venerdì 30 giugno 2023

Al di là delle parole

Sono grata all'amica Donatella che, appassionata com'è delle meraviglie della natura, tempo fa aveva pubblicato sul web l'immagine che vedete.
Ma che cosa rappresenta?

A tutta prima, potremmo pensare a un quadro di arte astratta, a una vetrata dipinta o forse alla fantasiosa arcata di un modernissimo edificio.
Ma vi potremmo scorgere anche un viso, un
mosaico, una cascata di perle o il dettaglio di un prezioso gioiello smaltato.
Se poi guardassimo l'immagine in orizzontale,
riusciremmo a ravvisarvi anche un occhio e forse altro ancora.

Invece è l'ingrandimento di un'ala di libellula. Se infatti la osserviamo attentamente, notiamo come i piccoli elementi da cui è composta costituiscano la ramificazione delle nervature dell'ala, una superficie fatta di pezzi di varia dimensione che vanno a incastrarsi l'uno accanto all'altro come tessere di un puzzle. Un puzzle dalla fantasiosa varietà di forme, colori, lucentezza e sfumature che solo una mente superiore, nella sua perfezione, può aver pensato e messo in atto. Un gioiello assoluto che ci sarà passato davanti chissà quante volte...eppure nascosto perchè solo un obiettivo fotografico di particolare potenza ce lo può svelare.

C'è infatti nella creazione uno splendore che si riflette anche in ciò che ordinariamente non riusciamo a vedere: albe e tramonti in luoghi estremi quasi mai toccati dall'uomo o fioriture su monti dove pochi arriveranno o - come in questo caso - piccole meraviglie nascoste che tuttavia esistono.
È l'Infinito che qui si specchia nel finito, il macrocosmo nel microcosmo a rallegrarlo
con la sua leggiadria. Sono impronte dall'Alto tutte da scoprire, piccoli segni disseminati in natura che vanno al di là delle parole, a somiglianza del ritmo numerico della sequenza di Fibonacci che troviamo già presente nella struttura di piante, fiori, conchiglie ecc.

Al di là delle parole, sì. E mi viene da pensare anche alla dimensione infinita del cuore umano, abitato dalla nostalgia di una pienezza tanto grande che talora non trova spazio di comunicazione in un discorso e - senza nulla togliere al valore della parola poetica - cerca altri strumenti espressivi a cominciare dalla musica.
Per questo oggi ho scelto il brano di Giovanni Allevi intitolato proprio "Quel che non ti ho detto", tratto
dall'album "Estasi" uscito nel 2021.
Ma a chi si rivolge qui il compositore nella sua intenzione di comunicare attraverso le note? Il suo è un messaggio
dedicato alla persona amata o un dialogo con la musica stessa e con quell'Infinito verso cui essa ci conduce?
In ogni caso, il brano celebra la magia dei suoni capaci - come ogni artista sa bene -
di scandagliare gli abissi dell'anima e di farsi voce laddove le parole non bastino o una segreta timidezza ci fermi.

Musica come discorso allora, con una sua parte introduttiva (se ci fate caso, dall'inizio del brano fino a 0,48), un tema e un andamento sintattico cui le varie sfumature, le pause, i crescendo o i pianissimo, conferiscono la giusta intonazione insieme a un luminoso riverbero.
Esordisce delicatamente qui il tema, per poi animarsi alternando passaggi di intima
dolcezza ad altri di crescente intensità. Note che, nella ripresa, si fanno sommesse come a cercare un'espressione più compiuta o a vincere un'iniziale pudore prima di abbandonarsi alla passione. Ma poi sembra che non bastino mai, tanto la melodia  torna di nuovo a ripetersi quasi carezzasse un essere amato circondandolo di più profonda tenerezza. 

Un brano che in certi punti può ricordare la soavità di Chopin, ma che - a mio modesto avviso - in alcuni passaggi conclusivi rimanda a Puccini.
Chi tuttavia avesse dimestichezza con la musica di Allevi, potrà ravvisarvi anche
l'atmosfera di pezzi come "Lovers" o come l' "Adagio" del suo "Concerto per pianoforte e orchestra n.1".
Note sgorgate dalla sensibilità del compositore che, al culmine di certi
passaggi ascendenti, va sfumandone lievemente il suono regalandoci tutta la suggestione di un discorso musicale come il suo, profondo e delicato, appassionato e sognante.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

giovedì 22 giugno 2023

Le mie città - 6

C. Pissarro : "Boulevard Montmartre di notte"

Avete mai sperimentato il fascino di una grande metropoli di notte, o sotto il cielo plumbeo di un temporale o quando, mentre si spegne l'ultimo rosa del tramonto, si accendono i lampioni?
Certo che l'avrete fatto, chissà quante volte! L'atmosfera cambia e l'ombra,
come nasconde i contorni degli edifici, altrettanto fa affiorare le suggestioni che la luce ha dissolto. Sembra strano, ma spesso è proprio il buio a rivelare dimensioni che diversamente ci sfuggono e che non appartengono solo alla realtà che ci sta davanti, ma prima di tutto a noi stessi tanto che le proiettiamo su di essa. Per questo oggi, per parlare di una città che amo come Parigi, ho scelto immagini che la riproducono nella suggestione della sera o della notte e che, accanto ad aspetti comuni a mille altre metropoli, ne affiancano altri d'inconfondibile attrattiva.

Ho visitato Parigi varie volte, girandone viali e piazze anche di sera e ricavandone sensazioni contrastanti: il suo fascino è infatti quello di un luogo vivace ma anche intimo, scenografico e raccolto ad un tempo.
Tuttavia, al di là di questo, nell'immaginario mio e forse di altri la città resta prima di
tutto un simbolo della piacevolezza del vivere e dello splendore dell'arte, un mondo dove la bellezza si coniuga in una miriade di svariati modi, dal vibrare dei colori nei paesaggi degli Impressionisti alla grandiosità degli edifici gotici e non solo. Un patrimonio prezioso che appartiene a tutti tanto che, in quel terribile lunedì dell'aprile 2019 quando in tv ho visto crollare il pinnacolo della cattedrale di Notre-Dame, ho vissuto l'evento come fosse cosa mia e il furioso incendio mi stesse distruggendo un pezzo di cuore.

Edouard Cortès : "Place Vendôme sotto la pioggia"  

Impossibile però sintetizzare in poche righe l'anima di una tale città, così ho scelto di osservarla attraverso lo sguardo di alcuni pittori che amo e che hanno colto particolari aspetti del suo fascino.

Il primo è l'impressionista Camille Pissarro (1830 - 1903) di cui vedete in alto "Boulevard Montmartre di notte", forse il più conosciuto della serie di dipinti in cui l'artista ha raffigurato il famoso viale parigino cogliendone l'animazione e la vivacità anche di giorno.
Ma se alla luce la pennellata è più nitida e precisa, nel buio della sera piovosa,
rischiarata dalle vetrine colorate e dalla fila di lampioni bianchi che disegnano la prospettiva, essa ci offre il riverbero indefinito che danno le cose attraverso il velo della pioggia. Tutto, dalle persone, alle auto, al selciato lucido, è realizzato con un tratto veloce e sintetico eppure capace di cogliere l'essenziale di ogni forma e restituircelo nella sua vita vibrante. Una vita che si dispiega nell'ampia e ariosa visuale dall'alto, nel blu scuro del cielo e nell'intenso viavai della sera, ma che s'intuisce anche dietro le finestre o nelle mansarde che appena s'intravvedono.

Proprio il viavai della sera è quello che possiamo osservare nel dipinto di un altro artista legato questa volta al Postimpressionismo: "Place Vendôme sotto la pioggia" di Edouard Cortés (1882 - 1969). Non scorgiamo molto della piazza se si eccettua la colonna, ma colpisce quel cielo disfatto, ingombro di nuvole che si riflettono nel grigio dell'asfalto e delle pozzanghere mentre la gente si muove in carrozza o sotto l'ombrello. Un dipinto che a prima vista sembra scuro e invece - osservato più a lungo - svela i suoi dettagli quasi potessimo entrare nel contrasto tra il grigio dell'ambiente e le luci rossastre delle vetrine e, in questo scorcio di vita urbana sotto un temporale, nutrissimo un segreto desiderio di casa.

Molto diversa è invece l'atmosfera nelle due opere che vedete qui a lato del russo Evgeny Lushpin, classe 1966: la prima intitolata "Over the Roofs of Paris" e la seconda "Rendezvous on Rue du Mont Cenis".
Sono dipinti certo, ma di effetto incredibilmente
fotografico sia per la sottile nitidezza della pennellata che per le inquadrature. Proprio per il realismo di tante sue raffigurazioni urbane, Lushpin è stato paragonato allo statunitense Hopper, ma l'uso della luce e il punto di vista creano spesso una sorta di illusionismo. Qui infatti lo sguardo dell'artista offre della metropoli una visione realistica e fiabesca insieme.

Osserviamo per esempio la città vista dall'alto dei tetti: certo una distesa di edifici che arriva fino alla Tour Eiffel e poi all'orizzonte. Ma a colpire l'immaginazione sono le tante mansarde illuminate a cominciare da quelle in primo piano, le loro luci rossastre, la vita che vi s'intuisce e la loro architettura complessa che si articola in piani, cupole e abbaini. È uno sguardo che, più che sulla metropoli, si addentra al suo interno come se un occhio misterioso ne scrutasse il cuore dall'alto. Ma l'impressione cupa che ne può derivare viene dissolta dalla spolverata di neve sui tetti che ci restituisce un'atmosfera di fiaba e una dimensione di intimità.

Sia pure in modo diverso, anche "Rendezvous on Rue du Mont Cenis" ci presenta una ricerca di intimità. Sono famose in tante raffigurazioni quelle scale nel quartiere di Montmartre e il tema del quadro - un appuntamento, se fate caso anche qui sotto la pioggia - ci riporta a quel romanticismo parigino divenuto nel tempo una sorta di luogo comune tanto da rasentare la banalità.

Ma il dipinto non è banale. Certo, un appuntamento...ma dove sono le persone o, forse, gli amanti? In apparenza il paesaggio è vuoto e invece in fondo alla scalinata, a guardar bene, si scorgono due figurette vicine sotto un ombrello. Poco lontano altre due sembrano avvicinarsi, ma ciò che colpisce è la loro piccolezza. C'è una sproporzione evidentissima tra il tema del quadro - un appuntamento - e la la lunga scalinata dove le figure umane quasi si perdono. Ma se ciò può creare un senso di solitudine e di straniamento, ancor più significativa diventa la ricerca di una vicinanza nel cuore di tale solitudine.

Così, in linea con quel romanticismo tipico di certe atmosfere parigine, ho scelto un brano di un autore contemporaneo di grande classe sia nelle sue creazioni che negli arrangiamenti.
Si tratta del celebre fisarmonicista Richard Galliano, classe 1950, che
nell'album intitolato "Valse(s)" uscito nel 2020, ha meravigliosamente rivisitato un vecchio e famoso testo della cantautrice Barbara (1930 - 1997): "Ma plus belle histoire d'amour". Qui tuttavia non ci sono le parole della canzone, ma solo note che indugiano liberamente sulle emozioni esprimendo il senso di una vicenda esistenziale.
Col particolare timbro della sua fisarmonica, Galliano valorizza infatti la tradizionale
musette francese ora ritmando la melodia, ora rallentando con delicatezza certi passaggi per farcene cogliere l'intimità, quasi lo strumento diventasse una voce che sussurra ripercorrendo piano l'incanto di una storia d'amore. Suggestivo anche il video che l'accompagna e che, nella cornice di una stanza scura, vede una coppia mentre balla al suono della canzone con movenze ora lievi, ora appassionate.

La musica come possibilità di introspezione quindi o - per usare le parole dello stesso Galliano - come "medicina dell'anima" : un'aria di grande dolcezza che potrebbe anche risuonare nel cuore delle figurette del quadro di Lushpin, laggiù, in mezzo alla città sconfinata.

Buona visione e buon ascolto!

(Le foto sono prese dsl web)

 

mercoledì 14 giugno 2023

Festosa gratitudine

Ci sono molteplici modi di esprimere la gioia che proviamo ascoltando musica, modi che variano in rapporto alla sensibilità del singolo, ma insieme al luogo, al contesto, all'interpretazione e certo al genere del brano eseguito.
Come ho detto spesso in passato, altro è essere in uno stadio, altro trovarsi in un
a prestigiosa sala da concerto.

Ma al di là di questo, esiste anche una
partecipazione legata al carattere di un popolo più o meno incline a manifestare le proprie emozioni. Se infatti in Estremo Oriente il pubblico è in genere più riservato, se in Occidente è vivace ma pur sempre composto, nel mondo sudamericano l'atteggiamento di chi ascolta costituisce invece un'eccezione per la sua marcata esuberanza.

Abbiamo assistito proprio qualche sera fa - durante il Concerto per Milano in piazza Duomo - all'esibizione del tenore peruviano Juan Diego Florez che a un certo punto ha fatto cantare il pubblico nel quale, tra l'altro, erano presenti tanti suoi connazionali. È sempre entusiasmante per uno spettatore essere direttamente coinvolto all'interno di una performace, e tali eccezioni a volte si sono verificate anche nei più famosi templi della musica.
Ho in mente Riccardo Muti che nel 2011 - nientemeno che alla Scala! - ha diretto
gli ascoltatori nel celebre "Va' pensiero" o ancora penso al tradizionale battimani che accompagna certi brani durante il Concerto di Capodanno al Musikverein di Vienna. Nè si può dimenticare il calorosissimo e commovente saluto tributato dal pubblico berlinese al Maestro Abbado dopo l'ultima sua esibizione con la Filarmonica della città nel 2013.
Un apprezzamento per la musica quindi e insieme un segno di gratitudine per chi se ne fa portatore, una partecipazione fatta di
gesti che partono dal cuore e da un'adesione totale a ciò che si riceve.

Per questo, oggi mi piace condividere qui un video che non esito a definire entusiasmante. Si tratta del venezuelano Gustavo Dudamel che dirige la Simon Bolivar Symphony Orchestra nell'esecuzione della "Marcia di Radetzky" di Johann Strauss padre (1804 - 1849), proprio il brano del battimani viennese. Stavolta però la mia attenzione non si ferma alla musica qui splendidamente ritmata nella sua vivacità, ma va alle reazioni degli ascoltatori, alla direzione più che mai briosa di Dudamel e in particolare a un suo gesto che potrete apprezzare solo se guarderete il video fino alla fine.

C'è un'indole latino-americana che porta a manifestare la gioia in modo assolutamente festoso. Le immagini che oggi vi propongo non sono tra le più chiassose e movimentate che si possano trovare: ci sono brani infatti che suscitano entusiasmi ancora più irrefrenabili. Tuttavia vedrete che, nel mezzo dei calorosi applausi tributati all'orchestra, a un certo punto Dudamel s'immerge in un vero e proprio bagno di folla per andare ad abbracciare e portare sul palco un signore anziano. Non è un gesto formale, ma il segno di una gioia palpabile che nasce dal cuore ed è coralmente condivisa. 

La persona a cui rende omaggio è Josè Antonio Abreu (1939 - 2018), colui che - come scrivevo qui in passato - col proprio sistema di educazione musicale pubblica e gratuita ha aperto il mondo delle note a tanti giovanissimi provenienti anche da famiglie povere. Ciò, se da un lato ha consentito loro di imparare un mestiere riscattandosi da condizioni sociali ed economiche incerte, dall'altro ha promosso la formazione di numerose orchestre giovanili venezuelane tra le quali una delle più affermate è la Simon Bolivar.
Dudamel viene proprio da questa scuola ed è significativo vedere qui l'anziano e il
giovane, il maestro e l'allievo, chi ha aperto una strada e chi la sta percorrendo con successo, abbracciati nel segno della gratitudine per il cammino compiuto e uniti dalla gioia della musica. Un'onda di entusiasmo che, partendo dai protagonisti e dal pubblico, raggiunge anche noi che guardiamo e allarga il cuore!

Buona visione e buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

mercoledì 7 giugno 2023

L' altoparlante

Hanno ridato in tv la scorsa settimana "Le ali della libertà", celebre film uscito nel 1994 per la regia di Frank Darabont, con Tim Robbins e Morgan Freeman.
Benché l'avessi già visto parecchi anni fa, non
ho voluto perderlo per un motivo ben preciso: se infatti nel 2010 ho creato il mio blog, il merito va proprio a questa pellicola che me ne ha fornito lo spunto e alla quale, a suo tempo, avevo dedicato il post d'inizio. 

Nel breve articoletto di esordio, facevo cenno alla durezza della vicenda ambientata nel penitenziario di Shawshank dove Andy, il protagonista, viene rinchiuso a scontare due ergastoli per un duplice omicidio che in realtà non ha commesso. In una quotidianità fatta sia di violenze da parte di alcuni detenuti e di una delle guardie, sia di ipocrisia da parte del direttore del carcere, la lotta non è solo quella di conquistare la libertà materiale cercando una via di fuga, ma prima di tutto la necessità di mantenersi vivi e liberi interiormente. Andy lo farà evitando di vendicarsi delle aggressioni subite, facendo amicizia con Red, mettendo al servizio degli altri le proprie competenze di ex bancario e potenziando la biblioteca del luogo con ripetute richieste di libri e dischi che, finalmente, un giorno vengono esaudite.

È a questo punto del film che si svolge la scena a mio avviso più toccante che - se volete - potete ritrovare qui. Nella gioia di condividere lo splendore della musica, pur sapendo di violare le regole e consapevole che avrebbe duramente pagato tale trasgressione, mentre i detenuti sono in cortile per l'ora d'aria Andy fa loro ascoltare dall'altoparlante un brano di Mozart.
Si tratta dell'aria "Che soave zeffiretto", una delle più suggestive da "Le nozze di Figaro"
, che come una magìa scende dall'alto su tutti suscitando improvviso stupore. Seguirà la durissima punizione, ma nel buco in cui Andy verrà confinato, grazie alle note di Mozart custodite nella mente e nel cuore come lui stesso dirà poi, riuscirà a resistere.

Proprio questa sequenza ha fatto nascere in me l'idea di condividere musica in un blog. Ma se l'avevo già detto nel post d'inizio, perchè ora - a quasi tredici anni di distanza mese più mese meno - lo racconto di nuovo?
Perchè, nonostante la conoscessi,
la scena rivista sere fa mi ha suscitato di nuovo profonda commozione. Come già a suo tempo e forse ancora più intensamente, ho colto infatti quanto la bellezza della musica sappia generare stupore e abbattere le sbarre di tante prigioni interiori, liberando in noi energie latenti e impensate. E come allora, ho colto la gioia del protagonista di farsi ad ogni costo altoparlante nel condividere tale bellezza, capace di risvegliare una luce di umanità anche nel chiuso di un carcere. 

Così, oggi mi piace tornare al Mozart de "Le nozze di Figaro" proponendovi però un brano diverso da quello pubblicato a suo tempo.
Si tratta della celebre aria di Cherubino "Non so più cosa son, cosa faccio" dal I atto
dell'opera. Al di là del fatto che, rappresentando Cherubino un giovane paggio alle prese con i primi turbamenti amorosi, il suo ruolo musicale è stato spesso affidato alla voce femminile di mezzo soprano, l'aria mi ha colpito anche per un particolare riferimento che coglierete facilmente.
Ascoltandola, noterete subito la marcata somiglianza con l' esordio
di uno dei pezzi più conosciuti del compositore salisburghese: la "Sinfonia n.40 K.550"

Brani diversi certo, perchè l'aria di Cherubino è in un luminoso mi bemolle maggiore, mentre la Sinfonia scritta da Mozart due anni più tardi, nel 1788, esordisce in sol minore con un tocco di malinconia quasi preromantica.
Ma nonostante la differente atmosfera, tra i due pezzi si coglie una netta
somiglianza ritmica perchè entrambi costruiti sullo schema dell'anapesto.
Si tratta di una forma metrica della poesia greca e latina costituita da due brevi e una lunga (
∪ ∪ —), corrispondenti a due sillabe atone seguite da una sulla quale cade l'accento tonico, e traducibili in cellule ritmiche anche sul piano musicale.

Quanto al testo del brano, esso esprime lo smarrimento dell'animo adolescenziale alle prese con i primi innamoramenti, le contrastanti emozioni e l'insopprimibile desiderio di manifestarle. Ed espressioni come "Or di foco, ora sono di ghiaccio" insieme al bisogno di sfogare il proprio sentimento in dialogo con la natura, possono ricordare i versi del Petrarca nel sonetto "Pace non trovo..."  o in "Solo e pensoso..." o ancora nella canzone "Di pensier in pensier, di monte in monte". Non dimentichiamo, a questo proposito, che il librettista de "Le nozza di Figaro" - Lorenzo Da Ponte - era italiano.

Un brano fatto quindi di concitazione e soavità che la voce di Cecilia Bartoli modula splendidamente, alternando acuti a toni più confidenziali e sommessi.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

martedì 30 maggio 2023

Notte nella foresta

Sarà perchè sento acutamente la mancanza del coro del quale facevo parte prima del Covid che, quando youtube mi propone un brano polifonico, mi ci soffermo sempre con inquieto desiderio.
Sono molto grata per gli anni in cui ho avuto la
possibilità di cantare in un coretto parrocchiale, un ambiente in cui mi sono trovata subito bene e ho imparato tanto. E che cosa, in particolare ???... 

Ad ascoltare prima di tutto, a riconoscere una nota calante da una in tono, a respirare al momento giusto, a cogliere l'importanza dell'omogeneità degli attacchi e a comprendere che in un brano polifonico tutte le voci devono fondersi con equilibrio senza che una spari al di sopra delle altre.
Ma ho imparato anche ad incantarmi
durante le prove, nel sentire come un brano vada pian piano prendendo forma con la bellezza dei bassi che sostengono le voci più alte dando loro sostegno e spessore. Ne ho parlato qualche volta in passato - per esempio qui - perchè non si può tenere solo per sè una sensazione tanto coinvolgente. Così con Mozart, Bach, Lotti, Palestrina, Franck e altri.
Poi la pandemia ha spezzato e spazzato via tutto. Certo, non siamo stati
tanto tecnologici da organizzarci sul web come molti cori hanno fatto, poi qualcuno se n'è andato, da pochi siamo rimasti in pochissimi ed è stato impossibile proseguire.

Così ora mi aggiro su youtube con profonda nostalgia ed è questo il motivo per cui oggi vi propongo un pezzo corale che ho scoperto da poco.
Si tratta del brano intitolato "Waldesnacht", terzo dei "Sieben Lieder op.62" di Johannes Brahms (1833
- 1897) che qui ha musicato l'omonimo testo del poeta tedesco Paul Heyse (1830 - 1914).
Notte nella foresta dunque: tema squisitamente romantico nel quale i versi dello
scrittore cantano il sollievo di trovare pace nella frescura di un bosco, lontano dal clamore mondano e a contatto con una natura che, sola, può acquietare i tormenti di uno spirito ribelle concedendogli un sonno che attenui il dolore. E si percepisce chiaramente l'eco di altri poeti che, nel tempo, hanno dato sfogo ai propri sentimenti nella natura, a partire dal Petrarca di "Solo e pensoso..." fino al Foscolo del sonetto "Alla sera", ma - per restare in ambito tedesco - certo anche al Goethe de "I dolori del giovane Werther".

In "Waldesnacht" Brahms ha tradotto in note le tre strofe del testo di Heyse creando un'intensa melodia per coro misto a cappella, la cui armonizzazione talora può ricordare qualche passaggio della sua prima sinfonia. Una melodia sostanzialmente pacata, tuttavia non priva di momenti forti tesi a interpretare l'irrequietudine d'animo di cui parla il poeta; ma ogni volta il tormento va placandosi nella pace del bosco circostante.
Ce lo dicono le voci del coro che esordiscono piano, poi s'impennano in qualche
passaggio più vigoroso per tornare infine a pacificarsi.
Molto bella a questo riguardo - sentitela e risentitela, per favore! - la conclusione
delle singole strofe per l'incantevole diminuendo che conduce all'accordo finale dove la fusione delle voci è di una soavità senza pari.

Decisamente apprezzabile l'esecuzione del Coro dell'Università di Monaco di Baviera che avete già ascoltato anni fa in un altro pezzo dal contenuto simile e dall'atmosfera romantica: "Abschied vom Walde" di Mendelssohn.
E vale anche per il brano di Brahms l'osservazione che facevo allora e cioè
che, nonostante il gruppo corale sia molto numeroso, il canto è nitido e percepibile in ogni sua sfumatura. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

martedì 23 maggio 2023

Le mie città - 5

Beato Angelico : "Deposizione dalla croce"













 

Non è italiana e neppure europea la mia città di oggi, ma il suo nome evoca vicende di portata universale che in qualche modo ci interrogano nel profondo facendo riecheggiare in noi gli antichi versetti del Salmista: "Se mi dimentico di te, si paralizzi la mia destra, si attacchi la lingua al mio palato se lascio cadere il tuo ricordo". Parlo infatti di Gerusalemme.

Ci sono stata parecchi anni fa, ma non così tanti da non aver visto checkpoint e muri di confine con i territori palestinesi. Un viaggio certo interessante sul piano storico, religioso e politico, ricco di tappe che tuttavia qui non intendo ripercorrere perchè mi piace soffermarmi invece su alcuni particolari paesaggistici. Le vicende millenarie del luogo e le dominazioni susseguitesi nel tempo, come sempre accade, ne hanno plasmato anche la fisionomia, conferendole però in questo caso un fascino molto singolare.

Osservando il suo panorama, mi verrebbe spontaneo definire Gerusalemme la città tutta d'un colore, perchè - se si eccettua la spianata delle moschee - la visuale che dal Monte degli Ulivi digrada sulle tombe della Valle del Cedron e poi sale alle mura e agli edifici del centro storico, ci offre una tinta uniforme. La pietra delle diverse costruzioni ha infatti un colore chiaro tra il bianco crema e il beige rosato che ricorda il marmo, ma che in realtà è una particolare varietà di calcare di cui sono ricchi i monti della Giudea.
Forse è stato proprio questo aspetto che - al di là dei vicoli dei vari quartieri
dove si addensano botteghe e merci coloratissime come in un suq - mi aveva ricordato alcuni nostri centri storici d'impronta medioevale, a cominciare da Assisi e Viterbo. Ma se il colore chiaro, la spoglia pietra romanica delle chiese insieme alle arcate che sormontano certe vie mi erano risultate familiari, l'atmosfera che vi ho respirato resta unica.

Sarà per questo che sono andata a cercare le raffigurazioni della città in alcuni pittori del Quattrocento e mi ha colpito il fatto che - per quanto talora essa sia in secondo piano - non manca di accurati dettagli.
Ecco la Gerusalemme del Beato Angelico
(1395 - 1455) sullo sfondo della splendida "Deposizione dalla croce" al Museo di San Marco a Firenze, e poi quella di Andrea Mantegna (1431 - 1506) nella "Crocifissione" del Louvre a Parigi!
E parlando sempre del Mantegna, la citt
à compare ancora in secondo piano nell' "Orazione nell'orto" della National Gallery di Londra.

Una serena geometria di case quella dell'Angelico, dove edifici e cinta muraria possono ricordare Ambrogio Lorenzetti nel raffigurare Siena, o Giotto nella "Cacciata dei demoni da Arezzo", anche se con proporzioni più realistiche e tinte più luminose. E, parlando appunto di geometria, ciò che mi colpisce - oltre ai piani squadrati del tempio somigliante a uno ziqurrat - sono le tante figure solide cui si possono assimilare le costruzioni come ad una sorta di cubismo ante litteram.

A. Mantegna : "Orazione nell'orto" (part.)

Diversa la Gerusalemme del Mantegna, composta da edifici che ricordano alcuni centri storici italiani tra i quali si riconosce Roma con il Colosseo. Una città dalla possente cinta muraria, dal disegno severo e ben dettagliato che testimonia la passione dell'artista per l'antichità classica.

A. Mantegna : "Crocifissione" (part.)

Al contrario, nel particolare qui a lato sullo sfondo della "Crocifissione", il centro adagiato sulla collina e fitto di case, torri e mura, non ha edifici che lo identifichino con precisione. Solo i cippi delle tombe dietro la croce possono ricordare la Valle del Cedron ma, a parte questo, potrebbe trattarsi di una qualsiasi città dall'architettura quattrocentesca a cui il Mantegna si è ispirato.

Tuttavia, la Gerusalemme a mio avviso più sorprendente è del fiammingo Hans Memling (1430 - 1494) nella tavola intitolata "Passione di Cristo", conservata alla Galleria Sabauda di Torino.

H. Memling : "Passione di Cristo"












Il primo elemento di sorpresa è la gran quantità di persone e di edifici delineati con attenzione minuziosa in rapporto alle limitate dimensioni del dipinto(56,7×92,2 cm), probabile eredità della tradizione dei miniatori fiamminghi, esperti nel lavorare nel piccolo spazio. Le architetture della città poi sono quelle tipiche del Nord Europa all'inizio del Rinascimento, ma ad affascinarmi è la particolare iconografia dell'opera.
Due sono gli elementi più singolari: la rappresentazione contemporanea nello stesso quadro di momenti
diversi della Passione di Cristo - dall'ingresso in Gerusalemme alla Resurrezione - e soprattutto la descrizione di esterni e insieme di interni dove i vari episodi si intersecano col tessuto urbano diventando un tutt'uno con esso. Il dipinto infatti ci presenta una sorta di intricata processione che entra ed esce da porte, archi, case e vie, come se di Gerusalemme vedessimo uno spaccato, irto di edifici addossati l'uno all'altro, simile a un corpo che mostra le proprie viscere.

Certo, qui la città è in primo piano perchè frutto di un tema diverso da quello della Crocifissione o della Deposizione.
Ma tale iconografia mi sembra degna di nota anche
perchè ci parla di Gerusalemme come luogo inseparabile dalla Passione, evento che l'ha attraversata e segnata in passato, lasciando però sia sul piano materiale che spirituale un'impronta che ancora dura.

E quale musica dedicarle allora? A dire il vero, ci ho pensato a lungo vagliando diverse ipotesi da Bach fino alle arie festose dei klezmer. Poi però ho optato per un pezzo di un autore contemporaneo al quale oggi dò il benvenuto in questo blog.
Si tratta dell'estone Arvo Pärt, classe 1935, la cui ricca produzione è caratterizzata da un
profondo interesse per la musica sacra, uno stile di grande essenzialità e armonie improntate ad antichi procedimenti compositivi. Tra le sue opere corali, ho scelto il brano intitolato "Peace upon you, Jerusalem", in cui l'autore ha messo in note il testo del Salmo 122 (121) qui interpretato dall'Ensemble Sjaella, sestetto di splendide voci femminili.

Ma al di là dell'originalità stilistica di questo pezzo, mi piace sottolineare due dati che ci riportano all'attualità. Il primo è proprio il contenuto del Salmo che invoca pace sulla città, ma il secondo riguarda il luogo in cui il gruppo corale si esibisce. Si tratta della Chiesa di San Nicola a Lipsia, famosa per essere stata a lungo sede di incontri di preghiera per la pace e punto di partenza della rivoluzione pacifica della DDR che ha portato nel 1989 alla caduta del muro di Berlino.
Città diverse e storie lontane tra loro, certo. Ma mi sembra una coincidenza significativa quella che vede la preghiera per Gerusalemme cantata proprio nel luogo che ha dato origine alla caduta di un muro.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

martedì 16 maggio 2023

Un Prokofiev sublime!

Mi risuona in testa da giorni il brano di oggi, un pezzo che ho scoperto da poco ma che mi ha affascinato al pari di altri dello stesso autore.
Mi riferisco a Sergej Prokofiev (1891 -
1953), compositore che ho amato fin dalla giovinezza non solo per la celebre fiaba musicale intitolata "Pierino e il lupo", ma soprattutto per l'incantevole Larghetto della "Sinfonia classica" che ho pubblicato qui tanti anni fa, quasi agli esordi di questo blog. 

Avevo allora un piccolo bagaglio di musiche delle quali ero perdutamente innamorata e all'inizio, prima di aprirmi ad altri autori e altre suggestioni, avevo dato subito fondo a quelle che amavo tale era la gioia di poterle condividere. Di quel brano di Prokofiev m'incantavano la leggerezza dolce e ritmata, l'orchestrazione ricca di fremiti e l'atmosfera innovativa, nonostante l'appellativo di classica della sinfonia per i riferimenti allo stile di Franz Joseph Haydn. A suo tempo - nel post che, se volete, potete ritrovare qui - avevo scritto che quella musica mi faceva pensare a spazi sconfinati e insieme a un passo di danza, ma anche il brano di oggi - per quanto diverso - mi lascia una simile suggestione.

Si tratta del secondo movimento, "Andante assai", dal "Concerto per violino in sol minore n.2 op.63" del quale ho scelto un video con la partitura. Osservandola infatti, si può apprezzare meglio l'andamento dei singoli strumenti e la presenza delle terzine che vanno a fondersi con il differente ritmo orchestrale in una sorta di divergenza metrica.

Il brano si apre con un delicatissimo pizzicato degli archi accompagnato dal clarinetto, cui poi si sovrappone il violino solista con un tema dolce e cantabile a somiglianza di un passo lieve, una voce pacata che ci guida nel solco di una riposante melodia. Questa viene ripresa e arricchita di fioriture nel progressivo dialogo con il flauto, fino a un' apertura di grande intensità orchestrale a 3,14 dall'inizio, simile a un'aria che, se prima saliva timida, poi prende il volo per librarsi più sicura. È un luminoso risveglio delle varie voci strumentali, un meraviglioso colpo d'ala che ci regala una sorta di visuale dall'alto quasi fossimo attraversati da un più ampio respiro.

Segue una sezione animata e dissonante nella quale peraltro alcuni passaggi, per i frequenti cambi di tonalità, ci rimandano all'atmosfera del celebre balletto "Romeo e Giulietta". Ed è qui che - dopo un seguito di battute ora accese ora più lente - accompagnato dal ritmo sommesso dei pizzicati, a 7,25 dall'inizio torna il tema iniziale con una delicatezza che non esito a definire sublime. È un'aura di salvezza dopo la tempesta, uno spiraglio di luce dopo il buio, è la melodia che riprende dolcemente il volo per proseguire sui virtuosismi del violino e concludersi poi accompagnata dagli altri strumenti.
Una musica di cui innamorarsi al primo ascolto, destinata a restare nella nostra fantasia per dipanarvisi con libertà
. Io me la immagino infatti danzata con passo leggero e con una grazia pari a un respiro d'anima ora delicato, ora più intenso, ora di nuovo lieve.

Il violino solista qui è Maxim Vengerov mentre a dirigere la London Symphony Orchestra è Mstislav Rostropovich, a mio modesto avviso in una tra le migliori interpretazioni del brano presenti su youtube. La voce del violino infatti è un sogno, e le terzine dei pizzicati con cui la melodia si apre quasi fiorendo dal nulla hanno quella delicatissima e calibrata lentezza che fa di questo pezzo un vero incanto.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web)

 

martedì 9 maggio 2023

Tanzpräludium

Conosciamo tutti l'importanza e la funzione delle varie tonalità musicali non solo per la solarità di quelle maggiori e la malinconia delle minori, ma anche per le sfumature che caratterizzano ognuna di esse identificandola.
Un si, magari bemolle, ha una luminosità
diversa dal mi, e un re minore comunica una disperazione differente da quella - per esempio - del fa. Sfumature, certo, ma se all'orecchio di un profano come la sottoscritta possono dire poco, per ogni musicista che si rispetti sono fondamentali e fanno davvero la differenza.
I celebri quattro accordi iniziali della Quinta Sinfonia di Beethoven avrebbero lo
stesso impatto se il brano, invece che in do minore fosse - che so? - in la? Avrebbero la stessa energia, comunichebbero la stessa impressione del destino che bussa alla porta? Probabilmente no. Ma anche chi canta in un coro sa bene che, abbassando di un tono o di un semitono un canto troppo alto, se ne modifica in qualche modo l'effetto, e immagino che questa sottile percezione sia più viva in chi ha l'orecchio assoluto. Ma non è il mio caso.

Sarà per questo che talora, da allegra principiante quale sono, mi diverto a cambiare la tonalità di un brano per facilitarlo e spero che nessun esperto di musica che per caso passasse di qui si stia stracciando le vesti.
La prima volta che mi è venuta la tentazione è stato tanti anni fa, davanti al "Preludio n.3 in Do diesis maggiore BWV 848" dal I libro del Clavicembalo ben temperato, e parliamo di Bach ovviamente. La scala di Do diesis maggiore, come ben sa chi mastica anche solo un po' di musica, ha la bellezza di sette diesis in chiave, esattamente come le sette note. Tutti insomma, di più non si può, e anche se questo brano in realtà non può essere considerato difficile, per le persone come la sottoscritta comporta tuttavia qualche problemino.

Così un giorno, osservandone lo spartito ho pensato: "Ma visto che i diesis sono sette, se li tolgo tutti le note mi daranno esattamente la stessa melodia trasposta in Do maggiore che, siccome in chiave non ha alterazioni, è la scala più facile di tutte". Ah, ah, evvai...detto e fatto!
La mia insegnante mi aveva guardato male, ricordandomi che un brano
spostato dalla propria originaria tonalità perde carattere e smalto...però per una volta aveva lasciato fare. Così, per conto mio, ho continuato a compiere allegramente la stessa operazione anche su altri pezzi, non tutti s'intende, ma solo quelli che trasposti in altra scala diventavano per me più abbordabili.

Così arriviamo al brano di oggi: il "Preludio n.13 in Fa diesis maggiore BWV 858" sempre dal I libro del Clavicembalo ben temperato del nostro amico Bach. Anche questo era stato oggetto della mia medesima attenzione e la sorpresa dei giorni scorsi è stata che, riprendendolo in mano dopo tanto tempo, sono riuscita a suonicchiarlo ancora senza difficoltà...nella mia versione facilitata!
Solo che, se osservate bene la foto che ne riporta la parte iniziale, il brano
è in Fa diesis maggiore, le alterazioni quindi sono sei e toglierle significa suonarlo nella scala di Fa maggiore che comporta la presenza in chiave del si bemolle. La cosa di per sè non è difficile, ma bisogna cambiare anche le alterazioni transitorie che qui non mancano: quindi, ricordare che il doppio diesis diventa diesis, il diesis diventa bequadro e il bequadro diventa bemolle. Memorizzato questo, tutto fila liscio.

Ora lo so, qualcuno penserà che sono pazza e forse non ha torto perchè io mi diverto anche così. Allora mi piace condividere con voi questo Preludio che - tranquilli, niente paura! - vi offro nella sua tonalità originaria ed eseguito al pianoforte nientemeno che da András Schiff.
Si tratta di un brano dal piglio sereno, giocoso e danzante tanto che lo si trova anche col titolo di
Tanzpräludium. Sentirete bene, infatti, il ritmo che lo attraversa nelle varie riprese del tema, ritmo che il tocco del nostro amico András mette in luce pienamente sottolineando con eleganza i vari staccati.
Segue poi la relativa Fuga che lascio al vostro ascolto e sulla quale - perdonatemi! - ma non mi soffermo
perchè, a dire il vero, la mia testa è già nel brano della prossima settimana. Poi capirete il motivo.

Ultima notazione: nel video passano alcuni istanti prima che il pianista inizi a suonare perchè aspetta - pazientemente e forse non senza qualche moto di sofferenza - il silenzio del pubblico. Ed è lì, ad occhi chiusi, mentre cerca la necessaria concentrazione per immergersi nel danzante ruscello bachiano.
Vi giuro che lo adoro!

Buon ascolto!