mercoledì 23 marzo 2011

Marzo

Marzo volge quasi al termine e, come per Gennaio e Febbraio, desidero soffermarmi a contemplare la bellezza delle miniature del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg alle quali ho già fatto cenno in altri due post di questo nuovo anno.

Si avvicina la primavera e la raffigurazione di Marzo ci presenta, sia in primo che in secondo piano, diversi appezzamenti di terreno con i rispettivi lavori agricoli, mentre sullo sfondo si scorge uno splendido castello - probabilmente quello di Lusignan, residenza prediletta del Duca di Berry - circondato da una duplice cinta di mura.
Al di sopra del cielo di un blu smaltato, campeggia la lunetta con il carro del sole e i segni zodiacali del periodo : i Pesci e l'Ariete.


La miniatura - concepita da Paul de Limbourg ma forse realizzata da un anonimo - ci offre ancora una volta un'immagine del mondo feudale: il castello con le sue proprietà agricole dove i contadini attendono al proprio lavoro e dove ogni operazione, dall'aratura alla potatura e alla semina, si svolge nella calma di uno spazio ordinato secondo i ritmi della stagione.
La campagna infatti è ben curata, gli appezzamenti delimitati da muretti di cinta e divisi da sentieri in diagonale così da dare allo spettatore l'idea di una distesa di terreno molto ampia.

Grande il rispetto delle proporzioni così come la cura dei particolari in una descrizione che non trascura nulla e nulla lascia al caso: dalla disposizione dei solchi e delle zolle di terra ben differenziate secondo il tipo di lavorazione, agli attrezzi dei vignaioli, fino ai tetti e alle torri del castello una delle quali sovrastata dalla figura di un drago volante, richiamo ad un'antica leggenda locale.


Nell'insieme, è un'immagine che invita a entrare all'interno della realtà rappresentata, a percorrerne i sentieri nella calma circostante e a respirare il clima dell'epoca godendo del disegno raffinato del castello che - per quanto difeso da torri e da un'ampia cerchia di mura - mantiene tratti di grande eleganza.

Ci facciamo accompagnare in questo percorso dalla "Ciaccona in sol minore" di Henry Purcell, brano particolarmente interessante perchè riecheggia una danza contadina di origine portoghese risalente al XVI secolo.
Si tratta della "follia", tema con variazioni diffusosi in tutta Europa e ripreso poi da numerosissimi musicisti tra i quali Vivaldi, Bach, Corelli, Scarlatti, Haendel
, solo per citarne alcuni, ma ancora oggi rielaborato nella colonna sonora di famosi fims.
Dalla "follia" Purcell prende solo ispirazione per approdare poi a ritmi e variazioni melodiche un po' differenti rispetto agli altri compositori; tuttavia il riferimento al tema originario appare evidente soprattutto nella prima parte del brano, riportandoci ulteriormente indietro nel tempo.

Buon ascolto!

lunedì 21 marzo 2011

A ritmo di Bach

La data di oggi, 21 marzo, non segna soltanto l'equinozio di primavera e il ritorno - speriamo! - di qualche occhiata di sole, ma ricorda anche l'anniversario della nascita di Johann Sebastian Bach, venuto alla luce appunto il 21 marzo del 1685 ad Eisenach.
Bach, si sa, è immenso nel suo genio e nella sua produzione, e per celebrare degnamente tale anniversario ho scelto un brano rivisitato in chiave jazzistica, cosa che - come ho già scritto anche in passato - sottolinea l'attualità del compositore insieme alle infinite potenzialità della sua ritmica.


Si tratta del famosissimo Corale, "Wachet auf, ruft uns die Stimme!" ("Svegliatevi, la voce ci chiama...") che riporto qui in duplice versione: quella originale eseguita all'organo da Ton Koopman e la sua rielaborazione ad opera di Bobby McFerrin accompagnato dal Trio Jacques Loussier.

Il brano jazz, degno a mio avviso di particolare rilievo, è stato registrato nel 2000 a Lipsia nell'ambito delle celebrazioni dei 250 anni dalla morte del grande compositore. In tale circostanza, si è tenuta infatti una "24 ore Bach" in cui si sono avvicendati solisti e gruppi musicali dando vita ad una sorta di maratona che comprendesse il meglio della produzione bachiana.


Insieme all'accattivante singolarissima voce di McFerrin che fa da strumento solista, mi sembra molto pregevole l'interpretazione di Loussier e del suo Trio.
Si tratta infatti di una rivisitazione tesa a sviscerare ogni possibilità inventiva del testo bachiano mantenendone un rigoroso rispetto, e capace, col suo fascino, di catturare l'interesse del pubblico verso generi musicali versatili come la classica e il jazz.

Buona visione e buon ascolto!


giovedì 17 marzo 2011

Buon Compleanno, Italia !!!


All'Italia in festa,
l'omaggio di un compositore
italiano
e della voce
più bella
del mondo...



mercoledì 16 marzo 2011

"Japan" : regalare un sogno al Giappone che soffre!

Ancora il Giappone, sì!
Le notizie del disastro restano allarmanti e non potrebbe essere diversamente.
Altre scosse di terremoto si sono verificate anche se non così devastanti come la prima, ma la situazione più grave resta quella della centrale nucleare di Fukushima: il livello di contaminazione sale, la gente è in fuga e ora un manipolo di eroici esperti cerca di scongiurare il peggio.


L'opera di ricerca dei dispersi è immane così come lo sarà il recupero di un assetto di vita accettabile dopo la devastazione.

L'augurio è che l'operosità e la tenacia tipiche di questa nazione abbiano la meglio e le consentano, col tempo, di risollevarsi da ogni punto di vista
.

E' in questo spirito che desidero dedicare a tutto il popolo giapponese un brano di musica di un autore che al Giappone è molto legato :
Giovanni Allevi.
Il compositore infatti non solo vi ha compiuto svariate tournées stabilendo tra l'altro un feeling particolare col pubblico, ma proprio al "paese del sol levante" ha dedicato due brani:
"Japan" dal cd "13 Dita" e "Tokio station" dal recentissimo "Alien".

Tra i due, ho scelto di postare qui
"Japan" perchè è stato scritto da Allevi a soli diciassette anni ed è un pezzo ricco di quella freschezza adolescenziale che porta in sè il germe dei sogni di un'intera esistenza, lo sguardo a un futuro ricco di promesse.
Lo dedico al Giappone proprio perchè la fatica del momento presente sia sostenuta dal sogno che la vita possa continuare e perchè, accanto al dolore di una ferita così profonda, rinasca comunque la speranza.


Certo, lo scrivo con un po' di pudore....perchè sono parole che forse è troppo facile dire per chi, come me, se ne sta davanti a un computer al sicuro nella propria casa... ma è davvero questo l' augurio che vorrei fare al popolo giapponese : che dalle macerie possa rinascere con la levità e la trasparenza di sguardi che le note di Allevi suggeriscono.


Buon ascolto!

lunedì 14 marzo 2011

Al Giappone ferito

Immane la tragedia che ha colpito venerdì scorso il Giappone e che si sta colorando di tinte sempre più drammatiche.
Non si tratta infatti soltanto del terremoto e dell'ancor più devastante tsunami, ma del persistere delle scosse e dell' incombente pericolo nucleare che potrebbe aggravare la tragedia e vanificare la possibilità di qualunque azione di soccorso.

A tutto, si aggiunge l'eventualità di un'ulteriore sconvolgente terremoto nel giro di pochi giorni o addirittura ore.


Le notizie arrivano frammentarie, talora contraddittorie e tutte segnate dal condizionale, da un "potrebbe accadere" che significa speranza e disperazione insieme, previsione di salvezza o distruzione, a quasi totale arbitrio della natura, della terra e delle acque che hanno scosso il globo davvero dalle fondamenta.


Si resta ammutoliti davanti alle immagini televisive che superano di gran lunga la fantasia dei più catastrofici film sull'argomento, ma si resta anche ammirati dalla reazione del popolo giapponese e dalla sua capacità di reggere con dignità un fardello tanto pesante: la propria esistenza annientata in pochi attimi, un contesto di vita totalmente disintegrato.


Certo, in un simile frangente la solidarietà più grande è quella della preghiera a Chi può dare protezione e sostegno a tutti, vittime, sopravvissuti e soccorritori.
Tuttavia, desidero rendere omaggio al popolo giapponese anche attraverso la musica, dedicandogli uno dei brani più delicati di Puccini : il "Coro a bocca chiusa" dalla "Butterfly", pezzo più che famoso dal tono dolcissimo e meditativo, quasi il conforto di una ninna-nanna al Giappone così duramente ferito!

Buon ascolto!


sabato 12 marzo 2011

Primavere dell'anima

Ho sempre amato le stagioni di mezzo, sia per la mitezza del clima, che per quel dolce sfumare o rinascere di colori e di luce che rimanda talora al proprio paesaggio interiore, facendo riaffiorare dentro il desiderio di riposo o l'ansia di tempi nuovi da scoprire.
Ma ho osservato ben presto che la primavera e l'autunno non appartengono solo alla sfera astronomica o meteorologica, ma anche al mondo dell'anima e ci sono a volte primavere interiori che possono sbocciare all'interno dell'inverno più gelido, come i fiori del Calicanthus profumano l'aria nel freddo delle sere di gennaio.

La primavera nasce da lontano anche nel cuore, nasce da un luogo misterioso di cui forse non siamo i padroni esclusivi e con fili invisibili annoda eventi, persone, scelte, incontri....tutto, perchè tutto è legato all'interno di una sintesi arcana il cui disegno spesso ci sfugge.
Non siamo soli in questo cammino e misteriose armonie sintonizzano l'universale col particolare, l'infinito col finito, l'essere e il divenire dell'esistenza.
Talora non ce ne accorgiamo, forse neppure lo sappiamo, ma nei rari momenti in cui ci è dato di diventarne consapevoli, la vita si illumina per noi del suo originario sorriso.

Mi è accaduto molti anni fa, a seguito di un periodo difficile che mi aveva indotto a pensare che non potesse più esistere uno sguardo sereno col quale affrontare il dipanarsi dei giorni. Poi, col tempo, incontri ed esperienze nuove avevano fatto rifluire sulla mia corteccia quell'acqua che l'avrebbe intrisa sciogliendo la durezza del gelo invernale e rendendola terra fertile, terra buona capace di rifiorire.

Succede a tanti, lo so e lo spero. Ma la singolarità di questa esperienza è un'altra.
Ascoltavo in quel periodo Haydn, uno dei miei musicisti preferiti. Avevo allora dei familiari ammalati e, finiti i turni di assistenza, andavo a lavorare. Se l'assistenza era notturna, il pullman era quello delle sette del mattino. Ricordo che vi salivo: wolkman, auricolari e via! Per quaranta minuti di viaggio entravo con Haydn in un altro mondo in cui mi rigeneravo dal profondo e dove la musica restituiva senso, luce, desiderio e voluttà all'esistenza intera. E' stata la mia salvezza per lunghi mesi.
Poi, a un certo punto, gli eventi sono mutati e nuove esperienze mi hanno consentito quella rinascita interiore alla quale aspiravo dentro di me forse senza neanche saperlo. Il ghiaccio si è sciolto e al disgelo è seguito un rifiorire di linfe e di risorse delle quali ignoravo la presenza, come se davvero una primavera esistenziale avesse ricoperto la mia vita di un tappeto di erbe tenere e di germogli.

E' stato solo tempo dopo che mi sono resa conto della coincidenza.
Per mesi avevo ascoltato "Le Stagioni " di Haydn, soprattutto "La Primavera", e per mesi un brano in particolare ("Sei nun gnadig, milder Himmel") mi aveva lavorato l'anima fino a cantarmi dentro in modo quasi indipendente dalla mia volontà, una sorta di colonna sonora dell'inconscio.
Era un pezzo per soli e coro: lo sapevo a memoria in tedesco, ne ero praticamente innamorata, ma del suo significato avevo un'idea molto approssimativa.
Quale non è stato quindi il mio stupore quando ho scoperto che era un canto di preghiera, un'invocazione di misericordia con la quale si chiedeva al Cielo, dopo il gelo invernale, il benefico ristoro della rugiada, della pioggia primaverile, del vento e della luce del sole!
Senza che ne fossi consapevole, sull'onda dell'amore per la musica e di quel brano in particolare, tutto il mio essere aveva chiesto a lungo e con forza che il Cielo si aprisse e acque di vita scendessero a inondare il mio cuore.
Era come se quella musica - quasi una divina presenza - avesse preparato il terreno agli eventi che sarebbero seguiti, così come l'agricoltore prepara il terreno alla semina che lo farà fruttificare.
Era come se una preghiera segreta, più intima a me di me stessa, avesse chiesto ciò che io non sapevo neppure desiderare. Una preghiera nata non da sollecitazioni esterne, ma germogliata dal seme della mia passione per la musica e quasi una cosa sola con essa.

Davvero, misteriose armonie sintonizzano e fondono l'Infinito col finito, l'interiorità profonda con i gesti più semplici del nostro vivere quotidiano.
Con noi e al di là di noi.
Buon ascolto !
(trovate il brano a 4.05 dall'inizio del video)
 

martedì 8 marzo 2011

"Mimosa pudìca"

Si chiama "mimosa pudìca" o più comunemente "mimosa sensitiva" ed è una piantina originaria dell'America meridionale ma diffusa in gran parte del globo, soprattutto nelle aree tropicali.
Si caratterizza per le foglioline lunghe e appiattite di forma ovale, delicate come quelle delle felci, e per i fiori tondeggianti di color lilla che si aprono a primavera inoltrata.

Deve il suo nome alla particolarità che la contraddistingue: durante le ore notturne, o in caso di contatto, il fogliame si chiude ripiegandosi su se stesso.


No, non mi sono improvvisata esperta di botanica, ma conosco bene questa piantina che ogni tanto mi portavano a scuola i miei alunni di Istituto agrario.

Me la mettevano sulla cattedra:


"Prof, guardi! Provi a toccarla!"


Io allungavo un dito e in effetti la piantina richiudeva le foglie con dolce ritrosìa.
Era un movimento delicatissimo che mi faceva pensare per analogia alla posa delle Madonne di alcune celebri Annunciazioni - di Simone Martini o dell'Angelico, per esempio - dove sorpresa, sgomento e timidezza adolescenziale di Maria si fondono in quell'istintivo ritrarsi segnato dalla curva del suo corpo.

Mi è tornato in mente tutto ciò oggi che è la festa della donna.
Così, insieme alla solarità del giallo di quelle tradizionali, dedico questa varietà di mimosa forse meno appariscente e più umbratile a tutte le donne del mondo: giovani e meno giovani, adulte o bambine,
a coloro che abitano con noi o solo nel nostro ricordo.

A tutte, un fiore e una musica,
un brano di Chopin tra i più delicati che il compositore abbia mai scritto : il "Notturno n.20 in do diesis minore", pezzo tra l'altro reso famoso dal film "Il pianista".
Lo esegue la giovanissima Aimi Kobayashi.


Buon ascolto!

mercoledì 2 marzo 2011

Le primule

Primi di marzo.
Oggi mi sono comprata le primule, come tutti gli anni.
E' un'abitudine che amo rispettare con gioia, insieme a tante altre che ritmano la mia quotidianità: il calendario appeso in cucina da aggiornare la mattina di ogni primo del mese, una cornice nuova per le foto di montagna ad inaugurare l'estate e via dicendo.
Sono piccoli gesti a cui tengo non per una sorta di ritualità quasi scaramantica, ma perchè sento che proprio quei gesti mi aiutano a scoprire l'intima gioia delle cose, lo splendore che si annida nel quotidiano e nel passare del tempo.


Ho sistemato i vasetti nella fioriera di terracotta bianca e blu e l'ho messa sul tavolo chiaro del tinello. Fanno luce le mie primule nella loro freschezza e suggeriscono luminosità e leggerezza anche al cuore.
Se l'avvicendarsi delle stagioni ci ricorda che c'è un tempo per ogni cosa,
la vivacità di questi colori infonde un senso di gioioso respiro, di fiducia in una Bellezza che esiste, al di sopra di tutto e nonostante tutto.
Ce lo ricorda il brano che segue, tratto dall 'oratorio "La creazione" di Haydn dove, nella leggerezza e nello splendore di una fuga, il coro canta così:

"Fate vibrare le corde, prendete le lire.

Fate echeggiare il vostro inno di lode!

Glorificate il Signore, Dio onnipotente,

chè cielo e terra
Egli ha rivestito di magnifico fulgore!".


Primi di marzo.
Oggi mi sono comprata le primule p
erchè è il mio compleanno e questo brano è il regalo che faccio a me, come pure a tutti voi che passate di qui, insieme al mio GRAZIE per la vostra presenza!!!

Buon ascolto!

sabato 26 febbraio 2011

Regali per sempre

Non so perchè, ma in questo periodo mi capita spesso di ripercorrere con la mente - e col cuore - l'itinerario che mi ha portato ad amare la musica, e mi ritrovo con gioia e al tempo stesso con sorpresa a riascoltare i brani che per primi, tanti anni fa, mi avevano emozionato.
Dico "sorpresa" perchè ci sono pezzi che non sento più da una vita, ma che scopro di avere ancora dentro quasi nota per nota come se, dopo la prima volta, fossero divenuti miei per sempre.

Alla
"Sinfonia fantastica" di Berlioz, primo disco in assoluto, ne erano seguiti molti altri come ho già avuto occasione di dire in un recente post, anche se non tutti mi "prendevano" immediatamente.
Non sono un soggetto particolarmente emotivo e, a parte i canti di montagna che hanno sempre esercitato su di me particolare suggestione, smuovermi dentro non è facile.

Capitava che certi brani classici di primo acchito non mi piacessero e richiedessero di essere risentiti a lungo prima di parlarmi. O per meglio dire, era necessario che, per cogliere la bellezza della musica, fossi io ad aprirle il cuore, a socchiudere quello spiraglio dell'anima che, rendendoci vulnerabili, consente di stabilire un'autentica comunicazione.


Mozart e Chopin mi avevano preso subito, ma nonostante a sedici anni fossi già innamorata di Bach, non tutto di lui mi era di immediato approccio: occorrevano tempo e frequentazione assidua, come capita con quelle persone a cui al momento non fai molto caso e delle quali solo più avanti scopri l'immenso valore.


Tuttavia, ho il ricordo nitido di brani che, per una serie di circostanze, sono stati amore al primo ascolto.
Ho in mente l'
"Ouverture" del "Tannhauser", il primo Wagner che abbia mai ascoltato e che mi aveva spalancato l'anima verso l'infinito. Così pure la "Mariazellermesse" di Haydn, scoperta all'improvviso nel Duomo di Salisburgo, o il "Larghetto" della Sinfonia classica di Prokofiev con la sua dolcezza e il suo ritmo. Ma ogni pezzo dentro di me è denso di ricordi e meriterebbe attenzione particolare.

Possedevo poi un disco che comprendeva autori di varie epoche: lì, avevo scoperto il
"Largo" di Haendel, così come il "Concerto di Varsavia" di Addinsell o la "Meditazione di Thais" di Massenet. Ascoltarlo era passare dalla solennità dell'organo alle note più intime del violino e così via, lasciando che l'anima letteralmente si ri-creasse alla luce di tanta bellezza.

E' proprio con uno di questi brani che mi riporta alle atmosfere della mia adolescenza che desidero augurare buon weekend a chi mi legge.

Ascoltare la "Meditazione di Thais" di Massenet dal violino della magica Anne Sophie Mutter non mi ricorda solo il fremito di un particolare periodo della mia vita, ma mi suggerisce che, sull'onda delle note e nell'attenzione del cuore, quella Vita è ancora qui.

Buon ascolto!


lunedì 21 febbraio 2011

"Incontro"

Riflettevo in questi giorni sui casi che, da un po’ di tempo, mi hanno portato ad avventurarmi sul web, navigando tra aggregatori e social network fino a questa recente esperienza di blogger.

Avevo sempre guardato con qualche sospetto la realtà virtuale che certo ha i suoi vantaggi, ma pure inconvenienti e ambiguità. Tuttavia, sto sperimentando quanto anche il web possa diventare luogo di condivisione e di arricchimento, veicolo di cultura e di confronto. Se poi si parla di musica, è la stessa magìa delle note a creare un comune denominatore in cui ritrovarsi perché è proprio della musica, col suo linguaggio universale, il potere di creare dei legami.

Per questo, desidero dedicare oggi ai miei lettori e a tutti coloro che, anche per caso, si troveranno a passare di qui, un brano di Giovanni Allevi dal titolo particolarmente significativo : “Incontro”. E’ un pezzo tratto da “Composizioni” , il secondo cd pubblicato dall’autore ancora quasi alle prime battute del suo itinerario compositivo.

Sono delicatezza e intensità le cifre più significative di questo brano. Il tema - ripetuto e rielaborato in modo sempre più ampio come è tipico dello stile di Allevi - dal tono sommesso dell’inizio si arricchisce e si apre a sonorità progressivamente più complesse per poi riprendere a farsi intimo.

Tuttavia, mentre talora la melodia ritorna su se stessa con insistenza e quasi ridondanza, talaltra è come se il vero nucleo del pezzo si rendesse per così dire inafferrabile: nel momento in cui il compositore enuncia un tema, infatti, già lo rielabora andando oltre, conducendo l’ascoltatore altrove, quasi a inseguire - attraverso frequenti cambi di tonalità – un’espressività sempre nuova e più intensa.

E voglio pensare che il fulcro del brano, quello cui allude il titolo, sia proprio l’incontro del compositore con la Musica: un incontro iniziato delicatamente, quasi in segreto, poi alimentato da un’appassionata ricerca di pienezza fino ad esplodere in un impeto che qui, a tratti, riecheggia Chopin.

Belle le insistenti riprese del tema iniziale sottolineate dai bassi profondi della mano sinistra, così come gli arpeggi, il nitore delle singole note e - ancora una volta - le pause, dettate più che altro dal ritmo del cuore ad esprimere una dolcezza senza fine.

Buon ascolto!

venerdì 18 febbraio 2011

Grazie !!!

Navigando tra un post e l'altro, scopro con sopresa e con piacere che l'amica blogger Merins ha segnalato il mio blog come meritevole di attenzione.

Gliene sono profondamente grata e mi sorprende che il mio piccolo spazio che compie in questi giorni solo quattro mesi - proprio un neonato ! - conti amici lettori così affezionati.
E certamente il merito è della musica che, con il suo fascino, ha il potere di creare legami aprendo il cuore e aiutandoci a scoprire lo splendore nascosto in noi e negli altri.


E' con gioia allora che anch'io mi appresto a segnalare tra i tanti blogs meritevoli per passione, freschezza e competenza - e, nessuno me ne voglia.... inevitabilmente esclusi - i seguenti tre:

- a tempo e luogo (http//atempoeluogo.blogspot.com)

- Eccomi (http//szaszkati.blogspot.com)


- la verità vi farà liberi (http//semperamicus.blogspot.com)


A voi e a tutti, oggi desidero dedicare un brano dell'autore con cui ho inaugurato questo blog:
Mozart.
L'
Andantino dal "Concerto per flauto, arpa e orchestra K.299" con la sua luminosa soavità sia il mio GRAZIE e il mio augurio di buona giornata!

mercoledì 16 febbraio 2011

Neve intatta

Sono stata qualche giorno in montagna, un lungo weekend per staccare dal grigio dalle nebbie di pianura e rifamiliarizzarmi col silenzio.

E' impagabile poter riascoltare il silenzio assoluto, abituati come siamo ai rumori del traffico cittadino e delle radio di sottofondo che ormai imperversano ovunque, dai bar ai supermercati e ultimamente anche alle stazioni.


Il silenzio diventa quindi una realtà nuova e inusitata, un'esperienza sorprendente che ci consente di affinare non solo l'udito, ma ogni altra percezione.

Dalla carezza del vento sul viso, allo sguardo che cerca di cogliere il disegno scuro delle cime nella notte stellata, tutto diventa in qualche modo fresco e nuovo, fino al respiro e ai battiti del cuore che nella pace circostante riusciamo a sentire riscoprendo di possedere un ritmo, una pulsazione, di essere vivi, come fosse la prima volta.


Ma certamente in questa stagione, ad accrescere tali sensazioni è la presenza della neve.

Davanti al bianco della neve intatta, viene spontaneo soffermarsi con stupore, contemplarne lo scintillio e tornare bambini imprimendo nel soffice spessore una mano magari solo per vederne l'orma.

E' riconciliarsi con una natura che sembra averci atteso maestosa e sublime, sempre uguale a se stessa, e che ora ci accoglie nel suo abbraccio rigenerante se solo ci abbandoniamo a lei e ci lasciamo portare dal suo splendore.
Così, la serenità ci pervade poco a poco, operando in noi una sorta di pacificazione, come un prezioso rammendo che ricuce il segreto tessuto del cuore.
Anche la musica, come la bellezza della natura possiede un simile potere terapeutico capace di risanare dal profondo, restituendo splendore e integrità all'anima come un manto di neve intatta nella luce dell'alba.
Ed è Albinoni a guidarci oggi, con l'Adagio dal "Concerto per oboe op.9 n.2", un brano forse meno popolare del più famoso Adagio in sol minore, ma senza dubbio altrettanto suggestivo.

Buon ascolto!


 

domenica 13 febbraio 2011

"Hortus conclusus"

L' "hortus conclusus", il giardino recintato, nella tradizione medioevale era una zona verde in genere di piccole dimensioni, situata inizialmente nei monasteri dove si identificava con il chiostro o comunque con un orto chiuso da mura, nel quale si coltivavano erbe medicinali o piante da frutto.

Col passare del tempo, il luogo si è diffuso anche in ambito laico assumendo una funzione decorativa, ma senza perdere le sue varie simbologie : la forma quadrata rifletteva i quattro angoli dell'universo e il centro era costituito da un albero (riferimento all'albero della vita) o da un pozzo o da una fontana (segno di Cristo fonte di sapienza, e dei quattro fiumi del Paradiso terrestre).


Al loro interno, questi giardini segreti ospitavano fiori e frutti dai significati simbolici sia mitologici che religiosi, ma nel campo dell'arte sacra l'
"hortus conclusus" divenne ben presto il simbolo della verginità di Maria con riferimento al passo biblico del Cantico dei Cantici (4, 12): "Giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata".

Mi è venuta in mente questa immagine proprio oggi che in tutte le piazze d'Italia, ma anche all'estero, le donne hanno manifestato giustamente in difesa della loro dignità, perchè ho pensato che dignità è la salvaguardia di uno spazio anche interiore di bellezza, da custodire e proteggere così come si difende un giardino dall'invasione delle erbe infestanti.

Esiste infatti, a mio avviso, una verginità del cuore più che mai necessaria in questi tempi, per coltivare con cure da esperto giardiniere il terreno dei sentimenti e delle relazioni difendendolo dalle incursioni esterne.


Certo, è un discorso che vale per ogni persona, uomo o donna che sia, perchè tutti abbiamo da preservare in noi un luogo segreto e silenzioso che ci ricorda la nostra origine divina.
Tuttavia mi pare tipicamente femminile la vocazione a proiettare la propria attenzione dentro prima ancora che fuori, a coltivare la propria interiorità facendole spazio e imparando a leggerne ogni sfumatura con tenacia e insieme con dolcezza.


A commento di tali considerazioni, mi piace postare qui un brano del musicista che - forse più di ogni altro - parla col linguaggio dell'interiorità, colui che con la profondità e la delicatezza delle sue note si è addentrato più a fondo nel meraviglioso e variegato giardino del cuore:
Frédéric Chopin.

Dal "Concerto n.2 in fa min. op.21 per pianoforte e orchestra", il mirabile Larghetto eseguito in maniera altrettanto mirabile proprio da una donna.

Buon ascolto!


mercoledì 9 febbraio 2011

Febbraio

La straordinaria bellezza del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg (vedi post del 17 gennaio 2011) mi conduce oggi a prendere in considerazione il mese di Febbraio che fa eccezione rispetto all'intero ciclo per alcune ragioni.
Pare infatti che, in questo caso, del lavoro dei Limbourg (Paul in particolare) rimangano solo tracce di uno schizzo nella parte alta della miniatura, e che in realtà l'autore sia anonimo.
Ciò spiegherebbe anche la singolarità di questo mese rispetto agli altri per il fatto che la scena rappresentata si limita ad un quadro di ambiente rurale e manca il castello sullo sfondo.


Detto questo però, non si può non cogliere la suggestione di una simile immagine, sia per l'impianto iconografico prospetticamente ben costruito, sia per il fascino della neve che crea un clima di particolare calma e riempie la rappresentazione di silenzio, quasi un preludio a quelli che saranno i dipinti di Bruegel.

L' autore rappresenta l'interno e l'esterno di una fattoria dove sono illustrati con grande realismo i dettagli di una giornata invernale: dalle persone che al coperto asciugano le vesti davanti al fuoco, ai panni stesi, agli uccelli neri che becchettano sul terreno innevato, all'ovile, agli alveari allineati, alla figura che si dirige verso casa alitando sulle mani gelide.

Nella parte alta della miniatura poi, un contadino spinge l'asino verso un paesetto che s'intravvede sullo sfondo, lontano, affondato nel biancore, tuttavia ben individuato nei particolari.

La suggestione nasce anche dal gioco dei colori: il bianco della neve infatti dà risalto alle diverse tonalità di marrone (l'edificio, il recinto, gli alberi, il silos) e qua e là, qualche macchia di blu richiama la lunetta.

Bellissimo l'intreccio del recinto che fa pensare a un contesto di vita ordinata e regolare nei suoi ritmi, all'interno della quale ogni lavoro è ben curato e trova la sua giusta e serena collocazione.


Nel contemplare la bellezza e il senso di pace che spira da questa miniatura, ci accompagna ancora la musica di
Respighi, questa volta con la "Siciliana" sempre dalla Suite n.3 da "Antiche arie e danze per liuto".

Buon ascolto!

sabato 5 febbraio 2011

Dalla classica al rock

Il valzer dalla "Sinfonia fantastica" di Berlioz che ho postato lunedì scorso mi ha fatto ricordare gli inizi della mia passione per la musica, classica e non.
Era stato proprio il disco di quella sinfonia, infatti, il primo in assoluto che avevo acquistato per inaugurare il giradischi regalatomi dai miei genitori.

Avevo quindici anni, era l'epoca dei 33 giri di vinile e non immaginavo che quel Berlioz comprato a caso senza sapere in realtà di cosa si trattasse, sarebbe stato il primo di una lunga serie che mi ha accompagnato durante la mia adolescenza.
Avevo scoperto che in edicola usciva una collezione di fascicoli dedicata ai grandi musicisti per modiche 350 Lire l'uno salite poi, se non erro, a 750 nella successiva edizione (...sì, lo so...sto parlando di preistoria!...). Così l'acquisto di quegli album bianchi, ciascuno con relativo disco inserito nella copertina, era diventato il mio prezioso appuntamento settimanale.


A Berlioz era seguito Chopin, poi Beethoven, Schumann, Mendelssohn, Mozart, Bach e via dicendo. Non erano pubblicati in ordine cronologico: perciò passavo dal fascino dei concerti più romantici per violino o pianoforte al rigore del clavicembalo bachiano e di nuovo all'impeto pianistico di Liszt o di Brahms.Sentivo musica in ogni momento libero e non: adoravo Bach a tutto volume per la gioia e la disperazione dei vicini di casa. Lo ascoltavo a volte anche studiando: i Brandeburghesi erano perfetti con gli esercizi di algebra, mentre con geometria o letteratura mi occorreva maggiore concentrazione e dovevo rinunziare.

Col passare del tempo, però, pur essendo rimasta inalterata in me la passione per la classica, ho iniziato ad ascoltare anche la musica leggera dei cantautori o dei gruppi più in voga, mentre ho faticato parecchio invece a familiarizzarmi con il rock.


Unica eccezione in questo campo è stata una composizione che mi ha immediatamente appassionato e che amo ancora moltissimo : "Jesus Christ Superstar", forse la più famosa opera rock degli anni Settanta, scritta da Tim Rice per il testo e Andrew Lloyd Webber per la musica, e rappresentata ancora oggi sia nella versione musical che in quella cinematografica.
Al di là dell'interpretazione hippy della vita di Gesù che a suo tempo aveva creato alcune polemiche, è stata proprio la musica di Lloyd Webber a prendermi: grintosa e accattivante, ricca di sensualità e di ritmo e splendida soprattutto nelle parti vocali di Giuda e della Maddalena.

E' proprio una delle più famose arie cantate dalla Maddalena, "I don't know how to love him" (Io non so come amarlo), che oggi desidero postare qui perchè - e anche in questo sta il bello! - è la chiara ripresa di una delle pagine più suggestive della letteratura violinistica dell' Ottocento: l'Andante dal "Concerto in mi minore op.64" di Mendelssohn che propongo nella datata ma sempre magica esecuzione di Christian Ferras.

Dalla classica al rock...e poi ancora alla classica!

Buon ascolto!