mercoledì 31 dicembre 2025

Day by day...

Al mercoledì, per motivi coristici, rientro sempre un po' tardi. 
Il treno da Milano è alle 20,01, ma se
 tutto fila liscio e quel brav'uomo di mio marito viene a prendermi alla stazione, sono a casa prima delle nove.

Non mi dispiace tornare a quell'ora anche se di questi tempi c'è buio e freddo, ma la grande città che attraverso con tram e metrò è piena di luci e di un movimento nel quale mi immergo volentieri. Arrivo in stazione di fretta ma senza timore di perdere il treno, anzi, a volte mi resta qualche minuto per comprarmi i biscotti al supermercato del primo binario. È piccolo, ma gestito da ragazze molto gentili così, quando ce la faccio, mi ritaglio un angoletto di calore e di sorriso prima di recarmi al treno. Quando poi arriva, mi ci rintano. 

È una routine nella quale mi trovo a mio agio perchè mi ricorda gli anni dell'università e in qualche modo mi fa ringiovanire. Anche quando sono in metrò, nonostante la stanchezza serale, sento in me che un tassello segreto torna al suo posto, come se da sempre portassi inscritta dentro quella vita, quei viaggi in mezzo alla gente e ci ritrovassi qualcosa di familiare, di mio. Una volta partita poi, come tutti o quasi apro anch'io il cellulare per vedere se ci sono messaggi o se qualcuno dei miei solerti compagni di coro ha già caricato il file della lezione appena finita.

Ma mercoledì l'altro, seduto accanto a me, c'era un tizio che leggeva un libro. È cosa talmente rara ormai trovare qualcuno che legga un vero libro cartaceo che sono stata subito punta da viva curiosità e ho iniziato a sbirciare. Con discrezione, ma sbirciavo.
Il tipo era alto, bruno, viso interessante, ma non fatevi strane idee...avrei potuto
essere sua madre, se esageriamo anche sua nonna! Ad attirarmi era il libro. Il guaio è che non ci vedo: capivo solo che aveva le note e quindi non era un romanzo. Così continuavo a sbirciare. 
Poi un passaggero è sceso, il tizio si è spostato di fronte a me - e so già cosa state pensando! - ma in compenso ho
visto autore e titolo: nientemeno che "La brevità della vita"di Senecanell'edizione che trovate nella foto con quel bel mosaico antico in copertina! 
La scoperta mi ha destato subito tanti ricordi degli anni di università e non solo. Ho
 frequentato spesso - se così si può dire - l'amico Seneca attraverso i suoi scritti più famosi a cominciare dalle "Lettere a Lucilio", e sempre mi ha offerto significativi spunti di riflessione.

Ora qualcuno dirà: "D'accordo, ma siamo alla fine dell'anno e guai ne abbiamo già avuti. Come pensiero augurale proprio alla brevità della vita dovevi ispirarti? Qualcosa di più allegro nooo???..."
No gente mia, perchè dal quanto ricordo il "De brevitate vitae" non è affatto deprimente,
ma è un'esortazione a non sprecare in occupazioni vane il tempo della nostra vita che sarà pur breve, ma non così come spesso lamentiamo.

Seneca, che scrive a metà del I secolo d.C., muove qui una sferzante critica a quanti - affaccendati negli affari pubblici e spesso mossi da avidità di potere, di piacere o di denaro - trascurano la riflessione, la lettura dei grandi maestri del pensiero e quella preziosa solitudine che consente di interrogarci nel profondo alla ricerca della nostra autenticità. 
Esalta quindi l'otium, il tempo libero che i Latini contrapponevano al negotium, laddove il termine
antico non aveva quel senso negativo che oggi diamo alla parola, quasi fosse sinonimo di pigrizia. Era invece uno spazio da dedicare alla dimensione culturale e contemplativa della vita, considerata più importante di quella attiva: lo dimostra il fatto che il termine positivo è proprio otium, mentre l'altro è costruito sulla sua negazione: nec-otium. Ciò non significa che non ci si debbe impegnare in ambito sociale o politico e, anche se in qualche passo del testo Seneca esorta il destinatario, Paolino, a ritirarsi a vita privata, il richiamo è ad un uso del tempo più equilibrato.

Perchè mi ci soffermo? Perchè certe pagine sono di sconcertante attualità e mi pare che la società romana di cui si sottolineano i difetti somigli tanto a quella di oggi. Nonostante la durezza della critica tuttavia, il messaggio sotteso è incoraggiante perchè lo scrittore sostiene che la vita è talmente preziosa che non va sprecata e la sua durata non si misura dal numero di anni, ma dalla qualità del loro impiego. Richiamo fortissimo all'essenziale quindi, per dare ad azioni e relazioni quell'autenticità che Seneca, secondo quanto la filosofia stoica gli suggerisce, ravvisa nella pratica delle virtù: esercizio capace di dilatare il tempo, fermando la corsa affannosa e la vacuità nella quale stiamo precipitando.

Questo mi tornava alla mente mentre il treno mi riportava a casa e intanto formulavo ipotesi sull'identità del mio compagno di viaggio: uno studente universitario? Uhm... Un giovane insegnante di liceo? Forse. Uno studioso? Chissà!...Ma in ogni caso gioivo della bella sorpresa come quando anni fa - ne ho parlato proprio all'inizio di questo blog - una mattina sul treno mi ero trovata davanti un giovane che studiava la partitura del "Flauto magico". 
Non capita tutti i giorni!

Allora grata per la sorpresa, vi regalo il sesto movimento - "Day by day we magnify Thee" dall' "Utrecht Te Deum HWV 278" di Georg Friedrich Haendel (1685 - 1759). È un pezzo caratterizzato dalla vivacità fastosa e festosa tipica del compositore, dove sentirete risuonare temi che da un lato ci riportano al brano corrispondente del suo celebre "Dettingen Te Deum", ma dall'altro anche a Mozart. A me pare infatti che, nell'esordio del Kyrie della "Spatzenmesse K.220" scritto parecchi anni dopo, il musicista salisburghese abbia preso spunto da questa pagina di Haendel.   
Pagina che non solo s'intona con l'ultimo giorno dell'anno in cui nelle
chiese cattoliche è tradizione cantare proprio il "Te Deum", ma con i passaggi fugati del finale costituisce uno splendido modello di costruzione polifonica che potete apprezzare anche dalla partitura in video.  

Così alla voce di questi cantori aggiungo la mia, grata per i tanti richiami all'essenziale che ci possono arrivare day by day, giorno per giorno intrecciati al nostro vissuto, magari un mercoledì sera, sul treno, tornando dal coro.

Buon ascolto e Buon Anno!

(La foto è presa dal web) 

 

giovedì 25 dicembre 2025

Buon Natale!!!



Peter Paul Rubens (1577 - 1640) : "Adorazione dei pastori". Fermo, Pinacoteca civica.

 

Morten Lauridsen (n.1943) : "O nata lux".

martedì 16 dicembre 2025

Se lo sguardo è femminile - 12


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Al termine della carrellata di donne pittrici che ha scandito i mesi di quest'anno, pur consapevole del fatto che il mio elenco è incompleto e altre figure del passato avrebbero meritato di essere ricordate, mi piace concludere con un'artista contemporanea a mio avviso notevole per talento e intensità di sguardo.
Si tratta di Antonella Masetti Lucarella, classe 1954, le cui creazioni pittoriche da
 una trentina di anni a questa parte riscuotono consensi e hanno avuto grande risonanza sia in Italia che all'estero.

È l'universo femminile il tema intorno al quale si concentra l'attenzione della pittrice volta ad indagarne volti, occhi, mani, pose e gesti con acuta capacità di introspezione psicologica. Profonda espressività insieme a uno stile essenziale, fatto di rigore e nitidezza di linee, mi sembrano i caratteri salienti delle sue opere sempre segnate da squisita eleganza.

Esempi significativi a questo riguardo sono alcuni ritratti come "Grande volto" riportato qui a lato: in apparenza un solo viso con un'unica espressione, ma in realtà due metà differenti che coesistono nella stessa persona quasi a simboleggiare quella duplice dimensione che ci caratterizza e l'invito a scandagliare ciò che si cela dietro uno sguardo.

Intenso anche il dipinto che vedete qui accanto, intitolato "Adolescente" dove gli occhi della fanciulla ritratta, segnati da uno sfumato che allarga le sue ombre sul viso, tradiscono un senso di malinconia. 
Le donne raffigurate dalla pittrice, infatti, hanno spesso sguardi 
assorti, ora velati da silenziosa tristezza, ora sorridenti, ora invece decisamente risoluti e volitivi come nella testa di "Ragazza" che ho riportato più sotto. Qui, gli occhi che non guardano lo spettatore ma altrove, a mio avviso accrescono nell'opera il fascino e il senso di mistero.

Davvero mille storie potremmo immaginare e raccontare sulle donne di Antonella Masetti Lucarella, accattivanti come la molteplicità di emozioni che le abita.
Ma al di là di questi aspetti, dalle sue creazioni 
a mio avviso spira anche un'aura di profonda quiete che - come scrivevo - ci induce ad andare oltre le apparenze per scandagliare l'interiorità di tanti ritratti.

Osserviamo per esempio il bellissimo "Figure in rosso" che vedete in grande in alto. Quale profondo senso di pace emana dallo sguardo serio e al tempo stesso dolce delle due donne, dalla loro compostezza, dai volti simili ma non uguali quasi fossero due facce della stessa anima, una l'apparenza e l'altra lo spessore che la costruisce! Sono occhi che - questa volta - guardano dritti verso di noi e mani incrociate con grazia sul petto in un gesto garbato quasi a custodire il mistero che ogni essere umano cela in se stesso. Così come misterioso è ciò che ha in mano la figura a sinistra: una carta da gioco? Un quadretto? Uno specchio o un ricordo?...Chissà!

Ma vi sono anche altre donne appaiate non solo perchè dalla rappresentazione emerga quel duplice mondo esteriore e interiore presente in ciascuno di noi, ma per farne risaltare una sorta di complicità. Così è nel quadro intitolato "Figure in un interno" che trovate qui a lato, come in numerosi altri esempi in cui le protagoniste sono riprese in scorci di vita quotidiana. 

In ogni caso, figure di grande raffinatezza come "La danzatrice" qui accanto, disegnata con linee sinuose e sensuali, elegantissime in quella gradazione di rosso scuro tanto amata dalla nostra pittrice quasi fosse una tinta primigenia color del sangue, del fuoco e della passione. 

Una tinta che si staglia contro il fondo dei dipinti ora nero, altre volte grigio e qui, in particolare, contrasta con l'incarnato chiaro della donna conferendogli rilievo plastico. Un colore che ritroviamo spesso e anche nel quadro intitolato "Modella in abito rosso" poco più sotto, opera affidata a linee di una semplicità spoglia e priva di particolari ornamenti. Del resto, le figure dipinte dall'artista non ne hanno bisogno perchè riempiono il quadro con la loro essenzialità e - oserei dire - la loro presenza scenica.

Qui, oltre alla splendida silhouette dall'atteggiamento sognante e appassionato, a spiccare sono le mani: lunghe, magre e snodate nelle quali la struttura ossea evidente si fa ancora una volta espressione di fascino ed eleganza. Si tratta di particolari che l'artista ha raffigurato più volte facendone anche tema di varie altre composizioni come appunto "Mani intrecciate" e "Mani" che vedete più sotto.

Ma se le sue figure sanno esprimersi senza bisogno di troppi ornamenti, ci sono tuttavia qua e là dettagli non trascurabili che, oltre ad arricchire i vari dipinti, rimandano a svariati precedenti pittorici.

Sono quei piccoli paesaggi che costellano i suoi quadri, ora 
affiancandosi alle figure più grandi come si vede da alcune delle immagini riportate, ora invece come oggetto di composizioni a sè stanti quasi fossero fogli di antichi codici.
Ne avete una testimonianza qui a lato nell'opera intitolata "Eros e pathos" dove
l'artista ha accostato occhi, mani, paesaggi, esempi di sfumato, insieme ad antichi scritti a formare un'opera che esprime ricchezza di ispirazione e di riferimenti al passato.

Dalle sue creazioni emerge infatti una vasta cultura pittorica nella quale sono evidenti rimandi al Rinascimento e poi più su fin quasi ai nostri giorni. Sono diversi i richiami che vi colgo. Qualche esempio?
La rappresentazione delle mani mi suggerisce conoscenze da Rodin a 
Escher, ma certi paesaggi a mio avviso uniscono suggestioni anche molto lontane tra loro. Osserviamo, per esempio, il quadretto dipinto al centro di "Figure in rosso" con un piano a quadri bianchi e neri e in fondo una montagna. 

Se quella sorta di pavimento può ricordare le prospettive dipinte nella seconda metà del Quattrocento da Paolo Uccello (avete presente la predella del "Miracolo dell'Ostia profanata" ?), ma anche certe stanze raffigurate nel Seicento da Vermeer, il monte sullo sfondo - a guardarne la sagoma - somiglia al Mont Sainte-Victoire che ricorre spesso nelle opere di Cézanne.

Non dimentichiamo poi la suggestione del danese Hammershøi nelle tante donne riprese di spalle, come vedete in quest'opera intitolata "Figura di schiena con paesaggio".
Dunque, riferimenti diversi tra l'antico e il moderno che colgo non come dati di pura erudizione, ma come segni di una cultura fatta propria e profondamente assimilata che l'artista lascia poi affiorare liberamente all'interno di una freschezza di ispirazione tutta sua.

Pensando infine alla musica da associare a queste immagini, è stata proprio la loro essenzialità insieme ai richiami al passato a suggerirmela. 
Si tratta di un pezzo di Gabriel Yared, compositore libanese classe 1949, famoso
anche come direttore d'orchestra, ma soprattutto per le musiche da film che gli hanno fruttato a volte prestigiosi riconoscimenti.

Il brano s'intitola "L'aria de l'ange" dalla colonna sonora de "L'instinct de l'ange", pellicola del 2013. A prenderci subito è il tema esposto dall'oboe: una melodia tranquilla, meravigliosamente sostenuta dal pizzicato degli archi che ne scandiscono il ritmo regalandoci un senso di profonda pace. Poi l'aria, arricchita dalla presenza di altri strumenti, si ripete intensificando il suo fascino fino alla parte finale che è invece più accesa e tagliente e con la quale il pezzo s'interrompe. 
Ma perchè mi è piaciuto tanto? Dico la verità, a incantarmi è stata l'accattivante parte iniziale col suo
 afflato meditativo che, nella sua articolazione, mi è parsa molto bachiana. E mi ha indotto a pensare che nel compositore libanese - da sempre grande cultore di Bach - abbia agito lo stesso processo di interiorizzazione che, per altri aspetti, ha lavorato nell'ispirazione della nostra pittrice. 
Un passato che rifluisce nel presente, dunque, sostanziandolo di spessore e
facendone fiorire più compiutamente l'originalità; e una musica che - a mio modesto avviso - ci consente di entrare più a fondo nell'affascinante universo delle donne di Antonella Masetti Lucarella.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal sito web della pittrice che qui ringrazio per la cortesia.) 

 

lunedì 8 dicembre 2025

"Prope est Dominus"

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
"Quando la notte è quasi terminata
e l’alba è tanto vicina
che possiamo toccare gli spazi, 
è ora di lisciarsi i capelli

e preparare le fossette nelle guance
e stupirsi di esser stati in pena
per quella vecchia, svanita mezzanotte
che ci atterrì soltanto per un’ora."

Mi è capitata sott'occhio proprio in questi giorni la poesia di Emily Dickinson (1830 - 1886) che vedete qui sopra, intitolata "Quando la notte è quasi terminata" come recita il primo verso. Tutti conosciamo la profondità e la delicatezza delle opere della poetessa americana, figura originalissima sia sul piano umano che artistico. Intensa è infatti la sua capacità di cogliere scorci di vita con brevi immagini spesso tratte dalla natura o dal mondo della quotidianità, dove l'infinitamente piccolo si fonde con l'infinitamente grande delle domande di senso.

Tema di questa poesia è il sollievo all'appressarsi dell'alba dopo il buio della notte, quando la prima luce dissolve le nostre paure e ci consente di nuovo di toccare gli spazi tornando ad orientarci. Alcuni commentatori affermano che, al di là del significato letterale, il testo potrebbe anche simboleggiare una notte esistenziale segnata dalla ricerca di Dio e dalla speranza che, in realtà, sia la morte quell'alba nella cui luce gli affanni del passato andranno svanendo.
Sotto questo profilo, a mio avviso è interessante che la Dickinson non abbia scritto tali versi alla fine della sua vita, ma poco più che trentenne e nel pieno della sua attività, il che ci suggerisce quanto l'intera sua esistenza sia stata segnata da un'intensa ricerca interiore. Degno di nota anche il modo con cui tratta l'argomento: un'attitudine gioiosa, espressa in immagini semplici come lisciarsi i capelli e preparare le fossette nelle guance, alludendo alla necessità di essere ben pettinata e sorridente come quando ci si presenta a una festa. La poesia infatti non parla di un giorno fatto e di una luce piena, ma solo di una preparazione quando la notte è quasi terminata.

Parola chiave mi sembra proprio quel quasi, a indicare la fase di passaggio tra buio e luce, il primo barlume di chiaro che va a dissipare l'inquietudine di un tempo sospeso ridestando l'attesa e la speranza. Allora è già possibile guardare ai terrori del passato - o forse alla paura stessa della morte - come a cosa passeggera e ormai dissolta (quella vecchia, svanita mezzanotte / che ci atterrì soltanto per un'ora). E la consapevolezza che ne deriva è piena di meraviglia e di sorpresa (e stupirsi di essere stati in pena).

È un testo che, comunque lo si interpreti, ci parla in profondità perché tante sono le notti buie che il nostro tempo sta attraversando, così come le albe che tutti, per motivi diversi, attendiamo sia a livello individuale che collettivo. Viene in mente il versetto biblico "Sentinella, a che punto è la notte?" (Isaia 21, 11-12), ripreso poi da Shakespeare, ma anche da una celebre canzone di Guccini nella quale il cantautore si interroga sul senso ultimo delle cose. Sempre intensa infatti è stata nel tempo la luce di bellezza offerta dalle varie forme di arte che rischiarano il nostro cammino come appunto i sorridenti versi della Dickinson e certo anche la musica. 

Allora mi piace commentare il testo della poetessa con un brano che a questo riguardo trovo significativo perchè s'inquadra nel periodo che precede la grande alba del Natale.
Si tratta del mottetto Op.176 n.8 intitolato "Prope est Dominus" (Vicino è il
Signore), scritto da Joseph Gabriel Rheinberger (1839 - 1901) all'interno di una raccolta di pezzi per l'Avvento. È una composizione per quattro voci miste nella luminosa tonalità di Mi maggiore che ci regala una rasserenante soavità soprattutto nella ripresa in pianissimo e che su qualche passaggio ombroso fa prevalere una gioia sorgiva. Culmine di tale gioia è l'esplosione dell'energico Alleluja che ci consente di apprezzare la meravigliosa coesione del coro! 
Lascio ora a chi legge il piacere di immergersi in queste splendide note e di
gustarne la costruzione. Da parte mia, coltivo la speranza di poterle cantare un giorno dall'interno di una corale polifonica e non solo - come faccio ora - sognando davanti allo schermo di un computer.

 Buon ascolto!

(La foto, a dire il vero un po' sfocata, è mia e la si potrebbe intitolare "Alba invernale sul Gran Paradiso")

 

domenica 30 novembre 2025

Nei segreti anfratti del cuore

Nelle mie quotidiane peregrinazioni su youtube in cerca di musica, nei giorni scorsi mi sono imbattuta in una raccolta che già conoscevo e della quale avevo pubblicato tempo fa qualche brano.

Si tratta dei "Pezzi lirici" di Edvard Grieg (1843 - 1907): sessantasei brevi composizioni per pianoforte solo, tese a cogliere sensazioni e stati d'animo diversi o a descrivere la natura o eventi di colore locale. Basti osservare alcuni titoli - Illusioni, Elegia, Giorni svaniti, Danza norvegese, Verso la patria, Il piccolo mandriano, Ruscello, Sera d'estate - per rendersi conto della varietà di ispirazione del musicista che, con tocco leggero, va a scandagliare la realtà circostante o i propri moti d'animo facendone una sorta di diario in note.

Il pezzo che ho scelto oggi è il n.6 op.57 del VI libro della raccolta ed è intitolato "Homesickness", nostalgia di casa o - letteralmente - malattia di casa quasi che la lontananza possa suscitare un anelito così inquieto da diventare patologico. 
Il brano si articola in tre parti. La prima è costituita da un lento Andante in Mi
minore: una melodia semplice, arricchita dagli accordi talora dissonanti della mano sinistra che ne sottolineano l'afflato malinconico e da un riecheggiare di note che le conferisce fascino e spessore. Segue una sezione centrale in Mi maggiore più luminosa, ma soprattutto più leggera nella sua vivacità giocata sulle ottave più alte, mentre la parte conclusiva torna a ripetere il mesto tema iniziale. 
Tre sezioni che mi sembrano riprodurre prima il senso di tristezza e
 solitudine di chi è lontano da casa e ne avverte la nostalgia; poi il ricordo o più ancora il sogno di una felicità agognata, attraverso note che evocano immagini di festa imitando un lieve e scintillante scampanellìo. Ma la visione svanisce presto e infine la musica torna a disegnare una realtà fatta di mestizia.

Ma perchè mai questo brano mi ha affascinato?
Sarà stato forse il freddo già invernale degli ultimi giorni o il Natale verso cui ci stiamo avviando
a suscitare in me un acuto desiderio di intimità. Una sensazione che non vivo solo sul piano personale, ma che immagino anche nelle tante persone che, per motivi di lavoro, di salute o altro, sono lontane da casa e per le quali il bisogno del proprio ambiente familiare, fatto di affetti e insieme di luoghi del cuore, in questo periodo si fa più pungente. Nostalgia di casa, che significa desiderio di essere accolti nel profondo, di ricordi nei quali riposare l'anima e di ritorno a se stessi, alla ricerca di quella gioia di vivere oserei dire primordiale forse dimenticata o nascosta.

Una casa a cui tornare come chi arriva da un lungo cammino, a somiglianza del viandante che vedete in alto nel dipinto di Marc Chagall intitolato "Sopra Vitebsk", in volo sul villaggio con la sua bisaccia, la sua stanchezza e certo il desiderio inquieto di un approdo. Una figura errante in una rappresentazione fiabesca che, al di là delle varie interpretazioni sulla sua identità - lo stesso Chagall costretto a lasciare il proprio paese di origine per motivi politici e razziali, o forse il profeta Elia venuto a portare doni - può simboleggiare tutti noi nella ricerca di un porto a cui ancorare la nostra precarietà. 

Nel dipinto di Chagall non sappiamo bene se il viandante in volo stia tornando al suo paese o ne stia ripartendo come varie volte è accaduto proprio al pittore, ma la silenziosa coltre di neve che ammanta il villaggio e la delicatezza dei colori ci regalano un'aura di intimità che riconduce al mondo delle fiabe della nostra infanzia.
Allo stesso modo, le note più vive della parte centrale del brano di Grieg dove nel ritmo puntato della mano destra brilla una luce festosa, per qualche momento ci aprono a un sogno mai sopito, a quel desiderio di casa radicato da sempre nei segreti anfratti del cuore. 

 Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

sabato 22 novembre 2025

Lo stupore di Cecilia

'È opera del viterbese Giovanni Francesco Romanelli (1610 - 1662) il dipinto che vedete - conservato a Roma presso i Musei Capitolini - e che rappresenta "Santa Cecilia". 
Le date ci dicono che siamo in piena epoca
barocca ma, se anche non lo sapessimo, ce lo suggerirebbero vari elementi: dalla raffinatezza ariosa del panneggio e del copricapo agli alberi e al cielo dello sfondo; dalla morbidezza dell'incarnato - osservate la grazia della mano sinistra! - fino all'elegante inquadratura che riprende la Santa in una torsione ormai lontana dagli schemi della ritrattistica del passato. 

In effetti l'autore, formatosi alla scuola di vari rappresentanti dello stile barocco tra cui Domenichino e Pietro da Cortona, si colloca tra gli esponenti più in vista della pittura dell'epoca sia a Roma che in Francia. La sua fama gli aveva meritato inoltre il soprannome di "Raffaellino" probabilmente per la dolcezza del suo tratto che potrebbe ricordare lo stile del famoso urbinate.

E in che modo Romanelli raffigura qui la Santa protettrice della musica e dei musicisti? La dipinge accanto a un violino, seguendo una tradizione che attraversa il tempo e che la vede accanto a uno strumento, molto spesso un organo, talora un violoncello oppure un liuto. 
Tuttavia, quello che mi colpisce nell'immagine è lo sguardo di Cecilia rivolto altrove. Ha
 in mano un rotolo che probabilmente è uno spartito, tocca il violino quasi avesse appena finito di suonare e dovesse riporlo, ma il suo sguardo è assorto, fisso in un punto indefinito forse a ripercorrere nel cuore la musica suonata e le emozioni che essa vi ha suscitato. 
O forse da quel punto indefinito la Santa sta guardando in se stessa attingendo alla
misteriosa fonte dell'ispirazione. La sua è infatti l'espressione di chi medita, ma nei suoi occhi possiamo scorgere anche un lampo di meraviglia, un lieve sorriso venato di commozione, una luce di stupore come di fronte a una realtà superiore da cui è presa e rapita. È proprio quella realtà l'oggetto cui volgersi, la sorgente primaria alla quale attingere mentre il violino e lo spartito sono i mezzi attraverso i quali la luce della musica prenderà poi forma.

Con quale melodia allora renderle omaggio nel giorno della sua festa? Con un brano di un autore nuovo per questo blog. Si tratta di John Eccles (1668 - 1735), compositore inglese famoso per aver scritto molte musiche di scena oltre a un' "Ode per il giorno di Santa Cecilia"...che tuttavia - la Santa mi perdonerà! - non pubblico. Non perchè non sia bella, ma perchè mi affascina maggiormente il pezzo che invece ho scelto. 

Si tratta di un' Aria - quinto movimento dalla Suite "The Mad Lover", l'amante pazzo - in cui Eccles ha musicato la tragicommedia di John Fletcher, centrata sull'uso dei suoni e delle immagini nel curare certe forme di follia o di depressione. Lunga è a questo proposito la tradizione che vede la musica come una vera e propria cura della psiche: dal giovane Davide che nella narrazione biblica suonava l'arpa per placare lo spirito cattivo di Re Saul, al mito di Orfeo, fino alle acquisizioni più moderne della musicoterapia. Ma potremmo anche ricordare le Variazioni Goldberg che - se  è vero ciò che i testi affermano - Bach avrebbe scritto per distrarre il conte Von Keyserling dall' insonnia. Del resto, di tale potere dei suoni tutti avremo fatto esperienza almeno una volta nel corso della nostra vita, per questo un brano simile mi sembra l'omaggio più centrato che si possa fare alla Santa.

Della quinta Aria della Suite vi riporto dunque due versioni: quella originale e una molto più recente per pianoforte solo che - vi confesso - è la mia preferita. Si tratta di una trascrizione semplice sul piano tecnico, ma tutta affidata alla capacità interpretativa di chi la esegue. Ne emerge un ritmo che dalla calma iniziale va crescendo di intensità fino ad animarsi in un vortice sempre più veloce mentre la melodia si ripete in varie sfumature diverse. 
Ed è forse il ruolo di tale ripetizione quello che talora agisce su di noi con una sorta
 di funzione terapeutica, perchè ci consente di entrare più vivamente all'interno della musica e diventare una sola cosa con i suoni facendo nostra la loro vibrazione. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

 

sabato 15 novembre 2025

Se lo sguardo è femminile - 11













Tra le opere delle artiste che nel corso del tempo hanno raffigurato altre donne, dopo averne pubblicate alcune ricche di gioiosa e ricercata eleganza, oggi ho scelto quelle di Käthe Schmidt Kollwitz (1867 - 1945), pittrice e scultrice tedesca che ci ha lasciato invece lavori decisamente crudi e drammatici, ma di schiacciante attualità.

In un arco di vita che comprende i due conflitti mondiali, la Kollwitz si è soffermata sul tema delle tragedie causate dalla guerra, focalizzando la sua attenzione sul lutto delle madri per la morte dei figli o sulla loro sofferenza. La maggior parte delle sue opere - sia che si tratti di litografie, xilografie o sculture - rappresenta infatti immagini angosciose di sopravvissuti logorati dalla fame e dall'orrore, insieme a madri strette in un abbraccio a difesa dei propri flgli o chiuse in un muto dolore di fronte alla loro morte. 

C'è molto di autobiografico in tali opere dato che la stessa Kollowitz aveva perso un figlio durante la prima guerra mondiale e del resto l'artista è sempre stata sensibile alle tante sofferenze del suo tempo. 
Lo testimonia la celebre "Pietà" che vedete qui
a lato, scultura in bronzo realizzata alla vigilia del secondo conflitto mondiale e conservata al Museo Kollwitz a Colonia, mentre una copia si trova alla Neue Wache di Berlino, monumento che commemora le vittime di guerra. Nel gruppo scultoreo, il legame viscerale col figlio morto è evidente nella posizione del suo corpo che sembra quasi rientrare nel grembo della madre tornando a far tutt'uno con lei.

Tuttavia, al di là del riferimento cronologico al lutto dell'autrice, il grido che riecheggia intensissimo dalle sue opere nella volontà di dar voce alla sofferenza, valica il tempo e riconduce alle tragedie che purtroppo si consumano ancora oggi in diverse parti del mondo. 

Solido e tenace l'abbraccio che vedete a lato nella xilografia intitolata "Le madri" conservata alla Tate Modern Art Gallery di Londra. Qui, tante madri fanno dei propri corpi una cosa sola, un blocco solidale a proteggere i loro piccoli. E come in altre opere, il contrasto tra bianco e nero dovuto alla tecnica usata si rivela efficacissimo per rendere l'immagine più incisiva in un espressionismo che cogliamo soprattutto nella raffigurazione di occhi e mani.

Gli stessi caratteri, ma più sfumati e addolciti dall'uso di una tecnica diversa vediamo nella foto grande in alto, disegno preparatorio di una litografia che doveva far parte della serie di sei tavole sulla guerra. Nella madre in primo piano che avvolge col suo abbraccio due bimbi, la Kollwitz ha rappresentato se stessa e i suoi figli in un'espressione di indicibile amore. Anche le altre figure femminili hanno un atteggiamento protettivo e ancora una volta, oltre ai volti, ci parlano le mani, grandi e talora sproporzionate mentre difendono i bimbi o, con gesto eloquente, coprono la faccia davanti all'orrore. 

Orrore che leggiamo anche nella xilografia qui a lato intitolata "I sopravvissuti". 
Sembra l'immagine di un
lager anche se la Kollwitz - invisa per le sue idee socialiste al regime hitleriano che le aveva tolto l'incarico di docente e le aveva impedito di esporre le sue opere - era riuscita a sfuggire alla deportazione. Sono visi scarni, figure di adulti senza più sguardo, bambini sui cui volti si legge la fame, e sempre in primo piano le mani di una madre serrate in un abbraccio protettivo.

E ad esprimere proprio la fame, efficacissima l'opera qui a lato intitolata "Brot!" (pane!), carboncino su carta conservato presso la Collezione Dorothy Braude Edinburg. Nella donna vista di schiena e curva su se stessa intuiamo il grido della disperazione, e così pure nel volto dei due piccoli dove pochi tratti appena accennati testimoniano il senso della tragedia e al tempo stesso la straordinaria potenza espressiva dell'artista nel rappresentarla. 

Uno sguardo forte e deciso il suo, perseverante e coraggioso, nel costante inabissarsi nei meandri del dolore umano. 
Uno sguardo che investe la sua arte, come lei
stessa ebbe a dire più volte: "Io devo esprimere il dolore degli uomini, un dolore che non ha mai fine e che ora è enorme. Questo è il mio compito, anche se non è facile assolverlo". E poi: "Non ho difficoltà ad ammettere che la mia arte ha uno scopo. Io voglio agire nella mia epoca, nella quale l'umanità è tanto priva di senno e bisognosa di aiuto". E ancora: "Il pacifismo non è un tranquillo stare a guardare, ma lavoro, duro lavoro".

Uno sguardo che desidero commentare con una musica che amo da tempo per il suo splendore e insieme per la toccante interpretazione del compianto Maestro Ezio Bosso. Si tratta della celebre "Melodia", parte centrale della "Danza degli spiriti beati" dall'opera "Orfeo e Euridice" di Christoph Willibald Gluck (1714 - 1787). 
Al di là del riferimento del brano orchestrale alla composizione in cui è inserito, mi hanno
 sempre colpito le tante trascrizioni per vari strumenti - e in particolare questa per pianoforte solo - che ne fanno un pezzo indipendente dal contesto originario. È proprio il caso dell'interpretazione di Bosso che lo include in una delle stanze del suo percorso esistenziale illustrato in note nell'album "The 12th Room" del 2015.
Qui, insieme ad alcuni suoi inediti, rielabora pezzi di Bach, Chopin, Cage e, appunto, 
la "Melodia" di Gluck. È un'aria delicatissima ma lontana da ogni tentazione romantica o sentimentale. Bosso ne fa emergere infatti una dolcezza spoglia, rigorosa, essenziale, simile a quella dimensione in cui dolore e amore vivono intrecciati. Drammaticità, tenerezza struggente, insieme alla malinconia del re minore coesistono in queste note dal ritmo lento la cui intensità Bosso calibra con l'anima prima ancora che con le dita. 
E mi fanno pensare all'amore tenace e disperato delle madri raffigurate dalla
Kollwitz, spiriti beati nel vero senso della parola per il loro cuore indomabile.

 Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)

 

sabato 8 novembre 2025

Tonto

Chi mi legge probabilmente lo sa da tempo: amo molto i cartoni animati. Solo i più classici però, mentre non riesco ad abituarmi a quelli che presentano stili grafici più recenti e innovativi.

Sarà per età o perchè alcuni di questi film sono dei veri e propri capolavori, ma resto legata alla tradizione che per me porta in primis i nomi di Walt Disney e di Hanna & Barbera, anche se non mi dispiacciono autori come Fritz Freleng, creatore della celeberrima Pantera Rosa della quale - lo giuro - qualche volta parlerò. 
Non sto ad elencare la ricchissima produzione d
i tali autori: dico solo che il pregio di queste pellicole - sia film che serie televisive - è unire uno schietto divertimento a quella sorridente saggezza che fa bella la vita. 
Qualche esempio? 
Pensate a "La spada nella roccia" e alle preziose istruzioni di Mago Merlino a
Semola: a proposito, ne ho parlato neanche tanti anni fa qui. Oppure, passando a Robin Hood, gustatevi la tenera scena del compleanno di Saetta o la successiva in cui Lady Marian e Lady Cocca giocano insieme. Ma anche le sequenze in cui protagonisti sono Re Giovanni e Sir Biss, oltre a divertire, fanno riflettere perchè rispecchiano tratti di sconcertante attualità.

Tuttavia, il bello di queste pellicole è anche il fatto che, oltre ai caratteri dei personaggi, ci restano dentro certe battute che finiscono per entrare nelle nostre espressioni quotidiane. Per carità! Accade con tanti generi di film che ci impossessiamo di alcune frasi fino a usarle nel nostro linguaggio: da "Domani è un altro giorno" a "Francamente me ne infischio" o "Sono andato a letto presto" e via dicendo. 
Del resto è un'operazione che si verifica con tutto, dal cinema alla 
poesia fino al linguaggio televisivo: e se talora cogliamo la realtà circostante con gli slogan riduttivi della pubblicità, altre volte invece riaffiora dal profondo anche il dantesco "Non ti curar di lor..." o magari qualche simpatica battuta dei cartoni. Insomma, dati ormai acquisiti tanto che la mia osservazione rasenta la banalità. Ma mi ci soffermo perchè qualche sera fa mi è accaduta una cosetta un po' singolare.

Stavo uscendo dal pronto soccorso dopo un ricovero lampo per un problema poi risolto - tranquilli, sto bene! - e decisamente risollevata dopo una giornata difficile. Ho guardato l'orologio, si era fatta l'una di notte e aspettavo stanca che mio marito venisse a prendermi. Ma quando nel buio ho finalmente avvistato la luce dei fari dell'auto, invece di un moto di gratitudine per il brav'uomo che sotto la pioggia battente veniva a raccogliere i cocci della moglie, il primo impulso che mi è uscito dal cuore è stato il grido di Tonto nella celebre sequenza di Robin Hood: "È l'una di notte e tutto va bene!".

Tonto...ve lo ricordate? Ma certo! Il simpatico e sciocco avvoltoio che insieme a Crucco fa la guardia al servizio dello sceriffo. Poi nella pellicola non tutto va per il meglio, ma quella frase, rimastami in testa da tempo, riaffiorava ora ad allentare la tensione della giornata e a restituirmi il sorriso. E mi è risuonata dentro proprio come è gridata nel film, con le vocali strascicate: "È l'uuna di nootte e tuutto va beene!", mentre un'ombra di sorriso mi si disegnava in volto, anche se nel buio non se n'è accorto nessuno. 

Ora, che cosa c'entri questa storiella in un blog di musica, non lo so, ma Tonto mi è sempre piaciuto, qualche volta mi ci identifico pure...e avevo voglia di raccontarvela. Spero mi perdonerete.
Se proprio lo desiderate, posso dirvi però che il giorno dopo mi è venuta una gran curiosità
 di sapere su quali note si dipanasse il grido della sentinella. Eccole: FA FA FA FA  RE RE  -  FA FA FA FA  RE RE, quattro quinte seguite da due terze, il che corrisponde perfettamente alle sillabe della frase, in tonalità di SI bemolle maggiore, almeno così mi pare. Se guardate qui il filmato, la voce di Tonto su certe vocali sembra un po' calante, ma dopo una giornata in cui grida a tutte le ore, bisogna capirlo.

Così, è proprio al SI bemolle maggiore che mi sono ispirata per scegliere il brano da regalarvi a conclusione della mia piccola avventura ospedaliera. Siccome tutto si è concluso bene, ho scelto un pezzo che riflette sollievo e leggerezza, gioco e allegria. E chi meglio di Gioacchino Rossini (1792 - 1868) ? Allora eccovi il terzo tempo, "Allegretto", della "Sonata n.4 per archi", giustappunto in SI bemolle maggiore.

Si tratta di una composizione scritta dal musicista a soli dodici anni(!) e questo dettaglio tutt'altro che trascurabile me la fa apprezzare ancora di più per svariati motivi. Primo per la presenza già evidente di moduli compositivi di indubbia eleganza che ritorneranno nelle opere successive; poi per l'andamento leggero e giocoso che, se da un lato è un tratto distintivo di tanta musica rossiniana anche se non tutta, dall'altro esprime la freschezza di chi osserva il mondo con sguardo limpido e festoso. 
Lo sguardo di un ragazzino a cui - scommetto - sarebbero piaciuti anche i cartoni
di Walt Disney, Tonto compreso.

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 

venerdì 31 ottobre 2025

Cannoli siciliani

Penso che tanti, all'interno delle repliche de "Il Commissario Montalbano", abbiano visto la puntata del 22 ottobre scorso, apprezzando una delle scene più toccanti e memorabili della narrazione.
Seguo fin dai suoi esordi questa serie che adoro
e della quale ho già parlato anni fa, esattamente qui. Ma, nonostante ricordi quasi a memoria episodi e personaggi con gli atteggiamenti e le espressioni che li caratterizzano, non mi perdo mai una puntata per la gioia di immergermi di nuovo in una meravigliosa cornice ambientale e in un'atmosfera che, se talora presenta vicende molto crude, fa tuttavia affiorare nei protagonisti tratti di una molteplice ricchezza umana.

Nella puntata cui faccio riferimento si rende omaggio alla figura del medico legale dottor Pasquano, venuto a mancare nella serie per la morte dell'attore che lo impersonava, Marcello Perracchio. Ne è derivata una sequenza in cui finzione scenica e vita reale si sovrappongono nell'intuizione decisamente centrata di commemorare l'attore scomparso ricordando il suo personaggio all'interno del telefilm. E in che modo?
Qui sta il bello: celebrando la passione che il dottore aveva per la buona tavola e in particolare per i cannoli siciliani. Tutti
abbiamo in mente le sue piccole colazioni a base di torte e ciambelle varie, come pure gli episodi in cui Montalbano non resisteva alla tentazione di rubargli un cannolo, o i loro battibecchi fatti di enfasi teatrale, ma in realtà di stima reciproca.

Così, l'dea di Luca Zingaretti e del regista Alberto Sironi è stata quella di onorare l'attore attraverso il suo personaggio, creando una sequenza nella quale, dopo il funerale, i protagonisti riuniti in commissariato mangiano proprio dei cannoli. Un ricordo misurato, privo di formalismi o di retorica e, se avete visto la puntata, non vi sarà sfuggita la serietà degna di un vero rituale con cui Montalbano porge il vassoio di cannoli ai suoi colleghi che li gustano in assoluto silenzio. Splendido!

Ma al di là della vicenda narrata nella fiction e della morte dell'attore, questo modo di ricordarlo mi ha colpito perchè è in realtà un celebrare la vita. 
È infatti un affondare le mani nell'humus dell'esistenza della persona scomparsa facendola rivivere in noi attraverso i sensi, anzi proprio a cominciare dai sensi! 
Senza nulla togliere al valore di una preghiera o di un fiore, nel ricordare Pasquano per la voluttà con cui gustava i cannoli, colgo qualcosa di profondamente umano e tangibile, quasi a significare che anche la realtà corporea è riscattata nell'ambito di un legame affettivo che la morte non spezza. Bellissimo e centrato poi questo riferimento al gusto per la sapienza in esso custodita: sàpere significa appunto avere sapore. 
Allora commemorare il morto inoltrandosi nel suo piacere di assaporare il cibo, è
valorizzarne l'umanità anche nelle sfaccettature più quotidiane, in un gesto di vicinanza ricco di una sua toccante sacralità.

Così, mi piace commentare questa scena con un brano di Franco Piersanti, autore della colonna sonora della serie. Si tratta di "Tenderness", un'intensa melodia dove malinconia e dolcezza si fondono in uno sguardo che sembra accarezzare cose e persone, vicende e paesaggi: un afflato di ricordi pervaso qua e là da un lieve ritmo di tango insieme a luminose aperture. 
E come altri pezzi del compositore, anche questo va a scandagliare la molteplice
anima siciliana narrata da Camilleri, fatta di una riservatezza talora scontrosa, ma insieme di passione per la vita in tutte le sue sfaccettature, cannoli compresi. 

Buon ascolto!

(La foto è presa dal web) 

 
 

venerdì 24 ottobre 2025

Evviva CLAss_Liguriacanta!!!

L'articoletto di oggi è dedicato al gruppo di coristi che in settembre, ma a dire il vero anche nei mesi precedenti, mi ha consentito di fare una delle esperienze musicali più intense che avessi mai vissuto.  

Si tratta dell'Associazione dei cori liguri CLAss_Liguriacanta che festeggia i 5 anni dalla sua nascita e che, dal 19 al 21 settembre scorso, ha organizzato a Bocca di Magra un campus di studio sul Requiem di Mozart, conclusosi poi con l'esecuzione finale nella cattedrale di Sarzana.

Amo da sempre le iniziative che riguardano la polifonia. Dal coro parrocchiale al quale sono grata per avermi iniziato a questo genere di musica, fino al "Coro degli Stonati" dell'Orchestra Sinfonica di Milano - si chiama così...ma è uno splendido progetto di educazione vocale guidato dalla mitica Maestra Maria Teresa Tramontin - negli ultimi anni ho avuto modo di avvicinarmi ad esperienze anche impegnative. L'ultima è questa di cui parlo.

Ho avuto notizia ai primi di luglio del campus organizzato dall'Associazione ligure, ma la partecipazione presupponeva una conoscenza sicura delle varie parti del Requiem di Mozart. In passato, lo avevo ascoltato spesso e con la mia corale di parrocchia anni fa ci eravamo cimentati nel "Lacrimosa", ma qui la proposta era molto più ampia. Che fare?...
Spinta dall'entusiamo delle mie attuali compagne di coro - un manipoletto di sedici 
coraggiose che avevano aderito subito all'iniziativa - e col supporto dell'Associazione che ci ha fornito spartiti, tutorial ed email di gioioso incoraggiamento, mi sono iscritta anch'io! Evvai!!!
Di conseguenza, ho passato l'estate studiando, intenta ad orientarmi tra gli incastri delle potenti 
fughe e immersa nella meraviglia del testo mozartiano. La difficoltà più grossa però è stata il tentativo di appartarmi ogni volta in qualche angoletto di casa per cantare più liberamente, ora appollaiandomi in mansarda, ora chiudendomi a doppia mandata nel ripostiglio😒. Ma per la gioia di mio marito e dei vicini...non sempre ci sono riuscita😄.

La tre giorni di prove è stata impegnativa ma al tempo stesso entusiasmante per la guida del Maestro Matteo Valbusa che ha saputo unire una capacità comunicativa ricca di leggerezza ad altrettanta profondità di contenuti. 
Ci ha infatti illustrato alcune tecniche vocali, ma soprattutto ci ha consentito di
 cogliere le connessioni tra significato spirituale del testo del Requiem e dinamiche musicali della composizione mozartiana. I coristi presenti, circa un centinaio e non solo liguri, erano molto bravi ma il nostro gruppetto è stato all'altezza della situazione. Nonostante non avessimo mai cantato insieme, ci siamo armonizzati senza problemi in un clima di cordialità che i responsabili dell'Associazione hanno favorito con il loro spirito di accoglienza. 
Poi Mozart ha fatto il resto: così il momento dell'esecuzione conclusiva, nonostante la tensione
dell'impegno e qualche limite, è stato quel vìvere la musica dal suo interno che ha lasciato in tutti un'immensa gioia insieme al desiderio di coltivare ancora lo splendore del canto corale. 

Ora lo so, qualcuno vorrà sentire almeno uno stralcio dell'esibizione, ma non posso accontentarlo perchè il video non è disponibile su youtube. "E che fai? - mi direte - Prima ci ingolosisci e poi ci lasci a bocca asciutta?" 
Niente affatto! Siccome questo è un post che vuole esprimere gratitudine e che
 intende festeggiare i cinque anni di vita di CLAss_Liguriacanta, mi piace rendere omaggio al gruppo pubblicando una delle più belle performances dei suoi inizi. 
Si tratta di una registrazione fatta nel 2020 in piena pandemia, dove i coristi
cantano un brano di Joseph Rheinberger (1839 - 1901) : il celebre mottetto a sei voci miste intitolato "Abendlied", canto della sera. È un pezzo del quale avevo già parlato undici anni fa esattamente qui, ma lo ripubblico volentieri perchè ancora oggi riascoltarlo mi suscita profonda commozione. Lascio poi alla sensibilità di ciascuno il compito di cogliere tratti e sfumature di questa particolare interpretazione attraverso i volti, l'intensità e la passione dei singoli coristi.
Penso che non occorrano altre parole se non quelle che compaiono in apertura del video: "Quando la vita separa, la musica unisce"
e mi piace sottolinearle perchè hanno un valore che va ben oltre il periodo del Covid.

Buona visione e buon ascolto! 

(La foto è presa dalla pagina Facebook di CLAss_Liguriacanta e ci siamo anche noi!)

 


giovedì 16 ottobre 2025

Se lo sguardo è femminile -10



Sono stata a lungo incerta nella scelta del dipinto da pubblicare a proposito della pittrice di questo mese che è Artemisia Gentileschi (1593 - 1653). 
Si tratta di una delle più notevoli figure della prima metà del Seicento che, nella su
a produzione, si è misurata su soggetti sacri e profani, andando al di là dei temi rappresentati da altre artiste. 
La sua fama di pittrice è stata oscurata per un certo periodo dal fatto di essere f
iglia di Orazio Gentileschi - il che talora ha creato problemi di attribuzione delle sue opere - ma soprattutto dalla violenza subita da parte di Agostino Tassi e dal processo seguito alla denunzia di Artemisia. Infatti, se è stata giustamente ricordata per la sua coraggiosa ribellione, in passato tale vicenda ha lasciato in secondo piano il suo talento artistico. 

Gli studiosi che invece ne hanno rivalutato di recente la memoria come pittrice, hanno sottolineato caratteri stilistici che dimostrano la conoscenza delle opere di Michelangelo Buonarroti e del Caravaggio, ma che - a mio modesto avviso - vanno anche al di là dei canoni dell'epoca in cui Artemisia vive. Per questo sono stata incerta nella scelta, perchè i suoi dipinti riflettono un afflato artistico decisamente poliedrico.

In un primo tempo avevo deciso di pubblicare "Susanna e i vecchioni" - che trovate qui a lato - nella versione forse più famosa del 1610 conservata presso il castello di Weißenstein, in Baviera.
L'opera rivela infatti la disinvoltura dell'autrice
nell'ambientare le figure nello spazio ed è evidente il duplice richiamo michelangiolesco nella torsione del corpo della donna che ricorda il modulo della figura serpentinata e insieme nel gesto delle mani che può richiamare il personaggio di Adamo nella Cacciata dal Paradiso all'interno del Giudizio universale.

Poi, sempre tra i dipinti che vedono protagoniste le donne, mi aveva suggestionato anche "Giuditta decapita Oloferne", conservato al Museo di Capodimonte, per il suo chiaro riferimento all'opera analoga che il Caravaggio aveva realizzato circa dieci anni prima. 

Elementi comuni sono tinte come il rosso scuro e il forte contrasto luministico che rende ancor più drammatica la scena. Qui, lo sguardo di Artemisia è preciso e sicuro, quasi analitico, uno sguardo che non arretra neppure nel dipingere i dettagli più macabri come gli schizzi di sangue sul cuscino. 
Dunque, se è senza dubbio notevole l'abilità della pittrice, sul piano stilistico mi sembra di vedere caratteri 
già conosciuti. Per questo, la mia scelta si è orientata poi sull'opera riportata in grande, intitolata "Autoritratto come allegoria della pittura" e conservata a Londra presso la Royal Collection di Kensington Palace.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui davvero mi pare che l'artista ci dica qualcosa di nuovo che va al di là della rielaborazione di ciò che ha acquisito nel tempo. 
Quali aspetti mi colpiscono nel dipinto? La modernità del tratto insieme alla
 capacità di far coesistere tale modernità con un'estrema precisione di dettagli; ma soprattutto l'identificazione di Artemisia con la pittura, cosa che anima la composizione a cominciare dall'impostazione prospettica. 
La protagonista infatti attraversa il quadro diagonalmente rivolta alla tela che
dipinge, mentre la luce che piove dall'alto batte sulla sua fronte e illumina il viso concentrato sull'opera che sta realizzando.

Un autoritratto singolare, se lo confrontiamo con i tanti esempi del passato dal Quattrocento al Cinquecento, ma possiamo arrivare anche a Rembrandt trovando sempre un' iconografia tutto sommato tradizionale. 
Che le persone ritratte guardino lo spettatore o si volgano altrove verso qualcosa 
che sta fuori dalla tela o che ne emerga il loro carattere, sono certo dati significativi; ma i vari soggetti sono sempre fermi e centro della composizione resta il loro viso, mentre qui la pittrice è in movimento, ripresa nel suo gesto creativo, tutta assorta a riportare sulla tela il frutto della propria ispirazione. Anche il fondo scuro privo di ornamenti, se da un lato riconduce a tanta pittura del Seicento, dall'altro offre un'essenzialità inedita. 
Un' iconografia nuova dunque, e sul piano tecnico tutt'altro che facile da realizzare
 data la posizione obliqua in cui Artemisia si raffigura.

Colgo inoltre una grande sicurezza nel suo tratto pittorico ora preciso e dettagliato come nel pendaglio al collo e nella ruche che orla il vestito, ora più veloce e sintetico, moderno al punto che la rappresentazione dei capelli potrebbe essere attribuita a un artista di epoca successiva. 
Non solo.

La poliedricità della pittrice mi pare evidente
anche nella raffigurazione dell'abito le cui pieghe sulla manica hanno un verde cangiante dai riflessi metallici quasi fosse un'armatura.

Ne emerge l'immagine di una donna forte e decisa, ribelle e tesa non tanto ad esibire se stessa nella propria avvenenza, quanto a far intuire l'ardore della sua vocazione artistica. Un'immagine che mi ha messo in cuore subito - stavolta senza incertezze - la musica di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827), compositore tormentato, autore di brani dai forti chiaroscuri come i dipinti di Artemisia che riportano - oscuro e sotterraneo ma non tanto - il segno del dramma dell'antica violenza. 

Per questo ho scelto il primo movimento della "Sonata per pianoforte in Re minore n.17 op.31" intitolata "La tempesta". 
L' incipit del brano è pervaso da un senso di attesa e si allarga su di un arpeggio che sembra venire da profondità lontane
È interrotto poi da passaggi improvvisi e concitati finchè si apre il primo tema: una melodia impetuosa e ascendente che va riecheggiando piano in una sorta di bellissìma risposta, e che sale poi di tonalità in un clima sempre più vibrante e drammatico. Segue un secondo tema più sereno e tutto va ripetendosi altre volte nel corso del pezzo. 
Una tempesta ricca di contrasti, dunque, che prima si annunzia sommessa e lontana e poi 
esplode impetuosa. Ma ogni volta che le note rallentano o vanno sulle ottave più basse, la musica diventa una sostanza magmatica simile a un fuoco sotterraneo o a quel fondo scuro e un po' rossastro del quadro di Artemisia.
Una tempesta che, nella vita di Beethoven, è stata la crescente
sordità, condizione che tuttavia non gli ha impedito di dare alla luce musiche sublimi. Allo stesso modo, il dramma della violenza subita che ha attraversato l'esistenza della pittrice, non ne ha represso la coraggiosa ribellione e la capacità di mobilitare le proprie energie. 
Energie che ha incanalato ancor più intensamente nella creazione artistica,
alimentando quel fuoco che, se nel dipinto resta forse un po' sottinteso, le note di Beethoven, nel potere universale della musica, ci aiutano a cogliere.

Buon ascolto!

(Le foto sono prese dal web)