domenica 28 aprile 2019

Grazie, Amicus...

Raffaello: "Scuola di Atene" (part.) - Musei Vaticani
Il post di oggi è dedicato al carissimo "Amicusplato", autore del blog "La verità vi farà liberi" che vi invito a visitare qui.
Vi troverete articoli che spaziano dalla filosofia alla teologia, dalla storia all'attualità e poi alla musica, tanta splendida musica condivisa con grande passione e competenza.
Ma vi sono anche numerose poesie: simpaticissime strofe con rime talora scherzose che rivelano in lui abilità di letterato, insieme a una verve frizzante e ironica, un modo tutto suo di essere controcorrente, nella ricerca di quella verità che risuona anche nel titolo del suo blog.
  
Insomma, una cultura poliedrica quella del nostro Amicus, e una personalità della quale ho sempre colto il rigore, ma anche apprezzato l'apertura insieme all'attitudine vivace del suo carattere, da buon aretino qual era.
Sì...era, perchè purtroppo se n'è andato non molti giorni fa - la Domenica delle Palme - lasciando un gran vuoto nel cuore di chi l'ha conosciuto anche solo dietro lo schermo di un computer, com'è accaduto a me.

È stato il primo a entrare nel mio blog nel lontano 2010, e dalle sue parole mi è arrivato spesso un incoraggiamento del quale gli sono molto grata.
Per quanto commentasse un po' saltuariamente - da ultimo con lunghi periodi di pausa - e nonostante non ci siamo mai incontrati, nel tempo era nato un rapporto di grande stima reciproca.
Finissimo musicologo e in particolare esperto di polifonia per aver fatto parte di una prestigiosa corale, Antonio - questo il suo nome dietro il nickname Amicusplato - aveva sull'argomento competenze da vero maestro e confesso che a volte, soprattutto i primi tempi, mi sentivo un po' in soggezione nel timore che, davanti a certi miei post, mi bacchettasse! Una soggezione tramutatasi poi in profonda stima per una persona che è divenuta per me un riferimento.
Oggi, insieme alla gratitudine per quanto ho ricevuto dalla sua ricchezza umana e culturale, avverto il vuoto della sua assenza. Mentre cercavo la musica per il post di Pasqua, mi veniva spontaneo immaginare cosa avrebbe pensato della scelta del brano, dell'interpretazione e via dicendo...Mi manca il riferimento dei suoi commenti sempre pieni di garbo e insieme il conforto di quella sotterranea sintonia che la musica sa creare tra chi la condivide.

Ma proprio in nome di tale sintonia - oltre alla foto in alto che ricalca la sua icona di blogger - so con lampante chiarezza quale brano dedicargli.
Si tratta del "Cum Sancto Spiritu" dal "Gloria" della "Grande Messa in do minore K.427" di Mozart, straordinario pezzo polifonico, movimentato e gioioso, che in qualche modo può rispecchiare la costante ricerca di bellezza del nostro Amicus.
Lo avevo riascoltato a lungo nei giorni scorsi incuriosita da un particolare. 
Mi sono accorta infatti che il brano ha una struttura fugata che lo accomuna ad altri pezzi simili sia di Mozart che di altri autori: dal "Cum Sancto Spiritu" della "Waisenhausmesse K.139", della "Missa longa K.262" e della K.66 sempre mozartiane, a quello del "Gloria" di Vivaldi e della "Petite Messe Solennelle" di Rossini, solo per citare alcuni esempi famosi. 
Così, mi sono chiesta il motivo di tale coincidenza: perchè sempre una fuga nel "Cum Sancto Spiritu" ? Ragioni musicali o altro?

Indubbiamente, i vari autori avranno sentito la necessità di concludere il "Gloria" in modo grandioso e niente di meglio che una complessa architettura contrappuntistica. Ma mi piace pensare anche a motivazioni che vadano oltre, legando la costruzione musicale al significato del testo.
Se infatti, da un lato, il richiamo allo Spirito Santo ricorda il cap.3 del Vangelo di Giovanni - dove la sua azione è paragonata a un vento che soffia dove vuole - dall'altro, mi pare che possano essere proprio gli elementi del contrappunto a dare di tutto ciò un'espressione davvero efficace. 
Lo Spirito è presenza che appare e riappare, qui e poi là, libera, sorprendente, vivificante e in costante movimento; e così pure è una fuga, nel suo coniugare lo stesso tema in differenti tonalità e voci che s'inseguono, con sviluppi sempre animati e nuovi, proprio come un vento che soffia dove vuole.

Dedico allora al nostro Amicusplato queste mirabili note mozartiane, e lo faccio anche per un altro motivo, legato a una notizia della quale sono venuta a conoscenza solo dopo la sua morte. 
Il blogger Antonio era, in realtà, "Don Antonio": parroco nella diocesi di Arezzo, eminente studioso, insegnante e storico, scomparso alla soglia dei 50 anni di sacerdozio che avrebbe festeggiato tra poco, se la malattia gliene avesse lasciato il tempo.
Sono dati che ne arricchiscono la figura spirituale e al tempo stesso ne disegnano l'apertura verso un mondo di cui - nel suo blog - aveva sempre stigmatizzato ciò che è vanità o, peggio ancora, barbarie, ma insieme accolto e celebrato con gioia tutti quegli aspetti che rendono bella la vita.
Per questo sono certa che, dall'Alto, ci seguirà con occhio vigile facendo il tifo per noi che restiamo.

Buon ascolto!

 

domenica 21 aprile 2019

Buona Pasqua !!!

















Anonimo bizantino (1315 ca.) : "Cristo risorto libera dagli inferi Adamo ed Eva" - Chiesa di San Salvatore di Chora - Istanbul.

 

Anonimo del XVIII sec. : "Alleluia, Behold the Bridegroom", inno della liturgia pasquale russa.

venerdì 19 aprile 2019

Venerdì Santo





















Cattedrale di "Notre-Dame" - Parigi, 15 aprile 2019.


 

Rihards Dubra (n.1964) : "O Crux, ave".

domenica 14 aprile 2019

Il genio di Mozart

Mozart : pagina autografa del "Dies irae" (foto presa dal web)

Non servono tante parole per il post di oggi, perchè le immagini, insieme alla musica, sono già molto eloquenti.
La Musica - e qui mi viene naturale usare la maiuscola - è quella di Mozart nel "Confutatis maledictis..." tratto dal "Requiem" K.626, mentre le immagini sono prese dal celebre film di Milos Forman: "Amadeus".

Da tempo avevo recuperato su youtube la sequenza nella quale il compositore - in punto di morte - detta a Salieri proprio quei versetti del "Dies irae": una scena d'intensa commozione che ho rivisto in questi ultimi giorni e non ho resistito al desiderio di condividere qui.
Al di là delle critiche mosse a suo tempo alla pellicola per l'inattendibilità della ricostruzione storica, a cominciare dalla presunta invidia di Salieri verso Mozart su cui tutta la vicenda è incentrata, la sequenza resta a mio avviso toccante. 
Dei due protagonisti, infatti, emergono differenze che le immagini ci aiutano a cogliere attraverso un racconto fatto di dettagli e sfumature.
Da un lato l'affermato ma un po' mediocre compositore di corte, prima quasi disorientato di fronte al talento di Mozart e poi sempre più sorpreso e convinto; dall'altro il giovane dalla vita sregolata e tuttavia - cosa forse per Salieri inconcepibile - toccato dal genio.
Aspetti diversi della loro umanità che emergono anche quando è Mozart ad aprire un discorso sul destino ultraterreno, come se il passo dal piano della musica a quello umano, dal testo del "Dies irae" agli interrogativi su di un giudizio dopo la morte fosse - in fondo - naturale, mentre l'altro sembra restarne un po' turbato e sviare l'argomento.

Ma straordinario è per me il modo in cui la fantasia del regista ci restituisce poi la costruzione del "Confutatis" nelle sue quattro voci, mentre affiora dal talento mozartiano con lampante e inarrivabile chiarezza.
E se scrivere un brano nella sua articolazione orchestrale e corale è lavoro che ogni buon musicista sa fare, il genio di Mozart si rivela qui in un sentire sorprendente e nitidissimo. Egli attinge infatti ad un'armonia sublime che ha già nella mente sia nella totalità della sua struttura polifonica che nelle singole parti, e che traduce in note ancor prima di vederle snodarsi in una partitura: miracolo creativo cui Salieri assiste da spettatore sempre più stupito.

Proprio di tale miracolo la regia consente anche a noi di cogliere la gioia e l'affanno, nella lucidità del compositore a disporre voci, tempi e orchestrazione, ma anche nel suo struggente e inesausto contemplare lo splendore della Musica: dal potente ostinato del "Confutatis", ai sottovoce e pianissimo del "Voca me cum benedictis" che qui - davvero - si fa preghiera.

Buona visione e buon ascolto!


domenica 7 aprile 2019

Ricreazione

Pieter Bruegel il Vecchio : "Giochi di bambini" (part.)
Desidero ufficialmente ringraziare da qui un mio compagno di scuola - personcina garbata con la quale ho condiviso gli anni di liceo - perchè devo la scelta della musica di oggi proprio a lui.
Qualche giorno fa infatti, su di una pagina web che frequento anch'io, ha pubblicato un video molto singolare, tratto da un vecchio cine-giornale in bianco e nero, un vero reperto storico che risale al 1949. 

È un breve e interessante filmato che vi allego qui di seguito, ma ciò che ha attirato la mia attenzione al di là delle immagini è stata la colonna sonora in sottofondo - in realtà poco più che uno stralcio - che nella sua giocosa vivacità mi pareva di conoscere.
A tutta prima però, pur avendo chiaro in testa il motivo, non ricordavo che cosa fosse. E mi stava venendo il solito tormentone, perchè desideravo invece riascoltare per intero quella musica spensierata e quei passaggi un po' ammiccanti a cui abbandonare il cuore. Poi, per fortuna, da qualche anfratto della memoria sono riaffiorati brano e autore. Et voilà, eccoli per voi!

Si tratta del "Finale - Molto vivace" della Sinfonia n.1 in Re maggiore op.25 "Classica" di Sergej Prokofiev (1891 - 1953), opera della quale, anni fa, ho pubblicato i primi due tempi che - se volete - potete ritrovare qui.
Fantasioso e concitato, ritmato e giocoso, capriccioso e talora burlesco, il brano di oggi ha un andamento molto mutevole in cui la creatività del compositore russo si è sbrigliata più che mai. Sembra addirittura che, in quest'ultimo movimento, essa si sia liberata da ogni regola anche se - in realtà - non è così e a suggerircelo è proprio l'attributo "classica" che Prokofiev stesso ha dato a questa musica. Il termine ci riporta infatti nell'alveo della tradizione e in particolare all'uso di una forma che fa riferimento agli autori del passato, primo fra i quali Haydn. 
Saremmo tuttavia fuori strada se volessimo ritrovare in questa sinfonia passaggi e melodie simili a quelli del compositore austriaco, perchè non si tratta di pedissequa imitazione. Il richiamo è sì alla forma del passato, ma sostanziata di contenuti musicali, effetti timbrici e ritmici che Prokofiev attinge dal presente, dalle tante anime della musica russa oltre che dalla propria sensibilità di compositore del Novecento.

Ne deriva così un brano d'incontenibile esuberanza, dalla ritmica straordinaria e dalla scintillante orchestrazione. Una musica che, tra pizzicati e percussioni, può far pensare a una corsa spensierata, a un gioco a nascondino, a un'esplosione di fresca energia primaverile dove suggestioni del passato e del presente si fondono in una sorta di duplice ricreazione. 
Da un lato pausa di svago e di divertimento, momento di sollievo in cui tornare bambini dall'animo leggero, gioiosamente abbandonati al fluire della vita; dall'altro, capacità ricreativa del musicista nel rivitalizzare antiche forme con spirito moderno e sensibilità nuova.

Buon ascolto!

 

domenica 31 marzo 2019

Sfogliando un'enciclopedia...

È in mostra proprio in questi giorni al Palazzo Reale di Milano, insieme ad altre diciotto opere del suo autore, l' "Annunziata" di Antonello da Messina (1430 - 1479), proveniente da Palermo, dalla Galleria regionale della Sicilia.

Si tratta del più celebre dipinto dell'artista, ma è prima di tutto un'immagine che mi riporta alla mia infanzia, in particolare alle pagine di una enciclopedia per ragazzi che aveva una sezione dedicata alla Storia dell'Arte.
Mi limitavo allora a guardare le figure e il dipinto mi aveva colpito non tanto per il suo significato, nè per l'iconografia che naturalmente all'epoca non potevo comprendere, ma per l'atteggiamento della donna rappresentata. 
La sua compostezza, la lieve malinconia dello sguardo e quel manto - ai miei occhi di bambina - di una serietà monacale, mi mettevano infatti soggezione.
Preferivo di gran lunga l' "Annunciazione" di Simone Martini il cui angelo dalle ali variegate e dal panneggio danzante era riprodotto su di una tavola di legno accanto al mio letto: insomma, un'immagine casalinga con la quale la quotidianità mi aveva familiarizzato.
Sull' "Annunziata" di Antonello mi soffermavo invece sfogliando di tanto in tanto l'enciclopedia, ma mi lasciava perplessa quell'aura di riservatezza che la figura emanava e che non riuscivo a sondare. Del mistero che il dipinto intende rappresentare coglievo solo la distanza e quel titolo per me enigmatico.

Ho capito in seguito la singolarità dell'opera in rapporto ad altre sullo stesso tema: sta infatti nell'assenza dell'angelo Gabriele il cui passaggio è adombrato solo dal libro coi fogli mossi da un leggero soffio di vento. 
Del resto, il titolo "Annunziata" - diversamente da "Annunciazione" che si focalizza anche sull'angelo - porta la nostra attenzione su Maria e sul suo modo di vivere l'evento che qui Antonello ci offre in una dimensione tutta interiore, come testimonia lo sguardo assorto e compreso della Vergine.

Ma l'originalità sta anche nello splendore delle mani: una a chiudere con un gesto di lieve pudore il manto - esattamente sulla linea del profilo del viso e della piega della stoffa sulla fronte - e l'altra protesa forse a promettere o a fermare l'angelo...chissà! In ogni caso, una mano in posizione prospettica che deve aver fatto scuola ai contemporanei - basti pensare a Leonardo - ma anche in seguito.
Gesti lievissimi di un'iconografia dove tutto è ricondotto all'essenziale: non una stanza, una cella, un loggiato, un giardino, un'inginocchiatoio come in tanti  dipinti coevi. Solo uno sfondo scuro ad ambientare la scena e pochi arredi a definire lo spazio. Semplicità, ordine e compostezza di un artista che ha fatto sue le novità prospettiche del Quattrocento e l'influsso della pittura fiamminga, ma al tempo stesso ha profuso in quest'opera la propria abilità di ritrattista.

A prenderci è infatti lo sguardo di Maria, serio, pacato, profondo, illuminato da una luce che mette in evidenza la carnagione e lo splendido ovale del viso: una bella figliola siciliana appena distolta dalla meditazione delle Scritture e colta in un atteggiamento misurato che le conferisce - almeno così a me pare - uno spessore di donna adulta e consapevole.
Anche la scelta dei colori, scuri e contraddistinti dall'inusuale contrasto tra il nero dello sfondo e l'azzurro cupo del manto, contribuiscono a creare un clima in cui tutto è pacatamente ricondotto a un vissuto interiore.

Allora mi piace commentare questa immagine con l' "Ave Maria" di Anton Bruckner (1824 - 1896) quasi fossimo noi - mentre ascoltiamo e contempliamo - a prendere il posto dell'angelo che nel quadro non compare.
A somiglianza del dipinto, anche il coro si apre in un' atmosfera pacata che tuttavia si accende, come un' invocazione o più ancora un grido, sul nome Jesus, in corrispondenza del quale le quattro voci che all'inizio avevano cantato separatamente - prima quelle femminili e poi le maschili - si sommano continuando insieme.
Una melodia che, soprattutto nella seconda parte, si dipana alternando la tonalità maggiore a quella minore. E mi pare possa interpretare bene l'atteggiamento pensoso di Maria e il suo sguardo assorto e consapevole.

Buon ascolto!

 

domenica 24 marzo 2019

Come un cristallo

(Foto presa dal web)
Se la musica di ogni compositore ha un suo preciso stile talora riconoscibile al primo ascolto, essa tuttavia si dispiega spesso in una ricchezza di caratteri diversi che ci raggiungono più o meno intensamente in rapporto alla nostra ricettività.
Succede infatti che, di uno stesso autore, in taluni momenti cerchiamo brani che ci sappiano rinvigorire con la loro energia, in altri rasserenare con la loro gioiosa cantabilità o che riescano a placare le nostre ansie con un vero e proprio effetto terapeutico.

Anche se, comunemente, ogni musicista viene identificato per un suo precipuo carattere o un certo modulo compositivo - in parole povere, quando si associa Bach a una fuga o Chopin a un notturno - in quasi tutti gli artisti, tuttavia, l'ispirazione presenta una molteplicità di aspetti che vanno ben oltre le varie definizioni. Definire serve certamente a mettere ordine, ma talora può essere limitante, come accade a volte anche nell'ambito relazionale. 
In tutti noi c'è infatti molto più di ciò che coincide con una semplice definizione ed è una ricchezza che non sempre può essere incasellata, ma spesso va al di là di ciò che emerge con maggiore evidenza. E ogni compositore, nella sua versatilità, in fondo è simile a un cristallo ricco di sfaccettature su ciascuna delle quali la luce gioca in modi diversi.

Proprio in Chopin, così celebre per la dolcezza dei suoi Notturni, troviamo insieme la dimensione eroica e patriottica di certi Studi o della "Polacca in La bemolle maggiore op.53", la più famosa. Ma possiamo pensare anche a Mozart, per alcuni versi giocoso e salottiero, ma per altri capace di ricreare - ad esempio nell'esordio del "Requiem" - l'angoscia del pianto e dei singhiozzi.
E se analizziamo la musica di Rossini, famosa per l'allegria movimentata e solare delle sue ouvertures, scopriamo che può essere anche intrisa di una tragicità che mette i brividi, come nel primo tempo dello "Stabat Mater".
Lo stesso si può affermare per Beethoven, Bach, Haydn e tanti altri nei quali troviamo una poliedricità d'ispirazione che consente loro di ricreare in musica ora un clima tragico, ora scintillante, di costruire mirabili architetture sonore o pezzi che ci avvolgono in un'atmosfera di intimità e meditazione. 
In ciascuno di essi si può ravvisare un'evoluzione compositiva legata certo alla storia personale, al carattere, agli eventi esterni, ma prima di tutto alla ricchezza di un genio che ha consentito loro di immergersi in una molteplicità di emozioni e di restituircele in note mirabili. 
Un genio libero che, per quanto sia inserito nei canoni di una determinata epoca, sa muoversi nel tempo scandagliando passato e presente, ma spesso anticipando anche il futuro. Diversamente, certe musiche non parlerebbero al nostro cuore a distanza di secoli.

Per questo oggi, nella strepitosa interpretazione di Valentina Lisitsa, vi propongo un brano dell'ultimo Beethoven, scritto esattamente due secoli fa. 
Si tratta del finale dalla "Sonata n.29 in Si bemolle maggiore op.106", opera grandiosa, armonicamente complessa e irta di difficoltà tecniche nella quale il compositore sembra aver sperimentato ogni possibilità sonora del pianoforte. 
Tale aspetto è evidentissimo proprio nella seconda parte del suo movimento conclusivo: un "Allegro risoluto" che consiste in una monumentale fuga a tre voci, in cui Beethoven fonde la propria conoscenza in fatto di contrappunto con lo schema classico della sonata. 
Passato e presente, quindi, ma non solo.
Chi ha in mente brani come "Per Elisa" o il famosissimo Adagio intitolato "Al chiaro di luna" o alcuni movimenti di singolare dolcezza tratti, per esempio, dalla Sinfonia "Pastorale", può forse restare perplesso davanti a un pezzo simile. Certo, Beethoven è anche quello tempestoso ed eroico di alcune sinfonie e ouvertures, ma qui supera davvero ogni confine verso dimensioni di straordinaria novità.
La fuga viene infatti rielaborata in mille modi, utilizzando tutti gli espedienti polifonici che si possono applicare in questo campo, ma insieme le risorse di un' inesauribile creatività. Così, il tema si sviluppa, scompare e riappare in un magma sonoro di incredibili proporzioni che talora sembra quasi destabilizzarsi anticipando vertiginosamente il futuro.
Un Beethoven più che mai versatile e ricco di sfaccettature innovative, che le mani della Lisitsa ci regalano con una padronanza del pianoforte a dir poco prodigiosa.

Buon ascolto!

sabato 16 marzo 2019

Vento forte in quota

(Foto presa dal web)
Ho sempre avuto un amore spassionato, quasi maniacale, per le previsioni del tempo.
Dagli anni del mitico colonnello Bernacca, faccio il possibile per non perdere l'appuntamento serale col meteo in tv e predisporre l'animo - nonchè l'abbigliamento - al giorno successivo, attenta ad aree cicloniche o anticicloniche, temperature e venti, nebbie o afa. 

A maggior ragione d'estate, quando sono nel mio paesetto di montagna dove il tempo cambia con facilità. Ma lì i valligiani sentono i mutamenti a pelle e basta loro uno sguardo al cielo per dirti come evolverà la giornata, a volte indicando anche l'ora precisa in cui pioverà o tornerà il bello.
Al di là delle capacità dei singoli però, c'è in centro, vicino a uno storico negozio di articoli sportivi, una bacheca dove viene affisso un foglio col meteo della settimana, un angoletto spesso affollato e che naturalmente frequento anch'io.
A dire il vero i fogli sono due: uno stampato da un sito web con le previsioni per l'intera valle, ma l'altro - un po' più casalingo - con quelle specifiche del mio paesetto. E sono sempre le più affidabili. 
Vi sono le indicazioni del tempo nei vari momenti della giornata - caldo, freddo, sereno, passaggi nuvolosi, temporale, ecc. - poi il livello dello zero termico e l'intensità del vento che, in montagna, non manca mai.
Sono dati desunti della centralina meteorologica locale, ma riportati in semplicità e privi di grafici o altri schemi. Ma quello che mi piace e rende quel foglietto più attendibile ai miei occhi sta nel fatto che è scritto a mano, con una grafia chiara e un po' tondeggiante che mi regala un senso di familiarità.

Sarà per questo che stamattina, quando navigando sul web ho trovato la foto che vedete in alto, mi è subito tornata in mente l'espressione "vento forte in quota" che ho letto spesso su quei foglietti. 
È il vento che apre sprazzi di azzurro, ma a volte prepara la tempesta; quello che d'inverno spazza la neve sulle cime e d'estate regala nuvole simili a rapaci sul punto di ghermire la preda o ad angeli, o ad astronavi aliene - nubi lenticolari le chiamano i meteorologi - un po' come quelle della foto.
Vento forte in quota: suona come un avviso non solo ai montanari, ma a tutti noi, viandanti in questo mondo, naviganti nella vita. Forse preludio di uragano, ma anche soffio ristoratore verso un orizzonte ricco di promesse.
E mi vengono in mente i versi di Montale: "Nuvole in viaggio, chiari / reami di lassù! D'alti Eldoradi / malchiuse porte!" che spalancano in noi la suggestione dell'ignoto e insieme di un approdo sognato, di un'alta quota verso la quale indirizzare lo sguardo per individuare un varco.

Allora seguendo queste suggestioni, oggi mi sono lasciata prendere dallo splendore di un brano che, pur non ispirandosi specificamente al vento o alle nuvole, può tuttavia ricordarne il fascino. 
Si tratta del "Capriccio in fa diesis minore" che apre gli otto "Klavierscke op.76" di Johannes Brahms (1833 - 1897). Ora drammatico e impetuoso, ora  delicato e sommesso, ma sempre movimentato e ricco di progressiva intensità, il pezzo si snoda proprio come un vento che sale a folate successive portandoci via con sè in un andamento a volte affannoso, altrove più intimo, ma sempre fortemente appassionato.
In effetti la forma del capriccio, insieme a un'idea di volubilità, lascia una certa libertà compositiva. E Brahms la esprime giocando col tema e con gli arpeggi, talora scambiandone le parti e traendone una musica molto introspettiva, qui splendidamente valorizzata da una magistrale interpretazione.
Un vento interiore che ora sconvolge, ora apre sprazzi di azzurro; una musica d'alta quota per ritrovare, appassionato, il soffio che ci anima.

Buon ascolto!

venerdì 8 marzo 2019

Dissetare l'anima


Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto presa dal web)















Sono tornata, giorni fa, a Ravenna. Non ci andavo da parecchi anni, e rivedere i suoi monumenti mi ha dato un'emozione straordinaria. 
L' arte ravennate, che tutti conosciamo anche solo per averla studiata sui libri di scuola, è infatti qualcosa di unico nel suo genere perchè testimonia un singolare intreccio di civiltà.
Basilica di San Vitale: Giustiniano e la sua corte (foto mia)
Capitale ai tempi di Onorio dell' Impero romano d'Occidente, poi del regno di Teodorico, poi sede dell'esarcato bizantino in Italia, Ravenna è stata al centro di uno straordinario sovrapporsi di popoli e punto di incontro tra Oriente e Occidente.
Anche sul piano artistico, i suoi monumenti testimoniano la fusione di caratteri romani e paleocristiani, insieme a un preziosismo tipico dell'Impero bizantino, anche se qui - e in particolare a Costantinopoli - parte di tali testimonianze è andata poi perduta a seguito della lotta iconoclasta.

Basilica di San Vitale: abside (foto mia)
Così, a maggior ragione, Ravenna resta esempio unico di un periodo di passaggio tra epoche in cui s'intrecciano elementi preesistenti ad altri nuovi, nelle varie architetture ma soprattutto in una decorazione musiva d'incomparabile splendore.
Rivedere i suoi monumenti è stato quindi un accostarmi alla Bellezza con la maiuscola: luce, colore e uno sfavillìo di mosaici che risalta ancor di più, se paragonato alla semplicità degli esterni dei vari edifici spesso in un cotto severo e spoglio.

Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto mia)
Dal Mausoleo di Galla Placidia alla basilica di San Vitale, dal Battistero dei Neoniani a Sant'Apollinare Nuovo e poi ancora a Sant'Apollinare in Classe, molteplici sono le suggestioni che quest'arte ci offre. 
Si tratta di una ricchezza decorativa e descrittiva evidente sia nei mosaici che raffigurano episodi biblici, che in quelli ricchi di riferimenti storici, come ad esempio - nell'abside della basilica di San Vitale - la celeberrima rappresentazione dell'imperatore Giustiniano e della moglie Teodora circondati dalle rispettive corti.

Mausoleo di Galla Placidia (part.) (foto mia)
Luce e colore, dicevo.
Nel Mausoleo di Galla Placidia, è senza dubbio il blu a incantare: lapislazzuli e oro a regalarci lo splendore del cielo insieme a una decorazione sorprendente per ricchezza inventiva, ma anche per essenzialità. 
Straordinaria, a questo proposito, la raffigurazione delle colombe che si abbeverano alla fonte, semplice e modernissima nelle sue linee; mentre le stelle, ordinate nei loro raggi di luce simili a preziosi ricami, a mio avviso potrebbero aver suggestionato anche Van Gogh quando ha dipinto la sua "Notte stellata", pur così espressionista ed onirica.
Basilica di Sant'Apollinare in Classe (foto mia)
Ma è sul fascino della basilica di Sant'Apollinare in Classe che vorrei soffermarmi.
Entrare in essa è essere avvolti dal silenzio e da un senso spaziale che non ha paragoni. 
È percepire subito una dimensione "altra" non solo per le proporzioni dell'edificio in rapporto alla figura umana, ma soprattutto per quello spazio che si dilata man mano che si procede al suo interno. Più ci si avvicina infatti al grande catino absidale, accompagnati dalla fila di colonne di marmo grigio, più la navata centrale sembra aprirsi nella luminosità discreta delle finestre sul fondo e di quelle laterali.
(foto mia)
Si arriva così a contemplare la grande croce latina che campeggia sopra uno dei più splendidi esempi di paesaggio agrario che la storia dell'arte ci abbia lasciato: alberi, arbusti e agnelli, ordinatamente disposti attorno alla raffigurazione del Santo Vescovo Apollinare e immersi in un prato dalle svariate tonalità di verde.

Imponente eppure semplice, alta eppure raccolta, la basilica - che non differisce nella struttura da quella paleocristiana di Santa Sabina a Roma - ha il suo fascino proprio nella luce. Una luce discreta, creata dal contrasto tra le pareti chiare e la copertura a capriate, ma anche dal clima assorto e dalla straordinaria armonia che vi si respira e che attrae il visitatore.

(foto mia)
I diversi elementi che lungo le navate si ripetono, paiono infatti fargli quasi da guida all'interno dell'edificio, in uno spazio che desta progressivo stupore. 
Ci si ritrova così a percorrerlo con lentezza perchè in esso tutto - dalle decorazioni alle colonne e agli antichi sarcofagi - ha ordine, ritmo e una pace che consente di rientrare in se stessi, in una dimensione interiore di silenzio.

E per commentare queste immagini, ricorro a splendide note da un passato lontano, dando il benvenuto nel blog ad uno dei più celebri compositori di polifonia rinascimentale: Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525 - 1594). 
Mi pare infatti che il suo "Jesu Rex admirabilis", mottetto a tre voci tra i più conosciuti, possa rispecchiare l'atmosfera di stupore e di contemplazione che si offre a chi entra in questi monumenti ravennati.  
Sappiamo tutti quanto risuoni diversamente la musica in rapporto alle dimensioni e all'altezza dei vari ambienti. L'interpretazione che ho scelto ci consente di cogliere proprio il riverbero di note che si percepisce talora quando si canta in un ambiente molto vasto. E mi pare possa restituirci quel senso spaziale e quel silenzio contemplativo che avvolge il visitatore all'interno di Sant' Apollinare in Classe.
Un patrimonio di bellezza in cui affondare lo sguardo e dissetare l'anima, uno spazio custode del passato e offerto a chi cerca un profondo senso di ristoro anche per il presente.

Buon ascolto!

giovedì 28 febbraio 2019

Se il tocco è femminile

Ancora una giga???
Sì ancora, e scelta sempre dall'immensa produzione bachiana.
Ma stavolta l'interpretazione è anche al femminile e spero che András Schiff - di cui vi ho parlato la scorsa settimana - mi perdonerà se, alla sua pur pregevole esecuzione, in questo caso affianco quella di Simone Dinnerstein.

Si tratta di una pianista americana, classe 1972, che i lettori di questo blog già conoscono per averla ascoltata precisamente qui.
Famosa - tra l'altro - per aver registrato le "Variazioni Goldberg", la Dinnerstein si distingue per la sua particolare lettura dei pezzi bachiani che la pone agli antipodi rispetto ad altri celebri interpreti come - se vogliamo parlare al femminile - la canadese Angela Hewitt.

A proposito di Bach, sono annose fra i musicisti le discussioni sul modo di suonare certi suoi brani. Meglio al clavicembalo o al pianoforte? Con o senza pedale? È più opportuna una lettura filologica dei testi, che rispetti rigorosamente le dinamiche previste dal compositore o ci si può prendere qualche libertà? Meglio essere fedeli al passato ripristinando l'uso di strumenti d'epoca o seguire il filo della sensibilità odierna anche nel rileggere ciò che sta alle nostre spalle? 
Questioni spesso dibattute alle quali ogni interprete, di volta in volta, ha dato una risposta dettata soprattutto dalla propria sensibilità.
Ma forse la soluzione sta nel mezzo, nel considerare cioè che, se da un lato non è corretto suonare un autore barocco come si farebbe con un romantico, dall'altro resta vero che il pianoforte - che al tempo di Bach non esisteva - offre potenzialità espressive più ampie rispetto al clavicembalo. Consente così di far emergere da un brano sfumature e sonorità che ne arricchiscono lo splendore insieme alla carica emozionale.
Occorre quindi, tra rigore e libertà, un equilibrio che a me pare trovi attualmente la sua massima espressione in András Schiff, mentre la Dinnerstein - più giovane - è una figura innovativa ma anche più discussa. 
Per la sua libertà interpretativa è stata infatti talora oggetto di critiche da parte dei puristi, ma ha ricevuto anche apprezzamenti per la sua autonomia da una lettura strettamente filologica dei testi bachiani.

Detto questo però, confesso che, proprio nel pezzo che segue, mi sento più in sintonia con lei e - come scrivevo sopra - spero che il nostro amico András mi perdoni. Ma veniamo al brano. 
Si tratta della "Giga" che conclude la "Partita n.1 in Si bemolle maggiore BWV 825", pezzo di nitida luminosità e di grande effetto anche perchè giocato sull'incrocio delle mani. Ma non è particolarmente difficile e suonarlo consente di osservare dall'interno la bellezza della sua costruzione.
"Allegretto con moto, ma espressivo" recita l'indicazione in cima allo spartito, e se la prima parte della frase riguarda la velocità di esecuzione, la seconda ne mette in luce la morbidezza. 
Proprio relativamente a questi due aspetti, mi pare che l'interpretazione di Schiff sottolinei il primo con un'esecuzione veloce e giocosa che privilegia il ritmo, mentre la Dinnerstein sia invece più portata ad esaltare il secondo. 
Nella sua versione, ci sono infatti qua e là passaggi in cui la melodia si allarga in un andamento più tranquillo insieme a tocchi di straordinaria e quasi furtiva dolcezza con cui la pianista fa parlare luminosamente ogni singola nota. 
E mentre nei diminuendo Schiff tende a scandire nettamente legati e staccati, la Dinnerstein ne mette invece in evidenza i cromatismi con una lettura del brano più morbida e certo un po' romantica ma - a mio modesto avviso - molto affascinante. Poi mi direte voi.

Resta comunque il fatto che il genio di Bach risplende con ogni tipo di strumento o interpretazione, e molteplici sono le dimensioni della sua ricchezza creativa che ogni bravo musicista può esplorare e mettere in luce.

Buon ascolto!

mercoledì 20 febbraio 2019

Giocosa leggerezza

(foto presa dal web)
Ho un passioncella segreta per András Schiff.
"Brava! - direte voi - E vieni a raccontarlo proprio qui???"
Lo so, non dovrei, ma questo è un angoletto di web un po' appartato e poi conto sulla vostra discrezione. 
Si tratta comunque di una passione squisitamente musicale che tuttavia - se devo essere sincera - non nutro solo per lui. 
Del resto, tutti sanno che la musica alimenta spesso un certo romanticismo, soprattutto quando i suoi interpreti sanno fondere alle note il proprio cuore, regalando a ciò che suonano un tocco inconfondibile.

A dire il vero, non sempre entro facilmente in sintonia con tutti i musicisti, a volte mi ci vuole del tempo, ma András Schiff mi è piaciuto subito. 
Anno più anno meno, dovremmo essere quasi coetanei e, se io fossi stata pluriripetente e lui - da genietto qual è - fosse andato a scuola in anticipo, avremmo potuto forse trovarci in classe insieme: io al primo banco e lui un po' più scafatello in fondo al fila, vicino alla finestra, lo sguardo azzurro perso già nella musica...
Nooo...eh? Dite che sto vaneggiando?
O forse mi attira per un certo fascino ungherese, la chioma ormai lumeggiata di grigio, gli occhi cerulei e quell'ombra di sorriso che nasce da dentro quando al pianoforte suona Bach.
Sì, perchè è uno dei maggiori interpreti viventi del compositore tedesco, anche se nel suo repertorio trovano spazio numerosi altri musicisti.
Mi è sempre piaciuto il suo modo di accostarsi a Bach perché, alla precisione e al rigore, Schiff unisce una grande morbidezza di suono insieme ad uno straordinario gusto: un gusto espresso sempre con discrezione e signorilità in un dialogo con la musica che ce ne restituisce di volta in volta l'energia, la dolcezza, la solennità o l'attitudine giocosa. 
E ora che la mia passioncella non è più segreta, passiamo al brano.

Proprio per la sua attitudine giocosa, dall'immenso complesso delle composizioni bachiane, ho scelto una "Giga", precisamente dalla "Suite francese n.5 in Sol maggiore BWV 816".
Si tratta - come già sapete - di una danza dal ritmo veloce e dalla costruzione in terzine che il multiforme genio di Bach ci offre qui in uno splendido esempio. Sono note che sprigionano un'irrefrenabile energia, un movimento simile a quello di cavalli al galoppo, ma insieme ci regalano una spensieratezza che mi fa pensare ai bambini quando prendono una gioiosa rincorsa o saltano in allegro girotondo senza altri pensieri al mondo. Il tema infatti è vivacissimo, sia nella prima parte del brano che nella seconda dove - come spesso accade in Bach - si dipana al contrario.

Ma torniamo a Schiff: osservate la leggerezza con cui suona!
Il suo è un tocco precisissimo ed elegante, capace di farci cogliere le dinamiche del pezzo, il progressivo sovrapporsi delle voci, gli accenti o l'improvvisa morbidezza di alcuni passaggi. Del resto, basta guardare le mani per vedere con quale compostezza e al tempo stesso con quanta giocosa fluidità si muovono sulla tastiera.
Ma a prendermi è anche l'intima gioia che traspare dal suo sguardo talora  ammiccante, dal suo lieve sorriso, dai cenni del capo nel seguire l'andamento del brano e nel coglierne quello splendore che - a sua volta - poi riflette nel modo di suonare, in una sorta di circolarità tra cuore, mani e musica. 

La clip video che segue comprende l'intera "Suite" ma - per mia e vostra gioia - l'ho fatta partire proprio dalla "Giga" che è l'ultimo movimento. 
Poi, se volete, potete tornare indietro e riprendere la composizione dall'inizio.

Buon ascolto!

mercoledì 13 febbraio 2019

"Inverno"

(foto presa dal web)
Splende un magnifico sole, oggi, e non è la cornice che mi ero immaginata per pubblicare un post invernale, più adatto all'atmosfera ovattata della neve o della nebbia e al desiderio di intimità che la stagione fredda porta con sè.
Oggi invece no, solo un velo di brina che si è sciolta in mattinata, cielo azzurro e un'aria che sembra anticipare la primavera e indurre a un più ampio respiro.
Ma l'improvvisa dolcezza del clima non mi impedisce di condividere con chi passa di qui l'argomento di un libro che ho appena finito di leggere e che - come vedete - riproduce in copertina il paesaggio innevato di un famoso dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio.

Si tratta di "Inverno", un saggio dello storico Alessandro Vanoli  sui molteplici aspetti di questa stagione dal passato al presente, indagati anche attraverso una serie di testimonianze di letteratura, musica e arte figurativa.

È il freddo il filo conduttore del testo nel dipanarsi del tempo, un freddo che i nostri antenati conoscevano bene e al quale si erano adattati nel chiuso degli antichi monasteri e dei castelli, ma anche all'interno delle case di campagna fino a non moltissimi anni fa. Un freddo che diventa protagonista della storia condizionando anche lotte e guerre dal Medioevo all'epoca moderna, ora nemico ora alleato dei contendenti. 
Vanoli ricorda a questo proposito episodi famosi: dall'umiliazione di Enrico IV a Canossa nella bufera del gennaio 1077, a Napoleone sconfitto dal gelo delle steppe russe, fino alla prima guerra mondiale così come ne ha parlato Mario Rigoni Stern ne "Il sergente nella neve".  
La neve appunto: un mondo divenuto simbolo di rigore e di tempeste ma anche di intimità e di silenzio, fino ad anni più vicini a noi quando - con la possibilità di riscaldare ormai ogni ambiente - la prospettiva con cui si guarda alla stagione fredda cambia. La neve diventa così protagonista degli sport invernali e insieme fonte di turismo e divertimento.

Ma c'è di più. Il libro si addentra anche in una molteplicità di tradizioni, abitudini e folklore che - sulla base di una ricca documentazione - Vanoli ricorda, associandone alcuni aspetti proprio ai mutamenti del clima e alle necessità da esso imposte. L' autore spazia così dalle esplorazioni geografiche fino all'abbigliamento, dalle feste ai doni e a tutte quelle usanze che, fiorite da radici storiche, sono entrate poi nell'immaginario collettivo associando all'inverno un senso di attesa. 
In effetti, il sottotitolo del libro è proprio "Il racconto dell'attesa" e il suo stile ha spesso i connotati di una narrazione: intima, sommessa, pacata, quasi fossimo intorno al fuoco ad ascoltare antiche favole, attenti a che le parole non turbino il profondo silenzio nel quale la natura cova una rinascita. 
Vanoli ci parla così dell'attesa del Natale con le sue consuetudini, dell'Epifania e poi ancora del Carnevale, feste che - per certi aspetti - affondano le radici nel bisogno di cogliere l'eterno ritmo di una vita che sembra finire, ma torna a riprodursi.
E non tralascia poi di ricordare quanti scritti, dipinti e musiche sono stati ispirati dal fascino della stagione invernale senza trascurare quanto ci arriva anche da altri continenti. In un percorso ricco e variegato, ci conduce così da Tolstoj a Dickens; dalle miniature dei Fratelli Limbourg alla neve nei quadri degli Impressionisti e nelle stampe giapponesi; dal celeberrimo "Inverno" delle "Quattro stagioni" di Vivaldi a Schubert, Tchaikovsky, fino a Piazzolla e a De André, per citare solo qualche esempio.

E siamo quindi arrivati alla musica. 
Ho pensato a lungo a quale brano associare a questi cenni sul libro e naturalmente il primo a venirmi in mente è stato proprio il "Largo" dell'Inverno vivaldiano che però ho già pubblicato in passato, come pure qualche altro riferimento.
Infine, ho scelto un pezzo di Ludovico Einaudi intitolato "Il viaggio d'inverno", tratto dalla colonna sonora del film "Sotto falso nome" del 2004: una musica che - al di là dei riferimenti alla pellicola che è un thriller - a mio avviso può vivere di vita propria.
Mi è piaciuta infatti l'atmosfera che essa riesce a creare, quasi fosse una sorta di contemporaneo Winterreise che ci vede viandanti nel silenzio e nella solitudine. E se da un lato il brano sa cogliere l'intimità della stagione, dall'altro ci fa percepire l'oscura desolazione e quel senso di mistero che talora la natura invernale porta con sè. 
Sono solo quattro le note intorno alle quali ruota il tema, ribattute e ripetute su differenti piani tonali, a costituire la cifra sobria e inconfondibile dello stile di Einaudi. Ma suggestivo è il contrasto tra il suono vibrante del pianoforte e quello degli archi, come pure il contrario verso la conclusione del brano, dove è il pianoforte a scandire malinconicamente la melodia mentre gli archi - in sottofondo - le regalano intensità.

E per concludere, mi affido alle parole di Vanoli alle pagg. 179-180 del libro, che mi sembrano adatte ad interpretare anche l'atmosfera di questa musica:

 "Certo lo so: era un'attesa ingenua quella che mi è venuta in mente. Un'attesa da bambino. Ma l'ho imparata lì, credo, la lezione dell'inverno. Quella di una natura che rallenta il suo respiro stretta in un manto di gelo. Quella della natura sospesa." (...)  
"Perchè quella natura che si spegne si riflette inevitabilmente in noi, nella nostra attesa di rinascita, nella nostra fisiologica speranza di vita di fronte alla morte. E il freddo e il gelo ci mettono inevitabilmente di fronte a tutto questo. Perchè è in quel momento, quando tutto si ferma, che la morte si fa improvvisamente tangibile. Eccolo allora l'inverno delle nostre paure e dei nostri limiti di fronte a una natura indifferente. E il freddo diventa quindi insegnamento, disciplina del corpo e dello spirito: quell'educazione alla lentezza e all'attesa che solo il gelo e la solitudine del ghiaccio sanno donarti, abituandoti a dare il giusto ordine e la priorità alle cose."

Buon ascolto!