domenica 24 settembre 2017

Una corsa all'aria aperta

Un brano concitato e vibrante quello di oggi! 
Una musica vivacissima che ho scoperto ripercorrendo le opere di un autore pubblicato qui nel luglio scorso e che desidero subito condividere con voi.

Si tratta di Edward Grieg (1843 - 1907) e del "Preludio" della "Holberg Suite per archi op.40", scritta nel 1884 e dedicata al drammaturgo Ludvig Holberg per la celebrazione dei duecento anni dalla sua nascita.
Come altri brani più famosi del compositore norvegese, anche questo è caratterizzato da notevole freschezza ed è ricco di una vivacità che ci consente di sbrigliare la fantasia. 
Possiamo infatti lasciarci catturare dal ritmo teso e fremente dei violini e delle viole, immaginando cavalli in corsa con le criniere al vento, in mezzo a una prateria o sulla riva del mare. Un'irrefrenabile e gioiosa galoppata all'aria aperta, un ritmo rapinoso che ci porta via con sè, leggero e movimentato nella sua struttura di terzine ascendenti, sulle quali s'impostano poi alcuni intervalli di quinta discendente.

Nel brano, Grieg ci presenta riferimenti e passaggi orchestrali che - in memoria di Holberg - ci riportano alla cultura musicale del Settecento, anche se il compositore li risostanzia del proprio spirito con un'impronta del tutto personale fatta di trascinante vivacità.
La struttura stessa della Suite, del resto - formata da Preludio, Allemenda, Gavotta, Aria e Rigaudon - rimanda a danze che si ritrovano spesso nelle opere in stile barocco, a cominciare da quelle bachiane. E lo conferma anche il sottotitolo della composizione dove si precisa: "in stile antico".
Risuona infatti talora in questa musica un'aura di solennità, alla quale tuttavia Grieg conferisce sempre tocchi originali di vivacissima freschezza. 
Sono effetti creati ora dall'andamento vibrante di viole e violini, ora dai pizzicati attraverso i quali il musicista sembra divertirsi giocando con le note.

Ma quello che si avverte sempre più chiaro e marcato è un impeto di fondo, non tempestoso e tragico come troviamo a volte in altri compositori, ma all'inizio leggero e poi sempre più teso a sprigionare una prorompente energia fino alla solare, luminosissima conclusione. 
Una corsa nel vento a briglia sciolta, quasi un richiamo al mondo della natura nel respiro dei suoi spazi aperti: un modo di celebrare la vita nella sua esuberanza e nello splendore delle sue manifestazioni.

Buon ascolto!

domenica 17 settembre 2017

Stagioni interiori

Lago Verney (foto di Roberta Vacchiero)
























Ci sono talora immagini che, con il loro splendore, i colori, ma soprattutto con la particolare atmosfera che sanno creare, colgono in pieno un clima, la fisionomia di una stagione, rispecchiando non solo squarci di paesaggio fuori di noi, ma anche panorami interiori.
Possono essere dipinti, disegni, fotografie, ma sempre capaci di rappresentare il nostro vissuto qui e ora, suggerendoci una miriade di sensazioni. E a volte capita che abbiano un impatto di tale suggestione da stabilire con noi misteriose corrispondenze, quasi iniziassero a parlarci.

È ciò che mi è accaduto quando, navigando nel sito web "Valle d'Aosta oltre le immagini, le emozioni", mi sono imbattuta nella foto che vedete in alto. 
La mia reazione è stata immediata come mi fossi trovata proprio lì, sulle rive del Lago Verney, vicino al colle del Piccolo San Bernardo, in un giorno di settembre verso il tramonto.
A catturarmi subito è stata la totale solitudine di quel paesaggio spoglio che la piccola costruzione in pietra chiara - unica in tanto spazio aperto - non fa che sottolineare. E con la solitudine mi ha raggiunto la percezione di un silenzio intatto, insieme alla dolcezza dei colori caldi e un po' bruciati del prato ormai autunnale, in contrasto con l'azzurro cupo del laghetto e quello chiarissimo del cielo. Contrasti non così netti come in piena estate, ma segnati da ombre che si allungano qua e là, accarezzando il paesaggio e lasciando intuire che il sole sta calando.

Mi è parso di specchiarmi in questo panorama, ritrovando nella sua solitudine e nella percezione del tempo che passa non l'apparente senso di vuoto, ma una rasserenante pace lontana da qualunque tristezza. 
E mi ha ricordato l'incanto dell'ultima passeggiata fatta in montagna non molti giorni fa, al tramonto, mentre le ombre scendevano piano sul paese già deserto e immerso nel silenzio. Una solitudine esteriore, ma segno di una vita che continua dentro, nelle case, nei cuori, nel segreto della terra.
Anche allora, ho avvertito le sensazioni che mi ha sempre comunicato l'atmosfera di settembre: la suggestione di un tempo che finisce stemperandosi nella dolcezza che prelude all'autunno, e insieme il presagio ancora indistinto di altra vita che verrà.
Sensazioni create dal fascino del paesaggio, certo, ma capaci di raggiungerci come un dono da covare poi nel chiuso nell'anima, lasciandoci pervadere dalla morbidezza infinita del mutare della stagione.

Così, a commento di quest' immagine, ho scelto per voi - e per me - un brano di Ludwig van Beethoven che amo da sempre, ma che non ascoltavo da parecchi anni, non so bene perchè. Talora c'è un segreto pudore che ci impedisce di concederci a quelle musiche che hanno segnato particolari periodi della nostra vita e che hanno il potere di farceli ripercorrere, restituendoci un mondo di sensazioni intatte. 
Ma le sue note, oggi, mi sono parse in serena armonia con l'atmosfera che la foto del mio piccolo lago tra i monti mi suggerisce. E allora eccolo.
Si tratta del secondo movimento, "Larghetto", del "Concerto in Re maggiore op.61 per violino e orchestra", uno dei capolavori della letteratura violinistica del primo Ottocento. 
Il brano, famosissimo, si snoda in un incantevole dialogo tra la pacata intensità dell'orchestra e la voce nitidissima del violino solista. Ne nasce così una dolce romanza che ci riempie di fascino fin dall'esordio, e ci accompagna con un incedere lento, totalmente privo di affanno, ma pervaso da un'aura contemplativa ricca d'ineffabile splendore.

Buon ascolto!

 

sabato 9 settembre 2017

Pura energia

Organo della Chiesa di "Notre-Dame des Victoires" - Parigi
Nei giorni appena trascorsi in pausa-blog, mi ha fatto compagnia un brano che avevo in mente da tempo e col quale avevo già programmato di aprire - diciamo così - il mio nuovo anno di lavoro.

"Troppo bello!" pensavo, presa dall'ansia di condividerlo, mentre più e più volte ascoltavo le diverse interpretazioni indecisa nella scelta. 
E' infatti un pezzo entusiasmante, gioioso, leggero...insomma, pura energia! Uno di quei brani che vi consiglio di ascoltare a tutto volume, per gioia vostra - e dei vicini di casa! - con le vibrazioni dell'organo che vi attraversano il corpo, l'anima e i muri, facendovi sentire una cosa sola con la musica!

Si tratta di una pagina di Bach per me tra le più affascinanti: la "Sinfonia" iniziale della Cantata BWV 29 "Wir danken dir, Gott, Wir danken dir".
A prendermi a tutta prima è stato il testo: un inno di ringraziamento a Dio nel quale si ripone la propria speranza e dal quale s'invocano protezione, prosperità, benedizione e misericordia. 
Ma è stata poi la musica a catturarmi in pieno, nell'attitudine splendidamente gioiosa proprio della "Sinfonia" d'apertura il cui tema, vivacissimo, è la trascrizione per organo del Preludio della "Partita n.3 in Mi maggiore BWV 1006 per violino solo" composta da Bach undici anni prima.

Dicevo che ho faticato un po' a scegliere l'interpretazione che ascolterete qui.
Il fatto è che di tale Sinfonia esistono parecchie esecuzioni per organo solo, ma anche altre in cui è accompagnato dall'orchestra.
Dopo innumerevoli ascolti, tra le tante - ora velocissime, ora un po' più lente e maestose - ho preferito la versione per organo solo che sentirete perchè, a mio avviso, conferisce al brano particolare spessore sottolineandone insieme profondità e ritmo.
Mi pare sia proprio quest'ultimo - spesso affidato alla pedaliera, ma anche alla mano sinistra - a fare di Bach un contemporaneo: un compagno di viaggio che, strada facendo, si affianca a noi con vivacità, rigore e inesauribile inventiva, suggerendoci gioiosi angoli di visuale per farcene scoprire, passo dopo passo, lo splendore.
Un Bach sempre rigenerante che, nella concretezza della tonalità di Re Maggiore, non ci permette di sostare a ripiegarci su noi stessi ma che, nota dopo nota, fa scaturire proprio dalla nostra interiorità - qui sta il potere della musica! - sorgenti di sorprendente, luminosa energia. 

Un brano che mi piace dedicare a chi riprende il lavoro dopo la pausa estiva, a tutti coloro che - a cominciare dalla sottoscritta - sentono il bisogno di tornare alle proprie attività con maggiore grinta, così come agli studenti e agli insegnanti che inaugurano un nuovo anno scolastico. 
Ma soprattutto penso a quegli adolescenti ansiosi di conoscere, cercare, scoprire, esplorare, costruire, inventare, catturati da mille passioni tra le quali anche la musica, magari proprio organistica.
Tra questi, in particolare, mi permetto di citare il giovane liceale Federico. 
A lui, se mai un giorno passerà di qui, dedico il vivacissimo pezzo di oggi, e così pure alla sua mamma Marinella e alla nonna, compagni di piacevolissime chiacchierate mattutine in un delizioso angoletto di montagna.

Buon ascolto!

martedì 15 agosto 2017

Buon Ferragosto!!!

Duccio di Buoninsegna: "Dormitio Virginis" - Siena - Museo dell'Opera del Duomo.





















Con l'immagine della "Dormitio Virginis" di Duccio di Buoninsegna (1255 - 1318) e sulle note del "Regina Caeli" di Tomas Luis de Victoria (1548 - 1611), auguro a tutti voi buona Festa dell'Assunzione, buon ascolto e buone vacanze!

Anche questo blog si prende una piccola pausa.
A presto!!!
 
 

lunedì 7 agosto 2017

"Il bacio"

"Mettete via le guide e osservate tutto più a lungo. L'arte è amore, non un tour guidato." 

Mi piace quest'esortazione fatta dal critico d'arte Jonathan Jones sul quotidiano britannico "The Guardian" a proposito della valorizzazione del turismo lento, e riportata dal "Corriere della Sera" del 4 agosto scorso.

G. Reina: "Una triste novella"
Senza nulla togliere alla grande utilità delle conoscenze storico-artistiche che le guide - siano esse persone o libri - ci possono offrire per la comprensione di un'opera, mi pare tuttavia che l'affermazione sottolinei la primaria importanza della nostra nostra sensibilità e del nostro metterci in gioco reagendo davanti ad essa.

Se l'arte infatti è espressione di un'anima, dei suoi nodi e dei suoi sentimenti, se è descrizione, grido, sogno, stupore che si origina da un desiderio di comunicare il proprio particolare sguardo sul mondo, essa si realizza pienamente nell'incontro con chi ne fruisce. 
Oserei dire che essa è incontro, come ogni forma di cultura che non sia pura erudizione, ma sappia cambiarci interiormente, anche in modo impercettibile.

Davanti a un'opera d'arte possiamo restare sorpresi e ammirati, sconvolti o perplessi, talora anche indifferenti ma, quando ci raggiunge e ci parla, essa non solo ci consente di scoprire qualche aspetto dell'anima dell'autore, ma anche molto di noi stessi.
Forse il segreto della nostra capacità di reazione sta proprio nella necessità di osservare "più a lungo", come la frase di Jonathan Jones suggerisce. 
"L'arte è amore" - afferma il critico - ma, come l'amore, non sempre è colpo di fulmine. 
Talora va scoperta nei suoi risvolti nascosti e inaspettati, nelle risonanze che può lasciare in noi e che spesso vivono di vita propria, a volte scomparendo come fiumi sotterranei e poi riaffiorando a sorpresa.
Un incontro vivo quindi, che si prolunga nel tempo in un dialogo tra la sensibilità delle varie epoche e le diverse creazioni artistiche che si arricchiscono così di valori aggiunti e dimensioni nuove.

Per questo, oggi vi invito ad osservare un affascinante dipinto del pittore comasco Giuseppe Reina (1829 - 1905), intitolato "Una triste novella" e attualmente conservato in una collezione privata.
L'autore si colloca nel gruppo di quegli artisti attivi nel secondo Ottocento - tra i quali Vincenzo Vela e i fratelli Induno - che descrivono l'esperienza delle guerre risorgimentali attraverso temi domestici, intrisi di risvolti patetici e di romanticismo. 
F. Hayez: "Il bacio"
Anche quest'opera - datata 1862 - si situa in tale contesto: ambiente semplice, dimesso, tuttavia non privo di uno scorcio di natura morta in cui la presenza del libro verde e del drappo rosso accanto al davanzale chiaro può ricordare patriotticamente il tricolore, mentre il titolo fa pensare a una fanciulla - o forse una moglie - che abbia perso in guerra l'uomo che ama.
  
Ma al di là di queste notazioni, è su altri aspetti che mi vorrei soffermare.
Se si osserva la rappresentazione nei particolari, si riconosce facilmente che sul foglio che la donna ha in mano è riprodotto il famoso dipinto di Francesco Hayez "Il bacio"
G. Induno: "Triste presentimento" (particolare)
Si tratta di un'interessante citazione pittorica, probabilmente omaggio di Giuseppe Reina al maestro di cui era stato allievo frequentando a Milano l'Accademia di Brera.
Non è la prima volta - tra l'altro - che ricorrono citazioni simili: si potrebbe ricordare anche "Triste presentimento" di Gerolamo Induno. Ma mentre qui il dipinto di Hayez - come vedete a lato - è semplicemente appeso alla parete, nel quadro di Reina diventa in qualche modo protagonista insieme alla giovane donna.

E' il suo sguardo infatti - che pure cogliamo solo in parte - a stabilire una comunicazione con l'opera di Hayez: un'attenzione profonda e nostalgica, malinconica e sognante, come se vi trasfondesse la piena dei propri sogni e sentimenti, o solo davanti ad essa riuscisse a effonderli in una sorta di magica empatia.
Un'effusione discretissima e tutta interiore, nella calma di una stanza in leggera penombra, immersa in un silenzio che avvertiamo attraverso le tinte smorzate delle pareti e della finestra, la semplicità degli oggetti e il chiaro dell'ampia gonna della donna sotto il bustino nero. 
Luci e ombre soffuse e pacate come il dialogo che intreccia con i due innamorati de "Il bacio". Possiamo intuire in lei un coinvolgimento fatto di muta sofferenza, commozione, rimpianto, ricordo, nostalgia che il dipinto di Hayez con la sua intensa passione va a nutrire, e dal quale la giovane donna si lascia raggiungere in una misteriosa corrispondenza d'amore.

Così, mi piace associare a quest' immagine un brano di Giovanni Allevi intitolato proprio "Il bacio"
Tratta dal cd "Joy" uscito nel 2006, è una composizione che, come parecchie altre del musicista ascolano - e ricordo solo a mo' di esempio "Room 108"  "La notte prima" - si dipana tra delicatezza e passione. Una passione tuttavia che, rispetto ad altri pezzi in cui esplode più intensa e prorompente, qui si snoda su toni lievi e pacati, mai disgiunti - anche nei passaggi più forti - da una grande dolcezza.
Un andantino rubato giocato tra gli estremi dei pianissimo e fortissimo, ma sempre percorso da un'atmosfera d'intimità che lo splendore dell'esecuzione sottolinea in ogni sua sfumatura, facendo risaltare la luminosità del pianoforte soprattutto quando il tema viene ripreso su di un'ottava più alta.
Un composizione dalla semplicità solo apparente alla quale i frequenti cambi di tonalità, le alterazioni e alcune sapienti dissonanze conferiscono profondità e delicatezza insieme a un fascino da scoprire pian piano. 
Un brano lieve come una carezza dal quale lasciarsi prendere e ammaliare.

Buon ascolto!

domenica 30 luglio 2017

"Giuovanile"

Ho cambiato gli occhiali.
"Ancoraaa?..." si sorprenderà qualcuno, memore di un post decisamente demenziale scritto circa due anni fa, in cui facevo riferimento all'acquisto di un paio di lenti da vista: questo, se proprio qualche lettore volesse rinfrescarsi la memoria!

Allora vi aggiorno.
No, non ho cambiato quelle che mi rendevano somigliante a una via di mezzo tra un panda e un orsetto lavatore...o forse anche un gufo. 
Le ho ancora, ma le uso solo davanti alla tv, quando mi capita di andare al cinema - cioè mai - oppure se esco al calar delle tenebre.
In compenso, sempre due anni fa, irretita dal mio ottico di fiducia qui in montagna che è una donna e mi capisce, me ne sono regalata un paio con una montatura diversa, più chiara e leggera - "mooolto giuovanile" come ogni tanto mi sento dire - che riesco a portare al cospetto del mondo, senza dover rasentare i muri per strada nel vano tentativo di scomparire. Ecco!

Gli occhiali che ho cambiato adesso, invece, mi servono per la media distanza, di fatto per il computer. Ma, stante che ci sto parecchio e con gli anni la mia vista è sempre più simile a quella di una talpa, stavolta l'acquisto era necessario, lo giuro. E siccome, a detta del mio oculista è ancora presto per i progressivi - non per niente sono "mooolto giuovanile" - il risultato è che, tra vecchi, nuovi, da vicino, lontano, metà, dentro e fuori, fra un po' di tempo potrò metter su bottega e venderli io.
Comunque, da qualche giorno sono entrata in possesso di quelli nuovi e finalmente è tutta un'altra vita!
Lavorare al computer senza bisogno di aumentare lo zoom ad ogni videata è tornato ad essere un piacere, mi sembra persino di respirare meglio. 
Il mondo - almeno quello virtuale - mi si dispiega ora davanti senza nessuna fatica e, come vedete, ho sentito subito il desiderio di mettere a parte anche voi di questa piccola grande gioia!

Come sono???.....Curiosi eh?!...
Rossiiiiii, cari miei, rosso lacca questa volta!!! La mia brava donna di qui ha saputo consigliarmi bene. Ma non chiedetemi foto nè selfie, non sono il tipo. Se proprio volete....ispiratevi all'immagine nel riquadro in alto. 
Vi piace???.... Nessuno si azzardi a dire di no!!! 
E' pur vero che lì, invece che rossi, gli occhiali sono azzurri e non c'è il computer, ma in compenso i gufi - con quei loro occhioni alteri, ironici e non privi di una punta di malinconia - mi sono sempre stati simpatici. 
E del resto dai....potete anche lavorare un po' di fantasia!

Allora, visto che per il momento sulle mie sciocchezzuole quotidiane vi ho aggiornato, posso passare alla musica lasciandovi in piacevolissima compagnia.
Si tratta di Gioacchino Rossini (1792 - 1868) e del terzo movimento, "Allegro", della "Sonata a quattro N.1 in Sol maggiore" della quale gli aficionados di questo blog forse ricorderanno di aver già ascoltato il primo tempo precisamente qui.
Scritta appunto per quartetto d'archi (due violini, violoncello e contrabbasso), è una composizione fresca e vivace soprattutto in questo terzo tempo ricco, fin dall'esordio, di un brio che la pregevole esecuzione esalta in modo particolare. Un brano danzante e spensierato come si addice all'argomento di oggi tra il frivolo e il leggero, quasi da chiacchiere estive sotto l'ombrellone se non fosse che sono in montagna.
Ultima nota: composta dal musicista pesarese appena dodicenne (!) la Sonata rientra a buon diritto tra quelle che vengono considerate opere giovanili, nel senso che Rossini - lui sì! - era proprio giovane....e non ancora giuovanile! Non so se mi spiego.

Buon ascolto!

lunedì 24 luglio 2017

Tornare bambini


Ho sempre amato i peanuts, la simpaticissima banda di amici creata dalla fantasia di Charles Schulz.
Personaggi sempre attuali che hanno segnato parte della nostra vita con la loro filosofia fatta di straordinaria concretezza, ma anche di inossidabili sogni. Figure nelle quali ci siamo tante volte identificati, condividendo insicurezze, paure, speranze e desideri.

Per quanto mi riguarda - e scorrazzando in questo blog forse ve ne sarete accorti - mi ha sempre attirato tra tutti gli altri Snoopy, il simpatico e fantasioso bracchetto amico del piccolo Woodstock. Freschezza, ironia, ma soprattutto positività nell'affrontare la vita sono le sue caratteristiche principali sulle quali però non mi dilungo avendone già parlato in passato e in particolare qui. 

Tuttavia, oggi desidero ugualmente condividere con voi l'immagine che vedete in alto perchè la trovo bellissima e rasserenante. 
Rappresenta proprio Snoopy e Charlie Brown che ballano, saltano o giocano in un atteggiamento che mi colpisce per la gioia, una gioia assoluta che la vignetta sa cogliere ed esaltare.  
Lo capisco dal loro sorriso e dagli occhi che - è vero - non si vedono, ma immagino chiusi in atteggiamento di beatitudine e totale spensieratezza. 
Lo vedo dalle loro mani saldamente intrecciate, mentre le braccia aperte la dicono lunga sulla felicità di essere insieme, una felicità che sembra aprirsi verso il mondo intero.
Ma ciò che più di tutto mi attira e mi piace è il loro pieno coinvolgimento in ciò che stanno facendo, esattamente come i bambini. C'è infatti talora, nel comportamento dei più piccoli, una concentrazione che li assorbe completamente nelle loro occupazioni, siano esse danza o gioco o dialogo magari con qualche amico immaginario. E mi ha sempre destato stupore il loro modo di essere presenti a ciò che fanno con un'attenzione intatta, non ancora strattonata da ansie o pensieri, da preoccupazioni o distrazioni varie come capita invece a noi adulti. 
Un atteggiamento che la vignetta mi invita a recuperare, per assaporare la vita - compresa la quotidianità più spicciola - con maggiore consapevolezza.

Allora, per passare alla musica in linea con le considerazioni suggeritemi da quest'immagine, sono andata in cerca di Mozart, anzi del Mozart bambino prodigio del quale vi propongo un vivacissimo brano: il primo movimento, "Allegro molto", dalla "Sinfonia n.1 in Mi bemolle maggiore K.16" scritta a soli otto anni (!).
Insieme alla complessità orchestrale che denota una precoce e non comune padronanza delle strutture compositive, vi si respira già quella tipica chiarezza mozartiana - evidente anche dalla partitura - fatta di equilibrio, armonia e rispondenze tra tono maggiore e minore.
Certo, il pezzo non è tra i capolavori più famosi o più struggenti per intensità della melodia, tuttavia è percorso da una vena d'irrefrenabile, vibrante vivacità che il piccolo Mozart sa già padroneggiare con disinvoltura. 
E mi si scioglie il cuore se penso a questo bimbino scarrozzato per mezza Europa ad eseguire concerti davanti a principi e dame, con la voglia che avrà avuto di giocare e scherzare, combinando magari qualche marachella insieme alla sorella Nannerl. 
Allora immagino che, ogni tanto, avrà sfogato un po' di quella sua voglia anche attraverso la musica, facendola trasparire dalle note.
Infatti, ciò che al di sopra di tutto mi prende in questo brano è la gioiosa vivacità del tema, quasi un ritornello che - se ci fate caso - in taluni passaggi sembra proprio riprodurre l'allegria dei bambini quando saltano e giocano.

Esattamente come i nostri amici Snoppy e Charlie Brown nel riquadro in alto, concentratissimi e felici nella danza, presenti in toto alla loro gioia di stare insieme, senza pensiero alcuno che li distragga dal goderne in pienezza.

Buon ascolto!

domenica 16 luglio 2017

Ali

Pietro Cavallini: "Giudizio universale" (part.)
Penso sia capitato a tanti di averle desiderate, almeno una volta nel corso della vita, o forse anche più.
Parlo delle ali, sì: un bel paio d'ali per librarsi in volo, staccarsi da terra e prendere quota come fossimo aquiloni rapiti dal vento che garriscono nell'aria e da essa si lasciano portare in alto.

Il volo, del resto, dal mito di Icaro agli studi e agli esperimenti di Leonardo, è uno dei primi sogni coltivati dall'uomo. E se oggi è riuscito ormai a realizzarlo, tuttavia non ha smesso nel profondo del cuore di covarne il desiderio come un impulso mai pienamente appagato.

Sarà forse anche per questo che più volte è stato affascinato dalle figure angeliche e che - tra le immagini più ricche d'incanto che la storia dell'arte ci offre - ricorrono spesso le ali degli angeli alle quali i vari artisti, di tempo in tempo, hanno conferito tratti di raffinata bellezza.
Marc Chagall: "I tre angeli di Abramo"
Da quelle coloratissime e ricche di splendide sfumature dipinte da Pietro Cavallini - di sorprendente modernità se si pensa che siamo verso la fine del 1200 - a quelle di Chagall, rese ancor più evidenti dal contrasto tra il bianco e il fondo rosso del quadro e dal fatto che sono ritratte in primo piano.
Dalle ali dell'arcangelo di Simone Martini che, col loro piumaggio quasi dorato, danno all'immagine una grande preziosità mentre l'elegantissima ondulazione del panneggio sembra seguirne il movimento, fino ai tratti semplicissimi e straordinariamente efficaci del disegno di Paul Klee. 
Paul Klee: "Angelo smemorato"
Nel suo "Angelo smemorato", sono infatti proprio le ali a volgersi verso l'alto, in netto contrasto con gli occhi bassi, le mani intrecciate e l'atteggiamento raccolto ma un po' titubante dell'angelo stesso.

Tuttavia non intendo addentrarmi qui in un'analisi dettagliata dei vari dipinti, quanto sottolineare il fascino che esse hanno sempre suscitato nell'uomo, quasi a ricordo di un antico passato che ancora porta nel cuore.
Del resto, le ali non sono necessarie solo a chi voglia spiccare materialmente il volo, ma un po' a tutti coloro che, di tanto in tanto, sentono la necessità di recuperare una distanza, una visione d'insieme, un punto di vista, una prospettiva o una luce diversa da proiettare sul quotidiano.
Allora può essere riposante dare ali, se non al corpo, almeno allo spirito contemplando la bellezza dovunque essa sia, magari attraverso l'ascolto di un brano di musica. Ali metaforiche, diciamo, ma non meno efficaci delle altre.

Così oggi, ad offrircele, è Edward Grieg (1843 - 1907) - autore nuovo per questo blog - del quale ho scelto l' "Adagio" del "Concerto in la minore op.16 per pianoforte e orchestra", una delle creazioni più famose del compositore norvegese dopo il celeberrimo "Peer Gynt".
Simone Martini: "Annunciazione" (part.)
Dove ci conduce questo brano? 
Non in cieli altissimi o in atmosfere rarefatte, non al di sopra di una cortina di nuvole come gli aerei che volano ad altezze vertiginose, ma ad un livello dal quale è ancora possibile contemplare il panorama cogliendone dall'alto ombre e luci, asperità e dolcezze, in quella visione d'insieme di cui parlavo prima. 
Ma non solo: Grieg sa guidarci ad esplorare anche il nostro paesaggio interiore, con una forza e una delicatezza che possono ricordare talora Schumann, altrove Chopin.

Dopo una lunga introduzione non priva di qualche passaggio soffuso di malinconia, ma concluso in dolcezza e solennità, è il pianoforte a dare - per così dire - il primo colpo d'ala e iniziare a librarsi, sotto le dita di uno straordinario Arthur Rubinstein qui ottantottenne. 
Luminosissime le prime note scandite lentamente, ma subito dopo una cascata di arpeggi può far pensare a un volo che prende quota ad ali spiegate, finchè il panorama non si apre in tutta la sua magnificenza.
Allora, sotto di noi possono configurarsi case e campi, fiumi e colline, in una geografia inusitata che ci restituisce il senso dell'unità nella varietà.  
Allora, dall'alto, tutto può acquistare una dimensione differente e un rinnovato incanto: deserti o montagne innevate, metropoli o piccole luci nella notte.
Ma le note - come spesso accade - ci regalano insieme anche i tratti di una nuova geografia interiore che ci allarga lo sguardo e il respiro, mentre si fa strada in noi una visuale più ampia e serena, come volassimo liberi sul mare aperto, portati proprio dalle ali della musica.

Buon ascolto!

sabato 8 luglio 2017

"Andante maestoso"

Ci sono intorno a noi luoghi così belli e ammantati di tale splendore - o almeno così paiono a me - da indurmi talora a pensare:"Quando sarà il momento, vorrei morire qui."
Sì, proprio qui dove sono ora per esempio, in un incantevole e appartato angolo di verde tra i monti. Magari mentre gusto, come ogni giorno, la mia tazzina di caffè in perfetta solitudine, tra l'ombra degli abeti marezzata dalla luce del mattino, il sole che gioca tra i rami e una brezza leggera. 
Si udrebbe solo un piccolo rumore di cocci o forse neanche quello, coperto come sarebbe dal fragore del torrente che scorre vicino, appena più in giù, di là dagli alberi. E resterei lì.

Ora lo so, qualche lettore premuroso si preoccuperà per la mia salute. 
O forse qualcun altro - un po' più allarmato - penserà che sono ammattita: 
"Ma che discorsi va facendo questa oggi ? Che stramberie sono? Torni alla musica per piacere, senza tediarci con certe tristezze nel cuore dell'estate!"
Vi tranquillizzo subito: sto benone.
Eppure stamattina, proprio mentre sorseggiavo il mio caffè contemplando il paesaggio circostante, questo pensiero mi si è affacciato alla mente già ben definito, affiorato da chissà dove come se neppure l'avessi formulato io.  
Ma non l'ho mandato via: ho cercato invece di farci amicizia per vedere dove mi avrebbe condotto.
Così mi sono resa conto che, in realtà, non è affatto un pensiero triste, ma - e forse è qui che vuole portarmi - sottintende uno star bene di cui divenire consapevoli e grati, come quando con un luogo scatta una corrispondenza segreta, una sorta di innesto nel tessuto del cuore.

Guardo il Gran Paradiso che domina la vallata con la sua imponenza, un panorama che - posso ben dirlo - mi appartiene praticamente da una vita e al quale, a mia volta, sento di appartenere.
Nella sua grandiosa bellezza, mi sovrasta e mi abbraccia come un ineludibile riferimento e il primo aggettivo che mi viene in mente è maestoso
E tuttavia mi pare che il suo splendore abbia insieme un che di nostalgico, il richiamo a una realtà più grande e infinita che non riusciamo ad afferrare compiutamente e di cui esso è solo segno e parvenza. Ma una parvenza tanto vicina alla sua pienezza che - una volta arrivato il momento - mi pare davvero che, da qui, il passaggio verso un altrove potrebbe essere più breve.
 
Forse non cambierebbe neppure il panorama, solo diverrebbe più nitido, come quando si dà più luce o contrasto o chiarezza ad una fotografia.
Forse resteremmo semplicemente là dove già siamo, ma leggendo meglio ciò che ora ci sfugge e passando da un modo di vedere mediato ad un altro immediato, senza diaframma alcuno. 
E penso che, come me, ciascuno di noi - in qualsiasi angolo di mondo o nel cuore di qualunque vicenda - abbia il proprio luogo di silenzio e nostalgia dal quale sognare una pienezza e per cui essere grato. Infinitamente.

Così, oggi ho cercato un brano che fosse maestoso come le mie montagne e ho scelto un pezzo tra i più celebri di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893).
Si tratta dell'incantevole "Pas de deux" dal balletto "Lo schiaccianoci", un "Andante maestoso" capace di rapirci col fascino del suo tema che si dispiega per un'intera ottava discendente sulla base di melodiosi arpeggi. 
Un tema che si ripete poi più volte: dolce, appassionato, solenne, fragoroso, drammatico e struggente come un sogno a lungo inseguito, ma soprattutto - almeno così a me pare - intriso di profondissima nostalgia.
Splendido in particolare - a 0,51 dall'inizio - l'intreccio tra la melodia che scende e il motivo suonato dalle viole che l'accompagna invece per successivi passaggi ascendenti.
Sembra quasi che il compositore, attraverso questa musica e i tratti di un'inconfondibile orchestrazione, abbia voluto esprimere gli svariati colori di un sentimento, le mille sfaccettature di un incontro tra finito e infinito.
A somiglianza dei cieli che - di momento in momento e di stagione in stagione - si avvicendano sul mio Gran Paradiso: ora tersissimi e ariosi, ora carichi di nuvole, ora delicati come i colori di un'alba invernale, ma anche intensi come il blu cobalto della notte.

Buon ascolto!

venerdì 30 giugno 2017

Un canto nella notte

L'altra sera, al consueto appuntamento settimanale col mio coretto di paese, abbiamo iniziato le prove dell' "Ave Verum" di Mozart.
Sì, proprio il famosissimo "Ave Verum Corpus K.618", mottetto in Re maggiore, splendido pezzo del repertorio di chissà quanti gruppi corali.

Era tanto che lo aspettavo, pregustando la gioia di poter entrare nel cuore vivo di un brano soavissimo come questo. 
Intendiamoci, i nostri coristi di più antica frequentazione - la vecchia guardia del gruppo, se così si può dire - lo conoscevano benissimo per averlo già cantato in passato e addirittura registrato in un concerto di tanti anni fa. 
Ma per me che sono e resto l'ultima ruota del carro, si trattava della prima volta e la cosa mi ha riempito di grande entusiasmo, aiutandomi a dimenticare i fastidi del caldo e della stanchezza serale. 
Del resto, la parte dei soprani tra i quali sono inserita, pur avendo la difficoltà di essere la più alta tra le quattro, in genere non è la più problematica perchè il suo andamento corrisponde all'aria sulla quale si snoda il pezzo. Pìù difficili sono invece le parti delle altre voci - contralti, tenori e bassi - che cantano melodie talora del tutto diverse da quella principale, alla quale fanno da sostegno dandole spessore e profondità.

Bene. Per tanti di noi si trattava quindi di un ripasso, ma il nostro maestro, giustamente attento al rispetto della corretta tonalità, ma anche alle dinamiche del testo e all'equilibrio tra le varie sezioni, ci ha fatto praticamente rifare tutta la parte iniziale.
Prima i tenori da soli, poi i bassi, poi tenori e bassi insieme; in seguito tenori coi soprani. Poi i contralti da soli, poi coi soprani, poi coi tenori, infine tutti. 
Forse ho saltato qualche passaggio, ma chi canta in un coro sa bene di che cosa sto parlando anche se, in realtà, non è così semplice come dirlo. 
Capita infatti che ogni frase musicale debba essere ripetuta più volte, perchè l'orecchio di un maestro sa cogliere ogni minima sfumatura di errore, ogni nota calante, ogni ritardo nel tempo fino al più piccolo squilibrio tra le voci. 
E allora....da capo!
Insomma, alla fine il canto ha preso forma: una costruzione progressiva che ci ha condotto ad entrare gradatamente nel testo e a sentirlo nel suo farsi, nel suo crescente splendore polifonico e in un'armonia sempre più marcata e piena. Una meraviglia!

Ma c'è di più.
Il fatto è che, dato il caldo della serata estiva, cantavamo con la finestra aperta sui tetti e sulla campagna vicina, mentre il profilo delle case - uno skyline di tegole e vecchi comignoli - prima stagliato contro il cielo blu cobalto, pian piano affondava nel buio. 
Dico la verità: non c'era la luna in cielo a sollecitare in me suggestive reminiscenze leopardiane o a splendere come nella foto in alto che pure è bella e rende bene l'atmosfera della notte. 
C'era però il nostro canto - interrotto e poi ripetuto con crescente intensità - che, uscendo dal chiuso, andava a spandersi nell'aria prendendo risalto dalla calma e dal silenzio circostante.
Ed è stato così che - il maestro mi perdoni - a un certo punto mi sono persa via con la mente, immaginando l'effetto che la soavità del brano di Mozart doveva fare su chi, forse, in quel momento lo sentiva da lontano.

Cantavo e insieme pensavo a quale sopresa, quale stupore doveva suscitare l'eco di quelle note, giungendo a chi sostava sulla piazzetta della Chiesa per due chiacchiere, o a chi faceva la sua passeggiata serale in cerca di fresco, o ancora a chi, sulla strada che viene su dai campi, guidava piano magari col finestrino aperto. Per effetto della lontananza, perdendosi nell'aria, la melodia doveva arrivare proprio "sottovoce", così come Mozart aveva disposto nelle indicazioni del testo.
Pensavo allo splendore di questa musica capace di entrare nell'anima come un miracolo di bellezza che ti cambia dentro regalandoti uno sguardo nuovo, e avevo l'impressione che, vagando lenta nel silenzio della notte, si posasse sulle cose come una benedizione facendo affiorare il loro segreto incanto.
 
Ma al tempo stesso riflettevo su quale immenso dono sia far parte di una corale e quali risvolti di poesia abbiano talora in sè anche le fasi preparatorie di un lavoro, al di là della fatica o della stanchezza, dell'infinita pazienza o del caldo di una sera di fine giugno.

Buon ascolto!

venerdì 23 giugno 2017

Le domande traverse

(foto presa dal web)
Tempo di esami, in particolare di maturità.
Anche se manco ormai da anni dal mondo della scuola, non posso non essere toccata dall'ansia di questi giorni, un po' per la curiosità di conoscere gli argomenti delle prove, un po' per qualcosa di viscerale che mi riporta indietro di parecchio.

Sono sempre andata a scuola più che volentieri, sia da studentessa che in seguito, quando sono passata - diciamo così - dall'altra parte della barricata. 
Ma se penso agli inizi del mio percorso di allieva, oltre che dalla gioia, li vedo contrassegnati dalla paura. Paura di sbagliare, di essere impreparata, di un voto o un giudizio negativo, ma soprattutto del compito in classe di matematica che - fino alla terza media - ho vissuto con profonda ansia più di qualsiasi altra prova. Per me era il compito per eccellenza, con tutta la sua carica di oscura minaccia!

Al tempo in cui frequentavo le elementari, parafulmine contro queste paure era mia madre. Ogni mattina, infatti, il mio timore era quello di sbagliare il problema che la maestra ci assegnava quotidianamente con inflessibile puntualità ed era divenuta procedura di rito che mia madre mi rassicurasse al momento di uscire di casa.
La scena avveniva di solito quando ero ormai sulle scale. 
Abitavo allora in un vecchio stabile, terzo piano, niente ascensore. 
Ho un ricordo azzurrino di quelle mattine, forse dovuto al colore delle pareti del pianerottolo o alla luce che filtrava dal lucernario soprastante. Salutavo la mamma, scendevo ma, arrivata alla fine della prima rampa di gradini dove la scala curvava leggermente, mi giravo e, levando il viso verso di lei che dalla porta mi seguiva con lo sguardo, immancabilmente chiedevo:
"Non sbaglierò il problema???"
Lei mi tranquillizzava assicurando che no, non lo avrei sbagliato!!! 
E io mi avviavo pacificata, trattenendo in me quella certezza come un tesoro fragile e prezioso.
Guai se mi avesse detto il contrario, se avesse azzardato un dubbio o anche parlato in termini di sola speranza! Guai se la sua risposta avesse tradito la minima esitazione! La sua incertezza mi avrebbe precipitato nella disperazione o confinato nello smarrimento.
La sua sicurezza doveva essere per me totale, granitica, la recita doveva essere perfetta. E anche se, nel mio istinto di bambina, intuivo che - appunto - di recita si trattava, pure essa bastava a rassicurarmi come un rito, una sorta di atto propiziatorio al quale mai avrei rinunziato.
Del resto, per lei non era poi così difficile sostenere quella parte: le minime difficoltà della scuola elementare e i miei risultati positivi contribuivano a fondare concretamente la sua convinzione.

Ma col passare del tempo le cose erano gradatamente cambiate fin quasi a capovolgersi. A misura che una certa sicurezza si faceva strada in me dissolvendo le varie paure, quella di mia madre invece s'indeboliva sempre più, forse anche in conseguenza dei miei esiti scolastici talora un po' altalenanti.

Ero approdata nel frattempo alle medie e poi alle superiori.
Ora era lei che, accompagnandomi alla porta, con una venatura di preoccupazione nella voce soprattutto nei giorni di verifica o interrogazione, raccomandava:
"Stai attenta alle domande traverse!!!".
Nel lessico di mia madre le "domande traverse" erano certo le astuzie e i trabocchetti orditi a volte dagli insegnanti per mettere alla prova gli studenti, ma rappresentavano anche tutto ciò che richiedeva sforzo di ragionamento, là dove non fosse sufficiente il piano e immediato soccorso della memoria. 
Erano per lei il simbolo dell'intelligenza tesa a smascherare me che viaggiavo invece nella più beata e sprovveduta ingenuità.

La rivedo, mentre mi ripete la frase con occhi attenti e nello sguardo il lampo di chi sta all'erta, sporgendo il capo dal tendone che schermava la nostra porta a vetri. Era una vecchia tenda nella quale, da bambina, mi avvolgevo inventando melodrammatiche storie nei lunghi pomeriggi della mia infanzia di figlia unica. Da quella si sporgeva mia madre, mettendomi in guardia contro le domande traverse e simbolicamente contro le insidie della vita. Per lei scuola e vita infatti erano simili: entrambe partite da giocare contro un avversario pronto ad approvare, ma anche a coglierti in fallo.
E a me che rifiutavo ostinatamente questo modo d'intendere l'esistenza e più ancora m'illudevo che il mio cammino potesse essere piano e luminoso come i miei sogni di adolescente, lei ricordava che la vita è spesso anche lotta per la quale occorre addestrarsi con armi interiori.
Attenta alle domande traverse era come dire: svegliati, pensa prima di parlare, ragiona, valuta gli ostacoli e soprattutto non fermarti alla superficie delle cose ma guardaci dentro!!!
Un richiamo, insomma, ad affrontare con occho vigile quanto di obliquo l'esistenza mi potesse riservare. Un richiamo che nel tempo mi si è radicato dentro ad accompagnare la bambina ch'è in me, insieme al lampo di quello sguardo che porto annidato nel cuore.

Allora, in armonia con questi piccoli ricordi di scuola, per passare alla musica ho pensato di proporvi un pezzo nato proprio come esercizio per gli studenti, anzi per meglio dire, "per utilità e uso della gioventù musicale avida di apprendere".
Lo so che, davanti a questa citazione, avete già indovinato autore e opera da cui il mio branetto di oggi è preso! Del resto, chi potrebbe essere se non Bach e quella meraviglia del "Clavicembalo ben temperato" ?
Si tratta infatti del "Preludio n.5 in Re maggiore BWV 850" del I libro, pezzo col quale a suo tempo ho lottato non poco ma che, al di là della sua struttura da esercizio didattico, è un piccolo, incantevole gioiellino.
Ritmo e scorrevolezza sono le sue caratteristiche principali. Ritmo - come si vede dallo spartito - scandito dalla sinistra che sottolinea l'andamento armonico, mentre dalla destra si dipana una melodia di rassicurante continuità che ripete la stessa frase musicale a livelli e toni diversi in una sorta di meravigliosa altalena.
E quest'esecuzione leggera ma soprattutto, in rapporto ad altre, non troppo veloce, ci dà modo di apprezzare - come sempre in Bach - l'unione di varietà e organicità, intento didattico e valore poetico.

Buon ascolto!

 

giovedì 15 giugno 2017

Terapia d'urto

H.Matisse: "La danza" - New York, Museum of Modern Art
Mi è già capitato diverse volte di parlare del potere terapeutico che la musica esercita su di noi e che la rende efficace al pari di un vero e proprio catalizzatore.
Da sempre, del resto, essa ha avuto la capacità di placare gli animi o d'infiammarli, di esortare o di commuovere, come ci testimoniano canti patriottici, inni, preghiere, ma anche dolci e ammalianti melodie.
  
Nelle culture dell'antichità, musica e medicina erano praticamente una cosa sola: lo sciamano sapeva che la vita del cosmo - come pure quella dell'uomo - è costruita secondo principi musicali ed è governata dal ritmo e dall'armonia. Di conseguenza era affidato alla musica stessa il potere di ripristinare tale armonia perduta. Dagli studi di Pitagora al mito di Orfeo o al racconto biblico in cui il giovane Davide suona l'arpa per guarire Saul dall'ipocondria, numerosi sono infatti i riferimenti al valore terapeutico delle note.

Il discorso è vasto, affascinante e ha fondamenti che anche la scienza sta esplorando attraverso studi sull'efficacia curativa delle diverse frequenze di suono. Ma non essendo un'esperta, preferisco restarne ai margini condividendo qui solo ciò che, nella mia piccola esperienza, mi è dato di cogliere.
E la mia piccola esperienza mi suggerisce che, per essere terapeutica, non è strettamente necessario che una musica sia dolce e lenta tanto da indurre al riposo. Il web è pieno di melodie rilassanti a cominciare da quelle di Mozart, Albinoni, Pachebel e via dicendo, alle quali si aggiungono brani costruiti appositamente a questo scopo attraverso la particolare intensità delle loro vibrazioni.
Ma - senza nulla togliere all'incanto o alla funzione di certe arie - se abbiamo bisogno di ritrovare forza, grinta ed entusiasmo ci sono anche altre musiche, magari non altrettanto dolci, ma ugualmente efficaci nella loro energia. 
A restituirci il gusto della vita, può forse servire la giocosa leggerezza di una sinfonia rossiniana, o la vivace architettura di una fuga di Bach o il crescendo del Bolero di Ravel capace di rapirci nel suo vortice di ritmo e di danza. 
E mille altri pezzi di altrettanti compositori.

E certamente anche un brano di Beethoven
Attenzione, però: non tanto il Beethoven del celeberrimo primo tempo della sonata "Al chiaro di luna" davanti al quale tutti c'incantiamo a sognare, e neppure quello del pacatissimo "Adagio" del "Concerto Imperatore" o dell'ancor più famoso "Allegretto" della "Settima Sinfonia", pezzi sublimi che adoro, intendiamoci!
Ma un altro Beethoven, capace di sprigionare in note un'energia nuova, rivoluzionaria, quasi una forza primigenia che - pur nel rispetto delle strutture compositive - s'impone al di sopra di tutto per la propria vitalità. 

Mi riferisco - solo per fare qualche esempio - al tempestoso terzo tempo sempre della Sonata "Al chiaro di luna" e meglio ancora al famosissimo esordio della "Quinta Sinfonia" o al finale della "Settima".
Proprio quest'ultimo è il pezzo che oggi propongo al vostro ascolto: il quarto movimento, "Allegro con brio", della "Sinfonia n.7 in La maggiore op.92".

Se la musica è terapeutica, questa è indubbiamente una terapia d'urto. Introdotto da due fortissimi accordi orchestrali, il brano si snoda infatti come una danza sempre più accesa e trascinante, in taluni passaggi simile anche a una marcia cadenzata, un crescendo d'irrefrenabile ritmo e vitalità che sfocia in un vortice di esaltazione dionisiaca, una sorta di baccanale.

Talora mi capita di pensare a quale dev'essere stata la sorpresa dei contemporanei del musicista - abituati a tanti pezzi di puro intrattenimento, ma anche all'equilibrio e alla compostezza di Mozart o Haydn - di fronte a una musica come questa che è una sorta di forza della natura. 
E, per analogia, mi viene spontaneo associarvi i contemporanei di Michelangelo che, dopo le dolci Madonne di Raffaello e Perugino, si sono trovati di fronte al Giudizio Universale della Sistina: un impatto dirompente per novità di stile, iconografia, realismo...tutto!

Ecco, Beethoven qui mi pare il Michelangelo dei musicisti, in un brano che supera gli schemi per affondare le radici nella vita e che - come spesso accade alle novità - a suo tempo non ha trovato consenso unanime. 
Se infatti il famosissimo "Allegretto" della "Settima Sinfonia" è stato subito entusiasticamente apprezzato dal pubblico e in seguito Wagner ha definito l'intera composizione "l'apoteosi della danza", il finale al contrario ha suscitato pesanti critiche. Basti ricordare che il compositore Carl Maria von Weber l'aveva definito opera di un malato di mente ed altri ritenevano che fosse stato scritto dalla mano di un ubriaco.
Ma se - come Beethoven affermava - "la musica deve far sprizzare fuoco dallo spirito degli uomini", lo scopo è stato raggiunto. 
Io sento in essa la libertà assoluta del compositore che dà voce al proprio istinto gioioso facendolo prevalere su di una visione dolorosa e tormentata dell'esistenza che lui stesso - all'epoca già colpito dalla sordità - aveva sperimentato. Ne deriva una suprema affermazione di vita di una grandezza entusiasmante.

A renderci partecipi di tale grandezza è la prestigiosa "Simon Bolivar Symphony Orchestra of Venezuela" qui diretta da Gustavo Dudamel. 
Fondata nel 1978, essa è uno dei frutti del sistema di educazione musicale pubblica, libera e gratuita per i bambini di tutti i ceti sociali, istituito dal Maestro Josè Antonio Abreu. Buona parte dei musicisti proviene infatti da situazioni economico-sociali disagiate e l'accesso al mondo della musica diventa cosi via di fuga dalla povertà e insieme strumento di promozione non solo artistica, ma anche umana e intellettuale.
A ben guardare, un'efficace terapia anche questa, un'iniziativa che merita certamente applausi senza fine e tutto l'entusiasmo che sentirete...

Buon ascolto!

mercoledì 7 giugno 2017

Prendere il largo...

Penso che tutti noi - sia che della musica abbiamo una conoscenza approfondita, sia più limitata e occasionale - abbiamo sempre colto quanto il suo universo sia vario e multiforme. 
E non semplicemente per i tanti generi che essa ci propone, ma perchè anche all'interno di ciascun genere il talento di ogni compositore sa spaziare attingendo a fonti inesauribili di bellezza e novità.
Sono soltanto sette le note, o dodici se preferite, ma - coniugate da uno spirito infinito, da un'ispirazione originale e da una pluralita di stili e ritmi - diventano capaci di toccare ogni più piccola sfera dell'animo, ogni sfumatura di sentimento, arrivando talora ben al di là delle intenzioni del compositore.

Sta proprio qui il bello e un po' anche il mistero che sperimentiamo ogni volta che ci accostiamo ad un'opera arte, a qualunque campo essa appartenga. 
Al di là del significato attribuitole dall'autore, a volte le emozioni che essa suscita vanno oltre, come se un varco si aprisse verso orizzonti sconfinati ed essa prendesse ad interagire con noi portandoci lontano.
Ciò può accadere in modo ancor più marcato con quelle musiche non strettamente legate a dei testi i quali di solito, se da un lato lasciano una certa libertà d'interpretazione, dall'altro però la circoscrivono entro precisi limiti di parole. La musica non mediata dalle parole, infatti, arriva subito al profondo in maniera totalmente libera, andando a svegliare emozioni che vibrano in modo tutto nostro.

Ma talora ciò accade ugualmente anche con brani inseriti in un determinato contesto o all'interno di una particolare trama, e che tuttavia se ne distaccano prendendo a vivere di luce propria.
Mi pare sia così per il pezzo di oggi che ho da tempo in lista di attesa: il famoso quanto suggestivo "Intermezzo" dall'opera "Suor Angelica" di Giacomo Puccini (1858 - 1924).
Conosciamo tutti la triste vicenda che vi si dipana ambientata alla fine del Seicento. Essa ha per protagonista una fanciulla aristocratrica, costretta da sette anni in convento per scontare un peccato d'amore e la conseguente nascita di un figlio che le è stato subito tolto, così come - in seguito - lei stessa sarà esclusa dal patrimonio di famiglia. 
Una storia non infrequente nei secoli passati e che - sia pure con le dovute differenze - ha due grandi precedenti letterari: la manzoniana Monaca di Monza de "I Promessi Sposi" e Maria, protagonista del romanzo giovanile del Verga "Storia di una capinera".

Nell'opera di Puccini, l'Intermezzo interviene poco prima della conclusione della vicenda, quando Angelica ha appreso la notizia della morte del figlio e medita un suicidio del quale, ormai morente, si pentirà invocando dalla Madonna il perdono.
Il pezzo è soffuso di profonda malinconia e ben si adatta all'argomento e alla situazione. E' u
na mirabile piena di sentimenti quella che le note del compositore ci offrono, effusione dell'amore di Angelica per il figlio mai dimenticato e desiderio di ritrovarlo nella morte. Il brano è segnato infatti nella parte centrale da accenti prima drammatici, poi gradatamente più lievi, e va a concludersi con un pacatissimo accordo in tonalità maggiore: un'apertura di serenità, forse riferimento alla visione finale in cui la Madonna mostrerà il bimbo ad Angelica morente.

Tuttavia, al di là del contesto narrativo che pure le note interpretano con rara efficacia, resta comunque una musica aperta, pervasa da un'ansia d'infinito e percorsa da una ricchezza di emozioni che si allarga come un mare portandoci lontano. Una musica dai contorni sfumati e talora dissonanti come il passaggio da un mondo dai confini certi all'indeterminatezza dell'ignoto.
E quando il tema iniziale viene ripetuto con maggiore intensità - ritmato e sostenuto dagli arpeggi orchestrali a 1,09 della clip audio - sembra proprio che la melodia prenda il largo verso orizzonti sconfinati, come una barca si appresta ad affrontare il mare aperto. 
Il mare aperto della morte, ma anche della vita, delle mille suggestioni che essa ci offre e dei segreti anfratti dell'anima che queste note, mirabilmente, sanno toccare.

Buon ascolto!