sabato 30 gennaio 2021

Dare alla luce

"Sentinella, a che punto è la notte?"
Non è la prima volta che, nell'impaziente
limbo di attese in cui ci troviamo a causa del Covid, mi vengono in mente queste parole del profeta Isaia.
Al di là di quella astronomica infatti, la notte
può essere rappresentata anche dalla stretta del lungo periodo di incertezze che stiamo vivendo: le paure, gli impedimenti, gli innumerevoli progetti frustrati o la solitudine, non sempre e non per tutti amica.

Osservo la stagione invernale intorno a me che - in questi giorni di gennaio - si avvicina al suo cuore di nebbie e di gelo, e penso a quanto la natura spoglia somigli in fondo alla notte delle tante persone che, nei lunghi mesi scorsi, sono state private di familiari, amici, relazioni, opportunità, futuro.
Tuttavia, è proprio l'inverno con le sue stesse sembianze a comunicarmi il fascino di un'attesa
che non abita soltanto in certi tratti esteriori, ma anche nel segreto che esso custodisce e - oserei dire - cova. C'è infatti una bellezza delicata e quasi trepida in tali sembianze, nel disegno dei rami spogli o nei casolari addormentati nella neve perchè - a somiglianza dello sguardo caldo e luminoso di chi porta in sè una vita - vi traspare lo splendore di una gestazione che si compie nel buio. 

È un po' lo stesso fascino - così almeno a me pare - del dipinto di Camille Pissarro (1830 - 1903) che vedete in alto, intitolato "Casa di Piette a Montfoucault: effetto neve" e conservato al Fitzwilliam Museum di Cambridge.
Si tratta di un'immagine a prima vista spenta, eppure se entriamo nel quadro
lasciandoci prendere dalla sua atmosfera, restiamo soggiogati dalla delicatezza dei toni. Sono tratti di bianco, azzurro, grigio e una lievissima sfumatura rosata, mai stesi in modo netto e uniforme, bensì impastati l'uno nell'altro con larghi e veloci tocchi di pennello, com' è tipico della pittura impressionista di cui Pissarro è esponente di primo piano.
E il colore del cielo, con la sfumatura particolare di certe giornate di neve, mi
suggerisce che anche questo tempo ha una sua bellezza nascosta, un suo presagio di primavera talora difficile da cogliere, ma che a volte traspare a somiglianza di un tessuto che svela la sua trama più profonda.

Così, alle delicate tonalità del dipinto desidero associare un brano di polifonìa a mio avviso pervaso da altrettanto fascino. È un pezzo di Giovanni Allevi tratto dal cd "Hope" e intitolato "Vocalise": un canto senza parole, un'elegia per sole voci interpretata qui dal Coro dell'Opera di Parma.
Da quanto leggo sul web, il brano è nato come omaggio del compositore a un
gruppo di coriste giapponesi che - in una delle tante tournées del musicista in Estremo Oriente - gli avevano chiesto di potersi misurare con un testo diverso dalle armonie tipiche della loro tradizione.
In effetti l'atmosfera di "Vocalise" non ci riporta in Giappone, ma si avvicina più
all'intensità sublime - ora pacata, ora sostenuta - di certi canti del mondo ortodosso: melodie sacre che evocano lo splendore delle antiche icone russe, da sempre considerate finestre sull'invisibile.

Anche questa musica, a mio avviso, è in fondo una finestra sull'invisibile.
Sono note che nascono dal buio, eppure hanno un fuoco dentro: intime e
sommesse nella loro atmosfera drammatica simile a una preghiera senza parole fatta di gemiti inenarrabili, eppure attraversate da improvvisi squarci che irrompono vigorosi come un grido.
Ne deriva una composizione delicata e intensa, dove la malinconia del tono minore
si alterna ad una vena di luminosa speranza che si apre qua e là nel brano, ma anche nell'accordo finale - lieve e insieme profondo - in Mi maggiore.
Una musica pervasa da uno struggente senso di attesa che - attraverso un
travaglio di armonie ora ombrose e dissonanti, ora più sorridenti - ci comunica, come ogni tempo nuovo, la sensazione di dover dare alla luce noi stessi.

Buon ascolto!

 

sabato 23 gennaio 2021

A ritmo di Haendel

Prendo spunto per il post di oggi da un commento dell'amica blogger Rossana del sito "Persona e comunità", angolo di web di grande ricchezza culturale per i tanti temi trattati, a cominciare da quelli filosofici.
Facendo riferimento al brano di Schubert
che ho appena pubblicato, Rossana afferma infatti che iniziare la giornata con questa musica "conferisce profondità, intensità e spessore al tempo". Non solo, ma è anche  "sentire di essere accompagnati da grandi spiriti".

Non posso che essere d'accordo con lei e non solo per ciò che riguarda il compositore austriaco, ma anche per tanti altri artisti le cui note hanno il potere di raggiungerci nel profondo, restituendoci in qualche modo una percezione più viva di noi stessi e della realtà che abbiamo intorno.

Penso che molti di noi - se non tutti - sappiano bene che significa essere accompagnati dalla musica nell'esordio della propria giornata. Più volte ne ho già parlato tra queste righe, ricordando come certi brani sappiano esercitare un vero e proprio effetto terapeutico, regalando al nostro vivere una dimensione ora più profonda, ora più energica, ora più compiuta e luminosa.
E se le note non hanno il potere di modificare il contesto in cui ci muoviamo, esse entrano tuttavia in
gioco - come ricorda Rossana - conferendo "spessore al tempo", mentre il "sentire di essere accompagnati da grandi spiriti" ha l'effetto di cambiare noi stessi dandoci occhi per attraversare il buio, e uscirne.

Allora, sull'onda di queste considerazioni, oggi vi propongo un brano di Georg Friederich Haendel (1685 - 1759), pezzo brillante come un fuoco acceso a riscaldare e ravvivare la giornata. Si tratta del secondo movimento, "Allegro", del "Concerto in Si bemolle maggiore per organo e archi op.4 n.2 HWV 290". Per organo, sì: una composizione briosa per il particolare registro con cui lo strumento fa da solista e dialoga con gli archi.
Non è la prima volta che pubblico qui composizioni organistiche di Haendel: sono brani che amo intensamente per
il tono di gioiosa, esuberante vivacità che li contraddistingue. Ricordo sopra gli altri il  "Concerto op.4 n.4 HWV 292"  e l'ancor più famoso  "The cockoo and the Nightingale" HWV 295 : due tra gli esempi più festosi e scintillanti della produzione del compositore.

Ma ciò che vorrei sottolineare in essi, così come nel pezzo di oggi, è il ritmo: un elemento che mi pare significativo in molta musica barocca.
Consideriamo, a questo proposito, che tanti tra i pezzi che compongono le Suites
di questo periodo sono in realtà delle danze e - prima ancora delle note - ce lo suggeriscono i loro nomi: allemanda, corrente, sarabanda, minuetto, gavotta, giga, badinerie e via dicendo.
Sia Haendel che il suo grande contemporaneo Bach hanno composto celebri Suites
padroneggiando proprio i ritmi di tali danze, ritmi presenti tuttavia anche nell'anima di altre loro composizioni. E saranno poi i vari interpreti - nel tempo - a cogliere quest'anima, facendo affiorare in modo più o meno esplicito i tratti della sua straordinaria modernità.

Così accade che, anche in un Concerto come quello di oggi, ci siano passaggi nettamente scanditi e ritmati in cui l'organo ci regala accenti di grande leggerezza che vanno al di là dell'atmosfera solenne e maestosa che spesso ci si può aspettare da questo strumento.
Sembra davvero che Haendel si sia abbandonato a un'onda di musica più che mai
scorrevole e briosa, energica e lieve ad un tempo. Ce lo dicono anche le note ribattute, i frequenti trilli e abbellimenti che danno al brano quell'impronta di fresca vivacità tipica dello stile del compositore e ricca di sorridente eleganza.

Buon ascolto!                             

 

venerdì 15 gennaio 2021

In compagnia di Schubert

Oggi, nella mia ormai quotidiana navigazione su youtube in cerca di musica, mi sono soffermata su Franz Schubert (1797 - 1828).
Stavo tentando di identificare un brano sentito per caso, sere fa, nella colonna
sonora di un programma televisivo: poche battute di sottofondo e poi basta come spesso capita. Ma è stato sufficiente perchè rimanessi incantata a inseguire quelle note nella memoria come un vero e proprio tormentone, finchè non avessi dato loro autore e titolo.
Così - dopo non molto devo dire - ho
ritrovato un celebre pezzo di Schubert: la "Fantasia in fa minore D 940 per pianoforte a quattro mani", una melodia che esordisce malinconica e poi vivace e più variata, come appunto il carattere di una fantasia richiede. Ma spesso succede che la musica ci prenda per mano e ci conduca ancora più in là delle nostre intenzioni e dunque l'ho seguita.
Da Schubert a Schubert sono arrivata così al brano che oggi vi propongo: la
"Sonata in la minore per pianoforte e arpeggione D821". 

Arpeggione??? Sì: si tratta di uno strumento musicale ad arco e con sei corde, inventato da un liutaio viennese nei 1823 con caratteristiche simili in parte alla chitarra classica e in parte al violoncello.
Per diffonderne l'uso, al compositore austriaco fu subito commissionata la Sonata
che citavo e che rimane forse l'unico pezzo scritto a tale scopo.
In realtà, fu pubblicata parecchi anni dopo la morte di Schubert, quando ormai
l'uso dell' arpeggione era tramontato, anche se è rimasto vivo presso alcuni gruppi che suonano con strumenti d'epoca.
Al di là di questo, però, ci resta una composizione decisamente pregevole.

Il pezzo, in tre movimenti, è divenuto celebre soprattutto nella trascrizione per violoncello e pianoforte che ascolterete, ma ne esistono altre versioni dove ora è l'arpa a fare da solista, ora la viola, ora la chitarra o il contrabbasso.
Qui, della Sonata ho scelto il secondo movimento, un "Adagio" pacato e riposante
che vi invito a gustare nell'interpretazione di due straordinari solisti: Mstislav Rostropovitch e Benjamin Britten.

C'è una profonda serenità e un luminoso senso di pace nella tonalità di Mi maggiore sulla quale si apre il brano. Dopo una brevissima introduzione, il tema esordisce nitido con quattro note che ricordano molto da vicino l'inizio del "Larghetto" della "Seconda Sinfonia" di Beethoven e, anche se i due brani poi si dispiegano diversamente, l'apertura sembra regalarci lo stesso atteggiamento contemplativo. Non sono rari del resto in Schubert tali riferimenti, a cominciare dall' "Andante con moto" del suo "Quartetto per archi D810" conosciuto come "La morte e la fanciulla", la cui scansione ritmica ci riconduce ancora a Beethoven e in particolare al celebre "Allegretto" della "Settima Sinfonia".

Ma, tornando al nostro "Adagio", se anche la melodia si snoda poi in un'alternanza di tonalità maggiore e minore declinando verso passaggi più malinconici, a prenderci resta soprattutto il particolare timbro del violoncello fatto di una profondità e una delicatezza che creano affascinanti chiaroscuri.
Così pure, ci accompagna la lentezza del ritmo in cui durata e intensità di ogni
nota sono attentamente calibrate: uno Schubert dallo sguardo luminoso, ma insieme intimo e assorto.
E se alla fine della clip audio la musica s'interrompe di colpo, è perchè il
brano non ha una vera e propria conclusione, ma la cadenza del violoncello va poi a risolversi direttamente nell'Allegretto finale.

Buon ascolto!

 

giovedì 7 gennaio 2021

In cerca di leggerezza - 1


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  


Nell'affacciarmi al nuovo anno, dopo quello così drammatico che ci siamo appena lasciati alle spalle, mi sono chiesta che cosa mi auguro per i giorni futuri e tante sono state le risposte che subito si sono affollate nella mia mente.
Salute per tutti, forza, speranza, libertà di dare spazio ai tanti progetti che la
pandemia ha interrotto o a quelli nuovi che può aver fatto nascere...e potrei continuare.
Tuttavia, scavando ancora più a fondo, mi sono resa conto di aver bisogno di uno
stato d'animo che non si lasci condizionare troppo dagli eventi esterni finendo per subordinare ad essi ogni cosa, ma resti saldo in una sorridente attitudine verso la vita. E mi riferisco a quello sguardo di leggerezza che è in noi come una sorta di impronta originaria da non offuscare e che ci consente di cogliere, di tempo in tempo, l'incanto dell'esistenza.

Nel libro "Lezioni americane" di Italo Calvino si legge: "Leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore" e mi pare che quest' affermazione renda bene l'idea.
Ma dove abita la leggerezza? E dove possiamo coglierne il respiro per farlo nostro
nei momenti più difficili?
Senza dubbio nelle varie forme d'arte, nella natura, nei sogni e
in certi ricordi, ma anche altrove come - per esempio - nel gioco e nello sguardo dei bambini.
Per questo, mi piace iniziare il nuovo anno andando alla ricerca di quelle immagini - e
quelle musiche - che per me sono espressione di leggerezza, capaci di riempirci l'anima del suo stupore o di risvegliarlo in noi.

Conoscete Chardin? Sì, parlo di Jean-Baptiste-Siméon Chardin (1699 - 1779), pittore francese di nature morte, ritratti e raffigurazioni d'ambiente.
È un artista che amo per la sua capacità di rappresentare dettagli di vita
quotidiana con originale realismo. Più che guardare alla tradizione pittorica del passato, infatti, preferisce cogliere in se stesso o nello stile di alcuni suoi contemporanei lo sguardo con cui dipingere persone e oggetti, mestieri e giochi. Ci restituisce così figurette immerse in un'aura di silenzio, ricche di semplicità e di garbo soprattutto quando appartengono al mondo dei più giovani.

Per questo, oggi ho scelto uno dei suoi dipinti più famosi intitolato "Bolle di sapone" e realizzato in tre versioni delle quali quella che vedete è conservata presso la National Gallery of Art di Washington.

Affacciato a una finestra, su di uno sfondo vuoto dal quale occhieggia curiosa una personcina in secondo piano, un ragazzo soffia in una cannuccia dalla quale esce una bolla di sapone. Accanto a lui, il bicchiere col liquido e intorno un tralcio di verde un po' spento: un ambiente spoglio e - tranne alcuni tocchi di luce al centro - caratterizzato da toni piuttosto scuri. Ma è qui che Chardin - con un occhio di attenzione al mondo popolare raffigurato dalla pittura olandese dell'epoca - ha inquadrato il momento di svago del protagonista, un ragazzo presumibilmente povero come ci suggeriscono le mani poco curate e lo strappo nella giacca.
Al di là di questi dati, però, l'opera mi ha affascinato anche per altri motivi.


Prima di tutto per il tema che mi riporta dritto alla mia infanzia.
Chi da piccolo non ha giocato a far bolle di sapone incantandosi davanti a quelle
sfere iridescenti dalla viva superficie cangiante e multicolore, animate da un semplice soffio? Prima il rosa e il verde, poi il giallo e il blu, poi il viola...era tutto uno scorrere vibrante di colori, mentre la bolla pian piano si dilatava fino a staccarsi e fluttuare nell'aria qualche secondo prima di dissolversi.
Era una sorta di arcobaleno e, anche se lo sfondo scuro del dipinto non ci permette di vederlo, Chardin ci regala però la leggerezza impalpabile della bolla coi suoi riflessi di luce, la sua forma un po' oblunga e i contorni vagamente sfumati dal movimento: una meraviglia di splendore e insieme di fragilità.

Un altro motivo di interesse per il dipinto è costituito proprio dai suoi contrasti. In primo luogo, quello tra la leggerezza del gioco e la serietà del ragazzo, concentratissimo nel dosare il soffio perché la bolla cresca senza esplodere. Ogni gioco infatti ha in sè una duplicità di aspetti: divertimento ma anche serietà delle sue regole o comunque del modo in cui esso va condotto perché possa riuscire bene.
Il secondo contrasto è quello cui facevo cenno sopra: il senso della bellezza e al
tempo stesso della caducità delle cose, quella "vanitas" tanto cara agli artisti dell'epoca barocca e oltre. La bolla di sapone è infatti un magico ma fugace miracolo di aria e di luci, in fondo un po' una metafora della nostra vita.
Ma a mio avviso c'è un terzo aspetto: quello di un gioco fatto di colori e trasparenze, in un
ambiente - invece - cupo e spento. Contrasto significativo quasi a suggerirci che la leggerezza può abitare anche nella quotidiana oscurità della nostra vita dove serenità e malinconia spesso convivono.

E per passare alla musica, chiedo scusa a Bizet che ha composto un pezzo proprio dedicato alle bolle di sapone, ma non posso che tornare al genio di Mozart, capace di quello sguardo dall'alto in cui gioia e tristezza, luminosità e grigiore si compongono in una mirabile visione d'insieme.
Così, contrariamente alle mie abitudini ho deciso di ripubblicare un brano postato
ben dieci anni fa! Ma è quello che, osservando il dipinto di Chardin, mi è rifiorito dentro senza alcuna esitazione: il "Rondò" della "Posthorne Serenade n.9 in Re maggiore K.320".
Si tratta di una melodia luminosa e trasparente, animata e scorrevole, un Mozart
piacevolissimo e orecchiabile che ci resta nel cuore a riempirlo di incanto.
E anche se i sacri testi della critica musicale affermano che siamo ancora lontani
dall'afflato creativo della successiva produzione del compositore, vi confesso che a me questo Rondò è sempre parso magico.
Il suo ritmo è infatti un "Allegro ma non troppo" dove il flauto e l'oboe ci sollevano in volo verso un'aura di
leggerezza e di gioco che somiglia a uno zefiro primaverile e mi riporta alla mente le parole di Saint-Exupéry nell'introdurre "Il piccolo principe":
“Tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi di essi se ne ricordano”.
E se è davvero così, tra questi pochi ci sono indubbiamente Chardin e Mozart!

Buon ascolto!

mercoledì 30 dicembre 2020

Il garbo della festa

(Foto presa dal web)

Sarà questo, con tutta probabilità, un ultimo dell'anno meno chiassoso e scintillante del solito, come del resto è avvenuto per il Natale appena trascorso.
E forse - sia pure nelle limitazioni imposte dalla pandemia - per certi versi non è stato neppure un male tornare alla dimensione più intima della festa, ai suoi aspetti più essenziali e in certi casi a un silenzio che, a dire il vero,
ho trovato anche riposante.
Ci avviamo quindi a celebrare il passaggio al nuovo anno senza concerti
all'aperto, folle in piazza e probabilmente neppure fuochi d'artificio. Questo 31 dicembre ci troverà forse non troppo inclini a festeggiamenti rumorosi e movimentati, ma non è detto che la cosa in sè sia negativa se ci consente di essere più pacati e attenti agli aspetti essenziali del far festa.

Così, nella prospettiva di una conclusione più tranquilla, vi propongo un brano che da qualche tempo mi ha affascinato e che - udite, udite! - sto anche tentando di suonicchiare. Ricorderete che proprio due mesi fa ho pubblicato "Ottobre" dalle "Stagioni op.37b" di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893).
E stavolta, tratto dalla stessa composizione che raccoglie brani dedicati ai dodici
mesi, è "Dicembre" il pezzo con cui mi piace chiudere l'anno.

Dico la verità: forse suggestionata dall'indimenticabile "Inverno" di Vivaldi, mi sarei aspettata una musica più vicina ai caratteri di questa stagione e alla descrizione della natura. Invece no: qui Tchaikovsky compone un valzer e - al di là del sottotitolo del brano che è "Natale" - la mia impressione è che ci conduca nel bel mezzo di una festa da ballo.
Tuttavia, non è in un sontuoso salone scintillante di luci
che mi ritrovo, ma l'andamento di queste note mi fa pensare a certe serate del passato quando le feste si facevano in casa, la musica aveva ritmi diversi da quelli attuali e si danzava magari nel salotto buono al suono di un pianoforte.

Altri tempi - d'accordo - e modi diversi di esprimere la gioia, meno chiassosi ma non per questo privi di calore. E in tal senso trovo che Tchaikovsky sia un mago perchè, nei suoi valzer, a un registro musicale più acceso affianca sempre una nota più morbida e sognante che ci permette di cogliere il vero e proprio garbo della festa, fatto di gioia ma anche di intimità.
Qui, "Dicembre" si snoda appunto con questi caratteri, sia nell'esordio che nella parte centrale dove si sente riecheggiare un pacato suono di campana - in realtà un si naturale più volte rip
etuto - che si fonde alla melodia regalandole un tocco di particolare luminosità.

E tra le varie interpretazioni offerte da youtube - alcune formalmente perfette ma a mio modesto avviso un po' fredde, altre al contrario ricche di contrasti fin troppo accentuati - ancora una volta ho scelto quella del Maestro Giuseppe Merli che mi è parsa ricca di eleganza e di grande morbidezza.
Un' esecuzione sempre misurata anche quando ai passaggi più lenti se ne
alternano altri veloci o quasi vorticosi che - come nel finale - ci trascinano nell'impeto del valzer per terminare poi su tre accordi più lievi e dolcemente smorzati.

Buon ascolto e auguri di Buon Anno!

 

venerdì 25 dicembre 2020

Buon Natale !!!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Caravaggio (1571 - 1610) : "Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d'Assisi"
(collocazione attualmente sconosciuta)       

 

 Friedrich Heinrich Himmel (1765 - 1814) : "Adorabunt Nationes".

domenica 20 dicembre 2020

Il Do maggiore di Rossini

(Foto presa dal web)

Giunti quasi a fine anno, insieme alle vicende drammatiche che abbiamo vissuto e ancora stiamo vivendo per la pandemia, accresciute dall'incertezza del futuro, penso però che non si possa ignorare quanto di positivo il mondo della cultura ci ha offerto per tener viva la speranza e non distogliere lo sguardo dalla bellezza.

Mi vengono in mente le diverse iniziative che,
tramite alcune trasmissioni televisive o con semplici collegamenti online, ci hanno consentito - sia pure con i limiti del web - di vedere una mostra, di assistere a uno spettacolo musicale o teatrale, o ancora di seguire una lezione.
Ma oggi qui, al di sopra di ogni altra cosa, vorrei ricordare lo splendore del
concerto del 7 dicembre scorso al Teatro alla Scala, evento di altissimo livello che ha portato nelle nostre case la magìa della musica, della danza, della poesia, di interpreti di eccezione primo fra i quali Roberto Bolle e di una regia - a mio modesto avviso - quasi sempre indovinata.
Non voglio tuttavia dilungarmi su questi aspetti o sull'interpretazione dei brani già commentata da altri con più sicura competenza, ma desidero soffermarmi invece sul pezzo conclusivo. L' itinerario musicale scelto per il concerto di quest'anno così particolare, ha delineato infatti un percorso che, attraverso la rappresentazione delle passioni umane spesso riattualizzate dalla regia, è andato poi a convergere su di una musica intrisa di speranza, proprio come augurio di libertà e di rinascita per tutti noi.

Si tratta - come già sapete - del finale del "Guglielmo Tell" di Gioacchino Rossini (1792 - 1868): "Tutto cangia, il ciel, s'abbella", pezzo per soli, coro e orchestra di cui vi riporto qui di seguito il testo:

"Tutto cangia, il ciel s'abbella,
l'aria è pura, il dì raggiante,
la natura è lieta anch'ella.
E allo sguardo incerto, errante,
tutto dolce e nuovo appar.
Quel contento che in me sento
non può l'anima spiegar".

È un brano che desta una profonda commozione perchè è impossibile non caricare queste parole, che inneggiano a una sorta di nuova creazione, di significati che si radicano nel profondo della dolorosa esperienza che abbiamo vissuto quest'anno. Sono versi che ci parlano di luce e di bellezza, di un mondo nuovo e di una natura rinnovata, ma soprattutto della gioia ineffabile che tutto ciò offre all'uomo. Sotto il suo sguardo incerto, infatti, la realtà si trasforma in modo così alto e sorprendente che l'anima non trova linguaggio adeguato per esprimere la gioia che gliene deriva: "Quel contento che in me sento non può l'anima spiegar".
Sono queste, a mio avviso, le parole più toccanti del testo perché dense di stupore per il c
ompimento di quella speranza oltre ogni speranza che ciascuno di noi - al di là di ogni infausta previsione - cova nel profondo.

Ma - e qui sta il bello della musica! - in che modo Rossini esprime in note tutto ciò? Come rende tale gioia viva e operante in noi attraverso i suoni?
Lo fa certo con la ricchezza della sua ispirazione, ma anche con la scelta della tonalità del brano che qui è il Do maggiore, la
più positiva, radiosa e solare di tutte. Il pezzo inizia infatti proprio in Do maggiore e, dopo una serie di passaggi che se ne allontanano scendendo di terza in terza - tanto per intenderci: do mi sol...la do mi...fa la do... re fa la...e via dicendo - vi ritorna attraverso varie modulazioni fino alla potentissima conclusione.
Un finale ricco di luminosa energia e di una positività - oserei dire - ridondante, come possiamo osservare dai numerosi
arpeggi della partitura che seguitano a ripetersi terminando sempre sul Do, quasi a significare una misura di gioia infinita, colma e traboccante.
Per cogliere tali passaggi, vi invito ad ascoltare non soltanto le voci dei solisti e del coro ma
soprattutto l'accompagnamento orchestrale: all'inizio sommesso e lieve, poi ripreso in tonalità diverse e da strumenti diversi, infine - nelle battute conclusive - fortissimo, solenne e maestoso.
Un accompagnamento che i meno giovani riconosceranno subito anche perchè
questo brano ha fatto da sigla di inizio delle trasmissioni Rai dal 1954 al 1986.

Buon ascolto!

 

domenica 13 dicembre 2020

Donne col libro - 12

Ho pensato a lungo a quale dipinto pubblicare per concludere la mia carrellata di "Donne col libro".
Il panorama degli artisti e delle
opere su questo tema è infatti decisamente vasto, soprattutto tra gli Impressionisti prima e nell'ambito della pittura del Novecento poi.
Così, ho spaziato per un po' da Monet a
Mary Cassatt e a Berthe Morisot, poi da Matisse a Picasso senza decidermi non perchè i loro dipinti non siano pregevoli, ma perchè non mi davano quello "scatto" interiore che nasce quando un'immagine ti parla subito quasi con essa si stabilisse un contatto personale.

Poi sono arrivata al quadro che vedete e qui sono rimasta: un dipinto di Giola Gandini (1906 - 1941) intitolato "Donna che legge" e che - dai pochi dati di cui dispongo - penso sia conservato in una collezione privata.
Non si tratta di un nome tra i più
famosi perlomeno nel panorama degli artisti della prima metà del Novecento, eppure lo stile di questa pittrice - che sembra ereditare la lezione del post-Impressionismo e dei Macchiaioli - a mio avviso ha il fascino di una grande comunicativa.
Nata a Parma, Giola Gandini è poi vissuta prevalentemente a Venezia dove è morta -
ci dicono le date - a soli 35 anni per le conseguenze della poliomielite contratta da bambina. La sua produzione comprende ritratti, qualche scena di interno familiare e paesaggi veneziani a suo tempo molto apprezzati dai contemporanei, mentre in seguito è stata dimenticata e riscoperta solo in questi ultimi vent'anni. In particolare, tra le varie retrospettive la più recente si è tenuta alla "Casa delle Muse" di Mirano nel 2014. Ma torniamo al dipinto.

È quel libro spalancato quasi al centro del quadro, sono quelle mani aperte e intrecciate a sostenere il testo che mi hanno colpito. Non sappiamo che cosa la donna stia leggendo, ma l'immagine ci suggerisce che ad assorbire totalmente la sua attenzione è un corposo volume.
E insieme mi prende il suo sguardo assorto, mi affascina
la posizione in cui è ritratta che la vede da un lato staccata dal libro - quasi che, per comprenderne il contenuto, occorra una certa distanza - ma al tempo stesso immersa nella lettura come se una corrente di silenziosa empatia si stabilisse tra lei e il testo.
Un atteggiamento che prende rilievo
dall'estrema semplicità del dipinto e dal fatto che manca una sia pur minima ambientazione. A campeggiarvi è infatti solo la donna, messa in risalto dai colori - in particolare blu, beige e varie sfumature di verde - che ne delineano la figura contro lo sfondo facendone un'opera di grande compiutezza.

Mani aperte dicevo, che ci parlano anche di un'apertura del cuore. Sappiamo bene quanto siano espressive le mani in certi ritratti e non solo. Basti pensare a quelle dei musicisti - e qui ricordiamo che la Gandini suonava il pianoforte - ma anche a quelle di ognuno di noi: tutti abbiamo infatti in esse un singolare strumento comunicativo, specchio dell'anima come gli occhi, quasi un filo invisibile le connetta ai sentimenti e alle nostre emozioni.

E poi lo sguardo: un'espressione assorta, riservata e dolcemente malinconica, segnata da lievi occhiaie, insieme a una pacatezza tutta femminile che mi pare emerga dalla capacità introspettiva della pittrice e dal fatto che - appunto - è una donna a dipingere una donna.

Così, mi piace commentare questa immagine con una musica di grande fascino, pervasa della stessa dolce malinconia che leggiamo nel viso della protagonista del dipinto.
Si tratta di un brano di Giacomo Puccini (1858 - 1924): l' "Adagetto in Fa maggiore per orchestra da camera SC51" scritto tra il
1881 e il 1883 e rimasto incompiuto. Un frammento probabilmente destinato a una composizione più ampia e trascritto poi da Riccardo Chailly.

Mi è parso davvero un piccolo gioiello dal tono intimo al tempo stesso intenso, delicato e arioso come nuvole nel cielo e ricco della straordinaria capacità introspettiva dell'arte pucciniana. È stato questo che mi ha sollecitato ad associarlo al dipinto nel quale, sul viso della donna che legge, possiamo solo intuire il passaggio delle diverse emozioni suggerite dal libro, emozioni che essa non svela, ma che il suo atteggiamento pacatissimo e dolce, e la musica di Puccini, ci aiutano a immaginare. 

Buon ascolto!

domenica 6 dicembre 2020

Poesia di una città


Mi auguro che in tanti conosciate il sito web dal quale ho tratto queste foto.
È la pagina Facebook intitolata "Semplicemente Milano di Andrea Cherchi" nella quale il fotografo - che qui ringrazio - pubblica quotidianamente
splendide immagini della città.
Sono scorci di una metropoli della quale coglie mirabilmente il
carattere e insieme la poesia, il respiro delle diverse attività e lo splendore dell'arte, le vie affollate come gli angoli più discreti e appartati dove talora il verde offre - a sorpresa - l'illusione di essere in campagna. Scatti che riprendono i monumenti del centro storico o gli scorci della vecchia Milano, come pure le stazioni e le periferie. 

Ma non è raro che le sue foto fermino anche squarci di vita vissuta, immagini di un'umanità colta al volo nei gesti quotidiani, antiche botteghe simbolo di lunga operosità e tradizione, insieme alla Milano dei tram e dei grattacieli più arditi nelle cui vetrate si specchia il cielo.
E poi ariose prospettive e panorami
dall'alto, che ci regalano il respiro ancora più ampio di una città dove mille vite e mille storie s'intersecano. Una metropoli vista con ogni tempo e in ogni stagione, dal sorgere del sole al tramonto dove la luna gioca tra i pinnacoli del Duomo, fino alla notte che riempie di solitudine e malinconia le strade vuote.

E immergendoci nell'atmosfera della foto qui a lato, vengono in mente le parole di quella canzone di Giorgio Gaber che dice: "Le strade di notte mi sembrano più grandi e anche un pochino più tristi", a restituirci inquieta e pungente la voglia di casa.
Una Milano amata e multiforme, nella quale lo sguardo
di Andrea Cherchi coglie la bellezza dove essa risplende, ma pure dove è nascosta e va cercata nei dettagli che solo l'occhio acuto del fotografo sa scandagliare per farne affiorare la vita oltre le apparenze.

Ma quella di Cherchi è anche la Milano ferita dal Covid che le sue immagini ci testimoniano nella desolazione di certe piazze vuote, così come nella resistenza caparbia di una città che non si lascia domare.

E i suoi scatti sono intrisi di quella poesia che nasce quando cerchiamo la bellezza e la condividiamo con altri perché resti perno e punto fermo del nostro vivere, proprio come fa il fotografo regalandoci ogni giorno - instancabile - il fascino di un gesto, di una strada o di un pezzo di cielo.

Una città che - proprio a causa del Covid - domani avrà una "prima" della Scala diversa da quella tradizionale, ma una Milano che non si arrende e persevera nella volontà di offrire a tutti lo splendore della musica anche in questi giorni difficili. Se non potrà essere un'opera lirica ad inaugurare la stagione scaligera come per il passato, l'evento sarà comunque straordinario e di portata forse ancora più ampia.
Sarà un concerto a platea vuota, ma in realtà con un pubblico molto più vasto, anche se - come ha affermato Riccardo Chailly - "mancherà il momento emotivamente forte di misurarsi con l'intensità degli applausi".
Un segno di resistenza nel nome dell'arte, un ricco programma di musica e non solo, in un percorso verso la speranza. E significativo di tale speranza è il titolo dell'evento, "A riveder le stelle", che ci riconduce all'ultimo verso dell' "Inferno" di Dante e - in sostanza - alla capacità dell'arte di aiutarci ad uscire dai vari inferni che talora ci troviamo ad attraversare.

Così, a questa Milano che tanto amiamo, desidero dedicare un brano di Giuseppe Verdi (1813 - 1901) in cui il compositore ha fatto riferimento proprio a Dante e alla "Divina Commedia", musicando i versi della celebre preghiera di San Bernardo a Maria nel Canto XXXIII del "Paradiso".

Si tratta del terzo dei "Quattro pezzi sacri" scritti dal musicista intorno al 1890 e intitolato "Laudi alla Vergine Maria" : brano per coro a cappella per quattro voci femminili, due soprani e due contralti.
Una musica davvero celestiale, ricca di passaggi di grande intensità ma anche di leggiadrìa, scritta su quel testo sublime che tutti
conosciamo: "Vergine Madre, figlia del tuo Figlio..." e che potete seguire, verso per verso, nella clip video.

Un canto che mi sembra bello dedicare - alla vigilia della sua festa - alla grande città che vive proprio all'ombra e sotto il manto della sua celebre Madonnina.

Buon ascolto!

lunedì 30 novembre 2020

Nel segno del sorriso

Mi bacchetterà, Santa Cecilia, per il ritardo imperdonabile - ben otto giorni - con cui quest'anno la celebro!
Ma ero tanto presa dal romanzo di
Cesare Picco su Bach - a proposito, se non lo avete ancora fatto, leggetelo! - che non sono stata capace di staccarmi dal libro per rispettare la ricorrenza.
Forse però, trattandosi di Bach che nel
Paradiso dei musicisti risplende certo di luce più fulgida, la Santa con me chiuderà un occhio.
Anzi, me li immagino - lei e il compositore - sedut
i proprio su scranni vicini a conversare piacevolmente, con un sorriso di intesa, di allemande, invenzioni e contrappunti o a suonare insieme un pezzo.

Dite di nooo??... Nel senso che in Paradiso non esistono scranni e non sappiamo bene come si svolgano le conversazioni? Che forse non occorre neppure parlare, ma nonostante ciò si comunica meglio di quaggiù?... E che ancora meglio sarebbe se non mi impelagassi in questo genere di discorsi?...
Vabbè, forse avete ragione, lassù avranno altri stili di arredamento e di linguaggio.
Però Bach e Santa Cecilia di certo non hanno smesso di suonare anche perchè, per me, in Paradiso si deve far musica...o non è il Paradiso!

Bene. Sostenuta da questa inoppugnabile certezza, sono andata a cercare un dipinto da dedicare alla Santa e ho scelto il quadro che vedete e che non conoscevo. Rappresenta una fanciulla mentre suona il violino seguendo lo spartito che le porge un angioletto: un'immagine di grande soavità e raffinatezza, evidenti soprattutto nel viso. Basti osservare l'elegante acconciatura dei capelli fermata da un monile, con una perla che pende sulla fronte quasi a simboleggiarne il candore. L' opera è di Marcantonio Franceschini (1648 - 1729), artista bolognese del periodo barocco che in essa ha inteso sì raffigurare "Santa Cecilia", ma anche "La Musica". E questa duplice identificazione mi pare molto bella.

Per il brano sono tornata invece a un compositore che adoro: Franz Joseph Haydn (1732 - 1809). È il "Quoniam Tu solus Sanctus" che vi propongo, dal "Gloria" della "Missa cellensis n.3 in Do maggiore Hob XXII 5" conosciuta anche come "Missa Sanctae Caeciliae", e interpretato da "Les Musiciens du Louvre" diretti da Marc Minkowsky.
Si tratta di una composizione della quale - tempo fa - avevo già pubblicato l' "Et resurrexit" dal
"Credo", e di un ensemble che mi ha sempre affascinato per la sua passione nel vivere la musica, come avevo scritto in questo vecchio post che - se volete - potete andare a vedere.

Ma torniamo al presente. È qui la splendida Lucy Crowe a interpretare il
"Quoniam...", dando prova di grande abilità vocale in un vivacissimo brano che è un vero e proprio pezzo di bravura, ma soprattutto illuminandoci dall'inizio alla fine con la sua fresca gioia e il suo sorriso. Un sorriso dove musica e preghiera di lode si fondono meravigliosamente nell'atto in cui è la voce umana a realizzare tale splendido connubio.
E come per il passato, anche qui possiamo osservare quanto - superato un certo livello
tecnico - l'esecuzione si traduca in gioia pura per chi ascolta, ma prima di tutto per chi canta o suona, realizzando così quella circolarità della bellezza che parte dalle note, arriva agli interpreti e si riverbera poi su di noi. Una circolarità continua e dinamica che avvolge tutti in un'onda di intensa empatia.
E ancora una volta, la musica ci riconcilia con la vita.

Buona visione e buon ascolto!

 

lunedì 23 novembre 2020

"Sebastian"

È sempre interessante rileggere un libro a distanza di tempo, perchè la diversità del momento - e spesso di stato d'animo - ce ne fa cogliere aspetti nuovi, consentendoci di apprezzate sfumature che magari la prima volta ci erano sfuggite e facendoci inquadrare la vicenda in un'altra luce. 

È stato per me il caso del testo che vedete qui in foto, intitolato "Sebastian": esordio letterario di Cesare Picco, classe 1969, pianista e compositore di fama internazionale.
Il lavoro - uscito poco più di un anno fa e dedicato a Johann Sebastian Bach - è
insieme documento e romanzo, biografia ma anche un po' favola che l'autore ha costruito senza seguire una rigorosa cronologia, ma alternando capitoli centrati sull'adolescenza del musicista, ad altri relativi agli anni della maturità e agli ultimi mesi segnati dalla perdita della vista.
Ma mentre, la prima volta che l'ho avuto in mano
, del libro mi aveva colpito soprattutto il lato per così dire favolistico, la mia recente rilettura mi ha fatto cogliere con maggior forza altri aspetti di grande spessore che Picco fa emergere da una scrittura avvincente e profondissima.

Protagonista del romanzo è appunto Bach, del quale l'autore delinea le fasi della formazione, insieme all'amicizia che lo lega al compagno di liceo Georg Erdmann e che li vedrà protagonisti di un viaggio dai contorni fantastici da Ohrdruf a Lüneburg. Ma lo scrittore segue poi Sebastian nel corso della sua esistenza fino all'affermazione come kapellmeister a Cöthen, al matrimonio con la seconda moglie Anna Magdalena, al successivo trasferimento a Lipsia in qualità di kantor e infine agli ultimi mesi di vita.

Nasce così un racconto in cui, oltre allo scrittore, voci narranti sono anche l'amico Georg e poi proprio Anna Magdalena.
La storia si dipana intorno agli anni dell'adolescenza in cui il giovane Bach mostra
precoci doti musicali intuite dalla delicatissima attenzione di Elias Herda, splendida figura di maestro che ordisce segrete trame per consentire al suo migliore allievo di proseguire gli studi nella Michaelisschule di Lüneburg.
E accanto a Sebastian quindicenne, Herda mette Georg di qualche anno più
grande: in apparenza per proteggerlo, ma in realtà per non spezzare la loro amicizia e consentire a entrambi di continuare gli studi musicali, superando le difficoltà economiche e i divieti posti dalla famiglia Bach. Inizia così per i due amici un viaggio avventuroso: trecento chilometri da percorrere a piedi tra varie insidie, ma anche indomabili speranze e sogni che talora andranno a sovrapporsi alla realtà.
Ma altri capitoli vedono Bach nel rapporto con la propria numerosa famiglia, poi segnato dalla malattia e oggetto di cruente
operazioni agli occhi, assistito con devozione dalla seconda moglie Anna Magdalena. Emerge qui un ritratto delicato e intenso di questa donna, del suo amore per Sebastian, così come della sua passione per la musica e della collaborazione col marito del quale trascrive attentamente le partiture.

Al di sopra di tutto, però, di Bach ragazzo e poi uomo maturo Picco
mette in luce la costante e appassionata ricerca del suono dell'universo, di quel codice segreto che attraversa cose e persone quasi il mondo, come un immenso spartito, fosse fatto di musica e percorso da vibrazioni che solo l'orecchio assoluto e il genio sanno cogliere.
Una ricerca che inizia dalle prime pagine del libro con la "Mappa dei suoni di Ohrdruf"
dove viene segnata la tonalità in cui risuona ogni angolo del paese, ogni albero, ogni strada, ogni muro...per arrivare alle ultime pagine in cui, ormai in punto di morte, Bach inizia ad avvertire - come afferma egli stesso - "il suono più puro e sconvolgente che abbia mai udito" e confessa ad Anna Magdalena: "È in quel suono che desidero perdermi".

Un romanzo profondo e toccante da far leggere - a mio avviso - anche a scuola. Nel racconto, infatti, Cesare Picco pone più volte l'accento su quel sentirsi "in divenire" tipico degli anni dell'adolescenza: anni di purezza e stupore, passione e impeto che talora regalano il coraggio di compiere un salto nel buio, quasi una sorta di rinascita per realizzare la propria vocazione. E man mano che si procede nella lettura, si coglie l'intensa poesia di tale ricerca.

Bello inoltre il fatto che ogni capitolo abbia per titolo una composizione bachiana, come fosse la colonna sonora più appropriata per comprendere il senso delle vicende narrate.
Così, ho scelto il brano di oggi proprio tra queste, un pezzo dolce e sorridente
che riconoscerete subito perchè è tra i più famosi ed eseguiti: il Corale "Jesu bleibet meine Freude" - Gesù rimane la mia gioia - che chiude la celebre "Cantata BWV 147".
È un'aria
che mi ha sempre colpito per la sua singolarità, costituita da una sorta di scambio tra parte corale e melodia. Mentre infatti, di solito, un coro canta su di un andamento musicale più movimentato rispetto agli accordi, qui invece il motivo ornato e fiorito - quello che più facilmente resta nella memoria - fa solo da introduzione e accompagnamento, mentre il coro canta su di un impianto armonico più fermo.
Un pezzo intriso di gioia contemplativa nel quale - ancora una volta - per Bach lo splendore
delle note si traduce nel sorriso dell'intero universo.

Buon ascolto!

 

lunedì 16 novembre 2020

Donne col libro - 11


È stata l'originalità il tratto distintivo che mi ha colpito nel dipinto di oggi: un'immagine che avevo da parte e covavo da tempo senza risolvermi a pubblicarla, incerta se dare spazio a pittori più celebri. Ma alla fine mi sono decisa perchè, nella nutrita serie di quadri famosi che raffigurano donne e libri, questo mi è parso decisamente diverso. Così, eccolo.

S'intitola "Domestica che legge in una biblioteca", si trova in una collezione privata e il suo autore è Edouard John Mentha, artista svizzero nato nel 1858 e morto probabilmente nel 1915 anche se la data va forse spostata più avanti.
Le sue opere comprendono raffigurazioni di paesaggi, interni e ritratti delineati con uno stile che s'ispira, in genere, alla pittura realista di fine Ottocento.

Qui, ci troviamo in una stanza: in realtà, non soltanto biblioteca, ma insieme laboratorio di scienze naturali o di zoologia.
Lo ricaviamo dalla presenza dei vari
uccelli impagliati che campeggiano in alto sopra uno scaffale, più giù dei pipistrelli, un teschio e alcune provette. Ma non manca - guarda un po' - anche un vaso coi pesci rossi.
Una vecchia stanza dall'aria polverosa data
dall'aspetto di volumi altrettanto vecchi e di album piuttosto consunti, atmosfera sottolineata peraltro dai colori spenti: una gamma di grigi e marroni, illuminata solo dal bianco del lungo grembiule della donna proprio al centro del quadro.

È lei la protagonista, ma - a dire il vero - sembra essere lì per caso e, se ci trovassimo ad aprire all'improvviso la porta del laboratorio, forse resterebbe sorpresa e spiazzata quasi fosse stata scoperta nel momento sbagliato.
È una domestica - dice il titolo del quadro - e possiamo immaginarla mentre
riordina e spolvera la stanza. Il dipinto la coglie invece in un atteggiamento insolito per le sue mansioni: ferma e tutta presa dalla lettura di un libro.

Curiosità, interesse o desiderio di una pausa?
Il fatto che resti in piedi sulla scala ci fa
percepire un senso di provvisorietà come se la donna volesse soddisfare un impulso momentaneo senza farsi scoprire, approfittando del fatto che nella stanza non c'è nessuno.
E m
i piace moltissimo questa sua curiosità che la induce a esplorare più da vicino, attraverso un libro, un mondo come quello del laboratorio di cui forse, col piumino che porta sotto il braccio, ha sempre toccato solo l'esterno.
Ma cosa conterranno invece - avrà
pensato qualche volta - quelle cartelle d'archivio e quei vecchi volumi allineati negli scaffali? Solo testi o anche illustrazioni? O forse segreti di sconosciute, oscure alchimie?

Pare assorta nella lettura la donna, quasi dimentica di ciò che ha intorno e che, per una volta, sta conoscendo da un altro punto di vista col piacere di addentrarsi nei misteri che ogni oggetto custodisce. Un ambiente come questo, infatti, non può non suscitare stupore, interrogativi o - magari - qualche lontano e vago raccapriccio di fronte ai resti delle varie creature.
Ma ci appare tranquilla la nostra amica lettrice, forse
solo desiderosa di prendersi una pausa di libertà nel bel mezzo del suo lavoro.

Così, per passare alla musica, ho pensato di dedicarle un brano che vuol dare un po' di colore ai toni spenti del quadro, sottolineando insieme quel simpatico guizzo di curiosità e trasgressione che possiamo intuire in questa donna col libro.
Si tratta
di un pezzo tra i più conosciuti di Domenico Scarlatti (1685 - 1757), autore ricordato prima di tutto per le sue celebri e numerosissime (555!) sonate.
Qui, vi propongo appunto la "Sonata in re minore K.9 L 413" nella quale sembra che il compositor
e - vissuto tra Napoli e la Spagna - abbia voluto giocare a nascondino con le note, trasfondendo in esse la vivacità scherzosa respirata in questi luoghi. E mi pare che l'interpretazione di Ivo Pogorelich sottolinei con estrema grazia tale aspetto, accentuando il contrasto tra parti più lente, scandite e ricche di abbellimenti, e altre più veloci e animate.
A dirmelo sono anche i toni sommessi delle terzine simili a passi cauti e furtivi, seguiti da rapidi passaggi in
sedicesimi, andamento che possiamo associare alla protagonista del dipinto: prima circospetta e guardinga - così almeno la immagina la nostra fantasia! - poi più svelta nell'aprire un libro.
Ma infine tranquilla e sicura nel soddisfare la propria curiosità di lettrice. 

Buon ascolto!


domenica 8 novembre 2020

Il fermacarte

Sta sulla scrivania del mio studiolo da non so quanto tempo - anni forse - con qualche interruzione relativa al periodo in cui ho risistemato la stanza. Allora lo avevo quasi dimenticato in un cassetto e l'ho riportato alla luce da non molto.
Parlo dell'oggetto che vedete: un fermacarte
comprato in un periodo così lontano che - al contrario di altri soprammobili di cui ho in mente benissimo la provenienza - non ricordo dove posso averlo acquistato. Forse in un negozio qui vicino, ma potrebbe darsi anche all'estero.
In ogni caso, la piccola etichetta incollata alla sua base non mi aiuta.
Però mi piace ancora come mi era piaciuto subito: una sfera trasparente che ricorda un
po' quelle con la neve che incantavano la mia infanzia.

Ma qui ad affascinarmi è stato quel preludio di primavera sotto vetro fatto di
piccoli nontiscordardimé - almeno così mi pare - che mi regalano un senso di freschezza, nonostante siano fiori secchi. Una sorta di natura morta casalinga, eppure per me vivissima perchè racchiude e rappresenta sogni e speranze.
Se infatti non ricordo il luogo dove l'ho comprato, ho ben presente invece
l'impulso che mi ha spinto a scegliere quel fermacarte e portarmelo a casa: paradossalmente - come scrivevo - un desiderio di freschezza al quale questo piccolo oggetto mi pareva rispondere nella sua semplicità.
E rivederlo sulla mia scrivania ha un significato di particolare speranza proprio og
gi che siamo un po' tutti fiori sotto vetro, in attesa di una primavera che ridia aria, fiato e respiro alle mille relazioni e attività che questo tempo - almeno sotto certi aspetti - ha di nuovo interrotto.

Allora, al mio piccolo fermacarte desidero associare una musica fatta di splendore e intimità: il "Notturno op.27 n.2 in Re bemolle maggiore" di Chopin. Sì, proprio quello di cui vedete le prime tre battute nel frontespizio di questo blog!
Si tratta di una pagina di rara limpidezza e cantabilità, un lento sostenuto ricco di arpeggi e di modulazioni insieme a una serie di delicatissimi trilli e abbellimenti: ariose fioriture di note che somigliano al soffio di un vento leggero o a un fremito d'ali. Un brano che ci introduce in un'atmosfera lieve come i colori dei fiorellini che vedete nella foto: dal viola al glicine, dal celeste al rosa, leggiadre sfumature al pari
del più dolce fraseggio di una melodia.
Eppure, dopo l'intimità iniziale, il pezzo si fa impetuoso ed energico, martellante come un grido
d'anima fermo e risoluto, come i sogni a lungo tempo trattenuti e
finalmente liberati, simili ad aquiloni che volano alti a garrire nell'azzurro.
Se infatti prima il compositore esprime la propria interiorità con toni di pacata
dolcezza, poi sprigiona invece una toccante potenza sonora, come se le svariate fioriture che coviamo nel cuore esplodessero improvvise in tutta la loro pienezza e autenticità.
Infine, il brano torna a farsi più lento - gli ultimi accordi appena sussurrati -
quasi Chopin, dopo aver colto il nucleo caldo della Bellezza ed essersene lasciato rapire, si ritraesse a custodirne nel segreto, con inquieta nostalgia, tutto l'incanto.

Buon ascolto!

sabato 31 ottobre 2020

"Ottobre - Canto d'autunno"

Siamo ormai alla fine di ottobre, accompagnati dai caldi colori dell'autunno ma pure dalle sue brume, e mi piace seguire il ritmo della natura intonando ad essa anche la musica.

Così, per il nostro ascolto ho scelto un brano di Piotr Ilic Tchaikovsky (1840 - 1893) tratto da "Le stagioni op.37b", composizione formata da dodici miniature pianistiche dedicate ai mesi dell'anno. Di questa raccolta avevo già pubblicato qualche tempo fa "Giugno", e torno oggi proprio col pezzo intitolato "Ottobre - Canto d'autunno".

Non è nuova nella musica, ma anche nell'arte figurativa e nella poesia, l'attenzione allo scorrere del tempo e delle stagioni così come esse si caratterizzano non solo nei diversi aspetti della natura, ma anche nei lavori dell'uomo legati al mondo agricolo e più in generale al suo modo di vivere.

Sul piano della poesia, mi vengono subito in mente i "Sonetti dei Mesi" scritti da Folgòre da San Gimignano alle soglie del Trecento, mentre su quello delle immagini innumerevoli sono le testimonianze sia di epoca medioevale che rinascimentale. Tre splendidi esempi sopra gli altri: le celebri miniature francesi dei fratelli Limbourg con il "Ciclo dei Mesi" conconservate al Castello di Chantilly; la decorazione pittorica attribuita al Maestro Venceslao nella Torre dell'Aquila al Castello del Buon Consiglio a Trento; e le sculture dell'Antelami nel Battistero di Parma che a ciascun mese associano i mestieri più tipici.
Cicli pittorici o scultorei sull'argoment
o troviamo inoltre a Ferrara, Lucca e Arezzo: testimonianze di un mondo come quello del passato in cui la vita - dai lavori agricoli alla guerra - nelle sue possibilità e nei suoi limiti era scandita dai ritmi delle stagioni.
Ma anche la musica ha tratto
spesso ispirazione da esse. Doveroso ricordare i celeberrimi quattro Concerti di Vivaldi, ispirati ai relativi sonetti scritti forse dallo stesso compositore e lo splendido Oratorio di Haydn intitolato appunto "Le stagioni". E arriviamo a quelle di Tchaikovsky.

La raccolta non è forse tra le composizioni più celebrate del musicista russo, tuttavia i vari brani hanno un carattere intimo e introspettivo che li colloca tra quelli eseguiti di frequente al pianoforte.
"Ottobre" è un pezzo soffuso di malinconia, che nel fascino del re minore riproduce il clima
dolce e talora brumoso di questo mese. Lo conferma anche l'indicazione in cima allo spartito - "Andante doloroso e molto cantabile" - insieme all'epigrafe che compare nell'edizione russa con i seguenti versi di Tolstoj: "Autunno, il nostro povero giardino sta cadendo tutto, le foglie ingiallite volano al vento".

Confesso che la prima volta che anni fa l'ho ascoltato, non mi aveva particolarmente colpito. L'ho risentito invece nei giorni scorsi nella pregevole interpretazione del Maestro Giuseppe Merli che qui vi riporto, e mi è sorta subito la curiosità di leggerne lo spartito. A volte infatti non basta ascoltare, occorre vedere come una musica si dipana nel suo movimento di note, contemplarne i tratti, se possibile entrare in essa suonandola, ed è proprio così che questo brano mi ha preso!
Ho già scritto in passato che leggere uno spartito è u
n po' come guardare negli occhi una persona e cogliervi bagliori d'anima. Quella musicale è infatti una scrittura immensamente rivelatrice: basta osservare per esempio un testo di Bach per riconoscere al primo sguardo l'ordine delle parti, le proiezioni, il gioco dei rimandi o dei temi prima enunciati e poi capovolti in totale simmetria.

Ma l'Ottocento è diverso e, sia pure nel rispetto di tempi e ritmi, la scrittura di tanti musicisti è aperta alla ricerca di particolari sonorità e più libera nei confronti delle regole compositive.
Ne deriva un andamento variato e multiforme che lascia maggiore spazio
all'interpretazione e a questo riguardo il brano di Tchaikovsky mi pare un esempio. La sua difficoltà, infatti, a mio avviso non sta tanto sul piano tecnico, ma proprio su quello interpretativo. È una musica da suonare prima di tutto con l'anima, poichè il fulcro della sua bellezza dipende anche da un'esecuzione che ne valorizzi ogni singola nota, sottolineando dinamiche, crescendo e diminuendo, le aperture luminose e l'intimo, delicato splendore della melodia.

Proprio per questo, tra le varie interpretazioni offerte da youtube, ho scelto quella di Giuseppe Merli. Pur essendo più sostenuta rispetto ad altre, sa restituirci con dolcezza il colore del brano, sottolineando i lievi spiragli di luce che si accendono qua e là, e insieme facendoci percepire la malinconia del tema nell'atmosfera indefinita di certe splendide dissonanze.
Un'aria più che mai affascinante in tutte le sue parti fino all'ultima nota che va a svanire, pianissimo, nell'incanto del silenzio. 

Buon ascolto!