"Gioire in Musica" è un piccolo spazio per condividere lo splendore della musica classica e le emozioni che essa suscita in noi; ma anche un luogo in cui raccontare quanto ogni musica nata dal profondo si intrecci alla nostra esistenza nutrendo il cuore e infondendoci vita, sorriso e limpidezza di sguardi.
Settembre volge al termine e l'autunno si è già annunziato qui in pianura con le sue brume mattutine, mentre i pomeriggi a volte ci regalano ancora il sole. Non sono giornate particolarmente limpide e talora mettono un po' di tristezza. Al contrario, io amo quella luminosità settembrina dal cielo pulito e dai colori caldi, magari un po' sfumati all'orizzonte, che mi riporta al passato. Un passato remoto direi, quando la campagna era ancora ricca di alberi, la scuola iniziava il primo ottobre e settembre era sinonimo di vacanza. Gli ultimi giorni del mese si potevano dedicare allora a qualche gita o anche solo a un pomeriggio in bicicletta nei campi già variegati di colori tra cascine e antiche pievi, complice il clima più fresco ma gradevole. Per questo, oggi desidero proporre all'attenzione di chi passa di qui un dipinto che mi ricorda l'atmosfera settembrina di quella campagna ricca di splendore che mi è sempre piaciuta. Si tratta di un'opera di Claude Monet (1840 - 1926), "Oche nel ruscello", conservata presso il Clark Art Institute di Williamstown nel Massachusetts (USA), ma che abbiamo potuto ammirare lo scorso anno a Milano nell'ambito della mostra dedicata agli Impressionisti della Collezione Clark.
Sono proprio i colori ad affascinarmi per primi, un insieme di sfumature dorate digradanti dal giallo al bruno con quel tocco di pennello della raffigurazione "en plein air" tipica di Monet. Effetti di luce, riflessi e riverberi che ci restituiscono un'immagine vibrante in un gioco di fremiti di foglie ed acqua.
Fremito delle chiome degli alberi che incorniciano il dipinto e subito ci conducono per un sentiero alla casa in fondo, davanti alla quale, nel sole che mi piace pensare sia quello pomeridiano, si svolge una piccola scena familiare. Ma anche fremito d'acqua, nonostante forse a prima vista sia meno evidente. E' solo dopo infatti - almeno così a me capita - che si scopre un ruscello, o più che altro uno stagno, dove nuota un gruppetto di oche. Come spesso accade in Monet, ci cattura prima la visione d'insieme e solo poi si colgono i particolari che emergono dal vibrare delle tinte, quasi tutta la realtà - prima ancora di essere composta da oggetti - fosse una meravigliosa vibrazione di luce dalla quale questi poi, poco per volta, affiorano. Ed è uno splendido affiorare nel segno del colore, nelle mille sfumature che riproducono l'acqua, nella densità quasi materica di quei cerchi concentrici dove vediamo riflesse le chiome degli alberi, le oche e la natura circostante.
Magìa di una pennellata che crea direttamente l'immagine senza disegno, facendo emergere profondità e spessore, e regalandoci la suggestione di essere davvero dentro il dipinto. E' infatti attraverso i colori che - come per una sorta di sinestesìa - sentiamo la brezza leggera che increspa la superficie del piccolo stagno e avvertiamo il respiro delle foglie insieme alla dolcezza rustica e luminosa di quella casa, là in fondo, pronta ad accoglierci. Interessante anche il fatto che il titolo del quadro non prenda spunto dall'intera scena nel suo complesso, ma da un semplicissimo particolare; certo, in primo piano - le oche, appunto - ma in fondo solo un particolare. Ma è proprio il fascino dell'acqua e dei suoi riflessi che - come in altre opere di Monet - cattura l'attenzione dell'artista inducendolo a fissare l'istante di quella specifica vibrazione per dilatarla poi in una visuale più ampia restituendoci un vasto respiro di serenità.
Per questo, a sottolineare anche con le note l'atmosfera del dipinto, propongo all'ascolto il dolcissimo "Adagio cantabile" dal "Settimino in Mi bemolle maggiore op.20" di Ludwig van Beethoven (1770 - 1827). Si tratta di una composizione per sette strumenti tra fiati e archi (clarinetto, corno, fagotto, violino, viola, violoncello e contrabbasso) divenuta ben presto molto famosa e della quale esistono numerose trascrizioni. L' Adagio in particolare, in tonalità di La bemolle maggiore, si snoda con la limpida cantabilità ricca di luminose aperture tipica del primo Beethoven più vicino allo stile di certe serenate di Mozart. Un brano quindi anacronistico rispetto al clima culturale in cui si situa il quadro di Monet e fuori tempo anche in rapporto a quello che sarà il Beethoven più famoso e celebrato. Tuttavia, a mio modesto avviso, ugualmente capace di farci gustare attraverso le note la leggerezza e il respiro di serenità che il dipinto ci comunica. A testimonianza dell'universalità della musica e della sua capacità di parlare al cuore dell'uomo superando le barriere del tempo!
Con la musica di oggi, desidero augurare un sereno weekend a tutti, ma soprattutto a coloro che per vari motivi hanno avuto una settimana particolarmente pesante o difficile. Capita. Magari si riprende il lavoro con le migliori intenzioni e qualcosa va storto da subito; o s'inaugura una nuova serie di impegni ma le nostre aspettative vengono immediatamente frustrate. Sono a volte cose da poco in sè: contrattempi, un appuntamento mancato, treni in ritardo o programmi stravolti ma capaci di oscurare il buonumore creando scompiglio non solo sul piano pratico, ma talora anche psicologico. Magari sono novità inaspettate alle quali bisogna adattarsi o disagi che ci colgono di sopresa allo stesso modo del grigiore di un temporale improvviso. E allora??? Allora occorre un antidoto perchè i piccoli guai di ogni giorno non rodano più del dovuto provocando un vero e proprio malumore. E per recuperare serenità occorre un aiuto dal mondo delle note. "Ma...basta la musica???!!!....." Mi par di sentire qualche voce incredula... "Eh...ci vuol altro!!! Almeno bastasse la musica!..." E invece sì!!! Qui dico e proclamo che basta la musica!!! Non perchè possa mutare gli eventi o avere effetti magici e miracolistici sulla nostra quotidianità spesso difficile, ma perchè la musica....cambia noi, ci cambia dentro!!! Trasforma il nostro stato d'animo e, agendo come un potente catalizzatore, può modificare le nostre reazioni e alleggerire l'anima restituendoci sorriso e grinta.
E' un'esperienza che tutti abbiamo vissuto in modo più o meno intenso quando ci è capitato di essere affascinati dalla voce di uno strumento solista o dall'intensità di un'intera orchestra, dall'architettura complessa di una fuga o dalla limpidezza di una semplice melodia, da un ritmo o dalla suggestione di un brano polifonico e via dicendo. Abbiamo avvertito allora una trasformazione interiore che - come mi è capitato di osservare anche in passato - ha avuto su di noi un effetto, per così dire, terapeutico.
Così, perchè la musica ci conduca verso quello stato di beatitudine che ci suggerisce lo Snoopy raffigurato qui sopra inebriato dalle note, ancora una volta sono andata alla ricerca di Mozart e in particolare del terzo movimento, "Allegro", dal "Concerto per pianoforte e orchestra n.27 in Si bemolle maggiore K.595".
Si tratta di un brano che - come sempre in Mozart - coniuga profondità e trasparenza e che l'interpretazione raffinata e ariosa, leggera ed elegante di Maria Tipo, a mio avviso valorizza in modo particolare. Infatti, sia nel rasserenante tema iniziale, gioioso e spensierato come una scena di giochi infantili, che nelle sue articolazioni in tonalità minore e nelle successive riprese, la pianista coglie ogni piccola sfumatura di morbidezza e di canto che ci riporta a quella tipica semplicità mozartiana mai priva di spessore. Il pezzo si snoda in una sorta di rondò ricco di ritmo e intensità, di modulazioni che parlano al cuore in maniera ancor più significativa se si pensa che l'intera composizione - ultima della serie dei concerti per pianoforte - è stata scritta da Mozart a meno di un anno dalla sua morte. E non è un caso che lo stesso tema di questo Allegro finale ritorni in un Lied composto dal musicista nello stesso periodo e intitolato "Sehnsucht nach Fruhling" (Nostalgia di primavera). Quasi una suprema testimonianza del suo struggente amore per la vita. Buon ascolto!
Una mattina di settembre a spasso per Milano, in cerca di opere d'arte grandi e piccole, più famose o più nascoste; una giornata in giro per la grande metropoli approfittando del clima piacevole, magari in compagnia di una giovanissima amica fresca di studi e capace di guardare le cose con gli occhi del cuore. Gioia di ritrovarsi, di discorrere, andando insieme con passo sciolto alla scoperta di tesori: tutta nostra la grande città!
Amo molto questo genere di uscite, soprattutto se le si può condividere con chi ha uno sguardo non velato dall'abitudine, ma pieno di stupore. Saper cogliere il dono che l'arte ci regala, questo mi colpisce nella sensibilità dell'amica che mi accompagna e che accompagno a mia volta: io in un itinerario di strade, musei e monumenti, lei in un itinerario del cuore, attraverso la sua gioiosa meraviglia e il suo contagioso entusiasmo.
E il suo è l'entusiasmo di chi si trova davanti a un'opera d'arte e percepisce che non è un reperto archeologico da ammirare per un momento e poi accantonare, ma una bellezza che entra in contatto con la tua vita e ti parla. E' l'entusiasmo di conoscere come, attraverso i colori e le forme, qualcuno ha rappresentato l'esistenza, un modo di pensare, di amare, di rapportarsi al mondo, cogliendone la multiforme bellezza...o ha raccontato il passato magari intridendolo del proprio presente, dalla foggia degli abiti, agli ambienti, alle architetture, fino alle pulsazioni del proprio cuore.
Ma è anche la saggezza del comprendere che accostarsi all'arte - comunque essa si manifesti, attraverso le parole o i gesti, le note o il colori... - è sempre un incontro con altri esseri umani che attraverso le loro creazioni ci aprono l'anima: la loro e la nostra. Se c'è in noi ricettività, non importa che si viva in un'epoca diversa e si portino jeans e scarpe da ginnastica : agli artisti e alle loro opere, senza timore di essere irriverenti, si può dare del "tu" perchè sono divenuti patrimonio universale e particolare insieme, sono entrati in qualche modo nella nostra vita, dialogano con noi. E credo che il bello stia proprio qui!
Così, oggi, a ricordo della splendida giornata milanese, voglio regalare a chi passa in questo blog un'immagine che ci ha affascinato sopra le altre: il particolare della Maddalena dal "Polittico di Valle Romita" di Gentile da Fabriano (1370 circa - 1427), conservato alla Pinacoteca di Brera. Al di là dei limiti di questa riproduzione che non sono riuscita a postare in formato più grande, si tratta di una figura di estrema eleganza. La finezza dei tratti, la linea sinuosa del manto che nella parte interna mostra la consistenza di una bianca morbidissima pelliccia, sono dettagli che costituiscono veri pezzi di bravura, come la boccetta di profumo che la Maddalena tiene in mano (qui purtroppo confusa col fondo oro del dipinto), piccolo capolavoro di leggerissima oreficeria. Un'immagine di leggiadrìa che è difficile dimenticare, come restano nel cuore tanti capolavori visti, ciascuno con una sua unica e irrepetibile ricchezza che ci nutrirà nel tempo.
E così pure - passando dalla pittura alla musica - a ricordo del pregevolissimo organo dell'Antegnati ammirato nel Coro delle monache, all'interno della Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, desidero postare qui un vivacissimo brano, appunto per organo.
Si tratta della "Toccata" dalla "Sinfonia n.5 in fa minore op.42" di Charles-Marie Widor (1844 - 1937), forse la creazione in assoluto più famosa del compositore francese. Pezzo pieno di ritmo, energia e scintillante sonorità, ma soprattutto ricco di una gioia sorgiva che, a mio avviso, rappresenta bene l'entusiasmo che la giornata milanese ci ha regalato e può ben commentare la sublimità di tante opere d'arte che hanno oltrepassato i secoli.
Quando la vita ci afferra.... Sì, ci sono momenti particolari e privilegiati in cui la vita si apre spiegandosi davanti a noi con straordinaria intensità.
Può essere uno spettacolo della natura, la leggiadrìa di un dipinto, lo splendore di una musica o la profondità di una relazione, tutte esperienze che ci possono donare momenti di pienezza, sprazzi di luce che illuminano il cuore.
Ma sempre - comunque si manifesti - l'esistenza può regalare intensità e splendore perchè la Bellezza che in essa ci attira non è tanto il frutto di precisi canoni estetici, ma uno spessore che nasce dall'interiorità e a questa riconduce. Come un segreto richiamo presente in ogni evento o in ogni immagine - dalle più trasparenti alle più opache - tutto, se restiamo in ascolto, parla alla nostra anima, perchè ha in sè un misterioso rimando a ciò che non è ancora: a una pienezza che s'intravvede di sfuggita, a un grido insito nelle cose, una nostalgìa, una scintilla che per un attimo ci apre all'Infinito quasi ravvivandone un lontano ricordo. Ed è proprio quella scintilla che si vorrebbe afferrare.
Se poi a parlarci è la Musica, la trasparenza cresce e l'esigenza di cogliere in totalità la vita che essa ci comunica diventa un desiderio talora tormentoso per l'ascoltatore, ma ancor di più per chi la esegue e in particolare per chi la compone.
Per questo, oggi desidero postare "Prendimi" di Giovanni Allevi - qui nella versione per pianoforte solo tratta dal cd "No concept" (2005), e successivamente rielaborata per pianoforte e orchestra in "Evolution" (2008) - brano che è per così dire una sfida che la Musica, quasi una sorta di entità viva e sempre in fuga, lancia al compositore che la vuole afferrare.
Il pezzo si snoda in una gioiosa ed effervescente rincorsa di note dove - come in diversi altri brani del musicista ascolano - si alternano momenti di esplosiva irruenza ad altri di più sommessa, intima dolcezza. E' un irrefrenabile gioco a nascondino, in cui davvero pare che la Musica si lasci inseguire in una corsa dal ritmo sempre più vivace e impetuoso, per poi a un tratto rallentare, dileguarsi un attimo, far capolino un po' ammiccante dietro un angolo e riprendere la sua fuga a perdifiato.
E' una sfida che essa pone all'artista che, in quanto tale, attraverso le sue note desidera afferrarne il cuore facendola pienamente sua. E la raggiunge infatti, ma subito la corsa ricomincia verso nuovi e ancor più vasti orizzonti, come un inseguimento che non conosce sosta nè tregua in un continuo incessante anelito. Anelito che qui Allevi non esprime tanto nel suo lato più struggente, ma in un'attitudine di limpida gioia verso un Infinito colto nell'ebbrezza di un momento, ma poi ancora oggetto di insaziato desiderio perchè - come direbbe Montale - tutte le immagini portano scritto:"più in là".
Buon ascolto! (mi scuso con con chi ascolta se la copertina del video riporta erroneamente "Evolution" invece di "No concept")
Settembre è iniziato, per fortuna con un clima più fresco che consente - per chi è stato via - un ritorno a casa non troppo spiacevole e una più facile ripresa delle consuete occupazioni.
Tuttavia, quando finite le vacanze, ci si deve allontanare da luoghi ricchi d'incanto per tornare alla vita di tutti i giorni, man mano che dal cuore della bellezza la distanza cresce, il distacco si avverte. E' come uno strappo interiore che ci riporta altrove e non c'è come il mutare del paesaggio per condurci poi inesorabilmente a modificare anche i pensieri, riportandoli alle contingenze quotidiane.
Eppure.... Eppure la bellezza che ci ha circondato per un certo numero di giorni può seguirci, accompagnarci ovunque senza mai smettere di cantarci dentro. Lo sappiamo bene non solo se portiamo con noi ricordi e foto, ma soprattutto se in qualche modo essa ci ha cambiato il cuore. Ormai è nostra, e se da una parte il legame che si è creato ci consente di averla con noi, dall'altra non ci si può allontanare da Lei - ne parlo come fosse una persona - di corsa o sbadatamente, così come non si uscirebbe dalla casa di un amico senza salutarlo.
Allora, ogni volta che finite le vacanze, parto dal mio paesetto di montagna, vado sempre a salutare il Gran Paradiso. E non è cosa dell' ultimo momento, ma una sorta di rituale che sento di dover rispettare dedicandogli tutto il tempo che richiede.
Il Gran Paradiso infatti, più che una montagna, qui è una presenza viva che ti raggiunge in ogni angolo del paese, con una cima, uno scorcio di ghiacciaio, un tratto di parete rocciosa. Una presenza che ritma le giornate nel gioco di luci ed ombre, un costante riferimento di stupefacente splendore o anche solo un segno per capire che tempo farà.
Così, vado nell'incanto della Valnontey e mi soffermo su uno dei ponti che attraversano il torrente da cui la valle prende il nome. Lì, sono proprio di fronte alla grande montagna, nel pieno sole e nel vento che anima spesso le prime ore del pomeriggio. Se mi appoggio alla spalletta, posso sentire anche l'urto dell'acqua contro i piloni e immaginare di essere su una nave in movimento. Sto lì un po'. Non troppo, però, da quando due anni fa mi si è avvicinato gentilissimo un signore chiedendomi se per caso ci fosse qualche problema.... temendo forse che stessi meditando un gesto disperato!...Lo avevo subito rassicurato con un largo sorriso e poi avevo continuato il mio dialogo con la montagna mentre un po' mi scappava da ridere... O forse mi aveva preso per matta perchè io al Gran Paradiso stavo parlando come si fa con un interlocutore vivo! E ogni volta salutare la montagna è proprio come rivolgersi ad una persona amica per la quale si prova immensa gratitudine perchè in qualche modo si è fusa con la nostra vita. Una persona che si vuole ringraziare dell'ospitalità, ma alla quale si desidera anche dire che il tessuto del nostro cuore sarà sempre intrecciato al suo.
Allora, meglio delle parole è la musica, con un famoso canto di Bepi de Marzi: "Varda che vien matina", una melodia dallo stile in parte somigliante ad altre dello stesso autore, un'aria colma di dolcezza che evoca la malinconia che coglie chi si allontana dalla persona amata.
Varda che vien matina zè terminà la note con ti dame 'l capelo rosso che te me vardi andare sul prà. Prima che spunta 'l sole prima che 'l ciaro riva fin qua te lassarò 'na strada come 'na volta pena segnà. Varda che vien matina l'erba se piega co' mi da la bruma. Prima che spunta 'l sole.
Lo so. Agosto è il mese delle ferie, delle spiagge e del divertimento, del mare o della montagna, delle serate di evasione talora chiassosa, delle mete esotiche da raggiungere all'ultimo minuto.
Ma - più che alla ricerca di svaghi movimentati - questo mese mi ha sempre fatto pensare alla sospensione della consueta routine, al tempo che si dilata, al silenzio, alle ore che scorrono pigre, magari mentre ci si riposa leggendo o contemplando semplicemente la vita, se possibile da un angolo di frescura.
Si può osservare il paesaggio che sfuma all'orizzonte o si staglia nitido contro l'azzurro, si può essere affascinati dalla grandiosità di un ghiacciaio o di una distesa di acque, ma ci si può anche regalare il tempo per cogliere lo splendore di un dipinto nella singolarità degli oggetti raffigurati che a volte ci aprono un mondo e ci narrano storie, consentendoci di respirare la loro particolare atmosfera. Un po' come per il quadro di Emanuel de Witte postato qui il mese scorso - "Interno con donna alla spinetta" - che ha ispirato a Gaelle Josse il libro che citavo, così può accadere per ogni opera d'arte che ci trovi davvero ricettivi: un universo intero si apre davanti a noi e ci invita a farlo nostro, a immaginare la vita che gli sta dentro e dietro. Anche a sognare.
Per questo, oggi mi piace pubblicare un dipinto di Henri Fantin-Latour (1836 - 1904), pittore francese che ha fatto dei fiori e delle nature morte in genere l'oggetto prevalente anche se non esclusivo delle sue rappresentazioni. Il quadro, intitolato appunto "Natura morta" e conservato alla National Gallery of Art di Washington, è uno dei dipinti a mio avviso più affascinanti di questo tema. Nonostante viva negli stessi anni degli Impressionisti, Fantin-Latour ha un disegno netto e pulito ben diverso dalla loro pennellata rapida e vibrante; e non privilegia la pittura "en plein air", bensì la suggestione degli interni, soffermandosi ad indagare la vita segreta degli oggetti e della natura."Morta", certo, perchè fiori e frutta sono ormai staccati dalla pianta e destinati ad avvizzire; e tuttavia profondamente viva per quella capacità che possiedono talora le cose di essere segni concreti di una storia. Non mi pare infatti che a prevalere qui sia il senso della "vanitas", com'è per esempio nei pittori del Seicento che hanno trattato lo stesso tema. Se vogliamo, vi può far riferimento quella buccia di mandarino ormai secca sotto gli spicchi, che può ricordare certe rigogliose rappresentazioni di fiori che ne avevano sempre due o tre già appassiti, segno della caducità di ogni bellezza.
Tuttavia, al di là di questo, mi sembra che della tradizione passata Fantin-Latour abbia colto soprattutto la precisione, il minuzioso realismo che rende questi dipinti veri e propri pezzi di bravura nel raffigurare con maestria materiali diversi: dalla carta alla porcellana, dal legno al vetro o al vimini, in una fusione sapiente di semplicità e raffinatezza, lezione che i Fiamminghi, per esempio, conoscevano bene. Basta guardare, da un lato, il cesto di frutta dai colori vivaci che contrastano con la tinta fredda dello sfondo; e dall'altro, la delicatezza quasi trasparente di quella tazzina chiara dall'orlo dorato, l'eleganza classica del vaso scuro, i fogli del libro gualciti dall'uso o i riflessi degli oggetti sul tavolino di lucido legno di una splendida calda tonalità.
Ma sono tutti particolari che restituiscono anche vita e luce alla rappresentazione - quante cose possono raccontare quella tazza e quel libro! - insieme a una corposità e a una percezione dei volumi già nuova rispetto al passato. Interessante, a questo riguardo, anche la disposizione obliqua del ripiano e a sua volta quella del piccolo vassoio pure di lucido legno, quasi un taglio fotografico che ci consente di entrare nel dipinto, lasciandoci immaginare la stanza circostante con la sua pacata atmosfera.Così, più che l'assenza di una figura protagonista che forse si è appena allontanata, gli oggetti ce ne comunicano la presenza per quella loro magìa capace di caricarsi dello spessore del vissuto e di regalarcelo silenziosamente.
E ci accompagna nella contemplazione di quest'immagine, un brano di Robert Schumann (1810 - 1856), "Arabesque in Do maggiore Op.18", famoso pezzo per pianoforte che alterna un ritmo di dolce scorrevolezza a tratti di grande intensità. Si tratta di una morbida e delicata melodia, ricca di luminose aperture e toni talora più malinconici, che ricorda il variare di stati d'animo colti nelle loro diverse sfumature, insieme a uno sguardo che riposa pacatamente sulle cose cogliendone suggestioni e risonanze interiori.
Una domenica di silenzio e di quiete, nella fresca luminosità del mattino. Sono a Lipsia con un viaggio che mi porterà in giro per varie città d'arte, ma qui sono venuta principalmente per conoscere i luoghi di Bach - come scrivevo nell'ultimo post - e fermarmi sulla sua tomba, nella Thomaskirche.
Il ritrovo del mio gruppo con la guida che certo ci porterà anche lì è alle nove e un quarto, ma non posso aspettare di andarci con tutti gli altri, ho bisogno di essere sola. Così alle otto e venti fuggo via. In albergo mi hanno detto che la chiesa apre alle nove: avrò pochissimo tempo, dovrò tornare di corsa, ma che importa! Devo andare.
Il centro della città è piccolo, raccolto e quasi deserto mentre lo attraverso di buon passo sotto il cielo trasparente. Solo un ragazzo mi sfreccia davanti in bicicletta portando in spalla una custodia nella quale non fatico a intuire uno strumento musicale. Chissà!
Mi guardo intorno tra palazzi antichi e moderni, ma in prossimità dell'abside della Thomaskiche rallento e comincio a scattare foto. Procedo con calma, sono solo le otto e mezza e penso a quante volte Bach avrà percorso queste strade, magari rivolgendo lo sguardo ai pinnacoli che mi sovrastano. Girello intorno all'edificio inquadrandolo da varie prospettive mentre la trepidazione dentro di me si fa più intensa. Poi svolto verso la facciata, anche per assicurarmi che l'orario di apertura sia quello che mi hanno indicato. E scopro che la chiesa è già aperta!!!...
Mi fermo un attimo sulla soglia come a rendermi consapevole di essere proprio lì, prima di addentrarmi lentamente per la navata centrale in quasi totale solitudine mentre il cuore salta un battito. C'è quel silenzio di cui sentivo il bisogno perchè sono qui per vedere, per registrare ogni particolare con l'anima: l'intonaco chiaro, l'intreccio gotico dei costoloni rosso scuro, i due organi, la luce del mattino che entra dai finestroni archiacuti e la tomba nell'abside, solo una lastra brunita sul pavimento, semplicissima.
C'è un cordone che fa da transenna però, e non so se è consentito oltrepassarlo. Chiedo a una donna e a un ragazzo che sono lì a preparare la celebrazione domenicale. Mi indicano la tomba di Bach come parlassero di una persona di famiglia e non solo mi fanno entrare, ma mi permettono anche di scattare foto. Forse hanno visto il mio sorriso, mi accorgo infatti che sto sorridendo da sola, non riesco a non sorridere.
Finalmente ci sono, e per un attimo mi trovo quasi spiazzata come mi mancassero le parole: nella fretta non ho portato niente, non ho con me neppure un fiore, solo il mio desiderio. Ma se penso a quanto ho ricevuto da Bach, mi sento piena di gratitudine fino a traboccarne. Scatto alcune foto e mi dico che verranno tutte mosse tanto l'emozione mi fa tremare le mani, ma continuo a sorridere dal profondo e a ringraziare perchè sento che qui mi afferra la Vita. Ed è una Vita con la maiuscola che scorre sotterranea attraverso i nostri giorni fatti di cose grandi e piccole, di strade che percorriamo pensando sia asfalto e invece è terreno sacro; di concretezza spicciola che talora ci sembra opacità, invece è trasparenza; di quotidianità che può apparire scontata e invece è luogo d'incontro con l'Infinito. Lo sento con forza proprio qui, mentre percepisco la grandezza del regalo che sto ricevendo, insieme ai segreti intrecci nello spazio e nel tempo che mi hanno condotto a questa mattina piena di quiete e di silenzio. Poi l'organo inizia a suonare e il dono non potrebbe essere più grande. Esco nel sole che sono già suonate le nove, e mi ritrovo dentro una profonda pace.
Così, il brano di oggi non può non essere in sintonia con questa pace ed è la famosissima "Aria" delle "Variazioni Goldberg BWV 988". Sono stata a lungo incerta sull'interpretazione da scegliere, perchè non volevo che fosse solo bella, ma desideravo che corrispondesse allo stato d'animo che mi ha accompagnato nella Thomaskirche. Così, ho scartato le pur famose e pregevolissime registrazioni di Glenn Gould : quella del 1955 più sostenuta nel ritmo e più fiorita, e quella del 1982 di tono molto più lento e meditativo. Allo stesso modo mi ha lasciato perplessa l'esecuzione di Ramin Bahrami.
Cercavo la mia pulsazione interiore e l'ho trovata nell'interpretazione di Simone Dinnerstein: un ritmo a mio avviso perfetto che, pur nel discorso musicale che si dipana lento e meditativo, conferisce equilibrio, espressività e una morbidezza forse nuova - e tutta femminile - al pezzo bachiano. Mi è parso che mi restituisse meglio l'atmosfera della Thomaskirche: quella calma, quel respiro, quel silenzio, quella percezione di Infinito nella quiete luminosa del mattino.
Finalmente è sicuro! Fra qualche giorno, sarò a Lipsia sulla tomba di Bach! Attendo con impazienza di partire, e non solo per trovarmi in una chiesa davanti a una semplice lastra sul pavimento - vista peraltro tante volte in fotografia - nonostante anche questo abbia la sua importanza.
Lì, riposano le spoglie mortali del musicista. Ma se vita non è soltanto movimento e respiro, ma soprattutto comunicazione, Bach - come ogni persona che abbia lasciato traccia di sè - è ancora tra noi, lo sappiamo tutti, vivo in ogni sua nota, nel rigore e nella fantasia, nelle architetture polifoniche o nella pura voce di un violino solista. Semplice e infinito.
Andare a Lipsia dove il compositore ha ricoperto il ruolo di kantor dal 1723 fino al 1750, anno della morte, mi riempie di gioia anche per la suggestione del recarmi sulle sue tracce, ripercorrerne gli itinerari, contemplare le stesse prospettive, il colore dei tramonti, la muratura gotica della Thomaskirche con i pinnacoli laterali che si stagliano sottili nel cielo. E' proprio il seguirne le orme - quasi materialmente i suoi passi - che mi attira, soprattutto all'interno delle chiese dove Bach suonava. Chissà se talora, nel bel mezzo di un passaggio organistico o di un corale, avrà levato lo sguardo al soffitto col suo intreccio di costoloni scuri! O i suoi occhi avranno accarezzato le arcate gotiche liberando pensieri che andavano a fondersi con le note! O avrà respirato nel freddo quell'odore di umido e di fiori di cui a volte resta intrisa l'aria di alcuni edifici sacri! Chissà! A pensarci, è una condivisione affascinante.
Ma mettere le proprie orme su quelle di un'altra persona, vedere ciò che il suo sguardo ha contemplato, passare sulla stessa lastra del selciato a distanza di anni, di secoli, che vorrà mai dire? Al di là di quello che potrebbe essere scambiato per una sorta di fanatismo, credo davvero che possa essere invece una forma di relazione che ci fa vicini superando i limiti del tempo, quasi un infinito, un'eternità presente che crea - misteriosamente - dei legami. Sono gli intrecci segreti della comunicazione che travalica i secoli, per cui spesso anche i luoghi, anche i sassi ci restituiscono l'anima delle persone così come le loro creazioni.
Ed è appunto un pezzo di Bach, dal secondo libro del "Clavicembalo ben temperato", che propongo oggi all'ascolto: la "Fuga n.9 in Mi maggiore BWV 878". Si tratta, a mio avviso, di una delle più belle fughe dell'opera anche se - dico la verità - mi piacerebbe poterla ascoltare eseguita all'organo. Forse per gli intenditori è un'aberrazione, non so, ma penso che la sonorità dello strumento saprebbe sviscerare totalmente la potenza insita in questo brano, dal progressivo intreccio delle quattro voci allo splendido maestoso finale.
Qui, l'esecuzione di Glenn Gould al pianoforte ci mostra la sua originalità di interprete con le caratteristiche che tutti conoscono: il suo entrare nella musica canticchiandone a mezza voce la melodia, ma soprattutto soffermandosi sulla singola nota per cogliere anche il riverbero di un unico suono.
Forse, certi atteggiamenti e certa enfasi nel gestire potranno sembrare esagerati o caricati, soprattutto se si confronta la sua interpretazione con quella di altri musicisti dal gesto più sobrio, ma mi sembra che proprio in questo si possa leggere la volontà di sottolineare lo splendore e la luminosità, per così dire, di ogni nota insieme all'intensità delle pause. La vibrazione e lo scatto della mano sinistra così come la delicatezza di alcuni staccati ci mostrano infatti il suo lasciarsi attraversare dalla musica fino a cogliere la bellezza della più piccola sfumatura.
Per certi versi, facendo un paragone in campo letterario, la gestualità di Glenn Gould mi ricorda Ungaretti, quando - ormai decenni fa - recitava in tv i propri versi caricandone la dizione a dismisura. Ero adolescente allora - in quella che si dice età della stupidera - e ascoltarlo mi provocava solo una grande ilarità. Ho capito più avanti che quell'atteggiamento così caricato, quella sorta di espressionismo del dire altro non era che un dare evidenza alla singola parola colta nella profondità del suo significato ma anche nel suo "sapore", sottolineato da una recitazione che enfatizzava onomatopee e allitterazioni insieme alla passione comunicativa.
Ecco, così per me è Glenn Gould: altrettanta passione totale per entrare nel cuore di Bach! Buona visione e buon ascolto!
Leggo su di un quotidiano la notizia della recente apertura di un nuovo rifugio sul versante francese del Monte Bianco. Si tratta del Refuge du Gouter, costruito secondo i canoni più aggiornati dell'alta tecnologia e dell'ecocompatibilità, in uno stile avveneristico che - come osserva giustamente il giornalista - lo fa più simile ad un'astronave che ad una baita.
In effetti non è il primo, ma fa seguito ad altri rifugi rinnovati secondo nuovi criteri architettonici come - solo per fare qualche esempio - il Monzino e il Gervasutti sul Bianco, o la capanna (...si fa per dire!) Margherita sul Rosa. E' l'aspetto più avanzato di una rivoluzione tecnologica che investe ormai ogni campo, un rinnovamento di forme e di strutture che, se garantisce comodità e sicurezza grazie alle nuove soluzioni high tech, cambia tuttavia drasticamente le vecchie immagini a cui eravamo abituati e che forse sono destinate a sparire.
A fronte di tali innovazioni decisamente avanguardistiche, c'è tuttavia un mondo di antiche tradizioni che costituiscono la vera ricchezza che la montagna presenta e la cui conservazione è giusto vada di pari passo con le novità. Non si tratta solo del legno e della pietra invece che dei nuovi materiali da costruzione, ma di un intero patrimonio di memorie e di cultura importante da salvaguardare perchè è il fondamento attorno al quale si raccoglie il cuore vivo di una comunità.
Per impedire che tali memorie si perdano, sono sempre fiorite varie iniziative, ma la più significativa qui nel mio paesetto di vacanza sotto il Gran Paradiso - e un po' in tutta la Val d'Aosta - è quella che si celebra ogni estate e che chiamano la "Veillà", la veglia.
No, non è una notte bianca come quelle cittadine, ma è la rievocazione delle antiche veglie delle sere invernali, quando nelle stalle le famiglie si riunivano a svolgere piccoli lavori artigianali mentre si parlava, si raccontavano antiche storie o si pregava. Oggi non è solo il motore economico a muovere questa iniziativa, ma la volontà di perpetuare certe tradizioni culturali che non vengono solo condivise con i turisti, ma tramandate di padre in figlio, insegnate ai bambini come fossero materie di scuola, dal lavorare i pizzi al suonare la fisarmonica, intagliare il legno, filare la lana ricavandone manufatti unici nel loro genere, e così via.
La bella notizia di quest'anno è che la Veillà, tradizionalmente organizzata da adulti e anziani del paese, è stata presa in mano dai giovani che se ne sono fatti promotori perchè tante attività non restino vive solo nei libri o in qualche bel documentario. Come di consueto, ampia mostra di lavori artigianali e di antichi mestieri seguita da canti, balli e una ricca gastronomia. Bella la collaborazione degli alpini che, come ogni anno, hanno distribuito polenta concia, vin brulé, panna, formaggi e ottimo brodo caldo sempre particolarmente gradito dalla sottoscritta, soprattutto se la serata è fredda e ventosa.
Ma grazie alla presenza dei giovani, tutto è stato arricchito da un'atmosfera di entusiasmo che guarda al futuro perchè, insieme al giusto cambiamento, possa proseguire l'opera di conservazione e trasmissione di una serie di antichi saperi fatti di valori e abilità.
Diversamente, il rischio che peraltro corrono già un po' dovunque nell'arco alpino alcune tra le frazioni più piccole è quello del graduale spopolamento fino all'abbandono. E' ciò che ci racconta Bepi de Marzi nel canto che segue intitolato "La Contrà dell'Acqua Ciara", dove descrive l'atmosfera di tristezza e solitudine che la progressiva emigrazione ha lasciato in un villaggio. Non più fiori alle finestre, non più giochi di bambini, chiacchiere intorno alla fontana o racconti serali mentre si è intenti a filare. Non più allegria insomma, nè quei gesti che facevano di un paesetto una vera comunità, ma restano solo i vecchi a conservare antiche memorie destinate a perdersi. Il canto si riferisce agli anni dell'industrializzazione in cui i giovani scendevano dai monti in pianura per trovare lavoro, ma anche se d'allora è trascorso del tempo, ci si augura che il fenomeno non si debba ripetere e che le piccole comunità montane possano continuare a vivere attingendo al loro patrimonio di cultura e di bellezza.
Nè mare, nè montagne, nè immagini di paesaggi aperti e solari, stavolta, a rappresentare il mese di Luglio, ma la leggera penombra di un interno, in un dipinto che mi ha preso subito, a prima vista. E' un'opera dell'olandese Emanuel de Witte (1617 - 1692), "Interno con donna alla spinetta", conservato al Museum Boijmans van Beuningen di Rotterdam.
Si tratta di una famosa composizione pittorica che - tra l'altro - ha dato ispirazione alla scrittrice francese Gaelle Josse per il suo primo libro, "Le ore del silenzio", uscito mesi fa per le edizioni Skira. Il testo è un delicatissimo scritto in forma di diario nel quale l'autrice entra per così dire nel quadro e si sofferma sulla figura della donna in primo piano raffigurata di spalle mentre suona la spinetta, immaginandone vicende, sentimenti e segreti. Tuttavia non è del libro che intendo parlare qui - tanto intenso e profondo che meriterebbe un'attenzione tutta sua - ma del dipinto, opera a mio avviso straordinaria per l'atmosfera che crea e il fascino immediato che da essa affiora.
Non è raro che le immagini ci conducano verso il sogno o la fantasia, consentendoci di entrare in esse a intuire la vita che suggeriscono e a ricostruirla con la nostra sensibilità. Qui, però, mi pare che ancor prima di liberare la fantasia sulla storia dei personaggi, sia il clima stesso della casa, insieme alla luce, agli arredi, alla tranquillità che vi si respira, a catturarci con una suggestione per certi versi severa e per altri pacificante.
Sono stanze ricche di particolari da scoprire quelle che vediamo - com'è tipico dei pittori del Seicento olandese - in una penombra dorata densa di fascino. Fuori la giornata è piena di luce - nel libro si parla del mattino di una giornata autunnale - ma nulla ci vieta di immaginare che la luce sia quella di un primo pomeriggio estivo dove, dalle finestre parzialmente schermate dalle tende, essa giunge a illuminare solo alcuni angoli lasciando il resto nell'ombra. Sono proprio questi contrasti a dare rilievo agli oggetti o a nasconderli e ad accompagnarci fino in fondo alla casa, nell'alternanza geometrica di rettangoli e quadrati che fonde il riflesso delle finestre coi riquadri del pavimento. Bellissima la fuga di stanze che, interrotta dalle strisce di luce orizzontali, attraversa il dipinto creando quattro successivi piani prospettici!
Sembra davvero di tornare ad una calma d'altri tempi, in un ambiente nel quale - benchè si suoni uno strumento musicale - non è rotto l'incanto del silenzio che la composizione ci regala, insieme al senso di lontananza tra le due figure femminili rappresentate, distanti non solo materialmente, ma anche nei differenti ruoli di padrona e domestica.
E se dall'intera composizione può spirare forse un senso di freddezza o d'incomunicabilità - per l'immobilità della scena, la prevalenza di colori scuri e quel senso di chiusura che ci dà il vedere la donna alla spinetta di spalle e solo vagamente riflessa allo specchio - resta comunque il fascino segreto degli oggetti nei tocchi di natura morta che il pittore ha disseminato qua e là.
Può darsi che De Witte avesse in mente il quadro intitolato "Lezione di musica" detto anche "Signora alla spinetta" (riportato qui di seguito), che il contemporaneo e più celebrato Vermeer aveva realizzato solo tre anni prima e nel quale ritroviamo un po' gli stessi elementi: le finestre, i riquadri del pavimento, la donna di spalle riflessa nello specchio e la brocca. Tuttavia, la luce è ben diversa e fa la differenza.
Sicuramente splendido Vermeer nella sua capacità di ricostruire una scena e un ambiente mostrandoci con chiarezza - e oserei dire trasparenza - tutti gli elementi raffigurati; ma è nel quadro di De Witte che siamo invitati a entrare, e da spettatori diventiamo in qualche modo protagonisti. Sì, siamo proprio noi che guardiamo ad addentrarci quasi in punta di piedi nella penombra della casa, a respirarne l'atmosfera, a cogliere i riflessi di luce nella brocca di vetro, il letto dietro le cortine, a scoprirne di stanza in stanza i segreti.
E mi tornano in mente alcune antiche case signorili visitate qualche volta da bambina che, nello stupore della fantasia infantile, diventavano un mondo ricco di suggestioni. Ma il dipinto mi restituisce anche la quiete di certi pomeriggi estivi ritmati dal silenzio, dove la luce piena veniva schermata dai tendoni e la casa riposava in un'ombrosa frescura. Era bello, allora, far riposare anche i pensieri in un'affascinante solitudine, nella calma circostante dove gli oggetti, al di là della loro funzione pratica, svelavano una bellezza inusitata. Era un clima che favoriva quell'attitudine meditativa che si può ritrovare nella lettura o - proprio come nel dipinto - nel far musica.
E che cosa avrà suonato la donna alla spinetta? Forse qualche aria o l'accompagnamento a una cantata da camera di uno dei numerosissimi compositori del Seicento. Certamente non Bach che sarebbe nato vent'anni dopo la realizzazione del dipinto.
Eppure... Eppure, mentre contemplavo il quadro, mi sono sentita risuonare dentro proprio Bach, il "Preludio in mi bemolle minore e fuga in re diesis minore n.8, BWV 853" dal I libro del "Clavicembalo ben temperato". Nonostante l'anacronismo e l'esecuzione al pianoforte certo meno realistica ma più morbida del clavicembalo, mi pare che il brano, nella sua intensità, si fonda bene con l'atmosfera del dipinto. Soprattutto il preludio, lento e scandito, alterna malinconica levità ad accenti di più forte lirismo che ricordano, per certi aspetti, il clima iniziale della Sinfonia dalla famosissima "Partita n.2 in do minore BWV 826". Un Bach senza tempo, che ci accompagna attraverso luce piena e penombre, passato e presente, scavando come sempre vertiginosi abissi dell'anima.
Non mi è possibile. Quando ogni mattina, qui in vacanza, verso le otto e mezza esco di casa e, già scendendo le scale, lo sguardo mi si apre verso prati, abetaie, cielo limpido e fiori, è tale lo splendore circostante che - dicevo - non mi è possibile non desiderare di condividerlo con tutte le persone che mi sono care. Non con una, ma proprio con tutte.
E soffro di non poterlo fare materialmente perchè, senza una simile condivisione, mi sembra di non assaporare in pienezza la gioia e il godimento che offrono i panorami in cui sono immersa. La gioia infatti è di per sè comunicativa e se condivisa con altri, a dispetto della parola, non si divide affatto, anzi si moltiplica.
Sono ormai anni che passo le vacanze nel Parco del Gran Paradiso - praticamente una vita - ma non mi stanco mai.
Per quanto ami molto anche altri tipi di paesaggio, ritornare qui ogni volta è stupore che si rinnova infinito davanti alla magnificenza della natura nei suoi colori e nel suo splendore ancora incontaminato.Così, nel tempo, questo è diventato per me una sorta di luogo del cuore: non solo un rifugio vacanziero per fuggire il caldo estivo, ma un angolo in cui ritrovare, nella bellezza e nel silenzio, quella parte incontaminata che abita anche dentro di noi, e farla rifiorire. Allora non mi resta che postare qui qualche piccola foto per dare un'idea, sia pure lontana e scarsamente efficace, del paesaggio circostante. So bene che c'è grande distanza tra l'essere spettatori esterni e trovarsi immersi nella natura. Una cosa è osservare un'immagine e un'altra camminare su di un prato occhieggiando i crochi viola che, dalla sera alla mattina, sbocciano dopo lo sfalcio, o scoprendo una radura verde che si apre tra versanti scuri di abeti, o contemplando le nuvole che si alzano liberando alla vista rocce e ghiacciai.Ma una foto, anche nei suoi limiti, può suggerire un sogno, e non si sa mai dove i sogni possono portare....magari dentro di noi, proprio in quel nucleo segreto di purezza che ci abita, risvegliando l'infinito che portiamo dentro. Così, a commento di queste immagini, mi sembra particolarmente adatto il primo movimento - Allegro ma non troppo - dalla Sinfonia n.6 in Fa maggiore op.68 "Pastorale" di Ludwig van Beethoven,pezzo in assoluto tra i più famosi del compositore tedesco. Il brano, grandioso e insieme delicato, nel suo sottotitolo "Risveglio di sentimenti all'arrivo in campagna", sembra proprio accompagnarci attraverso questi paesaggi ora di ampie aperture e forte luminosità, ora di ombre variegate e leggere, liberando in noi la gioia, prima con levità e dolcezza, poi con sonorità gradatamente più intense. E la ripetizione di alcuni passaggi ci permette di addentrarci in modo sempre più coinvolgente nel vivo della musica così come nel cuore della bellezza della natura.
Sono salita nel mio angolo di montagna per sfuggire al caldo afoso della pianura e, come ogni anno, ho ritrovato paesaggi che, nel tempo, mi sono divenuti familiari quasi fossi davvero una del posto e non una turista, sia pure affezionata da sempre a questi luoghi.
E' il silenzio, di solito, il primo ad accogliermi quando - affacciandomi al balcone che guarda verso il Gran Paradiso - non sento altro che la fontanella sotto casa e, giù in mezzo ai prati, il suono del torrente che arriva come una colonna sonora sommessa e discreta. Un suono lieve vicino e un fragore lontano che però mi giunge attutito dalla distanza: uno sfondo musicale leggero che non turba la pace circostante, ma se mai la sottolinea e - pur nella sua leggerezza - richiama la grandiosità del panorama ricordandomi che quell'acqua scende dall'alto, dall'anfiteatro dei ghiacciai sopra di me.
Ma ci sono anche particolari più quotidiani a prendermi, aspetti della vita ordinaria del paese dove laboriosità e bellezza s'intrecciano indissolubili. Gli orti, per esempio: piccoli, ma rigogliosi, folti, fitti di verdure e - ai margini - di fiori, come usa qui. Aggirarsi per vicoli e stradette è immergersi in un itinerario di pace, ma è anche compiere un percorso costellato di orticelli, ogni baita il suo, uno più bello dell'altro dove - se la stagione è buona - le file di coste, patate, pomodori ed erbette aromatiche, sono una vera gioia per gli occhi.
Ho proprio sotto casa l'orto di Elena, un rettangolo di terreno coltivato a fiori, carote, aglio e insalatine varie, oggetto delle sue assidue cure. Col caldo di questo periodo, anche se siamo a più di 1700 metri, le piantine verdeggiano già alte; ma lo scorso anno, dopo una stagione particolarmente fredda, ai primi di luglio l'orto contava ancora pochi germogli. Ricordo la costernazione di Elena dipinta nel suo sguardo azzurro sul reticolo di rughe scurite dal sole, mentre mi raccontava come tutto fosse indietro di una luna. E consideravo quanto in montagna, forse più che altrove, la vita sia scandita dai ritmi della natura e, di conseguenza, qui più che mai tutto si debba adattare alla pazienza dell'attesa. Attesa della neve in autunno, del disgelo in primavera, delle prime faticose fioriture e dei pochi mesi di caldo. Niente serre termoregolate, niente irrigazione a goccia, solo fatica, tenacia e lo sguardo azzurro di Elena che, osservando il cielo, sa dire che tempo farà domani.
Ma quale immensa gioia quando finalmente le piantine crescono fitte e ordinate nelle loro parcelle o quando i fiori a margine dell'orto s'illuminano di colore! E' la pazienza che dà luogo alla festa!
Allora - omaggio alla forza e alla perseveranza di questa gente semplice e tenace - a Elena e a tutti coloro che, come lei, rendono più bello questo angoletto di mondo, dedico un brano di Mozart pieno di sorriso e luminosità. Dal "Concerto in Do maggiore K.299 per flauto, arpa e orchestra" del quale tempo fa ho postatol'Andantino, oggi sia l'Allegro iniziale a regalare gioia e leggerezza attraverso la vivacità del flauto e la dolcezza dell'arpa. Un Mozart sempre splendido e capace di celebrare quella Bellezza che ritroviamo ovunque, nel grande e nel piccolo, dallo splendore dei ghiacciai alle piantine dell'orto di Elena.
Anche se siamo alle soglie delle vacanze, viviamo più o meno tutti giornate ancora piene di impegni e talora arriviamo a sera saturi di ciò che abbiamo assorbito o di quanto ci è caduto addosso e magari - a distanza di ore - è ancora lì col suo peso a interrogarci.
Capita a volte di arrivare alla fine di una giornata con il cuore un po' frastornato. Ma non è stanchezza fisica, perlomeno non solo quella. Il fatto è che tante cose si sono susseguite: impegni, incontri, contrattempi, discorsi fatti, ascoltati e via dicendo. E tutte, puntualmente, hanno lasciato un segno che in qualche modo chiede di essere ascoltato o rielaborato.
Invece, succede sempre più spesso che la velocità con cui ogni esperienza si somma alle altre non corrisponda più ai nostri tempi psicologici di reazione: sfasature di ritmo tra ciò che accade all'esterno e la nostra capacità di assorbimento e assimilazione, la mia almeno. Sono risonanze - positive o negative - che esigono a volte uno spazio più ampio per riecheggiare, essere comprese e non accantonate via perchè altro urge, simili a un cumulo di biancheria che si ammonticchia nel guardaroba in attesa di essere stirata. Il rischio è che restino lì come occasioni inascoltate, sprazzi di luce da cui non riusciamo a lasciarci illuminare; o al contrario, inquietudini alle quali non sappiamo immediatamente dare un nome e rodono dentro sorde con la loro lima sottile.
Per questo, oggi prendo a prestito un'immagine scattata giorni fa da alcuni cari amici, in Umbria: una meridiana che mi cattura soprattutto per le bellissime parole che vi sono riportate:
"Io ti segno le ore, tu riempile d'amore".
Quasi un progetto di vita, un criterio per dare un senso al tempo, un'intenzione che va al di là dei suoi ritmi - lenti o convulsi che siano - per riempirli, comunque, di significato. Se il nostro ritmo interiore è in sintonia con ciò che le parole della meridiana suggeriscono, la giornata potrà essere anche una corsa a ostacoli piena di sollecitazioni diverse e magari spiazzanti, ma verranno ricomposte con serenità. Non più tessere di un mosaico fuori posto, ma sorprendente ricchezza quotidiana, come un'onda che scorre sotterranea e tranquilla al di sotto delle onde superficiali, più agitate e forse tempestose. Come una musica che ricompone l'armonia e riporta la serenità dove prima regnava la confusione.
E a commento di queste brevi notazioni, mi piace postare un brano diFranz Joseph Haydn: il famoso Andante dalla Sinfonia n.101 in Re maggiore "La pendola" nel quale il ritmo che fa da sfondo alla melodia - ora piana e lieve come una danza, ora più accesa e cadenzata - resta sempre uguale, simile a uno sguardo dall'alto o dal profondo dell'anima, che va a posarsi sulle cose con calma, con pace, con misura e regolarità.
Bello anche il video, di cui ringrazio l'autore, con tutta quella sequenza di campanili, meridiane ed orologi che si adatta perfettamente al brano musicale!
Amo molto i racconti di Andrea Camilleri e soprattutto la loro trasposizione televisiva negli episodi che vedono protagonista il Commissario Montalbano.
Mi piacciono le sue storie, il modo in cui sono costruiti i personaggi e gli attori che danno loro voce e anima: dal bravissimo Luca Zingaretti alle figure - o talora macchiette - di cui si contorna, ciascuna delineata nel suo carattere e insieme nella sua sicilianità, con quel linguaggio che non è dialetto e non è italiano e pure così pieno di colore.
Proprio la sicilianità di Montalbano mi prende: quell'indole schiva e orgogliosa, testarda e tenera, ironica e spiazzante, ma così umana quanto è umano il suo bisogno di capire, talora anche di compatire o - dopo le vicende più crude - di cercare un rifugio di affetti magari sciogliendo la consueta maschera di riservatezza in un abbraccio alla vecchia maestra. Un carattere, il suo, centrato sull'attaccamento al lavoro e sulla ricerca del vero dietro le apparenze, ma che non perde di vista la quotidianità con i suoi ritmi, le abitudini e soprattutto i piaceri della buona tavola: appuntamenti da Calogero - il ristoratore preferito dal commissario - che sono l'esatto contrario del fast food e ci rimandano a una vita celebrata come un rito in ogni sua dimensione, a cominciare dal cibo.
Ma è anche l'ambiente in cui le storie sono inquadrate ad affascinarmi, quelli che ormai sono diventati famosi come "i luoghi di Montalbano": dalla sua casa a Marinella ai paesi di Vigata e Montelusa, nomi spesso fittizi che in realtà sottintendono quel triangolo di Sicilia barocca tra Ragusa, Scicli, Modica e poi su fino a Porto Empedocle. Un paesaggio di mare e di monte, di campagne bruciate dal sole e acque trasparenti, di anfratti di roccia e tramonti viola, di silenzi e solitudine. Una Sicilia che mi porto dentro e che davvero mi scorre nelle vene perchè - anche se sono nata e vissuta sempre al nord - le mie radici sono proprio lì, su quelle spiagge di Porto Empedocle che sento così mie.
E mi pare che il sapore di queste narrazioni sia reso splendidamente dalle musiche di Franco Piersanti che, nella sua colonna sonora, dell'intreccio di vicende, sentimenti e immagini ha colto ed espresso il fascino e l'intensità. Solitudine, malinconia, tenerezza e silenzi formano infatti il tessuto dei brani del cd "Il Commissario Montalbano" da cui è tratto il pezzo di oggi: "Riflessioni". Accenti di tristezza e sprazzi di luce che si alternano in una melodia contemplativa in cui ogni nota riecheggia piano nel riverbero di albe e tramonti, e dove anche le pause suggeriscono emozioni.
Ed è arrivato il caldo, quello vero, con afa in pianura e temperature decisamente elevate anche sopra la media stagionale: un caldo che in città ci costringe a vivere con i condizionatori al massimo e in campagna ci dà pomeriggi torridi, assordati dal canto delle cicale.
Mi piace allora dilungarmi ad osservare questo dipinto di Silvestro Lega (1826 - 1895) - uno degli esponenti di maggiore spicco del movimento dei Macchiaioli - che ci regala la tranquillità di un angolo ombroso in cui sfuggire alla calura. E' "Il pergolato", detto anche "Il dopo pranzo", conservato a Milano alla Pinacoteca di Brera.
Il dipinto sembra davvero rappresentare uno dei pomeriggi afosi delle nostre campagne, con quel cielo bianco un po' lattiginoso, le cascine affondate tra il grano e i filari di pioppi in lontananza. Ma sullo sfondo dei campi, ci si presenta un quadretto quasi d'altri tempi: sotto l'angolo di frescura di un pergolato è raffigurata una scena di semplicità quotidiana e insieme di signorilità. Siamo nell'ora più calda della giornata, probabilmente nel giardinetto di una casa padronale, mentre una domestica porta un bricco di caffè alle signore di famiglia - o forse in visita - sedute all'ombra. Intorno, una luce dorata, colori un po' spenti o bruciati e quel verde già scuro delle foglie, tipico dell'estate.
E' proprio questa donna in primo piano, inquadrata nella parte più luminosa del quadro e splendida nella sua riservata compostezza, ad attirare dapprima la nostra attenzione. Poi, poco discosta, la figuretta chiara incorniciata dall'ombra e volta verso lo spettatore con un abito che forse sarebbe piaciuto a Monet - che proprio negli stessi anni dipingeva il famosissimo "Donne in giardino" - anche se il pittore francese vi avrebbe tratto suggestioni luministiche differenti.
Una semplicità signorile, dicevo, che si manifesta in diversi tratti del dipinto come se tutto portasse un'impronta di discrezione: gli abiti - eleganti ma non sfarzosi - il ventaglio, le acconciature ordinate e quella fila di vasi di coccio con la loro fioritura non sgargiante e tuttavia tesa ad abbellire lo spazio rustico. Tutto è fermo e fissato nel suo ordine e al tempo stesso nella sua varietà: ordinato come la chiara scansione in due parti della scena e variato nell'andirivieni di luci ed ombre così come nell'altezza dei vasi e nella direzione degli sguardi - se ci si fa caso - sempre volti ad orizzonti diversi. Così, la cameriera guarda davanti a sè, la figuretta chiara - probabilmente la padrona di casa - si volge ad attenderla, mentre in secondo piano una bimba recita forse una poesia ad un'ospite per la quale, appena visibile sul sedile di pietra, è già preparato un vassoio con le tazzine da caffè.
E' in quell'ombra che ci parla di frescura e di tranquillità il cuore segreto del dipinto: vi respiriamo la calma di meriggi assolati in cui trovare sollievo in uno spazio di quieta accoglienza, in un modo di ricevere semplice e ricco di garbo. Su tutto aleggia infatti una bellezza discreta e misurata e pure così riposante da far sognare, suggerendoci ritmi dove la fretta non è padrona e i pensieri si dilatano a cogliere il piacere dell'ora pomeridiana.
A commento del dipinto, "Salut d'Amour, op.12" di Edward Elgar (1857 - 1934), brano romantico per eccellenza, scritto originariamente per violino e pianoforte, ma divenuto in seguito uno dei più celebri del compositore tanto da essere arrangiato per diversi altri strumenti. Nella morbidezza delle sue note, ritroviamo incanto e abbandono insieme a quel tono - ora intimo, ora un po' salottiero - che contraddistingue lo stile di vita della borghesia del secondo Ottocento.