venerdì 23 giugno 2017

Le domande traverse

(foto presa dal web)
Tempo di esami, in particolare di maturità.
Anche se manco ormai da anni dal mondo della scuola, non posso non essere toccata dall'ansia di questi giorni, un po' per la curiosità di conoscere gli argomenti delle prove, un po' per qualcosa di viscerale che mi riporta indietro di parecchio.

Sono sempre andata a scuola più che volentieri, sia da studentessa che in seguito, quando sono passata - diciamo così - dall'altra parte della barricata. 
Ma se penso agli inizi del mio percorso di allieva, oltre che dalla gioia, li vedo contrassegnati dalla paura. Paura di sbagliare, di essere impreparata, di un voto o un giudizio negativo, ma soprattutto del compito in classe di matematica che - fino alla terza media - ho vissuto con profonda ansia più di qualsiasi altra prova. Per me era il compito per eccellenza, con tutta la sua carica di oscura minaccia!

Al tempo in cui frequentavo le elementari, parafulmine contro queste paure era mia madre. Ogni mattina, infatti, il mio timore era quello di sbagliare il problema che la maestra ci assegnava quotidianamente con inflessibile puntualità ed era divenuta procedura di rito che mia madre mi rassicurasse al momento di uscire di casa.
La scena avveniva di solito quando ero ormai sulle scale. 
Abitavo allora in un vecchio stabile, terzo piano, niente ascensore. 
Ho un ricordo azzurrino di quelle mattine, forse dovuto al colore delle pareti del pianerottolo o alla luce che filtrava dal lucernario soprastante. Salutavo la mamma, scendevo ma, arrivata alla fine della prima rampa di gradini dove la scala curvava leggermente, mi giravo e, levando il viso verso di lei che dalla porta mi seguiva con lo sguardo, immancabilmente chiedevo:
"Non sbaglierò il problema???"
Lei mi tranquillizzava assicurando che no, non lo avrei sbagliato!!! 
E io mi avviavo pacificata, trattenendo in me quella certezza come un tesoro fragile e prezioso.
Guai se mi avesse detto il contrario, se avesse azzardato un dubbio o anche parlato in termini di sola speranza! Guai se la sua risposta avesse tradito la minima esitazione! La sua incertezza mi avrebbe precipitato nella disperazione o confinato nello smarrimento.
La sua sicurezza doveva essere per me totale, granitica, la recita doveva essere perfetta. E anche se, nel mio istinto di bambina, intuivo che - appunto - di recita si trattava, pure essa bastava a rassicurarmi come un rito, una sorta di atto propiziatorio al quale mai avrei rinunziato.
Del resto, per lei non era poi così difficile sostenere quella parte: le minime difficoltà della scuola elementare e i miei risultati positivi contribuivano a fondare concretamente la sua convinzione.

Ma col passare del tempo le cose erano gradatamente cambiate fin quasi a capovolgersi. A misura che una certa sicurezza si faceva strada in me dissolvendo le varie paure, quella di mia madre invece s'indeboliva sempre più, forse anche in conseguenza dei miei esiti scolastici talora un po' altalenanti.

Ero approdata nel frattempo alle medie e poi alle superiori.
Ora era lei che, accompagnandomi alla porta, con una venatura di preoccupazione nella voce soprattutto nei giorni di verifica o interrogazione, raccomandava:
"Stai attenta alle domande traverse!!!".
Nel lessico di mia madre le "domande traverse" erano certo le astuzie e i trabocchetti orditi a volte dagli insegnanti per mettere alla prova gli studenti, ma rappresentavano anche tutto ciò che richiedeva sforzo di ragionamento, là dove non fosse sufficiente il piano e immediato soccorso della memoria. 
Erano per lei il simbolo dell'intelligenza tesa a smascherare me che viaggiavo invece nella più beata e sprovveduta ingenuità.

La rivedo, mentre mi ripete la frase con occhi attenti e nello sguardo il lampo di chi sta all'erta, sporgendo il capo dal tendone che schermava la nostra porta a vetri. Era una vecchia tenda nella quale, da bambina, mi avvolgevo inventando melodrammatiche storie nei lunghi pomeriggi della mia infanzia di figlia unica. Da quella si sporgeva mia madre, mettendomi in guardia contro le domande traverse e simbolicamente contro le insidie della vita. Per lei scuola e vita infatti erano simili: entrambe partite da giocare contro un avversario pronto ad approvare, ma anche a coglierti in fallo.
E a me che rifiutavo ostinatamente questo modo d'intendere l'esistenza e più ancora m'illudevo che il mio cammino potesse essere piano e luminoso come i miei sogni di adolescente, lei ricordava che la vita è spesso anche lotta per la quale occorre addestrarsi con armi interiori.
Attenta alle domande traverse era come dire: svegliati, pensa prima di parlare, ragiona, valuta gli ostacoli e soprattutto non fermarti alla superficie delle cose ma guardaci dentro!!!
Un richiamo, insomma, ad affrontare con occho vigile quanto di obliquo l'esistenza mi potesse riservare. Un richiamo che nel tempo mi si è radicato dentro ad accompagnare la bambina ch'è in me, insieme al lampo di quello sguardo che porto annidato nel cuore.

Allora, in armonia con questi piccoli ricordi di scuola, per passare alla musica ho pensato di proporvi un pezzo nato proprio come esercizio per gli studenti, anzi per meglio dire, "per utilità e uso della gioventù musicale avida di apprendere".
Lo so che, davanti a questa citazione, avete già indovinato autore e opera da cui il mio branetto di oggi è preso! Del resto, chi potrebbe essere se non Bach e quella meraviglia del "Clavicembalo ben temperato" ?
Si tratta infatti del "Preludio n.5 in Re maggiore BWV 850" del I libro, pezzo col quale a suo tempo ho lottato non poco ma che, al di là della sua struttura da esercizio didattico, è un piccolo, incantevole gioiellino.
Ritmo e scorrevolezza sono le sue caratteristiche principali. Ritmo - come si vede dallo spartito - scandito dalla sinistra che sottolinea l'andamento armonico, mentre dalla destra si dipana una melodia di rassicurante continuità che ripete la stessa frase musicale a livelli e toni diversi in una sorta di meravigliosa altalena.
E quest'esecuzione leggera ma soprattutto, in rapporto ad altre, non troppo veloce, ci dà modo di apprezzare - come sempre in Bach - l'unione di varietà e organicità, intento didattico e valore poetico.

Buon ascolto!

 

giovedì 15 giugno 2017

Terapia d'urto

H.Matisse: "La danza" - New York, Museum of Modern Art
Mi è già capitato diverse volte di parlare del potere terapeutico che la musica esercita su di noi e che la rende efficace al pari di un vero e proprio catalizzatore.
Da sempre, del resto, essa ha avuto la capacità di placare gli animi o d'infiammarli, di esortare o di commuovere, come ci testimoniano canti patriottici, inni, preghiere, ma anche dolci e ammalianti melodie.
  
Nelle culture dell'antichità, musica e medicina erano praticamente una cosa sola: lo sciamano sapeva che la vita del cosmo - come pure quella dell'uomo - è costruita secondo principi musicali ed è governata dal ritmo e dall'armonia. Di conseguenza era affidato alla musica stessa il potere di ripristinare tale armonia perduta. Dagli studi di Pitagora al mito di Orfeo o al racconto biblico in cui il giovane Davide suona l'arpa per guarire Saul dall'ipocondria, numerosi sono infatti i riferimenti al valore terapeutico delle note.

Il discorso è vasto, affascinante e ha fondamenti che anche la scienza sta esplorando attraverso studi sull'efficacia curativa delle diverse frequenze di suono. Ma non essendo un'esperta, preferisco restarne ai margini condividendo qui solo ciò che, nella mia piccola esperienza, mi è dato di cogliere.
E la mia piccola esperienza mi suggerisce che, per essere terapeutica, non è strettamente necessario che una musica sia dolce e lenta tanto da indurre al riposo. Il web è pieno di melodie rilassanti a cominciare da quelle di Mozart, Albinoni, Pachebel e via dicendo, alle quali si aggiungono brani costruiti appositamente a questo scopo attraverso la particolare intensità delle loro vibrazioni.
Ma - senza nulla togliere all'incanto o alla funzione di certe arie - se abbiamo bisogno di ritrovare forza, grinta ed entusiasmo ci sono anche altre musiche, magari non altrettanto dolci, ma ugualmente efficaci nella loro energia. 
A restituirci il gusto della vita, può forse servire la giocosa leggerezza di una sinfonia rossiniana, o la vivace architettura di una fuga di Bach o il crescendo del Bolero di Ravel capace di rapirci nel suo vortice di ritmo e di danza. 
E mille altri pezzi di altrettanti compositori.

E certamente anche un brano di Beethoven
Attenzione, però: non tanto il Beethoven del celeberrimo primo tempo della sonata "Al chiaro di luna" davanti al quale tutti c'incantiamo a sognare, e neppure quello del pacatissimo "Adagio" del "Concerto Imperatore" o dell'ancor più famoso "Allegretto" della "Settima Sinfonia", pezzi sublimi che adoro, intendiamoci!
Ma un altro Beethoven, capace di sprigionare in note un'energia nuova, rivoluzionaria, quasi una forza primigenia che - pur nel rispetto delle strutture compositive - s'impone al di sopra di tutto per la propria vitalità. 

Mi riferisco - solo per fare qualche esempio - al tempestoso terzo tempo sempre della Sonata "Al chiaro di luna" e meglio ancora al famosissimo esordio della "Quinta Sinfonia" o al finale della "Settima".
Proprio quest'ultimo è il pezzo che oggi propongo al vostro ascolto: il quarto movimento, "Allegro con brio", della "Sinfonia n.7 in La maggiore op.92".

Se la musica è terapeutica, questa è indubbiamente una terapia d'urto. Introdotto da due fortissimi accordi orchestrali, il brano si snoda infatti come una danza sempre più accesa e trascinante, in taluni passaggi simile anche a una marcia cadenzata, un crescendo d'irrefrenabile ritmo e vitalità che sfocia in un vortice di esaltazione dionisiaca, una sorta di baccanale.

Talora mi capita di pensare a quale dev'essere stata la sorpresa dei contemporanei del musicista - abituati a tanti pezzi di puro intrattenimento, ma anche all'equilibrio e alla compostezza di Mozart o Haydn - di fronte a una musica come questa che è una sorta di forza della natura. 
E, per analogia, mi viene spontaneo associarvi i contemporanei di Michelangelo che, dopo le dolci Madonne di Raffaello e Perugino, si sono trovati di fronte al Giudizio Universale della Sistina: un impatto dirompente per novità di stile, iconografia, realismo...tutto!

Ecco, Beethoven qui mi pare il Michelangelo dei musicisti, in un brano che supera gli schemi per affondare le radici nella vita e che - come spesso accade alle novità - a suo tempo non ha trovato consenso unanime. 
Se infatti il famosissimo "Allegretto" della "Settima Sinfonia" è stato subito entusiasticamente apprezzato dal pubblico e in seguito Wagner ha definito l'intera composizione "l'apoteosi della danza", il finale al contrario ha suscitato pesanti critiche. Basti ricordare che il compositore Carl Maria von Weber l'aveva definito opera di un malato di mente ed altri ritenevano che fosse stato scritto dalla mano di un ubriaco.
Ma se - come Beethoven affermava - "la musica deve far sprizzare fuoco dallo spirito degli uomini", lo scopo è stato raggiunto. 
Io sento in essa la libertà assoluta del compositore che dà voce al proprio istinto gioioso facendolo prevalere su di una visione dolorosa e tormentata dell'esistenza che lui stesso - all'epoca già colpito dalla sordità - aveva sperimentato. Ne deriva una suprema affermazione di vita di una grandezza entusiasmante.

A renderci partecipi di tale grandezza è la prestigiosa "Simon Bolivar Symphony Orchestra of Venezuela" qui diretta da Gustavo Dudamel. 
Fondata nel 1978, essa è uno dei frutti del sistema di educazione musicale pubblica, libera e gratuita per i bambini di tutti i ceti sociali, istituito dal Maestro Josè Antonio Abreu. Buona parte dei musicisti proviene infatti da situazioni economico-sociali disagiate e l'accesso al mondo della musica diventa cosi via di fuga dalla povertà e insieme strumento di promozione non solo artistica, ma anche umana e intellettuale.
A ben guardare, un'efficace terapia anche questa, un'iniziativa che merita certamente applausi senza fine e tutto l'entusiasmo che sentirete...

Buon ascolto!

mercoledì 7 giugno 2017

Prendere il largo...

Penso che tutti noi - sia che della musica abbiamo una conoscenza approfondita, sia più limitata e occasionale - abbiamo sempre colto quanto il suo universo sia vario e multiforme. 
E non semplicemente per i tanti generi che essa ci propone, ma perchè anche all'interno di ciascun genere il talento di ogni compositore sa spaziare attingendo a fonti inesauribili di bellezza e novità.
Sono soltanto sette le note, o dodici se preferite, ma - coniugate da uno spirito infinito, da un'ispirazione originale e da una pluralita di stili e ritmi - diventano capaci di toccare ogni più piccola sfera dell'animo, ogni sfumatura di sentimento, arrivando talora ben al di là delle intenzioni del compositore.

Sta proprio qui il bello e un po' anche il mistero che sperimentiamo ogni volta che ci accostiamo ad un'opera arte, a qualunque campo essa appartenga. 
Al di là del significato attribuitole dall'autore, a volte le emozioni che essa suscita vanno oltre, come se un varco si aprisse verso orizzonti sconfinati ed essa prendesse ad interagire con noi portandoci lontano.
Ciò può accadere in modo ancor più marcato con quelle musiche non strettamente legate a dei testi i quali di solito, se da un lato lasciano una certa libertà d'interpretazione, dall'altro però la circoscrivono entro precisi limiti di parole. La musica non mediata dalle parole, infatti, arriva subito al profondo in maniera totalmente libera, andando a svegliare emozioni che vibrano in modo tutto nostro.

Ma talora ciò accade ugualmente anche con brani inseriti in un determinato contesto o all'interno di una particolare trama, e che tuttavia se ne distaccano prendendo a vivere di luce propria.
Mi pare sia così per il pezzo di oggi che ho da tempo in lista di attesa: il famoso quanto suggestivo "Intermezzo" dall'opera "Suor Angelica" di Giacomo Puccini (1858 - 1924).
Conosciamo tutti la triste vicenda che vi si dipana ambientata alla fine del Seicento. Essa ha per protagonista una fanciulla aristocratrica, costretta da sette anni in convento per scontare un peccato d'amore e la conseguente nascita di un figlio che le è stato subito tolto, così come - in seguito - lei stessa sarà esclusa dal patrimonio di famiglia. 
Una storia non infrequente nei secoli passati e che - sia pure con le dovute differenze - ha due grandi precedenti letterari: la manzoniana Monaca di Monza de "I Promessi Sposi" e Maria, protagonista del romanzo giovanile del Verga "Storia di una capinera".

Nell'opera di Puccini, l'Intermezzo interviene poco prima della conclusione della vicenda, quando Angelica ha appreso la notizia della morte del figlio e medita un suicidio del quale, ormai morente, si pentirà invocando dalla Madonna il perdono.
Il pezzo è soffuso di profonda malinconia e ben si adatta all'argomento e alla situazione. E' u
na mirabile piena di sentimenti quella che le note del compositore ci offrono, effusione dell'amore di Angelica per il figlio mai dimenticato e desiderio di ritrovarlo nella morte. Il brano è segnato infatti nella parte centrale da accenti prima drammatici, poi gradatamente più lievi, e va a concludersi con un pacatissimo accordo in tonalità maggiore: un'apertura di serenità, forse riferimento alla visione finale in cui la Madonna mostrerà il bimbo ad Angelica morente.

Tuttavia, al di là del contesto narrativo che pure le note interpretano con rara efficacia, resta comunque una musica aperta, pervasa da un'ansia d'infinito e percorsa da una ricchezza di emozioni che si allarga come un mare portandoci lontano. Una musica dai contorni sfumati e talora dissonanti come il passaggio da un mondo dai confini certi all'indeterminatezza dell'ignoto.
E quando il tema iniziale viene ripetuto con maggiore intensità - ritmato e sostenuto dagli arpeggi orchestrali a 1,09 della clip audio - sembra proprio che la melodia prenda il largo verso orizzonti sconfinati, come una barca si appresta ad affrontare il mare aperto. 
Il mare aperto della morte, ma anche della vita, delle mille suggestioni che essa ci offre e dei segreti anfratti dell'anima che queste note, mirabilmente, sanno toccare.

Buon ascolto!

 

martedì 30 maggio 2017

I giardini della musica

Mi diletto, ogni tanto, a sfogliare riviste di arredamento nelle quali - tra le varie immagini - mi affascinano in particolare certe case della provincia francese o altre immerse nella campagna inglese.

Si tratta di antiche dimore spesso restaurate, talora più rustiche, altrove più signorili, ma sempre circondate da splendidi giardini arricchiti da una vegetazione varia e ben curata. Così mi piace lasciarmi incantare dalle foto di tanti angoletti di verde dove immagino che sarebbe bello vivere e ristorare l'anima.

Penso - e forse m'illudo - che talora basti poco per alleggerire il respiro quando si fa affannoso, ma sono certa che un luogo intimo e accogliente in mezzo alla natura possa comunque aiutare. 
Credo che in me giochi il ricordo di giardini frequentati in passato dove l'ombra di un glicine, un cespo di ortensie o una siepe di gelsomini non erano solo indice di amore per la natura, ma espressione di un'accoglienza fatta di calore e di affetto con la quale si fondevano.
Allora, mi piacerebbe proprio possedere un angoletto di verde pieno di frescura dove invitare gli amici, un luogo piccolo e appartato, fatto per il riposo e le confidenze, ma anche soltanto così, per lasciarsi vivere in una dimensione di silenzio. Un angolo semplice: un tavolino rustico, una bibita fresca o una cioccolata calda - secondo la stagione - qualche poltroncina dove assaporare un dolce abbandono guardando il cielo tra le foglie, e una spalliera di verde a proteggere dal vento o da occhi indiscreti.

Ma non ho un giardino tutto mio, così mi diletto ad osservare le immagini di quelli degli altri e a viverne l'atmosfera attraverso la suggestione che esse mi lasciano.
E allora perchè mai oggi parlo di queste cose?
Perchè - ci pensavo nei giorni scorsi e spero non sia un atto di presunzione - forse anche questo blog può essere un po' così. Condividere la musica dei grandi, infatti, è un po' come offrire ai lettori una poltroncina nei loro giardini e dire: "Oggi andiamo a ristorarci qui". Sono tanti gli angoletti di verde che essi ci regalano, vari come varia è la loro musica: ora punteggiati di fiori variopinti o ricchi di fitta vegetazione, ora marezzati di luce o pieni di un verde ombroso e scuro in cui smarrire dolcemente lo sguardo, ma sempre accoglienti.

Allora, il giardino in cui oggi vi invito a sostare per qualche momento è quello di un musicista nuovo per questo blog e non tra i più conosciuti, anche se il suo stile ve ne ricorderà subito un altro, decisamente più famoso.
Si tratta di John Field (1782 - 1837), pianista e compositore irlandese cui spetta il merito di aver inventato il Notturno come genere melodico per pianoforte solo. E qui avrete già capito che il carattere delle sue creazioni sarà preso poi a modello da Chopin che lo renderà celebre portandolo alla massima espressione.
Il brano che vi propongo è appunto il "Notturno n.4 in La Maggiore", composizione romantica e sognante che - nonostante il nome - non evoca in modo particolare la suggestione della notte, ma si rivela ricca di luminosità e trasparenza. Una fresca trasparenza che il timbro del Bosendorfer mette particolarmente in luce, insieme all'interpretazione della pianista Giulia Rossini che mi pare sappia regalarci tutta l'anima del pezzo, fatta di affascinante delicatezza e intensa passione.
E' infatti una ricca gamma di sentimenti quella che le note esprimono nell'alternanza di tonalità maggiore e minore: dalla gioia ai passaggi più tempestosi della parte centrale del brano e infine ancora alla serenità, come nuvole che percorrono un cielo di primavera o pensieri che attraversano l'animo e vanno piano a svanire. 
O come un cuore che, dopo tanto affanno, nella contemplazione della Bellezza ritrova la propria pulsazione naturale insieme a una profonda sintonia col creato.

Buon ascolto!
 

lunedì 22 maggio 2017

Prove d'orchestra

Autografo bachiano del "Concerto BWV 1055"
Quando ci troviamo di fronte allo splendore di un'opera d'arte - in campo musicale, figurativo, letterario, teatrale e via dicendo - spesso siamo portati a pensare a tutto il lavoro che essa presuppone e a quale complessa elaborazione si renda necessaria per creare una tale meraviglia.

Incuriositi dal risultato, talora siamo anche presi dal desiderio di scoprire cosa c'è dietro e di indagare la molteplicità di strumenti, competenze, abilità, genio e fantasia che concorrono ad offrire a un pubblico un' esperienza di bellezza.
Ci accorgiamo così che quasi sempre essa è il frutto di un lavoro molto articolato e di una fatica perseverante, soprattutto se la realizzazione dell'opera - come un'esecuzione orchestrale, una creazione architettonica o un film - non è affidata a un singolo, ma a più persone che devono armonizzare talenti diversi per un fine comune.
Musicalmente parlando, sono particolarmente affascinata da tutto l'impegno preparatorio che sta dietro ad un concerto, esattamente da quando ho assistito per la prima volta ad una prova d'orchestra. Ma qui devo tornare indietro a un antico ricordo.

Le nove del mattino di un Sabato Santo, sono ad Orvieto. 
Mentre ci apprestiamo - io e i miei compagni di viaggio - a visitare il Duomo, ci accorgiamo che intorno alla chiesa c'è un movimento inconsueto per quell'ora. Entriamo e - per uno di quei colpi di fortuna che capitano di rado - ci troviamo nel bel mezzo delle prove del Concerto del Sabato Santo che si terrà poi nel pomeriggio, diretto nientemeno che da Gianandrea Gavazzeni. 
Si suona Mozart: "Vesperae solemnes de confessore K.339".  
Inutile dire che saltano i programmi della giornata e restiamo lì quasi tutta la mattina beati ad ascoltare, nel freddo di una chiesa gelida che neppure i bocchettoni di aria calda posti intorno all'orchestra riescono a mitigare. 
Ma che importa?
Siamo al cospetto della Bellezza e mentre m'innamoro del "Laudate Dominum" - tra l'altro uno dei primi pezzi pubblicati in questo blog, precisamente qui - dalle osservazioni che il maestro Gavazzeni rivolge ai musicisti e al coro, mi rendo conto di quale lavoro capillare di rifinitura, di lima, di cesello stia alla base di un'esecuzione come questa. Spesso di tratta di sottilissime sfumature, differenze poco significative per l'orecchio di profani come la sottoscritta, ma essenziali per un'interpretazione tesa non semplicemente a leggere una partitura, ma a farla parlare il più intensamente possibile scandagliandone dinamiche e possibilità espressive.

È un'esperienza cui assisterò ancora in futuro fino alla recente serie di prove d'orchestra del maestro Riccardo Muti trasmesse in tv lo scorso anno. 
Ma - sia pure a un livello diverso - non voglio passare sotto silenzio quelle del mio coretto di paese dove ritrovo pazienza e perseveranza, insieme al rigore indispensabile per far fiorire un testo musicale.

Così, oggi mi sono lasciata tentare da una clip-video che ci presenta un brano preceduto proprio da una breve prova d'orchestra.
E' il trentaseienne francese David Fray, pianista già affermato a livello internazionale, a guidare la Deutsche Kammerphilarmonie di Brema in un accattivante pezzo di Bach: il primo movimento, "Allegro", dal "Concerto in La maggiore BWV 1055".
Cultore di Bach quasi al pari di Glenn Gould al quale è stato paragonato per la sua originalità nonchè per la sua abitudine di canticchiare la melodia che suona, Fray ci offre un'interpretazione fatta di libertà creativa e al tempo stesso di rigore, di ritmo e insieme di morbidezza.

Il video - prima della registrazione che occupa gli ultimi quettro minuti - si apre con uno scorcio di prove e un paio di inserti in cui il solista illustra alcuni aspetti del testo musicale.
Anche senza traduzioni, si può cogliere il senso complessivo del discorso. 
In sintesi, Fray richiama gli orchestrali ad un'esecuzione più ricca di accenti, dalla quale le modulazioni emergano con più articolata leggerezza e il ritmo scaturisca più vivo e marcato. Spiega inoltre che la parte pianistica tende ad animare di abbellimenti la base orchestrale, quasi vi sovrapponesse un merletto di note.
Il risultato è un'interpretazione brillante e movimentata che, se da un lato fa affiorare il "legato" tra i vari passaggi melodici, dall'altro esalta lo "swing" già presente nei testi bachiani così come la modernità e la gioia che li anima.
Modernità e gioia evidentissimi anche dall'entusiasmo e - oserei dire - dal gusto fisico con cui Fray suona, benchè la sua enfasi possa apparire talora un po' spinta.
Ma - a mio modesto avviso - è un concerto di uno splendore che risolleva l'anima e ci consegna un Bach più vivo che mai.
E finalmente "on va enregistrer"!

Buona visione e buon ascolto!

domenica 14 maggio 2017

"Quando canterai, non fermare il suono..."

Henri Fantin-Latour: "Rose bianche in un vaso verde" (particolare)
Se la gioia, come recita il titolo di questo blog, vuol esserne il segno distintivo, non è detto però che essa possa sempre trasparire immediata e luminosa da tutti i brani musicali.

A volte è una conquista, una piccola luce in fondo al tunnel, una speranza nascosta nella commozione che la musica sa suscitare e che si annida tra nota e nota, aprendo il cuore e disponendolo alla serenità.
E se tante melodie riescono a sciogliere i nodi che magari ci portiamo dentro, a maggior ragione il canto, con la sua intensità ora sommessa ora potente, può avere talora un impatto catartico.

È l'effetto che mi pare possa sortire il brano di oggi, un pezzo che covavo in cuore da qualche tempo senza decidermi a pubblicarlo.
Si tratta di una composizione di Bepi de Marzi intitolata "Dormono le rose", armonizzata in modo straordinario come del resto molte delle sue creazioni, riconoscibili per la forza e al tempo stesso la delicatezza del loro afflato poetico. È infatti una luminosità pacata quasi crespuscolare, insieme a un velo di malinconia, quella che ci pervade e ci avvolge dalle prime battute, con un fascino che traspare sia dalle parole che dal testo musicale ricco dello spessore di numerose dissonanze.

"Chiudo nel silenzio questa primavera, tienimi la mano e lascia la stagione."

Non so di preciso a cosa facciano riferimento le parole iniziali del canto, forse un evento che ha segnato di dolore l'anima di chi scrive, un dolore che ricorre anche più avanti quando il testo allude a un pianto del cuore. Ma è una sofferenza che la musica attraversa con passo lieve per farne emergere poi luce e forza con accenti di una solennità quasi religiosa.
Vi si evoca un passaggio, un distacco, ma anche il conforto di una vicinanza. 
E l'immagine delle rose che "dormono" nella siepe della casa - con la sua atmosfera sfumata più autunnale che primaverile - diviene metafora di una stagione esistenziale forse conclusa e tuttavia ancora viva nel profumo dei fiori che va a confondersi col sospiro della valle....Un linguaggio poetico che resta indefinito perché lo si possa più liberamente scandagliare e interpretare.

Ma più forte e risoluto risuona poi il ritornello che, dopo la tristezza iniziale, ci indirizza verso la gioia con un crescendo di tale commossa e vibrante intensità che nell'ultima strofa mette i brividi tanto è robusto e insieme struggente. Un'intensità che ci sovrasta come un'onda dalla quale lasciarsi avvolgere a cuore aperto.
"Cerca le parole della poesia, cerca la memoria dei giorni innamorati" è infatti un'esortazione a ritrovare in se stessi l'incanto e l'espressione che dà senso al nostro vivere, nel segno di una memoria che resta e ci consegna quell'amore donato che nessuno ci potrà togliere.

Ancora più affascinante è la strofa successiva: 
"Quando canterai non fermare il suono: l'eco sa capire quando piange il cuore."
Se nulla può riecheggiare in un cuore vuoto, da un'anima sofferente può rinascere la vita in tutte le sue svariate risonanze, come un'acqua che scorre in un terreno d' inaspettata fecondità. 
"Non fermare il suono": forse esortazione a dare sfogo a un dolore, ma anche a non fermare quella linfa che in noi cova germogli di sorprendenti primavere, e a seguire quella musica interiore in cui vibra la scintilla che un giorno ha dato forma al nostro esistere.

Ma insieme a questo, la frase mi ricorda anche il gesto di alcuni musicisti - soprattutto pianisti e direttori d'orchestra - che, a conclusione di un pezzo, seguono e accompagnano con le mani l'eco dell'ultima nota, finchè il suo riverbero non va lentamente a svanire nell'aria per fondersi col silenzio ed entrarci nel cuore.
Proprio come - a conclusione delle varie strofe e alla fine del brano - si dissolvono piano le voci del coro in un miracolo di delicata bellezza.

Buon ascolto!

domenica 7 maggio 2017

L'infinito garbo della musica

"Suonatore di flauto" - Tomba dei leopardi - Tarquinia
Oggi inizio con una domanda, un interrogativo semplice semplice che tuttavia può stimolare qualche piccola riflessione.
Perchè ci avviciniamo alla musica e che cosa andiamo cercando in essa?
  
Una terapia dell'anima? 
Un coinvolgimento dello spirito capace di farci vivere ora serenità e pace, ora trascinanti passioni? 
Un ritmo che riempia di entusiasmo ed energia la nostra quotidianità? 
Una scintilla che ci apra il cuore facendo sgorgare da noi mille vite che neppure immaginavamo di possedere???

Penso tutte queste cose insieme e ancora di più. 
Talora ci si avvicina alla musica per godere del puro piacere dei suoni, talaltra in cerca di riposo o divertimento, ma spesso per appagare la nostra tensione verso un'armonia più profonda. 
A condurci verso il mondo delle note è il desiderio a volte inconscio di ritrovare un' antica, originaria sintonia con noi stessi e col creato che - lo sentiamo - è sostanziato di musica. Esiste infatti un'affinità profonda tra l'essere umano e il mondo dei suoni non solo perché tutta la natura ne è pervasa e con essi ci parla, ma perché forse il suono è addirittura all'origine del mondo. Forse l' input che ha dato - per così dire - il la all'universo è stata una nota, un'energia la cui vibrazione si è propagata come un'onda sonora che ancora non ha fine.

La cosa non è molto lontana dal vero. Recenti ricerche di un gruppo internazionale di scienziati stanno infatti scoprendo che il big bang da cui si è originato l'universo avrebbe proprio un suono, una vibrazione paragonabile a quella di un flauto. Così pure, altri studiosi hanno appurato che la realtà fisica è governata da ordini geometrici basati su frequenze di suono e che la materia probabilmente si è formata rispettando un'armonia musicale. 
E sempre a un suono primordiale fa riferimento - per esempio - San Giovanni nel prologo del suo Vangelo quando esordisce dicendo: "In principio era la Parola". Discorso affascinante e complesso che ora mi limito ad accennare, ma che meriterebbe ulteriori studi e approfondimenti.

Penso quindi che nella musica si vada cercando quella con-sonanza tra noi e il creato intero che essa ci aiuta a cogliere, come se l'ispirazione dei compositori attingesse ad una fonte viva nell'energia dell'universo e ce la regalasse nei modi e caratteri che la multiforme fantasia della musica suggerisce. Tra questi, il suo infinito garbo. 
Garbo, sì: non solo il fuoco, la tempesta o il tormento di tante mirabili opere, ma anche la brezza leggera, quella carezza che spesso agisce su di noi e sulla nostra anima con un tocco di lieve e terapeutica discrezione. 
Si tratta di un particolare sguardo sulla realtà che ce ne restituisce dolcemente lo splendore e l'incanto, simile al gesto di una persona amica che ci accompagna piano, con mano ferma e insieme leggera.

E parlando di garbo, come non pensare a Mozart
Non si tratta tuttavia - a mio modesto avviso - dell'attitudine galante e salottiera che ha reso famosi svariati suoi brani, o almeno non solo di quella. Ma il suo garbo è proprio uno sguardo tutto interiore sulla vita, una sorta di eleganza e levità del cuore che ricompone luci ed ombre dell'esistenza in una visuale di supremo equilibrio.
A questo proposito, uno dei tanti esempi mi pare possa essere rappresentato dalla "Sinfonia in La maggiore n.29 K.201" della quale oggi vi propongo l'"Allegro" iniziale.
Vi si avverte subito la freschezza del compositore appena diciottenne insieme - qua e là - all'eco dei luminosi concerti per violino scritti proprio in quegli anni. Infatti, fin dall'esordio il pezzo è venato di stupore, pervaso da un senso di attesa gioiosa che la musica dispiega poi con qualche passaggio ombroso, ma senza mai ferire. Mentre più spesso si dipana con una vivacità ricca di fremiti e una concitata leggerezza creata dalle frequenti note ribattute.

Un garbo che è misura e che si traduce anche in una mirabile chiarezza compositiva: basta osservare la partitura orchestrale che ci offre la clip-video. Sappiamo tutti quanto Mozart sia famoso per la sua scrittura musicale nata spesso di getto e già perfetta, senza necessità di correzione alcuna. Ma qui mi pare di leggervi ancora di più: non occorrono particolari competenze per notare con quale limpido ordine, nitidezza ed equilibrio sono strutturate le varie parti strumentali. 
E anche tale costruzione mi sembra specchio di uno spirito toccato dalla grazia di una suprema armonia.

Buon ascolto!

domenica 30 aprile 2017

Riposanti armonie

Mi è capitato spesso viaggiando per l'Italia - ma anche altrove - di pensare a quanto il luogo in cui abitiamo, con il paesaggio, i monumenti e soprattutto la natura che ci troviamo intorno, influenzi in maniera non indifferente il nostro stile di vita e in fondo anche il nostro modo di essere.

L' osservazione è tanto ovvia da rischiare la banalità e tuttavia profondamente vera. 
"Voglio una vita con davanti il mare"  recita una famosa frase su Twitter e - se permettete - io direi anche con la montagna. 
Non è certo la stessa cosa aprire la finestra al mattino e invece del parcheggio dell'ipermercato trovarsi davanti, che so, volete un esempio a caso?....il Gran Paradiso! 
O ancora vivere in uno di quegli splendidi borghi immersi tra dolci colline di ulivi, dove le vie sono inesorabilmente in salita - o se preferite in discesa - invece che nella mia pianura. Come non è la stessa cosa abitare a due passi dalla campagna o, al contrario, nel cuore di una metropoli dove "le case aggiunte a case e le strade che sboccano nelle strade" a volte paiono proprio togliere il respiro.

Con questo non intendo dire che la vita in una grande città non possa essere bella: anch'essa ha i suoi angoli ricchi di fascino e talora di poesia. Il discorso sarebbe lungo e articolato perchè ogni ambiente presenta aspetti positivi e negativi, vantaggi e limiti che non solo modificano l'esistenza dal punto di vista pratico, ma in qualche modo possono mutare anche la disposizione del cuore e il nostro approccio alla vita.
In ogni caso, tuttavia, ciò che spesso fa la differenza è la vicinanza della natura perchè è un elemento vitale sempre cercato talora anche inconsciamente.
A volte basta un albero, un rampicante sul muro, un'aiuola fiorita, meglio ancora un giardino o un parco a rasserenare l'animo e a risvegliare in esso la sua profonda sintonia con la bellezza. Immaginiamo quindi come tale sintonia si faccia più intensa per chi vive vicino a un limpido specchio d'acqua, a due passi da un bosco o in mezzo a una campagna ricca di alberi e magari di acacie fiorite, come in questa stagione.

Ed è stata la suggestione di tale bellezza ad ispirarmi la scelta musicale di oggi: un brano corale di Felix Mendelssonh Bartholdy (1809 - 1847) intitolato "Abschied vom Walde" (Addio alla foresta) terzo dei sei Lieder op.59 per voci miste a cappella. 
Il pezzo, composto sui versi del poeta Joseph von Eichendorff, ci trasporta in un romantico e riposante clima di calma contemplativa. Il testo è proprio un inno alla sacralità della natura contrapposta alla città vivace e colorata ma dai valori effimeri, nella quale può sopravvivere solo un cuore che porta in sè la giovinezza e l'armonia della natura stessa.
Pregevole l' interpretazione del Coro delle Università di Monaco che, oltre a un grande equilibrio tra le voci, sa regalarci anche sfumature di notevole morbidezza. 
Confesso che di solito preferisco organici meno numerosi - i King Singers o gli splendidi Vocal Consort Berlin per fare qualche esempio - perché i gruppi più ampi, se guadagnano in potenza, non sempre consentono di cogliere anche i minimi dettagli del testo musicale. 
In questo caso invece, nonostante siano numerosissimi, i coristi riescono ad offrirci un'interpretazione a mio avviso perfetta, soprattutto nei finali dove la fusione delle voci ha un effetto di particolare, carezzevole soavità.

Buon ascolto!

sabato 22 aprile 2017

Ainsi soit-il !

Siamo nell'Ottava di Pasqua, così oggi vi regalo un pezzo che - sia nella musica che nel testo - riflette proprio la luminosità della gioia pasquale come un fuoco che, una volta acceso, è destinato a durare e a splendere.

Si tratta del vivacissimo "Et resurrexit" dal "Credo" della "Missa cellensis n.3 in Do maggiore, Hob XXII:5", conosciuta come "Missa Sanctae Caeciliae" di Franz Joseph Haydn (1732 - 1809). 
Il brano si caratterizza per la sua leggerezza, la gioiosa concitazione e un crescente slancio che va a culminare nella splendida e grandiosa fuga conclusiva.
Tuttavia, ad attirarmi in esso non è solo la musica in senso stretto.  
Certo, Haydn è uno dei miei compositori preferiti, ma ad affascinarmi è anche il prestigiosissimo ensemble "Les Musiciens du Louvre" diretto da Marc Minkowski che ci offre un'interpretazione di straordinaria bellezza.
E' al suo interno che mi ha colpito il modo in cui i coristi, gli orchestrali e il direttore vivono la musica. Non si tratta di semplice bravura nell'eseguire un brano o nel ricoprire un ruolo, ma della passione con cui ciascuno - prima di ogni altra cosa - ha interiorizzato la partitura e ce la restituisce attraverso lo sguardo, il sorriso, la propria intensità o la propria concentrazione.

Sono osservazioni che mi era già occorso di fare agli inizi di questo blog e precisamente qui, a proposito di un brano di Haendel eseguito - guarda caso - sempre da "Les Musiciens du Louvre" sotto la direzione di Marc Minkowski
Già a suo tempo infatti - sia pure molto più brevemente - avevo osservato quanto una contemplazione tutta interiore della musica possa far affiorare dal volto di ciascuno la parte più vera del cuore.

Lo stesso accade oggi col brano di Haydn.
C'è un modo di suonare, cantare e dirigere che parte dall'anima e va oltre lo splendore delle note fondendole con la nostra umanità. Certo, interpretare comporta sempre una fusione d'anima col brano eseguito e più ancora se esso implica il canto. Ma qui tale coinvolgimento mi sembra ancor più vivo e mi pare
significativo che emerga non da un'esibizione pubblica nella sua cornice di ufficialità, ma nel contesto quotidiano di quella che - forse - è solo una prova.

Guardiamo i coristi, per esempio: grazie anche a sapienti inquadrature, dai loro atteggiamenti possiamo cogliere ora un' attenta concentrazione, ora un sorridente abbandono all'onda della musica.
Osserviamone i volti, gli sguardi: ciascuno di essi ci racconta una storia, di ognuno forse potremmo intuire il carattere, tanto certe espressioni - a volte trasparenti e serene, altrove più serie e pensose - pur nella loro pacatezza ci parlano. Spesso sono solo sfumature, minimi dettagli rivelatori di individualità diverse, ma unite nella volontà di far risplendere la musica nell'esattezza della sua scrittura, nella viva alacrità di un impegno comune, ma soprattutto attraverso la passione di ogni singolo interprete a cominciare dal direttore.
Splendida infatti la sua gioia, la sua sorridente intesa con i coristi, frutto di una guida attentissima, di un'energia straordinaria e di uno stupore da bambino: vi siete accorti, vero, del suo silenzioso applauso proprio nell'ultima inquadratura della clip video?....
  
Ed è appunto verso la conclusione che va a concentrarsi la vivacità del coro, convergendo sull' Amen finale che in francese suona "ainsi soit-il" come leggiamo in sovraimpressione.
Sì, così sia, non solo a un Credo di semplici parole, ma alla sconvolgente concretezza che esso afferma, a una Resurrezione che permea di ogni aspetto della quotidianità per suscitare quella speranza senza confini  ripetutamente proclamata nella fuga dell' "et vitam venturi saeculi".
E così sia anche alla gioia viva che questa musica e i suoi interpreti ci offrono, guidandoci a fissare lo sguardo sull'Essenziale! 

Buona visione e buon ascolto!