venerdì 21 febbraio 2020

Gioielli barocchi

(Foto presa dal web)

















Ci sono dipinti di grande splendore che è piacevole contemplare all'interno di un museo, in una sala allestita con cura, con la giusta illuminazione, magari in mezzo ad opere dello stesso autore per farne un confronto.
Ma ce ne sono altri che ci porteremmo volentieri a casa: piccoli gioielli da appendere sulla parete di uno studiolo appartato, da ammirare a lungo in un angoletto tutto nostro, alzando gli occhi da un libro per ricrearci con pace. Dipinti da osservare in silenzio nei tratti del loro stile, ma soprattutto in quella particolare atmosfera che ci consente di entrare in essi e appagare il cuore.

Vi confesso - ma non ditelo in giro! - che sono tante le opere che mi porterei a casa: certi Monet dall'inimitabile aura intima dei paesaggi innevati, o alcune composizioni del Seicento olandese, dove il tempo è scandito in interni ombrosi e la prospettiva inquadra un'infilata di stanze verso la luce.
Tuttavia, se voglio andare a cercare l'immagine che contemplerei all'infinito con lo stupore intatto della prima volta, devo tornare a un dipinto che ho già citato in questo blog ma solo di sfuggita. Si tratta di "Gondole sulla laguna", una tela di Francesco Guardi (1712 - 1793), conservata a Milano, al Museo Poldi Pezzoli dove ho avuto modo di vederla in varie occasioni.

Il quadro ci conduce a Venezia alla quale sono stati dedicati nel tempo innumerevoli dipinti, sempre affascinanti prima di tutto perchè lo è la città.
Alcuni ne rappresentano gli aspetti più fastosi, altri ne colgono quelli più nascosti e altri ancora la raffigurano nei minimi dettagli come le immagini del Canaletto, vere e proprie cartoline del suo tempo, ambite dagli stranieri che hanno contribuito a farne conoscere all'estero lo splendore.

Anche il Guardi appartiene al gruppo dei "vedutisti" veneziani del Settecento tra i quali spiccano Canaletto e Bellotto. Tuttavia, non solo gli scorci che dipinge ci conducono talora in una Venezia minore e più intima rispetto a quella raffigurata dagli altri artisti, ma anche la sua tecnica pittorica non mira a restituirci fedelmente i vari panorami della città, bensì a farcene percepire il fascino con una sorta di Romanticismo ante litteram
Ma osserviamo il dipinto.
È una prospettiva molto ampia quella che si apre davanti a noi, dove protagonisti sono la laguna, il cielo e la gondola in primo piano, mentre la città e i suoi edifici restano ai margini. Uno spazio prospettico che si dilata anche per effetto del passaggio dalle tinte più scure, in primo piano, a quelle via via più chiare delle costruzioni e del cielo variegato di nuvole.

Ma prima di ogni altro elemento, è il colore ad affascinarmi: un impasto di tinte tra l'azzurro cupo, il grigio e il verde, una tonalità raffinata e intensa - a prima vista quasi un monocromo - che ricorda quanto il Guardi sia erede di quella pittura tonale che ha contraddistinto gli artisti veneti del Cinquecento, in particolare da Giorgione in poi. 
Mi pare sia proprio il colore a creare un'atmosfera spessa e brumosa attraverso la quale, tuttavia, le costruzioni sullo sfondo ci appaiono nitide e precise nelle loro geometrie e persino nei loro riflessi sull'acqua: dettagli straordinari, se si considera che si tratta di una tavola di piccole dimensioni. 
Sono brevi ed eleganti pennellate di luce, qua e là, a delineare la prua di una gondola, la posa del gondoliere, gli edifici o una vela lontana, particolari che emergono dalla tinta cupa circostante dandole al tempo stesso risalto.

Ma se pure l'artista ha un tocco preciso, le sue opere non hanno lo scopo di definire con minuziosa fedeltà un panorama, ma tendono più che altro ad evocarlo, insieme alle emozioni che esso suscita al nostro cuore. 
Ne deriva un'atmosfera sognante, motivo peraltro di una certa disattenzione dimostrata dai contemporanei verso le opere del Guardi alle quali preferivano l'esattezza descrittiva del Canaletto.

E ad accompagnare la contemplazione di queste immagini non può essere che Vivaldi e in particolare il "Larghetto" dal "Concerto n.9 in Re maggiore RV 230" tratto da "L'estro armonico".
Tale è lo splendore di questo breve gioiello barocco che ho dovuto far passare tutti i ventun brani che ho dedicato qui al compositore veneziano, per convincermi di non averlo ancora - chissà mai perchè?! - pubblicato.
La voce del violino solista vi affiora struggente e dolcissima dopo l'introduzione pacata e solenne degli archi, e ci conduce in un percorso che alterna tonalità maggiore e minore, luminosità e malinconia, com' è tipico di Venezia nella sua dimensione leggiadra e precaria insieme.
Un brano che, ancora una volta, ci regala la ricchezza creativa e la profondità della percezione vivaldiana nel suo entrare nel cuore di questa città e - a somiglianza del dipinto del Guardi - nell'evocarne l'atmosfera.

Buon ascolto!

sabato 15 febbraio 2020

Nel fuoco dell'alba

Solo quattro minuti di musica, o poco più, per ascoltare oggi qualche passaggio musicale di un autore nuovo per questo blog.
Si tratta di Richard Strauss (1864 - 1949) compositore e direttore d'orchestra tedesco, considerato tra gli esponenti del tardo-romanticismo anche se il suo stile - nel tempo piuttosto vario - si è aperto talora a dimensioni più innovative. Da non confondere con gli Strauss di Vienna, autori dei celebri valzer, è ricordato per la sua ricca produzione di opere e poemi sinfonici, primo tra i quali "Così parlò Zarathustra", di cui tutti conosciamo in particolare il celeberrimo incipit, inserito anche nella colonna sonora di alcune pellicole.

Il brano che ho scelto oggi, tuttavia, è un altro e comprende la prima e la seconda delle ventidue (!) sezioni della "Sinfonia delle Alpi op.64" scritta dal compositore nel 1915. 
Il termine sinfonia qui non ci deve sviare: non si riferisce, infatti, alla tradizionale forma musicale strutturata in quattro tempi tipica degli autori classici e romantici, ma ancora una volta ad un poema sinfonico. Si tratta di un pezzo orchestrale di notevoli dimensioni che deriva della musica a programma.
Formato da uno o - come in questo caso - più movimenti sia pure non nettamente separati, ha intento descrittivo o è teso a tradurre in note l'idea portante di un testo letterario o filosofico. Caratterizzato dalla presenza di un organico strumentale molto ampio, si sviluppa a partire da Liszt raggiungendo il suo apice proprio con Richard Strauss.

Nella "Sinfonia delle Alpi", il compositore si pone sulla scia dei numerosissimi musicisti che, nel corso del tempo, hanno dedicato la loro attenzione alla natura, sia pure con stili e tecniche diverse. 
Qui il brano descrive i vari momenti di un'ascensione in montagna che va da notte a notte. Dall'oscurità al sorgere del sole, il cammino dell'alpinista si snoda infatti per boschi, prati, ruscelli, cascate, sentieri impervi e ghiacciai per raggiungere finalmente la cima dove si apre il panorama. Ma la strada prosegue ancora con la discesa durante la quale prima si alza la nebbia e poi si scatena una tempesta, fino al tramonto e alla crescente oscurità. 
Il poema è quindi un grande affresco descrittivo in cui ogni tipo di strumento viene coinvolto, per rendere con particolare efficacia i caratteri del paesaggio e gli effetti dei vari fenomeni naturali.

Le prime due sezioni - "Nacht" e "Sonnenaufgang" - traducono musicalmente il passaggio dal buio più fitto al primo barlume dell'alba, fino all'esplosione sfolgorante della luce del sole.
È cupa e profonda la notte, segnata da note discendenti e tenute in modo che risuonino insieme. Ne deriva una sorta di indistinto magma sonoro, quasi al limite con la musica atonale, che non deve tuttavia sgomentare l'ascoltatore perchè prapara una splendida e maestosa risoluzione.
Infatti, dopo tanta oscurità, a 2,21 della clip audio, attraverso la voce dell'oboe si annunziano i primi sottili raggi di luce. A questi, segue un crescendo orchestrale che raggiunge il culmine a 3,14 dall'inizio con un'esplosione di indicibile pienezza sonora. 
Non è solo l'emergere e il progressivo affermarsi di accordi sempre più forti e luminosi, ma è il passaggio dalla tonalità di si bemolle a quella di la maggiore ad aprire improvvisamente la visuale in modo prodigioso: sorge il sole, il respiro si allarga e il cuore salta un battito tale è la gioiosa empatia che la musica riesce a creare con l'ascoltatore. 
Come nell'esordio del poema sinfonico "Così parlò Zarathustra", anche qui l'impatto è fortissimo, ma - a mio avviso - ancor più sorprendente ed intenso nella sua capacità di destare emozioni. Sono fuoco ed energia a pervaderci l'anima, facendo luce sui sentieri impervi del nostro paesaggio interiore e restituendoci - almeno per qualche momento - il senso di una forte, compiuta e scintillante solarità.

Buon ascolto!

venerdì 7 febbraio 2020

Donne col libro - 2

Leonardo da Vinci: "Annunciazione" - Firenze, Uffizi (part.)













Faccio seguito al post del mese di gennaio sul tema "Donne col libro" per riprendere qui il discorso.
L'argomento è molto vasto e l'arte ci offre numerosissime opere - sia di carattere sacro che profano - in cui la figura femminile è intenta a leggere.
Ho fatto quindi delle scelte tenendo conto della presenza di testimonianze più ampie nell'arte sacra del Medioevo e del Rinascimento, mentre nei secoli successivi il tema sarà inquadrato più spesso anche in un contesto profano.

Leonardo: "Annunciazione" (part.)
Come già scrivevo in passato, è la Vergine Maria la prima donna col libro, ritratta così nelle antiche miniature, nella maggioranza delle Annunciazioni, in alcune Natività, talora incinta e venerata come Madonna del parto, e a volte - ma questo soprattutto dal Seicento in poi - intenta alla lettura all'interno di dipinti sull' Educazione di Maria bambina.
Si tratta di un'iconografia di matrice cristiana molto diffusa e per certi aspetti singolare, dato che si parla di secoli in cui l'accesso alle attività intellettuali era prevalentemente riservato agli uomini. Tuttavia, essa ha maggiore sviluppo e diffusione nella fase di passaggio dal Medioevo al Rinascimento, all'interno della cultura umanistica che fiorisce dalla fine del XIV secolo in poi.

S.Martini: "Annunciazione" (part.)
Da Giotto ad Ambrogio Lorenzetti, dal Foppa a Giorgione, dai Crivelli al Lotto e - se vogliamo parlare di scultura - da Donatello ai Della Robbia solo per citare qualche artista restando in italia, è Maria la donna col libro per eccellenza. Ma anche all'estero troviamo la stessa iconografia, a cominciare da tanti mirabili dipinti in ambito fiammingo.
Di necessità, ho concentrato la mia attenzione solo su pochi esempi ma - a mio avviso - rappresentativi degli svariati atteggiamenti in cui Maria è stata raffigurata dai diversi pittori mentre medita le parole della Scrittura.

B.Angelico: "Annunciazione" (part.) 
Se parecchie Annunciazioni la sorprendono in preghiera e la ritraggono mentre, col viso rivolto all'Angelo, tiene un dito tra le pagine del testo attenta a non perdere il segno - come neila tavola di Simone Martini (1333) agli Uffizi, e nell'affresco del Beato Angelico (1438 ca.) al Museo di San Marco a Firenze - altre la rappresentano col libro aperto su di un leggìo. 
Interessanti, poi, i dipinti in cui - se la Vergine è raffigurata col Bambino - il piccolo è intento a leggere con lei, quasi a condividere la progressiva scoperta del proprio destino, come negli esempi riportati del Botticelli ("Madonna del libro" del 1481) e di Raffaello ("Madonna Connestabile" del 1504).
 
Ma ad affascinarmi, nelle riproduzioni che ho scelto, sono soprattutto le mani e lo sguardo di Maria: mani bellissime, affusolate, eleganti nei gesti pacati e composti, insieme a espressioni del viso sempre pervase da una sottile tristezza e assorte nel presagio di un lontano, doloroso futuro.
 Botticelli:"Madonna del libro" Milano, Poldi Pezzoli (part.)
Splendidi e raffinatissimi i particolari dell' "Annunciazione" di Leonardo (1472), dove la destra della Vergine - come affermano gli studiosi - si sofferma proprio sulla pagina delle Scritture in cui il profeta Isaia preannuncia la nascita di un Salvatore, pagine che qui sembrano avere la stessa impalpabilità del velo ricamato che pende dal leggìo.
   
Così pure, morbide e delicate nel gesto le mani della "Madonna del libro" del Botticelli dove - come scrivevo sopra - Madre e Figlio sembrano leggere insieme e interrogarsi sulle parole della Scrittura. 
Incomparabile la dolcezza struggente dello sguardo del Bambino che si volge verso Maria, mentre la sua mano sinistra - intrecciata a una corona di spine e chiodi - si appoggia con dolcezza affettuosa e quasi protettiva a quella della Mamma.   
 Botticelli: "Madonna del libro" (part.) 
La destra di entrambi resta invece sospesa sul libro, in un gesto forse di stupore o di esitazione. 
Ma quelle mani che non arrivano a toccare il testo - che in questo caso è probabilmente solo un Libro d'Ore - lasciano aperti mille interrogativi e ci conducono a immaginare il muto dialogo tra il Bimbo e la Madre.

Proseguendo poi nel discorso, a mio avviso non va dimenticato il particolare della celebre "Annunciata" di Antonello da Messina (1476), mirabile esempio di composta riservatezza e di essenzialità, come già osservavo in un post del passato.
Antonello da Messina: "Annunciata" - Palermo, Palazzo Abatellis (part.)
Una mano a chiudere il manto con lieve pudore e l'altra forse a promettere o a fermare l'angelo che non vediamo, ma del quale possiamo intuire la presenza dai fogli del libro appena smossi, sui quali la Vergine era in meditazione.

Dolcissimo infine il gesto della "Madonna del parto" di Antonio Veneziano (XIV sec.). Qui, mentre legge, Maria accarezza e sembra sostenere il Bimbo che porta nel ventre, come se il contenuto delle Scritture suscitasse in lei un moto di affetto e di protezione verso il Figlio. 
 


























A.Veneziano: "Madonna del parto" - Pieve di Montefiesole (part.)
Si focalizza negli occhi la sua espressione consapevole e attenta: occhi nei quali possiamo scorgere una sconfinata dolcezza insieme a un velo di malinconia.
Ma al di sopra di tutto, mi pare di leggervi anche un senso di totale abbandono che va a coinvolgere l'intera sua persona facendone una luminosa immagine di pace.

E per addentrarci in questa pace venata ora di sorriso, ora di lieve mestizia, ho scelto ancora Bach con un brano tratto di nuovo dalla "Pastorale in Fa maggiore BWV 590" che avevo pubblicato lo scorso gennaio proprio a proposito del tema "Donne col libro"
Si tratta stavolta del terzo movimento della Pastorale: un' "Aria" che vi riporto sia nella versione per pianoforte solo, che in un suggestivo arrangiamento per pianoforte e violoncello, a testimonianza della versatilità dei testi bachiani.

Raffaello:"Madonna Connestabile" (part.) - San Pietroburgo, Ermitage
La prima è rigorosa e al tempo stesso più veloce e scorrevole; l'altra più lenta e sottilmente angosciosa soprattutto nella voce del violoncello. 
Ma entrambe sono ricche di una dolcezza capace di addentrarsi nella meditazione di Maria, insieme al suo guardare lontano con tremore di madre. 
Facilmente riconoscibile - a 0,38 dall'inizio della prima clip audio e a 0,56 della seconda - un passaggio che anticipa il tema della celeberrima "Aria" della "Suite n.3 in Re maggiore per orchestra BWV 1068" che Bach comporrà circa vent'anni più tardi.
In entrambe le versioni, la melodia si dipana poi con nitida chiarezza, sia nella fioritura di note del tema, che negli accordi che ne segnano il ritmo.
Ne deriva un brano misurato e insieme struggente, del cui esordio dev'essersi forse ricordato Rachmaninov quando ha composto "Vocalise"
E mi pare che l'atteggiamento pensoso di Maria nel suo scandagliare le Scritture possa essere significativamente accompagnato da quest' Aria anche per la sua alternanza tra tonalità minore e maggiore, e per la luminosità della parte conclusiva fino all'ultimo, lievissimo accordo. 

Buon ascolto!

mercoledì 29 gennaio 2020

La brezza leggera del quotidiano

Le torri lontane, il profilo del paese sulla collina, la neve che imbianca tetti, campi, più in giù le viti in filare e ancora - in primo piano - larghi fiocchi che ammantano gli ulivi.
È la foto del mese di gennaio del mio calendario - toscano anche quest'anno, sì! - che presenta il panorama di San Gimignano affascinante come sempre, ma particolarmente suggestivo nel suo aspetto invernale.
Tante volte mi sono chiesta da dove nasca la mia passione per il paesaggio della Toscana con la sua varietà di angoli e di vedute. Ma non ho radici che mi leghino a questa regione, se non lo splendore delle tante opere d'arte incastonate nella sua terra dai colori caldi, tra colline dove le prospettive mutano ad ogni tornante, nell'aura di favola che la pietra antica dei casali porta con sé.
Ed è un paesaggio che mi rimanda indietro nel tempo agli anni in cui - ancora adolescente - ho percorso questi luoghi con l'intatto stupore della prima volta e il profilo turrito del paese mi si è impresso nel cuore nitido come in questa immagine.

Me la vedo davanti tutti i giorni, sul muro della cucina vicino alla finestra.
Ad attirarmi è la sua luce, ora azzurrata ora più rosea: dal cielo venato qua e là di nuvole sottili, al biancore della neve segnato da una spera di sole che si disegna sul terreno in primo piano, mentre sullo sfondo fa più calda la pietra delle case. Un biancore che sottolinea il ritmo ordinato delle coltivazioni così come la sequenza ondulata delle zolle. 
È il clima fiabesco che sempre la neve porta con sé, regalando panorami simili a presepi che hanno affascinato spesso pittori fiamminghi e impressionisti. 
Un fascino che tuttavia risplende anche nella semplicità di una foto come questa, simile alla brezza leggera del quotidiano.

E me ne deriva una sensazione di pace, insieme - come sempre - al desiderio di inoltrarmi in quel paesaggio andandone a scoprire gli angoli più riposti, i particolari che a prima vista non si notano, ma che il sole - quello vero che al mattino entra dalla finestra - fa affiorare nella loro bellezza. 
Un sole invernale anche il mio naturalmente, ma è proprio la sua luce discreta, non abbagliante, filtrata spesso da una nebbiolina che si dissolve piano, a posarsi sul calendario consentendomi di cogliere dettagli che a prima vista non so vedere. Una luminosità che apre al sogno perchè se ora svela, ora invece qua e là suggerisce soltanto. Così il panorama va dolcemente a fondersi con la nostra immaginazione.

E per accompagnare questi scorci di paesaggio non potevo che tornare a Mozart con un brano di grande fascino contemplativo: il secondo movimento, "Andante", dal "Concerto n.2 in Re maggiore per violino e orchestra K.211".  
Si tratta di una pagina che, nel suo andamento riposante e nel respiro pacato del tema, benchè sia stata scritta dal compositore a soli diciannove anni ha già in sè i tratti inconfondibili dello stile mozartiano: quella cifra espressiva fatta di semplicità e profondità insieme, di equilibrio tra sorriso e sottile malinconia. 
Ed è soprattutto il canto del violino solista ad offrircene i tratti, lievi come una brezza leggera e in armonia col pacificante splendore di queste immagini.

Buon ascolto!

mercoledì 22 gennaio 2020

Una giocosa rapsodia

(Foto presa dal web)
Oggi parliamo di cartoni, animati naturalmente: un genere che appassiona da sempre i piccoli, ma che diverte più spesso di quanto non si creda anche i grandi, sottoscritta compresa. 
Alzi la mano chi non ha presente i più famosi film di animazione di Walt Disney: da "Cenerentola" a "Lilli e il vagabondo", da "La carica dei 101" a "Robin Hood", da "La spada nella roccia" a "Gli Aristogatti" e ancora a "Re Leone", "Alice nel paese delle meraviglie" o all'intramontabile "Fantasia", solo per citarne alcuni!  
Tutti li conosciamo e rivederli è concedersi uno spazio di freschezza e di gioia.

Ma a parte questi, ho in mente anche le tante e non meno divertenti serie televisive che riportano le vicende di "Paperino" e "Topolino" sempre di disneyana memoria o quelle degli "Antenati" e dei "Pronipoti" di Hanna e Barbera, come pure le mille avventure di "Tom & Jerry".
Vivacità e spensieratezza sono i tratti distintivi di questi cortometraggi, la cui caratteristica fondamentale è la rappresentazione di caratteri, virtù, vizi e dinamiche relazionali della vita quotidiana in un contesto legato però al passato o al futuro o trasferito nel mondo degli animali. 
Qui, è ora la lotta contro un avversario spesso invincibile, ora l'astuzia del più piccino che ha la meglio sul più grande, o un'irriducibile rivalità tra i protagonisti a scatenare scene sempre movimentate e gustose.

Venendo ad anni più recenti, si potrebbero aggiungere molte altre serie compresi i cartoni giapponesi, ma il loro stile è diverso, anche se - come osservavo a questo proposito tempo fa - alcuni di essi hanno colonne sonore pregevoli. E appunto qui volevo arrivare!
Anche nei film di animazione, infatti, il commento musicale è di particolare importanza non solo per sottolineare la vicenda narrata con le giuste sfumature come in qualunque altra pellicola, ma soprattutto per dare rilievo alle immagini laddove a parlare sono solo quelle. Risulta allora essenziale che la musica sia con esse perfettamente coordinata per sottolineare movenze, scatti, corse, pause e tutto l'andamento delle espressioni corporee dei protagonisti, a cominciare dal viso. Se poi uno dei personaggi si trova a suonare uno strumento, anche qui il doppiaggio della colonna sonora dovrà essere molto preciso.

Ne è un esempio il video che vi propongo oggi e che riporta uno dei più famosi e pluripremiati episodi di "Tom & Jerry": "Jerry pianista".
Il bello di questa clip è che ci conduce a curiosare dietro lo schermo per vedere in che modo si costruisce la simultaneità tra suoni e immagini. E i suoni sono quelli della celeberrima "Rapsodia ungherese n.2 in do diesis minore" di Franz Liszt (1811 - 1886), nell'arrangiamento di Scott Bradley che vi ha inserito persino un omaggio a Scott Joplin che riconoscerete facilmente.
Interprete del brano è la giovanissima e brava Yannie Tan, classe 2002, che siede al pianoforte proprio di fronte al video per seguire battuta per battuta le movenze dei due protagonisti, interpretando la musica in piena sincronia con le immagini.
Ed eccoli i due amici e al tempo stesso rivali, mentre si scatenano in una sequenza sempre più accesa di dispetti! Un continuo botta e risposta in cui il piccolo Jerry, disturbato nel bel mezzo del suo sonno sulla tastiera, gioca a rubare la scena all'austero Tom, mettendolo in difficoltà e costringendolo a mille acrobazie per poter suonare. Ma nonostante il gatto si vendichi - è il caso di dirlo - molto sonoramente, il simpatico topino non molla, anzi, verso la fine brandisce due martelletti per proseguire la lotta in modo ancor più accanito fino a lasciare il rivale stremato. 
Ne deriva un cortometraggio in cui la perfetta coordinazione tra audio e video si sposa magnificamente anche con le difficoltà tecniche presenti nella scrittura del brano, dal lento esordio fino all'irrefrenabile crescendo in cui Liszt ha sbizzarrito la propria fantasia. 
Una musica che - nell'eterna sfida tra avversari dove i ruoli del buono e del cattivo talora s'invertono - con la sua briosa vivacità sottolinea il fatto che a prevalere è la dimensione del gioco in cui l'uno non può fare a meno dell'altro.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 15 gennaio 2020

Donne col libro - 1


L'idea mi è venuta a Natale.
Come di consueto, infatti, ho pubblicato una Natività, proprio quella che vedete a lato, qui incorniciata dalla decorazione del Libro d'Ore da cui è tratta.
Scrivevo a suo tempo che è una miniatura in tempera e oro, realizzata nel XV secolo da un anonimo artista francese di Besançon e conservata al Fitzwilliam Museum di Cambridge.
In linea con le più consolidate tradizioni, vi sono raffigurati Maria, Giuseppe, il piccolo Gesù, il bue e l'asinello.

Tuttavia, la scena è piuttosto singolare ed è stata anche questa sua originalità tra i motivi della mia scelta. 
Secondo la consueta iconografia del periodo - ma anche dei secoli successivi - ci aspetteremmo infatti di vedere il Bambino cullato tra le braccia della Madre o deposto in un giaciglio verso il quale Maria è china in adorazione, mentre Giuseppe è in ginocchio vicino lei o sembra talora cedere al sonno in un angolo un po' appartato dalla scena.
Ma qui no, niente di tutto questo. 
Al centro della rappresentazione, vivacizzato da una coperta rossa campeggia un letto nel quale siede Maria intenta a leggere!
Sì, è assorta nella lettura del corposo libro che ha tra le mani: con tutta probabilità l'Antico Testamento, ragion per cui possiamo immaginare che stia anche pregando.
Ai suoi piedi, un Giuseppe decisamente anziano culla il piccolo Gesù stretto in fasce, mentre nel recinto retrostante il bue sembra osservare stupito la scena e l'asinello è proteso verso il Bimbo.

Una scena intima e pervasa di silenzio, tuttavia molto particolare per una sorta di scambio di ruoli in famiglia - peraltro non raro in alcune Natività del nord Europa dal XIII secolo in poi - ma anche per altri motivi. 
Mi pare infatti che l'anonimo autore della miniatura qui abbia inteso sottolineare un tratto del carattere di Maria: quell'attitudine contemplativa, tipicamente femminile, che la conduce a custodire dentro di sè gli eventi, meditandoli per scandagliarne il senso profondo. 
Che sta cercando Maria nelle Scritture? Forse il significato della vicenda che ha scardinato dalle fondamenta la sua vita e quella di Giuseppe, e lo fa seguendo il filo indicato dai testi sacri, tentando per così dire - come le accadrà anche in seguito - di mettere insieme i pezzi per comprendere l'evento della nascita di Gesù, che la riguarda e insieme la sovrasta.

Ma la mia attenzione per questa miniatura non nasce solo dalla sua singolarità iconografica, ma anche dall'interesse per le immagini che nella storia dell'arte rappresentano donne intente alla lettura - e sottolineo - di un libro. Non di una lettera, un biglietto, un giornale - opere tra le quali troviamo certo dipinti celebri a cominciare da Vermeer - ma proprio rappresentazioni della donna col libro, tema pittorico ricchissimo e da più parti studiato, dal quale anch'io mi sono lasciata prendere e sul quale spero di tornare in futuro.
Da Holsøe a Picasso, da Monet a Hopper, da Renoir a Corcos e via dicendo, si tratta infatti di un argomento appassionante, spesso espressione di un protagonismo femminile ora visto come attitudine riflessiva, ora come sete di conoscenza di se stessi e del mondo, ora segno di chiara emancipazione culturale.
Tuttavia, tornando indietro nel tempo, mi sono resa conto che la prima donna della pittura intenta a leggere un libro è Maria, così raffigurata dal Medioevo in poi nelle numerosissime Annunciazioni - e non solo - che la sorprendono assorta sulle pagine dell'Antico Testamento. Prima ancora dei contesti profani, è l'arte sacra quindi a consegnarci una delle immagini femminili di più grande fascino per la sua propensione a intus legere, leggere dentro il cuore delle parole e degli eventi meditando sul loro senso misterioso.

E all'originalità di questa miniatura mi piace associare un dolce brano di Bach che mi pare adatto ad evocare l'atmosfera di un presepio. 
Si tratta del "Preludio" della "Pastorale in Fa maggiore BWV 590", qui in una trascrizione per pianoforte che ne sottolinea la morbidezza. Una musica che, col suo tempo ternario di 12/8 simile a una danza - una giga lenta o una siciliana - ci restituisce il ritmo di una ninna nanna, luminosa prima e poi pervasa da un'ombra di cupa malinconia che percepiamo soprattutto verso la conclusione e nel profondissimo la minore finale.
Un'ombra forse intuibile anche nel cuore di Maria, se pensiamo che il testo su cui è assorta potrebbe essere quello del profeta Isaia al cap.53, dove si parla del drammatico destino futuro del servo sofferente
Allora il silenzio della Madre che legge si fa qui denso di tremore.

Buon ascolto!
 

martedì 7 gennaio 2020

"The answer of love"

Van Gogh: "Notte stellata" (particolare) - Foto presa dal web.
Può sembrare strano inaugurare il nuovo anno pubblicando una ninna nanna, di solito più adatta ad una conclusione, a ciò che si chiude, si spegne, tramonta o - appunto - scivola nel sonno.
Al contrario, un inizio esigerebbe di essere aperto da un brano solenne, maestoso o in qualche modo altisonante, come già in passato mi è capitato di fare.
Ma stavolta no. 
Quest'anno sento il desiderio di una musica più sommessa e familiare. C'è sempre tanto rumore - sia pure festaiolo - intorno a noi, che avverto l'esigenza di aprire il calendario con passo più assorto e leggero. Con un incedere sempre ritmato e un po' sognante, certo, ma dando spazio ancora una volta al suggestivo spessore della polifonia.

Così mi sono lasciata prendere da un brano antico e al tempo stesso nuovo: si tratta della famosa Ninna nanna di Johannes Brahms - "Wiegenlied op.49 n.4" - ripresa e rivisitata da Giovanni Allevi nel pezzo intitolato "The answer of love", dal recentissimo cd "Hope" uscito nel novembre scorso.
Nonostante l'album - nella sua varietà - insieme a pregevoli inediti del compositore ascolano comprenda alcune sue rielaborazioni di brani classici e canti natalizi, questo di Brahms non mi pare si possa considerare un puro e semplice arrangiamento. E proprio qui, a mio avviso, sta il suo fascino.

Il pezzo, rispetto all'originale, presenta infatti diverse novità. 
Prima di tutto, Allevi ne ha fatto un brano polifonico, ma in quest'ambito non si è limitato ad aggiungere le consuete tre voci che sostengono armonicamente il tema esposto dal soprano - cosa nel tempo realizzata da parecchi cori - ma ha creato una melodia nuova che va ad intrecciarsi con quella tradizionale.
Mi spiego meglio: se i soprani cantano la celeberrima aria di Brahms che tutti conosciamo, i contralti ne sovrappongono una totalmente differente. 
Non un'ipotetica seconda voce, ma proprio un motivo diverso. E la stessa cosa accade poi per bassi e tenori. 
Nella prima parte, sezioni femminili e maschili cantano separatamente, poi tutte si fondono a costruire un insieme polifonico di accattivante bellezza, sottolineata dalla pregevole esecuzione del Coro dell' Opera di Parma.

Certo, innestare una sull'altra due differenti melodie facendole convivere nel corso di un brano non è cosa sconosciuta alla storia della musica. 
Nuova però qui è l'armonizzazione che ne deriva e che - scommetto! - sarebbe piaciuta anche a Brahms: un gioco ad incastri di grande fascino e attualità, una musica dall' andamento un po' danzante e soprattutto dalla ritmica singolare, segnata dal pizzicato degli archi che scandisce il pezzo dall'inizio alla fine.
Ma le novità introdotte da Allevi nella sua rivisitazione non si fermano qui. 
Il compositore ha anche modificato il testo originale della Ninna nanna, componendo versi che - tradotti in italiano - suonano così:

"Dormi, bimbo mio, vicino a me
in questa magica notte.
Col mio cuore canterò per te
la mia più dolce ninna nanna.
Se la luna nel cielo
sembra darci un bacio,
non credere che sia un sogno,
è la risposta dell'amore."

È nella tenerezza, nel senso suggerito dai versi finali - e ripreso anche dal titolo - la sostanza del discorso: parole che, se pure indirizzate ai più piccini, possiamo sentire rivolte a ciascuno di noi, a dare forma ai nostri sogni, perchè nello splendore della natura leggiamo il Mistero d'Amore da cui siamo avvolti. 
Così, insieme alla musica le faccio mie per condividerle qui, rinnovando a tutti voi l'augurio di un anno sereno.

Buon ascolto!