di alcuni lodigiani illustri - la poetessa Ada Negri, il naturalista Agostino Bassi e il librettista Francesco De Lemene - ma anche per la facciata a vento e i numerosi affreschi dell'interno.

Sono opere che ci guidano in un itinerario pittorico che va dal Trecento al Settecento, talora frutto di mani sconosciute ma non per questo meno pregevoli. Suggestivo entrare in chiesa nelle giornate di sole, quando la luce dorata del pomeriggio gioca sui dipinti delle navate traendone i colori dell'arcobaleno.
Parecchi meriterebbero attenzione, a
cominciare dalle varie raffigurazioni di Maria, tra le quali mi piace ricordare la Madonna col Bambino del cosiddetto Maestro di Ada Negri, esempio di rara espressività e delicatezza che vedete qui a lato.

Ma quello che mi affascina da sempre, e che considero in qualche modo mio tale è l'affetto che mi lega ad esso, è l'affresco che vedete nella foto grande in alto e in un particolare qui sotto.
Raffigura lo "Sposalizio mistico di Santa
Caterina", opera della scuola di Giovannino de' Grassi (1350 - 1398), databile verso la fine del Trecento.
Non lo si vede subito all'interno della chiesa: è infatti
sotto l'arco ogivale della navata destra in corrispondenza della Cappella di San Bernardino e bisogna cercarlo. Ma una volta trovato, si resta incantati dalla sua leggiadrìa.

Osservatelo: spiccano i suoi colori e la sua luminosità sul fondo scuro dal quale l'affresco prende risalto. E se anche la figura di Santa Caterina, a destra in basso, non risulta quasi più visibile e se ne scorge solo una mano che sta per essere inanellata da Gesù Bambino, è l'immagine di Maria in mezzo a un aereo corteggio di angeli a costituire la vera grazia del dipinto.
Si china infatti lievemente verso Caterina - ma
anche verso ciascuno di noi - e la leggera curvatura del suo corpo che segue quella del Bambino ha una delicatezza ineffabile. È una giovane, bionda fanciulla che offre il suo Figlio con un' espressione indefinibile che sembra aprirsi al sorriso, ma insieme velarsi di una punta di pensosa mestizia, come si osserva a volte anche in altre raffigurazioni. E ne deriva un effetto di non comune soavità.

Nell'opera, notiamo inoltre una raffinatezza e un'eleganza che non rimandano tanto alla monumentalità giottesca che aveva fatto scuola in quegli anni, ma agli influssi del Gotico Internazionale già diffuso all'epoca anche nell'Italia del nord. Se da un lato infatti l'iconografia colloca la Madonna all'interno di una mandorla secondo moduli del passato, dall'altro la sottigliezza del tratto, le forme allungate insieme alla luminosità dei colori sono caratteri già nuovi che preludono - per esempio - allo stile di Masolino da Panicale, che lavorerà in Lombardia nella prima metà del Quattrocento.

E per esprimere in musica il senso di profonda gratitudine che provo per tutta la bellezza che la vita mi ha messo vicino, ho scelto oggi un brano di Bach che chi frequenta questo blog ricorderà di certo.
Se infatti anni fa ho pubblicato qui l'ultimo dei Sei Corali Schübler per organo, oggi vado all'origine di quel pezzo postando il secondo movimento, "Aria", della "Cantata BWV 137 Lobe den Herren, den mächtigen König der Ehren" (Loda il Signore, potente re di gloria) dalla quale il corale è stato tratto.

Da Bach a Bach quindi. Ma perchè?
Perchè mi è parso interessante vedere come le tre voci che l'organo sintetizza - due suonate sulle tastiere e il tema sulla pedaliera - nella Cantata siano nate invece per tre strumenti diversi. Il violino e il basso continuo infatti, fungono da accompagnamento, mentre la voce del
contralto (o talora del controtenore) fa da solista al quale è affidata la melodia.

Luminosissime e gioiose sono le note del brano nella tonalità di Sol Maggiore e nel loro ritmo un po' danzante, mentre - come già ricordavo in passato - nell'impianto accordale si annuncia già il tema di un'altra Aria più che mai celebre, quella della "Suite n.3 per orchestra BWV 1068" che Bach comporrà qualche anno più tardi.
Ma a prendermi è stato anche il testo cantato: con riferimento ad alcuni Salmi, esso
esprime infatti una costante esortazione alla lode della grandezza divina che guida, sostiene e protegge l'uomo.

Buon ascolto!

(Le foto, prese dal web, rappresentano dall'alto in basso: 1) Sposalizio mistico di Santa Caterina 2) Il fiume Adda a Lodi 3) Dettaglio di Piazza della Vittoria 4) Dettaglio della facciata del Duomo 5) Dettaglio della facciata della chiesa di San Lorenzo 6) Organo del tempio dell'Incoronata 7) Madonna col Bambino del Maestro di Ada Negri 8) Particolare dello Sposalizio mistico di Santa Caterina 9) Facciata della chiesa di San Francesco 10) Bifora a vento della chiesa di San Francesco.

 

martedì 7 novembre 2023

Come una rosa

Sarà forse la suggestione del mese di novembre o ancora il pensiero della splendida Patricia Janečková - come ricordavo giorni fa - così prematuramente scomparsa, a condurmi oggi verso un'altra brillante interprete che da parecchio tempo non è più con noi.

Si tratta della violoncellista britannica Jacqueline du Pré (1945 - 1987), morta a soli 42 anni come si evince dalle date: artista celebre per lo splendore delle sue incisioni, per il sodalizio affettivo e musicale con Daniel Barenboim, ma anche per la sclerosi multipla che l'ha portata precocemente alla fine.

Tuttavia, questo post non vuol essere una triste rievocazione, ma l'omaggio a un'interprete luminosa, come luminoso è il brano che vi propongo insieme alla foto che vedete. Una rosa? Sì, proprio quella che l'azienda florovivaistica inglese Harkness ha dedicato alla violoncellista poco dopo la sua scomparsa, per farne rivivere in questo modo la grazia e il grande talento.
Si legge infatti nelle varie didascalie:

"La rosa Jacqueline du Pré è un elegante fiore dalla bellezza eterea, semidoppio, a coppa aperta, bianco crema con il retro dei petali rosa pallido. La fragranza è molto delicata con sentore di muschio. I fiori sbocciano in mazzi di 3-11 ed appaiono traslucidi nelle giornate grigie e molto luminosi quando splende il sole. La fioritura è precoce e ripetuta. É stata selezionata da Harkness nel 1988 e viene reputata una delle sue migliori rose"

Ma torniamo alla musica. Un'interprete luminosa dicevo, ma insieme appassionata e tenace: basti osservare la freschezza del suo sorriso anche quando era già aggredita dal male, e il suo fondersi con la musica nelle incisioni più celebri, a cominciare da quella del 1965 del "Concerto per violoncello in mi minore op.85" di Edward Elgar (1857 - 1934).
Scritto dal compositore subito dopo la fine della prima guerra mondiale, con uno
stile più contemplativo e meno altisonante di altre sue precedenti creazioni divenute subito popolari, il concerto inizialmente non è stato accolto con favore dal pubblico. Ma a rivalutarlo in seguito dandogli lustro e celebrità è stata proprio Jacqueline du Pré con una performance superlativa rimasta nella storia. Proprio da questa incisione è tratto il pezzo di oggi che è il terzo movimento, "Adagio".

Si tratta di un brano ora soave, ora più vibrante nel fascino della tonalità di Si bemolle Maggiore: una musica ricca di squarci e di aperture luminose dove il delicatissimo tema va ripetendosi con progressiva intensità, insieme a passaggi soffusi di malinconia, simili a sospiri.
Jacqueline du Prè si addentra in queste note facendole sue con passione e dolcezza per scoprir
ne ogni segreto palpito. Ma l'aspetto a mio avviso più pregevole della sua interpretazione è la capacità di far emergere il grande stupore e il senso di crescente attesa presenti nel brano fin dall'esordio, e reiterati poi in diversi punti come pure in alcune pause.
Sembra quasi che l'atmosfera in cui la musica ci introduce sia quella di una notte che si apre verso l'alba, con una delicatezza che può ricordare proprio una rosa quando i suoi petali si schiudono piano verso la luce.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

lunedì 30 ottobre 2023

Molteplice fascino di una Toccata

Quando in campo musicale ricorre il termine Toccata, penso che - giustamente - tanti l'associno prima di tutto a Bach, a cominciare dalla sua "Toccata e Fuga in re minore BWV 565", certo la più famosa ma non l'unica creazione del compositore strutturata in tal modo.
Ce ne sono infatti molte altre: provate ad asco
ltare, per esempio, la BWV 540 in Fa Maggiore o la BWV 564 in Do Maggiore - che, tra l'altro, ai due movimenti canonici inframmezza eccezionalmente un incantevole Adagio - e avrete un'idea della sua funzione.

Con questo termine s'intende infatti un brano introduttivo, una composizione strumentale vivace e movimentata, una sorta di brillante pezzo di bravura costruito con scale e arpeggi in cui gli esecutori possono dar prova della loro abilità e - appunto - della bellezza del loro tocco.
Nata nel periodo rinascimentale prima per fiati e successivamente per liuto, la Toccata viene poi
scritta per clavicembalo e in seguito per organo.
Ma è l'epoca barocca a darle il maggiore risalto, sia per le numerose
creazioni bachiane, sia per il suo stile libero e quasi improvvisativo, simile a una sorta di antico e fantasioso ricercare che prelude alla Fuga, ma talora indipendente da essa e più vicina a un tema con variazioni.
Ricordo, tra le altre, le Toccate di Buxtehude, di Alessandro Scarlatti ma
soprattutto - conosciutissima - quella di Paradisi, resa poi celebre del vecchio intervallo televisivo ed eseguita all'arpa.
Il periodo romantico vede invece un uso meno frequente di questa forma musicale, anche
se nel corso dell'Ottocento non mancano esempi tra i quali la Toccata dalla "Sinfonia n.5 in fa minore op.42" di Charle-Marie Widor, brillante pezzo organistico eseguito spesso durante i matrimoni reali.

Proprio della fine dell'Ottocento - precisamente del 1895 - è il brano di oggi col quale dò il benvenuto in questo blog al compositore e organista francese Léon Boellmann (1862 - 1897). Si tratta della Toccata che questa volta non apre, ma conclude la sua "Suite gothique op.25".
Perlomeno nella parte iniziale, non è un brano dalle sonorità luminose e festanti
come quello del contemporaneo Widor, anche se qualche punto di contatto non manca. Questo di Boellmann infatti si apre nella tonalità di do minore su di un tema semplice e un po' cupo che va ripetendosi, ora suonato dalla pedaliera mentre la tastiera fa da accompagnamento, ora viceversa.

Gli aspetti che mi affascinano maggiormente sono quattro: prima di tutto la straordinaria energia sprigionata da queste note, poi il ritmo spesso variato. Si potrebbe dire infatti che il brano non abbia particolare sviluppo, ma alterni momenti diversi con variazioni più che altro ritmiche. Ora infatti si dipana a somiglianza di una marcia cadenzata dove accordi e tema sono scanditi con regolarità sulla prima nota di ogni quartina; ora invece il tema s'innesta sulla terza nota delle varie quartine creando così una sorta di sfasatura ritmica che - a mio modesto avviso - è il bello di questa creazione.
Il terzo elemento che mi ha colpito è la successione di cromatismi che modulano su altre tonalità a 2.16
dall'inizio. Infine, la bellissima conclusione dove, dopo che la melodìa in minore viene ripresa a ottave sulla pedaliera, si passa progressivamente ad un brillante e fragoroso accordo di Do Maggiore che tutto illumina con la sua energia!
Un pezzo affascinante e insieme impegnativo che, come la maggioranza delle
composizioni organistiche, non solo richiede il tocco giusto, ma anche perfetta sincronia tra tastiere e pedaliera.

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web. Per chi volesse seguire il brano sullo spartito, questo è il link: https://www.youtube.com/watch?v=XzU5xbZ4QEA )

 

domenica 22 ottobre 2023

Con la voce di Patricia

Non troppe parole oggi, perchè non esistono espressioni sufficienti a deplorare la guerra tra Hamas e Israele, deflagrata giorni fa con un orrore senza pari, come se non bastassero i conflitti presenti nel mondo, dall'Ucraina a quelli di cui più nessuno parla. Una sorta di terza guerra mondiale combattuta a pezzi, come l'ha definita Papa Francesco.

Nella situazione attuale, straziante, ma insieme confusa e contraddittoria, mentre l'obiettivo della pace si fa sempre più lontano, questo post vuol essere un piccolo ricordo dedicato alle vittime. Tutte, senza distinzione.
E lo faccio attraverso un brano di Andrew Lloyd Webber, compositore britannico
classe 1948, conosciuto soprattutto per i suoi musical tra i quali Jesus Christ Superstar, Cats ed Evita solo per citarne alcuni.

Il pezzo che ho scelto è l'invocazione di pietà che ci viene dal toccante "Pie Jesu" del suo "Requiem", seguito dall' "Agnus Dei" e cantato da una voce di eccezione spentasi proprio il primo ottobre scorso a soli 25 anni(!), a seguito di un tumore che non le ha dato scampo.
Si tratta della slovacca Patricia Janečková, splendida promessa della lirica che tempo fa
avete visto qui nella scintillante interpretazione di un pezzo di Offenbach. Una giovanissima ma già straordinaria cantante che mi auguro venga ascoltata a lungo nelle varie registrazioni che ci ha lasciato.
Una voce che,
attraverso le note di Lloyd Webber, mi pare significativa a ricordare i tanti che come lei - in modo diverso ma non meno lacerante - hanno attraversato la soglia della morte.

Buon ascolto!

(Nella foto, presa dal web, particolare della "Deposizione" di Benedetto Antelami conservata nel Duomo di Parma.)

 

domenica 15 ottobre 2023

Le mie città - 10

Taddeo di Bartolo: "San Gimignano e storie della sua vita" - Pinacoteca civica di San Gimignano

Non è la prima volta che parlo di San Gimignano su queste pagine.
Avevo pubblicato qualche anno fa un'immagine della sua campagna circostante in
pieno inverno. Era una foto del mio calendario di allora: la neve in primo piano e l'inconfondibile profilo della città sullo sfondo.
Ma se voglio parlare di luoghi che ho nel cuore per la loro bellezza insieme a un legame fatto di ricordi, non posso trala
sciare San Gimignano e l'aura antica che vi ho respirato ogni volta che l'ho visitata, nell'azzurro di una giornata ventosa o avvolta nel grigio delle brume autunnali. 

Le celebri torri e case-torri che la rendono un unicum nel suo genere tanto da averle meritato l'appellativo di Manhattan del Medioevo, mi hanno sempre colpito insieme al particolare impianto urbanistico che ricalca quello di altri centri storici dell'epoca.
Il borgo si snoda con un andamento sinuoso che segue la
morfologia dei colli, con la cinta muraria, le strade strette e curve a spezzare l'urto del vento - o l'irrompere di un invasore - e una pietra di colore uniforme.
Ma più di altri elementi, singolare è il suo
originalissimo profilo visibile da lontano. 

Proprio questo aspetto mi ha sempre attirato più ancora di altri caratteri storico-artistici pure molto pregevoli come - solo per citarne alcuni - gli affreschi di Benozzo Gozzoli e del Ghirlandaio che decorano la Collegiata.
C'è infatti una particolare interazione tra la cittadina e il panorama delle colline circostanti, quasi le molteplici direzioni da cui vi si può giungere, cambiando il punto di vista da cui la si osserva e mutandone la fisionomia, ne accrescano splendore ed eleganza.
Bellissimo avvistarla da lontano, vederla
emergere dalle ondulazioni del paesaggio, mentre il profilo va man mano precisandosi e variando di curva in curva. Ora il centro appare raccolto intorno alle torri, ora si allunga sinuoso lungo il dorso della collina a comprendere antiche frazioni che, nel corso dei secoli, sono state inglobate nel tessuto urbano. Ed è bellezza che si aggiunge a bellezza. 

Così mi torna in mente un ricordo lontano, un viaggio di fine vacanze, quando le prime giornate di settembre avevano già brume mattutine che preludevano all'autunno.
Altri tempi.
A conclusione di un itinerario che ci aveva
portato dal Casentino al Chianti, dalle Crete senesi alla Val d'Elsa, l'ultimo giorno non avevamo trovato da dormire a San Gimignano, ma solo ad alcuni chilometri di distanza.
A tarda sera eravamo arrivati a un casale rustico in piena campagna, a dire il vero piuttosto spartano, ma il panorama che ci
si era presentato dalla finestra la mattina seguente era a dir poco incantevole. Al diradarsi delle prime foschie, erano comparse da lontano le torri come fossero sospese sopra una lieve coltre di nuvole e ci siamo resi conto che eravamo di fronte al borgo nel suo profilo più affascinante, disegnato in fondo a una dolce distesa di vigneti. 

Mi sono chiesta spesso che significhi abitare circondati da un tale splendore.
Cambia la vita uscire al mattino e
spaziare in mezzo alla morbidezza dei colli, tra appezzamenti di terreno che sembrano dipinti da Ambrogio Lorenzetti, lasciando vagare lo sguardo sulla pietra antica che riflette ora il grigio autunnale, ora la calda luce del sole?
Certo che cambia, se non si cede a
quell'abitudine che talora ottunde lo stupore. E se resta vero che la bellezza può annidarsi ovunque, anche nel tumulto di una metropoli di pianura, vi sono tuttavia luoghi dove l'opera dell'uomo e le meraviglie della natura si fondono con incanto tutto particolare. 

Un incanto che deve aver colpito i pittori medioevali come il senese Taddeo di Bartolo (1362 - 1422) del quale vedete, in alto e a lato, alcuni particolari del polittico che raffigura "San Gimignano e storie della sua vita".
Qui il vescovo Geminiano tiene in mano un modellino della
città che da lui ha preso il nome e che l'artista ha dipinto nella sua originalissima fisionomia e negli incastri architettonici, con uno stile che fonde la grazia di Simone Martini con i caratteri tardogotici di Gentile da Fabriano.

E a un antico borgo di così grande fascino - come già in passato - dedico un brano di Mozart: stavolta è il secondo movimento, "Andante", dalla Sinfonia n.35 in Re maggiore K.385 detta "Haffner".
La composizione si basa su di una
precedente e omonima Serenata, opportunamente riadattata in veste sinfonica con modifiche nei tempi e nell'orchestrazione. Un lavoro nel suo insieme scintillante e brioso il cui tempo lento - l'Andante appunto - può ricordare invece il carattere lirico e dolce della composizione precedente, soprattutto nel dialogo tra gli archi e i fiati.
Il brano ci regala infatti la garbata e pensosa serenità di Mozart
. Bellissima la leggerezza dei vari passaggi in cui la melodia si snoda su di una base di note ribattute: un procedere lieve e delicato che induce allo stupore, un po' come le morbide ondulazioni delle colline toscane che ora celano, ora svelano il profilo di San Gimignano in un incanto che non finisce di sorprendere.

La clip video riporta solo la prima metà dell'Andante. Nel seguente link potete trovare tutto il brano, sia pure in un'altra interpretazione:

https://www.youtube.com/watch?v=qEazhsdRMd0 

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

sabato 7 ottobre 2023

Viva il prof. Albrechtsberger !

Si è celebrata nei giorni scorsi, precisamente il 5 ottobre, la Giornata mondiale dell'insegnante.
Confesso che - nonostante il mio passato
nella scuola, o forse proprio per questo - sono allergica a un certo genere di ricorrenze che, a mio modesto avviso, lasciano un po' il tempo che trovano mentre, per valorizzare davvero la funzione docente, occorrerebbe ben altro.
Tuttavia, in questo piccolo angoletto di web
ho pensato di fare un'eccezione. Così oggi mi appresto a ricordare un musicista che, oltre che compositore, è stato proprio insegnante di una nutrita schiera di allievi tra i quali Beethoven e forse Mozart, nonchè autore di trattati di teoria musicale che hanno fatto scuola - appunto - a un gran numero di studenti.

Sto parlando dell'austriaco Johann Georg Albrechtsberger (1736 - 1809), garbatissimo musicista del quale tempo fa ho pubblicato un delizioso brano per arpa e orchestra e che, come vedete subito dalle date, si muove tra Barocco e Classicismo. Autore - come ricordavo in passato - di numerosissime fughe, esperto di armonia e contrappunto, proprio di questi temi si è occupato nelle sue opere di carattere didattico sulla composizione.

Bene. Allora, dedicato in particolare a tutti coloro che insegnano musica, di Albrechtsberger oggi ho scelto un brano che, come mi accade ormai spesso, mi ha colpito per alcuni riferimenti che certo anche a voi suoneranno familiari. Si tratta della "Fuga" per il "Quartetto d'archi in Do maggiore", pezzo che porta l'indicazione di "Allegro moderato", nonostante i tanti passaggi che piegano verso tonalità ombrose arricchendone lo spessore. 

Ma il motivo della mia scelta è che, appena l'ho ascoltato, il brano mi è risuonato dentro come cosa non nuova, e ho continuato a risentirlo a mo' di tormentone per il desiderio di dare una fisionomia precisa al mio ricordo. Quasi tredici anni di blog sono tanti ed è dura ripercorrere tutta la musica che ho pubblicato nel tempo; d'altra parte di Albrechtsberger finora ho postato un solo pezzo...e allora dove ho già sentito queste note?
Ascolta e riascolta...a un certo punto ho capito!
A colpirmi non è stato solo il ritmo della fuga col successivo sovrapporsi delle voci, il loro intreccio e i cromatismi che lo caratterizzano, ma alcuni passaggi - a partire da 1.28 dall'inizio - che mi ricordano il tema del "Cum Sancto Spiritu" nel "Gloria" della "Grande Messa in do minore K.427" di Mozart. Anche in questo caso il brano ha una struttura fugata molto simile e, se volete, potete trovarlo qui.

Mozart, dunque! In effetti il riferimento non è fuori di luogo se pensiamo che – come ricordavo in passato - i due musicisti non sono stati semplicemente contemporanei,
ma pare anche amici.
La "Grande Messa K.427" è del 1783 e, non conoscendo la data di composizione di
questa fuga, non so quale dei due abbia preso ispirazione dall'altro. Ma potrebbe trattarsi di quel reciproco scambio e di quella condivisione che avviene talora, oltrepassato un certo livello, tra insegnante e allievo, o magari quando l'allievo supera il maestro. Del resto, non è l'unico pezzo di Albrechtsberger in cui risuona il tema mozartiano di quel "Cum Sancto Spiritu": lo si ritrova infatti anche in altre fughe, in brani per organo, simile a un filo che collega i due compositori insieme al grande garbo che li accomuna.

Buon ascolto!

(Nella foto, presa dal web, particolare da "La lezione di musica" di Johannes Vermeer.)

 

sabato 30 settembre 2023

Un soavissimo Mendelssohn

Nel cercare su youtube alcuni brani di atmosfera autunnale, nei giorni scorsi mi sono imbattuta in un pezzo di Felix Mendelssohn Bartholdy (1809 - 1847) che ricordavo vagamente di aver ascoltato in un concerto di Rai 5, ma sul quale non mi ero mai soffermata. Invece, stavolta ha subito catturato il mio interesse.

Alla musica del compositore mi sono accostata per la prima volta a diciassette anni, ascoltando il "Concerto per violino in mi minore op.64", uno dei capolavori della letteratura violinistica dell'Ottocento, del quale mi sono subito innamorata. La composizione mi aveva parlato soprattutto col suo Andante, pezzo di mirabile dolcezza, oggetto di svariati arrangiamenti il più celebre dei quali, che potete ritrovare qui, è addirittura all'interno di un'opera rock.
Poi di Mendelssohn ho sempre ascoltato volentieri alcune "Romanze senza parole" tra le più ricche di efficacia pittorica, e qualche pezzo corale. Delle Sinfonie mi piace molto l'Italiana, con la sua luminosità mediterranea e il piglio vivace che riecheggia qua e là certi ritmi della nostra tradizione popolare.
Ma raramente sono andata oltre.

Giorni fa invece, a incantarmi è stato il terzo movimento - Adagio - della "Sinfonia n.3 in la minore op.56" detta "Scozzese" perchè nata dopo un viaggio in Scozia dal quale il compositore ha preso ispirazione anche per l'ouverture "Le Ebridi".
La Scozzese, frutto di lunga elaborazione, segue l'Italiana di nove anni e ci introduce in un clima molto diverso,
originato dalla suggestione del paesaggio nordico, da una luce differente così come da differenti colori.
Quelle di Mendelssohn sono impressioni simili a diari di viaggio che il
compositore oltre che sulla tela - si dilettava infatti anche di pittura - fermava in note. Qui, tali impressioni si dipanano quasi senza soluzione di continuità nei quattro tempi della sinfonia: lo dimostra l'apertura di questo Adagio che somiglia al prosieguo di un discorso già iniziato e ci introduce piano al delicatissimo tema. 

Prendetevi del tempo e ascoltatelo senza fretta, in un momento tranquillo.
C'è un' impagabile soavità in questa melodia, accompagnata al suo esordio
dal pizzicato degli archi, mentre nelle riprese successive è sostenuta da una più ricca e articolata orchestrazione.
È un'aria di grande morbidezza e intensità, che ora declina verso sonorità dissonant
i e crepuscolari, ora si apre alla luce a somiglianza di certe immagini della campagna scozzese con tinte sfumate e atmosfere nordiche, spazi immensi e solitudini sconfinate. Un'aria che si dipana dolcemente andando a culminare in alcuni splendidi intervalli di settima maggiore (la - sol#) - il primo dei quali a 1,48 dall'inizio - ripresi poi nel corso del brano a ricreare riposanti aperture di paesaggio con un respiro musicale più ampio.

Alternate alla dolcezza di questo primo tema, vi sono tuttavia alcune parti di atmosfera decisamente diversa, caratterizzata da toni cupi e funebri, insieme a ritmi molto più energici e cadenzati. Un contrasto di fronte al quale suona ancor più significativa, nella sua delicatezza, la melodia iniziale coniugata in mille sfumature espressive, come se Mendelssohn avesse inteso trasporre in note la morbidezza della sua abilità di acquerellista.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web.)

sabato 23 settembre 2023

Ricordi autunnali

L'autunno si sta aprendo con la sua ricchezza di sfumature: colori caldi e brume mattutine, cieli variegati di nuvole e paesaggi più dolcemente assolati che mi affascinano anche perchè, talora, mi riportano all'infanzia.
Mi rivedo nei miei pomeriggi di bambina a raccogliere castagne
lungo il viale che costeggia i giardini pubblici nella città in cui abitavo: una fila di ippocastani da un lato e il rustico muretto di cinta delle serre di un fiorista dall'altro. Nel giro di alcuni anni, al posto delle serre sarebbero sorti dei condomini dove si è poi trasferita la mia famiglia: uno spazio aperto sul verde dei giardini, adornato proprio sotto casa da una fila di ciliegi giapponesi che a primavera mettevano grappoli di fiori rosa. Lì ho abitato per parecchio tempo con grande gioia.

Eppure, i pomeriggi di questo inizio d'autunno in cui il sole non ferisce più lo sguardo e il verde inizia a sfumare nel ruggine, mi ricordano il periodo della mia infanzia in cui su quel viale le case non c'erano ancora.
Vi sono talora sensazioni che appartengono solo ai bambini: momenti di felicità
intatta, a volte invece oscure ansie, o percezioni in cui il mondo esterno per qualche istante parla con rara intensità della vita a cui si affacciano. Percezioni che magari con l'età crediamo di aver dimenticato, ma che restano sedimentate in noi e talora riaffiorano portando alla luce il nucleo vivo della nostra identità.

Avrò avuto cinque o sei anni, forse ai giardinetti mi accompagnava mia mamma o qualche persona di famiglia. Ma a me è rimasto impresso quel viale fiancheggiato dal rustico muretto di cinta lungo il quale mi incamminavo nella luce dorata del pomeriggio con in mano un cestino, cercando le castagne che occhieggiavano a terra dai ricci pungenti.
Avevo in cuore la gioia di scoprire la natura della quale coglievo - sia pure in modo
ancora elementare - la bellezza, intuendo al tempo stesso qualcosa di me e del mio aprirmi alla vita. Erano momenti di semplice quotidianità, eppure nella mia percezione di bambina mi sembrava di avvertire per un istante il palpito della vita nel suo farsi, ora con gioiosa pienezza, ora con una punta d'inesprimibile ansia. 

Oggi da anni non abito più lì, ma gli ippocastani ci sono ancora e quel ricordo mi raggiunge con incomparabile dolcezza.
Da sempre, ogni volta che torno su quel viale in questa stagione, ho l'abitudine di
prendere da terra una castagna e conservarla. Camminando, studio prima con lo sguardo quale posso raccogliere: non una qualsiasi, ma una tra le più belle, magari appena uscita dal riccio, con la superficie di un bel marrone caldo, lucido, al tatto lievemente oleosa. Poi mi chino a prenderla con gesto un po' furtivo quasi la mia fosse una trasgressione, la metto in tasca e me ne vado in giro felice come se custodissi un talismano o un tesoro prezioso: non un semplice ricordo, ma una parte di me, un nucleo segreto, un'impronta indistruttibile nella quale ancora mi riconosco.

Così, per associare a questo ricordo una musica che ne rispecchi almeno in parte l'atmosfera, ho scelto un brano di Robert Schumann (1810 - 1856) intitolato "Eintritt": primo dei nove pezzi per pianoforte raccolti sotto il titolo di "Waldszenen op.82" (Scene dalla foresta).
Si tratta di una composizione che - a dire il vero - ho già pubblicato parecchi anni fa
e sapete che non amo ripetermi. Ma questa volta il mio ricordo legato all'infanzia mi ha condotto ancora a Schumann che ha scritto parecchio per i più piccoli a cominciare dal suo Album per la gioventù e le sue Kinderszenen.
Vero è che "Eintritt" si riferisce all'universo della natura, tuttavia lo
sguardo con cui il compositore ci restituisce in note il mondo della foresta è tutto interiore e delinea quella visione incantata e talora un po' magica che hanno proprio i bambini.
Non è infatti la riproduzione puramente descrittiva o imitativa dei vari aspetti della
natura come nel tempo hanno fatto altri musicisti, ma una sorta di viaggio visionario che Schumann fa in se stesso, non privo di suggestioni romantiche e ricco dello stupore di quel fanciullino che - dirà poi Pascoli - è in ciascuno di noi. Una musica fatta ora di ritmi più scanditi, ora invece di toni più sommessi e che - come ricordavo in passato - alterna luci ed ombre in una splendida varietà di colori e sfumature.
Particolarmente apprezzabile - a tale riguardo - l'interpretazione di
Mitsuko Uchida che del brano sottolinea le dinamiche, mettendo così in luce la delicatezza e la splendida eleganza del tema. Una musica non priva, qua e là, di tratti lievi e giocosi che a mio avviso possono adattarsi anche alla semplicità del piccolo ricordo della mia infanzia, rifiorito nella morbidezza di questi primi giorni autunnali.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

venerdì 15 settembre 2023

Le mie città - 9


Dopo le singolari immagini della mia città-astronave pubblicate il mese scorso, oggi proseguo con i dipinti di un artista che trovo molto originale. Anche qui la fantasia dell'autore si è sbrigliata, ma con intenti ed effetti diversi, e anche se le sue opere raffigurano panorami che richiamano alla mente paesaggi reali e talora monumenti famosi, il modo in cui li assembla va decisamente oltre la realtà, verso una sorta di accattivante e fiabesco surrealismo.
Si tratta di Michiel Schrijver, classe 1957, olandese formatosi in Inghilterra e poi
tornato ad Amsterdam dove, dopo essersi occupato di grafica a scopo commerciale, si è dedicato alla pittura come artista autonomo.

Le sue opere rappresentano in gran parte panorami: piccoli borghi arroccati su di un colle o in riva al mare, affascinanti paesetti che possono ricordare qualche antico villaggio toscano o le città della Costiera amalfitana o la Liguria delle Cinque Terre, ma anche scorci delle isole greche.
Schrijver ci conduce infatti in una sorta di
viaggio pittorico attraverso lo splendore di tanti luoghi che, se da un lato raffigura in un contesto reale, dall'altro però trasfigura con la propria fantasia.

Linee curve intrecciate a linee rette, geometrie solide e colori prevalentemente chiari, stesi con uniformità, derivano certo dal suo passato di grafico e illustratore. Tuttavia, lo stile così particolare dei suoi panorami, se si eccettua qualche aspetto un po' naïf, mi sembra tutt'altro che ingenuo, ma un tantativo di andare oltre la realtà, sottintentendo valenze e significati al di là della semplice apparenza.

Lo colgo da certi motivi ricorrenti, dalla scelta del punto di vista, dalla citazione di vari monumenti storici, da qualche incongruenza e insieme da alcuni titoli non puramente descrittivi che aprono a interpretazioni di più ampio spessore.

È il mare il denominatore comune a molti dipinti e così pure sono le colline su cui si arroccano paesi dall'aspetto fiabesco che sembrano usciti da un libro illustrato per bambini o da un gioco di costruzioni.
Proprio questo è uno degli aspetti che mi ha
più affascinato la prima volta che mi sono imbattuta nelle opere di Schrijver, e che ha risvegliato ricordi della mia infanzia rendendo subito mie queste piccole città.

E insieme alla presenza dell'acqua, a ricorrere nei vari quadri sono barche, porticcioli, fari e a volte anche grandi navi. Elemento comune a tanti panorami è poi una piccola linea ferroviaria, proprio da gioco di costruzioni, che attraversa i paesetti passando sotto e dentro le case o arrestandosi di botto quasi il viaggio fosse terminato.

Ma troviamo spesso anche altissimi ponti e viadotti dalle linee ricurve che vanno che collegare i vari borghi in un contesto ora luminoso, ora notturno e un po' inquietante.
In ogni caso, tutti dati di realtà. Eppure...

Eppure ad essa si intrecciano a volte aspetti fantasiosi ed enigmatici: nel dipinto qui a lato, un viadotto s'interrompe misteriosamente sul vuoto; le navi sono talora più grandi degli edifici e altrove le barche fuoriescono dalla finestra o dal portone di casa.
In alcune immagini compaiono le figure di un saltimbanco o di un acrobata, collegabili alla presenza colorata di una giostra o di una ruota panoramica visibili qua e là.
Così pure, ogni tanto si scorgono animali -
elefanti in particolare, ma non solo - e a volte piccoli fogli bianchi che volano nell'aria portati dal vento.
Una compagine strana e straniante insomma, fatta di minimi ma ripetuti dettagli - una tempesta in arrivo, una costruzione lasciata a metà, un'evidente sproporzione di forme - che, a ben guardare,
contrastano con l'atmosfera di fiabesca intimità delle immagini più solari e luminose.

E come sono raffigurate le persone? Che parte hanno in tali rappresentazioni?
Qui entra in gioco il punto di vista dal quale si pone il pittore e che è spesso uno sguardo sulle cose dall'alto o dal basso, ma raramente al loro livello. In ogni caso, gli esseri umani che popolano queste piccole città sono estremamente minuscoli in rapporto agli edifici e al mondo circostante, sia che vengano rappresentati a gruppetti e in gesti di reciproca accoglienza, sia che vengano colti in solitudine, magari affacciati a una finestra o in attesa davanti a una porta come in certi quadri di Hopper.

Al contrario, grandiose sono spesso le architetture che - quando non si limitano alle semplici, deliziose casette tutte simili e addossate le une alle altre - diventano sproporzionate e talora incombenti.
Ciò accade in particolare nei casi in cui Schrijver raffigura le altissime arcate di certi viadotti o imita monumenti conosciuti, come in alcune opere che però non ho riportato, dove troviamo costruzioni che ricordano il Colosseo e il Ponte di Brooklin.
Ma accade anche quando, ai colli sui quali
colloca i suoi paesetti, dà una struttura di spirale conica che può far pensare alla Moschea di Samarra e insieme ad alcune raffigurazioni della torre di Babele, come vedete nell'immagine qui a lato.

Ricordi di viaggio? Forse.
Ma al di là di ciò che è conosciuto, i paesaggi d
i Schrijver non sembrano inscriversi fino in fondo nella realtà del passato, e neppure nelle fantasie che guardano al futuro. Ne deriva così la sensazione di trovarsi in una sorta di terra di mezzo, tra un mondo in qualche modo perduto e l'attesa di un universo nuovo.

Ce lo testimoniamo anche i titoli di alcune opere quali per esempio: "Waiting for a new era" o "Story of lost time" o ancora "An unknown memory", a significare il ricordo di un mondo non più presente e l'attesa di una nuova dimensione ancora sconosciuta nel viaggio dell'esistenza.
Forse è questa la funzione di certi elementi raffigurati
talora privi di logica apparente, volti probabilmente a sottintendere un senso recondito o - come Montale avrebbe detto - a "scoprire uno sbaglio di Natura / il punto morto del mondo, l'anello che non tiene".
In ogni caso, dettagli sempre ricchi del fascino accattivante del mistero e della dimensione
onirica, che fa emergere e associa ricordi come l'onda del subconscio suggerisce.

Proprio per esprimere sul piano musicale tale duplice aspetto delle opere di Schrijver, dopo lunga ricerca ho scelto un brano di Jean Sibelius (1865 - 1957).
Dopo lunga ricerca, sì, perchè mi occorreva un pezzo che non fosse soltanto
luminoso per riflettere la semplicità quasi infantile e fiabesca di certe rappresentazioni, ma che insieme rispecchiasse la sensazione di sgomento e la percezione di ignoto che comunicano alcune immagini piuttosto enigmatiche.

Così, sono approdata al compositore finlandese del quale ho scelto il suggestivo "Improvviso per archi op.5 n.5" che anni fa avevo già pubblicato in una versione più breve e molto arpeggiata per pianoforte solo.
D'impatto molto differente è la presente interpretazione.
Il pezzo è costituito infatti da tre sezioni che associano i due aspetti di cui parlavo sopra: la prima e la terza decisamente malinconiche sull'onda della tonalità di mi minore, mentre quella centrale caratterizzata dai timbri solari del mi maggiore insieme a un ritmo talora di danza.
È proprio l'orchestra d'archi a creare, fin dalle prime battute, quel
clima straniante che - a mio avviso - può legarsi all'atmosfera di certi dipinti, ai loro affascinanti interrogativi e al senso di mistero da cui talora sono pervasi. Poi la melodia s'illumina e si rasserena in passaggi più gioiosi per tornare, nella parte finale, a farsi di nuovo meditativa e aperta a sonorità indefinite.

I titoli dei 12 dipinti riportati in foto - titoli che però non sempre ho potuto trovare - sono i seguenti nell'ordine con cui compaiono nel post : 

"End of a beatiful day" 

"A welcome at broad daylight" 

"Waiting for a new era" 

 Titolo non trovato  

"A day of harvesting" 

 "Greetings from ashore"

"An unknown memory"  

"Story of lost time" 

"Close to sea"  

 Titolo non trovato 

"And the wind takes everything" 

"Home before the storm".


Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

giovedì 7 settembre 2023

Danzando con Vivaldi




 

 

 

 

 

Riprendo oggi - dopo una piccola pausa - la pubblicazione del blog, con un brano che mi sta affascinando ogni giorno di più e la cui scoperta è stata per me un vero regalo per aprire settembre con gioia.

Mi è sempre piaciuto sottolineare certi momenti dell'anno, come l'inizio o la fine di un periodo di lavoro, con un piccolo segno: una musica, un libro o anche solo una tovaglia nuova per il tavolo della cucina. E per quanto ora sia già in pensione da un po' di tempo, alcune abitudini mi sono rimaste. Così, mi sono domandata su quali note sarebbe stato bello riprendere il nuovo anno - si fa per dire - di lavoro.
Vero è che la presenza di questo blog e la cadenza più o
meno settimanale che mi sono data per pubblicare, mi aiutano a tener desta l'attenzione alla musica non solo in determinate occasioni, ma sempre. Ciò non toglie tuttavia che, nei giorni scorsi, mi sia chiesta ugualmente: "E come ricominciamo a settembre? Su quali ritmi chiudiamo le ferie e riprendiamo le attività?".
Perdonerete il plurale che non è maiestatis, perchè è come se parlassi
ai tanti compositori che mi passano, di tempo in tempo, nella mente e nel cuore, per dire: "Insomma, che facciamo?... Apriamo con Bach, Mozart, Haydn...o col tema della Pantera Rosa che fa capolino da un angolo della mia testa sinuoso e ammiccante, in attesa che, un giorno o l'altro, mi decida a pubblicarlo?".

La risposta non si è fatta attendere e pochi giorni fa ho ritrovato un brano che avevo ascoltato tempo addietro ma avevo accantonato, sa il cielo perchè.
Si tratta di un pezzo di Antonio Vivaldi: l'
Adagio cantabile dal "Concerto in Sol maggiore RV 314a", che fa parte della serie di musiche che il compositore veneziano ha dedicato a Johann Georg Pisendel (1687-1755), illustre violinista tedesco, suo allievo e amico. Un pezzo breve ma incantevole, del quale ho riportato in foto la parte iniziale dell'aria affidata al violino, per consentirvi di apprezzarne la struttura e permettere a chi sa leggere uno spartito di seguirne almeno in parte l'andamento.

Che cosa mi ha colpito in questo brano?
Prima di tutto lo splendore ritmico del pizzicato, lieve ma ben scandito sia in apertura che in chiusura del pezzo, e capace di immergerci subito in un clima di profonda intensità.
Un ritmo simile a un respiro calmo ma insieme sostenuto che introduce poi la bellissima melodia: un'aria cantabile nella malinconia del sol minore, ma non per questo priva di mordente. Il tema è orecchiabile tanto che - a tutta prima - potremmo avere la sensazione di averlo già sentito, soprattutto nell'esordio; invece si fa poi sorprendente, inaspettato e non privo di momenti di vero incanto, come a 1.09 dall'inizio, nel passaggio dal do diesis al do naturale.

Tuttavia, ciò che mi attira maggiormente in questo Adagio è - se mi si passa l'espressione - l'andamento grintoso del violino che inanella un'aria sempre nuova, sottolineata anche dai numerosi abbellimenti non scritti sul testo e introdotti dal solista. Una grinta che fa di questo brano un pezzo a mio modesto avviso attualissimo, simile a un canto d'anima che si accende vivido, tra il pizzicato iniziale e quello finale che va mirabilmente a svanire nel segno di una sola, singola nota.
Ma simile anche a una danza: del resto, non sarebbe la prima volta che la musica del compositore veneziano diventa colonna sonora di una moderna coreografia. Qui me la immagino come un incantevole passo a due dalle movenze morbide e flessuose,
sinuose ed eleganti: ora lento, ora più movimentato e acceso, splendido. E me lo vedo davanti seguendo, nota per nota, il fascino del genio vivaldiano.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)


martedì 15 agosto 2023

Buon Ferragosto !










 

 

 

 

 

 

 



 

Beato Angelico (1395 - 1455): "Assunzione della Vergine e Dormitio della Vergine" - Boston, Isabella Stewart-Gardner Museum.

Con un dipinto dell'Angelico e sulle note di W. Byrd, auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone ferie!
Anche questo blog va in vacanza per qualche settimana.

A presto!


 William Byrd (1543 - 1623): "Assumpta est Maria", Graduale e Alleluia.

martedì 8 agosto 2023

Le mie città - 8


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Ma no, dai...che ti prende?" è stata la reazione di una persona amica quando io, fresca fresca, le ho mostrato l'immagine che avevo scelto per questo post della serie delle mie città, che è appunto quella che vedete qui sopra.
E ancora: "Stai scherzando?!...". Quando poi ha capito che facevo proprio sul
serio, ha insinuato che per il caldo mi avesse dato di volta il cervello, e del resto non sarebbe la prima volta che mi lascio prendere da un impeto di follia agostana.
Ma in che modo spiegare a lei, che mi elencava diligentemente - come se non le sapessi -
le belle città di cui ho parlato finora, che a me questa immagine piace davvero? E che dal primo momento che l'ho vista, come recitavano le vecchie dichiarazioni d'amore ottocentesche, non faccio che pensarla?
Vabbè, non esageriamo, ho anche altro per la testa, ma siccome quando ho in cantiere un post una sotterranea parte di me già se lo immagina covando la gioia della condivisione, posso dire che sì, anche quando faccio altro c'è un filo costante
che dentro di me lavora al blog.
Insomma, amica a parte, avrete capito che a me questa città-astronave piac
e moltissimo! E forse è arrivato il momento di sbrigliare i sogni e la fantasia!

Bene. Quello che vedete è uno degli schizzi intitolati "Architetture" di Mattias Adolfsson (classe 1965), grafico e illustratore svedese, noto per i suoi disegni dettagliati e stravaganti a inchiostro e acquerello. 
Si tratta di case e città sospese nello spazio in agglomerati dalle forme più fantasiose e bizzarre: ora disposte lungo una linea serpentinata come un treno, ora in un insieme a forma di sfera o di mappamondo o anche di inquietanti robot.
Agglomerati, dicevo, perchè le varie architetture rappresentate che evocano spesso stili del passato o edifici talora conosciuti, sono addossate le une alle altre senza spazi intermedi quasi a formare un blocco unico come si vede anche dalle foto riportate.
 
"Ma ti piacciono ???..." incalza incredula l'amica. No, queste a lato non mi piacciono, le trovo un po' soffocanti e le pubblico solo per dare atto a chi legge del particolarissimo stile dell'autore, ma quella in alto sì!

"Ma da che tipo di costruzioni sono formate queste - diciamo così - città?".
Se ci fate caso, niente di modernissimo o di
nuovo, e se stravagante è l'idea di agglomerare edifici quasi fossero mondi a sè stanti sospesi nello spazio, più che mai tradizionali sono invece i riferimenti architettonici che ricalcano i vari stili del passato.

Lo si osserva bene anche nell'opera in alto in primo piano, la mia splendida città - astronave! Sono tutti pezzi incastrati tra loro che, a una prima impressione, possono sembrare parti di un motore con bulloni, viti e guarnizioni; avete notato i due comignoli in fondo a destra simili a due tubi di scappamento? Ma non è un motore, bensì un blocco urbano con case, chiese, campanili, cupole, tetti e finestre.
Non solo, ma l'insieme è costruito in modo che ogni lato, anche quello
sottostante, presenti una sua facciata: a sinistra quella che sembra una chiesa gotica, a destra una sorta di abbaino e sotto - lo vedete vero? - un tempio greco con tanto di frontone e di colonne. Il tutto sormontato da una grande cupola diciamo rinascimentale. Insomma, una città impossibile che può nascere solo da un sogno o dalla fantasia.

"In pratica, un facsimile del nostro mondo in rotta verso l'ignoto degli spazi siderali, un mondo chiuso in se stesso, inanimato, senza un segno della presenza della natura...ma che avrà mai di bello?" torna a incalzare l'amica.
Devo riconoscere che non ha torto. Forse queste
bizzarre creazioni sono il simbolo di ciò che siamo diventati: un mondo contratto in se stesso quasi non avesse più respiro, simile a un'entità mostruosa e disumana. 

Oppure, penso io riferendomi alla foto in alto, un mondo in viaggio - come del resto ciascuno di noi - col fascino e i timori di ogni rotta verso l'ignoto. Un mondo che porta con sè il proprio passato senza ignorarlo: un passato ora luminoso, ora oscuro, per certi versi città delle fate, per altri città delle streghe.
E infine non posso tacere la particolare impressione che l'insieme mi lascia. Se infatti nei vari incastri architettonici la muratura è pesante per il suo spessore, la visione complessiva mi regala un senso di grande, sognante leggerezza. Insomma, una tecnologia che diventa arte.

Così, mi piace aggiungere un passo di Italo Calvino tratto da "Le città invisibili" che a mio avviso può commentare opportunamente questa immagine svelandone il fascino:

"… É delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra … Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l'una né l'altro bastano a tener su le loro mura. D'una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. " (pp. 49-50).

E a quale ritmo di musica si muoverà la mia fantastica città-astronave? 
Confesso che in un primo tempo avevo pensato al celebre incipit del poema sinfonico "Così parlò Zarathustra" di Richard Strauss, inserito tra l'altro nella colonna sonora del film "2001: Odissea nello spazio". Poi, anche alle musiche di Hans Zimmer nel film "Interstellar". Ma non mi convincevano. 
Infine sono approdata al secondo movimento - "Largo" - della Sinfonia n.9 in mi minore op.95 "Dal nuovo mondo" di Antonin Dvorak (1841 - 1904).
 
Benchè si tratti di un brano dall'afflato spesso dolce e nostalgico - e non sia la prima volta che compare in questo blog - l'ho scelto per quel meraviglioso esordio orchestrale, fatto di accordi stranianti che ci comunicano subito un senso di lontananza e di isolamento, quasi la musica stessa fosse in rotta verso l'ignoto. 
Vero è che il nuovo mondo cui si allude nel titolo della sinfonia è l'America dove il compositore l'ha scritta. Ma la suggestione con cui queste note - ora lievi come una ninna nanna ora più animate - ci pervadono, può condurci anche altrove, verso spazi infiniti e indefiniti, facendoci avvertire la malinconia di un distacco insieme allo spessore della storia che il nostro mondo porta con sè. Una storia di città affollate e convulse, fatte di assurdità, ma anche di bellezza e - come afferma Calvino - di desideri. 
 
Buon ascolto!

A questo link trovate la parte conclusiva del "Largo": https://www.youtube.com/watch?v=229MtHJRvUw.
 
(Le foto sono prese dal web)