martedì 29 novembre 2011

Musica dal silenzio

Esistono musiche che ci fanno tornare indietro nel tempo, indietro nella nostra storia a ricordi rimasti indelebili nella memoria del cuore.
Riascoltarle è un'esperienza che, talora, ci restituisce in pieno le atmosfere vissute ed è come ritrovarsi immersi in un universo di emozioni che ci riportano il sapore e la pulsazione del passato.


Il brano che propongo oggi mi rimanda al cuore della mia adolescenza, una sera di dicembre a Venezia, quella Venezia invernale affascinante, dove i canali sembrano svanire nella nebbia o perdersi nel buio, mentre le luci festose del centro sono un approdo cui ancorare l'anima.


Mancava poco a
Natale, ed ero alla fine di una giornata passata in corsa tra campi e campielli, musei e chiese, Tiepolo, Tintoretto e la confusione festosa delle Mercerie.
Ormai quasi a sera, ero entrata in San Zaccaria, nella quiete della sua piazzetta poco distante da San Marco, e all'improvviso la pace mi aveva accolta nel suo abbraccio.
La chiesa in penombra quasi vuota, una sola lampada in fondo vicino al presepio. E il silenzio.

Proprio questo mi aveva colpito, come se improvvisamente mi fossi addentrata in un universo nuovo,
un silenzio profondissimo come si respira talora in montagna di sera, quando rimane solo il profilo scuro delle cime sotto il cielo stellato e un vento leggero.

Poi, inaspettata, una musica: dall'abside avevano iniziato a diffondersi le note dell'Ouverture del "Messiah" di Haendel nel suo solenne esordio e nella leggerezza della successiva fuga. Note che si allargavano come spuma del mare sulla battigia a dilatarmi l'anima, così come la vivacità e il movimento della fuga mi parevano energia che prende corpo e si articola gioiosa nella sua multiforme varietà.
Sorpresa ed emozione mi avevano avvolto: quelle note mi parlavano, erano desiderio e nel contempo risposta al desiderio stesso e andavano a risvegliare in me una vita che chiedeva solo di essere ridestata.

Forse ho iniziato allora a percepire che la musica nasce dal silenzio, dall'abisso dell'anima di colui che la crea. Come la vita, come il mondo.
Forse la creazione stessa è musica e il soffio creatore di Dio altro non è che un' onda di suoni che si propaga all'infinito nel tempo e nello spazio. Un'onda della quale siamo parte, attraversati anche noi dalla musica come strumenti, canali di risonanza di una melodia più alta.

Riascoltare oggi questo grandioso pezzo di Haendel - sia pure in un differente contesto - mi rinnova quell'emozione che mi ha aperto un varco verso il mistero.
E ora che la liturgia ci ha già introdotti nel periodo dell'Avvento, mi piace associare a questo brano l' Adorazione dei pastori di George de La Tour, dipinto che, tra l'altro, è in mostra a Milano proprio in questi giorni e che - come diversi altri quadri dello stesso soggetto - è pervaso da un'aura di assorta contemplazione e di silenzio.

Buon ascolto!

domenica 27 novembre 2011

Novembre

E' singolare la rappresentazione di Novembre nell'ambito del "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, soprattutto se la paragoniamo alle immagini precedenti, perchè - al di là della lunetta effettivamente realizzata dai famosi miniatori - il quadretto è opera di Jean Colombe e risale alla fine del XV secolo.
E che la mano dell'autore è diversa, risulta chiaro anche dalla differente iconografia.
Infatti, la rappresentazione del mondo cortese scompare del tutto e persino il castello che quasi sempre troneggiava sullo sfondo descritto con una miriade di particolari, qui è appena accennato e si integra totalmente col paesaggio.


E' invece una scena pastorale il centro della raffigurazione, in particolare la raccolta delle ghiande.
Dal gesto teso del pastore in primo piano armato di bastone, si comprende infatti che è intento a percuotere i tronchi delle querce per farne cadere le ghiande, mentre un branco di maiali è raffigurato proprio nell'atto di cibarsene sotto l'occhio vigile di un cane.

In secondo piano, nel folto degli alberi, altri contadini sono intenti a bacchiare, mentre sullo sfondo si scorge un paesaggino dai toni freddi e smorzati.


Ed è altrettanto singolare che - in una miniatura del codice
"Très riches heures du Duc de Berry" che descrive i fasti della vita cortese insieme alle operazioni agricole dei vari mesi - così largo spazio sia lasciato a un branco di porci, tradizionalmente simbolo negativo di chi non sa sollevarsi dal fango materiale o morale.
Ma occorre fare due considerazioni.
In primo luogo, il maiale era sempre stato una preziosa fonte di alimentazione, vera ricchezza per il mondo contadino soprattutto in tempi di carestia e la sua presenza rientra nel quadro della rappresentazione della vita quotidiana nella sua concretezza.
In secondo luogo, anche in differenti contesti Novembre è simboleggiato spesso dalla bacchiatura delle ghiande per i maiali, in vista del loro ingrasso per la macellazione del mese successivo.


Al di là di questo, però, altri aspetti della miniatura mi sembrano degni di nota.
Innanzitutto la pennellata - particolareggiatissima e morbida ad un tempo, come si può osservare nelle setole degli animali o nelle chiome dgli alberi - che in certi punti diventa quasi una sorta di "pointillisme" ante litteram.
E poi lo splendido paesaggio sullo sfondo che, nella sua morbidezza, ci ricorda che siamo già in pieno Quattrocento, e può essere assimilato agli sfondi di alcune Madonne, ad esempio, del Pinturicchio, dove un colle, un torracchione, uno specchio d'acqua creano aperture inusitate e un respiro spaziale nuovo.

Infine - forse dovuta alla differente mano dell'autore, forse al fatto che Novembre ha un clima più triste - si nota una minore luminosità di tutta l'immagine rispetto ai mesi precedenti. Contribuiscono a ciò i toni scuri o smorzati del manto degli animali, del prato brullo, insieme al bosco con la sua cortina di alberi.

A commento della miniatura, il "Largo" di Haendel dal "Concerto grosso in Si bemolle magg. op. 3 n.2 HWV 313", pezzo forse meno popolare rispetto al più conosciuto Largo dall'opera "Serse", ma senza dubbio ricco di fascino nella sua aura un po' brumosa come il mese di cui stiamo parlando.
Un brano che, per atmosfera e pacatezza di ritmo, può ricordare anche l'Adagio di un famosissimo Concerto per archi e oboe di Alessandro Marcello, peraltro contemporaneo di Haendel.

Buon ascolto!


giovedì 24 novembre 2011

Duettare

Dopo un violino classico e il canto delicatissimo di un Adagio di Brahms, torniamo invece ai nostri giorni e ad un altro genere musicale con Richard Galliano.

Ho già parlato in precedenza di questo geniale fisarmonicista, in due post dedicati alla sua musica che trovo colta e versatile, rispettosa delle tradizioni e tuttavia profondamente originale.

Il brano di oggi, "La valse à Margaux", è un pezzo notissimo che propongo qui in un' entusiasmante esecuzione live, dove Galliano duetta con il violinista Sebastien Surel.
Ed è un vortice di passione sempre più travolgente, un binomio perfetto di musica e divertimento.
Un duettare che è prima di tutto un dilatarsi di entusiasmo: dalla grinta quasi aggressiva di Surel, all'espressione di Galliano bonaria e profondamente comunicativa della simbiosi che vive col proprio strumento.
E' un gioco di sguardi e di intese tra i due solisti, un interagire, un dialogare di note e di ritmi volto ad afferrare la musica nella sua pienezza.


E proprio i ritmi guidano in modo sempre più effervescente l'incastro di temi, accompagnamento e variazioni nel brano
, pezzo di bravura in forma di valzer, dove violino e fisarmonica si integrano meravigliosamente pur mantenendo il carattere della propria singolarità e della propria voce.
Un valzer la cui melodia è ripetuta in modo sempre più vorticoso e dove le frequenti dissonanze - soprattutto a conclusione di alcune frasi musicali - regalano spessore e modernità inusitate alla vecchia musette che, come dicevo anche in passato, Galliano ha rivisitato rinnovandola.
Infatti, sia nel vivacissimo primo tema ripreso poi verso la fine, sia nella parte centrale decisamente più malinconica, il compositore sembra sperimentare sonorità nuove alternando grinta e lirismo.

Un brano intenso e frizzante, quindi, un trascinante invito alla danza che i due solisti ci trasmettono attraverso la loro profondissima e gioiosa fusione con la musica.

Buona visione e buon ascolto!


 

martedì 22 novembre 2011

Un violino per Santa Cecilia

Oggi, 22 novembre, festa di Santa Cecilia, mi piace celebrare la patrona della musica e dei musicisti con un pezzo per violino.

Ricordo che lo scorso anno, per la stessa ricorrenza, avevo postato un brano di Haendel (proprio l'Ode a Santa Cecilia) la cui clip video consentiva di osservare da vicino l'espressione dei musicisti, il loro vivere la musica nel profondo. Era un gioco di sguardi che aprivano scorci di luce sull'interiorità di ciascuno rivelandoci di quanta vita si alimentasse la loro anima attraverso la magia delle note.


Questa volta è la voce del violino che desidero proporre, sottile e variegata
, dolcissima e drammatica, ricca di sfumature tra luminosità e penombra, capace di addentrarsi nel cuore di chi ascolta e di scandagliarne l'abisso come uno sguardo di straordinaria intensità.
Ho scelto infatti uno dei brani più famosi di tutta la produzione violinistica dell'Ottocento, considerato tra l'altro uno dei vertici del virtuosismo in questo campo: il "Concerto
per violino e orchestra in Re magg. op.77" di Johannes Brahms, che ascoltiamo nel suo mirabile "Adagio".

Dopo l'ampia introduzione
affidata al dialogo tra l'orchestra e i fiati - in particolare l'oboe che enuncia il tema principale - il violino è un filo sottile che riprende la melodia e poi torna su se stesso inanellandosi in variazioni di incantevole splendore, voce emergente eppure profondamente integrata con l'orchestra.
Si dipana così un canto ora di rasserenante luminosità, ora pieno di inquietudine tormentosa; delicatissimo e insieme impetuoso, intriso di intensa drammatica passione: ultimi lampi di un romanticismo che si apre ormai a suggestioni nuove e respiri d'infinito.

Propongo il brano in un video datato, ma sempre ricco di fascino per l'interpretazione di Henryk Szeryng che fa risuonare in modo incantevole la voce del suo violino.

Buon ascolto!

giovedì 17 novembre 2011

"Les choristes"

Su consiglio di un'amica, ho visto giorni fa un film non recentissimo, ma sempre ricco di suggestione per l'argomento, la freschezza dell'interpretazione e il clima di semplicità con cui si dipana la vicenda.

Si tratta di
"Les choristes", una pellicola del 2004 di Christophe Barratier ambientata nella grigia provincia francese del secondo dopoguerra, dove un musicista disoccupato viene assunto come sorvegliante in un collegio chiamato "Fond de l'étang".
Già il nome,
"Fondo dello stagno", rende l'idea dell'atmosfera del luogo: un istituto di correzione per ragazzini difficili che, nel clima di repressione instaurato dal direttore, rischiano davvero di diventare delinquenti.
Il nuovo arrivato però, nonostante divergenze e difficoltà, riuscirà almeno in parte a cambiare le cose. E lo farà adottando metodi educativi più umani, ma soprattutto appassionando i ragazzi alla bellezza del canto fino a creare un vero e proprio coro.

E' la musica, quindi, in certo qual modo la protagonista della storia, con la sua capacità di suscitare emozioni facendo emergere volontà e passione, restituendo speranza e sorriso.

Inutile dire che il film mi è piaciuto molto per il contenuto, la maestria degli attori (professionisti e non), ma anche perchè evita il rischio della retorica, frequente nella trattazione di argomenti di questo tipo.

La narrazione infatti è lieve, misurata, talora a metà strada tra il dramma e l'ironia, nel raccontare una vicenda nella quale - come accade peraltro anche nella vita - non tutti si salvano e il lieto fine è lasciato più al piano delle emozioni che a quello degli eventi.


Ma torniamo alla musica.

Tra i brani cantati dal coro, tutti decisamente pregevoli, uno dei più suggestivi è l'
"Hymne à la nuit", tradizionalmente attribuito a Jean-Philippe Rameau (1683 - 1764) anche se, in realtà, la versione corrente è l'adattamento successivo di un pezzo di Rameau da parte di J.Noyon ed E.Sciortino.
E' una melodia nella quale, sia nella parte corale che in quella solista, la solennità si risolve in straordinaria limpidezza.
E il testo che ci parla di incanto e di mistero, di dolcezza e di speranza, mi sembra particolarmente adatto a una vicenda che vede protagonisti dei ragazzi che si affacciano alla vita, col bisogno profondo di far emergere da se stessi la capacità di sognare.

O nuit, viens apporter à la terre
Le calme enchantement de ton mystère
L'ombre qui t'escorte est si douce
Si doux est le concert de tes voix chantant l'espérance
Si grand est ton pouvoir transformant tout en rêve heureux

O nuit, ô laisse encore à la terre
Le calme enchantement de ton mystère
L'ombre qui t'escorte est si douce
Est-il une beauté aussi belle que le rêve ?
Est-il de vérité plus douce que l'espérance ?

Buon ascolto!

sabato 12 novembre 2011

Cercando Chopin

Trovarsi, una mattina di novembre, nell'incomparabile atmosfera del cimitero Père-Lachaise a Parigi : un' oasi nella città, una collina dove il sole gioca col vento tra le foglie dell'autunno svegliando riflessi tra i rami e la pietra grigia delle tombe.
Lasciarsi alle spalle il tumulto metropolitano per addentrarsi in un percorso di pace e solitudine fra tombe di grandi ed altre in apparente abbandono.

Ma non c'è tristezza: forse la luce, forse il respiro del vento che anima la vegetazione; forse la città intorno che oggi ormai circonda come un abbraccio grandi del passato e del presente, pittori e musicisti, scrittori e rockstar.
Non si può essere turisti distratti al Père-Lachaise o semplicemente curiosi: il silenzio ti parla, il ricordo è vita che prolunga la vita, spesso nel segno di una profonda gratitudine.
E c'è una semplicità che rasserena, ben lontana - a mio avviso - dalla solennità fastosa ma cupa e un po' opprimente di altri mausolei parigini.

Cerco Chopin: sono venuta qui quasi solo per lui, come se trovarmi davanti al luogo in cui riposa il suo corpo potesse avvicinarmelo ancora di più. Ma in realtà, so bene che è pienamente vivo nella sua musica capace di stabilire uno straordinario contatto d'anima con noi al di là del tempo.
Lo cerco a lungo prima di trovarlo, e infine arrivo davanti al rilievo che ne riproduce il volto sottile, davanti alla tomba sulla quale lo piange la sua Musa, una tomba piena di fiori tra i quali non manca mai l'omaggio di una rosa rossa.
In silenzio, nel sole del mattino, affido la mia emozione proprio a lui, alle sue note che mi affiorano dentro.

Il "Preludio op.28 n.15 in Re bemolle maggiore" detto "La goccia d'acqua" è un brano di rara levità che, limpido e dolcissimo nell'esordio, va facendosi più tempestosamente incisivo nella parte centrale e sfuma poi in una solennità di tono quasi religioso prima di tornare, alla fine, alla serenità della delicatissima melodia d'inizio.
Ma la caratteristica di questo pezzo dalla quale deriva anche il nome è quella nota di fondo ribattuta continuamente e sempre uguale nonostante i cambiamenti di tonalità (prima La bemolle, poi Sol diesis e infine La bemolle ancora), che ne diventa - al di là del tema - il vero motivo conduttore.
Come un segno a scandire il tempo che passa: nella sua struggente nostalgìa, nella sua affannosa ricerca di senso, nella sua drammaticità inesorabile, nella sua luminosa attesa.

Buon ascolto !


martedì 8 novembre 2011

"Rifugio bianco"

Lo so, non è primavera: ne siamo ben lontani e invece dei prati fioriti avanzano rovinose alluvioni insieme a brume ormai decisamente autunnali.
Ma proprio per questo, perchè il cuore non ceda alla malinconia della stagione e si rianimi invece di speranza, mi piace proporre un canto di montagna che rompa il grigiore come uno sprazzo di luce.

Ed è ancora una volta una melodia di Bepi De Marzi, "Rifugio bianco", composta per l'inaugurazione del Rifugio "Tonini" sull'Altopiano di Pinè.
Ma le parole del testo - che descrivono il sentiero che vi sale ispirandosi a una poesia di una figlia di Giovanni Tonini cui il rifugio è intitolato - sono forse volutamente generiche affinchè, nella loro semplicità, possano essere applicate a qualunque cammino, di montagna o di pianura. O di vita.
Si parte da una vallata, poi salendo si attraversa un bosco finchè la vegetazione si dirada aprendosi sui prati e scoprendo scorci sempre più ampi di cielo, fino a quando - là in alto - appare il rifugio, la meta.
Una percorso che inizia dal basso, dall' oscurità, e cerca poi lo spazio e la luce, l'apertura e il cielo,
il faro che indica la direzione, il sogno d'amore, la bellezza che sorprende.

Ed è così anche nel canto affidato alla corale "Cantori di S.Margherita" (Fidenza), che ne dà un'interpretazione a mio avviso veramente pregevole.
La morbidezza e la fusione delle voci femminili con i bassi maschili crea infatti un'armonia soffusa di dolcezza che - dopo la parentesi quasi malinconica della parte solista - si carica di forza e di speranza aprendosi alla luminosità delle tonalità maggiori.

Buon ascolto!

Pena passà la valle la-oh
e dopo on fià de bosco la-oh
se slarga i prà nel cielo,
la-oh, la-oh,
varda quanti fiori la-oh


Ecco lassù 'na casa la-oh,
en grande fiore bianco la-oh
sbocià de primavera,
la-oh, la-oh,
profumà d'amore la-oh.

De not la par 'na stela la-oh
che slus a chi camina la-oh
e quando vien matina la-oh
la splende più del sole la-oh.

Se slarga i prà nel cielo la-oh
dal nos rifugio bianco la-oh,
che porta un nome caro,
la-oh, la-oh, la-oh.

Pena passà la valle la-oh.

martedì 1 novembre 2011

Un Galliano da sogno

Ho già parlato giorni fa del fascino della fisarmonica, strumento tradizionalmente popolare, entrato solo in tempi recenti nel mondo della classica o del jazz grazie a una serie di artisti che lo hanno valorizzato sviscerandone tutte le potenzialità con originalità e inventiva.

Come scrivevo,
Richard Galliano - classe 1950, francese di origini italiane - è certo il più rappresentativo tra questi non solo per l'indiscussa bravura di esecutore, ma per la straordinaria novità delle sue composizioni e interpretazioni che hanno svecchiato il modo di suonare la fisarmonica e il repertorio che ne consegue.

Famosissimo per la sua collaborazione con Piazzolla e per aver rinnovato non solo il tango, ma anche la musette - il tradizionale valzer popolare francese - rivisitandola con l'inserimento di nuovi ritmi, Galliano è però anche cultore di quei compositori classici che non poco hanno contribuito alla sua formazione.
Primo fra tutti Bach, accostato ai tempi del conservatorio e profondamente amato ancora oggi soprattutto
ne L'arte della fuga e nelle Suites per violoncello, ma anche in diversi altri brani e concerti ai quali il fisarmonicista ha dedicato un cd.
Sintesi di antico e moderno, di contemporaneità e tradizione, dunque, da parte di un artista profondamente creativo e versatile.

L' "Opale Concerto
" che propongo qui oggi nello splendore del suo secondo movimento, fonde proprio elementi classici con la ricerca di sonorità inedite.
E' una melodia malinconica il primo tema che ci si presenta, un ricordo dell'antica
musette con il suo colore nostalgico e la sue atmosfere parigine, ma ben presto aperto a suggestioni nuove - almeno per uno strumento come la fisarmonica - che si allargano verso la parte centrale del brano.
Questa si snoda sull'onda di un'orchestra dalle sonorità sempre più ampie e profonde che - grazie anche all'uso frequente della dissonanza - si dilatano in un'atmosfera indefinita di grande fascino.
Un brano ricco di incanto e non privo di reminiscenze classiche : se infatti all'inizio, vi possiamo ritrovare echi del Valzer triste di Sibelius
, successivamente vi si coglie qualche ricordo di Dvorak, in particolare della Danza slava N.2.

Ricerca del nuovo quindi, coniugata però sempre col sapore della tradizione classica e delle proprie origini
che Galliano riprende e rivitalizza con grande sensibilità.

Buon ascolto!

giovedì 27 ottobre 2011

Ottobre

La raffigurazione di Ottobre, nel "Ciclo dei Mesi" dei fratelli Limbourg, si dispiega in una veduta pianeggiante e aperta che - come già in diverse miniature precedenti - presenta il castello sullo sfondo e le operazioni agricole in primo piano.

Tuttavia, siamo lontani da quel clima di silenzio che si respira in altre rappresentazioni che vedono l'edificio situato in piena campagna a dominare i lavori campestri in totale tranquillità.
Qui, a ben guardare, lungo il fiume che separa il castello dai campi arati di fresco, una via che passa sotto le mura merlate si anima invece di vivacità cittadina e ci lascia intendere che siamo proprio a Parigi.

Come nella miniatura del mese di Giugno infatti, il corso d'acqua riprodotto a metà del quadretto e che sembra dividerlo esattamente in due parti, è la Senna. Ma mentre là lo sguardo era rivolto in direzione del Palais de la Cité, qui invece è l'antico palazzo del Louvre con le sue torri a campeggiare sullo sfondo.

Diversi personaggi, soli o a gruppetti, sono disseminati lungo la via, mentre dietro di loro il castello è descritto con la stessa minuziosa accuratezza che contraddistingue ognuna di queste miniature.
Torri e torrioni, comignoli e finestre fino alle figure di drago dei doccioni, tutto è riprodotto col gusto della precisione che ritroviamo peraltro anche nei campi in primo piano, nel disegno parallelo dei solchi brulli, o nel reticolo di fili tesi in secondo piano.

Tuttavia, questo gusto del particolare, qui come altrove, non è fine a se stesso, ma è la rappresentazione della vita che fiorisce serenamente in ogni suo aspetto, quotidiano e non.
Troviamo quindi un realismo che porta gli autori a non trascurare nulla: dalle figure che stanno conversando sulla strada, al barcaiolo sul fiume; dai gesti del contadino a cavallo e del seminatore, fino al becchettare degli uccelli nei solchi, anch'essi rappresentati nella varietà dei loro movimenti.
Nulla è lasciato al caso. Ed è singolare che, osservando il quadretto, l'occhio cada sugli oggetti, prima ancora che sulle persone: dal sacco bianco della semente in primo piano, all'erpice al centro del campo, su su fino allo spaventapasseri, quasi a disegnare una linea prospettica che conduce fino al castello.
Una descrizione attenta e ordinata quindi, vivace e pacata ad un tempo soprattutto nelle tinte tra le quali, al di là delle macchie di rosso e di blu, prevale il bianco insieme al colore della terra arata che attende la semente
.

Dello stesso carattere di vivacità e pacatezza di questa immagine è il brano che propongo oggi:
il primo movimento (Villano y ricercare) della "Fantasia para un gentihombre" di Joaquin Rodrigo, fantasia di cui mesi fa ho postato il secondo tempo.
Vivo e ritmato nella prima parte, il pezzo si fa dolcissimo nello splendido ricercare dove la chitarra - all'inizio solista - viene poi progressivamente accompagnata dagli altri strumenti per giungere a un finale di grande intensità.

Buon ascolto!

sabato 22 ottobre 2011

Fascino di una fisarmonica

Sono grata all'amico blogger Mirco del sito "Tra sogni e realtà" se posso dedicare il post di oggi ad uno strumento musicale molto particolare, popolare e inusuale insieme come la fisarmonica.
E' stato Mirco infatti, con la sua passione, a sollecitare in me l'interesse verso questo strumento che mi ha aperto un mondo di interpreti e di sonorità nuove.

Dicevo inusuale e popolare ad un tempo, perchè la fisarmonica non fa parte dell'organico di una tradizionale orchestra sinfonica e tuttavia trova spazio da sempre in tanti piccoli complessi musicali, nelle feste, nelle sagre o più semplicemente dove si balla.
Vero è che anche compositori come Ciajkowskj o Verdi - per far solo qualche esempio - talora hanno inserito nelle loro opere piccole parti per fisarmonica e oggi, sempre più spesso, la troviamo come strumento solista accompagnata da un' orchestra.
Ma nonostante questo, essa - con la sua ritmica così spiccata - è rimasta per molto tempo legata al mondo popolare del canto e della danza.


A nobilitarla, per così dire, inserendola in un vero e proprio repertorio classico o jazz o addirittura rock sono stati compositori e interpreti più recenti.

Ed è un uso raffinatissimo della fisarmonica che tali autori hanno fatto sfruttandone in pieno le risorse timbriche e ritmiche, sia che essa riproduca una potente sonorità simile a quella dell'organo, sia che ricordi il canto più sottile di un violino.


Tra i contemporanei, trovo affascinante sopra gli altri
Richard Galliano, compositore ma anche esecutore ed interprete, famoso per la sua collaborazione con moltissimi musicisti tra i quali Astor Piazzolla.
Il pregio di Galliano è l'aver fatto della fisarmonica uno strumento versatile capace di interpretare con lo stesso incanto musiche del passato e del presente così come differenti linguaggi.
Lo contraddistingue anche un forte legame col repertorio classico e con la musica di Bach in particolare, nella quale - come il fisarmonicista ha affermato - trova "il senso dell'avventura, il brivido della scoperta". Di Bach infatti Galliano ha eseguito svariati concerti oltre a pezzi tratti dalle suites orchestrali
, e sullo stile del musicista tedesco ha improntato anche alcune sue composizioni.

Tra queste "Aria", che propongo qui oggi, è forse il pezzo di Galliano più rappresentativo in questo senso.
Vi possiamo ritrovare echi della
Toccata e fuga in re minore come di altri brani bachiani ricreati e fusi in un'originalissima ricerca che sfrutta al massimo le sonorità dello strumento solista, quasi fosse un organo.
Una testimonianza dell' attualità indiscussa di un autore come Bach, ma soprattutto della capacità di Galliano di ricrearne la bellezza attraverso la sua straordinaria, modernissima inventiva e la mirabile padronanza della fisarmonica.

Buon ascolto!

mercoledì 19 ottobre 2011

Prima candelina!

Ebbene sì, oggi "Gioire in Musica" compie un anno!!!
Incredibile, ma vero: a partire da quel martedì 19 ottobre 2010 in cui un po' timidamente ho dato inizio a quest'avventura
, il mio piccolo spazio è cresciuto, arricchendosi di tante melodie e tanti lettori ma soprattutto ascoltatori!

A dire il vero, covavo da tempo il desiderio di trovare un ambito in cui condividere con altri le musiche che amo, ma non avevo mai pensato a un blog. L'idea me l'ha suggerita un'amica che mi aveva letto dentro questo desiderio chiuso in me come un fuocherello nascosto sotto la cenere.
Al momento però avevo rifiutato: figuriamoci, senza alcuna esperienza del web o quasi, non sarei stata capace!


Poi un giorno - in uno di quei pomeriggi un po' così...che sembrano girare a vuoto - mi ci sono messa tentando i primi passi con molte incertezze e tanta paura di combinare qualche pasticcio.
Ma appena "Gioire in Musica" ha preso forma sotto i miei occhi e ho pubblicato il primo post....mi ci sono appassionata come fosse stata cosa mia da sempre e d'allora è stato un crescendo d'intensità.

E quando - tra commenti, iscritti e la pagina delle statistiche che mostra da dove il blog è stato visto - ho capito che i lettori c'erano, ho provato una gioia grandissima.

Certo, sono consapevole di essere solo un modesto tramite di opere d'arte non mie, mentre tanti altri blogger hanno il pregio di condividere creazioni proprie.
Ma anche essere un piccolo canale di trasmissione è un'attività che mi impegna una bella fetta di tempo e - lo confesso - ogni tanto mi dico: "Devi darti una calmata! Pubblica un po' meno, magari solo due o tre volte al mese!".
Ma poi non resisto:
i brani musicali sono lì, dentro di me - come scrivevo una volta - "in gioiosa lista d'attesa" che premono chiedendo di essere condivisi.
E vi assicuro :
pensare che una persona magari sconosciuta, dall'altro capo del mondo, possa trascorrere anche solo pochi minuti in serenità ascoltando la musica che metto in rete, mi riempie di una felicità impagabile!

Per questo, ringrazio tutti coloro che in quest'anno sono passati di qui: lettori abituali o solo di passaggio, conosciuti e sconosciuti, vicini e lontani, dal Giappone al Brasile, dalla Spagna all'Ungheria; ringrazio chi ha lasciato un commento e chi si è limitato ad ascoltare, così come quegli amici - blogger e non - che mi hanno incoraggiato nel dare forma a un sogno.
Da tutti sono stata profondamente arricchita e la vostra presenza mi regala una gioia così concreta e viva che va ben al di là del virtuale.


Allora, per festeggiare torno al primo amore, al musicista con cui ho aperto un anno fa questo blog, quel Mozart capace - con l'incanto delle sue note - di abbattere le sbarre di qualunque carcere materiale o metaforico, come scrivevo nell'Incipit a proposito dell'aria da "Le nozze di Figaro" riportata nel film "Le ali della libertà".
Oggi è l' "Adagio in Mi maggiore K.261" per violino e orchestra che ho deciso di regalare a me e a voi nell'interpretazione di un grande violinista del Novecento: Arthur Grumiaux.
E' proprio la sonorità luminosa e purissima del violino, qui, a valorizzare il canto di questo brano, gli squarci di limpidezza e i tratti di malinconia, insieme all'orchestra che accompagna il solista con misurata intensità.
Un Mozart soavissimo che ricorda i Concerti per violino K. 216 e K.219 come pure, per certi aspetti, la Sinfonia concertante K.364.
Un Mozart che ci guida - come sempre - con uno sguardo di serenità e di supremo equilibrio.

Buon ascolto! Il sogno continua....

giovedì 13 ottobre 2011

"Classico ribelle" : lo sguardo di un poeta

"Quelli che non sentono questo Amore
trascinarli come un fiume,
quelli che non bevono l'alba
come una tazza di acqua sorgiva
o non fanno provvista per il tramonto,
quelli che non vogliono cambiare,
lasciateli dormire!"

Sono state queste parole del poeta persiano Jalal'al Din Rumi
a venirmi in mente nei giorni scorsi dopo aver letto "Classico ribelle", terzo libro del Maestro Giovanni Allevi uscito da circa un mese per l'editrice Rizzoli, facendo seguito a "La musica in testa" e "In viaggio con la Strega" pubblicati nel 2008.
Quelli di Rumi sono gli occhi incantati della poesia insieme alla volontà di assecondare il fluire della vita verso il cambiamento, ma anche Allevi ha qui lo sguardo di un poeta, mosso da amore per la realtà che gli sta intorno e dal desiderio di afferrarne il mistero attraverso l'arte.
"Classico ribelle" infatti presenta una scrittura nitida che nasce sempre da un moto del cuore, dal percepire che "dietro l'apparente semplicità delle cose c'è una grande profondità" perchè "il divino è ovunque, basta togliere di mezzo l'abitudine" (pag.49).

Il libro si compone di capitoli brevi, snelli, anche quando il linguaggio si fa denso di riflessioni filosofiche e musicologiche.
Ma sbaglierebbe chi pensasse a una lettura da terminare in fretta. Al contrario, perchè se ne possa cogliere tutto lo spessore il testo va centellinato con calma, sia che il compositore chiarisca il suo pensiero sulla musica contemporanea anche in rapporto alle critiche di cui è stato oggetto, sia che annoti episodi autobiografici, squarci di vita raccontati con semplicità e freschezza.

Interessante il discorso sulla possibilità di una musica "classica contemporanea" che, senza azzerare la tradizione, riempia però le forme classiche di contenuti del presente.
Ciò non significa misconoscere il genio dei grandi del passato che Allevi stesso - in più di un'intervista - ha dichiarato di adorare, ma accoglierne la lezione osando il nuovo, come ciascuno di essi a suo tempo ha fatto, nella prospettiva di chi compone musica immerso nei ritmi dell'attualità.

E questa immersione a tutto tondo nella vita del presente, mi pare significativa anche per un altro verso: l'autenticità da cui il libro è pervaso.

Autenticità con cui il compositore ricolloca al centro l'individuo, ribellandosi all'idea che il successo sia mera questione di numeri - come la società vorrebbe farci credere - e affermando che esso si fonda sulla capacità di raggiungere il cuore delle singole persone suscitando emozioni.
Autenticità nel ricondurre il bisogno viscerale di comporre musica ad un irrefrenabile grido di amore per il mondo, talmente intenso da tradursi in sofferenza anche fisica, quando accade che esso non sia corrisposto.
Autenticità nel trovare il coraggio di mettersi in gioco dando spazio all'anima.

Un incoraggiamento alla speranza, dunque, soprattutto per le nuove generazioni che Allevi esorta alla fiducia di poter concretizzare i sogni e alle quali - citando Turoldo - insegna lo stupore dinanzi al fluire del tempo ogni giorno sempre nuovo e inedito.

E per passare dalle parole alle note,
un Allevi non recentissimo, ma sempre ricco di intensità. Dal cd "Joy" (2006), "Vento d'Europa" è un brano inquieto come un fiume in piena, malinconico e irruente come le luci ed ombre di un'anima appassionata, e ben rispecchia una delle più significative affermazioni del libro:
"La musica va afferrata per strada, ma solo un cuore a pezzi può sentirla.
E' qui la scintilla divina!".


Buona lettura e buon ascolto!
(il brano termina due minuti prima della fine della clip audio, ma è comunque riportato integralmente)

domenica 9 ottobre 2011

Festa blogger: secondo appuntamento

E' stata Milano la cornice della seconda festa blogger, organizzata dall'infaticabile fantasia di Ambra, coadiuvata dall'eclettica Sandra e da Erika che però non ha potuto partecipare.
Gruppo numericamente inferiore, stavolta, rispetto al precedente appuntamento bolognese, tuttavia atmosfera ugualmente vivace.

Se dovessi riassumere in una parola la caratteristica principale dell'incontro, direi che è stata la spontaneità, quel sentirci da subito a nostro agio come amici di vecchia data sia con chi avevamo già conosciuto, sia con chi vedevamo per la prima volta.
E certo, la condivisione sui nostri blog di pensieri, interessi, impegni, racconti, creazioni artistiche e via dicendo, crea una sorta di familiarità che facilita poi il dialogo rendendolo più vero.

Tra chiacchiere, battute, foto e un pensiero a chi non era presente, mentre davanti a noi si alternavano le portate di un pranzo sontuoso, abbiamo messo in comune un po' dei nostri interessi, piccoli scorci della nostra quotidianità e tanta passione per ciò che ciascuno di noi, nel suo spazio virtuale, sta realizzando.

Un grazie di cuore a tutti: amici che ho rivisto con gioia (Ambra, Stefano, la dolcissima Mirta con Mauro, Sandra e Franco che ci hanno scattato innumerevoli foto) e altri per me nuovi. Mi piace ricordare il garbo di Elio e Graziana, la simpatia di Carla insieme al suo genio di squisita pittrice, poi Fabrizio, Francesco e infine Silvio e Mirco, frizzanti nella loro giovinezza che ha drasticamente abbassato l'età media del gruppo.
Insomma, un incontro breve ma pieno di sorriso che mi ha fatto tornare al mio treno con un senso di profonda gratitudine.

Il regalo musicale che desidero condividere con tutti gli amici blogger e dedicare alla festa di ieri, è il
"Perpetuum mobile (Moto perpetuo)" op. 257 di Johann Strauss jr., pezzo animato e scintillante, ricco di varietà e movimento che mi sembra proprio adattarsi alla vivacità e alla simpatia del nostro incontro.
Si tratta di una fantasia per orchestra, uno scherzo musicale a ritmo di polka ispirato forse da una festa di carnevale, dove il tema viene ripetuto all'infinito dai singoli strumenti e che - proprio perchè moto perpetuo - manca della conclusione.
"Und so weiter..."
(e così continua...) sono le parole con cui solitamente viene interrotto insieme ai gesti del direttore d'orchestra o talora a una battuta di spirito.
Lo riporto qui nell'esecuzione della Filarmonica di Vienna in occasione del Concerto di Capodanno del 1987.

Splendida a mio avviso la direzione di Herbert Von Karajan che sottolinea la particolare voce dei singoli strumenti, dal più grande al più piccolo, e che qua e là si vena umorismo. Così come strappa un sorriso, alla fine, l'interruzione del pezzo dove il vecchio leone sembra dire :"Per ora basta così!"

Ma il brano dovrebbe proseguire all'infinito....

"Und so weiter"..... e così continua non solo la musica, ma anche l'amicizia, la gioia, la condivisione del gruppo blogger che, come un'orchestra nella varietà dei suoi strumenti, ieri ha fuso le sue voci e si propone di farlo ancora, nello straordinario di un incontro conviviale, ma prima di tutto nella quotidianità dei nostri blog.

Buona visione e buon ascolto!

mercoledì 5 ottobre 2011

"Cortesàni"

Ci sono passioni che ci entrano nel cuore da adulti e altre invece che nutriamo fin dai tempi dell'adolescenza, se non addirittura dell'infanzia.

Trovo che, a volte, queste ultime si rivelino più autentiche, perchè fiorite su di un terreno ancora intatto e se magari, nel tempo, le circostanze della vita ci hanno portato ad abbandonarle, poi si risvegliano con rinnovato vigore, come qualcosa che ci appartiene dal profondo e vive intrecciata ai nostri primi sguardi di amore sul mondo.


Così è la mia passione per i canti di montagna, della quale ho scritto già in passato e che affonda le radici nella mia adolescenza.
Una passione che si ridesta più viva ogniqualvolta scopro un coro, una melodia capaci di illuminarci dentro.

Il canto che ho scelto oggi intitolato "Cortesàni" - ancora di Bepi De Marzi come altri già postati tempo fa - s'ispira a un paesetto veneto ("Cortesàni" appunto) ed è un piccolo gioiello di poesia in note e in parole. Due brevi strofe, riportate qui di seguito, che sull'onda del vento tratteggiano la tristezza dell'inverno, ma anche la speranza della primavera col suo ritorno alla vita.
L'interpretazione del coro I Crodaioli col suo ritmo lento, ricco di sfumature ben modulate, conferisce poi al canto una soavità religiosa, quasi la solennità di un antico corale
.

Buon ascolto!


"Dopo Cortesàni
sul prà del tempo fermo,

no canta più l'amore,
la se gà fermà l'inverno,

no torna primavera,

nei prà ze sempre sera,

e il vento cava 'l core,

è l' vento del dolore.

Vento nelle mani,

o vento tra i capelli,

ho visto gli occhi chiari

come l'acqua dei ruscelli,

ritorna primavera

e canta nella sera,

ritorna dentro i fiori

nel tempo degli amori.
Dopo Cortesàni, dopo Cortesàni..."


venerdì 30 settembre 2011

Eternità

Ogni forma di arte, attraverso i secoli, è sempre stata espressione del desiderio di eternità radicato nel cuore dell'uomo.

Dalla poesia alla pittura, dall'architettura alla musica, ogni autentica creazione artistica, per quanto possa inscriversi nel proprio tempo e rispecchiarlo, ha in sè un soffio di vita che non si spegne col suo autore, ma tende a oltrepassare l'orizzonte del finito per collocarsi nel cuore dell'uomo di ogni epoca.

Per questo, a distanza di secoli, ci affascina ancora l'equilibrio di un tempio greco o la tensione di una scultura di Michelangelo che sembra volersi sprigionare dal peso della materia o la drammaticità di un contrasto di luce in un dipinto del Caravaggio.
Per questo, ci incanta la leggerezza ariosa dei colori di Monet, così come ci riconosciamo nell'energia plastica di certi versi di Dante e nel suo sguardo che - se è certamente rivolto alla sua epoca - si incide tuttavia con forza nell'anima di chiunque cerchi, lungo il proprio cammino, un riscatto dalle selve oscure di ogni tempo.


Con vigore e intensità l'arte ci parla di quel desiderio nascosto nel profondo dell'uomo, dal teatro alla danza, da un testo letterario a una partitura musicale: non pezzi di carta senz'anima, ma storia palpitante e viva, umanità vibrante di emozioni per suscitarne altre in noi, di inequivocabile concretezza.
E' l'eternità, qui e adesso.


Mi sono nate dentro queste brevi considerazioni ascoltando il brano che propongo oggi: la Melodia della
"Danza degli spiriti beati" dall'opera "Orfeo ed Euridice" di Christoph Willibald Gluck (1714 - 1787) che riporto qui in duplice versione, per flauto e pianoforte e per pianoforte solo.

Trovo che il pezzo - a circa 250 anni dalla sua composizione - sia ancora di straordinaria modernità, dalla luminosa e nitida dolcezza del flauto alla stupenda interpretazione al pianoforte, malinconica e ombrosa nella sua delicatissima fioritura di note quasi a precorrere l'atmosfera di un notturno di Chopin.
Dall'epoca barocca, la melodia sembra aprirsi verso un'aura di romanticismo in una vicenda - quella di Orfeo ed Euridice - in cui, amore e morte, felicità e rimpianto s'intrecciano.
Il brano, infatti, insieme al clima di serenità dei Campi Elisi, ci restituisce in pieno il senso dell'accorato desiderio di Orfeo per la perduta Euridice e i moti di un'intensa passione si fondono col sogno struggente che l'amore possa sfuggire ai lacci degli inferi.
E farsi eterno.

Buon ascolto!