domenica 14 settembre 2014

Nel segno della luce

A una come me, che ama da sempre la montagna con l'incanto dei suoi panorami, non può non far piacere la notizia riportata proprio ieri con ampiezza d'informazioni dal Corriere della Sera.
Il prossimo 18 settembre si aprirà a Milano, a Palazzo Reale, una retrospettiva su Giovanni Segantini (1858 - 1899) che vedrà in mostra ben 120 opere dell'autore tra dipinti, disegni e alcuni inediti. 
Dire Segantini infatti è pensare subito alle sue famose rappresentazioni di paesaggi montani con tutta la loro suggestione di luce e di colore.

Tuttavia, l'iniziativa - a quanto leggo - andrà ripercorrendo l'intero itinerario artistico e tutte le tematiche più care al pittore. Saranno esposte opere degli inizi caratterizzate da un realismo intimistico, fino ai dipinti che vedono Segantini muoversi tra Simbolismo e Divisionismo del quale, in particolare, è stato il maggiore esponente italiano. Opere famose dedicate certo alla montagna, al mondo contadino, al tema della maternità, alla ritrattistica, ma anche ad alcuni scorci della Milano del suo tempo.

Proprio tra questi ultimi è il dipinto che desidero presentarvi oggi e che - al di là dei miei amati panorami di montagna - mi ha notevolmente colpito. 
Si tratta di un olio su tela intitolato "Il Naviglio a Ponte San Marco", proveniente da una collezione privata. 
La rappresentazione di qualche angolo tra i più caratteristici di Milano - e in particolare del Naviglio di San Marco - ha impegnato anche altri artisti contemporanei o comunque cronologicamente non lontani da Segantini, come Gola, Canella o Inganni, solo per citarne alcuni. Tuttavia, trovo questo quadro ricco di particolare attrattiva.

Si tratta di un'opera che - nonostante gli anni trascorsi dal pittore a Milano non siano stati i più felici - ci offre un respiro di serena luminosità sia attraverso i colori che nella sua impostazione prospettica.

E' il punto di vista a conferire fascino all'inquadratura: non a livello dell'acqua e neppure all'altezza del ponte, ma pensato in modo che protagonista del dipinto sia proprio il Naviglio. Se da un lato infatti sembra venirci incontro, dall'altro disegna una prospettiva che conduce il nostro sguardo fno in fondo.
E' quasi uno scatto fotografico che ci fa scoprire infiniti particolari: prima sotto le arcate dove le case, il barcone e il verde si specchiano nell'acqua e la riva è affollata di gente a spasso; poi sul ponte dove, sopra alcune figure femminili, palloncini colorati si librano nel cielo di un azzurro primaverile.

Si notino, per esempio, piccoli efficacissimi dettagli: il sorriso della figuretta centrale vestita di bianco, le piante fiorite sul balcone della casa a sinistra o le cascate di verde, qua e là. 
E ancora, le case dalle facciate chiare sulla destra, insieme a quelle nuvole ariose!
Una rappresentazione piena di vita, dunque, un ambiente per certi aspetti rustico e semplice, ma al tempo stesso luminoso e signorile, come l'eleganza evidente nell'abbigliamento, nei cappelli, nel ventaglio o nei parasole colorati.

E come non pensare a Monet, di fronte a quelle dame coll'ombrellino e ai riflessi dell'acqua in primo piano? 
Eppure Segantini giunge a questi risultati senza conoscere le contemporanee ricerche visive degli impressionisti francesi. E se i quadri di Monet ci regalano effetti talora più vibranti, qui l'artista trentino ci offre una luminosità splendente e pura, una rara limpidezza di cielo, di acque e di colori.

Tuttavia, la sua non è semplicemente pittura di genere, ma un'arte che si carica di emozioni, come Segantini stesso afferma in queste parole tratte da una lettera, che sintetizzano splendidamente il suo stile:

"Sotto il pennello la gamma deve scorrere smagliante, e deve far nascere gli oggetti, le persone, le linee, il colore dev'essere intenso e puro perchè la luce sia profonda e vera, il vero così detto si deve oltrepassare (...) davanti all'osservatore tutto si deve fondere in una commozione profonda di vita palpitante."

Così, a commento di queste immagini, mi sono lasciata affascinare da uno splendido brano di Piotr Ilic Tchaikovsky : si tratta del terzo tempo, "Melodia", da "Souvenir d'un lieu cher op. 42" per violino e pianoforte. 
E' una composizione intrisa di intensa e luminosa freschezza, ricca di garbo ed eleganza, e mi pare si accordi all'atmosfera del dipinto, anch'esso probabilmente ricordo di un luogo caro al pittore.  
Nonostante esista anche la versione in cui il violino è accompagnato dall'orchestra, ho preferito questa in cui l'aria è disegnata dallo strumento solista in modo talora più netto, talaltra più morbido, ma improntato a una maggiore essenzialità e delicatezza.
 
E un'ultima osservazione, quasi una piccola coincidenza. 
Il brano, soprattutto nelle battute iniziali, mi fa riecheggiare dentro il clima e la dolcezza romantica di un altro famosissimo pezzo: "Salut d'amour", scritto solo dieci anni dopo da Elgar. 
Non so se è così anche per voi, ma - se volete - potete ritrovarlo qui.

Buon ascolto!

domenica 7 settembre 2014

Suggestioni di Russia

Teofane il Greco: "Trasfigurazione" 
Mosca, Galleria Tret'jakov
Non è sempre facile sintetizzare le impressioni di un viaggio, soprattutto se - nonostante la sua brevità - ci ha condotto in mezzo a tesori di valore inestimabile, ma al tempo stesso ci ha fatto cogliere evidenti contraddizioni e aspetti diversi di una realtà molteplice.

Sto parlando del mio recente viaggio a Mosca e San Pietroburgo (eh sì...ora sapete dov'ero nella mia piccola pausa blog!!!) che mi ha lasciato una ridda di sensazioni diverse, al di sopra delle quali prevale la gioia di aver accostato un mondo di profondo interesse storico, insieme a un patrimonio culturale e artistico di notevolissima attrattiva.

Ma che cosa mi porto dentro di tutto ciò? Cosa mi resta nel cuore con più intensa suggestione?
Certo un insieme di contrasti non soltanto tra la storia passata e quella presente, ma anche all'interno della Russia attuale.

Mosca, Cremlino :  
Cattedrale dell'Annunciazione
Non solo i modernissimi grattacieli di Mosca a fronte della grigia severità delle architetture del periodo staliniano; non solo i Magazzini Gum - oggi sede delle più famose firme della moda - a fronte del Mausoleo di Lenin e delle antiche mura del Cremlino; ma anche i segni evidenti del problematico cammino verso il nuovo, dopo il crollo del vecchio regime sovietico. 
Il processo di apertura verso un'economia di mercato, infatti, insieme a maggiore libertà e spazio all'iniziativa privata, sta creando forti disparità e malcontento in molta parte della popolazione.
Questo ci confemano più volte le guide locali, donne dall'apparenza talora modesta, ma dalla vasta e sicura preparazione. Parlano un italiano quasi perfetto, e mi colpiscono la proprietà e la ricchezza di vocabolario con cui si esprimono, pur non essendo mai state nel nostro paese!

Mosca: Cattedrale di S.Basilio
Tuttavia, dell'ampio panorama culturale, a restarmi dentro più intensamente sono luci e colori, uno sfavillare di cupole dorate e di smalti, insieme all'incredibile ricchezza di opere d'arte che entrambe le città offrono ai visitatori.
E' l'incanto di una storia passata, ricca di interesse e meraviglie senza pari: dai tesori del Cremlino e dei musei moscoviti, allo sfarzo delle residenze degli zar intorno alla città di San Pietroburgo e naturalmente all'Ermitage; dal prezioso splendore delle iconostasi delle chiese ortodosse, allo scintillìo d'oro e alla fantasmagoria delle tante cupole dal disegno orientaleggiante.

E' proprio il patrimonio artistico dell'antica Russia a colpirmi: spiragli di un mondo di fiaba, forme inusitate, incastri di muratura coperti di decorazioni floreali, vivacità di colori in torri e pinnacoli, così come nelle icone splendenti d'oro e di luce. 
 S.Basilio,  interno
  S.Basilio, interno
Sergiev Posad, Monastero della Trinità di S.Sergio 
E canti ortodossi di una bellezza da brivido ascoltati a Mosca, nella cattedrale di San Basilio e a Sergiev Posad, nel Monastero della Trinità di San Sergio.

E poi San Pietroburgo dagli spazi immensi e dalle regge fastose, elegante e severa Venezia del Nord, custode di inestimabili splendori. 
Bello sapere che alla costruzione dei numerosi palazzi che l'adornano - a cominciare dall'Ermitage - hanno lavorato architetti e scultori italiani tra il Settecento e l'Ottocento; interessante scoprire quanto l'Italia del Rinascimento e del Barocco sia stata presa a modello da tanti artisti locali. 
E altrettanto bello vedere gli accurati restauri che hanno restituito al primitivo splendore regge e palazzi dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale.

S.Pietroburgo, tramonto sull'Ermitage
Affascinante poi la Neva, così come gli altri fiumi e canali che attraversano i quartieri del centro storico.
Tuttavia la Prospettiva Nevskij - la più famosa arteria della città - mi appare più che altro trafficatissima e rumorosa, ben lontana dai tratti di poesia con cui la descrive Battiato qui, nella sua celebre canzone.
Ma poco più in là, la Chiesa del Salvatore si specchia nel canale Griboedov sul quale si affacciano piccoli locali dove a sera si fa musica, mentre - più avanti - la piazza dell'Ermitage affonda lenta nel tramonto, solitaria e raccolta pur nella sua immensa apertura, regalandoci una sensazione d'incanto.

S.Pietroburgo, Chiesa del Salvatore 
Sono questi solo pochi cenni, impressioni quasi a caldo di un viaggio che mi porterò dentro a lungo e del quale devono ancora affiorare in modo più compiuto sensazioni e ricordi.
E a commento del post, in mezzo a tante meraviglie che ci offre la musica russa con i suoi numerosi compositori, oggi ho scelto un brano che mi sembra rispecchiare almeno in parte il clima che ho respirato.

Si tratta del "Gloria al Padre...." che conclude la "Liturgia di S.Giovanni Crisostomo op.31" di Sergej Rachmaninov, pezzo brevissimo che il coro canta a voce spiegata regalandoci grandiose e luminosissime sonorità. 
E' un vibrare di note talora in crescendo che ci attraversa facendoci percepire il carattere profondo e meditativo, ma al tempo stesso appassionato e vivace dell'anima russa.

Buon ascolto! 
          

sabato 30 agosto 2014

Uno sguardo dal ponte

Vacanze agli sgoccioli ed è tempo di salutare, mentre la mente e il cuore sono ormai proiettati in avanti, ai giorni che verranno e si fatica un po' a vivere il presente in piena distensione.
Peraltro, quest' ultima settimana - al contrario di quelle che si sono succedute finora - ci sta riservando tempo più soleggiato e, dopo le abbondanti piogge, il verde dei prati brilla ora più intenso tanto che non si finirebbe di contemplarne lo splendore. 
Allora continuo a scattare foto, non me ne sazio mai.

"Ma sono sempre le stesse degli altri anni!..." mi dice qualcuno.
 Sembrano le stesse.....e invece no, non è così!!!
A guardar bene, se simili sono le immagini o le varie inquadrature, non sono uguali la luce, la trasparenza del cielo, la posizione del sole, le nuvole che di prima mattina marezzano di ombre prati e pendii. 
Così pure, non sono uguali i nostri stati d'animo che quasi si trasfondono nella foto rendendola un ricordo unico: ogni cosa, in realtà, è nuova.
Una volta a casa, le immagini restituiranno anche i particolari di una memoria che già portiamo dentro: della gioia o della fatica di quel momento, di quei pensieri o quello stupore, insieme alla rasserenante percezione di averli vissuti e di poterli custodire ormai come prezioso possesso per il futuro. 
Un piccolo pezzo di storia, in fondo, della nostra storia.

E mentre cerco l'inquadratura migliore per fotografare le montagne, mi piace indugiare su di un ponte, osservando le acque che scorrono sotto di me.
Sono tanti i ponti che costellano questa vallata, disseminati in frazioni e punti panoramici: mi appoggio alla spalletta di legno di uno di essi, sentendo l'urto dell'acqua contro i piloni e sostando a contemplare il suo fluire ininterrotto tra sassi e rupi.
Con le piogge di quest'estate, dove la pendenza è più accentuata le acque erano spesso limacciose e scure. Ma anche adesso che, tornato il bel tempo, sono di nuovo limpide e trasparenti, il caldo delle ore centrali della giornata, sciogliendo i ghiacci su in alto, le alimenta rendendole più impetuose.

E' bello allora fermarsi a dare uno sguardo dal ponte: l'acqua che scorre è fonte di osservazione continua nella varietà infinita e sempre nuova del suo andare. 
Ma è piacevole ascoltarne anche il suono, la musica direi. 
Anch'essa è varia: ora lieve e sottile, ora vero e proprio fragore - secondo la direzione del vento, l'ampiezza o la pendenza del torrente - ma sempre capace di entrare in noi regalandoci un senso di più ampio respiro e di profonda distensione.

Così, mi piace commentare osservazioni e immagini, con una luminosa composizione di Giovanni Allevi.
Si tratta di "Giochi d'acqua" dal cd "Alien", brano per pianoforte solo che alterna delicatezza e impeto, sprazzi di vivacità talora proprio giocosa ad altri più lenti e pacati, mentre i passaggi da una sezione all'altra del pezzo sono sottolineati da frequenti cambi di tonalità.
Varietà di temi e di atmosfere quindi, come vario è lo scorrere di un torrente: note come piccoli ruscelli di acqua fresca che s'ingrossano tempestosi o si assottigliano fino a diventare rigagnoli di poche gocce.
Tutto questo ci fa ascoltare il compositore, alternando tocchi di malinconica dolcezza ad energia gioiosa e appassionata, come è un po' nel suo stile, mentre il tema principale si fa strada con la mobilità inafferrabile di un rivolo d'acqua per riaffiorare - alla fine del brano - con rinnovata, scintillante potenza.

Buon ascolto!

 

domenica 24 agosto 2014

"Il capitan della compagnia..."

Torno dalla mia breve pausa-blog (e più avanti vi racconterò dove l'ho trascorsa...) per condividere qui una bella segnalazione di Claudio Magris sul Corriere della Sera del 20 agosto scorso.
Si tratta di un articolo ("I fiori dell'alpino per il Papa") nel quale il giornalista presenta un libro di Papa Francesco - "Reflexiones espirituales sobra la vida apostolica" - per il momento edito solo in Spagna, ma che con tutta probabilità sarà presto pubblicato anche in Italia. 

In questo testo di meditazioni che s'ispira agli insegnamenti di Sant'Ignazio di Loyola e li commenta, il Papa - cito direttamente dall'articolo - "va al fondo degli elementi costitutivi della fede, ma prima ancora della vita, quali la colpa, la misericordia, il desiderio, la magnanimità e la meschinità, la conoscenza e la torbida accusa di se stessi, il dubbio e l'incertezza, l'amore, la forza d'animo e la grazia."

Fin qui tutto bene, ma nulla di particolarmente sorprendente.
La sorpresa viene invece da una delle tre citazioni di apertura del testo papale: "tre ideali punti di riferimento - sottolinea Magris - o costellazioni cui guardare per tenere la giusta rotta nella propria navigazione". 
La prima riporta le parole del gesuita Alonso de Barzana sul desiderio di dividersi in mille per poter stare con le persone amate in ogni angolo di mondo. La seconda riporta i versi del poeta Nino Costa sulla malinconia del lavorare e morire in terra straniera. 
Ma la terza - vero "colpo di genio", come afferma il giornalista - è affidata al finale della canzone alpina "Il testamento del capitano" che recita così:

"L'ultimo pezzo alle montagne / che lo fioriscano di rose e fior".

Conosciamo tutti questo canto dal ritmo lento e cadenzato, quasi solenne come giustamente si addice all'argomento: un canto funebre se vogliamo, ma in realtà uno dei più significativi tra quelli che raccontano la vita degli alpini, fatta di valori semplici ed essenziali come la patria, l'amicizia, gli affetti familiari, l'amore, la natura. 
Il capitan della compagnia, sentendosi vicino a morire, chiama a raccolta presso di sè i suoi alpini e ordina che, dopo la sua morte, il suo corpo venga diviso in cinque pezzi : il primo alla patria, il secondo al battaglione, il terzo alla madre, il quarto alla sua bella e infine il quinto alle montagne.

Come scrive Magris :

"Il testo fondamentale di un grande santo e grande figura storica e il suo commento scritto da un Papa vengono affidati alla superiore verità umana di una canzone che dice, con una semplicità ignara e non bisognosa di letteratura, l'amore, l'amicizia, la buona verità del corpo, il piglio sanguigno e sensuale del vivere alieno da ogni mortificazione e non sgomento di fronte al destino che fa diventare terra e anche rose e fiori...."

Mi piace questo spaziare di Papa Francesco tra teologia e semplicità, il suo riflettere sulla fede affondando le mani in ciò che è concretezza quotidiana per coglierne l'afflato di umanità che la pervade.
Ma insieme ai valori che hanno ispirato il canto, a colpirmi è anche la scelta di un' immagine così luminosa sul destino finale dell'uomo, dove la morte si trasforma in vita e la comunione con una natura profondamente amata è così totale da germogliare in bellezza.
"L'ultimo pezzo alle montagne / che lo fioriscano di rose e fior": parole semplici che la citazione di Papa Francesco fa riecheggiare nella loro grandezza e sacralità. 

Ho riportato qui "Il testamento del capitano" nella bella interpretazione della Brigata Alpina Julia che alterna opportunamente parti cantate a voce spiegata ad altre più sommesse, soprattutto nel riportare le parole del capitano morente e a sottolineare - quasi con pudore - l'intensità degli affetti.
Bello il finale affidato prima al solista e poi ripreso invece da tutto il coro con prorompente, convinta energia!

Buon ascolto!

venerdì 8 agosto 2014

"Maioresque cadunt...."

Tutti sappiamo che a rendere affascinante un panorama, un angolo di natura, ma anche solo l'interno di una casa, concorrono tanti fattori, il primo dei quali è senza dubbio la luce.
Con la sua intensità, i suoi riflessi o le sue variazioni di ora in ora, essa crea infatti prospettive o mette in evidenza inquadrature che diversamente ci sfuggirebbero.
Hanno pienamente ragione architetti e arredatori a dedicare particolare cura all’ illuminazione di un edificio o di una semplice stanza. E’ la luce che definisce gli spazi, conferendo loro rilievo e creando un'infinita gamma di suggestioni.

Ce lo insegnano i grandi pittori, da Caravaggio a Georges de La Tour fino a Monet, ma ce lo rivela prima di tutto la natura stessa, dispiegando mille variazioni di luci e colori dall'aurora al tramonto fino al calar delle tenebre. 
Sono panorami che possiamo contemplare in qualunque stagione e ovunque: dal grigio delle nebbie di pianura alle sfumature viola di un tramonto sul mare, dalla luminosità trasparente del mattino a quella più calda e intensa del pomeriggio.

Dal mio osservatorio estivo che - come ormai sapete - è la montagna, ho modo di cogliere i diversi effetti luministici che si creano col passare delle ore in un luogo in cui la presenza di prati e boschi, rocce e ghiacciai, pinete e radure rende ancora più evidente ogni minima variazione.
Incantevole poi la magìa della sera, soprattutto quando le vallate affondano già nell'ombra, mentre le cime sono ancora illuminate.
Se la giornata è stata serena e tersa, il biancore dei ghiacciai sovrasterà il buio fino a tardi, riflettendo gli ultimi bagliori del sole. 
Ma anche quando il cielo è coperto e promette pioggia, lo spettacolo non è privo di fascino. 
Lampioni e luce del crepuscolo si confondono allora in un effetto singolare, mentre il verde delle pinete scivola nell'ombra ammantandosi gradatamente di mistero.
A sera, dal buio del bosco usciranno più numerose le volpi, andando a punteggiare coi loro occhi fosforescenti l'oscurità dei prati, mentre in alto le cime rifletteranno ancora la luce del tramonto.
E contemplando il panorama, forse tornerà alla mente la bellissima immagine con cui il poeta Virgilio conclude la prima Egloga delle "Bucoliche":
".....maioresque cadunt altis de montibus umbrae".

Così, mi piace accompagnare le due foto riportate qui sopra e scattate nel cuore del Parco del Gran Paradiso, con l'introduzione delle "Waldszenen" op.82 di Robert Schumann (1810 - 1856).
"Scene dalla foresta", appunto, come dice il nome: nove pezzi per pianoforte ispirati al mondo della natura. 
In particolare questo brano iniziale, nella sua ricchezza di sfumature che alterna tocchi di luminosità a sonorità più ombrose, ci guida ad immaginare la vita segreta di fiori, insetti e animali lungo i sentieri del bosco o all'interno della fitta pineta. 
Tuttavia non si tratta di una musica puramente descrittiva, ma la foresta è solo il pretesto o l'occasione per un viaggio del compositore nella propria interiorità, alla ricerca di armonia tra luci e ombre del cuore. Ne deriva una melodia semplice ed elegante che ci parla in modo straordinariamente immediato.

Così, sull'onda di queste note, auguro a tutti voi che passate di qui una buona settimana di Ferragosto e....mi prendo una breve pausa!

Buon ascolto!

domenica 3 agosto 2014

Il rosa degli "epilobium".

Estate strana questa, se pure la si può chiamare estate.
Quando la giornata comincia col sole e finisce con l'acqua....ancora può andare, ma se inizia con la pioggia, la cosa si fa decisamente più problematica.
Ma proprio per questo io - che d'abitudine sono mattiniera e se alle otto e mezza non sono fuori casa mi sento ammalata - nei giorni di maltempo ho dovuto cambiare un po' i miei ritmi vacanzieri per regalarmi una passeggiata pomeridiana.

Sono proprio due passi giusto per sgranchirmi, talora anche verso le sei di sera, quando spiove o magari nuove nubi temporalesche si addensano ancora lontane. 
Prendo un sentiero che sale nella parte alta del mio paesetto dove la visuale si allarga su prati e abetaie, le prospettive si ampliano sulle vallate laterali e le cime sembrano proprio a portata di mano. Qui, oltre alla vastità del paesaggio, la suggestione più intensa è quella del silenzio, rotto - o per meglio dire sottolineato - dal suono del torrente che arriva su dalla valle insieme al vento.

Salgo piano, senza fretta, e data l'ora anche senza una meta precisa: mi basta guardarmi intorno, scattare qualche foto lasciando che respiro, passi e pensieri si armonizzino secondo il loro ritmo naturale. 
Ho bisogno di sentirmi parte della natura, lasciandomi pervadere dallo spettacolo della bellezza e soffermandomi con semplicità ad ammirare ogni dettaglio, dai colori delle farfalle ai fiori.

I fiori, appunto: sono gli "epilobium" ad attirare sempre la mia attenzione, con l'intensità della loro tinta e la delicatezza dei loro grappoletti rosa, tanto che non posso mai tralasciare di contemplarli incantata. 
A una curva del sentiero, c'è un cespo più folto degli altri che mi si dispiega davanti ad altezza di sguardo e quasi mi avvolge, regalandomi la singolare sensazione di essere a tu per tu con un interlocutore vivo, mentre il ronzìo delle api che danzano alacremente di fiore in fiore è l'unico suono che ritma il silenzio circostante.
In fondo, i ghiacciai del Gran Paradiso sono coperti da fitte nubi, mentre più vicino la roccia grigia della cima Pousset, con la sua leggera torsione, sembra emergere da una cortina plumbea.
E' un'immensità che lascia spazio alla contemplazione e ogni volta, davanti al rosa degli "epilobium", mi dico che, nonostante la pioggia, lo splendore del paesaggio che mi circonda è assolutamente impagabile.

E come la delicatezza di un ronzìo d'insetti o di un torrente che scorre lontano non va a spezzare il silenzio, ma - lo scrivevo qui sopra - lo sottolinea, così è l'incanto della musica.
Ed è con un pezzo di Antonio Vivaldi (1678 - 1741) che desidero accompagnare oggi il mio cammino, in particolare con il bellissimo "Largo" dal "Concerto in La maggiore op.3 n.5 RV 519 per due violini, archi e basso continuo" tratto da "L'estro armonico".
E' un brano capace di seguirci dolce e pacato, profondo e sottile lungo i nostri sentieri in cerca di pace, mentre il ritmo che fa da sfondo alla melodia sembra scandire lievemente anche passi e pulsazioni.

Verrà pure il maltempo, ma la natura e la musica ci dicono che la Bellezza è senza fine.

Buon ascolto!

domenica 27 luglio 2014

Una musica che attende

Riordino le foto scattate in questi ultimi tempi e il mio sguardo è attratto da alcune immagini che mi ricordano una giornata di poco più di un mese fa: una gita a Padova, insieme alla giovanissima amica dagli occhi attenti con la quale, in passato, sono già andata in giro per veloci scorribande artistiche.

Ci vediamo più o meno due volte all'anno e di solito - a turno - giochiamo per così dire in casa: lei a Venezia, io a Milano. Il mese scorso invece abbiamo deciso di trovarci a Padova, su terreno neutro o quasi. 
In realtà era la volta di Venezia, ma ho scelto io la città per aggiungere tempo - giusto una mezz'ora - al nostro fugace incontro tra un treno e l'altro.

Bene: Padova, dicevo, e viene subito in mente il fascino di Giotto agli Scrovegni o di Mantegna agli Eremitani. E naturalmente la basilica di Sant' Antonio, l'Orto botanico, il Prato della Valle fino alla spazialità ariosa di Santa Giustina.

Ma questa volta, al di là di tutto, è il nostro quieto dialogare che mi rimane dentro: un tranquillo procedere sotto i portici delle vie del centro o attraverso Piazza delle Erbe mentre, dall'alto, arcate e arcatelle del Palazzo della Ragione ci guardano. 
Qualche pausa per visitare una chiesa, per incantarci ad ascoltare un quartetto d'archi che - all'angolo di una strada - ci delizia con ottima musica, o per scattare foto alle case che si riflettono nel Bacchiglione.
 
Si parla di tante cose, si mettono in comune le esperienze più significative o anche le banalità quotidiane che a volte tanto banali poi non sono. 
E' più che altro il senso di attesa che anima la mia giovane amica a colpirmi: l'università, la scelta della tesi, i progetti e le molteplici prospettive per il futuro, i dubbi insieme ai sogni e al desiderio di costruire. 
Così pure, avverto viva in lei la  percezione di quanto il passare del tempo - anche alla sua giovane età - restituisca alle esperienze umane e culturali un sapore più ricco e più pieno.

Ma al di sopra di tutto è bello - e mi aiuta - cogliere dal suo sguardo e dalle sue parole come sia sempre la speranza a prevalere sui problemi e le brighe che la quotidianità inevitabilmente ci presenta, una speranza perseverante che fiorisce dal profondo.
La sua fiducia è come una una perla preziosa che, mentre camminiamo discorrendo, passa progressivamente dalle sue mani alle mie, rasserenando la mia giornata e aprendo anche me a prospettive più luminose. 
Me ne deriverà una sensazione di leggerezza e una grande distensione d'animo, tanto che riuscirò pure ad addormentarmi placidamente sul treno di ritorno a casa.

Così, per ricordare lo splendore di questa giornata, ho pensato a un brano di Ludwig van Beethoven che mi pare esprima proprio la serenità dell'attesa: il primo movimento, "Adagio molto - Allegro con brio", dalla "Sinfonia n.1 in Do maggiore op.21".

La prima sinfonia di Beethoven???
Sì, proprio quella, non celebrata al pari della Quinta o della Nona, della Terza o della Sesta, ma un'opera che ha tutto il fascino degli inizi non solo del progetto sinfonico dell'autore, ma un po' di tutta la sua produzione come testimonia il fatto che sia catalogata al numero 21.
Una creazione nella quale sono ancora presenti riferimenti al passato come l'adozione della struttura della forma-sonata, ma anche elementi che testimoniano già l'originalità stilistica del compositore.
Sono temi ricchi di fremiti quelli che si avvicendano in questo primo movimento, e ci regalano le emozioni di chi si avvia verso un percorso nuovo: dubbi e speranze, desideri ed entusiasmi, leggerezza di cuore e insieme perseveranza nel dare forma a un sogno.

Una musica che attende insomma, e la dedico in particolare alla giovanissima amica che - nonostante i tempi - non si sente deprivata del futuro, ma se lo sta costruendo, giorno per giorno.

Buon ascolto!

 

sabato 19 luglio 2014

Per principianti e non

Si sa che le vacanze - quando finalmente arrivano - ci regalano periodi durante i quali, tra altre amene occupazioni, è piacevolissimo dedicarsi alla lettura, senza orologi alla mano, in santa pace, magari su di un prato o una spiaggia poco frequentata, sotto la carezza del sole o della brezza marina.

Ma nel caso queste condizioni ideali non si dovessero verificare e il tempo ci riservasse acqua torrenziale e freddo decisamente fuori stagione - ipotesi del tutto lontana dalla realtà....vero??? - niente di meglio, mentre fuori piove, che una stanzetta silenziosa e riposante, con un libro che ci compensi di non poter stare all'aria aperta a corroborare muscoli e polmoni.

Proprio in questo contesto non del tutto estivo, nei giorni scorsi ho finito di leggere un libro che mi sento di consigliare a chi passa di qui.
Scritto, è proprio il caso di dirlo, a quattro mani da Matteo Rampin e Leonora Armellini - lui medico appassionato di musica, lei giovanissima pianista di fama internazionale - porta un titolo accattivante:  
"Mozart era un figo, Bach ancora di più" (ed. Salani - Euro 12,90). 
Ma oltre a questo, il sottotitolo recita: "Come farsi sedurre dalla musica classica, innamorarsene alla follia e diventarne dipendenti per sempre".

Farsi sedurre???...Innamorarsene??? Appena l'ho visto in libreria, con chiara immodestia mi sono detta: "E' proprio il mio caso!". Così, l'ho subito acquistato e devo dire che l'ho trovato interessante.

Leggero, istruttivo, piacevole, spesso venato di un umorismo che - benchè talora un po' eccessivo - ne facilita la lettura, riesce a comunicare con semplicità e chiarezza contenuti di un certo spessore sia a chi è già esperto di musica, ma soprattutto a chi non la conosce e desidera familiarizzarsi con essa. Inoltre, come ci anticipa il registro linguistico del titolo, ha uno stile vicino ad un pubblico giovane.

Il testo, da un lato prende sinteticamente in esame la vicenda artistica di alcuni musicisti, e dall'altro chiarisce diversi elementi tecnici quali la catalogazione degli strumenti, il significato di alcune forme musicali, insieme alla terminologia usata per indicare il tempo delle varie composizioni.
Di capitolo in capitolo, gli autori delineano una piccola storia della musica classica, senza tuttavia la pretesa di essere esaustivi, ma con l'intento di avvicinare chi legge al mondo delle note e alla sua capacità di suscitare emozioni anche a distanza di secoli.
Numerosi sono gli aneddoti volti a rendere più vicini a noi i grandi musicisti: uomini vivi, presentati nella concretezza dei loro problemi o delle loro sofferenze, ma soprattutto nella lotta per rinnovare la musica anche a costo di rompere gli schemi del proprio tempo e nella straordinaria attualità delle loro composizioni.

Ma insieme alla leggerezza del linguaggio, il testo, soprattutto nella parte conclusiva, è ricco di aperture di grande profondità.
Ne riporto qualche stralcio:

" ....Inoltre (la musica) incita alla riflessione, all'autoanalisi, al lavoro su se stessi.
E in questo scandagliare, in questo approfondire il nostro sè, anzichè lasciarci soli a contemplare le macerie di cui ogni persona è costituita, mostra come il vuoto possa essere riempito in modo mirabile: fa risuonare funzioni primordiali, biologiche, che svelano l'affinità della natura umana con il resto del cosmo (un'affinità, come dimostrano gli scienziati, che ha basi razionali, spesso matematiche), e mentre aiuta a comprendere la complessità pluristratificata della realtà (pensate al rincorrersi delle voci in una fuga), suggerisce un modo per dare ordine al caos e senso al non senso. In altre parole, aiuta a rendere più umano il mondo e più umane le persone."

E ancora:

"Certo, in ultima analisi, la musica è un gioco.
E in quanto gioco è sostanzialmente inutile: ma proprio questa inutilità la rende necessaria perchè, mostrando l'importanza della componente non materiale dell'esistenza, della componente non finalizzata al tornaconto immediato, mostra verità altrimenti inaccessibili, quelle verità che si riferiscono all'ordine spirituale delle cose."

Affascinante poi la conclusione del discorso in cui gli autori formulano l'ipotesi che la musica sia l'anima femminile del mondo perchè il primo ritmo che ciascun essere umano - e insieme ad esso ogni mammifero - avverte quando è ancora nel grembo materno, è proprio il battito del cuore della madre.

E a proposito di artisti innovatori la cui grandezza ha superato i secoli, oggi torno indietro nel tempo ad un musicista che - per quanto non risulti tra quelli presentati nel libro - ha profondamente rinnovato la musica e in particolare il melodramma. Lo ha infatti semplificato dai tanti ornamenti di cui l'aveva caricato l'età barocca, istituendo un rapporto di più stretta complementarietà tra musica e testo poetico.
Si tratta di Christoph Willibald Gluck (1714 - 1787), di cui mi piace condividere qui l'"Ouverture" dell'"Ifigenia in Aulide".
E' uno straordinario pezzo di apertura, concepito davvero in modo nuovo per l'epoca, in quanto non è più considerato come semplice sinfonia d'inizio di un'opera teatrale, bensì come introduzione e specchio di quella che sarà l'atmosfera dell'intera composizione.  
Vi troviamo infatti maestose sonorità talora concitate e tese, alternate a temi venati di grande delicatezza, insieme a un senso di attesa che come un fremito percorre tutto il brano, anticipando proprio il carattere di drammaticità con cui si snoda la vicenda.  
Un pezzo capace di emozionarci ancora oggi, a distanza di circa duecentoquarant' anni !

Buon ascolto!


venerdì 11 luglio 2014

Fantastico "Rag" !

Credo di aver accennato più volte ai benefici effetti della musica sulla nostra psiche e al fatto che il suo ascolto può essere considerato a buon diritto una terapia; quindi non mi dilungo oltre.

Vorrei tuttavia aggiungere solo un'osservazione.
Se veramente possiamo definire la musica una cura dell'anima, è intuibile che essa vada a coinvolgere anche il corpo, entrando - diciamo così - in circolo dentro di noi come una vera e propria medicina e scorrendo allo stesso modo del sangue nelle vene. 
Una linfa benefica, insomma, che purifica e rinvigorisce, ravviva e ricarica non soltanto lo spirito ma anche il fisico.
  
E che la musica coinvolga anche il corpo lo dimostra un fatto semplicissimo che tutti noi, chissà quante volte, abbiamo sperimentato: sollecitati dal suo ritmo, qualunque esso sia - antico o moderno, classico o rock, lento o indiavolato - immediatamente e spesso istintivamente, iniziamo a muoverci accompagnando la melodia con i gesti e lasciandoci portare dall'andamento del brano. 
A volte, può essere solo battere il tempo con un piede o seguire i suoni con un leggero tamburellare delle dita; altre volte, può essere un abbandonarsi più intenso e totale al fluire della musica, ma sempre - se appena siamo ricettivi - essa ci prende col suo irresistibile fascino. 
Ed è un fatto istintivo perché, in qualche modo, essa ci è congeniale come una componente essenziale del nostro essere. Del resto, non fosse così, non esisterebbe la danza.

Certo, tale effetto non dipende solo dal fascino delle note, ma anche dal luogo in cui ci troviamo e dalla coreografia che ci circonda. Una cosa è ascoltare musica in perfetta solitudine, altro è trovarci in mezzo a un evento da stadio.
Ma per sperimentarne l'effetto rapinoso, non è sempre necessario assistere dal vivo a un concerto rock scalmanandosi insieme alla folla. 
A volte basta soltanto essere davanti alla tv. 

Vi è mai capitato di dirigere col mestolo in mano il concerto trasmesso dal "Musikverein" di Vienna - o se preferite, da "La Fenice" di Venezia - mentre fate la spola tra la cucina e il soggiorno dando gli ultimi tocchi al pranzo di Capodanno? 
Niente paura, succede ed è perfettamente normale, come pure accennare un passo di danza, beninteso avendo cura di non rovesciare stoviglie e portate.
Il fatto è che la musica, dovunque siamo, ci porta proprio via con sè attraverso le sue melodie e soprattutto i suoi ritmi.

Ed è a questo proposito che oggi voglio condividere con voi un pezzo di ragtime, genere musicale afroamericano solitamente finalizzato al ballo, nato tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo nei quartieri poveri di alcune città statunitensi come New Orleans e Saint Luis. 
Si tratta di brani eseguiti prevalentemente al pianoforte e caratterizzati da un ritmo fortemente sincopato.
Quello che vi propongo è "Maple Leaf Rag", famosissima composizione dell'autore indubbiamente più rappresentativo di questo genere: il texano Scott Joplin (1868 ca. - 1917). 

Il pezzo rispecchia tutte le caratteristiche classiche del ragtime ed è molto popolare anche ai nostri giorni perchè - insieme al riadattamento dell'ancor più celebre "The Entertainer" - fa parte della colonna sonora del film "La stangata". Ma al di là di tale riferimento, mi pare che il suo stile ricordi da vicino anche quello dei commenti musicali utilizzati nel cinema muto.
Il carattere precipuo del brano si basa sulla contemporanea esecuzione al pianoforte di due ritmiche differenti: una regolare e sempre eguale a se stessa, affidata alla mano sinistra, e l'altra più varia e sincopata, affidata alla mano destra.
Ne deriva un'irrefrenabile, straordinaria vitalità che ci sollecita a seguire la musica facendola nostra. Da queste note ricche di brio e di fresca inventiva, sgorga infatti una vivacità corroborante e decisamente contagiosa che apre alla gioia e alla danza.

Buon ascolto!

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giovedì 3 luglio 2014

"Il linguaggio dei fiori e delle cose mute"

Sappiamo tutti che è stata l'arte dell'ultimo secolo - con la sua pluralità di movimenti d'avanguardia e con la nascita del design - a regalarci l'essenzialità  delle forme e a farcene cogliere la semplicità, dopo periodi in cui la ricchezza delle decorazioni era prerogativa irrinunciabile di uno stile.
E' stato infatti il Novecento - insieme a tante proposte innovative - a darci uno sguardo nuovo e talora rivoluzionario per osservare figure umane, oggetti, architetture o paesaggi, con un linguaggio che spesso ne sottolinea la sintesi e il nitore delle forme, semplicemente.

Tuttavia, sbaglieremmo a pensare che in passato tale essenzialità non fosse ricercata: basti ricordare la struttura di un tempio greco o di una pieve romanica, solo per fare qualche esempio. 
Ed è interessante scoprire che esiste una sorta di filo rosso che collega diversi artisti del Novecento a periodi lontani proprio per la ricerca di sintesi espressiva. Possiamo così ricondurre Carrà e Rosai in pittura - o Manzù e Martini per la scultura - addirittura fino a Giotto, passando attraverso Masaccio, e le citazioni potrebbero continuare.

Se vogliamo poi parlare di nature morte, anche in questo caso è possibile ritrovare significative corrispondenze tra presente e passato, annodando fili che suggeriscono riferimenti di sorprendente modernità.
Insieme a quadri seicenteschi ridondanti di fiori e frutta, pesci e carni, calici e brocche, cristalli, ceramiche, libri o strumenti musicali, troviamo infatti alcuni dipinti di una semplicità esemplare. 
Quello che mi sembra esprimere meglio tale carattere e che desidero presentare qui oggi è un olio su tela di Francisco de Zurbaràn (1598 - 1664) : "Tazza d'acqua e una rosa", conservato alla National Gallery di Londra.

Si tratta di una delle nature morte forse più rappresentative del Seicento spagnolo, splendida opera di un pittore che si è invece prevalentemente dedicato a soggetti religiosi. Il quadro ritrae pochi semplici elementi su di uno sfondo scuro: una tazza di ceramica chiara colma d'acqua sopra un piatto argenteo, sul bordo del quale è lievemente appoggiata una rosa. 
Un insieme riprodotto dall'artista anche altrove, sia pure con qualche differenza, e che qui - come hanno ipotizzato alcuni critici - probabilmente è solo la parte centrale di una composizione originariamente più ampia.

Ma al di là della storia del quadro e del significato simbolico degli elementi rappresentati, quasi certamente riferiti alla Vergine - l'acqua segno di purezza, il fiore riferito a Maria "rosa mistica" - è invece su alcuni aspetti formali che mi vorrei soffermare.

E' l'essenzialità della rappresentazione che mi affascina, insieme alla scelta dei colori e alla grande raffinatezza dell'insieme che fa di quest'opera un dipinto di rara eleganza che non finirei mai di contemplare.
Raffinatezza - dicevo - evidente nella bellissima rosa dal colore sfumato e nel meraviglioso, vago riflesso sul bordo liscio e lucido del vassoio.
Natura morta, certo, ed è ben vero infatti che la rosa dai petali già aperti e recisa dalla pianta ci riconduce alla "vanitas", alla percezione di una bellezza destinata ad appassire e a quel senso di caducità di cui l'arte barocca è ricca di esempi. 
Tuttavia, la composizione non affollata di oggetti, il loro nitore, i contrasti di tinte e la semplicità delle forme prive di alcuna decorazione ci regalano una creazione straordinariamente moderna.

Si osservino per esempio le linee essenziali della tazza, i toni chiari contro il fondo scuro, e il particolare dell'acqua che la riempie fin quasi all'orlo lasciandone scoperto il bordo, dove la maestria dell'artista ci regala sfumati, riflessi di luce e variazioni tinta su tinta. Delicatissimo poi il gioco di cerchi che rimanda a quelli più grandi del piatto sottostante.

Sono particolari che, certo, a un pittore del Seicento non sfuggivano, e da Caravaggio in poi molti dipinti di questo genere sono ricchi di raffinatissimi dettagli. Tuttavia, qui la purezza di linee degli oggetti è tale che non mi meraviglierei se avesse ispirato uno dei più significativi artisti del Novecento come Giorgio Morandi, in alcune delle sue splendide nature morte. 
Così pure - e so di fare un'affermazione un po' azzardata - la semplicità dello sfondo totalmente spoglio, costituito solo da due fasce scure di toni diversi, mi sembra precorrere il tempo e avviarsi a quella sensibilità coloristica che - tre secoli più tardi - porterà all'espressionismo astratto di Rotko.

Uno sguardo, quello di Zurbaràn, che vede quindi oggetti tradizionali in modo nuovo, in una rappresentazione che esprime molto più di ciò che appare e ci ricorda quel "linguaggio dei fiori e delle cose mute" di cui parlava Baudelaire.

Così, allo splendore di questo dipinto mi piace associare un brano di Bach altrettanto famoso che, nella lentezza ritmata del suo andamento, sembra favorire uno sguardo di contemplazione sulle immagini.
Si tratta dello splendido "Largo" dal "Concerto n.5 in fa minore per clavicembalo e archi BWV 1056", pezzo derivante da un perduto brano per oboe e inserito anche nella Sinfonia della Cantata BVW 156. L'intero concerto, inoltre, è stato oggetto di varie trascrizioni per diversi strumenti solisti tra cui il violino o - come in questo caso - il pianoforte.
Nel "Largo", il ritmo dei pizzicati accompagna la melodia con grande rigore e semplicità e ci regala un respiro di pace simile a quello che sembra emanare dallo splendore senza tempo del dipinto.

Buon ascolto!

(Per problemi tecnici con youtube ho dovuto cambiare il video e di  conseguenza l'interprete. Potete ritrovare Glenn Gould qui : https://www.youtube.com/watch?v=m8SSL2cOnqs